Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Child & Family Social Work · Servizio sociale
Signs of Safety, un modello di tutela dei minori adottato in circa 200 giurisdizioni, è facile da usare ma spesso applicato male. Louise Caffrey e Freda Browne ne rileggono gli strumenti alla luce della teoria dell’autodeterminazione: la mappatura, l’indagine apprezzativa, le scale e Words and Pictures mirerebbero a sostenere l’autonomia, la competenza e la relazionalità delle famiglie, perché la motivazione controllata possa diventare una motivazione fatta propria.
Traduzione non ufficiale in italiano di Understanding the social worker–family relationship through self‐determination theory: A realist synthesis of Signs of Safety, di Louise Caffrey e Freda Browne, pubblicato in Child & Family Social Work (Wiley) (2022), doi: 10.1111/cfs.12903, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Sarebbe possibile, ad esempio, usare gli strumenti di SofS in modo controllante anziché in modo da sostenere l’autonomia, ma questo non sarebbe SofS.
Louise Caffrey e Freda Browne
Abstract
Signs of Safety (SofS) è un modello molto diffuso per la pratica del servizio sociale nella tutela dei minori, utilizzato in oltre 200 giurisdizioni nel mondo. Sebbene le figure professionali tendano a trovare facili da usare gli strumenti di SofS, applicare l’approccio con competenza è impegnativo, e la ricerca ha rilevato che SofS spesso non viene implementato come previsto. Questo studio si proponeva di approfondire e fondare la spiegazione (teoria iniziale) di ciò che i principali strumenti e processi di SofS dovrebbero ottenere nell’interazione tra famiglia e figura professionale, e del perché. È stata utilizzata una sintesi realista, che ha combinato una rassegna realista della letteratura e focus group con 22 persone esperte di SofS a livello internazionale. Avvalendoci della teoria dell’autodeterminazione, illustriamo come SofS possa essere concettualizzato come un approccio che mira ad aiutare le famiglie a sperimentare una motivazione «autonoma» anziché «controllata», sostenendo i bisogni umani fondamentali di «autonomia» (sentire di agire per propria volontà), «competenza» (sentirsi efficaci) e «relazionalità» (sentirsi oggetto di cura). Questa spiegazione può essere utilizzata a fini formativi e valutativi per spiegare e verificare meglio il modo in cui SofS intende coinvolgere le famiglie nel processo di tutela. Più in generale, suggeriamo che la teoria dell’autodeterminazione possa offrire una spiegazione meccanicistica della pratica efficace del servizio sociale in senso lato, e che questa ipotesi vada indagata empiricamente.
Signs of Safety (SofS) è un modello ampiamente utilizzato nel servizio sociale per la tutela dei minori ed è stato implementato in circa 200 giurisdizioni nel mondo (Turnell & Murphy, 2017). È adottato in più della metà delle autorità locali inglesi (Baginsky et al., 2020) ed è il modello nazionale di pratica nella Repubblica d’Irlanda e in Irlanda del Nord. Uno dei suoi tratti distintivi è che SofS mira a offrire alle famiglie e alle persone a esse naturalmente legate una reale opportunità di dimostrare di poter garantire ai propri figli e figlie una cura sicura. L’approccio si basa sugli approcci partecipativi della terapia (breve) centrata sulla soluzione e della pratica basata sui punti di forza, e mira ad aiutare le figure professionali a costruire relazioni d’aiuto costruttive mantenendo nel contempo una forte attenzione alla sicurezza e un esercizio rigoroso del loro mandato istituzionale. Grande enfasi è posta sul lavoro con le famiglie, i bambini e le bambine per sviluppare valutazioni del rischio e piani di sicurezza, e sulla costruzione di relazioni costruttive tra le stesse figure professionali. Inoltre, l’approccio mira ad aiutare le figure professionali a giungere a conclusioni equilibrate integrando un’analisi dei punti di forza accanto a quella del pericolo e del danno, e incoraggiandole ad affrontare la valutazione con mente aperta (Turnell & Murphy, 2017).
L’attuale teoria del cambiamento di SofS offre una descrizione e un’illustrazione dettagliate di ogni passaggio che si prevede avvenga lungo il percorso causale di SofS, e illustra inoltre come tali cambiamenti siano influenzati dal contesto organizzativo in cui SofS viene introdotto (Munro et al., 2016). Tuttavia, ricerche precedenti hanno rilevato che SofS viene spesso implementato in modo frammentario o incompleto e che talvolta viene frainteso e applicato in modo scorretto (Baginsky et al., 2017; Baginsky et al., 2021; Rijbroek et al., 2017; Roberts et al., 2019; Rothe et al., 2013). In un’organizzazione che dichiarava di usare SofS, l’osservazione della pratica ha rilevato che «vi sono state molte visite in cui nell’interazione [del servizio sociale] con le famiglie non è stato utilizzato neppure un singolo elemento identificato di SofS» (Baginsky et al., 2021, p. 28). In effetti, la letteratura suggerisce che, sebbene gli strumenti di SofS si possano usare facilmente, nel complesso le figure professionali trovano SofS difficile da applicare sul campo, che un uso competente dell’approccio richiede tempo (Baginsky et al., 2021; Skrypek et al., 2012) e che tra alcune figure professionali può esservi confusione su «che cosa sia SofS e come usarlo» (Baginsky et al., 2021, p. 10).
In una recente revisione sistematica a metodi misti, comprendente una sintesi realista, Sheehan et al. (2018) hanno esplorato la teoria del programma sottesa a SofS a partire dalla letteratura esistente. Il nostro articolo non intende replicare quel lavoro, ma approfondire e fondare teoricamente la spiegazione (teoria iniziale) di un aspetto chiave dell’approccio SofS: come e perché si ritiene che l’uso degli strumenti e dei processi di SofS da parte del servizio sociale offra opportunità per sostenere la motivazione dei membri della famiglia a impegnarsi nel processo di tutela e, così, massimizzare il potenziale della famiglia di costruire sicurezza attorno al proprio figlio o alla propria figlia. In questo articolo combiniamo la letteratura esistente su SofS con la teoria dell’autodeterminazione (SDT) e con focus group di persone esperte per offrire una spiegazione più profonda e teoricamente fondata di ciò che i principali strumenti e processi di SofS dovrebbero ottenere nell’interazione tra famiglia e figura professionale, e del perché. Su un piano generale, questo articolo illustrerà come SofS possa essere concettualizzato come un approccio che mira ad aiutare le famiglie a sperimentare una motivazione «autonoma» anziché «controllata», sostenendo i bisogni umani fondamentali di «autonomia» (sentire di agire per propria volontà), «competenza» (sentirsi efficaci) e «relazionalità» (sentirsi oggetto di cura). La spiegazione dettagliata che presentiamo può essere utilizzata a fini formativi, per spiegare meglio come e perché SofS dovrebbe coinvolgere e motivare le famiglie nel processo di tutela, e a fini valutativi, per verificare e sviluppare questa teoria del cambiamento.
La SDT è una teoria psicologica del cambiamento comportamentale sostenuta da una solida base di evidenze in un’ampia gamma di ambiti, tra cui l’assistenza sanitaria, l’istruzione, il lavoro, lo sport e la psicoterapia (Ryan & Deci, 2017). La teoria si interessa a come le persone possano interiorizzare e integrare comportamenti motivati dall’esterno, così da regolarli esse stesse e mantenerli in modo duraturo.
In psicologia si distingue di solito tra motivazione «estrinseca» (spinta dall’esterno) e motivazione «intrinseca» (automotivazione). La SDT propone tuttavia un’altra categoria, suggerendo che la motivazione «autonoma» —cioè quella con cui si agisce provando un certo grado di volontarietà o di disponibilità— sia più efficace della motivazione «controllata» (cioè agire sotto una pressione coercitiva) nel promuovere il cambiamento comportamentale, la soddisfazione e il benessere delle persone (Ryan & Deci, 2017).
La SDT suggerisce che, nelle giuste circostanze, le persone possano interiorizzare comportamenti motivati estrinsecamente fino ad attribuire loro un valore personale, sentirli propri, accettarli e sceglierli. La SDT ha dimostrato che le persone tendono a sperimentare una «motivazione autonoma» quando sono soddisfatti tre bisogni umani fondamentali. Questi bisogni fondamentali sono l’autonomia (sentimento di volontarietà, di essere all’origine dei propri comportamenti, da non confondere con l’indipendenza), la competenza (sentirsi efficaci) e la relazionalità (sentire una connessione sociale con le altre persone, che nasce dal sentirsi oggetto di comprensione e di cura da parte loro o dal prendersi cura di loro) (Ryan & Deci, 2017). Riassumendo l’ampio corpus di ricerche empiriche sulla SDT, Ryan e Deci (2017, p. 9) affermano:
Quando le persone vivono in ambienti che frustrano i loro bisogni, come contesti eccessivamente controllanti, rifiutanti, critici e negativi, o che comunque frustrano i bisogni di autonomia, relazionalità e competenza, è più probabile che diventino autocentrate, difensive, demotivate, aggressive e antisociali […]
Un ampio corpus di evidenze suggerisce che la «motivazione autonoma» è associata a un cambiamento comportamentale più efficace e duraturo e a un maggiore benessere delle persone assistite, rispetto alle cure standard. Questi risultati valgono negli studi controllati randomizzati relativi, ad esempio, al consumo di tabacco, all’attività fisica, alla perdita di peso, all’aderenza terapeutica e all’igiene dentale (Ryan & Deci, 2017, pp. 459–460), all’assistenza sanitaria e alla promozione della salute (Ng et al., 2012).
Per quanto ci risulta, la SDT non è stata verificata nel contesto della pratica del servizio sociale per la tutela dei minori. Tuttavia, van der Helm e il suo gruppo di ricerca (2018) hanno recentemente utilizzato un quadro SDT, dimostrando che un clima di gruppo aperto, con bassi livelli di oppressione istituzionale, era associato alla motivazione al trattamento in adolescenti collocati in strutture residenziali in modo non volontario. Sebbene il contesto coatto della tutela dei minori introduca chiaramente una sfumatura importante, l’invio obbligatorio non è incompatibile con la SDT perché, come si è detto, l’«autonomia» di cui parla la SDT non coincide con l’indipendenza. Si tratta piuttosto di aiutare le persone a riconoscere che possono compiere scelte riguardo ai propri comportamenti, in modo che questi diventino fatti propri, siano percepiti come coerenti con i propri interessi e valori e vengano adottati di buon grado (Ryan & Deci, 2017).
Questo studio ha utilizzato una sintesi realista (Pawson et al., 2005). I metodi realisti sono ben consolidati, in particolare nella ricerca in scienze della salute (Moore et al., 2015), ma finora hanno trovato scarsa diffusione nel servizio sociale, nonostante gli inviti ad adottarli (Kazi, 2003). La sintesi realista è anzitutto una metodologia di rassegna della letteratura in cui si utilizza un’ampia varietà di fonti, dagli studi di ricerca sottoposti a revisione paritaria alla letteratura grigia e alla documentazione di orientamento dei programmi. La sintesi realista mira a produrre e affinare una comprensione approfondita di come funziona il programma (qui, Signs of Safety), per chi, in quali contesti e perché. L’approccio rappresenta quindi una netta rottura rispetto alle revisioni sistematiche convenzionali, poiché il suo obiettivo è esplicativo anziché riepilogativo (Pawson, 2013).
Il concetto di meccanismo è centrale per l’approccio e per questo articolo, che riferisce lo sviluppo di un aspetto chiave della teoria del programma, al fine di esplorare che cosa i principali strumenti e processi di SofS dovrebbero ottenere nell’interazione tra famiglia e figura professionale, e perché. I meccanismi rimandano ai «processi causali sottostanti», più profondi e spesso non osservabili, che generano il comportamento e quindi influenzano gli esiti (Westhorp, 2014). Si trovano di solito nelle risposte di ragionamento cognitivo o emotivo dei soggetti coinvolti alle risorse (materiali, sociali o cognitive) offerte dai programmi, e si attivano (o no) in determinati contesti (Pawson & Tilley, 1997).
In una sintesi realista, frammenti di teoria su come funziona il programma possono provenire tanto dalla letteratura su SofS quanto da ambiti diversi esterni alla tutela dell’infanzia. La letteratura viene selezionata in modo mirato in base al suo potenziale contributo alla teoria su come e perché l’intervento funziona, piuttosto che in base alle sue credenziali metodologiche (Pawson, 2013). La sintesi realista cerca poi di utilizzare la letteratura e i focus group con i soggetti coinvolti per sostenere, confutare o affinare la teoria del programma. Attraverso la «retroduzione», i metodi realisti mirano a produrre spiegazioni più profonde cercando di teorizzare che cosa fa ciascuna strategia del programma, o che cosa fanno combinazioni di strategie, in contesti diversi (Jagosh, 2020). Il processo implica immaginazione, creatività e innovazione accanto al metodo scientifico (Mingers, 2014), e il suo successo dipende in parte dal trovare concetti al giusto livello di astrazione o di generalità (Cartwright & Hardie, 2012). In linea con l’approccio di Greenhalgh et al. (2016), ci siamo concentrate sullo sviluppo della teoria di ciò che i principali strumenti e processi di SofS dovrebbero ottenere nell’interazione tra famiglia e figura professionale, e del perché. Le proponiamo come teorie emergenti che possono servire a orientare l’implementazione, e sarebbe utile che la ricerca futura le verificasse e le sviluppasse esplicitamente.
In questo studio abbiamo esaminato tre fonti di letteratura: a) i documenti del programma prodotti dalle figure ideatrici di SofS, b) la letteratura empirica su SofS e c) teorie più ampie, esterne all’ambito della tutela dell’infanzia, che potessero avere un potenziale esplicativo per SofS. Anziché ripetere una ricerca bibliografica, ci siamo basate sul lavoro di altri gruppi di ricerca, utilizzando l’elenco delle pubblicazioni su SofS di Elia1 del 2019 e l’elenco bibliografico di Sheehan et al. (2018) tratto dalla loro revisione sistematica a metodi misti su SofS. Mentre Sheehan e il suo gruppo cercavano ricerche empiriche, l’elenco di Elia comprende una gamma più ampia di fonti che citano SofS. La figura 1 illustra il processo metodologico.

Dopo l’applicazione dei criteri di esclusione, sono stati esaminati l’abstract o l’introduzione di 108 pubblicazioni e, mediante una scheda di valutazione, le autrici hanno concordato insieme quali documenti includere in modo mirato nella rassegna, dando priorità a quelli con il maggior numero di informazioni pertinenti per sviluppare la teoria di ciò che gli strumenti e i processi di SofS dovrebbero ottenere nell’interazione tra famiglia e figura professionale, e del perché. Le autrici hanno concordato un insieme finale di 30 documenti. Per approfondire la spiegazione, abbiamo cercato «teorie di medio raggio» (Middle Range Theory, MRT) (Merton, 1949) potenzialmente pertinenti per SofS. In linea con il processo retroduttivo, abbiamo vissuto l’individuazione delle MRT candidate come un processo creativo. Per individuare una MRT, la prima autrice ha condotto un processo iterativo salendo e scendendo mentalmente lungo una «scala di astrazione» (Cartwright & Hardie, 2012, p. 79), con le strategie concrete di SofS collocate in basso e la ricerca di una teoria più astratta e generale collocata in alto, chiedendosi costantemente «che cosa fa la causa?» (Cartwright, 2020) e «di che cosa sono un esempio questa strategia, e SofS in generale?» (Shearn et al., 2017). Sono state esaminate le seguenti teorie candidate: la teoria dell’apprendimento sociale (Bandura, 1977), la teoria della diffusione delle innovazioni (Rogers, 2003), la teoria del processo di normalizzazione (May & Finch, 2009), la teoria della complessità (Stacey, 2011) e l’alleanza di lavoro (Horvath & Leslie, 1994). La SDT è stata scelta perché presentava un forte potenziale esplicativo per radicare e collegare logicamente i meccanismi emersi dalla rassegna della letteratura su SofS a meccanismi derivati da una teoria più astratta. Ad esempio, la nostra rassegna ha individuato come meccanismi importanti di SofS il senso di scelta, la responsabilità e un certo grado di controllo. La concettualizzazione della «motivazione autonoma» propria della SDT sembrava offrire un meccanismo generale e ben sviluppato per raggruppare questi meccanismi causali di livello inferiore alla luce della domanda di Cartwright (2020): «che cosa fa la causa?». Inoltre, abbiamo constatato che le strategie di SofS corrispondevano in modo sorprendente a quelle che, secondo la ricerca sulla SDT, sostengono in generale la motivazione autonoma e i tre bisogni umani fondamentali. In linea con l’esperienza di Jagosh et al. (2012), la SDT è stata individuata e scelta come quadro teorico solo quando il processo di valutazione e di rassegna della letteratura era già avviato. Dopo aver individuato la SDT, abbiamo quindi riesaminato in modo iterativo la letteratura selezionata.
Per vagliare e sviluppare i risultati della rassegna della letteratura, la prima autrice ha condotto quattro focus group con complessivamente 22 persone esperte di SofS. Le persone partecipanti sono state raggruppate in base al loro ruolo: le figure ideatrici di SofS, la direzione di Elia e due gruppi di consulenza e formazione su SofS. Provenivano da nove paesi di quattro continenti. I focus group si sono svolti su una piattaforma online sicura, sono stati registrati in audio e video e trascritti integralmente. Nell’indagine qualitativa realista, la raccolta dei dati serve a verificare e affinare le teorie iniziali sviluppate a partire dalla lettura della letteratura. Alle persone partecipanti vengono quindi presentate le teorie iniziali ancora grezze, costruite attorno alla SDT, e si chiede loro di commentarle alla luce della propria esperienza concreta (Manzano, 2016). L’analisi dei dati è stata gestita con il software NVivo 12 e condotta in modo tematico, concentrandosi sulle questioni realiste delle configurazioni contesto-meccanismo-esito all’interno di un quadro teorico SDT. Lo studio è stato approvato dal Comitato etico per la ricerca della School of Social Work and Social Policy del Trinity College Dublin. Tutte le persone partecipanti hanno fornito per iscritto il consenso informato a partecipare e a essere nominate. I contributi specifici sono anonimizzati, ma l’elenco delle persone partecipanti è riportato nell’Appendice A.
Sebbene l’attuale teoria del cambiamento di SofS non stabilisca alcun collegamento con la SDT, la nostra rassegna suggerisce che la SDT può fornire un quadro teorico coerente per spiegare un elemento chiave di SofS: come gli strumenti e i processi di SofS dovrebbero sostenere la motivazione della famiglia a impegnarsi nel processo di tutela. SofS afferma che la motivazione al cambiamento non è semplicemente un attributo delle famiglie, ma dell’interazione tra le famiglie e le figure professionali, e che non è statica, bensì influenzata dal tempo e dal contesto. L’obiettivo dovrebbe essere «creare un contesto che massimizzi la probabilità che i membri della famiglia manifestino la propria motivazione» e, così facendo, massimizzare il potenziale della famiglia di costruire sicurezza attorno al proprio figlio o alla propria figlia (Turnell & Edwards, 1999, p. 41).
Questo cardine del programma SofS è in diretta sintonia con l’affermazione, empiricamente fondata, della SDT secondo cui la motivazione delle persone assistite non è statica, ma può essere sostenuta o ostacolata a seconda di quanto l’ambiente sostenga i bisogni psicologici umani fondamentali. In effetti, la ricerca sulla SDT documenta che nei contesti sociali in cui i bisogni fondamentali sono soddisfatti è più probabile che le persone manifestino motivazione e benessere, il che porta a un cambiamento comportamentale più duraturo, perché interiorizzano e integrano la motivazione a impegnarsi (Ryan & Deci, 2017). Di seguito mostriamo che le strategie di SofS rispecchiano quelle che, secondo la ricerca sulla SDT, possono creare un ambiente favorevole al cambiamento soddisfacendo il bisogno umano di «autonomia», «competenza» e «relazionalità». La figura 2 offre una panoramica del modello teorico, che integra la SDT nella spiegazione di come SofS possa raggiungere i propri obiettivi. Nelle sezioni che seguono ne forniamo un resoconto narrativo dettagliato.

Nelle sezioni che seguono, ogni meccanismo di cambiamento teorizzato è evidenziato in grassetto e rappresentato graficamente nelle figure 3, 4 e 5. Le tabelle 1, 2 e 3 indicano le fonti della letteratura su SofS per ciascun meccanismo citato.
La ricerca empirica sulla SDT in ambiti diversi suggerisce che le persone hanno più probabilità di cambiare e mantenere il proprio comportamento e di sperimentare benessere quando ricevono ciò che la SDT chiama «sostegno all’autonomia» (Ryan & Deci, 2017). L’autonomia, in questo senso, non coincide con l’indipendenza né con l’assenza di influenze esterne. Porre dei limiti può anzi essere una parte importante del processo, ma i limiti possono essere fissati in modo controllante oppure in modo da sostenere l’autonomia (Ryan & Deci, 2017). L’autonomia consiste piuttosto nell’aiutare le persone a riconoscere che possono compiere scelte riguardo ai propri comportamenti, in modo che questi diventino fatti propri, siano percepiti come coerenti con i propri interessi e valori e vengano adottati con un senso di volontarietà (Ryan & Deci, 2017, p. 10).
La ricerca sulla SDT ha rilevato che le persone vengono aiutate a sperimentare «autonomia» quando a) ricevono opportunità di partecipazione e di scelta e non si sentono spinte o manipolate verso determinati esiti e b) vengono aiutate a formulare ragioni personalmente significative per cambiare il proprio comportamento (Ryan & Deci, 2017). In molti altri ambiti, rispetto agli approcci controllanti, queste strategie rendono più probabile che le persone assistite sviluppino la disponibilità a sperimentare, imparare e crescere e a mantenere i risultati terapeutici (Ryan & Deci, 2017, pp. 442–444). Al contrario, la ricerca sulla SDT indica che l’uso di tecniche di motivazione controllata, tra cui le ricompense condizionate o le dinamiche di potere, può creare un orientamento estrinseco che rischia di minare la disponibilità delle persone a impegnarsi e la loro propensione a mettere in atto comportamenti di cambiamento (Ryan & Deci, 2017, p. 445). La figura 3 rappresenta la teoria di come le strategie di SofS sostengono l’autonomia, e la tabella 1 elenca la letteratura relativa a ciascun meccanismo descritto nel resoconto narrativo che segue.

Tabella 1 — Strategie e meccanismi di sostegno all’autonomia: letteratura di riferimento
Strategie: a) consentire la scelta e la partecipazione, evitando pressioni e manipolazioni; b) ragioni personalmente significative per il cambiamento
In linea con la SDT, le strategie del programma SofS sostengono che le famiglie hanno maggiori probabilità di intraprendere un cambiamento comportamentale significativo e duraturo se ricevono opportunità di partecipazione e di scelta e se si evitano pressioni e manipolazioni verso determinati esiti (Turnell & Edwards, 1999). In SofS, il processo di mappatura (valutazione del rischio) mira a consentire la scelta e la partecipazione. Anziché dire alle famiglie che cosa fare, l’assistente sociale rende trasparenti il proprio ruolo, i possibili esiti per la famiglia e i requisiti minimi irrinunciabili («bottom lines») del servizio di tutela, cioè ciò che il servizio deve vedere per potersi ritirare. L’assistente sociale coinvolge poi la famiglia, i bambini e le bambine e la rete — «ogni persona naturalmente legata al bambino o alla bambina» — in un approccio basato sulle domande chiamato «indagine apprezzativa» (appreciative inquiry, AI), per far emergere le idee della famiglia e della rete su come raggiungere gli obiettivi (Turnell & Edwards, 1999 p.33).
Le persone partecipanti hanno riconosciuto quanto sia difficile garantire che le famiglie provino un reale senso di scelta e di partecipazione quando il coinvolgimento spesso non è volontario e occorre mantenere i «requisiti minimi» per garantire la sicurezza del minore. Hanno tuttavia riferito che è possibile creare scelta e partecipazione. La scelta e la partecipazione sono strategie efficaci di cambiamento comportamentale perché riducono (senza eliminarlo) lo squilibrio di potere tra figura professionale e famiglia. Questo fa sentire le persone degne di fiducia e rispettate anziché colpevolizzate, comprese, e fa sentire loro che le proprie idee sono apprezzate. La scelta e la partecipazione permettono alle persone di sentire il processo in parte come proprio, il che può farle investire in esso e dare loro il potere di sentirsi capaci di cambiare.
Inoltre, la scelta e la partecipazione, favorite dall’AI e dalla mappatura, possono aiutare le famiglie a sviluppare buon giudizio e creatività nel trovare soluzioni. Ciò sostiene un cambiamento comportamentale a lungo termine e quindi una sicurezza familiare duratura, perché queste strategie offrono occasioni per riflettere e imparare personalmente esercitandosi a trovare soluzioni, e dunque per integrare e interiorizzare nuovi comportamenti:
Se il personale [dice alle famiglie che cosa fare], le famiglie non riflettono da sole su che cosa deve succedere, e quindi non faranno cambiamenti destinati a durare.
In diretta sintonia con la SDT, attraverso la «mappatura» SofS mira a individuare con la famiglia un «obiettivo condiviso» incentrato sulle ragioni della famiglia stessa per cambiare il proprio comportamento. Definire un obiettivo condiviso rende più probabile che i membri della famiglia cambino comportamento, perché offre loro l’occasione di capire più chiaramente che cosa deve cambiare, di sentirsi oggetto di comprensione e di sentire di avere un rapporto più paritario e meno autoritario con il servizio sociale. Questo può aiutare le famiglie a investire nel percorso con il servizio sociale e ad attribuirgli valore. Inoltre, creare un obiettivo condiviso contribuisce a dare alle famiglie il potere di cambiare, perché sentiranno un certo grado di controllo e di capacità d’azione. Ciò offre un’occasione per interiorizzare la motivazione, poiché implica che la responsabilità del cambiamento spetta a loro.
Le persone partecipanti hanno riconosciuto che non sempre è possibile trovare un obiettivo condiviso con le famiglie, ma hanno riferito che, con un approccio basato sulle domande e sulla curiosità, le figure professionali di solito ci riescono:
È ingenuo pensare di poter tirare fuori delle regole e dire alla gente come comportarsi, perché per me è l’opposto dell’autonomia. Dove non funziona è quando alla gente non importa niente di quello che le è stato detto di fare. La differenza con Signs of Safety è che […] in genere vuole lavorare con le persone su ciò che conta per i bambini e le bambine, su ciò che conta per la famiglia, e poi aiutarle a trovare idee e soluzioni per realizzarlo. E credo che, per me, sia questo il motore che distingue il modello da qualsiasi altra cosa.
[Partecipante E: gruppo formazione e consulenza]
La ricerca sulla SDT suggerisce che il cambiamento comportamentale motivato in modo autonomo è facilitato dal sostegno al senso di «competenza». Le persone possono essere aiutate a sentirsi competenti quando a) vengono aiutate a formulare obiettivi chiari, realistici e raggiungibili; b) ricevono un feedback positivo e informativo sui propri progressi; e c) vengono incoraggiate a credere di essere capaci di cambiare attraverso «sfide ottimali», concepite come «un obiettivo più vicino, facilmente raggiungibile attraverso piccoli passi realizzabili». Tali sfide dovrebbero poter essere superate senza grande difficoltà ma non senza impegno, e non dovrebbero essere eccessivamente stressanti o gravose (Ryan & Deci, 2017, p. 449). La SDT suggerisce che aiutare le persone a sentirsi competenti è importante perché, per raggiungere risultati e mantenere il proprio senso di benessere, «le persone hanno bisogno di sentirsi in grado di agire efficacemente nei propri contesti di vita importanti», e che il senso di competenza viene facilmente minato se le sfide sono troppo difficili o se il feedback negativo è pervasivo o centrato sulla persona (Ryan & Deci, 2017, p. 11). La figura 4 illustra i meccanismi specifici di SofS collocandoli nel quadro della SDT, e la tabella 2 riporta i riferimenti per ciascun meccanismo.

Tabella 2 — Strategie e meccanismi di sostegno alla competenza: letteratura di riferimento
Strategie: a) obiettivi chiari, realistici e raggiungibili; b) integrare un feedback informativo e positivo; c) fissare obiettivi progressivi
In linea con la SDT, SofS cerca di specificare obiettivi chiari, realistici e raggiungibili. Il processo di «mappatura» mira a rendere chiari gli obiettivi specificando che cosa occorre fare, anziché che cosa le famiglie dovrebbero smettere di fare. Si propone di descrivere comportamenti specifici, misurabili, osservabili e positivi in un linguaggio privo di gergo. Inoltre, SofS sottolinea l’importanza di agire con onestà, trasparenza e chiarezza riguardo alle segnalazioni e alle misure che il servizio potrebbe adottare (Turnell & Edwards, 1999, p.72).
Concentrandosi su obiettivi chiari e comportamentalmente specifici, il processo di mappatura offre a figure professionali e famiglie l’occasione di sviluppare una comprensione condivisa di che cosa sia un buon lavoro. Ciò può motivare il cambiamento comportamentale fornendo un senso di realizzazione per i comportamenti positivi attuali. Sostenendo la consapevolezza, può suscitare un «campanello d’allarme» per la famiglia e la rete allargata, nonché per l’assistente sociale, sulla gravità della situazione qualora i comportamenti preoccupanti continuino.
Credo che sia importante avere obiettivi di sicurezza molto espliciti, raggiungibili, che dicano che cosa vogliamo vedere. Non «non devi», ma che cosa abbiamo bisogno di vedere. […] anche cose semplici, come quando facciamo una domanda di scala: partiamo sempre dal 10, da come sarebbe lo scenario migliore. Quindi anche queste piccole cose fanno una differenza enorme, perché stiamo costruendo quella speranza e quella visione per la famiglia. Stiamo suggerendo che c’è la possibilità che voi possiate farcela.
[Partecipante B: gruppo formazione e consulenza]
La SDT definisce il feedback informativo come «non valutativo: riguarda il comportamento, non la persona» (Ryan & Deci, 2017, p. 452), e la ricerca sulla SDT ha sottolineato l’importanza di integrare un feedback positivo e di fare in modo che ogni feedback sia offerto anziché imposto (Ryan & Deci, 2017, p. 452). In diretta sintonia con ciò, un tratto chiave di SofS è un feedback equilibrato e informativo, centrato su comportamenti specifici anziché sulla persona (Turnell & Edwards, 1999). In SofS, ciò avviene attraverso i processi di «mappatura» e di «scaling». Questi stabiliscono non solo le «preoccupazioni», ma anche «ciò che sta funzionando bene», per costruire una valutazione equilibrata di «ciò che deve succedere». Il feedback positivo e informativo è integrato anche attraverso l’uso, in SofS, dell’«indagine apprezzativa», che si concentra sul riconoscere e valorizzare aspetti comportamentalmente specifici dei comportamenti positivi delle famiglie. Infine, il feedback positivo e informativo viene fornito individuando e comprendendo le ragioni delle «eccezioni», cioè le situazioni in cui le famiglie hanno agito in modo positivo.
Le persone partecipanti hanno sottolineato con forza l’importanza dell’equilibrio nel processo di valutazione e il fatto che l’attenzione ai punti di forza non deve essere fraintesa, come se le «preoccupazioni» non fossero altrettanto importanti. L’attenzione è piuttosto rivolta all’integrazione dei punti di forza nel processo di valutazione, perché spesso mancano in altri approcci e la loro assenza può mascherare possibilità concrete di mantenere il minore al sicuro all’interno della rete familiare ed evitarne il collocamento fuori famiglia.
Si è ritenuto che integrare un feedback positivo e comportamentalmente specifico attivi la motivazione, offrendo alle famiglie l’occasione di credere di essere capaci di cambiare perché vedono punti di forza e cambiamenti. Questo potrebbe creare la speranza di poter fare meglio e un senso interiorizzato di responsabilità: la capacità di cambiare spetta a loro. L’idea di partire dai propri punti di forza può creare un legame personale con il processo di cambiamento.
Inoltre, integrare un feedback positivo può costruire sicurezza familiare perché aiuta le persone a imparare. Il feedback positivo, infatti, aiuta le persone a individuare ciò che ha già funzionato per loro personalmente e a farvi leva, orientando così il loro pensiero verso soluzioni ai problemi. Come illustra l’esempio seguente, si è ritenuto che ciò permettesse di interiorizzare e integrare la motivazione al cambiamento:
[Partire da ciò che ha funzionato in passato è importante perché] presuppone che lì ci sia già una conoscenza. Non viene da fuori. Qualcuno deve insegnarmi o dirmi: fai questo, fai quello […] questo costruisce basi e un coinvolgimento più solidi.
Nel caso delle famiglie, integrare un feedback positivo è motivante anche perché consente alle figure genitoriali di abbracciare un’identità morale positiva di figure genitoriali premurose e competenti, e di investire in essa, pur riconoscendo il danno. Al contrario, i modelli tradizionali di tutela dei minori, che descrivono le figure genitoriali soltanto in base al rischio che rappresentano, tolgono loro la possibilità di occupare un’identità morale positiva e possono così aumentare la probabilità che reagiscano diventando ostili e demotivate. Il senso di speranza e di fiducia delle figure genitoriali può essere ulteriormente rafforzato esplorando le «eccezioni», poiché queste aiutano a collocare il comportamento dannoso come specifico di una situazione anziché patologico, aprendo così uno spazio in cui la persona può sentirsi in grado di individuare ciò che potrebbe aiutarla a comportarsi diversamente.
La SDT sottolinea l’utilità di obiettivi più piccoli e vicini, che possono incoraggiare le persone a credere di poter adottare i comportamenti appropriati. In modo speculare, i processi di SofS stabiliscono obiettivi intermedi, specifici e più piccoli che conducono progressivamente a obiettivi più ampi (Turnell & Edwards, 1999, p.109–110). Si è ritenuto che fissare obiettivi intermedi favorisca la cooperazione e la motivazione aiutando le famiglie a provare fiducia nella propria capacità di cambiare, il che facilita l’integrazione interna della motivazione. La fiducia può crescere perché gli obiettivi intermedi danno un senso di realizzazione e fanno apparire gli obiettivi meno scoraggianti e più raggiungibili (Turnell & Edwards, 1999 p.43). Inoltre, gli obiettivi intermedi sostengono la sicurezza offrendo al personale occasioni a minor rischio per valutare se la famiglia è in grado di progredire. Ciò aiuta anche il servizio sociale ad avere fiducia nella propria valutazione (comprese le valutazioni che portano all’allontanamento dei minori) e, quando la famiglia raggiunge l’obiettivo intermedio, motiva il servizio sociale (oltre alla famiglia) a continuare a offrire sostegno, perché anch’esso prova un senso di realizzazione:
Credo che si pensi di dover sempre presentare qualcosa di straordinario. «Ho evitato che un bambino finisse in comunità!». Mentre potrebbe essere semplicemente: «Ho parlato al telefono con la mamma ed è la prima volta che non mi ha riattaccato in faccia». Credo che così si possa, come dire, sentire che va bene anche un piccolo miglioramento. Non deve per forza essere quel «Ah, e ho salvato queste famiglie».
La ricerca sulla SDT ha rilevato che le persone tendono a sperimentare «relazionalità» — sentirsi oggetto di cura o in connessione con altre persone — quando percepiscono che persone significative si interessano sinceramente a loro e al loro benessere, comprendono le difficoltà che stanno affrontando e sono affidabili nel dedicare risorse psicologiche ed emotive a sostenerle. La ricerca sulla SDT suggerisce quindi con forza che la natura della relazione tra chi sostiene il cambiamento e chi lo vive influisce sulla probabilità di successo. La ricerca suggerisce che è improbabile che le persone interiorizzino valori o regole provenienti da persone con cui non si sentono in connessione o che non percepiscono come attente a loro, e che la connessione fornisce un senso di sicurezza che sostiene il cambiamento personale. Pertanto, la SDT suggerisce che la «relazionalità» sperimentata dalle persone è un fattore che contribuisce in modo vitale alla «motivazione autonoma», la quale favorisce un cambiamento comportamentale duraturo e il benessere (Ryan & Deci, 2017, pp. 444–447).
La ricerca sulla SDT ha dimostrato l’importanza di a) relazionarsi in un modo che giudichi il comportamento e non la persona e che la tratti con compassione, interesse, curiosità e un approccio basato sulle domande che eviti la colpevolizzazione; b) comprendere le prospettive delle persone assistite ed entrare in empatia con esse, come mezzo per sollecitare e pianificare uno sforzo collaborativo volto a superare gli ostacoli al cambiamento; c) la trasparenza (Ryan & Deci, 2017, pp. 444–447).
In linea con ciò, le figure ideatrici di SofS affermano che SofS pone le «relazioni» al centro dell’approccio. L’interazione tra la figura professionale e la persona che riceve il servizio è il «veicolo chiave del cambiamento» (Turnell & Edwards, 1999 p.33). Anche le strategie specifiche della SDT si ritrovano in SofS. (A) Come si è visto, SofS mira a giudicare il comportamento e non la persona, a evitare la colpevolizzazione, a mostrare compassione integrando un feedback informativo ed equilibrato nella mappatura e a usare un approccio basato sulle domande attraverso l’«indagine apprezzativa». (B) SofS sottolinea l’importanza di cercare di comprendere e riconoscere le posizioni di tutti i membri della famiglia (Turnell & Edwards, 1999). Offre strumenti a tal fine, tra cui «Words and Pictures» e gli strumenti centrati sul bambino o sulla bambina «My Three Houses» e «Wizards/Fairies», oltre alla mappatura. (C) Attraverso il processo di mappatura, Words and Pictures e My Three Houses, l’approccio mira a essere trasparente riguardo al maltrattamento, alle segnalazioni, alle misure che il servizio potrebbe adottare e a ciò che si aspetta dalle famiglie (Turnell & Edwards, 1999). Come illustra la figura 5, i risultati suggeriscono che molti degli stessi meccanismi dettagliati sono all’opera in queste tre strategie. Di seguito, quindi, le tre strategie sono raggruppate in due categorie parzialmente sovrapposte, di cui illustriamo i meccanismi. La tabella 3 riporta i riferimenti relativi a ciascun meccanismo dettagliato.

Tabella 3 — Strategie e meccanismi di sostegno alla relazionalità: letteratura di riferimento
Strategie: a) giudicare il comportamento e comprendere tutte le prospettive con empatia; b) comprendere le prospettive ed essere trasparenti
I risultati suggeriscono che a) giudicare il comportamento anziché la persona e b) comprendere tutte le prospettive e mostrare empatia offrono alle famiglie l’opportunità di integrare e interiorizzare la motivazione a cambiare il proprio comportamento e di sperimentare un maggiore benessere, perché possono arrivare a sentirsi in connessione e oggetto di cura da parte di chi le coinvolge nel processo. Queste strategie offrono alle famiglie l’opportunità di sentirsi ascoltate, comprese, sostenute, rispettate e di sentire che il processo è equo. Si sentono valorizzate come «persona nella sua interezza», con punti di forza oltre che problemi, e credono che l’assistente sociale voglia sinceramente aiutarle e che dedicherà il sostegno psicologico ed emotivo necessario ad aiutarle a cambiare. Grazie a ciò, le famiglie si sentono in connessione con chi le sostiene nel cambiamento e oggetto della sua cura. I risultati di questo studio ampliano la teoria attualmente disponibile in letteratura, suggerendo che sentirsi oggetto di cura può sostenere la motivazione al cambiamento perché permette alle famiglie di superare sentimenti di ansia e di paura, così da potersi sentire psicologicamente al sicuro nel vivere la vulnerabilità e l’onestà richieste da un processo di cambiamento. Ciò può richiedere alle famiglie di affrontare con l’assistente sociale conversazioni difficili e dolorose e, spesso, di confrontarsi con eventi vergognosi:
Quando la fiducia non c’è, quello che ti resta è un essere umano in modalità attacco, fuga o congelamento. Ed è davvero difficile favorire un cambiamento quando hai davanti persone che stanno semplicemente lottando per la propria vita. Questo si porta via tutta la fiducia, la convinzione, la fede, e alla fine non vedono che sei lì per aiutarle. Sei lì per fregarle. E credo che i processi di Signs of Safety possano aiutare. Non credo che facciano sparire tutto per magia, ma di sicuro rendono il processo più aperto, più umile e, come diceva G, siamo fermi ma giusti, e credo che le famiglie possano vedere un po’ di più che in realtà qui si sta cercando di fare qualcosa di buono.
I risultati di questo studio suggeriscono che a) comprendere le prospettive delle persone assistite ed entrare in empatia con esse e b) essere trasparenti possono contribuire ad aumentare la motivazione della rete a sostenere la famiglia, offrendo così un’opportunità di maggiore sicurezza per il minore. Come si è detto, la ricerca sulla SDT ha rilevato che la «relazionalità», che sostiene la «motivazione autonoma», può essere soddisfatta non solo sentendosi oggetto di cura, ma anche provando appartenenza e importanza tra le altre persone, facendo esperienza di sé come qualcuno che dà o contribuisce agli altri (Ryan & Deci, 2017, p. 11). In linea con ciò, i risultati suggeriscono che gli strumenti di SofS, tra cui «Words and Pictures» e «My Three Houses», insieme all’«indagine apprezzativa» e alla mappatura, offrono al servizio sociale e alla rete familiare opportunità di «sostegno alla relazionalità» che possono aiutare a interiorizzare e integrare, e quindi rafforzare, la loro motivazione a sostenere la famiglia.
Queste strategie offrono l’opportunità di rendere più sicuri i minori perché la trasparenza e una comprensione equilibrata possono suscitare sentimenti sufficienti di amore per il bambino o la bambina e di appartenenza a una rete familiare da indurre membri della famiglia in conflitto tra loro a superare le proprie divergenze per assicurare un maggiore coinvolgimento, supervisione e cooperazione della rete. Poiché il maltrattamento sui minori è una «sindrome del segreto», ciò offre l’opportunità di superare l’isolamento, aumentare la connessione e, in ultima analisi, rendere i minori più sicuri.
Il maltrattamento comincia con il segreto ed è legato all’isolamento, e i ragazzini sono più al sicuro quando ci sono più persone coinvolte nella loro vita [..] Allora, abbiamo una mamma che ha una madre biologica e una madre adottiva, e le due si odiano. Ma lei ha bisogno di entrambe le madri per aiutarla a crescere i figli, solo che non vogliono stare nella stessa stanza. Il processo di Words and Pictures e altre cose aiutano la famiglia a relazionarsi. Metti il bambino al centro e il bambino tende a essere il perno che tiene insieme le famiglie, anche quando gli adulti non si sopportano.
Nel caso del servizio sociale, questi strumenti possono sostenere la «motivazione autonoma» perché, aiutando le figure professionali a sviluppare una comprensione profonda, trasparente ed equilibrata dell’accaduto, offrono un’opportunità di empatia che può ispirare una motivazione sentita. Ad esempio:
Non per concentrarmi sullo strumento, ma quei processi [Words & Pictures] mi hanno aiutato a entrare in relazione con quella famiglia in un modo che non so spiegare, è difficile trovare le parole, perché è come se sentissi un coinvolgimento totale nel lavoro con quella famiglia, qualunque fosse l’esito. Sentivo davvero di dare loro una possibilità equa di costruire un piano per quei bambini, e quei bambini sono tornati a casa […]. Ha cambiato completamente il modo in cui guardavo le mie relazioni con le famiglie […]. Se non fosse stato per circostanze diverse della vita, avrei potuto essere io la persona dall’altra parte di quel tavolo, e chi avrei voluto io a condurre quegli incontri per me?
In questo articolo riportiamo i risultati di una sintesi realista di SofS che individua nella SDT un quadro teorico per un aspetto chiave di SofS. Utilizzando la letteratura e i dati dei focus group, abbiamo sintetizzato e fondato teoricamente la spiegazione di ciò che i principali strumenti e processi di SofS dovrebbero ottenere nell’interazione tra famiglia e figura professionale, e del perché. Non ci proponevamo di verificare ipotesi attraverso la letteratura, ma di approfondire la teoria iniziale affinché possa essere verificata in future ricerche empiriche. Il nostro lavoro si basa sulla sintesi realista di Sheehan et al. (2018), che avevano riferito che SofS può portare a un coinvolgimento positivo delle famiglie. La loro teoria del programma suggeriva che il meccanismo di sicurezza dei minori più comunemente presupposto è una comprensione condivisa del rischio per i minori e una responsabilità condivisa nel ridurlo, e che ciò richiede che le figure genitoriali abbiano fiducia nelle figure professionali e collaborino con esse. Basandosi sulla letteratura realista (Shearn et al., 2017) e di filosofia della scienza (Cartwright, 2020; Cartwright & Hardie, 2012), questa rassegna realista corrobora il lavoro di Sheehan et al. (2018) e, aspetto importante, approfondisce e struttura l’analisi attraverso una teoria di medio raggio ben consolidata, la SDT.
Evidenziamo per la prima volta che le strategie di SofS rispecchiano quelle che, secondo la ricerca sulla SDT, facilitano la «motivazione autonoma». Abbiamo concettualizzato le strategie di SofS come volte a soddisfare il bisogno delle famiglie di sentire «autonomia» (impegnarsi con un certo grado di disponibilità), «competenza» (sentirsi efficaci) e «relazionalità» (sentirsi oggetto di cura) nel processo di tutela. Sulla base della SDT, affermiamo che SofS mira ad aiutare le famiglie a sperimentare una motivazione «autonoma» anziché «controllata» e prevede che ciò renda più probabile promuovere e mantenere il cambiamento comportamentale e il benessere della famiglia. Questa ipotesi è sostenuta dalla ricerca sulla SDT in ambiti diversi ma, per quanto ci risulta, non è stata verificata in un contesto di servizio sociale per la tutela dei minori, e ne raccomandiamo la verifica empirica.
In sostanza, la nostra rassegna offre un contributo pratico al servizio sociale. Ricerche precedenti hanno rilevato che SofS spesso non viene implementato come previsto e che può esservi confusione su che cosa sia SofS (Baginsky et al., 2017; Baginsky et al., 2021; Roberts et al., 2019). La teoria della SDT, insieme ai meccanismi specifici di SofS che abbiamo sintetizzato, può orientare la formazione, la pratica e l’implementazione di SofS, perché offriamo una spiegazione più profonda del perché le strategie di SofS siano importanti e specifichiamo con maggiore precisione che cosa ciascuna miri a ottenere. I nostri risultati sottolineano l’importanza che il servizio sociale eviti di concentrarsi semplicemente sugli strumenti di SofS. Sarebbe possibile, ad esempio, usare gli strumenti di SofS in modo controllante anziché in modo da sostenere l’autonomia, ma questo non sarebbe SofS. Piuttosto, pur essendo importanti gli strumenti, la SDT implica che SofS possa essere spiegato come uno «stile interpersonale» (Markland et al., 2005, p. 825), con esiti fortemente influenzati da come le famiglie si sentono nelle interazioni con le figure professionali e, su un piano generale, dal fatto che le famiglie percepiscano tali interazioni come di sostegno all’autonomia o come controllanti. I nostri risultati sottolineano che relazionarsi in modo da sostenere l’autonomia non nega affatto l’importanza di fissare e far rispettare i «requisiti minimi». Piuttosto, attraverso la SDT, mostriamo come SofS possa essere concettualizzato come un approccio che mira a fissare e far rispettare limiti in modi che sostengano i bisogni fondamentali di autonomia, competenza e relazionalità, evitando un approccio controllante.
Il nostro sviluppo teorico offre l’opportunità di indagare empiricamente se la percezione, da parte delle famiglie, dei comportamenti delle figure professionali come di sostegno all’autonomia o relativamente controllanti medi gli esiti in contesti diversi, accanto a misure di sicurezza come fissare e mantenere i requisiti minimi. In questo modo, i risultati aprono una nuova strada alla ricerca valutativa su SofS. Andare oltre la verifica dell’uso dei processi e degli strumenti di SofS per esplorare se tali strumenti e processi possano attivare i meccanismi previsti, e in quali contesti ciò avvenga, aiuterebbe a riempire la «scatola nera» tra le attività di SofS e i loro esiti. La ricerca futura potrebbe avvalersi di una valutazione realista (Pawson & Tilley, 1997) a questo scopo.
Infine, questi risultati sono rilevanti al di là di SofS, perché SofS non è l’unico modello di pratica che possa essere concettualizzato come volto a sostenere la motivazione «autonoma» rispetto a quella «controllata». Individuiamo nell’assenza di ricerche ispirate alla SDT nel servizio sociale una lacuna significativa della letteratura e incoraggiamo ricerche empiriche che esplorino se la «motivazione autonoma», attraverso il sostegno ad «autonomia», «competenza» e «relazionalità», medi in generale la relazione tra servizio sociale e famiglia e la relazione tra personale e organizzazione.
Segnaliamo diversi limiti dello studio. In primo luogo, questo articolo riferisce i meccanismi alla base della relazione tra figure professionali e famiglie nel processo di tutela. In quanto sintesi realista, lo studio ha inoltre indagato come i meccanismi si attivino in contesti con esiti diversi, aspetto presentato altrove (Caffrey & Browne, n.d.). Il nostro studio ha anche mostrato come, in un «processo parallelo» (Turnell & Murphy, 2017), a livello organizzativo, SofS possa essere concettualizzato come volto a sostenere i bisogni umani fondamentali del personale, al fine di aiutarlo a sperimentare una «motivazione autonoma» e quindi a sentirsi motivato a implementare SofS. La presentazione di questi risultati esulava tuttavia dagli scopi di questo articolo. Inoltre, la teoria che abbiamo proposto è intrinsecamente parziale e aperta a sviluppi e perfezionamenti (Pawson, 2013). Il nostro studio non ha esplorato tutta la letteratura disponibile su SofS, e un’ulteriore integrazione potrebbe arricchire i nostri risultati. Sottolineiamo inoltre che i nostri risultati riguardano un aspetto chiave di SofS ma non costituiscono una spiegazione di SofS nella sua interezza. Lavori futuri potrebbero, ad esempio, sviluppare il fondamento teorico del coinvolgimento dei bambini e delle bambine o della mappatura equilibrata.
Complexe Systémique: punti chiave
Leggere Signs of Safety attraverso la teoria dell’autodeterminazione sposta la domanda: lo strumento conta meno del modo in cui la famiglia vive l’interazione, come sostegno o come controllo. È una lettura fortemente interazionale della motivazione, intesa come attributo di una relazione e non di una famiglia, che chi pratica la terapia sistemica riconoscerà, così come riconoscerà l’eredità dell’approccio centrato sulla soluzione: eccezioni, scale, obiettivi formulati come comportamenti visibili, piccoli passi. Utile per la clinica nei contesti coatti: enunciare chiaramente i requisiti minimi non impedisce di lasciare aperta la scelta del percorso, e un obiettivo intermedio raggiunto motiva anche chi offre sostegno. Ma si tratta di una teoria del programma, non di una valutazione: le fonti sono in gran parte prodotte da chi promuove il metodo, le persone esperte consultate ne sono formatrici e consulenti, il finanziamento proviene da un’organizzazione legata a SofS e nessuna famiglia è stata ascoltata. Il lavoro resta un’ipotesi da verificare. Da leggere insieme a l’articolo sulla supervisione di gruppo nella tutela dei minori e la domanda del miracolo e a l’articolo sul lavoro sistemico con genitori i cui figli sono in affido.
Note dell’originale
1 Elia è un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro composta dal proprio personale e da formatrici, formatori e consulenti di SofS. Ulteriori informazioni online (https://www.elia.ngo/about). L’elenco delle pubblicazioni è stato compilato da Mike Caslor, direttore della ricerca di Elia.
Conflitto di interessi. Questo lavoro è stato sostenuto da un finanziamento di Resolutions Consultancy.
Ringraziamenti. Le autrici desiderano ringraziare sentitamente le persone partecipanti, che hanno condiviso generosamente con loro tempo, saggezza, conoscenze ed esperienza. Questo studio non sarebbe stato possibile senza il finanziamento di Resolutions Consultancy, che ha fornito il tempo e le risorse necessari per svolgere il lavoro. Per Caffrey, la riflessione metodologica alla base di questo articolo è stata alimentata dal suo ruolo nello studio Knowledge for Use (KRU), finanziato dal Consiglio europeo della ricerca (ERC) nell’ambito del programma di ricerca e innovazione Orizzonte 2020 dell’Unione europea (convenzione di sovvenzione n. 667526 KRU). Finanziamento dell’accesso aperto fornito da IReL.
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Traduzione non ufficiale di Understanding the social worker–family relationship through self‐determination theory: A realist synthesis of Signs of Safety, di Louise Caffrey e Freda Browne, Child & Family Social Work, vol. 27, no 3 (2022), doi: 10.1111/cfs.12903, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «Understanding the social worker–family relationship through self‐determination theory: A realist synthesis of Signs of Safety», pubblicato in Child & Family Social Work (2022) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo delle autrici è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Caffrey, L., et Browne, F. (2022). Understanding the social worker–family relationship through self‐determination theory: A realist synthesis of Signs of Safety. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/understanding-the-social-worker-family-relationship-through-self-determination-theory (Opera originale pubblicata nel 2022 in Child & Family Social Work, 27(3), 513-525 (2022); ripubblicata nel 2022 da Child & Family Social Work, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/cfs.12903)
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