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Journal of Family Therapy · Terapia familiare

Racconti fraterni del disagio psichico genitoriale

Che cosa resta, in età adulta, a sorelle e fratelli cresciuti con una madre in condizione di disagio psichico? Un’équipe britannica ha intervistato insieme quattro coppie fraterne, con un approccio di indagine narrativa. Emergono due trame: «la nostra storia», fatta di ruoli da primogeniti, parentificazione e uscita di casa, e «siamo chi siamo per ciò che è successo». Il legame fraterno appare come una risorsa protettiva, che però i ruoli assegnati possono anche indebolire.

Autrici e autori Wendy O’Neill (Tavistock and Portman NHS Trust, Londra); Nic Horley (West London NHS Trust, Londra); Pieter W. Nel e Lizette Nolte (University of Hertfordshire, Regno Unito)Prima pubblicazione Journal of Family Therapy, 7 aprile 2024Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Sibling stories of parental mental distress, di Wendy O’Neill, Pieter W. Nel, Nic Horley e Lizette Nolte, pubblicato in Journal of Family Therapy (Wiley) (2024), doi: 10.1111/1467-6427.12452, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella 1 è presentata come elenco. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Passare da una posizione di silenzio a una costruzione condivisa di significato, adottando un approccio centrato sulla famiglia, può promuovere la resilienza nell’infanzia.

Wendy O’Neill, Pieter W. Nel, Nic Horley e Lizette Nolte

Abstract

Questo articolo presenta i risultati di uno studio che esplora i racconti fraterni del disagio psichico genitoriale e i discorsi sociali che possono aver contribuito alla costruzione di significato di sorelle e fratelli adulti. Sono state reclutate con campionamento intenzionale quattro coppie fraterne, intervistate secondo un approccio di indagine narrativa. Dall’analisi delle narrazioni delle persone partecipanti sono state costruite due trame principali: «La nostra storia» e «Siamo chi siamo per ciò che è successo». I risultati evidenziano che la costruzione identitaria di ciascun membro della fratria e le identità collettive delle coppie fraterne sono influenzate dal contesto di salute mentale genitoriale. I risultati suggeriscono inoltre un cambiamento nella costruzione di significato dall’infanzia all’età adulta. Questi risultati vengono discussi insieme alle loro implicazioni per la pratica e la ricerca sistemiche.

Indicazioni per la pratica

  • Il disagio psichico genitoriale colpisce tutti i membri della famiglia: le figure professionali dovrebbero adottare una pratica inclusiva della famiglia e prestare attenzione al benessere delle figlie e dei figli dei genitori che si rivolgono ai servizi di salute mentale per adulti.
  • Le relazioni fraterne sono spesso sottoutilizzate nella pratica sistemica: occorre essere consapevoli del ruolo potenzialmente protettivo della relazione fraterna e valutare la possibilità di lavorare insieme alla fratria per co-costruire un significato coerente del disagio psichico genitoriale.
  • Chi lavora in ottica sistemica con figlie e figli di genitori in condizione di disagio psichico dovrebbe tenere conto dei ruoli e delle responsabilità nel considerare i diversi bisogni di ciascun membro della fratria, per esempio in relazione alla parentificazione o all’accesso alle informazioni.
  • Chi accompagna persone cresciute in un contesto di disagio psichico genitoriale dovrebbe adottare una posizione «sia… sia», facendo spazio a conversazioni tanto sulle difficoltà quanto sulle risorse, così come sui guadagni e sulle perdite.
  • Il personale dei servizi di salute mentale per adulti dovrebbe sviluppare le competenze e la sicurezza necessarie per lavorare in modo inclusivo della famiglia quando le persone che si rivolgono al servizio sono genitori.
  • Le figure professionali possono unirsi all’impegno di chi ha vissuto il disagio psichico genitoriale nel contrastare i discorsi stigmatizzanti sui problemi di salute mentale.

INTRODUZIONE

Le esperienze di sofferenza psicologica di un genitore hanno un impatto su tutti i membri della famiglia (Lagdon et al., 2021), compresi figlie e figli (Dam & Hall, 2016). L’articolo presenta un’indagine narrativa (IN) su come sorelle e fratelli adulti co-costruiscono l’esperienza di avere un genitore con esperienze di disagio psichico (PEMD, secondo la sigla inglese). Lo studio intendeva esplorare se la fratria possa fungere da risorsa e da fattore di protezione rispetto ai rischi associati alla PEMD, e considerare il ruolo e l’importanza degli interventi centrati sulla famiglia per questi nuclei familiari. Ai fini dello studio, PEMD era un’etichetta attribuita dalle persone partecipanti, intesa attraverso etichette diagnostiche riferite al genitore come ansia, depressione o disturbo bipolare, e che aveva avuto un impatto negativo significativo sulla vita familiare almeno una volta nel corso della vita della fratria. L’importanza di adottare un approccio rivolto all’intera famiglia è stata ripetutamente sottolineata (per es. Lagdon et al., 2021; Social Care Institute for Excellence, 2011); tuttavia, questa raccomandazione non viene applicata in modo sistematico e spesso non si ha accesso a interventi sistemici rivolti all’intera famiglia.

Le famiglie toccate dalla PEMD sono considerate tra le più vulnerabili della società e presentano un rischio maggiore di povertà, isolamento sociale, esclusione e conflitto coniugale (Reupert & Maybery, 2007). La ricerca indica che bambine e bambini che vivono con la PEMD hanno un rischio maggiore di sviluppare sofferenza psicologica, difficoltà di attaccamento e relazionali, problemi comportamentali e scarso rendimento scolastico (Foster, 2010; Gajos & Beaver, 2017; Mennen et al., 2015; Reupert & Maybery, 2007), e che l’impatto della PEMD dipenderà dalla frequenza e dal periodo in cui si manifesta nel corso dello sviluppo (Office for Health Improvement & Disparities, 2022). È stato riportato che due terzi di queste persone vivono un disagio psicosociale o psichico in età adulta (Foster, 2010; Rutter & Quinton, 1984).

Dato questo rischio elevato, è importante capire che cosa contribuisce alle difficoltà e che cosa protegge da esse, per attenuare i rischi e sostenere il benessere sociale ed emotivo dell’infanzia che vive l’esperienza della PEMD. Sebbene alcune ricerche si siano concentrate sull’impatto causale diretto, per esempio, dei fattori genetici (e della loro interazione con i fattori ambientali, come evidenziato sopra) (si veda per es. Manning & Gregoire, 2006), oggi è ampiamente accettato che non sia la natura della diagnosi del genitore in sé a incidere su figlie e figli, né che l’impatto sia lineare o unidirezionale, ma che il rischio sia determinato dagli aspetti sociali, relazionali e interazionali complessi spesso associati ai problemi di salute mentale (si veda per es. Reupert et al., 2013; Rutter & Quinton, 1984; Van Parys & Rober, 2012). La letteratura ha messo in luce in particolare la comunicazione familiare e la costruzione di significato, mostrando che il modo in cui l’infanzia dà significato alla PEMD è un fattore rilevante che media il suo impatto (per es. Focht & Beardslee, 1996; Scherer et al., 1996). Inoltre, è stata dimostrata la rilevanza delle relazioni e dei ruoli familiari (per es. la «parentificazione» e le responsabilità di cura) (per es. Rose & Cohen, 2010). Così, passare da una posizione di silenzio a una costruzione condivisa di significato, adottando un approccio centrato sulla famiglia, può promuovere la resilienza nell’infanzia e interazioni positive all’interno della famiglia, e conferma la necessità di pratiche sistemiche.

La relazione fraterna è una delle relazioni che la letteratura ha individuato come importanti (Feinberg et al., 2012; Reupert & Maybery, 2007). Le relazioni fraterne variano d’intensità lungo il corso evolutivo della vita e possono essere, in certi momenti, la relazione emotivamente più saliente nello sviluppo di una persona (Waldinger et al., 2007). Un modello evolutivo della relazione fraterna indica che, nelle diverse fasi del ciclo di vita familiare, i membri della fratria possono essere più vicini e sostenersi di più (Goetting, 1986). Per esempio, in adolescenza si riportano livelli più bassi di amicizia, intimità e affetto verso sorelle e fratelli rispetto all’infanzia e alla preadolescenza (Buhrmester & Furman, 1990), e la frequenza delle attività condivise diminuisce con l’età (Raffaelli & Larson, 1987; Widmer, 1999). È stato inoltre dimostrato che la relazione subisce cambiamenti strutturali durante la seconda infanzia e l’adolescenza (Buhrmester, 1992; Guan & Fuligni, 2016). Nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, ciascun membro della fratria può scegliere se mantenere la relazione, e queste relazioni possono diventare più simili a un’amicizia (Whiteman et al., 2011). Gli studi hanno individuato fattori come il contatto, l’aiuto e il sostegno, e i sentimenti di vicinanza e sicurezza come indicatori dell’attaccamento fraterno in età adulta, a loro volta legati al benessere psicologico e alla salute fisica in età avanzata (Cicirelli, 1992, 1995; Stormshak et al., 1996).

Inoltre, sorelle e fratelli possono offrirsi reciprocamente sostegno pratico ed emotivo in circostanze difficili (Widmer & Weiss, 2000), il che si è dimostrato un fattore di protezione nella prima infanzia. Il sostegno fraterno può moderare gli effetti negativi degli eventi di vita stressanti e proteggere dai problemi internalizzanti (Gass et al., 2007; Jenkins & Smith, 1990). In uno studio con minori che vivevano con la PEMD, molte persone partecipanti assumevano ruoli di protezione e/o di cura verso sorelle e fratelli, spesso facendosi carico del ruolo genitoriale (Aldridge & Becker, 2003).

Le relazioni fraterne possono anche avere effetti avversi sul benessere di una persona: per esempio, nella fratria possono esserci conflitti frequenti e violenza occasionale (Stormshak et al., 1996; Waldinger et al., 2007). Relazioni fraterne difficili nell’infanzia costituiscono un fattore di rischio per la depressione in età adulta, indipendentemente dalla qualità delle cure genitoriali, e gli studi hanno mostrato che il conflitto fraterno durante la seconda infanzia può essere associato a maggiori esperienze di ansia e depressione in adolescenza (Waldinger et al., 2007). Di conseguenza, le relazioni fraterne possono variare in vicinanza, tempo trascorso insieme, connessione e sostegno; possono essere un contesto di costruzione di significato e di esperienze condivise, ma anche di difficoltà e sofferenza (Cicirelli, 1995; Griffiths & Sin, 2013), e possono quindi essere considerate centrali nella formazione dell’identità, nell’autostima e nel benessere (Cicirelli, 1995; McHale et al., 2013). Data l’importanza del contesto familiare e del corso evolutivo della relazione fraterna, il presente studio si è proposto di esplorare la relazione fraterna nel tempo nel contesto della PEMD.

OBIETTIVI DELLO STUDIO E DOMANDA DI RICERCA

L’obiettivo principale della ricerca era esplorare come la fratria co-costruisce il significato delle proprie esperienze di PEMD, e la domanda di ricerca è stata formulata in modo volutamente aperto per favorire l’esplorazione e la curiosità.

Come costruiscono, sorelle e fratelli che vivono con un genitore in condizione di disagio psichico, il significato della loro relazione e dell’esperienza della PEMD?

Lo studio ha inoltre esplorato come la fratria racconta la propria vita e le proprie esperienze nel tempo, per comprendere i racconti che possono contribuire a una relazione fraterna positiva o negativa e che cosa ostacola o facilita la conversazione sulla PEMD all’interno della fratria, nel contesto dei discorsi sociali più ampi.

METODO

È stato adottato un approccio qualitativo di IN per raccogliere e dare senso all’esperienza contestuale e soggettiva delle persone partecipanti, compreso il suo possibile cambiamento nel tempo (Wertz, 2014). In linea con la metodologia qualitativa, lo studio si è svolto sul campo senza ipotesi chiaramente definite e ha previsto il reclutamento di un numero ridotto di partecipanti (Kidd, 2002). Con l’approccio di IN sono stati indagati i racconti costruiti nelle relazioni personali e sociali, concentrandosi sui significati diversi e opposti, messi a tacere o privilegiati che le persone attribuiscono alle esperienze, tenendo conto dei contesti socioculturali locali e più ampi (Andrews et al., 2008).

Partecipanti

È stato utilizzato un campionamento intenzionale per reclutare un numero ridotto di partecipanti da tutto il Regno Unito, con un campione variegato per età, genere ed esperienza di disagio. La partecipazione era aperta alle fratrie con un genitore che si riconosceva come portatore di un’esperienza vissuta di disagio psichico, in cui entrambi i membri avessero più di 18 anni e parlassero correntemente l’inglese. Sono state reclutate quattro coppie fraterne: tre coppie di sorelle e una coppia composta da un fratello e una sorella (tabella 1). Pur trattandosi di un campione ridotto, Wells (2011) sostiene che i campioni piccoli sono adatti agli studi narrativi per la ricchezza e la profondità delle informazioni che la ricerca narrativa genera, e perché non si cerca di generalizzare i risultati a tutte le fratrie con esperienza di PEMD.

Tabella 1 — Dati sociodemografici delle persone partecipanti.

  • Coppia 1. Lana, 28; Shelby, 28. Genitore identificato come portatore di disagio psichico: madre. Etichetta diagnostica: disturbo bipolare.
  • Coppia 2. Anna, 30; Karen, 26. Genitore identificato come portatore di disagio psichico: madre. Etichetta diagnostica: disturbo bipolare, depressione, disturbo borderline di personalità.
  • Coppia 3. Aaron, 30; Hannah, 25. Genitore identificato come portatore di disagio psichico: madre. Etichetta diagnostica: disturbo bipolare.
  • Coppia 4. Jane, 56; Denise, 54. Genitore identificato come portatore di disagio psichico: madre. Etichetta diagnostica: nessuna diagnosi formale ricevuta.

Tutti i genitori erano stati in contatto con i servizi di salute mentale, e tre di loro avevano trascorso un periodo in un reparto psichiatrico. Tutte le persone partecipanti provenivano da un contesto culturale bianco britannico, e ogni informazione identificativa è stata resa anonima.

Considerazioni etiche

Le persone partecipanti sono state pienamente informate sullo scopo dello studio, e il consenso è stato raccolto prima dell’inizio delle interviste. Sono stati proposti momenti di verifica e pause per ridurre al minimo ogni disagio, e alla fine delle interviste sono state fornite informazioni sui servizi di sostegno per la salute mentale.

Procedura

Con ciascuna coppia fraterna è stata condotta un’intervista in profondità in coppia, in cui due persone vengono intervistate insieme per raccogliere informazioni su come percepiscono uno stesso evento (Arksey, 1996). Le domande dell’intervista semistrutturata sono state formulate tenendo conto dei tre luoghi comuni narrativi della socialità, della temporalità e del luogo (Clandinin et al., 2007). È stata data particolare enfasi alla temporalità, poiché il gruppo di ricerca era interessato a ogni cambiamento dei racconti nel tempo. La traccia è stata affinata grazie alla consultazione di persone esperte per esperienza e si è concentrata sulla costruzione delle prime esperienze della fratria e su come le esperienze e la costruzione di significato siano cambiate nel tempo. Le interviste sono durate tra 1 h 25 min e 2 h 10 min, ed è stato adottato un approccio conversazionale guidato per ottimizzare la co-costruzione delle narrazioni.

Analisi dei dati

Tutte le interviste sono state registrate e analizzate con un approccio analitico narrativo multidimensionale (Coffey & Atkinson, 1996). Il processo di analisi (figura 1) si è ispirato agli approcci narrativi di Clandinin (2006), Riessman (2008) e Bamberg (2011).

Il processo analitico narrativo.
FIGURA 1. Il processo analitico narrativo.

Sono state annotate le prime impressioni sulle interviste e le figure retoriche rilevanti. I resoconti narrativi sono stati analizzati dapprima mediante il bracketing analitico e poi analizzando i temi, la struttura e gli aspetti performativi delle trascrizioni (Riessman, 2008). È stata prestata attenzione anche a come la costruzione di significato cambiava nel tempo (Clandinin et al., 2007) e ai discorsi sociali più ampi (Wells, 2011). Per migliorare la qualità e la credibilità della ricerca sono state effettuate diverse verifiche di credibilità, tra cui la revisione indipendente dei dati e il loro confronto all’interno del gruppo di ricerca e nella supervisione tra pari. Infine, l’analisi dei dati è stata rivista e confrontata.

Per ogni narrazione sono stati redatti brevi ritratti e sono state individuate le «linee narrative» salienti, in particolare quelle che parlavano delle identità relazionali della fratria e degli eventi che privilegiavano nelle loro esperienze. Una volta analizzate singolarmente, le quattro trascrizioni sono state considerate nel loro insieme, individuando eventuali aree di somiglianza o differenza tra le narrazioni. Per garantire la qualità dell’analisi, i dati sono stati rivisti e confrontati tra chi firma l’articolo.

RISULTATI

Dall’analisi delle narrazioni delle persone partecipanti sono emerse due trame principali (figura 2): (1) «La nostra storia» e (2) «Siamo chi siamo per ciò che è successo». L’accento è stato posto sull’emergere di linee narrative chiave relative alle relazioni e alle identità fraterne nel contesto della PEMD, e sul vissuto emotivo di tali linee narrative. Inoltre, tutte le interpretazioni delle linee narrative e della costruzione identitaria sono state considerate all’interno del contesto locale e più ampio in cui i racconti sono stati co-costruiti.

Trame e sottotrame.
FIGURA 2. Trame e sottotrame.

Trama 1: La nostra storia

La prima trama rifletteva la storia co-costruita della fratria cresciuta nel contesto della PEMD e dei discorsi sociali più ampi sul disagio psichico all’epoca dell’infanzia e, più tardi, in età adulta. Nonostante le esperienze fraterne condivise, le persone partecipanti hanno voluto parlare anche delle differenze tra i loro racconti individuali, riflettendo una certa individualità nei temi, e raccontare all’altra persona la propria versione della storia. All’interno di questa trama sono state individuate quattro sottotrame.

Io in relazione a te

I racconti di formazione dell’identità in relazione all’altro membro della coppia fraterna sono stati espressi con chiarezza. La co-costruzione delle identità sembrava avvenire in risposta alla PEMD, in relazione alla sorella o al fratello, e formarsi anche al di fuori di questa esperienza. Il riconoscimento dell’identità di ciascuna persona si inscriveva in discorsi sociali familiari. Per esempio, Anna si posizionava chiaramente come la sorella maggiore, quella che assume il ruolo di «sorella maggiore», con il consenso di Karen, e c’è un tacito accordo sul fatto che essere la «sorella maggiore» comporti certe caratteristiche. Questo ruolo si era mantenuto per tutta la durata della loro relazione.

Anna: Sì, sono ancora la sorella maggiore, no?, e organizzavo ancora le cose perché so che tu non hai voglia e così via.

Karen: Penso che mantieni un ruolo, un ruolo materno, ancora un pochino, tipo senza prendere il sopravvento, cioè io ti spingo molto verso il ruolo di leader, a prendere in mano la situazione, a prendere decisioni.

Hannah ha riconosciuto quanto fosse stato importante avere un «fratello maggiore» che li aveva aiutati ad affrontare alcune esperienze difficili e dolorose.

Hannah: Tu non… probabilmente non ti rendevi conto di quello che… non so, eri solo molto, molto di sostegno.

Aaron: mmm

Hannah: Un fratello maggiore molto, molto, molto bravo, un modello.

Per Anna e Aaron era importante essere percepiti come la sorella e il fratello maggiori, vedere riconosciuti i sacrifici e le responsabilità che si erano assunti ed essere rappresentati in modo positivo, il che contrastava con la realtà della loro situazione durante la crescita. Questi ruoli venivano messi in scena durante le interviste, e le loro relazioni si distinguevano per il modo in cui la responsabilità era stata delegata durante l’infanzia. Questo, a sua volta, sembrava essersi mantenuto nel tempo nelle relazioni fraterne.

Nella contronarrazione dell’identità del primogenito, era evidente che l’altro membro della coppia occupava un ruolo diverso e costruiva il significato in modo diverso all’interno del proprio racconto. Karen, Hannah e Jane sembravano meno sicure della propria comprensione del disagio della madre.

Jane: [pausa] e non riuscivo… non capivo ed ero assolutamente terrorizzata, mi… mi riempiva di paura [pausa].

Sebbene Jane fosse, in ordine cronologico, la sorella maggiore, Denise e Jane concordavano sul fatto che fosse Denise ad aver assunto il ruolo di sorella maggiore nel contesto della loro relazione e del loro sistema familiare.

Denise: Ehm, e a volte, anche se sono la sorella minore, ci sono state situazioni in cui ho dovuto, ehm, essere quella responsabile… ehh… [essere quella].

Jane: [Proprio così]

Denise: Ho dovuto, ehh, prendere in mano [le situazioni]

Ciò poteva dipendere dalla loro età di allora e dalla mancanza di comprensione di ciò che accadeva in casa quando erano più piccole, oppure dalla protezione della sorella maggiore. È possibile che abbiano adottato un ruolo più distante per ridurre al minimo la competizione e preservare le relazioni, e che per questo la loro comprensione fosse meno chiara. Il bisogno della fratria di creare una gerarchia e una struttura familiari basate su discorsi socioculturali sui ruoli familiari contrastava con le narrazioni di caos che raccontavano a proposito della PEMD.

Lo yin del mio yang

Le coppie fraterne hanno parlato del flusso e riflusso delle loro relazioni, riflettendo sui momenti di vicinanza e di distanza, sull’essere simili e diversi, e interrogandosi sulle loro relazioni rispetto ad altre relazioni fraterne. Denise e Jane ci hanno riflettuto.

Denise: «[Alcune], alcune persone non fanno… non sono così coinvolte con le sorelle e i fratelli, quindi ci sono relazioni in cui sono estremamente legati ed è sempre stato così, oppure ci sono fratelli e sorelle che magari si vedono due volte l’anno o giù di lì, o, o che non sono così coinvolti in tutto… tutto

Jane: [Noi siamo molto]

Denise: [È un po’] diverso, non so se è diverso dagli altri per come siamo state cresciute, non lo so

Jane: Mmm

Denise: Questa specie di, qual è la parola, voglio… non voglio dire invischiate, qual è quella parola?

Jane: No, lo è, per me è voler essere, è voler essere coinvolta nella [vita] di Denise…»

La sottotrama dava conto anche del modo mutevole in cui la fratria si relazionava man mano che cresceva o che si verificavano diversi eventi di vita. Tre delle coppie fraterne hanno raccontato quanto fossero legate da piccole. Aaron e Hannah hanno parlato del loro stretto rapporto e di come sentissero di appartenere a un club fraterno con un linguaggio e un codice segreti quando volevano parlarsi del fatto che la madre stava cominciando a stare male.

Hannah: Ci scambiavamo solo uno sguardo, tipo, ok, tra un po’ potrebbe esplodere.

Hanno ricordato questa esperienza condivisa confermandosi a vicenda e costruendo le frasi insieme, parlandosi sopra e rivivendo l’eccitazione della segretezza che forse avevano provato da piccoli, insieme all’orgoglio di esserne stati capaci.

Aaron: Credo che fossimo diventati piuttosto bravi a mandarci messaggi.

Anche Lana e Shelby hanno descritto la sensazione di essere più vicine e più simili rispetto ad altre gemelle e ad altre fratrie, per via della loro esperienza di vita con la madre, e di sentirsi fuse insieme da bambine.

Lana: …e poi ci deve essere come una piccola unità molto compatta che si prende cura della mamma. Significa solo che devi essere pratica, è così che ce la siamo cavata.

Quanto ai cambiamenti nelle relazioni fraterne, Jane e Denise hanno parlato dell’evoluzione della loro relazione dall’infanzia all’età adulta. Jane ha parlato di quando è nata Denise e ha osservato che Denise era «il mio mondo». C’era una certa incertezza sul fatto che la loro relazione somigliasse ad altre relazioni fraterne, date le loro esperienze di PEMD e il modo in cui si relazionavano da bambine e ora da adulte. Le persone partecipanti hanno parlato di ciò che aveva favorito le loro relazioni strette, osservando che buone capacità comunicative, fiducia, perdono, rispetto, il potersi sostenere a vicenda e l’aiutarsi ad affrontare i momenti difficili con la madre avevano contribuito alla loro vicinanza. L’idea di condividere le esperienze le ha aiutate a formare alleanze, che sembravano fungere da fattore di protezione.

Hannah: No, perché se succedesse qualcosa saremmo lì in un attimo per dare sostegno. Quindi credo che, in un certo senso, è solo che… ci ha reso più attenti l’uno all’altra. Molto protettivi.

Il racconto della differenza era evidente in tutte le narrazioni. Tre delle quattro coppie fraterne hanno parlato di aver vissuto la PEMD in modo diverso tra loro. Anche se le situazioni potevano essere capitate a entrambi i membri, il modo in cui rispondevano e il ruolo che occupavano l’uno rispetto all’altro e rispetto alla madre influivano sulla costruzione di significato dell’esperienza.

Denise: Cioè, abbiamo visto le stesse cose, abbiamo sentito le stesse cose, ma il modo in cui le abbiamo affrontate è molto diverso e, sono storie diverse perché io non mi ricordo, mi sono staccata da certe cose e non mi ricordo alcune cose, e forse non voglio ricordare alcune cose.

Le ragioni addotte erano il ruolo che ciascun membro della fratria aveva assunto, volontariamente o per necessità, oppure il fatto di non essere presente in occasione di un evento particolare. Per esempio, Aaron e Hannah hanno descritto un’esperienza fraterna diversa a causa del ruolo di Aaron, plasmato dal disagio psichico della madre. Hannah ha osservato che, per via dell’età di Aaron e della sua posizione in famiglia quando la madre ebbe il primo «episodio», lei aveva potuto essere più bambina e più libera, mentre Aaron aveva dovuto essere più responsabile.

Anna e Karen hanno riconosciuto di avere anch’esse un resoconto diverso della loro esperienza, osservando che ancora oggi non riescono davvero a vedere il punto di vista dell’altra, pur mostrando di essere riuscite a superare questa differenza e a costruire uno stretto legame fraterno e di amicizia. Karen e Aaron ritenevano inoltre che le differenze fossero legate a stili di personalità diversi, e Aaron ha anche avanzato l’idea che la struttura e le dinamiche della famiglia avessero reso le cose diverse per ciascuno.

Aaron: Credo in generale la dinamica familiare, tipo fratello maggiore, sorella di mezzo, sorella minore. Ehm, suppongo di essere stato… avevo un rapporto più stretto che da adulto con papà.

Fare da genitore

Sorelle e fratelli hanno parlato di non aver avuto una vita familiare o un’infanzia «normali». L’uso della parola «normale» nei quattro resoconti metteva in luce la loro sensazione di essere diversi dagli altri e gli effetti isolanti delle loro esperienze, modellati da discorsi sociali normativi.

Jane: Ma è solo quando cresci e diventi adolescente o frequenti più gente che ti rendi conto…

In particolare, hanno parlato di non aver avuto un’infanzia e di aver dovuto crescere prima di quanto avrebbero forse voluto. C’erano narrazioni contraddittorie: dover essere giovani responsabili, assumendo un ruolo genitoriale, e riconoscere di non poter vivere la propria infanzia in casa. Inoltre, ogni coppia fraterna ha parlato di fornire sostegno pratico o emotivo alla sorella o al fratello e alla madre, di parlare con il personale dei servizi di salute mentale e di difendere e consigliare la madre. Nel caso di Anna e Karen, il ruolo parentificato assunto da Anna ha creato conflitti nella loro relazione quando erano più piccole, poiché Anna si poneva come genitore di Karen.

Anna: In pratica comandavo io, Matt (il fratello maggiore) era andato in America, io ero, dovevo farti da genitore – papà lavorava tutto il tempo. Quindi in pratica ero tua madre.

Sebbene Aaron si posizionasse chiaramente come il fratello «leader» e «responsabile» che consigliava il padre ed era il confidente della madre, ciò non sembrava suscitare alcun conflitto con Hannah, che lodava apertamente Aaron per il ruolo che aveva assunto nel sostenere la famiglia. Hannah ha osservato che anche lei aveva assunto un ruolo parentificato quando Aaron se n’era andato. Tuttavia, quando ciò accadeva, cercava la guida di Aaron.

Quindi quando sei andato all’università, è stato allora che credo di aver dovuto farmi avanti e comunque mi sentivo… anche se comunque mi ritrovavo al telefono a dire: Aaron, che cosa faccio?

Aaron lo accoglieva volentieri, perché si sentiva in colpa di non poter essere presente per la famiglia dopo essersene andato di casa. Lana e Shelby hanno parlato del prendersi cura della madre e dello sviluppo di un senso di competenza.

Shelby: …crescere anche con la mamma, cioè, quindi siamo sempre state tipo molto legate e penso che sicuramente, io sicuramente sento di essermi presa questa cosa del tipo sto bene e posso badare a lei, e lei sicuramente ci rinforzava molto, tipo, voi due siete così brave.

Questa dipendenza della madre e la loro posizione di protezione nei suoi confronti facevano ricadere su di loro molta responsabilità. Per alcune persone questa responsabilità era vissuta come un peso e impediva alle figlie di diventare indipendenti e di vivere esperienze adolescenziali, perché stavano attente a non causare alcun disagio alla madre.

Shelby: Sarebbe stato davvero drammatico, davvero orribile, quindi c’è tipo quel peso di tipo conseguenza di tipo i sentimenti di tua madre che penso ci tenesse sicuramente a freno, ma è una cosa piuttosto frustrante.

Se questa era una conseguenza della parentificazione, l’adozione della posizione genitoriale comportava anche altre implicazioni. Per esempio, Shelby ha riferito di sentirsi emotivamente matura da bambina; tuttavia, crescendo, nessuna delle due sentiva di avere la maturità sociale per affrontare il mondo esterno, a causa della mancanza di libertà nell’infanzia. Analogamente, nel caso di Anna e Karen, il fatto che Anna facesse da genitore a Karen ha causato tensione e confusione in Karen, e risentimento in Anna per aver avuto questo ruolo.

Pur avendo assunto a volte un ruolo adulto, Anna, Karen, Jane e Denise hanno anche parlato di non aver avuto alcun controllo su ciò che accadeva loro da bambine. Jane, da piccola, andava spesso al pub a comprare alcolici per la madre; questo contrasta però nettamente con la sensazione di non avere alcun controllo sulla situazione, che descrive come sentirsi «traumatizzata», «terrorizzata» e «spaventata».

Questa identità genitoriale, messa in scena nel contesto dell’intervista, era importante per mostrare un senso di orgoglio per la loro resilienza, la loro competenza e la capacità di assumere un ruolo maturo quando erano più giovani. Tuttavia, si accompagnava alla sensazione di non avere il controllo della situazione perché erano ancora nell’infanzia, cogliendo la tensione tra responsabilità percepita e capacità di agire dell’infanzia nei contesti di PEMD, nonché la fatica e la perdita vissute da chi era più grande nella fratria, accanto al proprio senso di orgoglio.

Ognuno per la sua strada

Le relazioni fraterne cambiano nel tempo con il susseguirsi degli eventi di vita. Ciò era evidente in tutti i resoconti, mentre la fratria negoziava il passaggio dal vivere insieme al vivere separati. La natura mutevole della relazione fraterna nell’attraversare questa separazione è stata individuata come una sottotrama. Quando la sorella o il fratello maggiore lasciava per primo la casa di famiglia per andare all’università o per sottrarsi all’esperienza della PEMD, il cambiamento di contesto e la separazione sembravano creare alcune rotture e sensi di colpa.

Denise: Ti senti come se mi avessi abbandonata.

La storia di Anna e Karen era costellata di momenti di vicinanza e di momenti di lontananza, che generavano conflitti e intimità occasionali mentre negoziavano i loro nuovi ruoli e le loro nuove situazioni abitative. Karen ha sentito che il tempo trascorso insieme quando era andata a trovare Anna all’università era stata la prima volta in cui avevano passato del tempo insieme potendo sedersi, parlare e scoprire cose l’una dell’altra.

Karen: Dovevi passare del tempo con me, e non credo che l’avessimo mai avuto, quindi in realtà quando ci siamo sedute, abbiamo fatto tipo oh, in realtà abbiamo molto in comune.

Anna: Immagino che ci sia una libertà che ti dà lo stare fuori dalla casa di famiglia… che hai potuto vedermi con tutte le mie amiche, mentre vivevo in modo indipendente ed ero me stessa.

In questo senso, Anna ha osservato che uscire dal contesto domestico e creare un nuovo modo di relazionarsi una volta raggiunta una certa indipendenza aveva trasformato la relazione da relazione fraterna in amicizia. I racconti dello stare insieme e del separarsi, e poi del raccontare insieme la propria storia nel contesto dell’intervista, trasmettevano l’importanza della loro relazione fraterna.

Anche Lana e Shelby hanno parlato di quando sono andate via di casa per la prima volta e hanno vissuto in modo indipendente l’una dall’altra, descrivendolo come un periodo molto difficile per loro e per la loro relazione. Shelby ha parlato della difficoltà di tornare poi a vivere insieme e della presa di coscienza di essere cambiate.

Shelby: …cioè quindi è un po’ tipo, siamo davvero felici di ritrovarci e lo sono ancora, tantissimo, ma è solo diverso e dobbiamo riabituarci.

Aaron e Hannah hanno parlato della partenza di Aaron da casa e della difficoltà che ciò ha comportato, poiché entrambi hanno assunto nuovi ruoli, lui fuori dalla famiglia e lei al suo interno. Per esempio, Aaron ha raccontato di aver fatto fatica ad ambientarsi in una nuova vita, osservando di aver sofferto d’ansia e di essersi sentito in colpa per non essere a casa ad aiutare le sorelle e la famiglia. Aaron sembrava faticare ad affrontare il passaggio dal ruolo di «uomo di casa» a quello di studente.

Aaron: Quindi telefonavo per aggiornarci magari due, tre volte a settimana, oppure mi chiamavi tu, così ci assicuravamo che io fossi pienamente al corrente di quello che succedeva qui.

Hanno parlato della loro relazione attuale e di quella con la sorella Clare, e sentivano di avere una relazione insolita per quanto restano in contatto e amano passare del tempo insieme. Anche Jane e Denise hanno parlato del periodo in cui sono state separate. Jane ha raccontato che, a 14 anni, passava le notti fuori casa come modo per farcela. Denise, invece, è rimasta a casa fino a quasi trent’anni. Denise ha spiegato di aver compreso la decisione di Jane di prendere le distanze dalla famiglia; Jane, però, si sentiva in colpa per aver lasciato Denise a casa, cosa che ha trasmesso durante l’intervista, esprimendo la propria riprovazione all’idea che Denise potesse fare lo stesso a lei.

Trama 2: Siamo chi siamo per ciò che è successo

Questa trama descriveva chi fossero diventati sorelle e fratelli in età adulta, come fossero giunti a una buona comprensione della loro relazione e come questa fosse stata plasmata dal contesto in cui erano cresciuti. Chi narrava ha parlato anche di non voler diventare come la propria madre, e delle misure e delle risorse cui aveva attinto per far sì che il disagio psichico non avesse una presenza significativa nella propria vita. Sono state individuate due sottotrame.

Questo sono io e questo siamo noi

In età adulta, ciascun membro della fratria aveva sviluppato un’identità, sia personale sia professionale, nata dalle proprie esperienze.

Jane: …be’ io…, perché io rispondo solo alla disciplina, ho bisogno di disciplina; se non ho disciplina, io, io, io ho bisogno di quella disciplina nella mia vita, e ovviamente ne avevo bisogno anche da bambina,

Cinque delle otto persone partecipanti avevano intrapreso o stavano intraprendendo professioni in cui l’aiuto al pubblico era centrale. Le esperienze vissute nell’infanzia, prendendosi cura della madre e sostenendola, avevano plasmato chi erano. L’impatto del vivere con la PEMD si era trasferito dalla loro identità personale a quella professionale, e il linguaggio utilizzato rifletteva questo dualismo. I racconti di competenza e di successo contraddicevano la narrazione socioculturale secondo cui l’infanzia che vive la PEMD sarebbe tra le fasce più vulnerabili e a rischio.

Sorelle e fratelli hanno inoltre espresso convinzioni su chi fossero come individui in età adulta, sottolineando chi erano nel presente e introducendo nei loro racconti altri personaggi, come fidanzati, mariti e gruppi di pari, per mostrare la trasformazione delle loro storie di vita, a conferma della resilienza con cui avevano superato esperienze di vita avverse. L’introduzione di questi «nuovi» personaggi ed eventi, come andare in vacanza o sposarsi, mostrava un allineamento con le visioni sociali più ampie di uno sviluppo «normale» e l’influenza di queste norme sociali sulla fratria. Ciononostante, in età adulta privilegiavano la loro relazione fraterna.

Shelby: Penso che ci abbia rese più vicine… rispetto ad altre gemelle, più che probabilmente rispetto alla maggior parte delle fratrie.

Anche Aaron e Hannah hanno parlato di come la comunicazione e il fatto di aver condiviso un’esperienza abbiano reso possibile la stretta relazione di cui oggi godono da adulti.

Aaron: Sento che avevamo come questa comprensione e questo rispetto reciproci che hanno aiutato a costruire una relazione molto più stretta e riuscivamo a comunicare meglio, a capirci un po’ meglio, e probabilmente io riuscivo a punzecchiarti un pochino più facilmente. [Sì] abbiamo, abbiamo una relazione piuttosto unica e anche piuttosto sana…

Anna e Karen hanno ribadito l’idea che l’esperienza condivisa di ciò che era successo loro e l’essere state cresciute da un genitore con esperienza vissuta di disagio psichico avessero alimentato nella loro relazione una vicinanza che senza questa esperienza non sarebbe esistita. Alcune di queste persone si sentivano protettive verso la sorella o il fratello anche in età adulta e sentivano il bisogno di vegliare su di lei o su di lui. L’umorismo era una componente importante, e la capacità di condividere una battuta e di ridere dei momenti difficili era evidente nella relazione durante le interviste, attraverso momenti di umorismo e di risate.

La storia non si ripeterà

Chi narrava era consapevole dell’idea che il disagio psichico «si trasmette in famiglia», con la possibilità di vivere a propria volta un disagio. C’era la determinazione a non ripetere le esperienze vissute per quanto riguardava il proprio disagio psichico.

Anna: Ho sempre pensato che fosse così inevitabile che avremmo avuto problemi di salute mentale, ho sempre pensato che fosse scritto nella… nella nostra genetica, e non avevo nessuna intenzione di lasciare che succedesse.

Sorelle e fratelli hanno raccontato di non voler vivere il disagio vissuto dalla madre, il che aveva accresciuto la loro attenzione al proprio benessere entrando nell’età adulta.

Shelby: …sappiamo come sarebbe se una di noi due cominciasse a diventare così. Erano cose essenziali che posso… e c’era come la sensazione che sarò in grado di vederlo in me stessa se comincio a stare male, proprio perché ci sono stata così immersa.

Sembrava che volessero farsi sapere a vicenda che ci sarebbe stato sostegno reciproco e che ogni membro della fratria aveva il diritto di avere le proprie difficoltà.

Anna: Sento che possiamo sostenerci in quel modo perché riusciamo a vedere le piccole sfumature nel nostro comportamento, le nostre difficoltà di salute mentale, per così dire.

Gran parte del linguaggio utilizzato dalle persone partecipanti nel parlare della prevenzione della sofferenza psicologica rifletteva i discorsi sociali attuali sulla salute mentale e sui farmaci, che le avevano aiutate a prendersi cura di sé e a dare priorità al proprio benessere. In questo senso, alcune di loro hanno raccontato di parlare più apertamente del proprio benessere mentale con le amicizie e di attingere alle risorse a loro disposizione, come i servizi di counselling negli istituti scolastici e universitari. Sembravano posizionarsi come promotrici di atteggiamenti meno negativi verso il disagio nei loro contesti personali, e la ridefinizione della loro posizione sembrava contribuire anche al loro benessere.

DISCUSSIONE

Le persone partecipanti a questo studio hanno co-costruito le loro relazioni fraterne come «molto strette», e le loro identità fraterne in relazione reciproca, così come le loro identità individuali, come profondamente plasmate dall’essere cresciute con la PEMD. La vicinanza descritta sembrava contribuire al benessere e alla resilienza, affermando un’identità fraterna condivisa e una vicinanza che proseguivano in età adulta. Emergeva una narrazione convincente di aver superato le difficoltà e di aver prosperato nonostante situazioni di vita difficili e stressanti legate alla PEMD. Questo racconto appare particolarmente importante perché contraddice il discorso dominante secondo cui l’infanzia che vive la PEMD sarebbe particolarmente vulnerabile e a rischio (per es. Goodman et al., 2011; HM Government, 2018), e sostiene la prospettiva per cui, al di là del disagio psichico in sé, sono altri fattori ad aggravare il rischio e la vulnerabilità dell’infanzia che vive la PEMD (Rutter & Quinton, 1984). Indica inoltre il potenziale protettivo di relazioni fraterne strette nelle famiglie con PEMD. Le coppie fraterne di questo studio sembravano aver affrontato con relativa solidità i fattori di stress associati alla PEMD. Non solo hanno potuto attingere alle proprie risorse, ma hanno anche potuto sostenere la sorella o il fratello e/o esserne sostenute.

Sorelle e fratelli hanno riferito come le relazioni fraterne fossero state toccate dalla PEMD su più livelli, mentre ciascuna persona raccontava le posizioni, i ruoli e le responsabilità assunti in famiglia secondo quanto la PEMD richiedeva. Per queste fratrie, la struttura tradizionale dei sottosistemi familiari era stata scompaginata, e alcune persone avevano assunto una posizione parentificata (Byng-Hall, 2008; Minuchin, 1974). Queste persone tendevano anche a mettere in scena questo ruolo durante l’intervista, mostrando una «competenza precoce» (Aldridge & Becker, 1999, p. 9) nel raccontare le responsabilità aggiuntive che si erano assunte da piccole. Sembrava che, quando un membro della coppia assumeva una posizione attiva e affermativa, l’altro assumesse una posizione che la bilanciava, mantenendo una forma di omeostasi e rispecchiando potenzialmente il sistema genitoriale (Crittenden & Dallos, 2009). Alcune persone hanno riconosciuto che la loro relazione fraterna era stata a volte meno coesa, e l’hanno descritta come tumultuosa, a causa delle posizioni assunte rispetto alle esperienze della famiglia e alla PEMD. Pertanto, quando un membro della fratria assumeva un ruolo parentificato, tale ruolo poteva creare conflitti nella coppia fraterna. Nonostante queste rotture legate ai ruoli e alle transizioni, per le persone partecipanti al presente studio la relazione fraterna sembrava sopravvivere, prosperare ed essere protettiva nel tempo. Ciò mette fortemente in luce l’impatto duraturo che la PEMD può avere sulle relazioni familiari. È quindi importante considerare come le responsabilità e la parentificazione che, per alcune persone, accompagnano il vivere con la PEMD possano interferire con il sostegno reciproco che la fratria potrebbe trarre o comprometterlo.

Nel presente studio, la persona parentificata tendeva a essere la più grande della fratria. È stato riportato che chi è più grande nella fratria può sentirsi responsabile di assumere un ruolo genitoriale o di reprimere i sentimenti negativi quando la famiglia attraversa una crisi (Van Parys & Rober, 2012), cosa che ha caratterizzato anche alcuni dei racconti di questo studio. Inoltre, il ruolo sembrava essersi protratto nell’età adulta e essere diventato una parte importante della loro identità. Ciononostante, alcune di queste persone hanno riferito la paura, l’incertezza e il trauma provati in certi momenti dell’infanzia. Alcune delle persone che narravano hanno parlato di essere «invischiate» con il genitore in condizione di disagio e con la sorella o il fratello, il che creava conflitti nella persona stessa e nella relazione con la sorella o il fratello e con il genitore.

I momenti di transizione apparivano particolarmente significativi nella relazione fraterna, in particolare quando la persona più grande della fratria era pronta a lasciare la casa. Questo studio ha mostrato come, nel tempo, i ruoli possano essere ripresi da altri membri della fratria: per esempio, chi è più giovane assume un ruolo di cura quando l’altra persona lascia la casa (Byng-Hall, 2008). Il cambiamento della struttura gerarchica di potere all’interno della famiglia aveva potenzialmente implicazioni negative per le relazioni fraterne. Sorelle e fratelli hanno riferito la difficoltà di separarsi o di restare a casa, assumendo nuove identità a seconda del contesto, con conseguenze variabili per la relazione fraterna in quel momento.

Per quanto riguarda il dare senso alla PEMD, la maggior parte delle fratrie condivideva l’idea che, pur avendo ciascun membro vissuto eventi simili, le esperienze individuali, e quindi la costruzione di significato, fossero state diverse. Ciò si rifletteva nel posizionamento delle persone e nel ruolo che ciascuna assumeva all’interno del sistema familiare, e sembrava esserne influenzato. La ricerca ha rilevato che l’assenza di conversazioni sullo stress in casa produceva una mancanza di comprensione di ciò che stava accadendo, che sembrava esacerbare i sentimenti di preoccupazione e confusione della fratria. In particolare, chi era più giovane nella fratria ha descritto una comprensione meno chiara della PEMD. La ricerca ha mostrato in modo costante che la mancanza di comunicazione in famiglia sulla PEMD (Gammage & Nolte, 2020), con il conseguente rischio di confusione, preoccupazione e autocolpevolizzazione nell’infanzia (Mordoch, 2010), può avere un impatto negativo significativo sul benessere di bambine e bambini. La letteratura esistente indica l’effetto protettivo di una comprensione chiara e coerente della PEMD (Beardslee et al., 2003). Questo risultato è quindi significativo per sensibilizzare su come la posizione e il ruolo di una bambina o di un bambino all’interno della famiglia possano influenzare lo sviluppo di tale comprensione.

Infine, per quanto riguarda le strategie di coping, le coppie fraterne sembravano affrontare la PEMD in modi piuttosto diversi tra loro. Tutte le persone partecipanti sentivano di non avere alcun controllo sulla situazione crescendo con la PEMD. Le strategie adottate andavano dall’assumere un ruolo genitoriale, offrendo cura e protezione alla sorella o al fratello, al prendere una certa distanza (per es. stare lontano dalla casa di famiglia) per far fronte allo stress. Più avanti, nell’adolescenza e in età adulta, si riconosceva che sviluppare un’amicizia con la sorella o il fratello aveva aiutato a mantenere la vicinanza delle relazioni e aveva sostenuto il coping. Avere strategie di coping e una relazione positiva con la sorella o il fratello in età adulta sembrava aver aiutato a dare senso alle proprie esperienze.

Implicazioni cliniche

Le implicazioni sono chiare per le figure professionali che lavorano con l’infanzia di famiglie che vivono con la PEMD. Questo studio accresce la consapevolezza del potenziale impatto della PEMD su tutti i membri della famiglia, figlie e figli compresi. Le professioni d’aiuto continuano a non indagare in modo sistematico la PEMD (Polkki et al., 2004), e questo studio sottolinea ancora una volta la necessità di esplorare il benessere dei genitori e di attingere alle pratiche sistemiche familiari quando si incontrano le famiglie. Includere questa informazione nella valutazione riconosce che la PEMD può contribuire alle difficoltà emotive di una bambina o di un bambino, e offre alla famiglia un modello di trasparenza nel parlare della PEMD. Sottolinea inoltre, ancora una volta, quanto sia cruciale che il personale clinico dei servizi per adulti diventi più aperto e curioso rispetto all’impatto del disagio psichico sulla genitorialità e riconosca l’effetto sull’infanzia (Cleaver et al., 2011).

Inoltre, l’attenzione alla fratria evidenzia la necessità di servizi centrati sulla famiglia e inclusivi della famiglia. In particolare, mette in luce ambiti importanti per il lavoro con le famiglie nel contesto della PEMD. In primo luogo, appare importante riconoscere e, ove opportuno, favorire il potenziale di sostegno reciproco tra i membri della fratria (Abbey & Dallos, 2004; Rosenberg, 1980). Tuttavia, questo potenziale può essere compromesso dai ruoli e dalle responsabilità che vengono loro attribuiti all’interno della famiglia. Aprire conversazioni su tali ruoli e sulle loro implicazioni per le persone e per le relazioni familiari potrebbe quindi essere particolarmente utile (Byng-Hall, 2008), e prevedere del tempo per vedere la fratria senza il resto della famiglia potrebbe valorizzare le risorse e sostenere ulteriormente quella relazione fraterna (Bank & Kahn, 1975; Lewis, 1986). Inoltre, se è noto che il modo in cui l’infanzia dà significato alla PEMD è rilevante per il coping e il benessere (Mordoch, 2010), il presente studio evidenzia come il ruolo e la responsabilità di una bambina o di un bambino in famiglia possano incidere sullo sviluppo di tale comprensione. Ciò segnala a chi opera nella clinica che alcuni membri della fratria potrebbero aver bisogno di più sostegno di altri per sviluppare una comprensione coerente della PEMD.

CONCLUSIONE

Questo studio ha mostrato ancora una volta l’impatto della PEMD sulla famiglia allargata, e il fatto che, per figlie e figli, questi effetti si estendono all’età adulta. La ricerca ha messo in luce la potenziale rilevanza delle relazioni fraterne nelle famiglie con PEMD. Si tratta di uno studio con un campione ridotto di partecipanti provenienti da un contesto culturale bianco britannico, ed è plausibile che a proporsi per partecipare sia stato un sottoinsieme particolare di fratrie. Le quattro coppie fraterne che hanno partecipato allo studio hanno riferito esperienze positive e di sostegno, e in questo studio mancano le narrazioni di chi ha relazioni fraterne più travagliate, di coppie di fratelli maschi e di fratrie di diversa origine etnica. Pur riconoscendo questi limiti e senza alcuna intenzione di generalizzare i risultati, vengono evidenziate alcune implicazioni importanti per la pratica sistemica. I ruoli e le responsabilità fraterni, come la parentificazione, e i momenti di transizione, come l’uscita di casa, sono stati individuati come portatori di implicazioni potenzialmente importanti sia per le persone sia per le relazioni fraterne. La conversazione familiare (o la sua assenza) e la costruzione di significato individuale e collettiva sono emerse come rilevanti per il coping e il benessere. Questi aspetti hanno implicazioni potenzialmente importanti e meritano ulteriore ricerca e attenzione clinica, compresa una ricerca che consideri i modi in cui la cultura influenza i ruoli, le relazioni e la costruzione di significato fraterni, nonché il modo in cui le esperienze e i ruoli fraterni nel contesto della PEMD incidono sul loro stesso modo di essere genitori in età adulta.

Complexe Systémique: punti chiave

Un piccolo studio con un grande punto cieco: i servizi per adulti curano spesso un genitore senza vedere la fratria che si organizza attorno a quella figura. Questi racconti mostrano la fratria funzionare come un sottosistema a pieno titolo, con la propria gerarchia, i propri codici segreti e la propria omeostasi: quando un membro prende il posto del genitore, l’altro si ritrae, e l’equilibrio si riproduce persino nell’intervista. Tre indicazioni per la clinica. Primo, la parentificazione non è solo un peso: è anche fonte di orgoglio e di identità, da riconoscere più che da denunciare. Secondo, le transizioni (la partenza per l’università, il trasloco) rimescolano i ruoli e suscitano senso di colpa in chi se ne va. Terzo, il silenzio familiare sulla malattia pesa soprattutto su chi è più giovane: vedere la fratria da sola, senza i genitori, può aprire uno spazio per co-costruire una storia coerente. Un limite da tenere presente: quattro coppie volontarie, bianche, britanniche e tutte piuttosto unite. Da leggere insieme a l’articolo sulla parentificazione e a l’articolo sul legame fraterno.

Note dell’originale

Dichiarazione sul conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere alcun conflitto di interessi.

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Traduzione non ufficiale di Sibling stories of parental mental distress, di Wendy O’Neill, Pieter W. Nel, Nic Horley e Lizette Nolte, Journal of Family Therapy, vol. 46, no 2 (2024), doi: 10.1111/1467-6427.12452, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione, tabella presentata come elenco). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Sibling stories of parental mental distress», pubblicato in Journal of Family Therapy (2024) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo è stato tradotto in italiano e la presentazione adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

O'Neill, W., Nel, P. W., Horley, N., et Nolte, L. (2024). Sibling stories of parental mental distress. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/sibling-stories-of-parental-mental-distress (Opera originale pubblicata nel 2024 in Journal of Family Therapy, 46(2), 121-139 (2024); ripubblicata nel 2024 da Journal of Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/1467-6427.12452)

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