Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Marital and Family Therapy · Terapia familiare
Una paziente e un membro della sua famiglia disegnano la stessa famiglia? A San Paolo, il gruppo di Ana Carolina Soares Marinho ha costruito, a distanza e separatamente, il genogramma di sei donne con disturbo borderline di personalità e quello di uno dei loro familiari. I racconti divergono soprattutto su due punti: le pazienti riferiscono più abusi fisici, i familiari più relazioni distanti. Uno studio esplorativo che fa del genogramma uno strumento di ricerca.
Traduzione non ufficiale in italiano di New Strategies for Studies With Families in Borderline Personality Disorder: Challenges and Potentialities of the Use of Genogram, di Ana Carolina Soares Marinho, Camila Chagas, José Carlos Galduróz, Fernanda Celeste de Oliveira Martins Sassi, Erlei Sassi Junior, Francisco Lotufo Neto e Claudia Berlim de Mello, pubblicato su Journal of Marital and Family Therapy (Wiley) (2025), doi: 10.1111/jmft.70065, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Anziché essere considerate un bias metodologico, queste discrepanze riflettono divergenze interpretative centrali per la comprensione delle relazioni emotive e dei comportamenti a rischio rilevanti.
Ana Carolina Soares Marinho, Camila Chagas, José Carlos Galduróz, Fernanda Celeste de Oliveira Martins Sassi, Erlei Sassi Junior, Francisco Lotufo Neto e Claudia Berlim de Mello
Abstract
Il disturbo borderline di personalità (DBP) è una condizione complessa caratterizzata da instabilità emotiva, difficoltà interpersonali e impulsività. Sebbene studi precedenti abbiano esplorato l’influenza dell’ambiente familiare sulla manifestazione del DBP, permangono lacune metodologiche nell’indagine di queste relazioni, in particolare nel cogliere prospettive multiple all’interno della stessa famiglia. Questo studio propone un approccio metodologico per confrontare diadi formate da pazienti e da un membro della loro famiglia mediante il genogramma. La ricerca ha coinvolto 12 persone partecipanti (6 pazienti e 6 familiari), analizzandone le percezioni delle relazioni emotive familiari (come fattori di rischio o di protezione) e la gravità dei sintomi. I risultati dei metodi misti hanno indicato discrepanze tra pazienti e familiari riguardo a due categorie di relazioni emotive e comportamenti a rischio: «Distante/scarsa» e «Abuso fisico». Lo studio discute altri possibili usi del genogramma per cogliere le sfumature delle relazioni familiari e nuove possibilità di interventi terapeutici più efficaci.
Il disturbo borderline di personalità (DBP) è caratterizzato da un pattern persistente di instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé e nella regolazione emotiva, accompagnato da una marcata impulsività (APA 2022). Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM‐5 TR), i criteri diagnostici del DBP comprendono: (1) sforzi disperati per evitare un abbandono reale o immaginario; (2) un pattern di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzato dall’alternanza tra gli estremi di idealizzazione e svalutazione; (3) un’alterazione dell’identità, con un’immagine di sé o un senso di sé marcatamente e persistentemente instabile; (4) impulsività in almeno due aree potenzialmente dannose per sé; (5) ricorrenti comportamenti, gesti o minacce suicidari, o comportamenti automutilanti; (6) instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore; (7) sentimenti cronici di vuoto; (8) rabbia inappropriata e intensa o difficoltà a controllarla; e (9) ideazione paranoide transitoria legata allo stress o gravi sintomi dissociativi (APA 2022). La prevalenza del DBP in diversi paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito e Paesi Bassi, varia tra l’1.1% e il 3.2% (Ellison et al. 2018). Trattandosi di un disturbo complesso e multidimensionale che comprende fenomeni affettivi, comportamentali e cognitivi, in cui le persone colpite lottano spesso con un vuoto e una solitudine cronici e cercano emozioni forti per farvi fronte, le persone con DBP possono presentare un’ampia gamma di sintomi, spesso associati a disturbi in comorbilità (APA 2022; Fatimah et al. 2023; Paris 2005; Zanarini et al. 1998). Di conseguenza, giungere a una diagnosi accurata può essere difficile, poiché il disturbo può essere confuso con altre condizioni cliniche, come il disturbo affettivo bipolare o il disturbo da stress post-traumatico (Gunderson 2009).
I rischi associati ai tratti del DBP e al disturbo stesso derivano dall’interazione tra fattori genetici, epigenetici, psicologici, sociali e di esperienza di vita (Bozzatello et al. 2021; Perez‐Rodriguez et al. 2018). I traumi infantili, come la trascuratezza o l’abuso fisico o sessuale, aumentano in modo significativo la probabilità di sviluppare il disturbo (Porter et al. 2020; Zanarini et al. 2002). Si stima che tra il 30% e il 90% delle persone con DBP riferisca una storia di abuso o trascuratezza, con tassi nettamente più elevati di quelli osservati in altri disturbi di personalità (Bozzatello et al. 2021). Secondo la rassegna di Bozzatello et al. (2021), queste esperienze avverse, soprattutto quando sono perpetrate da figure di attaccamento, possono portare i bambini e le bambine a interiorizzare la colpa per i maltrattamenti subiti in famiglia. Tra queste, l’abuso sessuale è stato identificato come l’unica forma di maltrattamento con un’associazione indipendente con l’esordio precoce del DBP nelle adolescenti (Infurna et al. 2016), ed è un evento che viene comunemente riferito come avvenuto in contesti intrafamiliari (Australian Institute of Health and Welfare 2025; CSA 2025). Oltre all’abuso, Crawford et al. (2009) hanno osservato, sulla base di dati empirici, che separazioni di un mese o più tra madre e figlio o figlia prima dei cinque anni —dovute a ricovero, malattia, visite prolungate a parenti o esigenze personali, formative o professionali della madre— sono associate a sintomi borderline. Inoltre, Fatimah et al. (2020) hanno rilevato che il comportamento antisociale adulto, i disturbi da uso di sostanze e i tratti borderline paterni aumentano il rischio di tratti di DBP solo nella prole biologica. Sebbene questi risultati indichino una trasmissione genetica, lo studio ha discusso anche vie di trasmissione ambientale, come il DBP materno e una genitorialità disadattiva (per esempio conflitti, scarso coinvolgimento e mancanza di rispetto). Tali pattern sono stati osservati sia nella prole biologica sia in quella adottiva (Fatimah et al. 2020; Zalewski et al. 2014), il che suggerisce che fattori sia genetici sia ambientali possano contribuire allo sviluppo di tratti di DBP, a seconda della natura della psicopatologia genitoriale.
Oltre a identificare pattern problematici nel funzionamento familiare, Gunderson e Lyoo (1997) hanno sottolineato l’importanza del modo in cui tali pattern sono percepiti dai diversi membri della famiglia. Il loro studio ha mostrato, per esempio, che sono di solito i familiari delle persone con DBP a riferire problemi di comunicazione e di temperamento o ostilità. Vi sono inoltre evidenze che le persone in cura esprimono giudizi più negativi sulla propria famiglia rispetto ai loro genitori (Gunderson e Lyoo 1997). In particolare, rispetto a campioni normativi (famiglie senza membri con disturbi psichiatrici) e perfino a campioni di famiglie in difficoltà (famiglie in crisi o con un membro affetto da una malattia psichiatrica o da un abuso di sostanze), le persone con DBP percepivano le proprie famiglie come significativamente meno coese, meno espressive e più conflittuali. Inoltre, ogni volta che emergevano differenze tra pazienti, genitori e gruppo in difficoltà, i genitori tendevano a vedere la famiglia in modo più positivo, mentre le percezioni delle persone in cura erano più negative di quelle del gruppo in difficoltà. Questi risultati suggeriscono che le discrepanze percettive nelle famiglie con DBP possono andare oltre la normale variabilità familiare e riflettere potenzialmente una dimensione specifica e clinicamente significativa della variabilità individuale in questa popolazione. Tali risultati indicano che gli studi sulle famiglie con DBP non dovrebbero concentrarsi soltanto sui pattern di funzionamento familiare associati ai comportamenti a rischio, ma anche su come tali pattern vengono interpretati dai diversi membri. Pertanto, confrontare la percezione delle relazioni emotive in diadi paziente‐familiare può contribuire a una migliore comprensione del funzionamento relazionale delle persone con DBP.
Le ricerche sul ruolo dei legami familiari nei sintomi comportamentali del DBP che coinvolgono le famiglie hanno impiegato diverse metodologie, con una prevalenza delle scale self‐report (Bozzatello et al. 2021). Per esempio, Roca et al. (2024) hanno valutato, mediante tre questionari, il funzionamento coniugale (la relazione tra i genitori) e genitoriale (la relazione tra i genitori e la prole) in famiglie con figli o figlie con diagnosi di DBP. I risultati hanno rivelato notevoli discrepanze tra le percezioni di genitori e prole riguardo alla cura e all’iperprotezione: le persone con DBP tendevano a vedere il proprio ambiente familiare in modo più negativo, e il gruppo di ricerca ha evidenziato anche difficoltà nella comunicazione familiare. È emerso inoltre un legame tra migliori relazioni coniugali e maggiore gravità dei sintomi del DBP. Poiché adottano un quadro relazionale ‐che sottolinea come le tendenze disfunzionali nelle relazioni coniugali e genitoriali influenzino fortemente lo sviluppo della personalità e la salute mentale della prole—, sostengono che adottare un approccio relazionale possa favorire una pianificazione del trattamento più efficace, tenendo conto della rilevanza delle interazioni familiari e non solo di una prospettiva individuale. Sebbene il loro interesse principale riguardi i pattern relazionali, le discrepanze percettive riscontrate tra genitori e prole indicano anche la potenziale rilevanza clinica del modo in cui tali interazioni sono vissute soggettivamente dai diversi membri della famiglia. D’altra parte, sono stati condotti anche studi osservazionali, come quello di Kluczniok et al. (2018), che ha previsto l’osservazione di una sessione di gioco tra una madre con una storia di DBP e il suo bambino o la sua bambina. Lo studio ha rivelato un legame tra il DBP materno e una maggiore ostilità nell’interazione madre‐figlio, con l’ostilità materna che mediava l’associazione tra il DBP materno e il numero di diagnosi psichiatriche nella prole. Da un punto di vista clinico, questi risultati sottolineano il potenziale degli interventi preventivi specifici per il disturbo, per esempio quelli centrati sulla riduzione dei comportamenti materni ostili nel contesto del DBP.
In questo modo, gli studi sulla psicopatologia del DBP nel contesto dell’ambiente familiare possono portare allo sviluppo di interventi che considerino i familiari una componente importante. Per esempio, l’intervento Helping Young People Early (HYPE), sviluppato da un gruppo di ricerca australiano e rivolto a giovani tra i 15 e i 24 anni con DBP, comprende una psicoeducazione sul disturbo per i membri della famiglia. Mira inoltre a promuovere il benessere sia dei familiari sia di chi presta cura (Chanen et al. 2009, 2022). Oltre a migliorare il funzionamento psicosociale, questo intervento si è dimostrato efficace nel mantenere in cura giovani con DBP (Chanen et al. 2022). Un altro esempio è l’intervento BRIDGE (Brief, Intensive Assessment and Integrated Formulation), sviluppato nel Regno Unito sempre per giovani con DBP, che prevede la collaborazione con un’équipe multiservizio calibrata sulla persona, in cui possono essere coinvolti familiari e consulenti (Gajwani et al. 2024). Tuttavia, come nel caso di HYPE, il coinvolgimento della famiglia non è il fulcro di questi interventi. Il ruolo della famiglia consiste di solito nel partecipare all’elaborazione di una formulazione condivisa, cioè un processo collaborativo centrato sulla definizione dei problemi principali e degli obiettivi terapeutici insieme alla persona giovane, quando ciò è clinicamente appropriato (Gajwani et al. 2024). È importante notare che BRIDGE è ancora in fase di studio e che non sono ancora stati pubblicati dati sulla sua efficacia. Così, sebbene gli studi di intervento con le famiglie di pazienti con DBP abbiano mostrato, per esempio, una riduzione dei sentimenti di dolore e colpa, del sovraccarico e dei sintomi ansioso‐depressivi, nonché miglioramenti nelle abilità relazionali e nel clima familiare (Guillén et al. 2021), resta una lacuna su come gli approcci terapeutici possano affrontare le divergenze di percezione all’interno delle famiglie.
La ricerca sulle relazioni intime e familiari mette in luce il peso della percezione, più che della realtà oggettiva, nel determinare gli esiti relazionali. È stato dimostrato che la somiglianza percepita (e non quella effettiva) tra i membri di una coppia predice una maggiore attrazione nelle diverse relazioni, e che ciò potrebbe dipendere da bias cognitivi e da processi di mantenimento dell’autostima (per esempio, «questa persona è simile a me, o dovrebbe esserlo») (Montoya et al. 2008). Nelle relazioni sentimentali, idealizzare ed essere oggetto di idealizzazione sono associati a minore conflittualità e maggiore soddisfazione (Murray et al. 1996). I risultati recenti di Salla e Feixas (2023) sottolineano ulteriormente il potenziale clinico del lavoro sulla percezione interpersonale nelle relazioni strette. La loro analisi ha rivelato che la somiglianza percepita con il partner ideale e l’accuratezza nel percepire l’immagine di sé del partner erano significativamente associate alla soddisfazione relazionale. In particolare, hanno rilevato che una visione più positiva del proprio partner era legata non solo a una maggiore soddisfazione personale, ma anche a una maggiore soddisfazione riferita dal partner. Sulla base di questi risultati, sostengono la rilevanza di strategie terapeutiche che affrontino esplicitamente le metapercezioni (cioè «che cosa pensa di me questa persona?»).
Nel complesso, questi risultati provenienti da contesti clinici e relazionali sottolineano l’importanza di lavorare non solo sugli aspetti strutturali del funzionamento familiare, ma anche sul modo in cui le persone interpretano le proprie esperienze relazionali e danno loro senso. Nel caso del DBP, questa prospettiva può offrire contributi importanti ad approcci terapeutici che vadano oltre la gestione individuale dei sintomi e affrontino il contesto relazionale e percettivo in cui i sintomi si esprimono e si mantengono.
Il ruolo potenziale dei membri della famiglia nell’espressione dei sintomi del DBP può essere indagato anche mediante il genogramma, un metodo grafico descrittivo di analisi delle relazioni familiari con una lunga storia nei contesti clinici (Varty et al. 2023). Consente di rappresentare l’albero genealogico di una persona, comprendendo aspetti che vanno dalle dimensioni biologiche a quelle socioculturali (Sourdeau 2024), ed è stato utilizzato in diversi studi che offrono una descrizione più approfondita degli aspetti relazionali, permettendo di osservare pattern familiari insospettati (Sitnik‐Warchulska e Izydorczyk 2018; Wendt e Crepaldi 2008). Identificare le percezioni delle relazioni familiari e le discrepanze tra i membri è importante anche per la ricerca sulle condizioni psichiatriche. Ciononostante, pochi studi hanno incluso il genogramma come strategia metodologica per indagare il ruolo delle relazioni familiari nella sintomatologia del DBP. Dominguez et al. (2025) ne hanno riferito l’uso in uno studio di caso su una persona che aveva subito un abuso sessuale, ma con l’unico scopo di descrivere la struttura familiare. Inoltre, uno studio centrato su una sperimentazione clinica volta a valutare l’efficacia di un programma di intervento ha incluso anch’esso il genogramma, ma come componente della caratterizzazione sociodemografica del campione (Guillén et al. 2024). Lo sviluppo e l’uso di strategie metodologiche centrate sulle relazioni familiari ‐nonché sui possibili bias percettivi‐ possono quindi essere utili nei contesti clinici e scientifici relativi all’approccio al DBP.
In sintesi, l’ambiente familiare svolge un ruolo cruciale nello sviluppo e nell’espressione dei sintomi del DBP, non solo come fonte di esperienze avverse precoci legate a fattori di rischio come abuso, trascuratezza o separazione, ma anche come contesto in cui dinamiche relazionali continuative ‐come le difficoltà di comunicazione e le differenze di percezione tra pazienti e familiari‐ possono influenzare il modo in cui i sintomi vengono vissuti e mantenuti. E sebbene gli studi con le famiglie di pazienti con DBP abbiano mostrato risultati importanti, sono ancora necessari miglioramenti metodologici e studi che considerino un possibile focus sulla riduzione dei conflitti intrafamiliari (Guillén et al. 2021). L’obiettivo principale di questo studio era indagare, mediante il genogramma, come diadi formate da pazienti con DBP e da un membro della famiglia (preferibilmente un fratello, una sorella o un genitore) identificano le relazioni emotive e i comportamenti a rischio familiari (ERRB, dall’acronimo inglese). Tali dati corrispondono a relazioni ed eventi riferiti individualmente, che possono essere associati a potenziali fattori di rischio o di protezione legati allo sviluppo e alla gravità del disturbo. Si è inoltre indagato in che misura tali pattern fossero associati alla gravità dei sintomi borderline, valutata mediante un questionario. In sintesi, lo studio introduce nuove metodologie a metodi misti, mettendo in evidenza l’uso del genogramma nella ricerca con pazienti con diagnosi di DBP e con le loro famiglie. La nostra ipotesi è che emergeranno discrepanze percettive significative tra le persone con DBP e i loro familiari riguardo alle ERRB. Proponiamo inoltre che il genogramma abbia le potenzialità di uno strumento clinico e di ricerca prezioso per esplorare e visualizzare queste dinamiche relazionali.
Il campione era composto da sei donne con diagnosi di DBP e da sei membri della loro famiglia (tre uomini e tre donne) da loro indicati, di età compresa tra i 18 e i 56 anni. Tra i familiari indicati dalle pazienti vi erano quattro fratelli o sorelle, un padre e una madre. La diagnosi è stata confermata da almeno due valutazioni psichiatriche specialistiche e mediante test basati sul Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM‐IV) e sulla Borderline Symptom List (BSL‐23). Le persone partecipanti sono state reclutate presso l’Hospital das Clínicas della Facoltà di Medicina della Universidade de São Paulo, e precisamente presso l’Ambulatorio Integrato. Il personale clinico le ha inizialmente informate della ricerca. Successivamente hanno ricevuto un invito formale e ulteriori informazioni sullo studio tramite un messaggio di testo inviato dalla persona responsabile dello studio. È stato chiaramente indicato che la partecipazione era del tutto volontaria e che non avrebbe in alcun modo influito sulle cure cliniche in corso o future. L’équipe clinica ha fornito soltanto le informazioni iniziali sullo studio e non ha avuto alcun ruolo nelle decisioni relative alla partecipazione. Le partecipanti del gruppo clinico erano in trattamento da almeno un anno, con un follow-up medico, e partecipavano con i familiari a un intervento di gruppo operativo volto a migliorare l’alessitimia e le competenze narrative in preparazione a una psicoterapia breve.
I criteri di inclusione per il gruppo clinico (pazienti con DBP) erano avere una diagnosi confermata dall’équipe ospedaliera (composta da personale psichiatrico e psicologico), saper leggere e scrivere ed essere maggiorenni. Per il gruppo familiare (i familiari indicati), i criteri di inclusione richiedevano la maggiore età e la capacità di leggere e scrivere. I criteri di esclusione erano la presenza di deficit visivi non corretti, di condizioni neurologiche o di una diagnosi di disabilità intellettiva. Inoltre, le persone del gruppo familiare non potevano avere una diagnosi di DBP.
Il profilo sociodemografico e clinico è riportato nella Tabella 1. Per quanto riguarda il livello di istruzione, abbiamo osservato differenze significative tra i gruppi. Nel gruppo DBP, la maggior parte delle partecipanti (42%) aveva completato la scuola secondaria superiore, mentre solo l’8% aveva completato un’istruzione universitaria. Nessuna partecipante di questo gruppo aveva conseguito un titolo post-laurea o aveva solo l’istruzione primaria. Il gruppo familiare mostra invece una distribuzione più varia: il 17% aveva completato la scuola secondaria superiore, il 17% l’istruzione universitaria, l’8% studi post-laurea e l’8% l’istruzione primaria.
Tabella 1 — Profilo sociodemografico e clinico del campione.
Nota: Famiglia: membro della famiglia (fratello, sorella o genitore). Abbreviazioni: DBP, partecipante con disturbo borderline; DS, deviazione standard.
Per quanto riguarda il profilo clinico, il gruppo DBP ha mostrato una maggiore gravità dei sintomi borderline, con la maggior parte delle partecipanti classificate come «Moderata» (33%) e «Alta» (17%). Il gruppo familiare ha invece mostrato una prevalenza di casi con sintomi lievi o assenti, con il 25% classificato come «Nessuna o bassa» e l’8% come «Lieve». Questa differenza suggerisce che il gruppo DBP presentava una sintomatologia più grave per quanto riguarda i tratti borderline misurati dalla BSL‐23, mentre il gruppo familiare presentava una distribuzione più equilibrata, con un minore impatto dei sintomi borderline.
Le persone partecipanti hanno preso parte a un’intervista semistrutturata condotta dalla prima autrice, psicologa clinica formata in terapia dialettico-comportamentale e con esperienza clinica di psicoterapia con persone con diagnosi di DBP. L’obiettivo era costruire un genogramma familiare (Tabella 2). Il genogramma è una strategia grafica per la registrazione e l’interpretazione dei dati familiari (genetici, culturali, sociali, ecc.), con codici specifici per i membri e per le variabili relazionali (si veda la Figura 2 nella sezione 3 per i dettagli). Le domande riguardavano temi come la presenza di comportamenti a rischio nella famiglia, la percezione del sostegno sociale, la qualità delle relazioni familiari e le caratteristiche sociodemografiche. La Tabella 1 presenta una sintesi dei principali contenuti di interesse delle domande.
Tabella 2 — Principali categorie affrontate e aspetti corrispondenti analizzati nelle interviste semistrutturate.
La raccolta dei dati è stata effettuata a distanza tramite la piattaforma Google Meet, utilizzando la funzione di duplicazione dello schermo di un tablet per la costruzione del genogramma. Le interviste per la costruzione del genogramma sono state condotte separatamente: una con la paziente e un’altra con il familiare. Ciò ha contribuito a ridurre al minimo i bias e a evitare che il discorso di una persona partecipante fosse influenzato dalle affermazioni dell’altra. Il formato a distanza è stato scelto per conformarsi alle procedure cliniche dell’ambulatorio in cui erano state reclutate le pazienti.
Tutte le interviste sono state registrate e successivamente trascritte, il che ha permesso alla ricercatrice di tornare sulle categorie durante l’analisi dei dati, favorendo così una maggiore precisione nell’interpretazione dei racconti. Durante il processo, la ricercatrice disegnava il genogramma direttamente sullo schermo del tablet, consentendo alla persona partecipante di seguirne la costruzione in tempo reale e di contribuire attivamente all’organizzazione e alla validazione dello schema familiare (è stato utilizzato uno schermo a righe per facilitare il disegno).
Dopo la costruzione iniziale sul tablet, il genogramma è stato trasferito nel software GenoPro (2020) (Figura 1), che ha agevolato l’archiviazione e la rappresentazione grafica di dati familiari dettagliati.

Come accennato nell’introduzione, l’insieme delle rappresentazioni di relazioni emotive e comportamenti a rischio desunte dall’analisi del discorso delle persone partecipanti durante la costruzione dei genogrammi è stato denominato, nel presente studio, ERRB.
Per classificare e categorizzare queste relazioni familiari così come definite dalle persone partecipanti, abbiamo utilizzato le categorie fornite nella legenda generata dal software per genogrammi, nonché la frequenza delle relazioni, anch’essa ricavata dal genogramma. Ogni punteggio ERRB corrisponde alla frequenza di ciascuna di queste relazioni categorizzate ‐cioè a ciascun evento identificato da ciascuna persona partecipante. In totale sono state individuate 28 categorie ERRB distinte. Si è tuttavia notato che non tutte le relazioni menzionate nelle interviste e osservate nel genogramma erano incluse nella legenda fornita. Le relazioni mancanti sono state quindi identificate e classificate manualmente dalla ricercatrice, garantendo che tutte le relazioni pertinenti fossero adeguatamente considerate nell’analisi.
Prima delle interviste, è stato chiesto alle persone partecipanti di compilare la Borderline Symptom List (BSL‐23), uno strumento validato concepito per valutare la gravità dei sintomi associati al DBP (Bohus et al. 2009; Catelan e Nardi 2021). Sulla base di questa scala abbiamo quindi ottenuto dati sulla gravità dei sintomi nel campione. Abbiamo valutato questi sintomi anche nel familiare perché ci interessava indagare in che misura i sintomi borderline potessero influenzare la percezione delle caratteristiche delle ERRB. È importante precisare che la BSL‐23 valuta i sintomi del DBP e non fornisce una diagnosi clinica. Pertanto, se un membro della famiglia riferisce sintomi di DBP secondo la scala, ciò non indica necessariamente una diagnosi formale del disturbo.
I dati sono stati inizialmente tabulati in Excel e poi trasferiti nel software Jamovi (The Jamovi Project 2022) per l’analisi statistica. La frequenza delle ERRB all’interno di ciascuna famiglia è stata ponderata in base al numero di membri della famiglia presenti nelle tre generazioni del genogramma (fratelli e sorelle, genitori, zii e nonni). Nei casi di discrepanza tra il numero di membri della famiglia riferito dalla paziente e quello riferito dal familiare, si è considerato il numero fornito dalla paziente, dato che lo studio si concentrava sulla sua prospettiva. Questa ponderazione è stata effettuata per garantire che l’analisi quantitativa riflettesse in modo equo la distribuzione delle ERRB, tenendo conto delle variazioni nel numero di persone presenti in ciascun genogramma.
Per verificare le differenze nelle ERRB tra i gruppi (pazienti con DBP e familiari) e in funzione della gravità dei sintomi del DBP, sono stati dapprima esaminati gli assunti di normalità e di omogeneità delle varianze. Il test di Shapiro–Wilk ha indicato che diverse variabili violavano l’assunto di normalità (per esempio Abuso, W = 0.520, p < 0.001; Sfiducia, W = 0.561, p < 0.001; Comportamenti alimentari a rischio, W = 0.828, p = 0.0199). Anche il test di Levene ha rivelato violazioni dell’assunto di omogeneità delle varianze per alcune variabili (per esempio Ostile, F(1, 10) = 10.44, p = 0.009; Distante/scarsa, F(1, 10) = 5.62, p = 0.039). Date queste violazioni (p < 0.05), per i confronti tra gruppi è stato utilizzato il test non parametrico di Kruskal–Wallis.
È stata condotta un’analisi della varianza non parametrica di Kruskal‐Wallis, considerando la variabile «diagnosi», una variabile categoriale che rappresenta l’appartenenza al gruppo (gruppo clinico –persone con DBP– o familiari), e i punteggi ERRB come variabile dipendente continua. Lo stesso test è stato inoltre applicato per analizzare la relazione tra la gravità dei sintomi, una variabile categoriale classificata in quattro livelli (nessuna/bassa, lieve, moderata e alta), e le ERRB.
Per l’analisi qualitativa, i genogrammi della paziente e del familiare corrispondente sono stati prima esaminati singolarmente e poi riuniti e integrati in un unico documento per consentire un’interpretazione comparativa dei pattern relazionali. L’attenzione si è concentrata sull’identificare se le ERRB significative emerse dalle analisi quantitative fossero presenti, e tra quali membri specifici della famiglia si verificassero tali relazioni.
Questo approccio si è ispirato alla metodologia dello studio di casi multipli descritta da Yin (2003), che considera ogni caso —nel nostro studio, ogni diade paziente‐familiare— come uno «studio completo» in sé. Negli studi di casi multipli, l’obiettivo non è generalizzare statisticamente da un campione a una popolazione, ma esplorare se i pattern si replicano in casi diversi, selezionati intenzionalmente. È la cosiddetta logica della replicazione, in cui ogni caso conferma un pattern (replicazione letterale) oppure mostra un risultato contrastante per ragioni teoricamente previste (replicazione teorica) (Yin 2003). Questa logica è analoga alla conduzione di una serie di esperimenti, in cui ogni caso serve a confermare, smentire o affinare le proposizioni teoriche emergenti.
Nel nostro studio, questo disegno ci ha permesso di esaminare se le ERRB individuate nell’analisi quantitativa fossero rappresentate anche nei dati qualitativi dei genogrammi, e come questi pattern variassero da una famiglia all’altra. Questa metodologia integra inoltre dati qualitativi e quantitativi, una combinazione di grande efficacia.
Seguendo le raccomandazioni di Eisenhardt (1989) per la costruzione di teorie a partire da studi di caso, abbiamo impiegato analisi sia intra-caso sia inter-caso. L’analisi intra-caso ha comportato un’esplorazione dettagliata delle dinamiche di ciascuna diade, mentre il confronto inter-caso ha cercato di individuare pattern di somiglianza e differenza tra le diadi. Questa tattica costringe chi fa ricerca a confrontare e contrapporre sistematicamente i casi. Tali confronti sono centrali per la costruzione di teoria, perché favoriscono lo sviluppo di conoscenze più solide, generalizzabili ed empiricamente fondate (Eisenhardt 1989). Nel complesso, questo approccio a casi multipli ci ha permesso di esplorare l’interazione tra le percezioni relazionali nelle diverse famiglie nel contesto del DBP.
L’analisi della varianza non parametrica ha rivelato una differenza significativa tra i gruppi per la relazione emotiva Distante/scarsa, χ² (df = 1) = 5.429, p = 0.0198, e per l’Abuso fisico, χ² (df = 1) = 5.133, p = 0.0235 (Tabella 3).
Tabella 3 — Differenze nelle caratteristiche delle ERRB familiari percepite dalla paziente e dal familiare.
Nota: Analisi della varianza non parametrica (Kruskal–Wallis).
Il confronto tra medie e mediane ha rivelato che, per la relazione emotiva Distante/scarsa, le partecipanti con diagnosi di DBP presentavano valori più bassi (media = 0.076; mediana = 0.072) rispetto ai familiari (media = 0.238; mediana = 0.221), il che suggerisce che le persone con DBP percepissero questa relazione meno frequentemente dei familiari. Al contrario, per la relazione emotiva Abuso fisico, le persone con DBP presentavano valori più alti (media = 0.251; mediana = 0.191) rispetto ai familiari (media = 0.061; mediana = 0.026), a indicare che le pazienti con DBP riferivano una maggiore percezione di questa esperienza rispetto ai familiari (Tabella 4).
Tabella 4 — Percezione delle pazienti, rispetto ai rispettivi familiari, delle situazioni di relazioni distanti/scarse e di abuso fisico.
Nota: Famiglia: membro della famiglia (fratello, sorella o genitore). Abbreviazione: DBP, partecipante con disturbo borderline.
È stata inoltre condotta un’analisi della varianza non parametrica (Kruskal–Wallis) per indagare la relazione tra la gravità dei sintomi del DBP e le ERRB. I risultati hanno indicato che, nel complesso, non sono emerse differenze statisticamente significative per la maggior parte delle ERRB valutate (p > 0.05), a eccezione della variabile Sospetto uso di alcol e droghe, che ha mostrato una differenza significativa tra i gruppi, χ² (df = 3) = 11.00, p = 0.0117 (Tabella 5). È importante notare che questo risultato significativo si basa sui dati di una sola partecipante, una sorella (gruppo familiare) del sottogruppo di gravità «lieve».
Tabella 5 — Analisi statistica della relazione tra la gravità dei sintomi del DBP e le ERRB.
Nota: Analisi della varianza non parametrica (Kruskal–Wallis). Abbreviazioni: DBP, partecipante con disturbo borderline; ERRB, relazioni emotive e comportamenti a rischio.
Il genogramma di ciascuna diade (paziente e familiare) è stato esaminato singolarmente e poi confrontato con l’altro, in base agli obiettivi dello studio. Questo approccio ha permesso non solo di quantificare le ERRB, ma anche di comprendere come si manifestassero all’interno di ciascun nucleo familiare e di confrontarle con il genogramma del familiare corrispondente. Presentiamo di seguito una sintesi descrittiva dei principali risultati, analizzati a livello individuale e tra le diadi, mettendo in evidenza sia la frequenza sia il contesto relazionale delle relazioni distanti/scarse e dell’abuso fisico, così come riferiti da ciascuna persona partecipante (Tabella 6).
Tabella 6 — Sintesi delle percezioni diadiche relative alle relazioni «Distante/scarsa» e «Abuso fisico» riferite nelle analisi qualitative basate sul genogramma.
In questo studio abbiamo indagato somiglianze e discrepanze nella percezione delle ERRB secondo la prospettiva di diadi formate da una persona con disturbo borderline di personalità e da un membro della sua famiglia. A tal fine abbiamo analizzato le associazioni tra le loro componenti e due esiti: la diagnosi e la gravità dei sintomi.
Abbiamo riscontrato differenze nella percezione di due categorie di ERRB tra il gruppo DBP e il gruppo familiare: Distante/scarsa e Abuso fisico. Nel quadro delle ERRB, Abuso fisico indica una relazione in cui una persona abusa fisicamente di un’altra, comprese tutte le lesioni non accidentali come colpi, calci, schiaffi, ustioni o strangolamento. La categoria Distante/scarsa descrive invece una relazione caratterizzata da una comunicazione limitata, spesso a causa di differenze percepite nello stile di vita (Emotional Relationships—GenoPro 2025). L’abuso fisico è stato riferito più spesso dalle partecipanti del gruppo clinico, mentre la categoria distante/scarsa è stata riferita più spesso dai familiari. Inoltre, i nostri risultati suggeriscono che la percezione di un sospetto uso di alcol e droghe possa essere associata alla gravità dei sintomi del DBP, poiché le altre dimensioni delle ERRB non hanno mostrato un’associazione significativa. È tuttavia importante sottolineare che questa ERRB è stata riferita da una sola partecipante, appartenente al gruppo di gravità «lieve»: una sorella che ha descritto il sospetto uso di alcol e droghe da parte della paziente. Sebbene questa unica segnalazione non consenta un’inferenza statistica, la riteniamo degna di nota da un punto di vista clinico ed esplorativo, soprattutto considerando che lo scopo di questo studio è introdurre un nuovo approccio alla valutazione delle dinamiche familiari emotive e legate al rischio nel DBP. Tali percezioni individuali, pur non essendo generalizzabili, possono comunque offrire elementi preziosi per la valutazione terapeutica e la pianificazione dell’intervento. Sembra quindi che le segnalazioni di tali ERRB durante la costruzione del genogramma possano essere utili per comprendere meglio la variabilità individuale che può essere associata alla gravità dei sintomi e alle difficoltà relazionali. Esse possono inoltre riflettere bias e pattern comunicativi specifici sia della paziente stessa sia del sistema familiare, rafforzando l’importanza non solo di esaminare i pattern oggettivi del funzionamento familiare, ma anche di comprendere come tali pattern vengano interpretati soggettivamente da ciascun membro. Esplorare sia le somiglianze sia le differenze di queste percezioni può offrire spunti su come i bias percettivi e i pattern comunicativi plasmino il vissuto delle relazioni emotive all’interno della famiglia, rivelando distorsioni o disallineamenti che altrimenti potrebbero passare inosservati.
La nostra analisi quantitativa ha rivelato che le pazienti riferivano la relazione emotiva di «abuso fisico» più frequentemente rispetto al gruppo familiare. Tuttavia, integrando l’analisi qualitativa, è stato possibile individuare quali membri della famiglia venissero menzionati nei racconti e verificare se vi fosse coerenza tra il racconto della paziente e quello del familiare. Riteniamo che questo approccio metodologico combinato consenta una comprensione più profonda delle percezioni individuali nel DBP e delle possibili divergenze e convergenze nel vissuto delle ERRB all’interno della famiglia.
Nell’esempio presentato nella Figura 2 sono stati analizzati due membri della stessa famiglia ‐una paziente e un familiare, in questo caso un fratello o una sorella‐. Sebbene la legenda quantificata generata dal genogramma fornisse informazioni preziose sulle ERRB e sulla loro frequenza, la rappresentazione grafica dei genogrammi ha consentito un’analisi più dettagliata. Grazie a questa visualizzazione si è osservato che la paziente riferiva una relazione di abuso fisico tra i nonni paterni, mentre il fratello o la sorella descriveva la relazione della stessa coppia come armoniosa. Sebbene entrambi i genogrammi appartengano alla stessa famiglia, ciascuno riflette la prospettiva singolare di una persona (l’una paziente, l’altra familiare), il che può dar luogo a differenze nelle rappresentazioni. Per esempio, una linea può variare perché ogni persona percepisce e interpreta le relazioni familiari in modo diverso.

Data la presenza di discrepanze percettive, gli interventi che coinvolgono i membri della famiglia, come la terapia familiare, possono contribuire a promuovere la sintonizzazione emotiva, ridurre il conflitto e migliorare gli esiti complessivi del trattamento. Sebbene il coinvolgimento della famiglia non sia sempre centrale negli interventi esistenti per il DBP, i nostri risultati suggeriscono che gli approcci terapeutici che affrontano la comunicazione familiare e la percezione interpersonale possano rappresentare un complemento importante alle strategie di trattamento individuale. Individuare come pazienti e familiari percepiscono la vicinanza emotiva, il conflitto o l’abuso può offrire nuovi spunti sulle dinamiche relazionali che possono influenzare l’espressione o il mantenimento dei sintomi.
Integrare elementi che esplorino come le persone credono di essere percepite dagli altri (metapercezione) potrebbe quindi accrescere ulteriormente l’efficacia degli interventi su base familiare. Data la possibile influenza dei bias cognitivi e dei processi di mantenimento dell’autostima sulla percezione interpersonale (Montoya et al. 2008) —nonché il ruolo dell’idealizzare e dell’essere oggetto di idealizzazione nella regolazione del conflitto—, le strategie terapeutiche che aiutano a chiarire le percezioni reciproche e favoriscono una reinterpretazione costruttiva delle esperienze relazionali possono risultare utili (Murray et al. 1996). Gli interventi che comprendono domande circolari, formulazione condivisa o strumenti qualitativi come le griglie relazionali (Salla e Feixas 2023) —come la terapia familiare— potrebbero essere adattati per facilitare questo processo, aiutando i membri della famiglia a comprendere non solo le esperienze reciproche, ma anche il modo in cui tali esperienze vengono costruite soggettivamente.
Questa prospettiva rafforza anche il valore degli interventi che facilitano una comunicazione aperta all’interno delle famiglie nei contesti clinici. L’intervento Sibling (SIBS), sviluppato in Norvegia, per esempio, mira a rafforzare la comunicazione tra i genitori e i fratelli e le sorelle di bambini e bambine con disturbi cronici, mettendo al contempo i genitori in condizione di offrire un sostegno sia informativo sia emotivo (Haukeland et al. 2020). Questo intervento ha mostrato un miglioramento significativo della qualità della comunicazione diadica, insieme a miglioramenti riferiti negli esiti di salute mentale della fratria. Poiché il nostro studio mette in luce percezioni divergenti delle dinamiche familiari nel DBP, un intervento che favorisca la condivisione emotiva e migliori la comprensione reciproca, nel contesto del DBP, potrebbe aiutare a colmare questi scarti percettivi.
In sintesi, i nostri risultati sostengono un approccio relazionale e attento alla percezione nella pianificazione del trattamento del DBP. Gli interventi futuri potrebbero trarre vantaggio dagli apporti dei modelli terapeutici relazionali e metacognitivi per colmare le lacune di comprensione e favorire ambienti familiari più coerenti e validanti.
Inoltre, nel considerare lo sviluppo di interventi centrati sulla comunicazione tra i membri della famiglia nel DBP, è essenziale valutare meglio i deficit comunicativi specifici coinvolti nella psicopatologia del DBP e in ciascuna famiglia. Diventa quindi cruciale migliorare gli strumenti e i metodi in grado di rispondere a questi obiettivi, soprattutto perché le scale self‐report spesso non riescono a cogliere il discorso della paziente in modo più aperto, trascurando aspetti fondamentali della soggettività della persona. I metodi misti sembrano pertanto più adatti a sviluppare meglio strategie di intervento o protocolli specializzati. Di conseguenza, l’uso del genogramma sembra costituire un’alternativa metodologica per lo studio delle famiglie nel contesto del DBP.
Per quanto ci è noto, questo è il primo studio che utilizza il genogramma come metodo per valutare la percezione di alberi genealogici «duplicati» all’interno delle famiglie e, in quanto tale, presenta punti di forza e sfide. Il genogramma offre alla persona partecipante l’opportunità di seguire in tempo reale la costruzione del proprio genogramma familiare, il che le ha permesso di contribuire più attivamente al processo formulando le osservazioni e i commenti che riteneva pertinenti. Procedere in questo modo ha ridotto la probabilità che la ricercatrice fraintendesse quanto detto dalla persona intervistata. Inoltre, l’uso dei genogrammi può rappresentare un contributo prezioso alla pratica clinica, in particolare come strumento per visualizzare le dinamiche relazionali e suscitare il confronto su narrazioni contrastanti. Attraverso il genogramma è possibile integrare il discorso della persona, ottenuto tramite un’intervista semistrutturata, quantificando al contempo quanto riferito sulle relazioni emotive e sui comportamenti a rischio. Mappando sia eventi oggettivi sia percezioni soggettive, i genogrammi possono aiutare chi opera in ambito clinico a individuare aree di incomprensione, conflitti non riconosciuti o asimmetrie relazionali che possono essere rilevanti per la pianificazione del trattamento. Studi futuri che utilizzino questa strategia metodologica potrebbero contribuire ad accrescere la validità esterna dei risultati e a integrare la valutazione basata sul genogramma in programmi psicoeducativi o familiari.
Pochi studi, come il nostro, hanno impiegato analisi quantitative nel contesto dei genogrammi. Un esempio è lo studio di Sitnik‐Warchulska e Izydorczyk (2018), che, come il nostro, ha esplorato pattern familiari, ma in un contesto non clinico ‐e in una prospettiva individuale anziché diadica. Il loro obiettivo era individuare configurazioni familiari che meritano attenzione terapeutica per la loro associazione con comportamenti suicidari o violenti in ragazze adolescenti. Attraverso un’analisi basata sul genogramma, hanno rilevato che tali comportamenti erano legati a fattori di stress familiari transgenerazionali ‐come difficoltà emotive, malattie croniche e relazioni triangolate— e hanno sottolineato che queste configurazioni potevano fungere da indicatori clinicamente rilevanti. Sitnik‐Warchulska e Izydorczyk (2018) evidenziano che riconoscere questi pattern è prezioso nella pratica clinica e può essere utile in un contesto di prevenzione. Questi risultati confermano la pertinenza degli approcci basati sul genogramma per individuare dinamiche familiari disfunzionali, che è anche un obiettivo centrale del nostro studio. Mentre Sitnik‐Warchulska e Izydorczyk (2018) hanno condotto la loro ricerca in presenza, il nostro studio è stato realizzato a distanza. In linea con questa idea, i campioni raccolti mediante ricerca a distanza possono presentare una maggiore diversità etnica e geografica rispetto agli studi in presenza (Shields et al. 2021). Inoltre, l’uso del genogramma a distanza ha offerto altri vantaggi significativi, in particolare nella ricerca con le famiglie, poiché consente di includere persone che, per vari motivi, potrebbero non essere disponibili per valutazioni in presenza, si tratti della paziente o del familiare. Questo approccio amplia le possibilità di ricerca e facilita la raccolta dei dati in un formato accessibile e flessibile. È inoltre possibile che, trovandosi a casa, la persona partecipante si senta più a suo agio nel parlare di temi delicati.
Per quanto ci risulta, un solo studio pubblicato ha incluso la costruzione a distanza di un genogramma nella propria metodologia, senza limitarsi al disturbo borderline di personalità. Andrade et al. (2024) hanno elaborato i genogrammi delle persone partecipanti durante interviste a distanza, mediante la duplicazione dello schermo con il software GenoPro (GenoPro 2020). Non abbiamo invece trovato alcuno studio, né a distanza né in presenza, che abbia utilizzato i genogrammi nel contesto del DBP.
Infine, la ricerca a distanza può superare alcune barriere, ma può anche introdurre nuove sfide. Un aspetto cruciale che può incidere sulla costruzione del genogramma è l’influenza culturale, poiché le parole possono avere significati diversi per ciascuna persona. Per esempio, il termine «abuso» può essere interpretato in vari modi dalle persone partecipanti, a seconda delle loro esperienze e dei loro contesti culturali. È quindi essenziale che chi conduce la ricerca resti attento a garantire una corretta comprensione di ciò che la persona intervistata intende comunicare. Per attenuare questa difficoltà, è importante coinvolgere altre persone del gruppo di ricerca nella categorizzazione dei temi trattati (Carter et al. 2014). Rivedere le trascrizioni con il contributo di più figure professionali può aiutare a ridurre al minimo i bias interpretativi e a garantire un’analisi più accurata e contestualizzata dei racconti raccolti.
Questo studio presenta alcuni limiti. In primo luogo, il campione è stato reclutato in un unico ambulatorio in cui le pazienti erano già in trattamento, e potrebbe quindi rappresentare un profilo di pazienti con esiti clinici migliori. Inoltre, nello studio è stato incluso un solo familiare per ciascuna paziente. La prospettiva isolata di un unico familiare, con cui probabilmente esiste una relazione stretta, tanto più che è stato indicato dalla paziente, può introdurre un bias nella percezione familiare. Infine, la numerosità molto ridotta del campione limita le nostre conclusioni. Questo limite è tuttavia coerente con la natura esplorativa e con l’impostazione metodologica dello studio. Per esempio, sebbene il legame di parentela tra ciascuna partecipante con DBP e il rispettivo familiare (per esempio madre, padre, fratello o sorella) sia stato identificato e rappresentato nel genogramma secondo le convenzioni standard, questi specifici legami familiari non sono stati inclusi nelle analisi quantitative. Questa scelta si è basata sulle ridotte dimensioni del campione e sull’obiettivo principale dello studio, che era presentare il genogramma come strumento metodologico per mappare le ERRB, e non esaminare differenze in base al tipo di relazione familiare. Sono necessari studi con campioni più ampi e contesti più diversificati, per esempio diverse fasce d’età e persone senza trattamenti precedenti, per garantire risultati più rappresentativi. Va inoltre osservato che la raccolta dei dati a distanza può essere molto impegnativa a causa della diversità delle dinamiche familiari e delle routine domestiche, che possono rendere difficile per la persona partecipante disporre di una privacy completa. Questo studio si concentra sulle percezioni soggettive di ciascuna persona partecipante riguardo alle proprie relazioni familiari. Pertanto, le differenze tra i racconti ‐come un genitore che non riconosce come abusivo un comportamento percepito come tale dall’altra persona‐ sono attese e significative. Anziché essere considerate un bias metodologico, queste discrepanze riflettono divergenze interpretative centrali per la comprensione delle relazioni emotive e dei comportamenti a rischio rilevanti.
In conclusione, l’uso del genogramma sembra essere una strategia metodologico‐clinica adeguata per studiare famiglie in cui un membro presenta un disturbo borderline di personalità. Ha permesso di individuare convergenze e discrepanze nelle percezioni familiari sulle relazioni emotive e sui comportamenti a rischio, di analizzare differenze specifiche in tali percezioni e anche di individuare quali membri specifici della famiglia fossero chiamati in causa in ciascuna situazione. Confrontando le rappresentazioni delle stesse relazioni da due prospettive diverse, lo studio offre spunti su come le divergenze percettive possano riflettere la variabilità individuale, i bias percettivi e i pattern comunicativi caratteristici delle dinamiche familiari nel DBP. Questo confronto contribuisce allo sviluppo di interventi più personalizzati, in particolare per quanto riguarda l’individuazione delle ERRB bersaglio e dei membri della famiglia più coinvolti. Il genogramma può quindi costituire uno strumento prezioso non solo per la ricerca, ma anche per la valutazione terapeutica e la pianificazione dell’intervento. La sua applicazione a distanza può favorire la diversità del campione, rendendo la raccolta dei dati più flessibile e accessibile. L’uso del genogramma si distingue come una procedura innovativa sia per la ricerca sia per l’approccio clinico al trattamento delle persone con DBP, offrendo un mezzo strutturato per esplorare le dinamiche familiari e migliorare gli interventi futuri.
Complexe Systémique: punti chiave
L’interesse dello studio risiede meno nei suoi numeri, ricavati da sei diadi, che nel suo gesto metodologico: disegnare due volte lo stesso genogramma, con due persone diverse, e trattare lo scarto come un dato e non come un errore. Dove l’una vede violenza tra i nonni, l’altra vede armonia. Per la pratica sistemica, ciò rimette al lavoro un’intuizione antica: non esiste una sola famiglia, ma tante mappe quante sono le posizioni nel sistema, e la sofferenza si annida anche in questi scarti. Costruito sullo schermo, in tempo reale, sotto gli occhi della persona, il genogramma diventa uno strumento di co-costruzione, e la sua versione a distanza apre l’accesso a familiari che non verrebbero a un colloquio. I limiti sono chiari: un campione minuscolo, solo donne dal lato delle pazienti, reclutate in un unico servizio, familiari scelti dalle pazienti, test ripetuti su 28 categorie che invitano alla prudenza e una lettura ancora vicina a un modello dei fattori di rischio. Resta da vedere questi genogrammi incrociati discussi in seduta, con la famiglia riunita. Da leggere insieme all’articolo sul genogramma come strumento sistemico e all’articolo sulla personalità borderline in terapia.
Note dell’originale
Dichiarazione etica. Questo studio è stato approvato dal Comitato etico per la ricerca della Universidade Federal de São Paulo, con parere numero 6.957.080. Tutte le persone partecipanti hanno firmato un modulo di consenso informato prima di partecipare. Lo studio è stato condotto in conformità con la Dichiarazione di Helsinki.
Ringraziamenti. I costi di pubblicazione dell’articolo (APC) di questa ricerca sono stati finanziati dalla Coordenação de Aperfeiçoamento de Pessoal de Nível Superior ‐ Brasil (CAPES) (identificativo ROR: 00x0ma614).
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Traduzione non ufficiale in italiano di New Strategies for Studies With Families in Borderline Personality Disorder: Challenges and Potentialities of the Use of Genogram, di Ana Carolina Soares Marinho, Camila Chagas, José Carlos Galduróz, Fernanda Celeste de Oliveira Martins Sassi, Erlei Sassi Junior, Francisco Lotufo Neto e Claudia Berlim de Mello, Journal of Marital and Family Therapy, vol. 51, n. 4 (2025), doi: 10.1111/jmft.70065, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione in italiano, tabelle presentate come elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
L’articolo originale è «New Strategies for Studies With Families in Borderline Personality Disorder: Challenges and Potentialities of the Use of Genogram», pubblicato su Journal of Marital and Family Therapy (2025) con licenza CC BY 4.0. Complexe Systémique lo ha tradotto in italiano con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e impaginato per la lettura online, come indicato in testa a questa pagina: si tratta di una traduzione non ufficiale e fa fede la versione originale.
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Marinho, A. C. S., Chagas, C., Galduróz, J. C., Sassi, F. C. O. M., Sassi Junior, E., Lotufo Neto, F., e de Mello, C. B. (2025). New Strategies for Studies With Families in Borderline Personality Disorder: Challenges and Potentialities of the Use of Genogram. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/new-strategies-for-studies-with-families-in-borderline-personality-disorder (Opera originale pubblicata nel 2025 su Journal of Marital and Family Therapy, 51(4), e70065 (2025); ripubblicata nel 2025 da Journal of Marital and Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jmft.70065)
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