Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

International Journal of Environmental Research and Public Health · Terapia narrativa

Ripensare l’etica e la politica nella prevenzione del suicidio: mettere in dialogo le idee narrative e gli studi critici sul suicidio

E se la prevenzione del suicidio, concentrandosi sulla gestione del rischio, trascurasse ciò che rende una vita vivibile? Jennifer White e Jonathan Morris, dell’Università di Victoria in Canada, mettono in dialogo la terapia narrativa e gli studi critici sul suicidio. Il loro saggio, nutrito da laboratori con équipe di prima linea, propone di mantenere la sicurezza allargando però la conversazione: contesto sociale, storia coloniale e domande che cercano ciò che sta a cuore alla persona.

Autrici e autori Jennifer White e Jonathan Morris (School of Child and Youth Care, University of Victoria, Columbia Britannica, Canada)Prima pubblicazione International Journal of Environmental Research and Public Health, 4 settembre 2019Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Re-Thinking Ethics and Politics in Suicide Prevention: Bringing Narrative Ideas into Dialogue with Critical Suicide Studies, di Jennifer White e Jonathan Morris, pubblicato in International Journal of Environmental Research and Public Health (MDPI) (2019), doi: 10.3390/ijerph16183236, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raccolte nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Il suicidio non è qualcosa che si trova dentro le persone, ma un fenomeno sociale, storicamente contingente e ricco di sfumature legate al contesto.

Jennifer White e Jonathan Morris

Abstract

Lo scopo di questo articolo è esplorare la convivialità tra le pratiche della terapia narrativa e il campo emergente degli studi critici sul suicidio. Riunire idee della terapia narrativa e degli studi critici sul suicidio ci permette di analizzare le attuali pratiche di prevenzione del suicidio da un nuovo punto di osservazione e ci offre l’occasione di considerare come la terapia narrativa potrebbe essere applicata in contesti nuovi e diversi, ampliandone così il potenziale e le possibilità. Mettiamo in luce alcune delle descrizioni povere, singolari e biomediche del problema del suicidio attualmente in circolazione e consideriamo i loro possibili effetti sulle persone in condizione di sofferenza, sulle comunità e sulle figure terapeutiche e professionali, che operano tutte sotto l’influenza di queste concezioni dominanti. Individuiamo alcune crepe nella trama dominante per consentire l’emergere di descrizioni alternative e di saperi assoggettati, così da allineare maggiormente le nostre pratiche di prevenzione del suicidio a un orientamento decolonizzante e di giustizia sociale.

Parole chiave: studi critici sul suicidio, terapia narrativa, etica, politica

1. Introduzione

I tassi di suicidio sono in aumento o restano invariati in molte parti del mondo. È evidente che gli approcci alla prevenzione del suicidio ristretti e basati sui fattori di rischio hanno dei limiti. Sosteniamo che pongono un’enfasi eccessiva sui tratti individuali e sulle qualità psicologiche, e trascurano di esaminare i modi in cui la storia, i contesti, le politiche, i discorsi e le strutture contribuiscono alla vulnerabilità, alla disperazione e alla sofferenza. Lo scopo di questo articolo è esplorare la convivialità tra le pratiche della terapia narrativa e il campo emergente degli studi critici sul suicidio. Attingere alle idee della terapia narrativa per confrontarsi con questo campo nascente degli studi sul suicidio ci permette di analizzare le attuali pratiche di prevenzione del suicidio da un nuovo punto di osservazione e ci offre l’occasione di considerare come la terapia narrativa potrebbe essere applicata in contesti nuovi e diversi, ampliandone così il potenziale e le possibilità.

Nelle sezioni che seguono ci presentiamo e illustriamo il contesto del nostro attuale interesse a esplorare alternative all’approccio dominante allo studio del suicidio e alle risposte che vi si danno. Esplicitiamo la nostra posizione teorica, fortemente influenzata dagli approcci critici, post-strutturalisti e post-umanisti alla ricerca accademica e alla prassi. In coerenza con un orientamento criticamente riflessivo, ci inscriviamo nel testo, scardinando ogni presupposto di un resoconto libero da valori, neutrale o puramente oggettivo di questo lavoro. È uno sguardo da un luogo preciso. Partiamo dal presupposto che la prevenzione del suicidio sia una pratica sociale — o un assemblaggio — composta di corpi, identità, tecnologie, discorsi, artefatti istituzionali e pratiche culturali che plasmano e riplasmano costantemente ciò che può essere detto, pensato e fatto. Mettiamo in luce alcune delle descrizioni povere, singolari e biomediche del problema del suicidio attualmente in circolazione e consideriamo i loro possibili effetti sulle persone in condizione di sofferenza, sulle comunità e sulle figure terapeutiche e professionali, che operano tutte sotto l’influenza di queste concezioni dominanti. Presentiamo brevemente la terapia narrativa e il lavoro di comunità come una possibile alternativa. Si tratta di un modo di lavorare che mette in discussione le consuete concezioni psicologiche delle persone e dei problemi, che spesso partono dal presupposto che problemi come il suicidio risiedano dentro le persone. La terapia narrativa si basa sul semplice principio che i problemi sono separati dalle persone; il compito terapeutico (o comunitario, o pedagogico) consiste quindi nel far emergere, collegare e far circolare nuove storie, nuovi discorsi e nuove pratiche culturali in sintonia con il futuro preferito della persona o del gruppo. Nell’ultima sezione individuiamo alcune crepe nella trama dominante del suicidio e della prevenzione del suicidio, per permettere a descrizioni alternative e a saperi assoggettati di radicarsi. In altre parole, seguiamo lo schema di un colloquio di terapia narrativa per mostrare che il potere non è mai assoluto, che le conclusioni identitarie e le affermazioni sulla realtà non sono definitive, e che i modi di essere al mondo — compreso l’essere a rischio di suicidio, l’ambivalenza verso la vita o l’avere speranza — sono fluidi ed emergenti, situati in un contesto e co-costituiti insieme ad altre persone attraverso discorsi, pratiche istituzionali, processi relazionali e tecnologie.

Cominciamo col situarci come parte della popolazione coloniale d’insediamento sui territori non ceduti dei popoli Coast Salish, sulla costa occidentale del Canada. Più precisamente, una di noi (Jennifer) è una colona bianca che vive e lavora sul territorio tradizionale dei popoli Lkwungen e Songhees, e l’altro (Jonathan) è un colono razzializzato che vive e lavora sui territori tradizionali dei popoli Musqueam, Tsleil-Waututh e Squamish. Riconoscendo su quali territori ci troviamo e dedicando del tempo a situarci rispetto a questa storia coloniale, facciamo diverse cose. In primo luogo, ci ricordiamo che la nostra nazione è nata dal furto delle terre dei popoli indigeni, dal disconoscimento della sovranità indigena, da pratiche di genocidio e dalla sottrazione violenta dell’infanzia indigena alle sue famiglie e comunità [1]. In secondo luogo, questi riconoscimenti territoriali ci chiamano a fare i conti con i nostri privilegi, per vedere in quali modi specifici abbiamo tratto beneficio dagli assetti razzisti e strutturali, ampiamente documentati, che persistono ancora oggi. Ci spingono anche a intraprendere azioni concrete, comprese riparazioni significative. In terzo luogo, questo modo di situarci e di riconoscere le dolorose eredità di questa storia è particolarmente pertinente nel nostro caso, mentre cerchiamo di ripensare il suicidio al di fuori di un quadro psicologico o biomedico ristretto e di allineare maggiormente le nostre pratiche di prevenzione del suicidio a un orientamento decolonizzante e di giustizia sociale.

Portiamo in questa discussione anche decenni di esperienza. Una di noi (Jennifer), per esempio, ha lavorato come consulente per la prevenzione del suicidio, formatrice, consulente per le politiche pubbliche e ricercatrice, e porta in questo lavoro oltre 30 anni di esperienza. Uno dei suoi primi ricordi di lavoro professionale sotto l’influenza delle idee dominanti sulla prevenzione del suicidio risale a quando lavorava in un grande centro residenziale di trattamento per minori con diverse difficoltà emotive e comportamentali, oltre che con storie di trauma complesso. Poco prima nella struttura c’era stato un suicidio per impiccagione e, in risposta, era stato elaborato un nuovo insieme di regole, apparentemente allo scopo di ridurre future morti di questo tipo. La nuova regola stabiliva che, quando una persona minorenne veniva collocata in una stanza di isolamento chiusa a chiave (di solito in seguito a un’aggressione o a una minaccia di violenza), il protocollo prevedeva che il personale educativo per l’infanzia e l’adolescenza, di cui facevamo parte, rimuovesse tutte le cinture, i lacci delle scarpe e qualsiasi altro materiale che potesse essere usato come laccio per strangolarsi. La regola stabiliva inoltre che la persona giovane dovesse essere controllata costantemente, sia tramite telecamere fissate al soffitto sia attraverso la piccola finestra della porta chiusa con il chiavistello. La sorveglianza e il controllo erano le risposte principali alle preoccupazioni per il suicidio. Non veniva sollevata alcuna domanda sull’etica del contenere o rinchiudere dei minori, né sul trauma che rischiavamo di riprodurre così facendo. L’orientamento complessivo era di natura fortemente tecnica e procedurale, come dimostra il fatto che dovevamo documentare di aver rispettato tutte le regole (presumibilmente per evitare qualsiasi attribuzione di colpa). Così come Chapman [2] descrive come «è diventato un aggressore» partecipando al confinamento e alla contenzione di minori con disabilità, Jennifer riconosce di essere stata anche lei attivamente complice nel perpetuare un danno sotto le apparenze dell’«aiutare» e del «prevenire il suicidio». Questa presa di coscienza devastante la perseguita ancora oggi e le ricorda che la «prevenzione del suicidio» — a qualunque costo — può talvolta avere un carattere coercitivo e non dovrebbe mai essere considerata un bene incondizionato. L’imperativo della prevenzione, inesorabilmente incorporato nello studio stesso del suicidio, è stato giustamente messo in discussione da Tack [3]. Ne parliamo più nel dettaglio in una sezione successiva.

Jonathan lavora nel campo della prevenzione del suicidio da oltre 20 anni: ha iniziato a 16 anni come volontario giovane in un servizio nazionale di linea di crisi. Nel corso della sua carriera, Jonathan ha lavorato come formatore nella prevenzione del suicidio giovanile, animatore di comunità, ricercatore, responsabile di politiche pubbliche e dirigente di un’organizzazione senza scopo di lucro. La prima formazione di Jonathan nella prevenzione del suicidio si fondava su un approccio non interventista, in cui era fondamentale offrire una cura empatica e non giudicante, anche quando qualcuno era sul punto di togliersi la vita. Da allora, Jonathan si è impegnato a lungo nell’erogazione di programmi di prevenzione del suicidio per giovani. Durante gli studi post-laurea, ha cominciato a chiedersi se l’educazione contemporanea alla prevenzione del suicidio, con la sua enfasi sull’intervento individuale, non stesse trascurando il più ampio contesto sociale, culturale e politico in cui si colloca il suicidio, e altre opportunità per creare condizioni che promuovano la vita e il vivere.

1.1. Un contesto preoccupante

Nonostante la proliferazione di trattamenti basati sulle evidenze, campagne di prevenzione del suicidio, kit di strumenti e strategie di sensibilizzazione pubblica, i tassi di suicidio persistono ostinatamente e sono persino aumentati in alcune parti del mondo, tra cui gli Stati Uniti [4,5]. Viviamo nello Stato coloniale del Canada, dove i tassi di suicidio dei popoli indigeni (cioè Prime Nazioni, Inuit e Métis) sono sproporzionatamente più alti rispetto alla popolazione generale [6,7]. È inoltre ben documentato che molte persone gay, lesbiche, transgender, queer e non binarie (GLBTQ+), in particolare quelle che subiscono ulteriori disuguaglianze sociali lungo gli assi della razza, della classe e dell’istruzione, presentano tassi elevati di comportamento suicidario rispetto alle persone eterosessuali [8]. I tassi di suicidio tra ragazze e donne sono in aumento in Canada e altrove, soprattutto tra quelle con una storia di maltrattamento nell’infanzia, compreso l’abuso sessuale [9,10]. Gli uomini, in particolare i veterani militari, i disoccupati, le minoranze sessuali e di genere e quelli che vivono in zone rurali, si tolgono la vita più spesso delle donne in tutte le fasce d’età [11,12]. È stato inoltre dimostrato che le persone che vivono in aree socioeconomicamente svantaggiate e che affrontano difficoltà economiche presentano un rischio di suicidio elevato [13].

Nella maggior parte del mondo, più uomini che donne si tolgono la vita, e più donne mettono in atto comportamenti suicidari. Al tempo stesso, un approccio criticamente riflessivo allo studio del suicidio mostra come le stesse statistiche sul suicidio siano prodotti di processi sociali fortemente segnati dal genere e influenzati dai contesti locali e dalle concezioni del suicidio (anziché fatti neutrali e oggettivi) [14,15]. Sebbene il suicidio e i comportamenti autolesivi «coinvolgano direttamente il sociale, lo psicologico e il biologico» [13] (p. 3), la maggior parte della ricerca sul suicidio si colloca entro quadri disciplinari ristretti che attingono ampiamente a metodologie quantitative e positiviste, e ciò vale per la sociologia quanto per la psicologia [13,16]. Le influenze sociopolitiche e i regimi ideologici (per es. neoliberismo, politiche di austerità, colonialismo, eteropatriarcato) determinano fortemente il modo in cui le disuguaglianze sociali saranno vissute. Queste forze sociali hanno un ruolo anche nel modo in cui vengono vissuti la vergogna, il fallimento e la perdita, e sono considerazioni pertinenti quando si teorizzano il suicidio e i comportamenti suicidari [13,17]. Le politiche neoliberiste, le pratiche coloniali e le logiche capitaliste di norma non vengono catalogate come fattori di rischio di suicidio e di solito restano fuori dal campo delle indagini sui decessi e delle ricerche empiriche sul suicidio. Una rara eccezione è lo studio di «autopsia psicopolitica» di China Mills sui «suicidi da austerità» nel Regno Unito [18]. In gran parte della ricerca suicidologica sono gli individui a ricevere l’etichetta di «ad alto rischio», e l’attenzione si sposta allora sulla loro psiche individuale come sede appropriata dell’intervento.

Questa riarticolazione delle espressioni locali di ingiustizia e disuguaglianza sociale in sofferenza psichica … è percepibile nei discorsi che circolano attorno ad altri gruppi marginalizzati e vulnerabili con maggiori probabilità di morire per suicidio, come le persone indigene, le persone disoccupate, quelle appartenenti a popolazioni sessualmente diverse e quelle coinvolte nel sistema della giustizia penale [19] (p. 185).

In opposizione a una lettura biomedica così ristretta del suicidio, assumiamo la posizione secondo cui i tassi elevati di suicidio in alcuni gruppi ci offrono l’occasione di affrontare i contesti sociali e politici del suicidio [13,18,19] per mettere in luce alcune delle «condizioni sociali e culturali che informano questi tassi più alti nella scelta della morte … così da rendere certi corpi inintelligibili, con conseguenze materiali e pratiche molto reali» [3] (p. 58). Nel frattempo, l’aumento dei tassi di suicidio tra gli uomini bianchi statunitensi — che di solito godono del maggior numero di vantaggi e privilegi non guadagnati — è stato recentemente collegato alla fragilità bianca, alle ansie razziali e alla politica del risentimento razziale [20]. È chiaro che il suicidio non può essere spiegato con un semplice ragionamento di causa ed effetto, e che vi sono molti paradossi e contraddizioni di cui occorre tenere conto quando si cerca di comprendere i tassi elevati di suicidio in gruppi diversi. Le analisi intersezionali, che riconoscono la distribuzione disuguale e mutevole del potere e dei privilegi lungo molteplici posizioni sociali (cioè genere, orientamento sessuale, etnia, abilità, età ecc.), sono probabilmente più utili delle letture statiche o essenzialiste dell’identità e delle soggettività suicidarie [8,20]. Pur riconoscendo che nell’epoca moderna si è posta una forte enfasi sulle spiegazioni individuali, biomediche e psicologiche del suicidio, e pur cercando di ampliare i quadri per comprenderlo e rispondervi, non intendiamo suggerire che un approccio unico (psicologico o strutturale) possa rendere conto della complessità del suicidio. La nostra intenzione è articolare un approccio teoricamente fondato, eticamente sensibile e pratico per comprendere il suicidio e rispondervi. Non vuole essere una panacea, ma potrebbe essere considerato una possibilità tra le altre.

1.2. Quadro teorico

In coerenza con il nostro orientamento di terapia narrativa, attingiamo a un quadro teorico post-strutturalista che sottolinea il ruolo della cultura, del linguaggio e del discorso nella comprensione delle persone, dei problemi e delle realtà vissute [21,22]. Il post-strutturalismo, esemplificato dall’opera di Foucault e di altre figure del pensiero francese, «mette in discussione il razionalismo e il realismo che sottendono la fiducia dello strutturalismo nel metodo scientifico, nel progresso e nel discernimento e nell’identificazione di strutture universali di tutte le culture e della mente umana… diffida delle metanarrazioni, degli argomenti trascendentali e dei vocabolari finali» [22] (p. 131, corsivo nell’originale). Sulla base di una comprensione post-strutturalista, rifuggiamo da una costruzione singolare, stabile, essenzialista o universale del sé e partiamo invece dalla premessa che ogni persona è costituita discorsivamente ed emerge costantemente nelle relazioni con le altre e attraverso di esse. Molteplici storie e discorsi costituiscono le nostre identità in modi culturalmente specifici, e nessuna persona è rinchiusa in categorie identitarie rigide e sature del problema, come «in depressione», «con malattia mentale», «a rischio» o «suicida» [21]. Anche nelle circostanze più oppressive esiste sempre la possibilità di agentività, di resistenza e di risposte inedite, che richiede inevitabilmente la presenza di altre persone. In altre parole, operiamo sempre all’interno di un insieme di relazioni in corso ed emergenti che vengono stabilizzate o perturbate da azioni socialmente coordinate nel tempo [23].

Una simile comprensione teorica ha implicazioni rilevanti per il modo in cui pensiamo il suicidio e le nostre risposte a esso. In particolare, il suicidio non è qualcosa che si trova dentro le persone — «un’ontologia obbligatoria della patologia» [24] (p. 31) — ma un fenomeno sociale, storicamente contingente e ricco di sfumature legate al contesto, caratterizzato da molteplicità, instabilità e ineffabilità. Vi sono aspetti del suicidio che non potranno mai essere pienamente conosciuti, compresi o catturati dalle tecniche della scienza, nonostante le audaci affermazioni di buona parte della suicidologia dominante [25]. È proprio questa instabilità a rendere il problema del suicidio aperto a molteplici interpretazioni, il che a sua volta crea spazio per significati e comprensioni alternativi. Possiamo sempre essere più dei nostri atti suicidari, e lo stesso vale per le altre persone; ricordarlo è forse particolarmente importante quando si lavora con chi ha perso una persona cara per suicidio [26].

Adottiamo inoltre una nozione relazionale dell’etica [23], che si discosta dagli approcci codificati e basati su regole all’etica professionale, i quali spesso collocano il «fare etica» nella testa di chi esercita la professione. Un approccio relazionale all’etica si concentra su «ciò che le persone fanno insieme e ciò che il loro “fare” produce» [27] (p. 425). In questa visione dell’etica, ciò che viene stabilito come giusto o buono emerge attraverso azioni fluide e socialmente coordinate, entro specifici contesti sociali, storici e culturali. Quando agiamo eticamente, agiamo con altre persone e ci viene chiesto di riconoscere la nostra profonda interdipendenza e il nostro coinvolgimento in un futuro condiviso. È richiesta un’elevata tolleranza dell’incertezza, poiché ci co-costituiamo con altre persone attraverso l’apprendimento e l’azione comuni, la curiosità e la scoperta reciproca. Le domande etiche smettono di chiedere «qual è il principio etico corretto da applicare in questa situazione?» per chiedere «chi stiamo diventando?» e «quali possibilità si stanno plasmando?» [27] (p. 429).

Vale la pena precisare anche la nostra concezione della critica, ispirata a Foucault, il quale afferma:

Non credo che si possa contrapporre la critica alla trasformazione, la critica «ideale» alla trasformazione «reale» … Una critica non consiste nel dire che le cose non vanno bene così come sono. Consiste nel vedere su quali tipi di evidenze, di nozioni familiari, di modi di pensare consolidati e non esaminati si fondano le pratiche accettate.

… C’è sempre un po’ di pensiero anche nelle istituzioni più stupide; c’è sempre del pensiero anche nelle abitudini mute … La critica consiste nello stanare questo pensiero e nel cercare di cambiarlo; nel mostrare che le cose non sono così evidenti come si crede, nel fare in modo che ciò che si dà per scontato non sia più dato per scontato. Fare la critica significa rendere difficili i gesti oggi troppo facili … Intesa in questi termini, la critica (e la critica radicale) è assolutamente indispensabile per qualsiasi trasformazione.

… non appena si comincia a non poter più pensare le cose come le si pensava, la trasformazione diventa al tempo stesso molto urgente, molto difficile e del tutto possibile.

[27] (pp. 456–457)

In coerenza con il modo in cui Foucault inquadra la critica, da parte nostra ci rifiutiamo attivamente di dire o di lasciar intendere che gli attuali approcci alla prevenzione del suicidio «non vanno bene così come sono» [27] e che dovrebbero essere sostituiti da una nuova dottrina dominante di pratiche ispirata agli studi critici sul suicidio. Essa ricreerebbe involontariamente proprio le strutture che speriamo di scompaginare e interrogare. Piuttosto, insieme a figure accademiche, della ricerca e della pratica professionale e a persone con esperienza diretta del suicidio in tutto il mondo, stiamo trovando modi per rendere visibili i presupposti dati per scontati che governano la pratica della prevenzione e della ricerca sul suicidio, per portare nel campo maggiore riflessività, creatività e flessibilità. Per farlo, ci siamo avvalsi di modi narrativi di conoscere, fare ed essere, per aprire alle persone e alle comunità l’opportunità di «cominciare a non poter più pensare le cose come le si pensava» [27] e per invitare a possibilità più ampie in relazione al suicidio.

1.3. Costruzioni dominanti del suicidio (e della sua prevenzione)

Il vocabolario della suicidologia e della prevenzione del suicidio rivela le sue premesse razionaliste e i suoi presupposti positivisti. Per esempio, parliamo abitualmente di pratiche basate sulle evidenze, gestione del rischio, valutazione e trattamento, monitoraggio, interventi esperti e approcci scientifici allo studio e alla prevenzione del suicidio. Sebbene nessuno di questi approcci sia intrinsecamente sbagliato, essi poggiano in genere su un quadro esperto e biomedico e tendono quindi a restringere la gamma delle possibilità di pensare il suicidio e di rispondervi. La maggior parte delle pratiche di prevenzione del suicidio continua a basarsi su una teorizzazione a livello individuale che, a sua volta, genera soluzioni che enfatizzano la responsabilità individuale, l’automonitoraggio e la ricerca di un aiuto esperto. Nel frattempo, le prospettive filosofiche, etiche, politiche e spirituali sul suicidio, che hanno storie proprie complesse e singolari, sono in gran parte scomparse dalle discussioni e dai dibattiti della suicidologia dominante [19]. Come scrivono Bracken et al. [28] (p. 433): «Tutte le forme di sofferenza comportano strati di storia personale, inseriti in un intreccio di relazioni significative che sono, a loro volta, inserite in sistemi culturali e politici».

I discorsi neoliberisti sul rischio e sulla responsabilità collocano tipicamente il problema del suicidio (e della depressione) dentro le singole persone in modo depoliticizzato, attribuendo la responsabilità (l’onere) del cambiamento agli individui attraverso tecniche terapeutiche di problem solving razionale, autogestione, coping e sviluppo di abilità. Nel frattempo, gran parte della ricerca suicidologica dominante sembra volta ad addomesticare il suicidio attraverso una spinta verso l’unificazione e la standardizzazione [29]. Ciò è visibile nell’enfasi sulle strategie basate sulle evidenze e sui protocolli standardizzati, che tendono a livellare differenze, mutamenti, contraddizioni e contesti. Concezioni normative (spesso implicite) della salute mentale circolano attraverso i discorsi terapeutici professionali e le «pedagogie pubbliche della salute mentale», che esortano le persone a «chiedere aiuto» e a «parlarne» [30].

Nelle pratiche quotidiane di prevenzione del suicidio circolano anche idee contraddittorie sulla «responsabilità del suicidio»: le persone con tendenze suicidarie sono ritenute al tempo stesso non responsabili della propria morte a causa della loro malattia mentale (che presumibilmente ne compromette la capacità decisionale) e, in ultima istanza, responsabili, il che ha l’effetto di distogliere la colpa da altre persone, relazioni o assetti sociali che possono essere implicati nell’emergere della disperazione e della suicidalità. Nel frattempo, cittadinanza, pari e altre figure sentinella («gatekeeper») vengono formate a «essere responsabili» imparando i fatti sul suicidio e come aiutare. Ciò comporta di solito l’invio delle persone con tendenze suicidarie ai servizi di salute mentale, dove incontreranno tipicamente pratiche di valutazione, sorveglianza e gestione del rischio che non sempre vengono vissute come utili. Per esempio, un recente studio qualitativo ha mostrato che le persone con tendenze suicidarie che accedono alla psicoterapia spesso nascondono la propria suicidalità per paura di un ricovero involontario [31]. È un risultato importante, perché mostra come le pratiche standard di prevenzione del suicidio (cioè valutazione del rischio, sorveglianza, monitoraggio, ricovero involontario) possano compromettere la costruzione della fiducia e interferire con un dialogo onesto e aperto, che sono le fondamenta su cui poggia qualsiasi relazione terapeutica [32]. Inoltre, le possibilità di forme più informali di amicizia e di sostegno, basate sull’accettazione incondizionata e sulla reciprocità, possono di fatto essere indebolite quando si pone troppa enfasi sul garantire che le persone con tendenze suicidarie accedano all’aiuto professionale, a scapito di altre possibilità relazionali [19]. Queste preoccupazioni concordano anche con gli interrogativi sollevati di recente da Tack [3], che mostra come l’imperativo della prevenzione, incorporato in modo non problematizzato e inesorabile in tutta la ricerca sul suicidio — compresi gli studi critici sul suicidio —, parta dal presupposto, dato per scontato, che ogni vita debba essere vissuta e che vivere sia lo stato naturale di tutti gli esseri umani.

Questa linea di pensiero risuona con quella della sanità pubblica critica, corrente di studi che considera l’attuale preoccupazione occidentale per la «salute», e la sua collocazione entro una retorica moralizzante, matura per essere interrogata [33]. In particolare, questa corrente assume una posizione interrogativa verso l’accettazione, data per scontata, della salute come bene incondizionato o singolarità, e sostiene che la salute è uno stato desiderato, uno stato prescritto e anche una posizione ideologica [33] (p. 2). Potremmo sostenere che anche la «prevenzione del suicidio» è generalmente considerata un valore inequivocabilmente desiderabile «… che non si può non scegliere» [33] (p. 15). Dopotutto, chi potrebbe essere contro la prevenzione del suicidio? Eppure, quando consideriamo che la «prevenzione del suicidio» non è una posizione unitaria, astorica o naturale, ma un insieme di pratiche in corso profondamente intrecciate con ideologie, storie, pratiche istituzionali, discorsi e politiche specifici che riflettono una serie di interessi (tra cui quelli dei governi, delle case farmaceutiche, della medicina, degli enti di formazione, dei media ecc.), cominciamo ad apprezzare l’importante lavoro che la teorizzazione critica può svolgere nella prevenzione del suicidio [3]. Per chi si occupa di studi sul suicidio con un orientamento critico, ciò significa porre domande sulla prevenzione del suicidio per vedere in quali modi essa ospiti interessi e agende molteplici e in competizione, occultando al tempo stesso altre realtà e altri assetti sociali. In breve, introducendo una «balbuzie» [34] nei presupposti che governano lo studio e la pratica del suicidio e della sua prevenzione, ci viene dato spazio per pensare e agire in modo nuovo.

2. Gli studi critici sul suicidio

Di fronte alla crescente insoddisfazione per le letture biomediche del suicidio e a un’eccessiva dipendenza da approcci individualistici alla prevenzione del suicidio — che omettono o danno per scontati i contesti sociali, storici e politici della vita delle persone —, molte figure accademiche, professionali e politiche sono alla ricerca di alternative [3,13,14,15,16,17,18,19,24,35]. Attingendo a saperi incarnati e a tradizioni intellettuali molteplici, il campo emergente degli studi critici sul suicidio cerca al tempo stesso di valorizzare e di mettere in discussione alcune delle logiche positiviste e biomediche date per scontate che negli ultimi decenni hanno finito per dominare lo studio del suicidio e la pratica della prevenzione del suicidio.

Come le pratiche della terapia narrativa, gli studi critici sul suicidio non costituiscono un’entità singolare o monolitica. Comprendono molti filoni, in costante emergenza, ma tendono a convergere attorno ad alcune idee chiave. Sono di solito critici verso i saperi universali, generalizzabili, esperti e totalizzanti (il già noto e il già rappresentato). Spesso mettono in discussione le identità singolari ed essenzialiste e non presuppongono un sé unitario [35]. Il campo è agli esordi, ma cerca comunque di essere criticamente riflessivo ed è disposto a rivolgere lo sguardo critico su sé stesso. Gli studi critici sul suicidio interrogano i presupposti dati per scontati su che cosa sia il suicidio e collocano la sofferenza entro contesti e discorsi sociopolitici, culturali e storici. Hanno un orientamento esplicitamente etico e politico, centrato sulla decolonizzazione, la giustizia sociale, l’equità e l’inclusione, e mirano a creare un mondo in cui valga la pena vivere. Cercano di creare le condizioni di una vita interdipendente e collettiva in cui tutte le persone possano fiorire. In altre parole, «la suicidologia critica lavora nel mezzo delle contraddizioni, cerca di consentire il proliferare di molteplici approcci e tenta di porre domande nuove e fresche (forse prima impensabili e indicibili) nello sforzo di pensare al di fuori della visione ricevuta della pratica» [35] (p. 7).

Quando cominciamo a riconoscere la molteplicità, l’irriducibilità, le complessità e le contraddizioni del suicidio, cominciamo ad apprezzare la necessità di approcci e risposte molteplici. Il campo degli studi critici sul suicidio non intende sostituire un approccio universale o standardizzato con un altro. Né intende screditare o svalutare il lavoro importante e compassionevole svolto da chi fa ricerca, dalle figure professionali, dal volontariato e dalle famiglie che si impegnano a comprendere meglio il suicidio e si dedicano al compito, spesso difficile, di aiutare un’altra persona a restare ancorata alla vita. Si tratta piuttosto di un movimento che rifiuta esplicitamente di semplificare in eccesso relazioni e storie sociali altamente complesse e contingenti. Ciò implica passare dall’intervenire sulle persone (cioè affidarsi a una «mentalità da caselle da spuntare» per valutare il rischio suicidario) al vivere e lavorare accanto ad altre persone per immaginare e creare futuri, posizioni e modi alternativi di vivere insieme. La terapia narrativa offre una filosofia, un’etica e un modo di lavorare in strettissima sintonia con questi impegni.

3. La terapia narrativa

Quando accostiamo le idee e le pratiche della terapia narrativa a quelle degli studi critici sul suicidio, attingiamo ampiamente alle idee di Michael White [36], David Epston [37] e di altre figure della pratica narrativa [38] che hanno sviluppato il loro lavoro. Una descrizione completa della storia e della pratica attuale della terapia narrativa esula dagli scopi di questo articolo. Presentiamo tuttavia una panoramica delle idee e delle pratiche narrative chiave, insieme alle loro implicazioni per un confronto più critico con il suicidio. Poiché esistono numerosi punti di accesso possibili alla comprensione della terapia narrativa, cominceremo descrivendo il modo in cui le idee e le pratiche narrative inquadrano i problemi.

Detto in modo semplice, la terapia narrativa si fonda sull’idea che «i problemi sono fabbricati in contesti sociali, culturali e politici» [39] (p. 27). A sua volta, una persona dà significato alla propria vita attraverso le storie disponibili in quei contesti. In altre parole, i problemi hanno una contingenza intrinseca che dipende dal loro contesto, pur esercitando un’enorme influenza sull’esperienza che una persona ha di sé e della propria identità. La terapia narrativa concepisce il sé e l’identità come molteplici e fluidi, costituiti dalle storie disponibili che siamo in grado di raccontare su di noi. Queste idee sono fortemente influenzate dal pensiero di Michel Foucault sulla soggettivazione e sui modi in cui la società e discipline come la psichiatria creano standard a cui conformarsi, «classificando, giudicando e determinando che cosa sia un modo di vivere desiderabile, appropriato o accettabile» [39] (p. 8).

Le idee narrative possono essere messe proficuamente al lavoro per confrontarsi con il problema del suicidio. Per esempio, in un contesto sociale, culturale e politico euro-occidentale, possiamo notare i modi in cui il suicidio viene associato alla psicopatologia, così che gli unici interventi disponibili sono biomedici e agiscono sull’individuo. Da questa cornice del suicidio diventano disponibili certe storie, tra cui storie su dove risiede il problema (dentro le persone) e storie su quali siano le risposte ammissibili al problema (il contenimento in ospedale). Si può sostenere che questa cornice abbia effetti sul modo in cui una persona identificata come suicida dà significato alla propria vita e alla propria identità, attraverso le storie che ha a disposizione da raccontare. Il peso di un’identità singolare di «persona suicida» appare ineludibile, totalizzante, e chiude ulteriormente le possibilità di vivere.

La terapia narrativa offre un approccio originale, basato sulle risorse, per ampliare il numero di storie disponibili sul problema del suicidio. Ciò crea a sua volta la possibilità che una persona eserciti la propria agentività e faccia esperienza di sé nei modi che preferisce, al di là della descrizione povera di «persona suicida». La terapia narrativa serve ad ampliare le possibilità identitarie di una persona o di una comunità in relazione al suicidio, allarga i modi in cui possiamo comprendere il suicidio e i suoi effetti sulla vita delle persone e delle comunità, e offre una prassi su come potremmo parlare del suicidio con le persone e su come potremmo rispondere collettivamente. La filosofia, l’etica e i modi di lavorare della terapia narrativa, insieme alle loro implicazioni per un confronto più critico con il suicidio, sono descritti più nel dettaglio qui di seguito.

La terapia narrativa considera le persone esperte della propria vita, separate dai problemi che vivono e particolarmente qualificate per co-indagare gli effetti di tali problemi insieme a chi esercita la pratica narrativa. Per esempio, una persona che vive gli effetti del suicidio verrebbe posta nella posizione di collaborare alla risposta al problema, anziché essere solo una persona da sottoporre a interventi biomedici, mentre chi esercita la pratica narrativa mantiene una posizione decentrata ma comunque influente. Chi esercita la pratica narrativa presta particolare attenzione alla storia satura del problema [40], cioè la storia dominante che esercita una forte influenza sull’identità della persona (per es. la persona suicida).

Chi esercita la pratica narrativa si dedica anche a una forma di «doppio ascolto», che permette di sentire la storia del problema e, al tempo stesso, di prestare attenzione agli esiti unici e alle discrepanze che indicano un allontanamento dal problema, e di farli emergere. Spesso si pone l’accento sulle abilità e sulle capacità specifiche della persona che vive il problema, rafforzandone l’agentività e creando la possibilità di entrare in una storia e in un’identità alternative. Prestare attenzione all’«assente ma implicito» aiuta a rivelare saperi o significati taciuti o nascosti che potrebbero rivelare preferenze o speranze, particolarmente rilevanti quando ci si confronta con il suicidio. Le idee e le pratiche narrative suggeriscono che una persona non può mai essere completamente addomesticata, sul piano discorsivo, da un problema come il suicidio, perché ci sono sempre crepe, aperture e occasioni per storie, posizionamenti e identità alternativi [41].

Vi sono numerose altre pratiche utilizzate nella terapia narrativa che servono a destabilizzare i presupposti dati per scontati sul suicidio e a creare la possibilità di nuove risposte al suicidio. Domande narrative ben costruite possono interrogare il problema, coinvolgere ulteriori prospettive sul problema, rafforzare le storie preferite e aiutare la persona a schierarsi contro il problema e a favore di un futuro preferito. Domande terapeutiche di questo tipo possono aiutare a esternalizzare il problema, separandolo dalla persona, entro un contesto sociale, culturale e politico, creando lo spazio necessario perché la persona faccia esperienza della propria agentività. Infine, la convocazione di gruppi di testimoni esterni, in cui un gruppo di persone viene invitato ad ascoltare un colloquio narrativo con una persona o con un altro gruppo e a rispondervi, offre un mezzo potente per costruire una comunità di sostegno, generare e amplificare nuove trame e mobilitare saperi locali in risposta ai problemi. Il collegamento delle vite attraverso scopi condivisi può contribuire alla giustizia sociale.

4. Muoversi verso nuove possibilità

Attraverso una serie di laboratori che abbiamo condotto con figure professionali della salute mentale e dell’assistenza sociale, abbiamo avuto di recente l’opportunità di esplorare e mettere in pratica la filosofia, l’etica e i modi di lavorare della terapia narrativa in diversi contesti comunitari, per favorire un confronto più critico con la prevenzione del suicidio. Pur non facendo parte di uno studio di ricerca formale, riportiamo qui alcune delle nostre prime osservazioni.

Per esempio, in uno di questi laboratori abbiamo attinto a idee e pratiche narrative invitando le persone partecipanti a impegnarsi in un processo di apprendimento collettivo sul suicidio e sulle pratiche di prevenzione del suicidio. In particolare, abbiamo cercato di sviluppare una storia più densa sul suicidio e sul lavoro di prevenzione del suicidio, con l’obiettivo ultimo di favorire un resoconto più complesso e generativo del rapporto delle persone partecipanti con il suicidio nel contesto della loro pratica clinica, educativa con i giovani e di sviluppo di comunità. Uno di noi (Jonathan) ha posto una serie di domande narrative a tre persone partecipanti al laboratorio che si erano offerte di esplorare queste idee davanti all’intero gruppo, mentre l’altra (Jennifer) ha invitato le restanti persone partecipanti a una conversazione riflessiva su ciò a cui avevano appena assistito. Ne è nata una conversazione molto più articolata, profonda e stratificata sul lavoro con la questione del suicidio. Per esempio, le persone partecipanti hanno saputo individuare alcuni dei modi in cui si attengono alle regole organizzative e professionali per conformarsi alle aspettative istituzionali (per es. effettuare una valutazione del rischio suicidario sulla base di domande predefinite; documentare i livelli di rischio secondo categorie di rischio), riconoscendo al tempo stesso alcuni limiti di questo approccio. Hanno saputo individuare un netto cambiamento nel loro approccio quando il tema del suicidio emergeva nelle loro conversazioni terapeutiche: si passava da un modo di lavorare insieme narrativo, relazionale, creativo e collaborativo a un approccio più standardizzato e burocratico, spesso guidato dalla paura e dall’ansia. Hanno anche potuto vedere e formulare più chiaramente alcune delle comprensioni che stavano emergendo riguardo al suicidio come risposta a condizioni invivibili, il che ha a sua volta aperto possibilità al di là delle valutazioni standard del rischio suicidario, includendo strategie per mobilitare il sapere collettivo e l’azione sociale a sostegno della connessione, dell’appartenenza e della fioritura umana di tutte le persone.

4.1. Trame e discorsi molteplici

Le pratiche della terapia narrativa sono promettenti per sostenere modi più ricchi e ampi di comprendere il suicidio e di confrontarsi con esso. Intervistare le persone partecipanti in presenza di altre persone, e intervistare di nuovo chi ha assistito per aggiungere ulteriori strati di significato e di possibilità, si è rivelato un modo estremamente ricco di dare vita a conversazioni straordinarie e atipiche sul problema del suicidio, che vanno oltre l’approccio didattico tradizionale della formazione alla prevenzione del suicidio. Le persone partecipanti ai laboratori hanno descritto come la messa in atto di idee e pratiche narrative abbia ampliato il dialogo, rendendo dicibili più cose, facendo al tempo stesso emergere una serie di difficoltà nel rispondere al suicidio negli attuali contesti di cura della salute mentale.

Per esempio, attraverso l’uso di gruppi di testimoni esterni e di domande narrative, abbiamo ascoltato resoconti che descrivevano come il problema del suicidio non solo crei identità fisse tra le persone in condizione di sofferenza (cioè la persona suicida), ma crei identità fisse anche tra le figure professionali dell’aiuto (cioè chi gestisce il rischio), così che le azioni si restringono e certe cose diventano indicibili. Attraverso domande narrative volte a far emergere una storia più ampia sul suicidio dal punto di vista delle figure professionali della salute mentale, sembra che le politiche e le procedure dei luoghi di lavoro possano creare un imperativo di gestione del rischio che finisce per governare (e limitare) la relazione con la persona in condizione di sofferenza.

Nel corso dei nostri laboratori sono emerse descrizioni ricche e coerenti di come gli strumenti di valutazione del rischio facessero da mediatori nella relazione terapeutica, con momenti di cura che sembravano ridursi a caselle da spuntare e a fattori di rischio suicidario, in una preoccupante modalità di pratica uguale per tutti [32]. È importante sottolineare che diverse pratiche disponibili in alcuni contesti clinici sono utili, e senza dubbio salvano vite, nel rispondere al suicidio (per es. la terapia dialettico-comportamentale). Era tuttavia evidente che il personale sanitario che abbiamo incontrato desiderava abitare trame molteplici in cui poter essere d’aiuto, rispettare gli standard di cura, adempiere i propri obblighi lavorativi e umanizzare la cura che prestava. Questo modo di lavorare è estremamente difficile in un contesto di erogazione dei servizi dominato dall’esigenza di praticare solo approcci basati sulle evidenze e approvati, il che di solito lascia poco spazio a risposte irriverenti, giocose o immaginative. Ci interessa vedere come la terapia narrativa potrebbe offrire possibilità più ampie al personale sanitario per abitare trame alternative quando si prende cura di persone in relazione con il suicidio.

4.2. L’arte di porre domande generative

L’uso di domande narrative generative e ben costruite potrebbe essere utile nel contesto della pratica dominante di valutazione del rischio suicidario. Tali domande creano importanti aperture verso le storie preferite e generano esperienza [21,38]. Ciò contrasta con la valutazione standard del rischio suicidario, che si basa sulla raccolta di informazioni. Per esempio, le pratiche standard si concentrano sulla precisione del piano di una persona per togliersi la vita, sulla probabilità che quel piano porti alla morte, sulla disponibilità dei mezzi per attuarlo e sulla disponibilità di aiuto. Le domande che ne derivano tendono a creare una descrizione povera e centrata sui deficit della vita che la persona in condizione di sofferenza sta vivendo. Ci chiediamo che cosa diventerebbe possibile se le domande narrative, con la loro tendenza ad ampliare le prospettive, sviluppare trame preferite, invitare a pensare in modo nuovo e separare i problemi dalle persone, venissero usate più ampiamente con le persone in relazione con il suicidio. Invece di chiedere come una persona pianifichi di togliersi la vita, ci interroghiamo sul potenziale di promozione della vita delle seguenti domande:

  • Che cosa dicono questi pensieri suicidari di ciò che Lei ha più a cuore, o contro che cosa potrebbero essere una protesta questi pensieri suicidari [21]?
  • Questi pensieri suicidari La avvicinano o La allontanano dai valori a cui tiene di più?
  • Ha notato in quali momenti questi pensieri suicidari hanno il sopravvento? Ci sono occasioni in cui è Lei ad avere il sopravvento?
  • Pensa che la descrizione di Lei come persona suicida sia una storia definitiva su di Lei?

Domande come queste potrebbero far emergere una comprensione condivisa dei valori verso cui una persona si muove — o da cui si allontana — quando contempla la morte? Potrebbero permetterci di vedere più chiaramente alcuni dei danni potenziali e non voluti del prevenire il suicidio a qualunque costo, che spesso si basa su contenimento, controllo e sorveglianza, soprattutto nei contesti ospedalieri per acuti? Le conversazioni sul suicidio nei contesti di salute mentale o comunitari potrebbero aprire più speranza e nuove possibilità di vivere, anziché riprodurre conversazioni prevedibili e stantie, guidate dall’imperativo della prevenzione di salvare una vita a qualunque costo? Intendiamo continuare a esplorare come l’etica, le idee e le pratiche della terapia narrativa potrebbero essere utili in questo spazio di pratica precario e delicato.

4.3. Un’etica relazionale per la pratica narrativa

Gli approcci narrativi e relazionali all’etica rappresentano un netto distacco dagli approcci basati su principi e guidati dal sapere esperto, come quelli sostenuti da molte teorie morali occidentali e codificati nelle dichiarazioni di etica professionale [23,27,39]. Le pratiche della terapia narrativa si fondano sull’idea che la persona o il gruppo che chiede aiuto disponga già di un’abbondanza di saperi, abilità e risorse da mettere in campo di fronte al problema, e che questi saperi possano essere mobilitati da una pratica professionale «decentrata ma influente» [40], che lavora in modo collaborativo, conversazionale e creativo per aiutare la persona o il gruppo a vivere il proprio futuro preferito.

Un approccio relazionale e narrativo all’etica è particolarmente adatto alla prevenzione del suicidio, poiché il lavoro di prevenzione del suicidio, come tutte le pratiche di cura sociale [39], è intrinsecamente relazionale, etico e fondamentalmente fatto di storie. In questo modo di lavorare si presta attenzione sia alla storia in sé sia al modo in cui viene narrata, il che offre indizi su come i significati vengono costruiti a partire dalle risorse culturali disponibili e dai discorsi dominanti. È importante notare che le identità e i modi di andare avanti insieme non sono fissi, e che possiamo riscrivere la nostra vita in modi che ci avvicinino a vivere secondo i valori, gli impegni e le preferenze a cui teniamo di più. Vi è un chiaro riconoscimento delle nostre identità intersoggettive e relazionali, il che significa che sia chi esercita la pratica sia chi chiede aiuto partecipano attivamente al sapere e al significato emergenti che vengono co-creati insieme, e ne sono influenzati. Attraverso l’esplorazione reciproca, «la narrazione etica che emerge è fondata sulla reciprocità con l’Altro, sulla solidarietà con l’Altro, sull’attenzione alla sua unicità o alterità, sulla cura dell’Altro e sulla fiducia nell’Altro …» [39] (p. 11).

4.4. Osservazioni conclusive

La prevenzione del suicidio rappresenta un insieme di pratiche sociali condivise basate su presupposti comuni, e spesso non interrogati, che promuovono una particolare visione del problema. Quando il suicidio e le nostre risposte a esso vengono compresi in termini esclusivamente individualistici e scientifici e sono guidati da un imperativo di prevenirlo a qualunque costo (cioè compreso il ricovero involontario), perdiamo l’occasione di dare risposte più creative e compassionevoli. Non si tratta di rinunciare agli sforzi volti a fornire cure e trattamenti individuali di alta qualità alle persone con tendenze suicidarie (che possono includere il ricovero), ma di fare di più se vogliamo rispondere al suicidio in tutta la sua complessità e molteplicità.

Come abbiamo sostenuto qui, prestando maggiore attenzione alla necessità di interventi informati sul piano sociopolitico, sia a livello individuale sia a livello di popolazione, crediamo che le figure professionali, chi elabora le politiche pubbliche e le comunità possano trovarsi in una posizione migliore per rispondere al complesso problema del suicidio. Cerchiamo di promuovere un modo di fare prevenzione del suicidio che mantenga la promessa di garantire i diritti umani fondamentali a tutta la cittadinanza. Ciò significa riconoscere che il suicidio è talvolta (se non spesso) una risposta a politiche, sistemi e strutture che producono vulnerabilità sotto forma di trauma intergenerazionale, razzismo, violenza di genere, mascolinità tossiche, marginalizzazione sociale e disuguaglianze. Significa anche riconoscere la nostra potenziale complicità con il danno, nonostante le nostre buone intenzioni professionali. Le pratiche della terapia narrativa non sono una panacea per affrontare il problema del suicidio, ma possono offrire un potente quadro analitico e un insieme di pratiche conversazionali per esercitare un approccio alla prevenzione del suicidio criticamente informato ed etico.

Per concludere, vorremmo suggerire che, insieme, la terapia narrativa e gli studi critici sul suicidio possono diventare un luogo creativo di costruzione di mondi. Quando ci allontaniamo da un’attenzione ristretta alla prevenzione della morte per andare verso la co-creazione di un mondo in cui valga la pena vivere, potremmo essere più in grado di vedere il lavoro di prevenzione del suicidio come una responsabilità collettiva, profondamente etica nella sua visione di un futuro più attento alla cura, più giusto, più impegnato sul piano relazionale e più interdipendente. Speriamo che questo articolo possa ricordarci ciò che è possibile quando andiamo oltre la saggezza consolidata — che fa del suicidio un problema individuale e privato — e cominciamo a vederne la molteplicità, la contingenza storica e le implicazioni che un approccio di ispirazione narrativa potrebbe avere per una conversazione pubblica rinnovata sul suicidio. Vediamo questo modo di lavorare come portatore di speranza e di vita per le persone con tendenze suicidarie e per chi offre cura e sostegno, così come per le comunità che cercano di creare le condizioni per una maggiore connessione, per l’appartenenza e, in ultima analisi, per una vita vivibile.

Complexe Systémique: punti chiave

Il valore di questo saggio sta nello spostare la questione della prevenzione del suicidio dall’individuo ai contesti e alle relazioni, il che interpella direttamente la pratica sistemica. Mostra come un dispositivo di gestione del rischio, con le sue scale, i suoi protocolli e la sua sorveglianza, plasmi a sua volta l’identità delle persone assistite (la «persona suicida») e quella delle équipe (chi «gestisce il rischio»), fino a rendere indicibili alcune cose, mentre la fiducia e il dialogo aperto restano il fondamento di ogni aiuto. Le domande narrative proposte non sostituiscono né la valutazione né le misure di sicurezza quando c’è un pericolo: le completano, cercando ciò che sta a cuore alla persona e i momenti in cui ha il sopravvento, e rifiutando di ridurre la sua storia a un’etichetta. Il testo ricorda anche il peso delle condizioni di vita, della colonizzazione e delle disuguaglianze, troppo spesso assenti dagli elenchi dei fattori di rischio. I suoi limiti sono chiari: si tratta di un saggio teorico, basato su osservazioni raccolte nei laboratori e non su una ricerca formale, che non dice nulla degli effetti di queste pratiche sulle persone in crisi. Da leggere insieme all’articolo su un approccio critico e relazionale al lavoro con il suicidio in terapia familiare e all’articolo sull’arte di porre domande narrative.

Note dell’originale

Contributi di chi firma l’articolo. Concettualizzazione, J.W.; amministrazione del progetto, J.W.; stesura della bozza originale, J.W. e J.M.; revisione e editing, J.W. e J.M.

Finanziamenti. Questa ricerca non ha ricevuto finanziamenti esterni.

Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara l’assenza di conflitti di interesse.

Bibliografia

Harvey J. Whiteness and Morality: Pursuing Racial Justice through Reparations and Sovereignty. Palgrave Macmillan; New York, NY, USA: 2007.

Chapman C. Becoming perpetrator: How I Came to Accept Restraining and Confining Disabled Aboriginal Children; Presented at the PsychOut: A Conference for Organizing Resistance against Psychiatry, OISE; Toronto, ON, Canada. 7–8 May 2010; [(accessed on 3 September 2019)]. Available online: http://individual.utoronto.ca/psychout/papers/Chapman_paper.pdf.

Tack S. The logic of life: Thinking suicide through somatechnics. Aust. Fem. Stud. 2019;34:46–59. doi: 10.1080/08164649.2019.1605491.

Curtin S., Warner M., Hedegaard H. Increase in suicide in the United States, 1999–2014. NCHS Data Brief. 2016;241:1–8.

Caine E.D., Reed J., Hindman J., Quinlan K. Comprehensive, integrated approaches to suicide prevention. Inj. Prev. 2018;24:38–45. doi: 10.1136/injuryprev-2017-042366.

Kirmayer L.J., Brass G.M., Holton T., Paul K., Simpson C., Tait C. Suicide among Aboriginal Peoples in Canada. Aboriginal Healing Foundation; Ottawa, ON, Canada: 2007.

Pollock N., Healy G., Jong M., Valcour J., Mullay S. Tracking progress in suicide prevention in Indigenous communities: A challenges for public heath surveillance in Canada. BMC Public Health. 2018;18:1320. doi: 10.1186/s12889-018-6224-9.

Ferlatte O., Salway T., Hankivsky O., Trussler T., Oliffe J., Marchand R. Recent suicide attempts across multiple social identities among gay and bisexual men: An intersectionality analysis. J. Homosex. 2018;65:1507–1526. doi: 10.1080/00918369.2017.1377489.

Skinner R., McFaull S. Suicide among children and adolescents in Canada: Trends and sex differences, 1980–2008. Can. Med Assoc. J. 2012;184:1015–1016. doi: 10.1503/cmaj.111867.

Turecki G. Early-life adversity and suicide risk: The role of epigenetics. In: Pompili M., editor. Phenomenology of Suicide. Springer; Cham, Switzerland: 2017. pp. 39–49.

Britton P., Bohnert M., Ilgen C., Stephens B., Pigeon W. Suicide mortality among male veterans discharged from Veterans Health Administration acute psychiatric units from 2005 to 2010. Soc. Psychiatry Psychiatr. Epidemiol. 2017;52:1081–1087. doi: 10.1007/s00127-017-1377-x.

Fontanella C., Hiance-Steelesmith D., Phillips G. Widening rural-urban disparities in youth suicide, United States, 1996–2010. JAMA Pediatr. 2015;169:466–473. doi: 10.1001/jamapediatrics.2014.3561.

Chandler A. Socioeconomic inequalities of suicide: Sociological and psychological intersections. Eur. J. Soc. Theory. 2019;2019:1–19. doi: 10.1177/1368431018804154.

Jaworski K. Gender and Suicide: Knowledge Production, Theory and Suicidology. Routledge; London, UK: 2014.

Scourfield J., Fincham B., Langer S., Shiner M. Sociological autopsy: An integrated approach to the study of suicide in men. Soc. Sci. Med. 2012;74:466–473. doi: 10.1016/j.socscimed.2010.01.054.

Hjelmeland H., Knizek B.L. Why we need qualitative research in suicidology. Suicide Life Threat. Behav. 2010;40:74–80. doi: 10.1521/suli.2010.40.1.74.

Fullagar S. Wasted lives: The social dynamics of shame and youth suicide. J. Sociol. 2003;39:291–307. doi: 10.1177/0004869003035076.

Mills C. Dead people don’t claim: A psychopolitical autopsy of UK austerity suicides. Crit. Soc. Policy. 2018;38:302–322. doi: 10.1177/0261018317726263.

Fitzpatrick S. Reshaping the ethics of suicide prevention: Responsibility, inequality, and action on the social determinants of suicide. Public Health Ethics. 2018;11:179–190. doi: 10.1093/phe/phx022.

Metzl J. Dying of Whiteness. Basic Books; New York, NY, USA: 2019. How the politics of racial resentment is killing America’s heartland.

Combs G., Freedman J. Narrative, poststructuralism, and social justice: Current practices in narrative therapy. Couns. Psychol. 2012;40:1033–1060. doi: 10.1177/0011000012460662.

Besly A.C. Foucault and the turn to narrative therapy. Br. J. Guid. Couns. 2002;30:125–143. doi: 10.1080/03069880220128010.

Gergen K. Relational ethics in therapeutic practice. Aust. N. Z. J. Fam. Ther. 2015;36:409–418. doi: 10.1002/anzf.1123.

Marsh I. Suicide: Foucault, History and Truth. Cambridge University Press; Cambridge, UK: 2010.

Joiner T. Editorial: Scientific rigor as the guiding heuristic for SLTB’s editorial stance. Suicide Life Threat. Behav. 2011;41:471–473. doi: 10.1111/j.1943-278X.2011.00056.x.

Sather M., Newman D. Being more than just your final act. Elevating the multiple storylines with narrative practices. In: White J., Marsh I., Kral M., Morris J., editors. Critical Suicidology: Transforming Suicide Prevention and Research for the 21st Century. UBC Press; Vancouver, BC, Canada: 2016. pp. 115–132.

MacNamee S. Ethics as discursive potential. Aust. N. Z. J. Fam. Ther. 2015;36:419–433. doi: 10.1002/anzf.1125.

Foucault M. So is it important to think? In: Faubion J.D., editor. Michel Foucault. The New York Press; New York, NY, USA: 1954. pp. 454–458.

Bracken P., Thomas P., Timimi S., Asen E., Behr G., Beuster C., Bhunnoo S., Browne I., Chhina N., Double D., et al. Psychiatry beyond the current paradigm. BJPsych. 2012;201:430–434. doi: 10.1192/bjp.bp.112.109447.

White J. Youth suicide as a wild problem: Implications for prevention practice. Suicidol. Online. 2012;3:42–50.

Fullagar S., Rich E., Francombe-Webb J. New kinds of (ab)normal? Public pedagogies, affect, and youth mental health in the digital age. Soc. Sci. 2017;6:99. doi: 10.3390/socsci6030099.

Blanchard M., Farber B. It’s never okay to talk about suicide: Patients’ reasons for concealing suicidal ideation in psychotherapy. Psychother. Res. 2018;2018:1543977. doi: 10.1080/10503307.2018.1543977.

Rogers J., Soyka K. ‘One size fits all’: An existential-constructivist perspective on the crisis intervention approach with suicidal individuals. J. Contemp. Psychother. 2004;34:7–22. doi: 10.1023/B:JOCP.0000010910.74165.3a.

Metzl J., Kirkland A. Against Health: How Health Became the New Morality. New York University Press; New York, NY, USA: 2010.

Moss P. Theoretical examinations of quality: Making the narrative of quality stutter. Early Educ. Dev. 2005;16:405–420. doi: 10.1207/s15566935eed1604_2.

White J. What can critical suicidology do? Death Stud. 2017;41:472–480. doi: 10.1080/07481187.2017.1332901.

White M., Epston D. Narrative Means to Therapeutic Ends. W. W. Norton; New York, NY, USA: 1990.

Epston D., White M. Experience, Contradiction, Narrative, and Imagination: Selected Papers of David Epston and Michael White, 1989–1991. Dulwich Centre Publications; Adelaide, Australia: 1992.

Baldwin C., Estey-Burtt B. Narrative and the re-configuration of social work ethics. Narrat. Work. Issues Investig. Interv. 2012;2:1–19.

Morgan A. What Is Narrative Therapy? An Easy-to-Read Introduction. Dulwich Centre Publications; Adelaide, Australia: 2000.

Guilfoyle M. Listening in Narrative Therapy: Double Listening and Empathic Positioning. [(accessed on 31 July 2019)]; Available online: https://www.academia.edu/10158535/Listening_in_narrative_therapy_Double_listening_and_empathic_positioning.

Traduzione non ufficiale in italiano di Re-Thinking Ethics and Politics in Suicide Prevention: Bringing Narrative Ideas into Dialogue with Critical Suicide Studies, di Jennifer White e Jonathan Morris, International Journal of Environmental Research and Public Health, vol. 16, n.o 18 (2019), doi: 10.3390/ijerph16183236, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Re-Thinking Ethics and Politics in Suicide Prevention: Bringing Narrative Ideas into Dialogue with Critical Suicide Studies», pubblicato in International Journal of Environmental Research and Public Health (2019) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

White, J., e Morris, J. (2019). Re-Thinking Ethics and Politics in Suicide Prevention: Bringing Narrative Ideas into Dialogue with Critical Suicide Studies. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/re-thinking-ethics-and-politics-in-suicide-prevention-bringing-narrative-ideas (Opera originale pubblicata nel 2019 in International Journal of Environmental Research and Public Health, 16(18), 3236 (2019); ripubblicata nel 2019 da International Journal of Environmental Research and Public Health, https://www.mdpi.com/1660-4601/16/18/3236)

Per approfondire

Carrello

Il tuo carrello è vuoto.