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Family Process · Terapia familiare

Potere e dialogo: una rassegna della ricerca discorsiva

Gli approcci collaborativi e il Dialogo Aperto invitano chi pratica la terapia a lasciare andare il proprio potere: la persona assistita è l’esperta, tutte le voci contano allo stesso modo. Ma che cosa mostrano le registrazioni delle sedute? Ben Ong, Eleftheria Tseliou, Tom Strong e Niels Buus hanno esaminato diciotto studi che le analizzano riga per riga. Il potere non scompare mai; cambia forma. La persona terapeuta sceglie chi parla e di che cosa, rimette la sicurezza all’ordine del giorno, orienta verso le risorse. E forse è proprio questa direzione, riconosciuta e leggera, a rendere possibile il dialogo.

Autrici e autori Ben Ong e Niels Buus (Monash University, University of Southern Denmark), Eleftheria Tseliou (University of Thessaly), Tom Strong (University of Calgary)Prima pubblicazione Family Process, 1 dicembre 2023Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Power and dialogue: A review of discursive research, di Ben Ong, Eleftheria Tseliou, Tom Strong e Niels Buus, pubblicato in Family Process (Wiley) (2023), doi: 10.1111/famp.12881, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le due figure (diagramma PRISMA e sintesi dei temi) non sono riprodotte. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

L’esercizio del potere non solo è coerente con la pratica collaborativo-dialogica, ma può anzi essere necessario per promuovere conversazioni dialogiche.

Ben Ong, Eleftheria Tseliou, Tom Strong e Niels Buus

Abstract

Gli approcci collaborativo-dialogici alla terapia familiare raccomandano a chi conduce la terapia di assumere una posizione in cui la persona assistita è l’esperta e di promuovere un’uguaglianza tra prospettive molteplici. Ciò ha dato luogo a dibattiti su come concettualizzare il potere nelle terapie dialogiche, e la ricerca e la teoria lo hanno trattato come qualcosa di sociale e negoziato nell’interazione. Ci siamo proposti di comprendere il potere nella terapia dialogica attraverso una rassegna della ricerca discorsiva sulle conversazioni terapeutiche. Abbiamo condotto una ricerca sistematica nelle banche dati bibliografiche PsycINFO, PubMed e CINAHL. Abbiamo esaminato i risultati di 18 studi che applicavano analisi discorsive a sedute di terapia collaborativo-dialogica e ne abbiamo considerato i risultati in relazione al potere all’interno delle interazioni. Abbiamo riscontrato una forte attenzione alle pratiche della persona terapeuta piuttosto che a quelle della persona assistita. La persona terapeuta veniva presentata come catalizzatrice del dialogo, che ricorre a risposte minime e attive per promuovere conversazioni dialogiche. Chi conduceva la terapia esercitava il potere anche in risposta a richieste istituzionali e sociali più ampie, che possono non essere coerenti con alcune interpretazioni della terapia dialogica. Esaminiamo le implicazioni per la pratica nei casi in cui l’esercizio del potere per dirigere una seduta facilita le interazioni dialogiche.

POTERE E DIALOGO: UNA RASSEGNA DELLA RICERCA DISCORSIVA

Questo articolo passa in rassegna la ricerca attuale che applica analisi discorsive alle interazioni negli approcci collaborativo-dialogici alla terapia familiare per indagare l’esercizio del potere. Il concetto di potere ha esercitato un’influenza ricorrente sullo sviluppo della terapia familiare. La terapia familiare sistemica è stata fortemente influenzata dalla prospettiva cibernetica di Bateson (1987), che concepiva le famiglie come sistemi comunicativi dotati di mente e retti dalla causalità circolare. Tuttavia, Bateson (1987) sosteneva che il potere su un’altra persona implicasse una relazione lineare, epistemologicamente errata, perché considerava le persone come situate all’interno di relazioni cibernetiche che le vincolano reciprocamente (Flaskas & Humphreys, 1993). Si ritenne che questa visione suggerisse che tutte le persone fossero ugualmente responsabili del mantenimento di qualsiasi schema di comportamento, perfino dell’abuso, il che divenne una posizione indifendibile dal punto di vista della giustizia sociale e del femminismo (Goldner, 1985; Hare-Mustin, 1987; MacKinnon & Miller, 1987).

Gli anni Ottanta videro uno sconvolgimento nella terapia familiare, provocato dal femminismo e dal costruzionismo sociale, riguardo al modo di concettualizzare le relazioni e il potere (Flaskas, 2002). Da una prospettiva costruzionista sociale, il significato e la comprensione, comprese le concettualizzazioni del potere, sono considerati dipendenti da processi sociali (Goldner, 1985; Hare-Mustin, 1987; MacKinnon & Miller, 1987). L’opera di Foucault (1979, 2002) ha sottolineato che il potere non va inteso semplicemente come una forza restrittiva esercitata da qualcuno, ma anche come una forza costitutiva, distribuita e inscritta nei discorsi egemonici e nelle pratiche sociali. Foucault sosteneva che «potere/sapere» vadano intesi come inseparabili e suggeriva che le persone regolino se stesse e le proprie interazioni con gli altri in relazione a un potere/sapere onnipervasivo. Il potere non era concepito come l’esercizio «negativo» e coercitivo della forza, ma come una forza costitutiva, «positiva», che si manifesta attraverso le pratiche e le interazioni sociali. In questa prospettiva, nessuno detiene il potere ed esso non è qualcosa che possa essere rimosso dalle interazioni; può tuttavia essere contestato e, in una certa misura, contrastato dall’interno delle relazioni di potere. Nonostante questa concettualizzazione postmoderna del potere, chi praticava la terapia familiare sembrava continuare a considerare il potere come qualcosa di negativo da evitare, e gli approcci di terapia familiare furono modificati, e ne furono sviluppati di nuovi, per controbilanciare il potere della persona terapeuta nelle interazioni terapeutiche (Flaskas & Humphreys, 1993).

Negli Stati Uniti, Anderson e Goolishian (1988) hanno sviluppato l’approccio dei sistemi linguistici collaborativi, mentre in Finlandia Seikkula e il suo gruppo hanno sviluppato il Dialogo Aperto (Haarakangas et al., 2007; Seikkula & Arnkil, 2006). Entrambi gli approcci si fondano su una visione costruzionista sociale del linguaggio e del significato (Guilfoyle, 2003), con ispirazione da Bachtin (1981), Shotter (1996, 2006) e Andersen (1987). Li chiameremo approcci collaborativo-dialogici (Anderson & Gehart, 2022) e, pur esistendo punti di differenza, sosteniamo che promuovano un orientamento fondamentalmente simile nell’affrontare la pratica terapeutica, che illustreremo qui di seguito.

Negli approcci collaborativo-dialogici, le relazioni umane sono definite e organizzate attraverso un’interazione comunicativa attiva e creativa, e non attraverso ruoli sociali, strutture, relazioni di potere e gerarchie già esistenti (Anderson & Goolishian, 1988). Il linguaggio non si limita a rappresentare la realtà; è piuttosto una risorsa utilizzata per costruire le nostre visioni della realtà. Da una prospettiva bachtiniana (1981), l’identità di una persona si sviluppa attraverso le interazioni con gli altri. In ogni interazione, le persone portano i propri modi singolari di spiegare e comprendere il mondo, cosicché, ascoltando un’altra persona, le nostre idee si adattano e cambiano, e possono emergere nuovi significati. Inoltre, è attraverso l’interazione che i «problemi» di un sistema vengono definiti e, di conseguenza, è attraverso uno scambio dialogico che possono emergere nuovi significati e nuove comprensioni e che i problemi possono essere ridefiniti o dissolti (Anderson & Goolishian, 1988).

Negli approcci collaborativo-dialogici, la persona terapeuta occupa due posizioni che rappresentano una tensione tra collaborazione e potere (Anderson & Goolishian, 1988). In primo luogo, è partecipante-osservatrice, che co-crea reciprocamente con le persone assistite una comprensione condivisa del problema da «una posizione egualitaria e non gerarchica» (Anderson & Goolishian, 1988, p. 9). Ciò include una posizione di apertura (Galbusera & Kyselo, 2018) o di non sapere (Anderson & Goolishian, 1992), che implica un atteggiamento di curiosità in cui la persona terapeuta si colloca sempre in uno stato di «essere informata» dalle persone assistite (Anderson & Goolishian, 1992, p. 29), esperte della propria esperienza vissuta (Anderson, 2005). La persona terapeuta deve inoltre contribuire al dialogo essendo «pubblica» (Anderson, 2005, p. 500) o «autentica» (Galbusera & Kyselo, 2018), rispondendo e condividendo aspetti del proprio dialogo interiore che emergono in risposta alla conversazione con le persone assistite (Seikkula, 2008). Ciò aiuta a costruire un nuovo linguaggio condiviso tra tutte le persone presenti (Seikkula, 2008). Terapeuta e persona assistita partecipano così reciprocamente a un’indagine condivisa, e la persona terapeuta offre le proprie opinioni e ipotesi con cautela, rispetto e disponibilità a essere corretta (Anderson, 1995). In secondo luogo, la persona terapeuta è partecipante che gestisce la conversazione, ovvero «un’artista maestra della conversazione, un’architetta del dialogo» (Anderson & Goolishian, 1988, pp. 1–2). Ciò significa che ha la responsabilità flessibile di facilitare una conversazione dialogica in cui possano emergere nuovi significati e nuove comprensioni (il «non-ancora-detto») (Anderson & Goolishian, 1988, p. 1) e in cui prospettive molteplici trovino voce, «ciascuna da un luogo di partecipazione unico ma paritario» (Haarakangas et al., 2007, p. 228), senza orientare il contenuto o l’esito della conversazione verso il cambiamento (Seikkula, 2008).

Un aspetto centrale degli approcci collaborativo-dialogici è il concetto di polifonia, o di prospettive molteplici, sia all’interno di una persona sia tra persone (Seikkula, 2008). Chi conduce la terapia cerca di far emergere le molteplici voci delle persone assistite all’interno di una seduta e di riflettere sulle proprie conversazioni interiori (Seikkula, 2008). Rober (1999) descrive come la persona terapeuta possa prestare attenzione alle prospettive interne del proprio ruolo professionale, che riflette comprensioni teoriche e ipotesi, e del proprio sé personale, che comprende le esperienze, i sentimenti e le associazioni che emergono nell’incontro. Nel rispondere alle persone assistite, si raccomanda a chi conduce la terapia di riflettere sulla propria conversazione interiore per evitare di concentrarsi troppo sul proprio sé personale (Rober, 1999) o di esercitare il potere promuovendo discorsi sociali normalizzanti (Rober, 2008). Bilanciando i propri obblighi professionali e le molteplici prospettive della persona assistita e della famiglia, la persona terapeuta gestisce posizioni molteplici e le relazioni di potere a esse associate. In questo senso, si potrebbe ritenere che eviti di usare il potere per orientare la conversazione verso un esito particolare e che cerchi di distribuire in modo più equo il potere e l’influenza tra i membri della famiglia. Il ruolo della persona terapeuta collaborativo-dialogica rappresenta così una tensione tra uguaglianza e potere; la sua «competenza» consiste nel partecipare ed esprimere la propria opinione da una posizione egualitaria e non gerarchica, esercitando al contempo il potere per facilitare e gestire una conversazione dialogica, ma senza controllarne il contenuto o l’esito.

Gli approcci collaborativo-dialogici sono stati criticati per aver offerto una rappresentazione eccessivamente semplificata del potere, confondendo il potere con il controllo e il dominio ed esortando chi conduce la terapia a eliminare il potere dalle interazioni terapeutiche (Guilfoyle, 2003). Come ha dimostrato Foucault (1979), il potere è situato all’interno delle strutture, dei ruoli e delle pratiche sociali e non può quindi essere del tutto eliminato dalla pratica terapeutica. Così, indipendentemente dalle intenzioni della persona terapeuta, le asimmetrie di potere persistono a causa di discorsi sociali che, per esempio, collocano chi fa terapia in una posizione di «sapere esperto», con un potere e un’influenza relativamente maggiori rispetto alle persone che chiedono il suo aiuto (Guilfoyle, 2006, p. 95). La psicoterapia può anche esercitare potere attraverso un progetto normalizzante che plasma il comportamento della persona assistita secondo le aspettative pubbliche (Cruikshank, 2019; Seikkula & Arnkil, 2006). Adottando un particolare approccio terapeutico, la persona terapeuta esercita un potere sul modo in cui si svolgerà un incontro terapeutico. Seikkula e Arnkil (2006) suggeriscono che sia proprio l’esercizio del potere insito nell’adozione di un approccio di Dialogo Aperto ad aver prodotto buoni risultati nella ricerca.

Gran parte degli scritti sugli approcci collaborativo-dialogici si è concentrata su una presentazione concettuale della «mentalità» della persona terapeuta (Ong & Buus, 2021), con minore attenzione alle pratiche comunicative interattive e agli elementi sociali del potere che si producono nella conversazione reale. Turner (2005) propone una concettualizzazione tripartita del potere che ne sottolinea la natura sociale e sostiene che una comprensione approfondita del potere richiede attenzione al modo in cui esso viene prodotto e negoziato all’interno delle interazioni. La persuasione consiste nel convincere un’altra persona che una certa posizione o azione è corretta o valida, così che questa agisca in conformità con tale posizione di propria volontà. Nella coercizione, le persone sono spinte ad agire contro la propria volontà. Nell’autorità, le persone accettano volontariamente il diritto legittimo di un’altra persona di determinare le proprie convinzioni e azioni. L’autorità non è vissuta come un dominio coercitivo, ma è legittima, desiderabile e accettata volontariamente. Applicato alla terapia, le persone assistite possono accettare l’autorità della persona terapeuta di dirigere la seduta perché, si spera, le condurrà verso un esito desiderabile. L’autorità si crea congiuntamente, poiché le persone assistite possono riconoscere l’autorità della persona terapeuta o negargliela resistendo, e la persona terapeuta può perseguire l’autorità cercando allineamento e coinvolgimento (Watson, 2019).

Gli approcci discorsivi all’analisi dell’interazione, come l’analisi della conversazione (Heritage, 2013) e la psicologia discorsiva (Edwards & Potter, 1992), hanno obiettivi diversi, ma si concentrano tutti sull’analisi di interazioni reali. Per esempio, la ricerca in analisi della conversazione ha utilizzato il concetto di autorità deontica, il diritto di determinare le azioni future di altre persone in un determinato ambito (Stevanovic & Peräkylä, 2012), per rappresentare il modo in cui il potere viene negoziato all’interno delle interazioni. L’autorità deontica può essere legata allo status deontico di una persona, ossia all’autorità connessa alla sua posizione o al suo ruolo sociale o istituzionale. Ciò è tuttavia distinto dal modo in cui la persona presenta la propria posizione deontica nell’interazione. Per esempio, una persona terapeuta ha uno status deontico elevato in virtù del suo ruolo istituzionale, ma può usare certi marcatori di cautela per presentare una posizione deontica attenuata. Analogamente, l’autorità epistemica si riferisce ai diritti e alle responsabilità relativi a determinati ambiti di conoscenza (Heritage & Raymond, 2005).

Precedenti rassegne della ricerca discorsiva hanno indagato con successo il modo in cui concetti teorici sono stati applicati nella pratica. Tseliou et al. (2021) hanno esaminato la ricerca discorsiva per studiare come si producessero i processi di cambiamento negli approcci sistemici e costruzionisti alla terapia familiare. Il cambiamento si manifestava in dialoghi che procedevano in avanti e in spostamenti conversazionali verso una prospettiva relazionale o verso un linguaggio non patologizzante. Tseliou et al. (2021) hanno anche messo in luce diversi modi in cui il potere viene gestito nelle sedute di terapia familiare. Per esempio, le persone terapeute mostravano un equilibrio dilemmatico tra l’esercitare il potere per dirigere una seduta e l’invitare le altre persone a partecipare più attivamente. Gestivano le questioni di competenza dando consigli e sottolineando la competenza dei membri della famiglia. Indagini discorsive di questo tipo possono orientare la pratica, sensibilizzare chi lavora in clinica ai dilemmi dell’autorità nel proprio lavoro e invitarlo a riflettere sulle proprie pratiche conversazionali (Nanouri et al., 2022).

Sulla scia di Foucault e di Guilfoyle, riteniamo che il potere sia un elemento ineludibile delle interazioni in terapia familiare. Adotteremo un approccio interazionale al concetto di potere per chiarire come il potere venga prodotto e negoziato all’interno di conversazioni reali, e per mostrare come possa essere concettualizzato e teorizzato come fenomeno interazionale. L’obiettivo di questo articolo era quindi condurre una rassegna esaustiva della letteratura sugli studi empirici che esaminano le interazioni discorsive di chi pratica approcci collaborativo-dialogici, e analizzare e sintetizzare criticamente il modo in cui il concetto di potere è rappresentato nei loro risultati. Speriamo che questi risultati possano contribuire a una comprensione più sfumata di come opera il potere nelle modalità psicoterapeutiche collaborativo-dialogiche e orientare lo sviluppo, la teorizzazione e la pratica futuri di questi approcci. Nel leggere questo articolo, invitiamo quindi chi lavora in clinica a riflettere su come le proprie pratiche discorsive posizionino le persone assistite e su quali risposte, a loro volta, invitino e ricevano in materia di potere e autorità.

METODO

Abbiamo condotto ricerche sistematiche nelle banche dati per individuare studi che applicassero analisi discorsive al Dialogo Aperto e alle pratiche dialogiche. La prima fase della ricerca ha utilizzato le banche dati PsycINFO, PubMed e CINAHL. Abbiamo condotto due ricerche a blocchi. La prima utilizzava i termini di ricerca “open dialogue” OR “dialogical” e la seconda “power” OR “deontic*” OR “authority”. Abbiamo combinato queste due ricerche a blocchi con “AND”, ottenendo un totale di 1207 riferimenti dopo l’eliminazione dei duplicati. Abbiamo utilizzato Covidence per raccogliere, gestire e selezionare i riferimenti. I riferimenti sono stati vagliati in modo indipendente da due membri del gruppo in base ai criteri di inclusione: a) ricerca discorsiva empirica con dati provenienti da sedute reali di psicoterapia in cui si riportasse che la persona terapeuta utilizzava un approccio dialogico; b) terapia individuale, di coppia o familiare; e c) una qualche forma di analisi discorsiva centrata sull’interazione conversazionale, comprese trascrizioni della conversazione con un’analisi riga per riga. Alcuni studi utilizzavano processi analitici aggiuntivi, come interviste condotte dopo che le persone partecipanti avevano rivisto il video di una seduta di terapia (ad es., Lidbom et al., 2014, 2015). Questi sono stati esclusi perché si concentravano sulle risposte alle interviste piuttosto che sulle interazioni discorsive. Altri articoli (Guregård & Seikkula, 2014; Rober et al., 2006) che utilizzavano un approccio simile sono stati inclusi perché l’analisi discorsiva vi aveva un peso sufficiente ed era abbastanza distinta da poter essere considerata in modo indipendente. Dopo la selezione per titolo, abstract e testo integrale, quattro articoli soddisfacevano i criteri di inclusione. Abbiamo poi condotto ricerche sistematiche a catena nella bibliografia di ciascun articolo per individuare articoli aggiuntivi. Questa ricerca è stata completata per ogni nuovo articolo incluso. Le ricerche hanno prodotto un totale di 14 riferimenti aggiuntivi, per un totale di 18 articoli da esaminare (si veda la figura 1, diagramma PRISMA).

FIGURA 1. Diagramma PRISMA. Adattato da Moher et al. (2009). Figura non riprodotta.

Il primo autore ha esaminato tutti gli studi e raccolto informazioni generali sulla collocazione geografica, sulla modalità di terapia e sull’approccio analitico. Ha inoltre estratto dalle sezioni di analisi e di discussione di ciascun articolo i passaggi relativi al potere. Seguendo Turner (2005), il potere può manifestarsi nell’influenzare altre persone attraverso la conoscenza o nel dirigerne le azioni, legittimamente o meno. Nell’esaminare e selezionare i dati per questa sintesi, il primo autore ha cercato qualsiasi parte dell’analisi che riportasse differenze nell’influenza relativa della persona terapeuta o dei membri della famiglia, in particolare in relazione alla conoscenza o alle azioni. Questi estratti degli articoli hanno costituito il nostro insieme di dati per l’analisi; sono stati registrati nello strumento di estrazione dei dati di Covidence ed esportati in NVivo per un’analisi ulteriore. Non abbiamo utilizzato gli estratti trascritti delle conversazioni come fonti di dati per una nostra reinterpretazione, poiché non avevamo una comprensione sufficiente degli estratti e del loro contesto conversazionale, né delle registrazioni originali, per un’analisi rigorosa. Non abbiamo valutato la qualità della ricerca.

L’analisi dei dati, condotta dal primo autore, è iniziata con una codifica aperta induttiva dei dati estratti mediante NVivo. I codici sono stati poi confrontati, messi a contrasto e aggregati in raggruppamenti più ampi di temi che offrivano una panoramica generale dei dati. La costruzione dei temi si è concentrata sul significato semantico o di superficie della codifica, fornendo un approccio più descrittivo a temi che sono stati poi interpretati e analizzati nei loro presupposti, nei loro significati e nelle loro implicazioni per la pratica dialogica. La nostra costruzione dei temi rappresenta quindi una forma «scientificamente descrittiva» di analisi tematica (Finlay, 2021, p. 105) piuttosto che un approccio interpretativo riflessivo (Braun & Clarke, 2022). Riconosciamo tuttavia che la nostra costruzione dei temi rappresenta la nostra prospettiva interpretativa, influenzata dall’obiettivo di offrire una comprensione del potere più sfumata di quella fornita dall’attuale teorizzazione nella letteratura dialogica.

Il nostro gruppo di ricerca comprendeva persone con esperienza di ricerca e di pratica nell’approccio del Dialogo Aperto (BO e NB). Avevano quindi una stretta affinità con gli approcci dialogici e con la loro promessa di un’assistenza sanitaria più egualitaria. Tuttavia, ritenevano anche che vi siano diversi ambiti in cui sono mancati dettaglio e riflessione su come le idee dialogiche vengano integrate nei sistemi sanitari convenzionali, come nel caso del concetto di potere. Le altre due persone del gruppo (ET e TS) avevano un’ampia esperienza in terapia familiare e in ricerca discorsiva. Prevedevamo che questa combinazione potesse offrire un equilibrio tra la prospettiva della ricerca e quella della pratica, così da ampliare la cornice interpretativa dell’analisi. L’intero gruppo ha discusso i risultati principali, le loro interpretazioni e la loro rilevanza e le implicazioni per gli obiettivi dello studio.

RISULTATI

In questa rassegna sono stati inclusi in totale 18 articoli pubblicati nell’arco di 20 anni, dal 2002 al 2022 (si veda la tabella S1). La maggior parte di questa ricerca si è svolta negli ultimi 10 anni, con 16 articoli pubblicati dal 2012. Dieci articoli hanno studiato la terapia di coppia, sette la terapia familiare e in uno non era specificato. I dati degli studi non erano molto diversificati: sei studi utilizzavano lo stesso insieme di dati di un’unica terapia di coppia, cinque dei quali pubblicati in uno stesso libro (Borcsa & Rober, 2016); tre articoli utilizzavano un diverso insieme di dati di terapia di coppia; e tre studi provenivano dallo stesso insieme di dati di terapia familiare. Così, 12 dei 18 studi utilizzavano soltanto tre insiemi di dati diversi. La ricerca era inoltre fortemente concentrata in Europa, con 15 studi svolti in contesti europei, con collaborazioni internazionali, e tre studi provenienti dall’Australia. La gamma di approcci analitici era più ampia: la Dialogical Investigations of Happenings of Change (DIHC) e l’Analisi della Conversazione (AC) sono state utilizzate in sette studi ciascuna, l’Analisi del Discorso in tre studi, mentre la Psicologia Discorsiva e l’Analisi Dialogica delle Sequenze erano riportate in due studi ciascuna. Il sistema di codifica dei processi narrativi, l’analisi narrativa, l’interpersonal process recall e l’analisi tematica erano riportati una volta ciascuno. Cinque studi riferivano di aver utilizzato più tipi di analisi.

Il termine «potere» era raramente utilizzato in modo diretto nelle analisi. Chi firmava gli studi impiegava invece termini diversi a seconda del tipo di approccio analitico. Gli articoli che utilizzavano la DIHC e l’analisi dialogica delle sequenze privilegiavano il termine dominanza (ad es., Avdi et al., 2015; Seikkula, 2002; Vall et al., 2016), distinguendo tra dominanza semantica (chi determina il contenuto tematico), dominanza interazionale (chi determina chi prende la parola) e dominanza quantitativa (durata del tempo di parola). Gli articoli che utilizzavano l’AC tendevano a riferirsi al potere attraverso il concetto di autorità. Ciò includeva le rivendicazioni di conoscenza (autorità epistemica) e la capacità di determinare le azioni future di altre persone nella seduta (autorità deontica). Gli studi che utilizzavano altri approcci analitici impiegavano termini diversi, come il fatto che la persona terapeuta plasma la conversazione (Avdi, 2016) o quanto si mostra attiva nelle sue domande (Laitila, 2016).

In questa rassegna abbiamo sviluppato due grandi aree tematiche, il potere della persona assistita e il potere della persona terapeuta. Sebbene gli studi analizzassero in genere congiuntamente le interazioni tra terapeuta e persone assistite, separarle qui permette di illustrare quanto gli studi fossero maggiormente orientati a indagare le azioni di chi conduce la terapia. Il potere della persona terapeuta si articola a sua volta nei sottotemi la persona terapeuta come catalizzatrice del dialogo, che comprende i modi minimi e attivi in cui utilizza il potere, e la persona terapeuta vincolata dagli obblighi istituzionali, che si riferisce alle richieste istituzionali e sociali che incidono sul suo uso del potere. La figura 2 rappresenta i nostri temi e gli articoli pertinenti che contribuiscono a ciascuno di essi.

FIGURA 2. Sintesi dei temi e riferimenti a sostegno. Figura non riprodotta.

Il potere della persona assistita

Il potere della persona assistita era notevolmente presente nell’attribuzione della colpa per i problemi di una relazione (Avdi, 2016; Wahlström, 2016). Abbiamo considerato l’attribuzione di colpa un esercizio di potere, in quanto rappresentava una pretesa di superiorità nel descrivere come problematico il comportamento di un’altra persona. La colpa era associata a un ordine morale o a discorsi dominanti sulle relazioni, e trovava in essi sostegno. Per esempio, in uno studio sulla terapia di coppia, il potere era associato alla capacità di un membro della coppia di costruire un racconto dominante coerente con i discorsi secondo cui le relazioni richiedono vicinanza emotiva e dialogo tra partner. Aderendo a questo discorso dominante, una donna poteva attribuire al proprio partner determinati diritti e doveri appropriati e, di conseguenza, collocarlo in una contro-posizione opposta e chiamata a rendere conto qualora lui non rispondesse a tali aspettative (Päivinen & Holma, 2016). Un altro studio descriveva i racconti dominanti come portatori di una responsabilità morale per il partner (Wahlström, 2016). Per esempio, una donna descriveva il problema di non riuscire a parlare con il proprio partner come un «bisogno» non soddisfatto: «Parlare è il suo “bisogno”, non il suo “desiderio” né la sua “pretesa”. Per il partner, rifiutare un bisogno è un atto moralmente discutibile, ben diverso dal rifiutare un desiderio o, ancor più, una pretesa» (Wahlström, 2016, pp. 156–157). Un membro della coppia poteva anche attribuire la colpa all’altro per giustificare la propria non responsabilità e la propria scarsa capacità di agire per cambiare la situazione (Vall et al., 2014). Così, se da un lato la colpa comportava un’affermazione forte sulla responsabilità altrui nei problemi e sulla necessità dell’altro di cambiare, dall’altro questa attribuzione di colpa implicava anche la mancanza di potere e di capacità di cambiare la situazione da parte di chi accusava.

Le persone assistite esprimevano potere anche attraverso gli elementi strutturali della conversazione. Per esempio, introducendo temi di discussione e orientando così la direzione tematica della seduta (Rober et al., 2006), oppure prendendo più tempo di parola e limitando gli interventi altrui (Vall et al., 2016). Questo potere era in parte limitato dal potere della persona terapeuta, che poteva in ultima istanza accettare, respingere (Rober et al., 2006) o eludere le iniziative tematiche delle persone assistite (Avdi, 2016; Guregård & Seikkula, 2014). Analogamente, le persone assistite potevano accettare o respingere le formulazioni della persona terapeuta. Per esempio, Avdi (2016) descrive come una persona terapeuta abbia proposto una formulazione che sottolineava le risorse e la capacità di agire di una coppia, formulazione che la coppia ha respinto.

Questi esempi mostrano come le persone assistite contribuissero attivamente a una seduta e manifestassero un certo grado di potere nell’attribuire responsabilità e colpe, nel plasmare la direzione tematica della seduta e nel resistere alle formulazioni della persona terapeuta. Tuttavia, il potere delle persone assistite era più spesso presentato come qualcosa di conferito, promosso o consentito da chi conduceva la terapia (Avdi et al., 2015) piuttosto che come qualcosa rivendicato direttamente dalle persone assistite stesse.

Il potere della persona terapeuta

Un’importanza particolare era attribuita al lavoro della persona terapeuta, presentata come centrale nella promozione del dialogo. L’importanza della persona terapeuta era affermata nel modo più esplicito da Vall et al. (2014, p. 277), secondo cui negli approcci dialogici «la persona terapeuta è inclusa come focus principale». Abbiamo sintetizzato i risultati di questi studi in due temi relativi al potere della persona terapeuta: la persona terapeuta come catalizzatrice del dialogo, che comprende un modellamento minimo e attivo della conversazione, e la persona terapeuta vincolata dalle richieste istituzionali.

La persona terapeuta come catalizzatrice del dialogo

Il prodursi del dialogo era presentato come un esito diretto delle pratiche conversazionali della persona terapeuta. In altre parole, la persona terapeuta era presentata come essenziale per costituire una conversazione dialogica e per promuovere altri esiti desiderabili, come la riflessività e la capacità di agire delle persone assistite (Seikkula & Olson, 2016). Gli studi descrivevano in dettaglio come la persona terapeuta possa produrre dialogo in due modi: attraverso un modellamento minimo o attivo della conversazione.

Modellamento minimo

Il modellamento minimo si manifestava nell’accettazione non contestativa, da parte della persona terapeuta, di ciò che dicevano le persone assistite (Laitila, 2016) o in una «responsività essenziale» (Seikkula & Olson, 2016, p. 67), e comprendeva l’uso di continuatori, ripetizioni di quanto detto in precedenza dalle persone assistite e semplici valutazioni (Avdi, 2016; Laitila, 2016). Queste risposte mostravano l’ascolto e il coinvolgimento della persona terapeuta nella conversazione, nonché l’intento di incoraggiare le persone assistite a elaborare racconti più ricchi e nuovi significati e a parlare di esperienze ed emozioni difficili (Avdi, 2016). Laitila (2016) lo descrive come «un’affiliazione e una sintonizzazione responsive e non contestative» (p. 37). Si sostiene che queste risposte minime lasciassero alle persone assistite il controllo sulla direzione della conversazione e facilitassero il passaggio dal monologo al dialogo e, di conseguenza, da posizioni di vittima a posizioni di agente (Avdi, 2016; Avdi et al., 2015; Olson et al., 2012). Perfino semplici domande della persona terapeuta, come chiedere alle persone assistite di che cosa volessero parlare, erano considerate un modo di «costruire capacità di agire». Per esempio:

… la persona terapeuta ha poi chiesto ai partner di definire come volessero utilizzare il resto della seduta… la domanda della persona terapeuta collocava la coppia come un insieme di agenti competenti nel tracciare il percorso del proprio trattamento. Rafforzava inoltre la dialogicità del dialogo non solo dando voce, ma anche costruendo capacità di agire. (Olson et al., 2012, p. 430)

Le risposte minime della persona terapeuta erano quindi presentate come un’influenza potente sulla conversazione, in quanto promuovevano risposte dialogiche e capacità di agire.

Modellamento attivo

Al contrario, la persona terapeuta poteva assumere un ruolo più attivo, plasmando selettivamente la conversazione attraverso domande, riflessioni e la scelta dei temi e di chi parla. In un esempio di domanda, la persona terapeuta ha chiesto a una moglie che aveva cominciato a piangere: «Che cosa pensa di ciò che sta ascoltando in questo momento?» (Vall et al., 2018, pp. S53–S54). La moglie risponde che il marito non la capisce e che lei dovrebbe poter provare e dire qualsiasi cosa in casa senza avere paura. Si sostiene che l’aver notato il pianto della moglie, e il modo in cui la domanda era formulata, abbiano suscitato un meta-dialogo riflessivo in cui «i coniugi non parlano né litigano più su qualcosa che è accaduto nella loro vita, ma riflettono sul proprio discorso e prendono una propria posizione nel setting terapeutico (sono in grado di posizionarsi)» (Vall et al., 2018, pp. S54–S55).

Nelle riflessioni, le persone terapeute parlano tra loro mentre alle persone assistite viene chiesto di ascoltare senza interrompere. Questo processo consente all’équipe terapeutica di introdurre i propri pensieri nella conversazione per promuovere la polifonia e risposte riflessive nelle persone assistite. Le riflessioni rappresentano anche il potere dell’équipe terapeutica, per la sua capacità di dirigere la seduta e di occupare un tempo di parola privilegiato e ininterrotto (Ong et al., 2021a). Tuttavia, durante queste riflessioni, l’équipe attenua esplicitamente l’autorità epistemica delle proprie affermazioni presentando le riflessioni come «pensieri» o «interrogativi», rivedibili, piuttosto che come verità oggettive sulla famiglia (Ong et al., 2022; Schriver et al., 2019). Per esempio, nelle riflessioni si usava «penso» per segnalare i commenti interpretativi sulle persone assistite.

«Penso» attenuava la pretesa di conoscenza degli enunciati. Ciò mostrava un orientamento verso l’accesso limitato di chi rifletteva alla mente delle persone partecipanti… [questo] aiutava chi rifletteva a mostrare discrezione e sensibilità, badando a non postulare nulla su cui non avesse «diritto». (Schriver et al., 2019, p. 29)

In coerenza con i principi teorici (Galbusera & Kyselo, 2018), chi conduce la terapia presenta i propri pensieri alle persone assistite in modo provvisorio per incoraggiare l’ulteriore dialogo. Sembra quindi consapevole del potere delle proprie pretese di conoscenza, e cercava di attenuare le proprie affermazioni e di rimettersi alla posizione di conoscenza delle persone assistite.

Ong et al. (2021b) e Rossen et al. (2020) descrivono come la persona terapeuta selezioni temi e interlocutori attraverso una pratica di sollecitazione delle posizioni. Si trattava di un processo in cui si sollecitava la posizione di una persona assistita e si selezionava poi un’altra persona perché commentasse un aspetto di quella posizione precedente. Ciò è rappresentato nella forma prototipica di domanda: «Y, che cosa pensi di ciò che X ha appena detto?» (Rossen et al., 2020, p. 719). La persona terapeuta esercita il potere nel selezionare quali temi siano pertinenti per la discussione (si veda anche Avdi, 2016) e nel selezionare chi può parlare e quando. Rober et al. (2006) individuano un fenomeno simile in cui le persone assistite sollevavano temi, analizzati come «inviti», che venivano approfonditi solo se «accettati» dalla persona terapeuta. Nonostante questo esercizio di potere, la persona terapeuta si adoperava per formulare le proprie domande di sollecitazione delle posizioni in modo da ridurre al minimo la propria influenza sul tipo di risposte che avrebbe potuto ricevere. Per farlo, formulava le domande in termini molto generali, con più componenti, e usava espressioni come «mi chiedo» per presentare i propri pensieri come rivedibili. Si afferma che ciò promuova una flessibilità responsiva, poiché le persone assistite possono scegliere a quali aspetti del turno della persona terapeuta rispondere e quali ignorare:

Così, sebbene la persona terapeuta diriga la seduta attraverso la scelta degli interlocutori, dei temi e delle domande, «mi chiedo», combinato con la non specificità della domanda di sollecitazione della posizione, elimina un certo grado della direttività associata a una domanda più specifica… La domanda della persona terapeuta, che include «mi chiedo» e la non specificità del chiedere «che cosa è emerso», lascia alla madre la libertà di rispondere a una parte precedente della conversazione che la persona terapeuta non aveva specificamente selezionato. La persona terapeuta esercita così l’autorità deontica di selezionare chi parlerà dopo, attenuando al tempo stesso la propria autorità di dettare il contenuto del turno di quella persona. (Ong et al., 2021b, p. 125)

La persona terapeuta ha così il delicato compito di esercitare il potere per controllare la conversazione, riducendo al contempo al minimo la propria influenza sul modo in cui ci si può aspettare che una persona assistita risponda. Un tale esercizio del potere non è necessariamente incoerente con un approccio dialogico, poiché è stato proposto che sia proprio l’approccio direttivo della persona terapeuta a rendere possibile un’interazione dialogica (Ong et al., 2021a, 2021b; Seikkula & Arnkil, 2006; Vall et al., 2016, 2018).

I risultati di questi studi suggeriscono che esista uno schema nel modo in cui la persona terapeuta utilizza il potere all’interno delle sedute e da una seduta all’altra. All’inizio delle sedute privilegia una responsività minima, cioè ripetizioni, continuatori e avviatori di riparazione, per incoraggiare le persone assistite a elaborare racconti dettagliati e a esprimere emozioni con un apporto terapeutico minimo. Tuttavia, queste risposte minime non sono neutre e guidano i racconti delle persone assistite, pur promuovendo una certa flessibilità nel loro modo di rispondere. Più avanti nelle sedute, la persona terapeuta assume un ruolo più attivo per assicurarsi che vengano espresse nuove prospettive o quando si crea uno «stallo» tra le persone partecipanti (Ong & Buus, 2021). Queste pratiche più attive comprendono conversazioni riflessive per introdurre i pensieri dell’équipe terapeutica, domande per concentrarsi su temi specifici, la scelta di chi parla per bilanciare i tempi di parola o dare voce a punti di vista alternativi, per affrontare la sicurezza o altre preoccupazioni istituzionali, o per rafforzare i cambiamenti positivi o le risorse. In questi momenti la persona terapeuta utilizza quindi in modo più attivo la dominanza interazionale o l’autorità deontica, regolando chi prende la parola e il focus tematico. Formula anche rivendicazioni epistemiche più chiare, ma ricorre a numerose forme attenuate di pratiche verbali e non verbali che suggeriscono «provvisorietà».

La persona terapeuta vincolata dagli obblighi istituzionali

Chi pratica la terapia collaborativo-dialogica non opera nel vuoto, ma all’interno di organizzazioni sanitarie e in discorsi sociali che hanno aspettative e richieste, oltre agli obblighi pratici derivanti dalla teoria collaborativo-dialogica. Negli studi esaminati emergeva che la persona terapeuta esercitava il potere nelle sedute per rispondere a queste richieste istituzionali, che talvolta entravano in conflitto con un approccio collaborativo-dialogico. Tali richieste istituzionali comprendevano lo svolgimento di valutazioni di salute mentale, la promozione della sicurezza e l’orientamento ai discorsi della psicoterapia.

L’orientamento della persona terapeuta alle richieste istituzionali si manifesta in sequenze di domanda e risposta in cui cerca informazioni sui sintomi della persona assistita, come in una valutazione psichiatrica (Avdi et al., 2015; Guregård & Seikkula, 2014; Seikkula, 2002). Per esempio:

… [il terapeuta] assume per lo più la posizione di un intervistatore clinico, nel senso che dà all’interazione un formato domanda-risposta; sebbene sembri interessato alle esperienze di [la persona assistita], le sue domande si orientano per lo più verso una cornice di descrizione dei sintomi… questa interazione monologica non crea occasioni di espressione emotiva o di nuova comprensione. Inoltre, si potrebbe sostenere che sia associata alla posizione di ridotta capacità di agire di [la persona assistita]. (Avdi et al., 2015, p. 334 & 336)

Chi firma lo studio sostiene che questa forma di interrogazione entri in conflitto con un approccio dialogico, poiché colloca la persona assistita in una posizione non agentiva, con poco potere di decidere i temi della conversazione o di impegnarsi nel dialogo.

Nella terapia di coppia per la violenza psicologica nella coppia, chi conduceva la terapia si orientava alla responsabilità di mantenere la sicurezza e la responsabilizzazione dentro e fuori le sedute. Vall et al. (2014) hanno mostrato come una persona terapeuta sollevasse esplicitamente il tema della sicurezza e dei possibili effetti aggravanti della terapia sulla violenza. Sostenevano che, sollevando la questione della sicurezza e discutendola in modo dialogico, la persona terapeuta può «prevenire qualsiasi possibile effetto negativo» e «la coppia diventa più consapevole dell’importanza della sicurezza» (Vall et al., 2014, p. 287). Le persone terapeute si adoperavano anche per promuovere la responsabilizzazione e la responsabilità nelle persone assistite rivolgendosi direttamente a qualcuno: «La persona terapeuta cerca di fare del marito un agente responsabile invitandolo a spiegare lo stress che prova nella situazione domestica» (p. 284), e attraverso destinatari multipli: «domande di questo tipo permettono alle persone assistite di sentirsi interpellate senza che l’interpellanza avvenga direttamente. Ciò significa che la persona interpellata indirettamente può sentirsi meno sotto pressione e, al tempo stesso, avvicinarsi all’assunzione di responsabilità» (p. 293).

Vall et al. (2016) hanno sottolineato l’importanza che la persona terapeuta diriga la seduta per impedire che schemi disfunzionali si ripetano nella seduta stessa: «Qui l’uso della dominanza interazionale mostra i suoi meriti, poiché permette all’équipe terapeutica di regolare la parola e di ridurre al minimo la dominanza della coppia e il suo “gioco di potere e controllo”» (p. 230). Analogamente, Rober et al. (2006) hanno mostrato come le persone terapeute evitassero un tema legato alla violenza perché l’infanzia presente in seduta era ritenuta troppo vulnerabile in quel momento. In questi esempi, la persona terapeuta sembra guidata non solo dai principi collaborativo-dialogici, ma anche dalla responsabilità di garantire la sicurezza e la responsabilizzazione, interrompere schemi comportamentali e proteggere l’infanzia ritenuta vulnerabile.

Un altro orientamento della persona terapeuta alle richieste istituzionali è la promozione di cambiamenti positivi. Laitila (2016) e Avdi (2016) hanno descritto come chi conduce la terapia utilizzi forme più attive di interrogazione, centrate sui cambiamenti o sugli esiti positivi per le persone assistite e sull’uso delle loro risorse nel raggiungere tali cambiamenti. Per esempio:

Nella seduta finale, tuttavia, il domandare attivo ha assunto una forma diversa. Metteva l’accento su differenze, cambiamento ed esito, empowerment e orientamento alle risorse, rispetto alla prima seduta e alle sedute successive. L’attenzione alle risorse e il tono positivo erano presenti al servizio del consolidamento e della stabilizzazione dei cambiamenti ottenuti, nonché del riconoscimento del merito della coppia per essi e per il processo terapeutico continuo della coppia in terapia al momento della conclusione delle sedute. (Laitila, 2016, p. 41)

Chi conduceva la terapia mostrava così un orientamento all’importanza di consolidare i cambiamenti positivi e di sottolineare la responsabilità personale in tali cambiamenti. Analogamente, utilizzava riformulazioni di quanto detto in precedenza dalle persone assistite. Le riformulazioni riprendevano aspetti di quanto detto e li ripresentavano in forme congruenti con l’istituzione. Avdi (2016) ha individuato come la persona terapeuta riformulasse i conflitti di una coppia come qualcosa di prevedibile nella loro situazione: «la persona terapeuta avanza l’idea che i problemi che la coppia sta affrontando facciano parte del normale percorso del “costruire una nuova famiglia”» (p. 83). Ciò serviva a «normalizzare» l’esperienza della coppia e a offrire una reinterpretazione alternativa e più positiva della sua situazione. Queste riformulazioni, pur attenuate, equivalevano a rivendicazioni di conoscenza da parte della persona terapeuta per descrivere le esperienze delle persone assistite nei modi preferiti.

Chi conduceva la terapia si orientava anche a discorsi più astratti sulla psicoterapia. Per esempio, Päivinen e Holma (2016) hanno mostrato come una persona terapeuta si schierasse implicitamente con la posizione della moglie sull’importanza di parlare:

Dalla loro posizione istituzionale, le persone terapeute pongono attivamente domande dettagliate per aiutare la coppia a ricostruire il racconto dominante costruito nel corso della terapia. Con questa esplorazione, accettano il racconto dominante costruito da Victoria e agiscono in conformità con il discorso dominante del mondo della psicoterapia: esperienze e sentimenti devono essere condivisi. (Päivinen & Holma, 2016, p. 97)

In questo esempio, dunque, la persona terapeuta non solo si schierava con la moglie (Victoria), ma questa posizione rifletteva anche un discorso sociale secondo cui parlare è utile in psicoterapia. La persona terapeuta sembrava così guidare una seduta influenzata non solo dai principi di un approccio collaborativo-dialogico, ma anche da discorsi sul ruolo della terapia.

Questi studi hanno mostrato che chi conduceva la terapia agiva in conformità con responsabilità istituzionali, promuovendo al tempo stesso il cambiamento positivo e interrompendo la violenza in conformità con norme e valori più ampi. Ciò implicava ancora una volta una tensione tra collaborazione e potere, attraverso un esercizio unilaterale del potere nel decidere il tema della conversazione, pur conducendo la conversazione in un modo che invita al dialogo e alla discussione.

DISCUSSIONE

Gli studi di questa rassegna suggeriscono che il potere non è antitetico alla pratica collaborativo-dialogica. Al contrario, il potere è pervasivo e presente in molteplici forme, utilizzate sia dalle persone assistite sia da chi conduce la terapia. Gli studi riportavano regolarmente che gli enunciati della persona terapeuta producono cambiamenti immediati nelle persone assistite, il che suggerisce che l’esercizio del potere non solo è coerente con la pratica collaborativo-dialogica, ma può anzi essere necessario per promuovere conversazioni dialogiche.

Gli studi mostravano un’attenzione schiacciante al potere della persona terapeuta, un’attenzione minore al potere delle persone assistite e quasi nessuna al potere tra i membri della famiglia. Questa attenzione alla persona terapeuta suggerisce che questa ricerca si rivolga principalmente a un pubblico clinico e fornisca prove di pratiche terapeutiche che possono essere utili a chi lavora in clinica nel proprio lavoro. In effetti, gran parte di questa ricerca è stata condotta da chi unisce pratica clinica e ricerca. Inoltre, le precedenti descrizioni teoriche della pratica collaborativo-dialogica si concentravano sulla mentalità della persona terapeuta, prestando minore attenzione al modo in cui tale mentalità si esprime nelle interazioni reali (Ong & Buus, 2021), e questa rassegna riflette questo persistente interesse per la persona terapeuta più che per la persona assistita. Questa attenzione rischia di offrire una visione semplificata di come procede la terapia e di sopravvalutare l’impatto della persona terapeuta minimizzando il contributo delle persone assistite. La ricerca futura potrebbe considerare come la persona assistita e i membri della famiglia vivano le diverse espressioni del potere terapeutico nelle sedute. Per esempio, come vengono accolte dalle persone assistite le risposte minime della persona terapeuta, o come vengono vissuti gli interventi più direttivi e gli esercizi di potere.

Si notava una marcata assenza di ricerca sulle relazioni di potere tra i membri della famiglia. Alcuni studi hanno esaminato le differenze tra le prospettive delle persone assistite nella terapia di coppia per la violenza psicologica nella coppia (ad es., Vall et al., 2014, 2016, 2018); tuttavia, tendevano a concentrarsi sul potere della persona terapeuta e su come essa mediasse la dominanza semantica e quantitativa relativa di una moglie e di un marito. Ciò è in qualche modo sorprendente, se si considera che le prime critiche al potere in terapia familiare si concentravano su questioni di abuso all’interno delle famiglie, e dà l’impressione che le prospettive delle persone assistite siano relativamente paritarie, soprattutto quando sono mediate dal potere della persona terapeuta. Questa relativa «cecità» nei confronti delle differenze di potere tra i membri della famiglia potrebbe dipendere dal numero relativamente ridotto di articoli di ricerca in questo ambito e dal ruolo periferico degli approcci collaborativo-dialogici nella pratica attuale. La pratica collaborativo-dialogica è ancora marginale rispetto ad altre forme di psicoterapia, ed è possibile che la ricerca stia cercando di affermare l’approccio concentrandosi sugli esiti conversazionali che la persona terapeuta è in grado di ottenere. Quali che siano le ragioni di questo squilibrio, la ricerca ha sminuito il ruolo e la voce delle persone assistite nella pratica collaborativo-dialogica, il che costituisce di per sé un esercizio di potere. La ricerca futura potrebbe correggere questo squilibrio concentrandosi maggiormente su come terapeuta e persone assistite sviluppino insieme una conversazione dialogica.

Un altro aspetto del potere non affrontato da questa ricerca è la scelta di utilizzare un approccio collaborativo-dialogico. Le persone assistite in genere non hanno alcuna influenza sull’approccio terapeutico adottato dalla persona terapeuta, poiché questo è stabilito in anticipo, prima ancora dell’incontro. Alcune persone assistite, tuttavia, preferiscono che chi conduce la terapia eserciti la propria competenza attraverso il giudizio clinico e la prescrizione di interventi direttivi (Buus et al., 2021). Un approccio dialogico predeterminato può risultare potenzialmente altrettanto impegnativo per le persone assistite di uno medicalizzato, pur con implicazioni diverse. Un approccio collaborativo presuppone un processo decisionale condiviso sul trattamento, che però non si applica alle decisioni sull’approccio terapeutico stesso.

Questa rassegna ha messo in luce come la pratica di chi adotta approcci collaborativo-dialogici sia influenzata da obblighi e discorsi sociali. Ciò si riflette nell’orientamento della persona terapeuta a obblighi istituzionali, come lo svolgimento di valutazioni dei sintomi della persona assistita e la sottolineatura delle risorse e degli esiti positivi, nonché nell’adozione di una posizione contro la violenza. Come sostengono Guilfoyle (2003) e Foucault (1979, 2002), in quanto dispensatrici di conoscenza e competenza, le persone terapeute sono un mezzo e un punto d’arrivo attraverso cui il potere si esercita nella società. La terapia familiare non è neutrale rispetto ai valori, e le persone terapeute possono funzionare, senza saperlo, come membri di un sistema che orienta le persone assistite verso modi di autoregolarsi conformi ai valori sociali. Questi valori possono essere relativamente poco controversi e produttivi, come una presa di posizione contro la violenza familiare, ma queste norme possono anche rappresentare una forma di oppressione, trasformando un aspetto del sé, come l’autostima, l’intraprendenza, il pensiero positivo o l’impotenza, in oggetto di riforma sociale (Cruikshank, 2019). Le persone terapeute sono, in un certo senso, agenti di riforma sociale e devono quindi riconoscere questo aspetto del proprio ruolo e chiedersi se le proprie azioni siano a beneficio delle persone assistite o derivino da una posizione potenzialmente paternalistica che perpetua forme di controllo sociale o di oppressione.

Verso una teorizzazione del potere negli approcci collaborativo-dialogici

Guilfoyle (2003) affermava che chi pratica la terapia dialogica non dovrebbe negare, e quindi occultare, l’esistenza e il funzionamento del potere, ma esaminare come esso opera e teorizzare come incorporarlo negli approcci collaborativo-dialogici. Questa rassegna suggerisce che vi siano (almeno) due grandi ambiti in cui gli approcci collaborativo-dialogici si intersecano con il potere. In primo luogo, c’è il potere su chi ha un accesso privilegiato alla conoscenza e alla verità. Esso è stato variamente descritto come autorità epistemica o dominanza semantica e si collega alle posizioni teoriche di un atteggiamento di «non sapere» e di «apertura». Questa ricerca suggerisce che, in genere, la persona terapeuta rimette la conoscenza alle persone assistite, concentrandosi sul sollecitarne l’elaborazione. Quando introduce le proprie interpretazioni sulle persone assistite, lo fa con cautela, utilizza elementi attenuativi e invita le persone assistite a rispondere e a dissentire. Tuttavia, quando emergono questioni di sicurezza o di violenza, ha l’obbligo di assumere una posizione più netta. Questa posizione può essere sviluppata anche attraverso il concetto di etica conversazionale o discorsiva (Smoliak et al., 2018; Strong & Sutherland, 2007). Questa prospettiva riconosce che le persone assistite non partecipano passivamente, ma plasmano attivamente la conversazione e le risposte della persona terapeuta (Strong & Sutherland, 2007). Il ruolo della persona terapeuta riguarda il modo di rispondere alle differenze o ai disaccordi e i valori morali che sostiene nelle proprie interazioni. L’etica discorsiva promuove occasioni in cui le persone assistite possano esprimere opinioni diverse (Smoliak et al., 2018), anche quando i significati sono contestabili e negoziabili (Strong & Sutherland, 2007). Chi conduce la terapia invita quindi alla contestazione e la accoglie e vi risponde in modo adeguato quando si presenta.

Il secondo aspetto del potere riguarda chi ha il potere di dirigere la conversazione. La letteratura discorsiva lo descrive come autorità deontica o dominanza interazionale, e si allinea alle idee teoriche della persona terapeuta come «architetta del dialogo» (Anderson & Goolishian, 1988, p. 1). I nostri risultati suggeriscono che la persona terapeuta mantenga il controllo sulla direzione della conversazione, sebbene in forma attenuata. In altre parole, invita altre persone a parlare (Ong et al., 2021b; Rossen et al., 2020), pone domande (Laitila, 2016) e offre riflessioni e formulazioni (Avdi, 2016; Vall et al., 2016). Un tale uso del potere sembra influenzare la conversazione in un modo che invita alla partecipazione, mette a fuoco i temi e promuove l’espressione di prospettive molteplici, e che le persone assistite accettano come la direzione legittima delle azioni del gruppo (Turner, 2005). Il potere connesso al dirigere una conversazione è onnipresente, perché la conversazione è strutturata attorno a un meccanismo di alternanza dei turni basato su coppie adiacenti, in cui i turni di apertura rendono pertinenti turni di risposta opportunamente adattati (Kendrick et al., 2020). In sostanza, le coppie adiacenti comportano che ci sarà sempre qualcuno che esercita un certo potere producendo un turno di apertura nella conversazione. La domanda pertinente per la terapia collaborativo-dialogica è come la persona terapeuta formuli questi turni di apertura e con quale frequenza essi siano condivisi tra terapeuta e persone assistite. Per esempio, come risponde la persona terapeuta alle iniziative delle persone assistite volte a plasmare la conversazione, come i silenzi o l’introduzione di nuovi temi? Un’altra domanda riguarda la misura in cui la persona terapeuta plasma attivamente la conversazione. Per esempio, una forma di coinvolgimento attivo è la persistenza terapeutica, cioè il mantenere un particolare tema o progetto conversazionale, mantenere una determinata posizione o perseguire un certo esito (Sutherland, Dienhart, & Turner, 2013; Sutherland, Turner, & Dienhart, 2013). La persistenza terapeutica incorpora una responsività alla conversazione e può includere la postura della persona terapeuta nel mantenere un atteggiamento dialogico e/o nel perseguire un tema di indagine per approfondire la comprensione. Tale persistenza sembra coerente con i principi collaborativo-dialogici, in quanto sviluppa comprensioni più profonde e l’espressione della polifonia; tuttavia, può anche sconfinare nel caso in cui la persona terapeuta allontani la conversazione dai temi che interessano alle persone assistite. Resta quindi una questione aperta per la ricerca futura capire in che modo la persistenza terapeutica (così come altre pratiche conversazionali) sia coerente con il dialogo e con una comprensione più profonda, e li promuova.

La persona terapeuta collaborativo-dialogica cerca così un equilibrio tra il plasmare un processo che promuova l’inclusione e il non predeterminarne gli esiti. Secondo la descrizione di Turner (2005), detiene l’autorità di facilitare le azioni conversazionali del gruppo di terapia familiare, ma evita i tentativi di persuasione. Chi pratica la terapia dialogica sembra quindi riconoscere implicitamente che guidare la struttura di una seduta attraverso la scelta dei temi e di chi parla è appropriato, mentre guidare ciò che le persone dovrebbero pensare e fare, entro certi limiti etici, non lo è.

Limiti

La prima fase della nostra ricerca bibliografica ha individuato soltanto quattro articoli ed è stata ampiamente integrata dalle ricerche a catena nelle bibliografie e negli articoli citanti. Ciò riflette la novità del campo, poiché ci siamo affidati a ricerche a testo libero, meno affidabili dei descrittori controllati. Abbiamo quindi optato per una strategia di ricerca più ampia, che ha prodotto un numero maggiore di risultati e un processo di selezione più laborioso. Abbiamo incluso gli articoli che dichiaravano che l’équipe clinica aveva utilizzato un approccio dialogico. Attualmente non esistono criteri di fedeltà ampiamente condivisi per gli approcci dialogici. Pertanto, l’aderenza a un approccio dialogico si basa in larga misura sui sette principi originari o elementi chiave del Dialogo Aperto (Olson, Seikkula, & Ziedonis, 2014; Waters et al., 2021). È probabile che la ricerca continua sull’interazione contribuisca a sviluppare linee guida di fedeltà più chiare, ma al momento la ricerca deve basarsi su chi dichiara di utilizzare l’approccio nella propria pratica clinica. Ciò significa che può esservi un’ampia gamma di pratiche considerate «dialogiche», il che può rendere difficile trarre conclusioni sull’approccio. La nostra analisi degli articoli e la successiva sintesi dei temi riflettono naturalmente il nostro processo interpretativo. Siamo consapevoli che ogni ricerca ha una componente interpretativa e che riconoscerla è un punto di forza e una caratteristica della ricerca qualitativa (Braun & Clarke, 2022). Abbiamo perseguito un processo rigoroso, con il contributo di più membri del gruppo per dare profondità e riflessività all’analisi, e riconosciamo che altre persone che fanno ricerca avranno probabilmente interpretazioni diverse dei dati. Abbiamo esplicitato con trasparenza i presupposti con cui abbiamo affrontato l’analisi, come descritto nelle sezioni di introduzione e di metodo. Questa rassegna si è concentrata sulle interazioni osservabili che mostrano come il potere sia visibilmente agito nelle interazioni terapeutiche. Riconosciamo che il potere non è sempre visibile e che sono in gioco influenze istituzionali e sociali più ampie che meritano ulteriori indagini.

Conclusione

Finora la concettualizzazione del potere nelle terapie dialogiche è rimasta relativamente poco sviluppata. Speriamo che questa rassegna contribuisca a una concettualizzazione più dettagliata di come il potere sia presente e venga utilizzato da chi adotta approcci collaborativo-dialogici. Proponiamo che, negli approcci collaborativo-dialogici, la persona terapeuta riconosca il potere della propria posizione e lo utilizzi in modi che guidino la conversazione per promuovere l’espressione di prospettive molteplici e offrire a tutte le persone partecipanti l’opportunità di parlare. Proponiamo inoltre che esprima le proprie prospettive, ma in un modo che non rivendichi un’importanza maggiore rispetto a quella delle altre persone partecipanti, e che inviti esplicitamente commenti e perfino disaccordi. La nostra rassegna mette in luce come anche chi fa terapia e chi fa ricerca siano agenti sociali che rappresentano morali e valori sociali e istituzionali. Di conseguenza, una dichiarazione più chiara della propria posizione etica e dei propri valori può essere necessaria per la trasparenza nella pratica clinica.

Complexe Systémique: punti chiave

Questa rassegna chiude un vecchio malinteso degli approcci collaborativi: il potere non si elimina negandolo, si sposta soltanto. Con Foucault e Guilfoyle, chi firma lo studio lo considera ineludibile, e la distinzione di Turner tra autorità, persuasione e coercizione rende il punto utilizzabile. La persona terapeuta dialogica mantiene l’autorità sulla forma della conversazione — chi parla, di che cosa, quando fare una riflessione — e rinuncia alla persuasione sul merito. Spiccano con chiarezza due punti ciechi. Quasi nulla sul potere tra le persone assistite stesse, sebbene la critica femminista degli anni Ottanta sia nata dalla violenza familiare. E nulla sulla scelta dell’approccio stesso, imposta alla persona assistita prima della prima seduta. La conclusione è sobria: dichiarare la propria posizione etica anziché crederla neutrale. Limiti: soltanto diciotto studi, dodici dei quali basati su tre insiemi di dati, e un’analisi condotta principalmente da un solo autore. Da leggere insieme a l’analisi delle ripetizioni terapeutiche, che mostra questo potere parola per parola, e a l’articolo sul costruzionismo sociale e le terapie narrative, attraverso cui Foucault è entrato nella terapia familiare.

Note dell’originale

Ringraziamenti. Il dott. Ben Ong e il prof. Niels Buus ricevono il generoso sostegno dell’Open Dialogue Centre di Sydney. Pubblicazione ad accesso aperto resa possibile dalla Monash University, nell’ambito dell’accordo tra Wiley e la Monash University tramite il Council of Australian University Librarians.

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Traduzione non ufficiale di Power and dialogue: A review of discursive research, di Ben Ong, Eleftheria Tseliou, Tom Strong e Niels Buus, Family Process, vol. 62 (2023), doi: 10.1111/famp.12881, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (figure non riprodotte). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Power and dialogue: A review of discursive research», pubblicato in Family Process (2023) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.

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Come citare questo articolo

Ong, B., Tseliou, E., Strong, T., & Buus, N. (2023). Power and dialogue: A review of discursive research. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/power-and-dialogue-a-review-of-discursive-research (Opera originale pubblicata nel 2023 in Family Process, 62(4) (2023); ripubblicata nel 2023 da Family Process, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/famp.12881)

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