Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Marital and Family Therapy · Terapia familiare
Parlare dell’identità queer in terapia di coppia è un modo per riconoscerla o per trasformarla in un problema? Trentacinque persone LGBTQ+ in terapia di coppia focalizzata sulle emozioni hanno guardato alcuni video di formazione e descritto la propria terapia. Le loro risposte divergono, ed è proprio questo a rendere prezioso lo studio: a seconda dei casi, l’alterizzazione nasce dall’insistenza o dal silenzio, da uno stupore fuori luogo o da una conversazione che resta in superficie.
Traduzione non ufficiale in italiano di “I'm Not Here to Teach You How to Be Gay:” LGBTQ+ Client Experiences of Othering in Emotionally Focused Couple Therapy, di Caitlin Edwards, Lekie Dwanyen, Andrea Wittenborn e Robert Allan, pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (Wiley) (2026), doi: 10.1111/jmft.70141, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Non esiste una risposta giusta per orientarsi tra le sfumature delle preferenze delle persone assistite riguardo al parlare di identità e alla rivelazione dell’identità di chi conduce la terapia; questa conversazione non è una taglia unica che va bene per tutti.
Caitlin Edwards, Lekie Dwanyen, Andrea Wittenborn e Robert Allan
Abstract
Nonostante l’enfasi crescente sull’importanza di affrontare le intersezioni tra l’identità delle persone assistite e quella di chi fa terapia per migliorare gli esiti terapeutici, le persone in terapia che hanno identità marginalizzate continuano a subire l’alterizzazione. L’alterizzazione è un processo che genera marginalizzazione e disuguaglianza sulla base di un’identità di gruppo preconcetta, implica la costruzione egemonica dell’appartenenza e della non appartenenza e comporta spesso sia stereotipizzazione sia razzializzazione. Questo articolo riferisce l’esperienza di alterizzazione di persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer/in questioning e altre (LGBTQ+) seguite in terapia di coppia focalizzata sulle emozioni (EFCT), sia nella propria terapia sia nel partecipare a uno studio di ricerca sull’adattamento dell’EFCT all’esperienza vissuta specifica delle comunità LGBTQ+. Lo studio si è basato sull’analisi dei casi negativi nel quadro di un’analisi tematica (AT) per sviluppare tre temi: (1) comprendere o ingigantire l’identità, (2) istruire chi fa terapia e (3) approfondire le conversazioni sull’identità.
Parole chiave: terapia di coppia focalizzata sulle emozioni, LGBTQ+, alterizzazione
La ricerca esistente documenta gli esiti positivi della psicoterapia culturalmente responsiva, compresa la terapia di coppia (Ellis et al. 2022; Hall et al. 2019; Soto et al. 2018). Un aspetto intrinseco della terapia culturalmente responsiva è l’integrazione delle identità delle persone assistite e di chi fa terapia (Davis et al. 2018; Pettyjohn et al. 2020). Nonostante la ricerca a sostegno di un orientamento multiculturale del lavoro terapeutico (ad es. Jennings and Sprankle 2023; Owen et al. 2014), le persone assistite che hanno identità marginalizzate continuano a subire l’alterizzazione in terapia. L’alterizzazione è un processo multidimensionale attraverso il quale un ingroup dominante si concentra in modo riduzionistico sulle caratteristiche «carenti» di un outgroup, portando a discriminazione e marginalizzazione (Jensen 2011). Per comprendere meglio questo divario persistente tra la promessa di una pratica culturalmente responsiva e le realtà che le persone assistite affrontano, questo articolo riferisce le esperienze di alterizzazione di persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer/in questioning e altre (LGBTQ+) seguite in terapia di coppia focalizzata sulle emozioni (EFCT), sia nella propria terapia sia nel contesto della partecipazione a uno studio di ricerca (Edwards et al. 2025).
Sia chi fa terapia sia le persone assistite portano in terapia le proprie identità distinte; queste identità interagiscono nel corso della terapia, creando così una mescolanza di prospettive, culture ed esperienze potenzialmente concordanti (Pettyjohn et al. 2020). L’identità della persona assistita e quella di chi fa terapia incidono, per esempio, sull’alleanza terapeutica (cioè una relazione collaborativa con un consenso sugli obiettivi e sui compiti della terapia [Cruwys et al. 2023]). Un’identità sociale condivisa predice sia l’alleanza di lavoro sia la percezione, da parte della persona assistita, dell’utilità della terapia (Cruwys et al. 2023), mentre la competenza terapeutica nel gestire le differenze razziali ed etniche dipende dal genere sia della persona assistita sia di chi fa terapia (Kivlighan et al. 2019); sembra che le figure terapeutiche non colgano le intersezioni di oppressione vissute dalle donne razzializzate (Kivlighan et al. 2019). L’identità incide anche sulla percezione della competenza terapeutica: le persone assistite appartenenti a minoranze razziali ed etniche percepiscono le figure terapeutiche appartenenti a minoranze razziali/etniche come più autentiche e culturalmente competenti (Phillip and Maimon 2023).
Inoltre, avere un’identità marginalizzata incide sul ricorso alla terapia, poiché le persone con identità storicamente marginalizzate sono più restie a iniziare una terapia (Jones 2024) e le persone assistite appartenenti a minoranze razziali/etniche la interrompono prima (Zeber et al. 2017). Di conseguenza, chi lavora in terapia con persone che hanno identità diverse dalla propria (ad es. figure terapeutiche cisgender che lavorano con persone transgender) può incontrare sfide specifiche, vivere apprendimenti inattesi e dover sviluppare conoscenze e competenze essenziali a sostegno della propria capacità di svolgere un lavoro terapeutico efficace (McGeorge et al. 2021; Salpietro et al. 2019). Uno degli aspetti delle conoscenze e competenze necessarie per orientarsi nella complessità dell’identità di chi fa terapia e delle persone assistite è la capacità di concettualizzare come le identità interagiscono.
Diversi quadri di riferimento possono aiutare chi fa terapia a concettualizzare le interazioni tra la propria identità e quella delle persone assistite, tra cui l’intersezionalità (Crenshaw 1989), l’orientamento multiculturale (MCO; Davis et al. 2018; Owen 2013; Owen et al. 2011) e il modello ADDRESSING di Hays (2024). L’intersezionalità (Crenshaw 1989) concepisce le esperienze vissute come sfaccettate, dinamiche e soggettivamente influenzate dalla posizione sociale delle persone, cioè dalla loro vicinanza ai vantaggi e agli svantaggi strutturali derivanti dalle loro identità intersecanti. Questo quadro riconosce inoltre la vicinanza alla marginalizzazione sistemica (ad es. povertà, detenzione di un caregiver, separazione familiare forzata) come elemento centrale della posizione sociale e va oltre l’identità individuale. Uno sguardo intersezionale mette in luce come l’appartenenza percepita a un gruppo esponga le persone e le relazioni a forme specifiche e complesse di discriminazione e pregiudizio (Crenshaw 1989). Poiché la comprensione che ciascuna persona ha delle proprie identità è unica, anche la sua esperienza del pregiudizio e della discriminazione sarà intrinsecamente unica (Crenshaw 1989).
Il quadro dell’orientamento multiculturale (MCO; Davis et al. 2018; Owen 2013) propone modi di stare con le persone assistite. I tre pilastri dell’MCO sono l’umiltà culturale, il comfort culturale e le opportunità culturali. L’umiltà culturale riflette la capacità di chi fa terapia di instaurare relazioni egualitarie con le persone assistite, mantenendo consapevolezza di sé e un atteggiamento non difensivo riguardo alla propria capacità di orientarsi verso l’altro. Il comfort culturale è il grado di agio autentico con cui chi fa terapia sostiene conversazioni multiculturali in seduta, e le opportunità culturali riflettono le azioni terapeutiche volte a esplorare l’identità culturale (Davis et al. 2018; Owen 2013). La ricerca mostra che le figure terapeutiche con alti livelli di umiltà e comfort culturali — che inoltre colgono le opportunità culturali — ottengono esiti terapeutici migliori (Davis et al. 2018; Owen et al. 2016).
Il modello ADDRESSING mette in evidenza le norme e i sistemi culturali che concedono o negano privilegi e consente di comprendere la diversità all’interno del gruppo (Hays 2024). L’acronimo può aiutare chi fa terapia a valutare come le proprie identità possano influenzare la relazione terapeutica e come le persone assistite possano vivere il mondo in base alle loro identità intersecanti: Age/generation (età/generazione), Developmental/other Disability (disabilità dello sviluppo o di altro tipo), Religion/spirituality (religione/spiritualità), Ethnicity/racial identity (etnia/identità razziale), SES (status socioeconomico), Sexual orientation (orientamento sessuale), Indigenous heritage (origine indigena), National origin (origine nazionale) e Gender (genere) (Hays 2024). ADDRESSING incoraggia chi fa terapia a (1) condurre autovalutazioni continue su come l’identità plasma il lavoro terapeutico, (2) prestare attenzione alle disuguaglianze strutturali radicate nel sistema di salute mentale, (3) affrontare l’oppressione sistemica e (4) concentrarsi sui punti di forza delle persone assistite (Hays 2024). Benché numerosi modelli e quadri aiutino chi fa terapia a concettualizzare e affrontare il modo in cui le identità della persona assistita e della figura terapeutica interagiscono nel corso della terapia, molte figure terapeutiche possono lasciarsi sfuggire opportunità culturali (Davis et al. 2018) o, inavvertitamente, dire o fare qualcosa che alterizza la persona assistita.
In generale, l’alterizzazione è un processo che genera marginalizzazione e disuguaglianza sulla base di un’identità di gruppo preconcetta (Powell and Menendian 2016) e implica la costruzione egemonica dell’appartenenza e della non appartenenza (Akbulut and Razum 2022). L’alterizzazione si verifica quando a una persona o a un gruppo vengono attribuiti, in modo sistematico o interpersonale, tratti vissuti come estranei, indesiderabili o alieni (Milkavcic and LeBlanc 2014), e comporta spesso sia stereotipizzazione sia razzializzazione (Powell and Menendian 2016). Per alterizzare, un ingroup deve concepire l’identità come dicotomica, creando così un outgroup (Akbulut and Razum 2022). L’alterizzazione presuppone infatti che la società sia composta da gruppi reali e distinguibili e, quindi, dà per scontato che esistano autentiche differenze tra gruppi (Akbulut and Razum 2022).
Purtroppo l’alterizzazione si verifica in terapia, perché i modi in cui il potere e l’oppressione esistono nella stanza di terapia rispecchiano i modi in cui queste dinamiche si manifestano nel contesto socioculturale più ampio (Moodley 2009). Le figure terapeutiche che invalidano e decentrano le voci marginalizzate fuori dalla stanza di terapia possono riprodurre questi processi con le persone che seguono, mentre chi si sintonizza con empatia sulle esperienze di oppressione e marginalizzazione delle persone assistite tende a farlo anche fuori dalla terapia (Kuo et al. 2022). L’atto di alterizzazione da parte di chi fa terapia incide negativamente sull’accesso a cure di qualità e, di conseguenza, aggrava le disuguaglianze di salute esistenti (Bhugra et al. 2023).
L’alterizzazione è spesso un processo complesso, che dipende sia dalle persone coinvolte sia dal contesto (Powell and Menendian 2016). Possono esserci aspetti di una persona che vengono alterizzati (ad es. la condizione di disabilità), mentre altri aspetti dell’identità vengono accolti (ad es. la razza). L’alterizzazione si verifica infatti quando un aspetto indesiderato dell’identità sociale è visibile, ma anche svalutato in quel contesto (Powell and Menendian 2016). L’alterizzazione può anche avvenire involontariamente o per ignoranza, da parte di figure terapeutiche che non sono consapevoli di come l’identità incida sul lavoro terapeutico. Per questo è necessario ricorrere ai modelli e ai quadri che aiutano a comprendere come interagiscono l’identità della persona assistita e quella di chi fa terapia, così da limitare le esperienze di alterizzazione.
Le microaggressioni (cioè esperienze interpersonali comuni e brevi che trasmettono messaggi denigratori su un gruppo di persone sulla base di pregiudizi e convinzioni inconsce [Sue et al. 2022]) sono una forma comune di alterizzazione. Le microaggressioni possono essere verbali o non verbali, sono spesso indirette, possono verificarsi in situazioni in cui esistono spiegazioni alternative per un tratto o un comportamento ed è più probabile che si verifichino quando le persone fingono di non notare le differenze (Sue et al. 2022). Chi perpetua le microaggressioni adotta spesso una visione individualistica dei tratti e dei comportamenti delle persone, negando così l’impatto sistematico, cognitivo e comportamentale della razza, dell’etnia, del genere, dell’orientamento sessuale, della condizione di disabilità e della religione/spiritualità (Sue et al. 2022). Esistono diversi tipi di microaggressioni, tra cui i microinsulti (svalutazioni sottili), i microassalti (offese esplicite) e le microinvalidazioni (cioè la negazione dell’esperienza di una persona, in particolare di marginalizzazione e oppressione [Sue et al. 2022]). Quando si verificano in terapia, le microaggressioni sono associate a esiti peggiori per le persone assistite (Davis et al. 2016). Per esempio, le persone transgender in terapia riferiscono una mancanza di rispetto per la loro identità di genere (ad es. il misgendering), la confusione tra identità sessuale e identità di genere e un’enfasi eccessiva sulla disforia di genere come diagnosi, con un impatto negativo sugli esiti della terapia (Morris et al. 2020).
Questo articolo fa parte di uno studio più ampio volto a comprendere le esperienze delle persone LGBTQ+ seguite in EFCT e le loro raccomandazioni per adattare l’EFCT. Nel corso di questo processo, le persone partecipanti hanno parlato di esperienze in terapia che affermavano la loro identità, ma anche di esperienze vissute come alterizzanti. Questo articolo descrive ciò che le persone partecipanti riferiscono riguardo al sentirsi alterizzate sia nella propria terapia sia nel partecipare a questo studio.
L’EFCT (Johnson 2019) è un approccio al trattamento relazionale ampiamente studiato e basato sulle evidenze (Spengler et al. 2022). L’EFCT integra elementi della teoria dei sistemi, dei metodi esperienziali e della terapia familiare umanistica ed è fondata sulla teoria dell’attaccamento (Johnson 2019). Gli interventi associati all’EFCT mirano a favorire una maggiore sintonizzazione emotiva tra i partner, a ridurre i pattern di interazione distruttivi e a rafforzare i legami di attaccamento (Johnson 2019).
La letteratura empirica che descrive l’EFT applicata a popolazioni diverse è limitata. L’EFCT «pura» è stata studiata con coppie iraniane (ad es. Ahmadi et al. 2014; Najafi et al. 2015), coppie taiwanesi (Tseng et al. 2024) e coppie eterosessuali afroamericane (Nightingale 2019). Tuttavia, hanno cominciato a comparire articoli sia concettuali (ad es. Allan and Johnson 2016; Guillory 2021) sia empirici per colmare queste lacune. Per esempio, adattamenti culturali generali dell’EFCT sono stati descritti da Allan et al. (2022), Hattori (2014) illustra un’EFCT culturalmente adattata con coppie giapponesi ed Edwards et al. (2025) documentano le raccomandazioni di figure terapeutiche EFCT per l’uso dell’EFCT con persone e relazioni LGBTQ+.
Lo studio era stato inizialmente concepito per raccogliere informazioni da persone seguite in EFCT che si identificavano come membri delle comunità LGBTQ+ su come adattare l’EFCT per tenere conto delle loro esperienze vissute specifiche. Questi risultati principali sono descritti in Edwards et al. (2025). Il presente articolo si concentra specificamente sul tema inatteso dell’alterizzazione, emerso sia quando le persone partecipanti parlavano delle loro esperienze personali di EFCT sia durante il processo stesso dello studio: il test di visione («theater testing»).
Il test di visione è un metodo di raccolta dati sviluppato nelle ricerche di mercato per ottenere il riscontro delle persone partecipanti su prodotti, servizi e pubblicità (National Cancer Institute 2004). Consiste nel far interagire un piccolo gruppo mirato di partecipanti con materiali audiovisivi e/o nel farne oggetto di discussione (National Cancer Institute 2004). Nelle ricerche di mercato, il test di visione è spesso combinato con i focus group (National Cancer Institute 2004). L’uso di focus group di test di visione consente di raccogliere un ventaglio di opinioni ed esperienze e di capire perché le persone partecipanti al focus group pensano e sentono ciò che pensano e sentono riguardo al materiale audiovisivo (Hodock 1980; Whitehill King et al. 1993). Nelle ricerche di mercato, questo offre a chi conduce la ricerca l’opportunità di apportare modifiche per vendere meglio il prodotto o il servizio (Atkin and Freimuth 2013).
Quando viene utilizzato nella ricerca sugli interventi, il test di visione con focus group prevede che il pubblico destinatario dell’intervento osservi e discuta l’impatto dell’intervento, la sua fattibilità e il potenziale di modifiche culturalmente pertinenti (Wingood and DiClemente 2008). In particolare, il test di visione può servire a raccogliere le voci e le esperienze in prima persona di specifici gruppi culturali, per stabilire come aumentare la pertinenza culturale di un intervento (Wingood and DiClemente 2008). Tra gli adattamenti culturali emersi dall’uso del test di visione figurano una maggiore attenzione all’autogestione dei sintomi dell’HIV in Thailandia (Khumsaen and Stephenson 2017) e lo sviluppo di un’app di prevenzione dell’HIV per uomini che fanno sesso con uomini (MSM; Goldenberg et al. 2015).
Lo studio è stato pubblicizzato tramite la mailing list queer dell’EFCT, la mailing list dell’International Centre for Excellence in Emotionally Focused Therapy (ICEEFT) e gruppi Facebook queer dedicati all’EFCT tra aprile e ottobre 2023. Sono state contattate anche figure responsabili di centri EFCT e organizzatrici e organizzatori di comunità, a cui è stato chiesto di condividere le informazioni sullo studio con le proprie reti EFCT locali. Tutte le figure terapeutiche di paesi anglofoni presenti nell’elenco dell’ICEEFT hanno ricevuto un invito via e-mail. Gli annunci includevano dettagli sullo scopo dello studio, sulle procedure, sulla natura volontaria della partecipazione e sul compenso.
Per poter partecipare, le persone dovevano: (1) identificarsi come membri delle comunità LGBTQ+, (2) aver completato almeno sei sedute di EFCT con un o una partner con cui avevano una relazione da almeno 1 anno e (3) avere almeno 18 anni. Sono state escluse le persone che stavano vivendo una psicosi attiva, violenza nella coppia o ideazione suicidaria. Le persone che hanno riferito ideazione suicidaria durante lo screening sono state indirizzate alla linea di crisi 988 e alle risorse di supporto locali pertinenti.
Hanno partecipato in totale 35 persone che si identificavano come LGBTQ+. La maggior parte si identificava come bianca (71%) e proveniva dagli Stati Uniti (89%). Le altre risiedevano in Belgio (3.67%), Canada (3.76%) e Australia (3.76%). Due persone partecipanti si sono identificate come multirazziali, due come asiatiche, due come nere e due hanno preferito non indicare la propria razza. Tre si sono identificate come ispaniche, latine/latinx o di origine spagnola: due come messicane, messicano-americane o chicane/chicanx e una come brasiliana. Sette persone partecipanti hanno dichiarato di lavorare in ambito terapeutico; quattro di loro avevano una formazione specifica in EFCT, sei erano in possesso di un master e una di un dottorato. La maggior parte delle persone partecipanti (95%) si è detta soddisfatta dell’EFCT. Altri dati sociodemografici (ad es. età, reddito annuo) sono riportati in Edwards et al. (2025).
La raccolta dei dati è iniziata dopo l’approvazione dell’IRB della Michigan State University (n. 8915). Una settimana prima di ogni sessione di focus group, le persone partecipanti hanno ricevuto un’e-mail contenente l’ordine del giorno e gli obiettivi, la traccia d’intervista, un link alla riunione Microsoft Teams e i link al modulo di consenso e al questionario sociodemografico. Un’e-mail di promemoria è stata inviata 24 h prima della sessione prevista. I focus group sono durati tra 105 e 142 min, con una durata media di 122 min (cfr. Edwards et al. (2025) per ulteriori dettagli sulla metodologia).
In linea con le raccomandazioni di Krueger e Casey (2015) per la conduzione dei focus group, questi sono iniziati con una serie di domande di apertura, incentrate su come le persone partecipanti avessero trovato la figura terapeutica EFCT che le seguiva e su come questa avesse favorito un senso di sicurezza. Le persone partecipanti hanno poi guardato due spezzoni dei video di formazione EFCT The EFT Path to Secure Connection: Working Successfully with Same‐Sex Couples (Reel Concepts for Susan Johnson Inc. 2011). Il primo spezzone era incentrato sull’individuazione dei cicli di interazione negativi con una coppia di uomini gay, mentre il secondo mostrava il recupero del coinvolgimento di una partner ritirata in una coppia lesbica. In entrambe le sedute compariva la stessa terapeuta esperta di EFCT, formatrice e supervisora, che dimostrava l’EFCT con fedeltà al modello. Questi video illustravano le pratiche standard dell’EFCT, ma non incorporavano le strategie socioculturali comunemente utilizzate con popolazioni marginalizzate. Pertanto, sebbene i video modellassero un’EFCT efficace e «pura», non avevano l’obiettivo esplicito di riflettere pratiche terapeutiche culturalmente responsive e/o affermative.
Le trascrizioni dei focus group sono state generate da Microsoft Teams e utilizzate poi per l’analisi dei dati. Prima dell’analisi, la persona prima firmataria ha rivisto ogni trascrizione ascoltando la registrazione audio corrispondente e correggendo eventuali errori di trascrizione. Sono state adottate procedure analitiche flessibili e induttive per rendere conto della ricchezza emersa all’interno dei dati. Tutti i dati sono stati analizzati con le procedure dell’AT, un metodo in sei passaggi per l’analisi di dati qualitativi. I sei passaggi (Braun and Clarke 2006) sono: (1) familiarizzare con i dati, (2) generare i codici iniziali, (3) individuare i temi potenziali, (4) rivedere tali temi, (5) definire e denominare i temi e (6) redigere il rapporto finale.
Per avviare la familiarizzazione, la persona prima firmataria ha ascoltato ogni registrazione dei focus group prendendo appunti e ha poi letto ogni trascrizione quattro volte, come raccomandato per consentire un coinvolgimento profondo con i dati (Saldana 2021). Anche la presa di appunti ha favorito questo processo, documentando i principali spunti di ciascun gruppo e le prime impressioni sui dati. Successivamente sono stati generati i codici iniziali individuando parole chiave, concetti, brevi frasi e codici in vivo (le parole esatte delle persone partecipanti) essenziali per le principali domande di ricerca.
In seguito, per individuare i temi potenziali, la persona prima firmataria ha iniziato identificando pattern, idee ricorrenti e possibili categorie in grado di organizzare i codici chiave. È seguita una codifica latente, utilizzata per interpretare significati e concetti più profondi e sottostanti a partire dal contesto dei dati (Saldana 2021). I codici latenti sono stati poi indicizzati mediante una procedura standardizzata in Microsoft Word. Durante la codifica sono emersi diversi temi salienti che non erano stati esplicitamente previsti nel disegno originale dello studio. Questi temi sono stati integrati nei successivi cicli di analisi e di generazione dei temi attraverso un processo iterativo di affinamento dei codici e di stesura di memo. L’emergere di questi risultati ha suscitato una frequente riflessione sullo scopo originario dello studio, dato che nella ricerca qualitativa possono presentarsi risultati inattesi (Creswell and Poth 2018).
Per questo la seconda, la terza e la quarta persona firmataria hanno condotto audit interni ed esterni per rafforzare l’affidabilità dello studio. La terza persona firmataria ha svolto audit interni della tracciabilità dei dati, garantendo la coerenza tra i dati esistenti (registrazioni audio, trascrizioni, note della prima persona firmataria) e i temi e sottotemi finali. L’intero gruppo di autrici e autori ha condotto audit esterni per verificare che la presentazione finale dei risultati fosse in linea con gli obiettivi dello studio, i metodi e le affermazioni delle persone partecipanti. Ciò ha garantito che i codici, i temi e il rapporto finale restassero il più possibile vicini alle prospettive delle persone partecipanti, in particolare il tema emergente e inatteso dell’alterizzazione. Questi processi hanno sostenuto la riflessività di chi conduceva la ricerca e hanno aiutato a gestire possibili presupposti e pregiudizi lungo tutto il processo di ricerca.
La credibilità della ricerca qualitativa si valuta in base alla chiarezza con cui vengono presentati i dati e i metodi di ricerca (Hadi and José Closs 2016). Per accrescere la trasparenza dello studio, il gruppo di ricerca ha fornito una descrizione dettagliata delle procedure di ricerca e prove di triangolazione (cioè l’uso di più fonti di dati per sviluppare una comprensione completa dell’argomento [Hadi and José Closs 2016]), comprese le note e i memo redatti dalla persona che co-facilitava il focus group. Per verificare l’accuratezza delle trascrizioni, a ogni partecipante è stata inviata via e-mail una copia delle proprie risposte da rivedere (cioè il member checking). Il member checking consente alle persone partecipanti di confermare se le loro prospettive sono state rappresentate con accuratezza, aiutando così chi conduce la ricerca a garantire l’autenticità del resoconto delle loro esperienze (Creswell and Poth 2018). Tre partecipanti hanno rivisto le proprie trascrizioni e confermato che le loro opinioni erano riportate con accuratezza, mentre altre due persone hanno condiviso gli appunti presi durante le sessioni del focus group.
All’inizio di questo progetto, il gruppo di ricerca non si aspettava di scoprire che parlare di identità avrebbe fatto sentire alterizzate le persone partecipanti; la ricerca esistente sostiene con forza l’integrazione dell’identità nel processo terapeutico, in particolare con le persone LGBTQ+ (Neff 2024). Per questo l’articolo si concentra sull’analisi dei casi negativi, che consiste nell’analisi e nell’inclusione deliberate di dati che non corrispondono alle previsioni teoriche o ai pattern attesi (Hanson 2017; Miles et al. 2019). L’analisi dei casi negativi accresce l’affidabilità e il rigore della ricerca qualitativa, poiché comporta un’indagine completa dei fattori che potrebbero spiegare i dati inattesi e consente a chi fa ricerca di rivedere i propri presupposti teorici (Hanson 2017; Miles et al. 2019).
La persona prima firmataria, bianca, pansessuale, poliamorosa, agender, con una presentazione femminile e proveniente da un ambiente di classe medio-bassa, ha tenuto diari riflessivi per tutta la durata del progetto per esaminare come le proprie identità sociali plasmassero la produzione e l’interpretazione della conoscenza. Poiché ha organizzato e condotto tutti i focus group, il suo posizionamento ha probabilmente influenzato il processo di ricerca. La corrispondenza tra le sue identità e quelle di molte persone partecipanti potrebbe aver facilitato il rapporto, incoraggiando le persone partecipanti a condividere con maggiore apertura e consentendo di raccogliere dati più ricchi. Nel loro insieme, le quattro persone firmatarie rappresentano identità diverse e condividono tutte interessi di ricerca per la pratica basata sulle evidenze e per terapie sistemiche culturalmente sintonizzate.
Le persone partecipanti hanno condiviso riscontri complessi e sfumati su quanto osservato nei video e sulle proprie esperienze di EFCT, da cui è emerso il tema inatteso dell’alterizzazione. Tutte le persone partecipanti hanno riferito di aver cercato specificamente una figura terapeutica con esperienza di lavoro con le comunità LGBTQ+. Tuttavia, il grado in cui desideravano che le loro identità LGBTQ+ fossero integrate nell’EFCT variava, e alcune persone si sono sentite alterizzate. In effetti, i modi in cui si parlava — o non si parlava — di identità, sia in terapia sia nei video di formazione, sono stati vissuti in modo complesso. Dall’analisi dei casi negativi sono emersi tre temi legati a questa esperienza di alterizzazione: (1) comprendere o ingigantire l’identità, (2) istruire chi fa terapia e (3) approfondire le conversazioni sull’identità.
Tutte le persone partecipanti concordavano sul fatto che chi fa terapia debba avere esperienza di lavoro con le comunità LGBTQ+; per loro era importante che la figura terapeutica capisse che cosa significa non essere eterosessuali e/o non essere cisgender. Tuttavia, alcune persone partecipanti cisgender hanno spiegato che, se la figura terapeutica avesse parlato della loro identità sessuale, si sarebbero sentite alterizzate: avrebbero vissuto la propria identità come ingigantita, creando così un confronto tra relazioni eterosessuali/cisgender e relazioni LGBTQ+, il che avrebbe significato che la loro relazione non era «sullo stesso piano di qualsiasi altra relazione» (P15). Creando questo confronto, riferivano le persone partecipanti, avevano l’impressione che chi le seguiva non conoscesse le relazioni LGBTQ+ e/o che esistesse una differenza intrinseca e problematica tra le loro relazioni e quelle eterosessuali/cisgender.
Infatti, diverse persone partecipanti hanno osservato che, se la figura terapeutica avesse parlato della loro identità sessuale, ciò avrebbe significato che la loro relazione era anormale. P2 ha spiegato che la terapia non era uno spazio in cui il genere o la sessualità dovessero essere «messi in evidenza», perché «volevo solo essere come chiunque altro». Di conseguenza, l’assenza di discussione sulla sessualità significava essere «praticamente come chiunque altro» (P11). Parlare di identità avrebbe fatto «sentire diverse» le persone partecipanti (P11). Ciò era direttamente legato al sentirsi al sicuro nella relazione terapeutica, come spiega P8: «[la nostra sessualità] non era un problema, ed è così che mi sentivo al sicuro, perché non era niente». P7 lo ha riassunto così: «Credo che non sia [mai] stato davvero menzionato, e questo dà una sensazione di accettazione totale».
Inoltre, diverse persone partecipanti hanno affermato che l’identità LGBTQ+ non aveva rilevanza per il problema presentato. Hanno fornito varie ragioni: si sentivano abbastanza sicure nella propria identità lesbica da non ritenerla rilevante (ad es. P7, P16, P17), la loro identità queer era pienamente accettata dal o dalla partner (ad es. P27, P28), i problemi presentati riguardavano esperienze non legate alla marginalizzazione LGBTQ+ (ad es. P7, P8, P11, P12, P14, P24), oppure perché affrontare le difficoltà di una relazione interrazziale aveva la precedenza (ad es. P12, P13, P14). Per questo, per alcune persone partecipanti è stato difficile guardare il video di formazione della prima fase, in cui la terapeuta parla apertamente dell’identità gay maschile. Per P4, «[la terapeuta] ha fatto del loro essere gay un problema, e il problema era la sicurezza e la vulnerabilità…. Non fare dell’essere gay un problema. Se è un problema… non dovresti seguire una coppia gay».
D’altra parte, due persone partecipanti non cisgender hanno notato che anche concentrarsi sull’identità di genere fino a escludere il problema presentato e a ignorare altre parti dell’identità di una coppia risultava alterizzante. P27 ha raccontato la propria esperienza in EFCT: «…si è dato per scontato che il mio essere trans fosse un problema, soprattutto un problema nel mio attaccamento con gli altri. Nella mia seduta individuale l’attenzione [della figura terapeutica che ci seguiva] si è concentrata interamente sulla mia identità trans». (P27). La persona partner di P27 (P28), che si identificava come non binaria, ha spiegato ulteriormente come questa attenzione alla sola identità trans risultasse alterizzante: «È stato davvero doloroso che [chi ci seguiva in terapia] non riconoscesse nemmeno la mia identità [non binaria]. E nessuna delle due persone ha avuto l’impressione che [le nostre sedute individuali] avessero a che fare con la nostra relazione». L’attenzione all’identità — a certe identità — invece che a ciò che le persone assistite ritengono rilevante ha amplificato la sensazione di essere alterizzate e le esperienze di marginalizzazione.
Le persone partecipanti cercavano spesso figure terapeutiche con esperienza LGBTQ+ per non dover istruire chi le seguiva sulle identità e sulle esperienze LGBTQ+; come ha detto P20, avere una figura terapeutica che conoscesse l’esperienza vissuta dell’essere LGBTQ+ significava non dover «fare tutte quelle maledette spiegazioni». Per questo, l’essere responsabili di istruire chi fa terapia sulle comunità LGBTQ+ era percepito come un compito che viene affidato abitualmente alle persone marginalizzate e come uno dei modi principali in cui si sentivano alterizzate. P35 ha spiegato: «Pago per istruire [chi mi segue in terapia] su una cosa che è piuttosto ragionevole aspettarsi che sappia già. Non credo che lo pretenderemmo da chi non appartiene a una minoranza». La necessità di istruire chi fa terapia sulle comunità LGBTQ+ ha portato le persone partecipanti a parlare anche della mancanza di sicurezza insita nel fatto che la figura terapeutica impari a conoscere le loro identità durante la terapia. Per esempio, P24 ha affermato: «Non sentirei lo stesso sostegno… dovendo spiegare che cosa vuol dire essere queer». P3 lo ha riassunto in modo lapidario: «Non sono qui per insegnarti a essere gay».
Diverse persone partecipanti hanno riferito che era importante che chi fa terapia imparasse, ma anche che si assicurasse che l’attenzione restasse sull’esperienza della persona assistita e non sul proprio apprendimento. Ciò è apparso particolarmente evidente a chi ha notato che la terapeuta del video di formazione ripeteva più volte di non aver mai pensato a un’esperienza particolarmente comune tra gli uomini gay (essere iperindipendenti per evitare di essere considerati effeminati). Il fulcro della terapia si spostava così dalla relazione della coppia all’esperienza della terapeuta alle prese con informazioni nuove. P31 ha osservato: «Credo che la cosa davvero alterizzante sia quando qualcuno reagisce con grande stupore a un aspetto della tua identità o della tua esperienza». Ciò sottolineava che la sessualità delle persone partecipanti e, quindi, parti intrinseche di loro stesse erano altre, aliene, estranee, e che non potevano aspettarsi sicurezza da figure terapeutiche che le alterizzavano. La constatazione di questa mancanza di sicurezza ha suscitato rabbia in alcune persone partecipanti, come ha spiegato P14:
La risposta [della terapeuta] mi ha dato fastidio… [il cliente del video di formazione] aveva raccontato di essere stato un ragazzino gay, cosa che aveva implicazioni diverse, e qualsiasi emotività veniva attribuita alla femminilità. Il che aveva una connotazione molto negativa. E quando la terapeuta ha detto “Non ci avevo mai pensato”… io ho pensato… dovresti saperlo. [So che] è stato girato nei primi anni 2000 e che la formazione delle figure terapeutiche sull’identità queer semplicemente non c’era. E non c’è ancora… ma non ti era mai venuto in mente?
D’altra parte, alcune persone partecipanti hanno sottolineato l’importanza che chi fa terapia abbia la disponibilità a imparare dalle persone che segue. P15, P16, P17, P21 e P22 hanno riferito che la curiosità autentica della figura terapeutica per le loro esperienze vissute era significativa e generava sicurezza. Questa dualità — l’idea che sia importante che chi fa terapia impari, e che sia altrettanto importante che non esprima questo apprendimento alle persone che segue, soprattutto quando riguarda l’identità sessuale e/o di genere — sottolinea la complessità del come e del quando le persone LGBTQ+ in terapia si sono sentite alterizzate.
Le persone partecipanti hanno inoltre osservato che, in alcune circostanze, era utile che chi fa terapia parlasse apertamente delle identità LGBTQ+. P16 e P17 hanno raccontato che la loro terapeuta aveva chiesto quali pronomi usassero e aveva affrontato la propria identità all’inizio della terapia, generando una sensazione di agio e di sicurezza. Inoltre, tutte le persone partecipanti che si identificavano come non bianche hanno riferito che parlare di come la razza e l’etnia influissero sulle dinamiche della loro relazione era essenziale per garantire la sicurezza nella relazione terapeutica. Tutte le persone partecipanti che hanno affermato che parlare di identità era importante hanno sottolineato che l’identità non andava affrontata in modo superficiale, ma che era necessaria una discussione più profonda sull’identità e sulle sue implicazioni.
Approfondire la discussione sull’identità significava in parte che la figura terapeutica doveva andare oltre gli stereotipi. Infatti, guardando il video di formazione, P11 ha notato quanto sia importante la scelta delle parole quando si parla di un’identità che chi fa terapia non condivide con le persone che segue: «… [la terapeuta] non ha nemmeno detto è come se [sic] fossi uno straniero in terra straniera. Ha detto: “sei uno straniero in terra straniera”. Ho pensato: non puoi davvero parlare dell’esperienza di una persona queer se non sei queer». L’enfasi sul linguaggio, sul modo in cui chi fa terapia formula affermazioni sull’identità, sottolinea l’importanza di porre domande e di lavorare da una posizione di non sapere, in cui sono le persone assistite a essere esperte.
L’importanza di porre domande, di usarle per andare più a fondo, è emersa quando le persone partecipanti hanno indicato i momenti in cui la terapeuta esperta avrebbe potuto approfondire la discussione sull’identità nei video di formazione: «…stavano parlando di ruoli di genere, e [la terapeuta] parla degli uomini in generale. C’erano tantissime occasioni per riflettere e collocare la loro sessualità e la loro relazione nella cornice dell’attaccamento» (P34). P1 ha osservato che la terapeuta esperta non ha approfondito la discussione sul coming out, il che le ha impedito sia di comprendere più a fondo il cliente sia di permettere alla coppia di parlare di come avessero creato nella loro relazione una sicurezza sufficiente perché uno dei due facesse coming out al lavoro per la prima volta. Diverse persone partecipanti hanno sottolineato che si trattava di un’occasione mancata cruciale, poiché il coming out può essere un rito di passaggio per le persone LGBTQ+, carico al tempo stesso di gioia e di paura.
Sebbene la terapeuta del video di formazione avesse parlato della dualità tra l’«oppressione esterna» e la conseguente esperienza di oppressione interiorizzata, «mancava una certa profondità nel modo in cui [la terapeuta] ha risposto a quei due elementi» (P31). P30 ha approfondito:
…all’inizio ho pensato: che cosa potente che abbia scelto di sollevare il tema dei messaggi sulla mascolinità… sta nominando quest’altra forza nello stesso modo in cui nomina le forze interne e le forze dell’attaccamento in gioco. E poi, appena si è arrivati al momento in cui la cosa usciva da ciò che lei riusciva a comprendere… riduzionista è la parola perfetta, come cercare di riportarla in un punto in cui lei la capisce e in cui è una scelta puramente individuale e una dinamica puramente individuale.
In effetti, uno degli uomini gay del video di formazione della prima fase aveva detto che avrebbe potuto «essere potenzialmente distrutto» facendo coming out. P11 lo ha notato e ha osservato: «Era una cosa così importante, così forte emotivamente da dire. E [la terapeuta esperta] l’ha ripetuta, ma non ne ha fatto niente». La mancanza di profondità, la mancanza di approfondimento, ha prodotto la sensazione di essere alterizzate. Inoltre, l’incapacità di contenere le complessità dell’intersezionalità nella relazione non è stata soltanto osservata nei video di formazione, ma anche vissuta nelle esperienze personali di EFCT delle persone partecipanti. P35, che si identificava come persona genderfluid, ha spiegato di non poter portare in terapia tutta sé stessa né tutte le sfumature della propria relazione:
…in macchina, tornando a casa, abbiamo parlato di… vogliamo semplicemente smettere di cercare di far capire il mio genere [alla nostra terapeuta]? Cioè, c’erano così tanti strati che semplicemente [abbiamo lasciato perdere]…. Lasceremo che ci tratti come una coppia cis/etero e vedremo se funziona così…. Credo che abbiamo ricavato di più dalle sedute successive, dopo aver lasciato perdere le [nostre] sfumature.
La mancanza di approfondimento dell’identità, l’incapacità di contenere la complessità e la normalizzazione del trattare le persone assistite «come qualsiasi coppia etero» (P21) hanno lasciato alcune persone partecipanti con la sensazione di essere aliene, anormali e alterizzate, mentre altre desideravano che le proprie identità non mettessero in ombra lo scopo della terapia.
Il presente studio documenta, mediante l’analisi dei casi negativi, il risultato inatteso dell’alterizzazione vissuta da membri delle comunità LGBTQ+ in EFCT. Le persone partecipanti hanno riferito che il perché, il quando e il come si parlava — o non si parlava — dell’identità LGBTQ+ influivano sulla loro esperienza sia della terapia sia della visione dei video di formazione. In particolare, hanno descritto che parlare di identità poteva indicare che la figura terapeutica confondeva la loro identità sessuale con il problema presentato; che il modo in cui si parlava di identità poteva indicare che le persone assistite dovevano dedicare tempo a istruire chi le seguiva su esperienze comuni nelle comunità LGBTQ+; e che, se si doveva parlare di identità, la conversazione andava orientata ad approfondire la comprensione delle esperienze vissute della persona assistita. Questi risultati suggeriscono che parlare dell’identità LGBTQ+ è una questione sfumata e intersezionale, poiché esiste una pluralità di opinioni su ciò che ciascuna persona (e ciascuna relazione) preferiva.
Le preferenze delle persone partecipanti riguardo al parlare della propria identità sessuale mettono in luce aspetti essenziali della terapia culturalmente responsiva, tra cui il valore di un dialogo aperto per stabilire le preferenze delle persone assistite sul focus della seduta e l’importanza di allineare il trattamento alla loro visione del mondo. Accogliere le preferenze delle persone assistite riduce gli abbandoni e migliora gli esiti (Swift et al. 2018), e le persone assistite preferiscono figure terapeutiche che ricorrono alla discussione aperta per adattare la terapia ai loro bisogni specifici (Di Malta et al. 2025). Inoltre, utilizzare modelli, metodi e interventi terapeutici in linea con i valori, le convinzioni e i presupposti delle persone assistite (cioè con la loro visione del mondo) è al tempo stesso un principio cardine dell’umiltà culturale (Mosher et al. 2017) e un modo per generare cure culturalmente sicure (Wright et al. 2021).
La ricerca sostiene l’uso del broaching in terapia (Chang and Berk 2009; Sanders Thompson and Alexander 2006; Zhang and Burkhard 2008; Zhang and McCoy 2008). Il broaching indica un’apertura costante e un impegno a esplorare con le persone assistite le questioni di diversità, cultura, identità, potere, privilegio e oppressione (Day‐Vines et al. 2020; Pettyjohn et al. 2020). Il broaching comprende diverse dimensioni: intra-counseling (cioè il riconoscimento delle somiglianze e delle differenze tra chi fa counseling e la persona assistita), intraindividuale (cioè il riconoscimento della natura intersezionale dell’identità), intraculturale (cioè il riconoscimento di possibili criticità che emergono nell’ingroup di chi fa terapia) e interculturale (cioè il riconoscimento, da parte di chi fa terapia, degli aspetti dell’oppressione che incidono sulla sofferenza della persona assistita [Day‐Vines et al. 2020]). La ricerca sugli esiti del broaching documenta una maggiore credibilità professionale, un’autorivelazione più ricca da parte delle persone assistite, una maggiore probabilità che tornino, un’alleanza di lavoro rafforzata ed esiti terapeutici superiori (Chang and Berk 2009; Sanders Thompson and Alexander 2006; Zhang and McCoy 2008). Le figure terapeutiche che praticano il broaching sono considerate più competenti sul piano culturale dalle persone che seguono (Allen 2024), in particolare dalle persone LGBTQ+ (Quiñones et al. 2015).
Non esiste una risposta giusta per orientarsi tra le sfumature delle preferenze delle persone assistite riguardo al parlare di identità e alla rivelazione dell’identità di chi conduce la terapia; questa conversazione non è una taglia unica che va bene per tutti. Sebbene le figure terapeutiche che affrontano l’identità siano considerate più competenti sul piano culturale e la ricerca esistente sostenga il broaching (Chang and Berk 2009; Sanders Thompson and Alexander 2006; Zhang and Burkhard 2008; Zhang and McCoy 2008), esse rischiano anche di danneggiare la relazione terapeutica. Per esempio, la relazione terapeutica può risentirne quando si parla di razza con persone assistite che aderiscono ad atteggiamenti «colorblind» (Allen 2024), e chi affronta la condizione di disabilità rischia di accrescere la sofferenza delle persone assistite, che possono sentirsi giudicate (Anderson 2024). Raccomandiamo quindi sia di fondarsi sulla ricerca nello spiegare perché si ritiene importante parlare delle identità delle persone assistite e di chi fa terapia, sia di procedere lentamente, chiedendo il consenso, verificando con le persone assistite di che cosa si sentono a proprio agio a parlare e seguendo la loro guida.
Modelli fondati sulla ricerca, come il quadro dell’intersezionalità (Crenshaw 1989), consentono a chi fa terapia di considerare come molteplici identità intersecanti possano influenzare le esperienze vissute delle persone assistite, coinvolgendole al contempo nelle loro prospettive sulle questioni di privilegio e svantaggio che incidono in modo specifico sulla loro vita quotidiana. Il modello ADDRESSING (Hays 2024) e altri simili possono completare questi quadri, consentendo a chi fa terapia di valutare e riconoscere le esperienze strutturali che perpetuano pregiudizio e discriminazione, restando in prossimità delle realtà vissute delle coppie e lasciando loro la possibilità di condividere se e come la loro salute, come persone e come sistema di coppia, possa risentire della marginalizzazione. Questi quadri non solo accrescono la consapevolezza, la conoscenza e l’umiltà rispetto a esperienze diverse dalle nostre, ma consentono anche di esaminare presupposti e comportamenti comuni che, intenzionalmente o meno, possono perpetuare microaggressioni in terapia e, in ultima analisi, compromettere gli esiti delle persone assistite (Davis et al. 2016).
Un adagio della terapia è «incontrare le persone là dove si trovano». Questi risultati indicano che è importante che chi fa terapia incontri le persone assistite nella fase dello sviluppo identitario in cui si trovano. L’identità indica il senso continuo di sé di una persona, definito dalle sue caratteristiche fisiche, psicologiche e interpersonali individuali, nonché dalle sue appartenenze e dai suoi ruoli sociali, e deriva dalla sensazione che i propri ricordi, convinzioni e valori appartengano al sé (American Psychological Association 2022). Esistono vari modelli di sviluppo identitario (ad es. Bishop et al. 2020) che descrivono come i membri delle comunità LGBTQ+ comprendono e integrano la propria identità non eterosessuale/non cisgender. Per esempio, uno dei modelli più dettagliati dello sviluppo dell’identità lesbica, gay e bisessuale è stato descritto da Cass (1979).
Cass (1979) sostiene che l’identità si acquisisce attraverso processi di sviluppo e di cambiamento comportamentale, e che la stabilità risiede nell’interazione tra la persona e il suo ambiente. Le persone possono avere identità pubbliche e private e, con il progredire dello sviluppo, questi aspetti dell’identità si integrano e diventano più congruenti. Il modello comprende sei fasi: dalla confusione (cioè il riconoscimento che le informazioni non eterosessuali sono personalmente rilevanti ed esperienze di incongruenza nella visione di sé), passando per una terza fase denominata tolleranza (cioè un contatto crescente con altre persone che si identificano come non eterosessuali), fino a una sesta fase denominata sintesi (cioè la possibilità di valutare in modo flessibile e idiografico sia le persone LGBTQ+ sia quelle eterosessuali, nonché l’accettazione di un’identità non eterosessuale come una parte della miriade di aspetti del sé [Cass 1979]). Può verificarsi una chiusura identitaria (foreclosure) se le reazioni proprie e altrui al riconoscimento e/o alla rivelazione dell’identità vengono percepite come negative.
Nonostante l’ampia accettazione iniziale del modello di Cass, sono emerse critiche importanti che mettono in discussione un approccio lineare per fasi allo sviluppo identitario (ad es. Horowitz and Newcomb 2002). Tra queste critiche figurano i limiti di un modello di sviluppo unidirezionale con un punto d’arrivo, che non consente di concettualizzare le identità secondo schemi più complessi, che includano identità in continua evoluzione, iterative e plasmate da contesti evolutivi, socioculturali, interpersonali e storici (D'Augelli 1994; Diamond 2006). Un’altra critica è che il modello di Cass e altri modelli di sviluppo dei primi tempi sono stati elaborati principalmente a partire da piccoli campioni comunitari composti per lo più da uomini gay adulti bianchi. Bishop et al. (2020), per esempio, hanno rilevato il valore degli approcci intersezionali e del corso di vita allo sviluppo dell’identità sessuale, osservando una variazione considerevole nei tempi e nei ritmi delle tappe evolutive tra partecipanti lesbiche, gay e bisessuali. Nel condurre una revisione sistematica delle evidenze della ricerca longitudinale sullo sviluppo dell’identità di genere, Fisher et al. (2025) hanno rilevato che si possono osservare pattern evolutivi distinti a seconda delle misure e dei costrutti di identità di genere utilizzati. Da una prospettiva dell’attaccamento, le parti del sé che costituiscono l’identità sessuale e/o di genere possono essere scisse o represse in funzione del contesto socioculturale e dell’esperienza vissuta. Esplorare queste parti di sé in terapia può non essere sicuro per le persone assistite, che possono aver bisogno di un broaching costante e discreto da parte di chi fa terapia per avere un modello di come parlare delle proprie identità in sicurezza. È anche possibile che diverse persone partecipanti che hanno dichiarato di non desiderare che l’identità fosse integrata nella terapia abbiano chiuso la porta a un ulteriore sviluppo identitario.
Considerare l’identità come inscritta in contesti socioculturali e dimensioni sociali (Margi and McQueen 2023) consente di considerare come le relazioni risentano della chiusura identitaria e di descrivere possibili ragioni per includere l’identità nel lavoro terapeutico relazionale. Per esempio, pur essendo adattivo, l’occultamento dell’identità (cioè la tendenza a mantenere riservati il proprio orientamento sessuale e le proprie relazioni sentimentali con persone dello stesso sesso (Mohr and Kendra 2011]) è associato negativamente alla soddisfazione relazionale (Guschlbauer et al. 2019; Pepping et al. 2019) e positivamente al disagio psicologico (McIntyre et al. 2021; Riggle et al. 2017). Pertanto, accrescere la soddisfazione relazionale e ridurre il disagio implica intrinsecamente l’integrazione identitaria per i membri delle comunità LGBTQ+, il che fornisce un ulteriore sostegno all’integrazione, da parte delle figure terapeutiche EFCT, della discussione sull’identità.
Inoltre, le esperienze di queste persone partecipanti sottolineano l’importanza dell’uso, da parte di chi fa terapia, del quadro MCO e, in particolare, dell’umiltà culturale. Infatti, le figure terapeutiche che integrano l’umiltà culturale nel proprio lavoro sono motivate a imparare dalle altre persone nel corso della vita, esaminano criticamente la propria consapevolezza culturale, danno rilievo al rispetto interpersonale, si concentrano sulla costruzione di alleanze collaborative con le persone assistite che affrontino gli squilibri di potere e adottano una postura orientata all’altro che consente loro di accogliere informazioni culturali nuove (Mosher et al. 2017). Le persone partecipanti a questo studio hanno affermato che la terapeuta dei video di formazione non sempre praticava l’umiltà culturale, e ciò era particolarmente evidente nel modo in cui esaminava la propria consapevolezza culturale e accoglieva informazioni culturali nuove. Queste esperienze evidenziano l’importanza sia di essere pienamente presenti con le persone assistite quando condividono informazioni culturali nuove per noi che facciamo terapia, sia del modo in cui elaboriamo tali informazioni culturali sul momento. Ciò richiede una riflessione sul momento su come si risponde, verbalmente e non verbalmente, alle nuove informazioni culturali.
Sebbene questo studio offra indicazioni importanti su come le persone LGBTQ+ in terapia vivono l’alterizzazione, non può descrivere tutti i modi possibili in cui essa può verificarsi. Ciò può valere in particolare per le persone partecipanti che vivono identità intersezionali e altre identità marginalizzate, come la razza, l’etnia, la classe e la condizione di disabilità, tra le altre. La maggior parte di questo campione, infatti, si identificava come bianca e aveva più di 30 anni, il che limita la generalizzabilità ai membri più giovani e razzializzati delle comunità LGBTQ+. Un ulteriore limite dello studio è che i primi due focus group non hanno potuto vedere i video a causa di problemi tecnici. Pur potendo ascoltare l’audio, è possibile che abbiano perso informazioni ricavabili solo dalla visione della registrazione e/o che la loro attenzione abbia vacillato di più. Le persone partecipanti hanno inoltre fatto diverse affermazioni basate su supposizioni riguardo a ciò che sarebbe più adatto a determinati gruppi sotto l’ombrello LGBTQ+ (ad es. uomini gay, donne lesbiche). Va quindi precisato che le persone partecipanti possono parlare soltanto delle proprie esperienze vissute, nonostante le loro affermazioni più generali. Infine, le persone partecipanti hanno parlato a partire dalla propria esperienza in terapia. Poiché non abbiamo intervistato né valutato nessuna delle figure terapeutiche EFCT che hanno indirizzato le persone che seguivano allo studio, non possiamo avere la certezza che stiano reagendo a un’EFCT «pura» o a una versione adattata.
I risultati di questo studio sostengono un cambiamento nel modo in cui le figure terapeutiche EFCT utilizzano alcune microabilità dell’EFT (ad es. riflessi empatici, convalida, risposta evocativa, intensificazione, congettura empatica e coreografia di incontri coinvolti) per evitare l’alterizzazione. Per esempio, le persone partecipanti hanno sottolineato l’importanza di porre domande anziché affidarsi alla riformulazione e alla sintesi. L’uso delle domande consente alle persone assistite di compiere una scelta riguardo alla propria esperienza; può quindi essere opportuno spostarsi verso le domande evocative anziché i riflessi evocativi quando si lavora con persone che hanno identità marginalizzate. Le persone partecipanti hanno infatti sottolineato l’importanza e l’impatto profondo della curiosità di chi fa terapia nell’accrescere la sicurezza.
Un aspetto indispensabile dell’attuazione sia dell’umiltà culturale sia del broaching è la formazione delle figure terapeutiche. Una formazione di qualità può accrescere l’agio di chi fa terapia nel praticare il broaching (Askren 2022) e nell’uso del quadro MCO (Davis et al. 2018), in particolare nel contesto della supervisione (Winkeljohn Black et al. 2025). Raccomandiamo quindi vivamente alle figure terapeutiche EFCT di cercare formazioni e supervisione incentrate sia sul broaching sia sul quadro MCO (Davis et al. 2018). Oltre alla formazione sui modelli di umiltà culturale, i risultati di questo studio suggeriscono anche che le figure terapeutiche EFCT potrebbero trarre beneficio da una maggiore conoscenza di modelli complementari fondati sulla ricerca (ad es. intersezionalità, ADDRESSING), per restare consapevoli delle possibili esperienze delle persone assistite che vivono con molteplici identità marginalizzate intersecanti. È essenziale che le figure terapeutiche EFCT si sentano a proprio agio nel parlare della propria identità e di quella delle persone assistite, pratichino l’umiltà culturale, colgano le opportunità culturali e creino una sicurezza sufficiente a consentire la riparazione quando si verificano rotture legate all’alterizzazione.
Le persone partecipanti a questo studio ritengono che l’alterizzazione possa essere evitata se chi fa terapia si fa intenzionalmente testimone delle esperienze di marginalizzazione e oppressione delle persone che segue. Affrontando le esperienze delle persone assistite con umiltà culturale ed evitando di imporre i valori di chi fa terapia, è meno probabile che le persone LGBTQ+ in terapia si sentano alterizzate. Infine, le competenze e le linee guida per chi fa terapia menzionano spesso l’integrazione dello sviluppo identitario nel processo terapeutico (ad es. Ratts et al. 2016). Dato il legame tra attaccamento e sviluppo identitario, è importante che le figure terapeutiche EFCT conoscano questi modelli e li integrino nel proprio lavoro terapeutico con le persone LGBTQ+.
I risultati di questo studio sostengono con forza l’importanza che chi fa terapia integri intenzionalmente l’identità delle persone assistite all’interno di un quadro multiculturale. Iniziare la terapia con una discussione minima sull’identità può aiutare chi fa terapia a mantenere l’attenzione sulla preferenza di ciascuna persona assistita sul fatto che la propria identità sessuale e/o di genere venga o meno incorporata nel trattamento. Quando l’identità viene affrontata, conviene impegnarsi in un’esplorazione al tempo stesso ampia e approfondita, perché risulti significativa e pertinente per l’esperienza della persona assistita.
Complexe Systémique: punti chiave
Lo studio ha il merito di pubblicare ciò che smentisce le sue stesse ipotesi: il gruppo di ricerca si aspettava che parlare di identità aiutasse, e alcune delle persone intervistate hanno vissuto il contrario. Da un punto di vista sistemico, il risultato disegna un’impasse nota: nominare l’identità può alterizzare («sei un caso a parte»), e lo stesso vale per tacerla («non esisti»). Non se ne ricava alcuna regola di contenuto; ciò che aiuta è la metacomunicazione, cioè chiedere alla coppia se, quando e come desidera che queste questioni entrino in seduta, e poi seguire la sua risposta. Il tema dell’istruire chi fa terapia è altrettanto utile: lo stupore visibile riporta la seduta sull’apprendimento della figura professionale e trasforma la persona assistita in oggetto di studio. Infine, la critica a un video di formazione dei primi anni 2000, realizzato da un’esperta, ricorda che i modelli si trasmettono anche attraverso i loro punti ciechi. I limiti sono reali: un campione in prevalenza bianco e di età superiore ai 30 anni, due gruppi privati delle immagini e nessuna voce delle figure terapeutiche coinvolte. Da leggere insieme alle linee guida sull’EFT per le relazioni tra persone dello stesso sesso e dello stesso genere e all’intervista sul lavoro con persone queer e neurodivergenti.
Note dell’originale
Ringraziamenti. Questo lavoro è stato finanziato in parte dal seed grant annuale del Sexual and Gender Minority Health Consortium della Michigan State University.
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Traduzione non ufficiale in italiano di “I'm Not Here to Teach You How to Be Gay:” LGBTQ+ Client Experiences of Othering in Emotionally Focused Couple Therapy, di Caitlin Edwards, Lekie Dwanyen, Andrea Wittenborn e Robert Allan, Journal of Marital and Family Therapy, vol. 52 (2026), doi: 10.1111/jmft.70141, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
L’articolo originale «“I'm Not Here to Teach You How to Be Gay:” LGBTQ+ Client Experiences of Othering in Emotionally Focused Couple Therapy» è stato pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione italiana non ufficiale realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Edwards, C., Dwanyen, L., Wittenborn, A., e Allan, R. (2026). “I'm Not Here to Teach You How to Be Gay:” LGBTQ+ Client Experiences of Othering in Emotionally Focused Couple Therapy. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/i-m-not-here-to-teach-you-how-to-be-gay-lgbtq-client-experiences-of-othering (Opera originale pubblicata nel 2026 in Journal of Marital and Family Therapy, 52, e70141 (2026); ripubblicata nel 2026 da Journal of Marital and Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jmft.70141)
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