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Social Sciences · Tutela dei minori

Il rischio di non sapere: come la condivisione delle informazioni incide sulla capacità dei genitori di mantenere e sviluppare i legami familiari dopo l’allontanamento dalle cure genitoriali

In Norvegia, 31 genitori i cui figli e figlie sono in affido pubblico descrivono ciò che produce la mancanza di informazioni: il silenzio tra un incontro trimestrale e l’altro, versioni contraddittorie, una scuola o un asilo che li rimanda ai servizi di tutela minori. Lasciata alla discrezionalità di chi segue il caso, la condivisione delle informazioni incide sul mantenimento dei legami familiari quanto le visite.

Autrici Tina Gerdts-Andresen (Faculty of Social Sciences, Oslo Metropolitan University) e Anette Ødegård Eriksen (Child Welfare Service, Municipality of Drammen), NorvegiaPrima pubblicazione Social Sciences, 27 maggio 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di The Risk of Not Knowing—How Information Sharing Affects Parents’ Ability to Maintain and Develop Family Ties After a Child’s Removal from Parental Care, di Tina Gerdts-Andresen e Anette Ødegård Eriksen, pubblicato in Social Sciences (MDPI) (2025), doi: 10.3390/socsci14060334, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questi risultati mettono in luce che la condivisione delle informazioni è più di una funzione amministrativa: è un meccanismo strutturante che facilita oppure ostacola la continuità della relazione tra genitori e figli.

Tina Gerdts-Andresen e Anette Ødegård Eriksen

Abstract

La capacità dei genitori di mantenere e sviluppare i legami familiari dopo il collocamento di un figlio o di una figlia in affido pubblico è un aspetto fondamentale, ma difficile, della tutela dei minori. Sebbene i quadri giuridici insistano sulla salvaguardia della relazione genitore-figlio, poche ricerche hanno esplorato in che modo l’accesso alle informazioni influisca sul coinvolgimento genitoriale nel tempo. Questo studio si basa su interviste qualitative semistrutturate con 31 genitori i cui figli e figlie sono stati collocati in affido pubblico, per esplorare come vivono le strutture di condivisione delle informazioni all’interno dei servizi di tutela minori e in che modo queste esperienze influiscono sulla loro capacità di mantenere e sviluppare i legami familiari. Un’analisi tematica individua tre temi chiave: (1) la mancanza di informazioni, (2) le informazioni contraddittorie e incoerenti e (3) le barriere burocratiche e gli ostacoli sistemici all’informazione. I risultati indicano che un accesso limitato e imprevedibile agli aggiornamenti alimenta l’incertezza, il disagio emotivo e un indebolimento del senso di identità genitoriale. Inoltre, i processi decisionali discrezionali e i vincoli istituzionali contribuiscono a rendere incoerente la comunicazione, rafforzando ulteriormente l’esclusione dei genitori. Questi risultati mettono in luce che la condivisione delle informazioni è più di una funzione amministrativa: è un meccanismo strutturante che facilita oppure ostacola la continuità della relazione genitore-figlio. Lo studio sottolinea l’importanza di stabilire strutture di comunicazione più chiare e coerenti, affinché i genitori restino informati e possano mantenere una relazione con il figlio o la figlia in affido pubblico.

Parole chiave: servizi di tutela minori, legami familiari, discrezionalità, coinvolgimento genitoriale, contatto genitore-figlio, accoglienza fuori famiglia, condivisione delle informazioni

1. Introduzione

Questo studio esplora in che modo le strutture di condivisione delle informazioni all’interno dei servizi norvegesi di tutela minori influiscono sulla capacità dei genitori di mantenere e sviluppare i legami familiari dopo l’allontanamento di un figlio o di una figlia dalle cure genitoriali. In base all’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU) (2024) ha stabilito che le autorità statali devono adottare misure positive per preservare i legami familiari dopo un allontanamento, così che la separazione non comporti una rottura inutile o permanente della relazione genitore-figlio. Questo obbligo riflette il principio più generale secondo cui la vita familiare non termina quando un minore entra nel sistema di accoglienza pubblica, e le autorità devono favorire un coinvolgimento genitoriale significativo anche quando il ricongiungimento non è un’opzione immediata (European Court of Human Rights (ECtHR) 2024). Mantenere questi legami è essenziale per il benessere emotivo di genitori e figli, per lo sviluppo dell’identità e perché i genitori conservino il senso di attaccamento e il proprio ruolo di cura (Balsells et al. 2014; Gerdts-Andresen et al. 2024; Haight et al. 2001; Stang et al. 2023).

Sebbene il quadro giuridico sottolinei l’importanza di mantenere i legami familiari, i meccanismi pratici attraverso cui queste relazioni vengono sostenute restano complessi (Gerdts-Andresen et al. 2024). La ricerca precedente si è concentrata soprattutto sulle modalità di visita, sulla stabilità del collocamento e sugli sforzi di ricongiungimento (ad es. Bernedo and González-Pasarín 2024; Burtch et al. 2024; Revheim et al. 2025; Wissö et al. 2024). Minore attenzione è stata invece dedicata al modo in cui l’accesso alle informazioni plasma nel tempo la relazione genitore-figlio. Il coinvolgimento genitoriale non dipende soltanto dal contatto fisico, ma è profondamente legato alla possibilità per i genitori di restare informati sul benessere, sullo sviluppo e sulla vita quotidiana del figlio o della figlia (Kiraly and Humphreys 2013). Alcuni studi suggeriscono che una condivisione delle informazioni trasparente e prevedibile può aiutare i genitori a mantenere i legami emotivi e il proprio ruolo anche dopo la separazione (Morrison 2015). Quando l’accesso agli aggiornamenti è limitato o discontinuo, i genitori riferiscono spesso un disagio emotivo accentuato, incertezza e un senso di identità genitoriale indebolito (Eriksen 2024; Suomi et al. 2023; Tembo and Studsrød 2018; Aamodt and Olkowska 2023).

Nonostante l’importanza riconosciuta del mantenimento dei legami familiari nelle politiche di tutela minori, la ricerca su come le pratiche di condivisione delle informazioni influiscano sulla relazione genitore-figlio resta limitata. Se alcuni studi suggeriscono che una comunicazione aperta e strutturata tra genitori e famiglie affidatarie può rafforzare la stabilità relazionale e sostenere il benessere emotivo di bambine e bambini (Memarnia et al. 2015; Syrstad and Slettebø 2020; Wissö et al. 2024), altri indicano che gli ostacoli all’accesso alle informazioni contribuiscono al disimpegno genitoriale, alla disconnessione relazionale e ad aspettative non allineate durante le visite (Balsells et al. 2014; Memarnia et al. 2015). Inoltre, si sa poco su come le strutture burocratiche e la discrezionalità professionale influiscano sulla condivisione delle informazioni con i genitori, in particolare quando gli aggiornamenti passano attraverso i servizi di tutela minori e altre istituzioni, come la scuola e i servizi sanitari (Berrick et al. 2016). Le differenze nelle pratiche di condivisione possono generare incoerenze nel modo e nei tempi in cui i genitori ricevono notizie sui figli, contribuendo all’incertezza e al disagio emotivo (Eriksen 2024; Otterlei and Engebretsen 2021; Aamodt and Olkowska 2023). La mancanza di chiarezza delle politiche e delle pratiche solleva interrogativi su come venga regolato l’accesso alle informazioni, su quanto i genitori ricevano aggiornamenti coerenti e su come queste pratiche incidano sulla loro capacità di restare coinvolti nella vita del figlio o della figlia.

Questo studio colma tale lacuna esplorando come i genitori vivono le strutture di condivisione delle informazioni all’interno dei servizi norvegesi di tutela minori e in che modo queste esperienze plasmano la loro capacità di mantenere e sviluppare i legami familiari dopo l’allontanamento. In questo contesto, «informazione» indica sia gli aggiornamenti formali sulla situazione di accoglienza, sulla salute e sull’istruzione del minore, sia una conoscenza più personale dei suoi pensieri, del suo benessere emotivo e delle sue esperienze quotidiane. Secondo Gerdts-Andresen et al. (2024), queste diverse forme di informazione contano in modi diversi: mentre alcune riguardano la trasparenza procedurale e i diritti dei genitori, altre sono essenziali per consentire ai genitori di preservare, rafforzare e sviluppare i legami emotivi con il figlio o la figlia, in linea con l’articolo 8 della CEDU.

Discrezionalità professionale e condivisione delle informazioni

I servizi di tutela minori operano all’interno di un sistema in cui il personale di prima linea dispone di un ampio margine di discrezionalità nelle proprie decisioni, in particolare riguardo a quali informazioni condividere con i genitori dopo un provvedimento di allontanamento, come condividerle e in quale misura. Per comprendere come le pratiche comunicative e le strutture di condivisione delle informazioni della tutela minori possano influire sulla capacità dei genitori di mantenere e sviluppare i legami familiari con figli e figlie in affido pubblico, è necessario esaminare il ruolo della discrezionalità professionale.

La discrezionalità professionale indica l’autonomia di cui dispone chi lavora in prima linea, come il personale dei servizi di tutela minori, nell’interpretare le politiche e nel prendere decisioni caso per caso (Grimen and Molander 2008). Nella tutela minori, la discrezionalità è particolarmente rilevante nelle decisioni sulla condivisione delle informazioni, poiché chi opera deve valutare quali informazioni i genitori debbano ricevere, quando e in quale forma. Se da un lato la discrezionalità consente decisioni individualizzate, dall’altro introduce una notevole variabilità: alcuni genitori possono ricevere aggiornamenti frequenti, mentre altri restano con pochissime informazioni o nessuna. Qui la teoria della burocrazia di strada (street-level bureaucracy) di Lipsky (1980) offre una lente preziosa per comprendere come funziona il potere discrezionale in questi contesti. Lipsky sostiene che il personale di prima linea lavora in ambienti molto esigenti e con risorse limitate, il che lo costringe a stabilire priorità tra i casi, fissare regole informali ed esercitare il proprio giudizio personale nell’applicare le politiche. Mentre Lipsky (1980) mostra come le decisioni discrezionali emergano in risposta alla scarsità di risorse, Brodkin (2011) amplia questa prospettiva dimostrando che la discrezionalità non è soltanto un fenomeno individuale, ma è plasmata anche da norme istituzionali e strutture organizzative. La discrezionalità della tutela minori in materia di condivisione delle informazioni è influenzata sia dal giudizio professionale dell’assistente sociale referente sia dalle pratiche comunicative dell’intero servizio. Ciò suggerisce che le differenze nell’accesso dei genitori alle informazioni possano essere radicate in pratiche sistemiche, anziché derivare unicamente dalle interpretazioni soggettive di chi lavora in prima linea (Brodkin 2011). Di conseguenza, l’accesso agli aggiornamenti sul benessere del minore non è determinato soltanto dalle norme formali, ma dipende in larga misura da ciò che l’assistente sociale referente ritiene opportuno o necessario. Ne deriva che la possibilità per i genitori di restare informati sulla vita del figlio o della figlia non è un diritto garantito, bensì l’esito negoziato di decisioni discrezionali.

Molander (2016) amplia questo discorso mettendo in luce i vincoli epistemici della discrezionalità, ossia il modo in cui il personale deve stabilire quali informazioni siano pertinenti e condivisibili nel rispetto delle linee guida istituzionali. Questi vincoli creano uno spazio discrezionale in cui le pratiche di condivisione non sono standardizzate, ma variano secondo l’interpretazione dell’assistente sociale referente. L’assenza di politiche esplicite che regolino l’accesso agli aggiornamenti produce incoerenze che rafforzano l’incertezza dei genitori. Se la discrezionalità è necessaria per adattare le decisioni alle circostanze individuali, essa introduce anche rischi strutturali, in particolare quando le decisioni sono incoerenti, opache o influenzate da pregiudizi soggettivi. La variabilità delle pratiche di condivisione delle informazioni mette in evidenza ciò che Grimen e Molander (2008) chiamano «onere della discrezionalità», ossia la tensione tra il consentire al personale professionale di esercitare il proprio giudizio e il garantire un’erogazione dei servizi equa, prevedibile e trasparente. Zacka (2017) sviluppa questo punto sottolineando le dimensioni morali della discrezionalità e sostenendo che l’esposizione ripetuta al potere discrezionale non incide soltanto sulle decisioni individuali, ma può anche plasmare nel tempo le culture organizzative. Quando la discrezionalità viene usata soprattutto come meccanismo di regolazione anziché come strumento di coinvolgimento, le pratiche escludenti possono normalizzarsi, rafforzando il distacco dei genitori dalla vita del figlio o della figlia.

Goodin (1986) critica inoltre i rischi del potere discrezionale, sottolineando come la discrezionalità possa rafforzare le gerarchie di potere, produrre decisioni imprevedibili e contribuire all’incertezza delle persone utenti riguardo ai propri diritti e alle prestazioni cui hanno titolo. Quando il personale professionale dispone di un’ampia autonomia nel controllare l’accesso alle informazioni, studi precedenti hanno rilevato che i genitori vivono con instabilità la possibilità di restare informati sul figlio o sulla figlia (Eriksen 2024; Gerdts-Andresen et al. 2024; Aamodt and Olkowska 2023). L’imprevedibilità delle decisioni discrezionali alimenta un senso di insicurezza, poiché i genitori non possono prevedere quando, né se, riceveranno aggiornamenti (Eriksen 2024; Suomi et al. 2023; Aamodt and Olkowska 2023). Inoltre, in assenza di meccanismi espliciti di responsabilità, la discrezionalità può portare a restrizioni ingiustificate dell’accesso alle informazioni, rafforzando così l’esclusione dei genitori dalla vita quotidiana del figlio o della figlia (Gerdts-Andresen et al. 2024). Nel contesto della tutela minori, questi rischi evidenziano come le pratiche discrezionali di condivisione delle informazioni possano contribuire all’esclusione dei genitori anziché favorirne il coinvolgimento (Balsells et al. 2014; Eriksen 2024; Memarnia et al. 2015; Aamodt and Olkowska 2023).

2. Metodi

Questo articolo si basa su un sottostudio inserito in un progetto qualitativo più ampio che esplora le esperienze dei genitori dopo un provvedimento di allontanamento in Norvegia. Il presente studio si concentra specificamente su come i genitori vivono le strutture di condivisione delle informazioni all’interno dei servizi di tutela minori e su come queste esperienze plasmano la loro capacità di mantenere e sviluppare i legami familiari dopo l’allontanamento di un figlio o di una figlia dalle cure genitoriali.

2.1. Raccolta dei dati

Lo studio è stato condotto in Norvegia. Il reclutamento delle persone partecipanti è avvenuto tramite i servizi di tutela minori e le organizzazioni che lavorano con genitori i cui figli e figlie sono in affido pubblico. Questi servizi hanno accettato di diffondere le informazioni sullo studio e l’invito a partecipare ai genitori i cui figli vivevano in affido pubblico al momento dello studio. Sono stati esclusi i genitori che avevano già partecipato a studi analoghi, circostanza verificata con ciascuna persona prima dell’intervista. Le informazioni sono state diffuse via e-mail e tramite contatto diretto. Dei 34 genitori che hanno manifestato interesse, 31 soddisfacevano i criteri di inclusione, che richiedevano di avere almeno un figlio o una figlia in affido al momento dell’intervista. Nel complesso, questi genitori avevano 48 figli e figlie collocati in affido intrafamiliare o eterofamiliare.

I genitori partecipanti risiedevano in comuni diversi ed erano seguiti da vari servizi di tutela minori. Il motivo prevalente del provvedimento di allontanamento è stato indicato come «trascuratezza emotiva», e i genitori hanno precisato che non vi erano preoccupazioni legate all’abuso di sostanze, alla violenza fisica o a carenze nella cura pratica. Questa prevalenza della trascuratezza emotiva è coerente con le tendenze generali della tutela minori norvegese (Gerdts-Andresen 2021). Alcuni genitori hanno tuttavia indicato la violenza domestica subita nelle relazioni precedenti come un fattore che aveva contribuito alla percepita mancanza di capacità di cura. Nessuno dei genitori aveva acconsentito al provvedimento, e alcuni avevano figli collocati da servizi di tutela minori diversi a causa di trasferimenti, il che li costringeva a muoversi tra più sistemi di gestione dei casi.

Le interviste semistrutturate hanno esplorato come i genitori percepissero il proprio ruolo e il proprio legame con il figlio o la figlia dopo il provvedimento di allontanamento. Le interviste invitavano a riflettere sulle esperienze vissute dal momento dell’allontanamento e a discutere di come l’accesso alle informazioni, o la sua assenza, influisca sulla capacità di mantenere e sviluppare i legami familiari dopo l’allontanamento dalle cure genitoriali. Il formato semistrutturato ha consentito un’esplorazione aperta, mantenendo al tempo stesso la coerenza tra le interviste. Le domande di approfondimento sono state adattate per cogliere i temi introdotti dai genitori, così che le conversazioni restassero ancorate al loro vissuto. Le interviste sono state condotte in norvegese, in presenza o in modalità digitale, secondo la preferenza di ciascuna persona. Sono state prima trascritte e tradotte in inglese da una persona professionista della traduzione. Il gruppo di ricerca ha poi rivisto e controllato la qualità delle traduzioni per garantire che il significato e il tono originali delle parole delle persone partecipanti fossero preservati, attraverso un processo collaborativo di verifica incrociata tra le autrici.

Le interviste sono durate tra 35 min e 2,5 h, con una durata media di 1 h e 45 min. Un’intervista si è svolta in due sessioni, perché la persona partecipante desiderava aggiungere ulteriori riflessioni dopo il primo colloquio.

2.2. Analisi dei dati

Questo studio applica l’analisi tematica descritta da Braun e Clarke (2021) per individuare ricorrenze nel modo in cui i genitori descrivono le proprie esperienze di condivisione delle informazioni nella tutela minori. L’analisi è stata induttiva, ossia i temi sono stati ricavati dai dati. Il processo analitico è iniziato con letture ripetute delle interviste trascritte per acquisire familiarità con i dati. In questa fase sono state annotate le prime riflessioni e documentate le idee preliminari sulle possibili ricorrenze. È stata poi condotta una codifica aperta riga per riga, individuando sistematicamente gli aspetti chiave del modo in cui i genitori descrivevano il proprio accesso alle informazioni, la coerenza percepita degli aggiornamenti e la propria capacità di restare coinvolti nella vita del figlio o della figlia. La codifica è stata iterativa, permettendo di affinare i codici affinché cogliessero con precisione sia le affermazioni esplicite sia i significati impliciti delle esperienze dei genitori.

Man mano che l’analisi procedeva, i codici sono stati raggruppati in categorie più ampie che riflettevano ricorrenze condivise tra le persone partecipanti. Queste categorie sono state continuamente riesaminate e affinate affinché cogliessero con precisione gli aspetti chiave delle esperienze genitoriali di condivisione delle informazioni. Attraverso questo processo, i dati hanno rivelato ricorrenze nel modo in cui i genitori si muovevano nell’accesso alle informazioni, che hanno condotto a tre temi generali su come le strutture di condivisione delle informazioni dei servizi di tutela minori influiscono sulla capacità dei genitori di mantenere e sviluppare i legami familiari dopo l’allontanamento: (1) la mancanza di informazioni, che coglie l’incertezza e il disagio emotivo dovuti all’insufficienza degli aggiornamenti sui figli; (2) le informazioni contraddittorie e incoerenti, che mostrano come le discrepanze nella comunicazione abbiano aggravato la sfiducia e creato ulteriori ostacoli al coinvolgimento; e (3) le barriere burocratiche e gli ostacoli sistemici all’informazione, che illustrano come le strutture istituzionali abbiano attivamente plasmato l’accesso dei genitori alla conoscenza e rafforzato il loro senso di esclusione. I risultati sono presentati in forma descrittiva e riflettono le ricorrenze nel modo in cui i genitori hanno espresso le proprie esperienze.

2.3. Etica

Lo studio è stato condotto secondo le linee guida etiche del Comitato nazionale norvegese per l’etica della ricerca nelle scienze sociali e umane (NESH) ed è stato preventivamente approvato dall’Agenzia norvegese per i servizi condivisi nell’istruzione e nella ricerca (SIKT; numeri di riferimento 387879 e 454360). Tutte le persone partecipanti hanno ricevuto informazioni dettagliate sullo studio, comprese le sue finalità, i loro diritti in quanto partecipanti e le garanzie di riservatezza e di partecipazione volontaria. Il consenso informato è stato ottenuto prima di ogni intervista.

3. Risultati

La sezione seguente presenta i risultati dell’analisi tematica, organizzati attorno a tre temi interconnessi che colgono ricorrenze presenti nei racconti delle persone partecipanti. Ciascun tema illustra aspetti distinti, ma sovrapposti, di come le pratiche di condivisione delle informazioni abbiano influito sulla capacità dei genitori di mantenere e sviluppare i legami familiari dopo un provvedimento di allontanamento.

3.1. Mancanza di informazioni

La tensione emotiva e psicologica vissuta dai genitori dopo un provvedimento di allontanamento è profondamente legata all’incertezza che circonda il loro ruolo nella vita del figlio o della figlia. Molti genitori hanno descritto sentimenti pervasivi di ansia, lutto e angoscia legati al loro accesso limitato alle informazioni sul benessere del minore e all’imprevedibilità delle modalità di visita. L’assenza di aggiornamenti regolari sulla sua vita quotidiana, sul suo stato emotivo e sul suo sviluppo creava quello che è stato descritto come un profondo senso di disconnessione, che rafforzava la sensazione di impotenza. Per alcune persone questa incertezza era persino più angosciante del provvedimento stesso, perché prolungava il tumulto emotivo invece di consentire di fare i conti con la nuova realtà.

Nell’insieme delle interviste, la mancanza di informazioni sembrava incidere sul coinvolgimento dei genitori in tre modi interconnessi: in primo luogo generando tensione emotiva e ansia; in secondo luogo minando il senso di identità genitoriale; e in terzo luogo rendendo difficile preparare e mantenere un contatto significativo.

In primo luogo, molti genitori hanno descritto esperienze di tensione emotiva e ansia dovute all’attesa di informazioni che non arrivavano mai. Un tema ricorrente era la sensazione di vivere in una sorta di limbo, in cui l’assenza di comunicazione alimentava un costante senso di impotenza. Diverse persone hanno spiegato come attendessero con ansia notizie, per ricevere poi solo risposte minime o vaghe che offrivano ben poca rassicurazione:

È il non sapere la cosa più dura. Potrei sopportarlo se sapessi come sta e cosa pensa. Ma questo silenzio mi fa immaginare il peggio.

Me ne sto lì a pensare: starà bene? Starà soffrendo? Chiederà di me? Non so niente, e questo mi divora dentro.

Alcune persone hanno spiegato che anche aggiornamenti brevi ma regolari le avrebbero aiutate a mantenere i piedi per terra, ma le informazioni venivano raramente fornite di propria iniziativa ed erano spesso vaghe quando venivano richieste:

Se solo potessi ricevere ogni tanto un messaggio che mi dice che sta «bene», cambierebbe tutto. Ma non mi dicono niente se non chiedo; e anche allora, è tutto vago.

Per alcune persone questa mancanza di comunicazione dava l’impressione di essere deliberatamente allontanate dal figlio o dalla figlia, il che intensificava l’angoscia. Senza aggiornamenti, molti genitori sentivano di essere cancellati dalla vita dei figli, senza alcuna reale conoscenza del loro sviluppo o delle loro esperienze. Ne derivava un profondo senso di disconnessione. Come ha detto uno dei genitori:

Mi parla del suo compleanno e io non sapevo nemmeno che fosse già passato. Ecco quanto è profonda la distanza.

Diversi genitori hanno descritto come l’incertezza e il silenzio persistenti dessero loro la sensazione di sparire lentamente dalla vita del figlio o della figlia, una sensazione rafforzata dall’assenza anche degli aggiornamenti più elementari. La tensione emotiva continua che vivevano non si limitava a situazioni specifiche, ma diventava parte della loro esistenza quotidiana, rafforzando i sentimenti di distanza e disconnessione.

In secondo luogo, al di là della tensione emotiva immediata, la mancanza di informazioni minava il senso di identità genitoriale. Diversi genitori hanno descritto come l’esclusione dalla vita quotidiana del figlio o della figlia mettesse in discussione la loro idea di che cosa significasse essere madre o padre:

Mi sento ancora sua madre, ma allo stesso tempo non so più cosa significhi. Sono solo qualcuno che viene a trovarla ogni tanto? Ho ancora il diritto di definirmi madre, quando so così poco della sua vita adesso?

Le conseguenze psicologiche di questa mancanza di informazioni erano di vasta portata. Molti genitori hanno descritto come l’incertezza costante si traducesse in stress cronico, pensieri intrusivi e persino sintomi fisici. L’assenza di aggiornamenti non incideva solo sul loro stato mentale; si manifestava con insonnia, perdita di appetito e tensione fisica:

Ogni mattina mi sveglio con questo peso schiacciante sul petto. Mi chiedo se oggi sarà il giorno in cui finalmente saprò qualcosa. E quando non succede, mi sembra di sparire lentamente dalla sua vita.

Sento il mio corpo reagire allo stress. Comincio a tremare, ho lo stomaco annodato e mi vengono i mal di testa. È come se tutto il mio organismo fosse sempre in allerta.

Prima dormivo bene, ma adesso mi sveglio ogni poche ore, sperando in un messaggio o in un indizio su come sta. Ma non c’è niente.

Per molti genitori questa crescente incertezza sul proprio ruolo rendeva sempre più difficile relazionarsi con il figlio o la figlia in modo naturale. La sensazione di non sapere che cosa stesse attraversando il minore o di che cosa avesse bisogno li lasciava spesso impreparati e disconnessi durante il contatto.

In terzo luogo, come hanno descritto diversi genitori, la mancanza di informazioni rendeva difficile preparare e mantenere un contatto significativo. Hanno raccontato di arrivare spesso alle visite senza sapere nulla di come stesse il figlio o la figlia, sul piano emotivo o pratico. Questa mancanza di preparazione rendeva le visite imprevedibili e tese, e lasciava diverse persone incerte su come relazionarsi con il minore nel tempo limitato trascorso insieme:

Vado alle visite alla cieca. Non so se ha passato una bella settimana, se qualcosa l’ha turbato, se ha chiesto di me. È come giocare a indovinare, e ho sempre la sensazione di sbagliare.

La cosa peggiore è quando dico qualcosa e lei mi guarda confusa, come se avessi dovuto sapere qualcosa che non sapevo. Ma nessuno mi racconta cosa succede nella sua vita.

Questa disconnessione incideva sulla capacità di partecipare in modo naturale e reattivo. Invece di poggiare su conversazioni o abitudini precedenti, le visite davano spesso l’impressione di ricominciare da capo. Diversi genitori hanno riferito che il figlio o la figlia sembrava aspettarsi che sapessero che cosa era successo dall’ultima visita e che, quando non era così, l’interazione diventava imbarazzante ed emotivamente distante:

All’inizio [dopo l’allontanamento] cercavo disperatamente qualsiasi briciola di informazione, ma ora ho smesso di chiedere. È più facile non chiedere [informazioni] che continuare a sbattere contro il silenzio o a sentirmi dire niente.

Con il tempo, questa esperienza ripetuta del non sapere ha portato alcuni genitori a chiedersi se fossero ancora considerati una presenza significativa nella vita del figlio o della figlia. L’incertezza sullo stato emotivo del minore, unita alla sensazione di essere messi da parte, rendeva più difficile sostenere un ruolo genitoriale sicuro e coerente:

Mi vede ancora come la sua mamma? O sono solo un altro adulto che vede ogni tanto?

Cerco di esserci, di essere qualcuno su cui lei possa contare. Ma come faccio, se non so di cosa ha bisogno da me?

Per alcuni genitori questa crisi d’identità è diventata fonte di profondo disagio psicologico. Alcune persone hanno cercato un sostegno professionale per affrontare il carico emotivo, ma molte sentivano che la terapia da sola non poteva risolvere il problema di fondo, cioè la loro esclusione dalla vita del figlio o della figlia:

Parlare con qualcuno aiuta un po’, ma alla fine continuo a non sapere che cosa succede a mia figlia. È questo il vero problema. Come posso guarire se non so nemmeno se sta bene?

Nonostante il costo emotivo, molti genitori hanno espresso un forte desiderio di maggiore trasparenza e di inclusione nella vita del figlio o della figlia, non solo per sé, ma per il benessere del minore. Molti ritenevano che avere accesso a informazioni regolari e pertinenti fosse essenziale per mantenere e sviluppare una relazione significativa:

Voglio solo che mi includano. Sapere cosa succede nella vita di mia figlia. Non sentire che mi stanno cancellando dal suo mondo.

Parlano di ciò che è meglio per il bambino, ma come può essere il meglio per lui se mi trattano come una persona estranea? Ho bisogno di conoscerlo, di poterlo sostenere.

Nel complesso, i racconti dei genitori mettono in luce come l’assenza di informazioni abbia plasmato la loro esperienza quotidiana dopo il provvedimento di allontanamento. In tutte le interviste, la tensione emotiva e l’ansia, l’indebolimento dell’identità genitoriale e le difficoltà nel mantenere il contatto erano strettamente legati al modo in cui le informazioni venivano trattenute o condivise in modo discontinuo. Questa mancanza di conoscenza influiva anche sul modo di affrontare il contatto con i figli, lasciando spesso i genitori impreparati o incerti su come relazionarsi. Questi aspetti non venivano descritti come episodi isolati, ma come condizioni permanenti che incidevano sulla capacità di restare coinvolti nella vita del minore.

3.2. Informazioni contraddittorie e incoerenti

Una difficoltà centrale descritta dai genitori di questo studio riguardava l’incoerenza e le contraddizioni delle informazioni ricevute sul benessere del figlio o della figlia, sulla situazione di accoglienza e sulle modalità di visita. Mentre alcuni genitori ricevevano aggiornamenti occasionali, altri descrivevano informazioni poco chiare, incomplete o contraddittorie. Queste incoerenze si manifestavano in modi diversi: in primo luogo attraverso una comunicazione contraddittoria o vaga da parte del personale; in secondo luogo attraverso cambiamenti imprevedibili e una condivisione delle informazioni disomogenea tra i diversi attori; e in terzo luogo attraverso un crescente senso di esclusione dalle decisioni e una rottura della fiducia che rendeva più difficile restare coinvolti.

In primo luogo, un problema ricorrente era che diverse figure professionali fornivano resoconti differenti della situazione del minore, portando i genitori a dubitare dell’affidabilità delle informazioni ricevute. Questa incoerenza generava confusione e disagio emotivo, rendendo difficile per i genitori sentirsi sicuri della propria comprensione del benessere del figlio o della figlia. Alcune persone hanno descritto come le affermazioni contraddittorie le facessero sentire manipolate o ingannate, accentuando ulteriormente la sfiducia nel sistema:

Una persona del servizio mi dice che mia figlia sta benissimo, e poi un’altra mi dice che sta attraversando un momento difficile dal punto di vista emotivo. Qual è la verità? Non so più nemmeno cosa credere.

Un giorno dicono che sta fiorendo, il giorno dopo che fa fatica ad adattarsi. Mi viene da chiedermi: mi stanno solo dicendo quello che pensano io voglia sentirmi dire?

Ricevo questi messaggi vaghi che in realtà non dicono niente. Se faccio troppe domande, si comportano come se stessi creando problemi. Ma come dovrei capire cosa sta succedendo davvero?

Questi resoconti mutevoli e spesso poco chiari lasciavano i genitori incerti su cosa credere e restii a fidarsi delle informazioni fornite. La confusione era aggravata dal carattere imprevedibile delle modalità di contatto e dal modo in cui le informazioni venivano comunicate tra le diverse figure professionali.

In secondo luogo, al di là dell’incoerenza degli aggiornamenti, i cambiamenti tardivi o dell’ultimo minuto ai programmi di visita accrescevano la frustrazione. Molti genitori hanno descritto come si preparassero emotivamente a una visita che veniva poi annullata o modificata con scarse spiegazioni. Questa mancanza di stabilità nelle modalità di contatto rafforzava un senso di instabilità nel loro ruolo genitoriale:

Mi presento per una visita e all’improvviso mi dicono che lei non viene. Nessun preavviso, nessuna spiegazione. Solo «oggi non è disponibile». Ci pensano almeno a cosa mi provoca?

Avevamo un calendario fisso, ma cambiano le cose di continuo. A volte lo vengo a sapere solo all’ultimo minuto. Mi sembra di non avere alcun controllo su quando posso fare le visite.

Per molti genitori questa incertezza incideva sul modo di affrontare le visite. Senza informazioni affidabili sullo stato d’animo del figlio o della figlia, spesso non si sentivano preparati, e ne nascevano interazioni imbarazzanti ed emotivamente difficili. Diversi genitori hanno descritto come il comportamento del minore durante le visite non corrispondesse ai resoconti ricevuti, il che minava ulteriormente la loro fiducia nelle informazioni fornite:

Mi avevano detto che era felice e che stava bene, ma quando l’ho vista era chiusa in sé stessa e mi ha parlato appena. Come faccio a fidarmi di quello che dicono?

Era così distante durante la visita. Continuavo a pensare: se va tutto bene come dicono, perché sembra così triste? Non so più cosa credere.

Alcuni genitori hanno anche evidenziato discrepanze nel modo in cui le informazioni venivano condivise tra famiglie affidatarie e assistenti sociali, che li facevano sentire esclusi da aspetti chiave della vita del figlio o della figlia. Diverse persone hanno espresso frustrazione perché eventi importanti, problemi di salute o difficoltà emotive non venivano comunicati in tempo per poter sostenere adeguatamente il minore:

Non sapevo nemmeno che fosse stato male finché non l’ho chiesto io. È come se pensassero che non merito di sapere le cose fondamentali di mio figlio.

Mi avevano detto che stava «bene», ma più tardi ho scoperto che aveva difficoltà a scuola. Perché devo essere sempre io l’ultima persona a saperlo?

Per diversi genitori, queste incoerenze nell’organizzazione pratica e nella comunicazione tra figure professionali non erano solo frustranti in sé, ma contribuivano anche a un senso più profondo di esclusione dai processi decisionali e di mancato riconoscimento del loro ruolo di cura.

In terzo luogo, questa esperienza di esclusione si estendeva sempre più alle decisioni sulla cura del figlio o della figlia, e molti genitori sentivano che il loro punto di vista veniva ignorato. Alcune persone hanno raccontato di aver espresso più volte preoccupazione per i bisogni del minore, senza essere ascoltate o vedendo le proprie osservazioni liquidate:

Ho detto loro che c’era qualcosa che non andava, ma non mi hanno dato retta. Mesi dopo hanno finalmente ammesso che c’era un problema. Ma a quel punto mi avevano già tagliato fuori.

Ho provato a dare il mio contributo su come rendere le visite migliori, ma si comportano come se le mie opinioni non contassero. È come se fossi invisibile.

Quella che diversi genitori descrivono come mancanza di trasparenza e di coerenza ha avuto un impatto significativo sulla loro motivazione a restare coinvolti nel processo. Molti hanno descritto come la disponibilità iniziale a collaborare si sia deteriorata nel tempo, man mano che si scontravano con contraddizioni, rifiuti ed esclusioni ripetute. Alcune persone hanno cominciato a ritirarsi emotivamente, sentendo che i propri sforzi per restare coinvolte erano inutili:

All’inizio continuavo a chiedere più informazioni. Volevo far parte delle cose. Ma dopo tante richieste cadute nel vuoto, ho semplicemente smesso. A che serve?

Ho l’impressione che decidano tutto senza di me e che io debba solo accettarlo. Dopo un po’, è più facile smettere di provarci.

Altre persone hanno descritto come la perdita di fiducia rendesse difficile mantenere un rapporto positivo con i servizi di tutela minori, creando un circolo di frustrazione e disimpegno. Invece di lavorare in modo collaborativo, alcuni genitori sentivano che le loro domande e preoccupazioni venivano percepite come lamentele anziché come sforzi legittimi per restare coinvolti:

Ogni volta che faccio troppe domande, dicono che sono «difficile». Ma sto solo cercando di capire cosa succede nella sua vita.

Mi fanno sentire un problema perché voglio sapere le cose. Ma quale genitore non vorrebbe sapere come sta il proprio figlio o la propria figlia?

Questa erosione della fiducia e questa esclusione dai processi decisionali rafforzavano i sentimenti di impotenza e di isolamento, con conseguenze a lungo termine sulla capacità dei genitori di partecipare in modo significativo alla vita del figlio o della figlia. Molti hanno espresso il desiderio di essere riconosciuti come una risorsa e non solo come una presenza esterna; tuttavia, le incoerenze nella condivisione delle informazioni li allontanavano ulteriormente anziché favorire la collaborazione.

Ciononostante, alcuni genitori continuavano a sperare che una comunicazione migliore potesse migliorare la loro relazione con il figlio o la figlia e con i servizi di tutela minori. Sottolineavano l’importanza della trasparenza e della coerenza come modo per rafforzare, e non indebolire, i legami familiari:

Non voglio essere un problema. Voglio solo fare il genitore. Se solo mi tenessero al corrente e mi lasciassero partecipare, cambierebbe tutto.

Non si tratta di rendere le cose difficili, si tratta di fare in modo di poter ancora far parte della sua vita. Non devono per forza essere d’accordo con me, ma almeno dovrebbero includermi.

In definitiva, le informazioni incoerenti e contraddittorie ricevute dai genitori hanno inciso sulla loro capacità di restare attivamente coinvolti nella vita dei figli. La rottura della comunicazione ha portato a sfiducia, disimpegno emotivo e a un crescente senso di esclusione, tutti fattori che ostacolavano la capacità di mantenere un contatto significativo con il minore. Mentre alcuni genitori perseveravano nonostante queste difficoltà, altri si sentivano sempre più estraniati, e faticavano a mantenere un legame in un sistema che spesso li faceva sentire invisibili e inascoltati.

3.3. Barriere burocratiche e ostacoli sistemici all’informazione

I genitori di questo studio hanno descritto spesso difficoltà sistemiche e burocratiche che limitavano il loro accesso alle informazioni sul figlio o sulla figlia, rendendo difficile mantenere un senso di legame. Questi ostacoli si presentavano in varie forme: in primo luogo attraverso pratiche applicate in modo incoerente e regole poco chiare all’interno dei servizi di tutela minori; in secondo luogo attraverso rigidi vincoli procedurali su come e quando venivano forniti gli aggiornamenti; in terzo luogo attraverso ritardi amministrativi e canali di comunicazione inadeguati; in quarto luogo attraverso un accesso limitato alle informazioni provenienti da altre istituzioni; e in quinto luogo attraverso il modo in cui questi vincoli strutturali plasmavano le loro possibilità di restare informati.

In primo luogo, diversi genitori hanno descritto come politiche poco chiare o applicate in modo incoerente all’interno dei servizi di tutela minori incidessero sul loro accesso alle informazioni. Una delle frustrazioni più citate era l’assenza di pratiche comunicative standardizzate all’interno dei servizi. I genitori hanno raccontato che l’accesso alle informazioni non si basava su regole chiare, ma sulla discrezionalità dell’assistente sociale referente, con esperienze molto diverse a seconda di chi seguiva il caso:

La prima assistente sociale mi mandava piccoli aggiornamenti, solo un messaggio su come stava. Ma poi se n’è andata, e la persona nuova mi ha detto che non era loro «permesso» farlo. Così adesso non ricevo niente.

Altri hanno espresso confusione su ciò che avevano il diritto di sapere, poiché il personale di riferimento dava risposte contraddittorie sulla condivisione delle informazioni:

Non so nemmeno cosa ho il diritto di sapere. A volte mi dicono le cose; altre volte dicono che è riservato. Ma nessuno mi dice dov’è il limite. Mi sembra di non avere alcun controllo.

Questi racconti mostrano come regole poco chiare o applicate in modo incoerente lasciassero i genitori in uno stato di incertezza, senza aspettative prevedibili. Invece di trovare trasparenza e struttura, si scontravano con un sistema frammentato in cui l’accesso dipendeva più dal giudizio individuale che da procedure affidabili. Questa ambiguità rafforzava il senso di esclusione e contribuiva allo stress vissuto nel ruolo genitoriale.

In secondo luogo, riguardo ai rigidi vincoli procedurali su come e quando venivano forniti gli aggiornamenti, i genitori hanno indicato strutture formali che limitavano l’accesso a informazioni significative. Molti hanno descritto come gli aggiornamenti fossero limitati a riunioni formali sul caso, poco frequenti e strutturate in modo da lasciare poco spazio a domande o dialogo:

Dicono che posso avere aggiornamenti solo durante le riunioni. Ma quelle riunioni sono ogni tre mesi, e anche allora non posso chiedere molto. Se ho una domanda nel frattempo, devo solo aspettare. È sfiancante.

Anche quando le riunioni avevano luogo, lo stile comunicativo era spesso vissuto come eccessivamente clinico o distaccato. I genitori hanno osservato che le informazioni fornite raramente riguardavano ciò che stava loro più a cuore:

Dicono cose come «il collocamento è stabile» o «non ci sono motivi di preoccupazione», ma questo non mi dice se è felice, se si sta facendo degli amici, se le manco.

Un simile formalismo procedurale faceva sentire i genitori ai margini della vita quotidiana del figlio o della figlia. L’impossibilità di avviare un dialogo aperto o emotivamente sintonizzato durante queste riunioni contribuiva alla percezione che il loro ruolo di cura venisse sminuito.

In terzo luogo, riguardo ai ritardi amministrativi e ai canali di comunicazione inadeguati, diversi genitori hanno descritto lunghi tempi di risposta quando contattavano i servizi di tutela minori. Alcuni hanno spiegato che, pur seguendo le procedure, per settimane non ricevevano alcuna risposta:

Mando e-mail, faccio telefonate, faccio tutto quello che mi dicono di fare. Eppure passano le settimane e non so niente. È come se lo rendessero il più difficile possibile di proposito.

Altri hanno espresso frustrazione per metodi di comunicazione antiquati che impedivano aggiornamenti tempestivi:

Mandano lettere per posta. Chi manda ancora lettere? Non ricevo nemmeno un messaggio. Quando mi arriva qualcosa, è già roba vecchia.

Per molti genitori questi ritardi rendevano impossibile sentirsi presenti nella vita dei figli. Il costo emotivo di attendere informazioni senza ricevere nulla li lasciava con un senso di impotenza.

In quarto luogo, riguardo all’accesso limitato alle informazioni di altre istituzioni, molti genitori hanno incontrato ulteriori barriere a scuola, all’asilo e nei servizi sanitari. Anziché ampliare il loro accesso alla vita del figlio o della figlia, queste istituzioni venivano spesso vissute come estensioni del controllo dei servizi di tutela minori. Anche le richieste più elementari venivano spesso respinte o rimandate altrove:

Ho chiesto a scuola come andava, e mi hanno detto semplicemente di rivolgermi ai servizi di tutela minori. Ma quando chiedo ai servizi, o non rispondono o mi danno risposte vaghe e prive di senso. Voglio sapere come va in classe, ma mi trattano come se non avessi il diritto di chiedere.

Altri hanno sottolineato come questo rinvio introducesse ritardi e incertezza:

Non so quali materie piacciano a mio figlio né in quali abbia difficoltà. Ho chiesto le sue pagelle e mi hanno detto che dovevo richiederle tramite i servizi di tutela minori. Ma quando l’ho fatto, non ho mai avuto risposta. È come se mi bloccassero a ogni passo.

Queste esperienze hanno portato i genitori a descrivere come informazioni che avrebbero dovuto essere ordinarie o accessibili venissero invece ritardate, filtrate o perse. Per molti, ciò rafforzava la sensazione di essere messi in disparte rispetto all’istruzione e alle esperienze quotidiane del figlio o della figlia. Una delle persone intervistate ha riflettuto:

Mi ha parlato di una gita scolastica che c’era stata settimane prima; io non ne sapevo niente. Perché non me l’hanno detto? Avrei potuto contribuire e mandargli qualcosa per la gita, ma a nessuno è nemmeno venuto in mente di informarmi. È come se fossi invisibile.

Schemi simili sono emersi quando i genitori cercavano informazioni relative alla salute. Alcuni hanno raccontato che venivano loro negate informazioni su visite mediche, controlli o persino emergenze, a meno che le autorità di tutela minori non avessero esplicitamente autorizzato l’accesso:

Mia figlia ha dovuto fare un esame per [malattia], e io l’ho saputo solo dopo. Nessuno me l’ha detto prima. E se avesse avuto paura? E se avesse avuto bisogno di me?

Non mi hanno nemmeno informato che mio figlio era stato portato dal medico per un’ustione. È passato un anno intero prima che lo venissi a sapere. Riesce a immaginarlo?

Altri hanno constatato che il personale sanitario o dell’asilo era restio a comunicare direttamente con loro, nonostante continuassero a essere i genitori:

Ho chiesto un aggiornamento all’asilo e mi hanno detto: «Prima dobbiamo sentire i servizi di tutela minori». Da quando ho bisogno di un permesso per chiedere come sta la mia creatura?

Diversi genitori hanno espresso confusione e frustrazione di fronte a queste risposte istituzionali, che descrivevano come forme di silenziamento. Faticavano a comprendere la logica di tali restrizioni e le vivevano come barriere ingiustificate alla loro inclusione nella vita del figlio o della figlia. Per molti, ciò indicava non soltanto una comunicazione frammentata, ma una più ampia chiusura istituzionale, in cui più attori mantenevano gli stessi limiti che i genitori avevano già incontrato nei servizi di tutela minori.

In quinto luogo, riguardo al modo in cui questi vincoli strutturali plasmavano le loro possibilità di restare informati, i genitori hanno descritto conseguenze a lungo termine per la relazione con il minore. L’assenza di informazioni tempestive e pertinenti non incideva solo sul loro coinvolgimento pratico, ma disturbava anche il loro orientamento emotivo verso il figlio o la figlia. Diverse persone hanno spiegato di arrivare alle visite senza sapere che cosa fosse successo di recente, che cosa contasse per il minore o come entrare in contatto in modo significativo:

Prima sapevo tutto di mio figlio. Adesso devo lottare per avere gli aggiornamenti più elementari. Mi sembra di sparire dalla sua vita, e non posso farci niente.

Vado alle visite alla cieca. Non so se ha passato una bella settimana, se qualcosa l’ha turbato o se ha chiesto di me. È come giocare a indovinare, e ho sempre la sensazione di sbagliare.

La cosa peggiore è quando dico qualcosa e lei mi guarda confusa, come se avessi dovuto sapere qualcosa che non sapevo. Eppure nessuno mi racconta cosa succede nella sua vita.

Sebbene queste descrizioni riecheggino difficoltà già discusse nei temi precedenti, se ne distinguono perché indicano un accumulo di distanza emotiva e istituzionale nel tempo. Invece di essere trattati come figure di cura con una presenza continuativa nella vita del figlio o della figlia, i genitori sentivano di essere collocati in una posizione marginale all’interno di un sistema che lasciava poco spazio al loro coinvolgimento. La mancanza di informazioni non solo rendeva più difficile prepararsi alle visite, ma metteva in discussione il loro stesso senso di legittimità genitoriale.

Per molti, questa graduale erosione della partecipazione ha contribuito a quella che vivevano come un’identità genitoriale in dissolvenza, in cui mantenere il coinvolgimento diventava sempre più complicato non per mancanza di volontà, ma a causa di un contesto strutturale e comunicativo che lasciava poco spazio per restare una parte significativa del mondo quotidiano del figlio o della figlia.

4. Discussione

I risultati di questo studio mostrano quanto le strutture e le pratiche di condivisione delle informazioni della tutela minori plasmino in modo significativo la capacità dei genitori di mantenere e sviluppare i legami familiari con figli e figlie in affido pubblico. In tutte le interviste, i genitori hanno descritto un accesso discontinuo agli aggiornamenti sul benessere del minore: alcuni ricevevano informazioni occasionali, mentre altri restavano in una prolungata incertezza. L’assenza di protocolli standardizzati generava imprevedibilità e disagio emotivo, rendendo difficile mantenere un legame significativo. Inoltre, le inefficienze burocratiche e i vincoli procedurali limitavano l’accesso dei genitori alle informazioni, dato che le riunioni formali sul caso costituivano spesso l’unica occasione strutturata di aggiornamento, nonostante la loro scarsa frequenza e la loro portata limitata. I genitori incontravano inoltre ostacoli nell’accedere alle informazioni di istituzioni esterne, come la scuola e i servizi sanitari, che spesso rinviavano le richieste ai servizi di tutela minori. Questi ostacoli riguardavano sia gli aggiornamenti fattuali, come i progressi scolastici o lo stato di salute, sia una conoscenza più intima, come lo stato emotivo del minore o le sue esperienze quotidiane. Questo rinvio rafforzava ciò che Meijer (2014) descrive come asimmetria informativa nei sistemi burocratici, in cui le persone utenti incontrano ostacoli strutturali all’accesso a una comunicazione diretta. Tale pratica contribuiva a una forma di filtro istituzionale anziché favorire la trasparenza, in linea con la tesi di Brodkin (2011) secondo cui la discrezionalità è spesso incorporata in routine sistemiche più che determinata unicamente dal giudizio individuale. Nel presente studio, questa asimmetria privava i genitori di conoscenze essenziali sull’istruzione, sulla salute e sulle esperienze quotidiane del figlio o della figlia, contribuendo a un senso di distacco e di impotenza. Anziché favorire il coinvolgimento, queste istituzioni funzionavano come ulteriori livelli di controllo, rafforzando le barriere strutturali già esistenti all’interno dei servizi di tutela minori. Queste difficoltà cumulative ostacolavano la capacità dei genitori di restare coinvolti nella vita dei figli e contribuivano nel tempo a un distacco emotivo e relazionale.

Questi risultati sono coerenti con ricerche precedenti che mostrano come la mancanza di informazioni possa indebolire l’identità genitoriale, generare tensione emotiva e compromettere il contatto (Balsells et al. 2014; Eriksen 2024; Suomi et al. 2023; Aamodt and Olkowska 2023). Altri studi suggeriscono che una comunicazione aperta e la collaborazione tra genitori e figure professionali siano cruciali per sostenere i legami emotivi e favorire un coinvolgimento continuativo (Memarnia et al. 2015; Wissö et al. 2024). Il presente studio conferma e al tempo stesso amplia questa letteratura, mostrando che le barriere descritte dai genitori non sono soltanto interpersonali, ma affondano le radici anche in strutture organizzative e procedurali più ampie, che attraversano la tutela minori e altri servizi pubblici. Alla base di questi risultati si pone una domanda più ampia su che cosa significhi «mantenere e sviluppare i legami familiari» dopo un provvedimento di allontanamento. Sebbene l’espressione indichi spesso il contatto fisico o i diritti riconosciuti dalla legge, le descrizioni dei genitori suggeriscono che la disponibilità emotiva, la familiarità con la vita quotidiana del minore e la capacità di offrire continuità relazionale siano altrettanto cruciali. L’accesso a informazioni tempestive e significative sembra essere una condizione preliminare per sostenere questi aspetti della genitorialità, rendendo possibili il contatto e il legame. In sua assenza, la relazione genitore-figlio rischia di diventare simbolica anziché vissuta, erosa dall’assenza e dall’esclusione dalla conoscenza. Preoccupazioni analoghe sono state sollevate nella ricerca sulle rotture relazionali dopo il collocamento (ad es. Tembo and Studsrød 2018; Gerdts-Andresen et al. 2024), il che suggerisce che il distacco emotivo non sia solo una conseguenza della separazione fisica, ma anche di una comunicazione limitata e di una disconnessione informativa.

Sebbene i servizi di tutela minori operino all’interno di quadri giuridici e istituzionali, il personale di prima linea conserva un’ampia autonomia nel determinare quali informazioni condividere, con chi e a quali condizioni. I risultati suggeriscono che le decisioni discrezionali abbiano svolto un ruolo significativo nel plasmare l’accesso dei genitori agli aggiornamenti, poiché ogni assistente sociale interpretava le politiche in modo diverso. La teoria della burocrazia di strada di Lipsky (1980) aiuta a spiegare questa variabilità, poiché mette in evidenza come il personale di prima linea elabori regole informali e applichi il proprio giudizio personale in modi che influenzano in misura rilevante l’esperienza delle persone utenti. Mentre Lipsky (1980) mostra come il personale di prima linea gestisca i vincoli attraverso decisioni discrezionali, Zacka (2017) sostiene che l’esposizione prolungata a tale potere discrezionale non plasma soltanto le decisioni individuali, ma può anche creare norme istituzionali radicate. Con il tempo, il personale di riferimento può sviluppare risposte abituali che rafforzano l’esclusione anziché il coinvolgimento, rendendo più difficile per i genitori recuperare un ruolo nella vita del figlio o della figlia. I presenti risultati mostrano che l’accesso dei genitori alle informazioni era spesso vissuto come imprevedibile e dipendente dalla singola persona referente. Mentre alcuni genitori riferivano di ricevere aggiornamenti occasionali, ad altri venivano negate persino le informazioni più elementari. I genitori hanno inoltre riferito di aver ricevuto risposte contraddittorie su ciò che avevano il diritto di sapere, il che alimentava la confusione e rafforzava un senso di arbitrarietà e di esclusione. Questa incoerenza riflette ciò che Grimen e Molander (2008) descrivono come «onere della discrezionalità», ossia la tensione tra il consentire al personale professionale di esercitare il proprio giudizio e il garantire decisioni prevedibili e trasparenti. Ciò è in linea con la tesi di Molander (2016) secondo cui la discrezionalità è plasmata da vincoli epistemici, che richiedono al personale professionale di orientarsi tra ciò che percepisce come pertinente e consentito nel quadro delle linee guida istituzionali. Tuttavia, in assenza di politiche esplicite che regolino la condivisione delle informazioni, la discrezionalità professionale crea spesso incoerenze che lasciano i genitori incerti sui propri diritti e dipendenti dalle valutazioni soggettive del personale di riferimento. Inoltre, la possibilità di condividere forme di informazione più sfumate, come i pensieri, le preferenze e lo stato emotivo del minore, era ulteriormente limitata dalla divisione strutturale dei ruoli, per cui la conoscenza della cura quotidiana restava spesso in capo alle famiglie affidatarie e non veniva trasmessa in modo sistematico al servizio sociale né, tramite questo, ai genitori. Mentre Brodkin (2011) sottolinea che le pratiche discrezionali sono incorporate nelle strutture istituzionali, Zacka (2017) evidenzia come il personale professionale possa sviluppare nel tempo disposizioni morali che influenzano il suo esercizio della discrezionalità. Quando l’informazione viene percepita non come un mezzo di sostegno ma come un meccanismo di controllo, le pratiche restrittive possono normalizzarsi, anche in assenza di restrizioni formali.

Al di là della discrezionalità individuale, i risultati indicano che anche le strutture istituzionali hanno svolto un ruolo cruciale nel plasmare le pratiche di condivisione delle informazioni. Brodkin (2011) amplia il quadro di Lipsky (1980) sottolineando che la discrezionalità non è semplicemente un fenomeno individuale, ma è plasmata da norme organizzative e vincoli strutturali. In questo studio, l’accesso dei genitori alle informazioni variava non solo in base al giudizio della singola persona referente, ma sembrava anche radicato nelle pratiche dell’intero servizio. Per esempio, il ricorso a riunioni sul caso rare e fortemente strutturate come principale fonte di aggiornamento funzionava come un vincolo istituzionale che rafforzava l’esclusione anziché il coinvolgimento. Invece di favorire una comunicazione aperta e continua, la formalizzazione della condivisione delle informazioni attraverso procedure rigide creava colli di bottiglia burocratici, riflettendo ciò che Brodkin (2011) definisce discrezionalità incorporata, in cui le pratiche di prima linea sono influenzate da vincoli sistemici più che da un giudizio puramente personale. Queste inefficienze burocratiche andavano oltre gli stessi servizi di tutela minori. In molti casi, le informazioni cercate dai genitori erano già note a figure professionali che lavoravano a stretto contatto con il minore, come il personale docente, le famiglie affidatarie o il personale sanitario; tuttavia, la comunicazione veniva filtrata o bloccata da vincoli procedurali o protocolli interni. Molti genitori hanno descritto come istituzioni esterne, quali la scuola e i servizi sanitari, rinviassero sistematicamente le loro richieste ai servizi di tutela minori, rafforzando il filtro istituzionale. Il problema, dunque, non era soltanto se le informazioni esistessero, ma come il coordinamento tra servizi e le routine di comunicazione ne determinassero l’effettiva accessibilità per i genitori. Ciò è in linea con i risultati di Meijer (2014) sull’asimmetria informativa nei sistemi burocratici, in cui le persone utenti incontrano barriere strutturali all’accesso a una comunicazione diretta. Altri studi hanno mostrato analogamente come la frammentazione istituzionale e la scarsa chiarezza delle responsabilità tra tutela minori e altri servizi possano contribuire all’esclusione e alla confusione dei genitori (Otterlei and Engebretsen 2021; Berrick et al. 2016). Nel presente studio, tale asimmetria ha contribuito al distacco dei genitori, rimasti privi di conoscenze essenziali sull’istruzione, sulla salute e sulle esperienze quotidiane del figlio o della figlia. Anziché favorire il coinvolgimento, queste istituzioni funzionavano come ulteriori livelli di controllo.

L’impatto emotivo di questi vincoli strutturali era profondo. In tutte le interviste, i genitori hanno descritto come la mancanza di informazioni tempestive e significative portasse a una tensione emotiva persistente, all’incertezza e a un indebolimento del senso di identità genitoriale. La critica di Goodin (1986) al potere discrezionale privo di controlli aiuta a chiarire queste conseguenze, mettendo in luce come la discrezionalità, quando non è regolata, rafforzi le dinamiche gerarchiche di potere. In questo studio, l’imprevedibilità dell’accesso agli aggiornamenti, determinata dalla discrezionalità individuale, rifletteva un più ampio squilibrio di potere, in cui il coinvolgimento dei genitori dipendeva da valutazioni professionali anziché da aspettative condivise. Questi risultati confermano studi precedenti che hanno mostrato come l’assenza di comunicazione non solo mini il senso di competenza dei genitori, ma contribuisca anche alla distanza emotiva e al disimpegno dal ruolo di cura (Balsells et al. 2014; Eriksen 2024; Aamodt and Olkowska 2023). In questo studio, la dipendenza dei genitori dal personale di riferimento per determinare il proprio livello di accesso rispecchiava tale squilibrio di potere, poiché venivano posti in una posizione in cui il loro diritto all’informazione era negoziabile anziché garantito. Il carattere imprevedibile delle decisioni creava un persistente senso di insicurezza, poiché i genitori non potevano prevedere quando, né se, avrebbero ricevuto aggiornamenti sul figlio o sulla figlia. Anziché favorire il coinvolgimento, queste strutture di condivisione delle informazioni rafforzavano attivamente l’esclusione, lasciando i genitori nell’incertezza. I risultati indicano inoltre che questi limiti nella condivisione delle informazioni plasmavano le dinamiche delle visite. Molti genitori hanno descritto la difficoltà di prepararsi alle visite per mancanza di contesto sulle esperienze recenti del minore. La teoria dell’attaccamento di Bowlby (1988) sottolinea che una comunicazione stabile e prevedibile è centrale per mantenere relazioni sicure. Ciò trova eco in Gerdts-Andresen et al. (2024), che sottolineano l’importanza della continuità relazionale nel mantenere i legami emotivi dopo il collocamento, in particolare attraverso una comunicazione regolare e significativa. In linea con ciò, nel nostro materiale l’assenza di aggiornamenti regolari rendeva le visite più difficili e incrinava il legame emotivo tra genitore e figlio o figlia. Alcuni genitori hanno descritto di arrivare alle visite «alla cieca», senza sapere che cosa il minore avesse vissuto o provato di recente, e diversi hanno espresso che questa incertezza li faceva sentire estranei nella vita del proprio figlio o della propria figlia. Anziché rafforzare il loro ruolo di cura, queste dinamiche contribuivano a quella che molti genitori hanno descritto come una graduale erosione della vicinanza relazionale.

In definitiva, i risultati di questo studio dimostrano come decisioni discrezionali, inefficienze burocratiche e avversione istituzionale al rischio convergano nel limitare il coinvolgimento dei genitori anziché favorirlo. Sebbene la discrezionalità consenta decisioni caso per caso, l’assenza di protocolli standardizzati di condivisione delle informazioni crea un’incertezza strutturale che rafforza la dipendenza dalla singola persona referente, anziché garantire un accesso prevedibile ed equo agli aggiornamenti. La tesi di Lipsky (1980) secondo cui la burocrazia di strada plasma l’esperienza delle persone utenti più delle politiche formali è particolarmente pertinente in questo contesto. Tuttavia, come sottolinea Brodkin (2011), queste variazioni nella pratica non sono unicamente il risultato della discrezionalità individuale. Nel loro insieme, questi risultati mettono in luce come le pratiche quotidiane di condivisione delle informazioni influiscano sulle condizioni del coinvolgimento genitoriale e sottolineano la necessità di esaminare come tali pratiche possano essere meglio orientate a sostenere la continuità della relazione genitore-figlio.

5. Conclusioni

Alla luce di queste dinamiche, l’accesso alle informazioni non è una semplice questione amministrativa, ma un fattore centrale della capacità dei genitori di sostenere relazioni significative con figli e figlie in affido pubblico. L’interazione tra decisioni discrezionali, vincoli procedurali e inefficienze istituzionali mostra come i genitori vengano inclusi o esclusi dalla vita dei figli. Le conseguenze emotive e relazionali di un accesso limitato alle informazioni evidenziano la necessità di pratiche di condivisione delle informazioni strutturate, trasparenti ed eque. Garantire che i genitori ricevano aggiornamenti regolari, indipendentemente dalla discrezionalità della singola persona referente, ridurrebbe l’incertezza, allevierebbe il disagio e offrirebbe una base per mantenere e sviluppare i legami familiari mentre il minore è in affido pubblico. Pur essendo essenziale riconoscere che le famiglie affidatarie possiedono spesso una conoscenza dettagliata della vita quotidiana del minore, questi assetti strutturali non riducono l’importanza dell’accesso dei genitori ad aggiornamenti significativi. Comprendere quali tipi di informazioni i genitori cerchino e in che modo l’accesso a tali informazioni influisca sulla loro capacità di mantenere e sviluppare i legami familiari dopo un provvedimento di allontanamento è essenziale per orientare pratiche di tutela minori che salvaguardino il diritto alla vita familiare.

Complexe Systémique: punti chiave

Da un punto di vista sistemico, il merito di questo studio è spostare lo sguardo dal legame genitore-figlio al circuito che lo sostiene: tra genitori, minore, famiglia affidataria, scuola e servizio, è il servizio a occupare la posizione di filtro, ed è attraverso di esso che l’informazione arriva, si perde o tace. Le testimonianze delineano un circolo ben noto alla clinica: le domande dei genitori vengono lette come un atteggiamento difficile, i genitori si ritirano, e questo ritiro può poi essere letto come disinteresse, il che conferma la loro esclusione. Spezzare questo circolo richiede non tanto grandi riforme quanto rituali informativi prevedibili, notizie sulla vita quotidiana (amicizie, scuola, umore) e spazi d’incontro in cui famiglie affidatarie e genitori possano parlarsi. Occorre tenere presenti i limiti: è stato raccolto solo il punto di vista dei genitori, non quello dei minori né delle figure professionali, e tutti contestavano il provvedimento di allontanamento. Da leggere insieme a lo studio norvegese sul lavoro sistemico con i genitori di minori in affido pubblico e a l’esperienza dei genitori che fanno visita ai figli in affido.

Note dell’originale

Contributi delle autrici. Concettualizzazione, T.G.-A. e A.Ø.E.; metodologia, T.G.-A. e A.Ø.E.; analisi formale, T.G.-A. e A.Ø.E.; validazione, T.G.-A. e A.Ø.E.; indagine, T.G.-A. e A.Ø.E.; risorse, T.G.-A. e A.Ø.E.; cura dei dati, T.G.-A. e A.Ø.E.; stesura della bozza originale, T.G.-A.; scrittura, revisione e editing, T.G.-A. e A.Ø.E.; amministrazione del progetto, T.G.-A. Entrambe le autrici hanno letto e approvato la versione pubblicata del manoscritto.

Finanziamento. Questa ricerca non ha ricevuto finanziamenti esterni.

Dichiarazione del comitato etico istituzionale. Lo studio è stato condotto in conformità con la Dichiarazione di Helsinki e approvato dal comitato etico istituzionale dell’Agenzia norvegese per i servizi condivisi nell’istruzione e nella ricerca (SIKT; numeri di riferimento 387879 e 454360; 31 marzo 2021).

Dichiarazione di consenso informato. Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone che hanno partecipato allo studio.

Conflitti di interesse. Le autrici dichiarano di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di The Risk of Not Knowing—How Information Sharing Affects Parents’ Ability to Maintain and Develop Family Ties After a Child’s Removal from Parental Care, di Tina Gerdts-Andresen e Anette Ødegård Eriksen, Social Sciences, vol. 14, no 6, articolo 334 (2025), doi: 10.3390/socsci14060334, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa pagina propone una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «The Risk of Not Knowing—How Information Sharing Affects Parents’ Ability to Maintain and Develop Family Ties After a Child’s Removal from Parental Care», pubblicato in Social Sciences (2025) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Gerdts-Andresen, T., e Eriksen, A. Ø. (2025). The Risk of Not Knowing—How Information Sharing Affects Parents’ Ability to Maintain and Develop Family Ties After a Child’s Removal from Parental Care. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/the-risk-of-not-knowing-how-information-sharing-affects-parents-ability-to-maintain (Opera originale pubblicata nel 2025 in Social Sciences, 14(6), 334 (2025); ripubblicata nel 2025 da Social Sciences, https://www.mdpi.com/2076-0760/14/6/334)

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