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Child & Family Social Work · Servizio sociale

Scardinare il paradigma della partecipazione nella tutela minorile: un approccio contestuale, relazionale, integrato e pragmatico

Perché nella tutela minorile la partecipazione di bambine, bambini e genitori resta così spesso un pio desiderio? Un gruppo britannico e italiano di cinque accademiche unisce ricerca-azione riflessiva e revisione della letteratura. La sua proposta: pensare la partecipazione come una disposizione mentale informata dalla psicoanalisi e come una competenza comunicativa ispirata alla pragmatica di Palo Alto.

Autrici Jeri L. Damman e Gillian Ruch (Department of Social Work and Social Care, University of Sussex, Brighton, Regno Unito); Teresa Bertotti e Diletta Mauri (Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Trento, Italia); Karen Winter (School of Social Sciences, Education and Social Work, Queen's University Belfast, Regno Unito)Prima pubblicazione Child & Family Social Work, 7 agosto 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Disrupting the Child Welfare Participation Paradigm: A Contextual, Relational, Embedded and Pragmatic Approach, di Jeri L. Damman, Teresa Bertotti, Diletta Mauri, Gillian Ruch e Karen Winter, pubblicato in Child & Family Social Work (Wiley) (2026), doi: 10.1111/cfs.70254, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né dalle autrici né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Siamo convinte che la partecipazione non debba essere concepita come un «compito» a sé stante da portare a termine.

Jeri L. Damman, Teresa Bertotti, Diletta Mauri, Gillian Ruch e Karen Winter

Abstract

La partecipazione di bambine, bambini e genitori è fondamentale per una pratica efficace di tutela minorile. Gli imperativi legislativi affermano il diritto di partecipare, ma nel contesto della tutela minorile la partecipazione è complessa e rischia di diventare retorica. Questo articolo, basato su una sintesi concettuale costruita a partire da una ricerca-azione in seconda persona e da una revisione narrativa, esplora la partecipazione dell’infanzia e dei genitori da una prospettiva fondata sui diritti sanciti dalla CRC, adottando un approccio critico e riflessivo per esaminarne le difficoltà e cominciare a scardinare pratiche partecipative consolidate e dicotomizzate tra figli e genitori. La nostra sintesi pone il contesto e le relazioni al centro di una partecipazione significativa nella tutela minorile, radica gli atti partecipativi nelle disposizioni mentali e nelle pratiche quotidiane delle figure professionali e configura la partecipazione come un processo comunicativo qualificato. I concetti psicoanalitici e la Pragmatica della comunicazione umana vengono introdotti come cornici concettuali generative, che offrono una riconcettualizzazione innovativa della partecipazione, più inclusiva, contestuale, relazionale, integrata e pragmatica. Concludiamo con un appello a una ricerca partecipativa che coinvolga l’infanzia e i genitori, capace di offrire nuove prospettive e di mobilitare chi opera nei servizi verso pratiche partecipative più sintonizzate e più giuste sul piano epistemico e sociale.

1 Introduzione

I diritti di partecipazione dell’infanzia e dei genitori coinvolti nel sistema di tutela minorile sono un principio ben consolidato, e sia la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC; UN 1989) sia lo Human Rights Act del 1998 sono alla base del diritto, delle politiche e della pratica del servizio sociale a livello nazionale e internazionale (Abela et al. 2024). Nonostante questo mandato giuridico, attuare tali diritti di partecipazione nel contesto della tutela minorile, in particolare nelle questioni di protezione dell’infanzia, resta complicato e difficile per le figure professionali, a causa di fattori individuali, interpersonali e di sistema (Henze-Pedersen and Bengtsson 2024). Parte della complessità, comune ai sistemi di tutela minorile a livello internazionale, deriva dal contesto stesso della tutela minorile, in cui le responsabilità sono ampie e comprendono l’indagine su maltrattamenti e trascuratezza potenziali o accertati, la valutazione del rischio, la negoziazione e la definizione di misure di sostegno e la verifica dei progressi. Questo lavoro si fonda spesso su differenze di potere tra figure professionali e famiglie stabilite per legge, con o senza il coinvolgimento dell’autorità giudiziaria, a seconda della struttura del sistema di protezione dell’infanzia, che varia da paese a paese. In queste circostanze, a chi opera nella tutela minorile si chiede di contribuire a una delle decisioni più difficili delle democrazie moderne: bilanciare i bisogni di protezione dell’infanzia e i diritti dei genitori (Berrick et al. 2022). Inoltre, la complessità nasce dalla separazione tra i diritti dell’infanzia e quelli dei genitori e dalla necessità, per le figure professionali, di gestire questa separazione nelle loro relazioni partecipative, soprattutto quando vi sono preoccupazioni per maltrattamenti o trascuratezza da parte dei genitori.

I recenti sviluppi in materia di partecipazione hanno cercato di rispondere a questo contesto complesso della tutela minorile, ma, nonostante tali sviluppi, la ricerca continua a evidenziare difficoltà croniche nell’attuare pratiche partecipative nella tutela minorile (Kennan et al. 2018; McCafferty and Mercado Garcia 2024; Toros 2021a, 2021b), che riflettono uno stato di «impasse» in una pratica della partecipazione riduzionista, compartimentata e decontestualizzata. In risposta a questa situazione, il presente studio si propone di decostruire le attuali difficoltà della pratica partecipativa per orientare una nuova direzione di marcia della pratica e della ricerca partecipative fondate sui diritti nella tutela minorile.

Guidata da un approccio innovativo di ricerca-azione riflessiva in seconda persona e da una revisione narrativa della letteratura (Bourhis 2017; Coghlan and Brydon-Miller 2014), la nostra sintesi critica adotta uno sguardo riflessivo per esplorare la partecipazione dell’infanzia e dei genitori fondata sui diritti nella tutela minorile, nonché le considerazioni contestuali e relazionali necessarie per giungere a una partecipazione significativa. Nelle sezioni che seguono, iniziamo collocando la nostra esplorazione della partecipazione dell’infanzia e dei genitori nel suo contesto giuridico, per poi passare in rassegna le evidenze relative alle opportunità e alle difficoltà attuali legate alla partecipazione nella tutela minorile. La nostra analisi e la nostra discussione mettono in luce gli elementi affettivi e comunicativi della partecipazione, e ci rifacciamo alle idee psicoanalitiche e alla Pragmatica della comunicazione umana (PCU) (Watzlawick et al. 1971) come due cornici concettuali generative. Queste cornici, in primo luogo, pongono il contesto e le relazioni al centro di una partecipazione significativa nella tutela minorile; in secondo luogo, radicano gli atti partecipativi nelle disposizioni mentali e nelle pratiche quotidiane delle figure professionali; in terzo luogo, configurano la partecipazione come un processo comunicativo qualificato che richiede un alto livello di alfabetizzazione emotiva, unito all’attenzione per gli aspetti pragmatici della comunicazione. La nostra analisi intende offrire una riconcettualizzazione innovativa della partecipazione, più inclusiva, contestuale, relazionale, integrata e pragmatica. Infine, concludiamo con un appello a ulteriori ricerche partecipative che possano offrire nuove prospettive e mobilitare chi opera nei servizi a radicare pratiche partecipative più sintonizzate e più giuste sul piano epistemico e sociale.

1.1 Imperativi legislativi per pratiche partecipative fondate sui diritti

La CRC (UN 1989) è uno strumento giuridico internazionale sempre più recepito nel diritto interno di alcuni paesi, mentre molti altri ne integrano i principi in vari aspetti delle loro politiche e della loro legislazione, in particolare per quanto riguarda i diritti di partecipazione dell’infanzia ai processi decisionali (si veda Kilkelly et al. 2021 per una rassegna comparativa). In effetti, la maggior parte delle figure professionali che lavorano con l’infanzia conosce il diritto alla partecipazione così come definito dall’articolo 12. Si è invece meno consapevoli dell’enfasi che la CRC pone sul contesto più ampio in cui vive il bambino o la bambina e, all’interno di esso, dell’attenzione che dedica anche ai bisogni, ai diritti, alle responsabilità e alla voce dei genitori.

Esiste infatti una marcata tendenza a decontestualizzare il diritto di partecipazione dell’articolo 12 rispetto agli altri diritti della CRC, trattandolo cioè come un diritto a sé stante e scollegato dagli altri. L’assenza di riflessioni sfumate sull’attuazione di questo diritto ha contribuito a una pratica di tutela minorile che ha sempre più compartimentato la pratica e la ricerca sulla partecipazione, contrapponendo i diritti dei genitori a quelli dell’infanzia (Nissen and Ravn 2024), separando la partecipazione dell’infanzia dal suo contesto più ampio, in particolare dalle relazioni tra figli e genitori e dal più ampio contesto culturale di tali relazioni (Keddell 2023; Wilson 2025). Ciò, a sua volta, ha portato a prestare un’attenzione insufficiente agli aspetti contestuali, contingenti e condizionali della partecipazione come processo di attuazione dei diritti, che si fonda su relazioni collaborative, reciproche, responsive e riflessive tra persone adulte (figure professionali, genitori e caregiver) e l’infanzia. La CRC riconosce questi aspetti, come illustrato più avanti.

1.2 Partecipazione fondata sui diritti e natura contestuale, contingente e condizionale dei diritti

La CRC descrive la famiglia come «nucleo fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli» (UN 1989, 1). Riconosce l’importanza dei genitori, ai quali attribuisce la «responsabilità primaria» dello sviluppo del figlio o della figlia, tenuti ad assicurare «entro i limiti delle loro possibilità e dei loro mezzi finanziari» (UN 1989, 8) le condizioni necessarie a tale sviluppo. La CRC riconosce le difficoltà che i genitori incontrano nell’assolvere responsabilità e doveri e, pertanto, ne enuncia il diritto a ricevere servizi, sostegno e assistenza (si vedano gli articoli 18 e 27).

Richiamando l’attenzione sul ruolo centrale svolto dai genitori (e da altre persone adulte) nel creare opportunità per l’infanzia e nel sostenerla nell’esercizio dei suoi diritti, la natura contestuale dei diritti di partecipazione dell’infanzia appare evidente. Il modello di Lundy (2007), adottato in tutto il mondo, sottolinea questi aspetti contestuali dei diritti di partecipazione dell’infanzia e il fatto che le persone adulte (figure professionali e genitori) vi svolgono un ruolo centrale. Il modello mette in evidenza che non basta che bambine e bambini abbiano voce (esprimano un’opinione): hanno bisogno di spazio (creato dalle persone adulte) per esprimere le proprie opinioni, di un pubblico (persone adulte che ascoltano) e di influenza (persone adulte che agiscono in base alle loro opinioni o ne tengono conto e restituiscono un riscontro sulla loro influenza). È significativo, quindi, che la CRC riconosca il ruolo centrale svolto dai genitori nel promuovere i diritti e lo sviluppo dei figli, così come il diritto dei genitori a ricevere assistenza e sostegno nel loro ruolo genitoriale e il diritto a essere coinvolti attivamente nel definire la natura di tali servizi (Winter et al. 2024). È altrettanto significativo che la CRC (UN 1989) riconosca che non tutte le persone adulte sono in grado di sostenere l’infanzia e, pertanto, sottolinei a più riprese sia i loro diritti sia le loro responsabilità in quanto genitori, nonché i casi in cui i loro diritti sono limitati a causa del danno e del rischio per l’infanzia.

I diritti di partecipazione dei genitori sono inoltre sostenuti dalla legislazione e dalle politiche internazionali e nazionali in materia di diritti umani, uguaglianza e protezione dell’infanzia. L’articolo 8 dello Human Rights Act del 1998 afferma il diritto di ogni persona al rispetto della propria vita privata e familiare, che comprende il diritto dei genitori di essere coinvolti nelle decisioni che riguardano i figli, purché ciò sia conforme al superiore interesse del minore. È importante sottolineare che la partecipazione dei genitori è sancita anche dall’Equality Act del 2010, che impone una comunicazione accessibile (ad esempio in presenza di disabilità o di barriere linguistiche) e tutela i genitori dalle discriminazioni nei procedimenti di tutela basate su origine etnica, disabilità, età, sesso e altre caratteristiche protette.

Come si è detto, nei contesti di tutela minorile in cui esiste un continuum di bisogno e di rischio, i diritti di partecipazione dei genitori possono essere limitati in vari modi in presenza di elementi che attestano maltrattamenti o trascuratezza. I genitori possono continuare a partecipare pienamente ai processi decisionali, possono esserne esclusi pur continuando a partecipare attraverso l’espressione generale dei propri desideri o delle proprie opinioni, oppure possono esserne impediti nei casi più gravi di maltrattamento o trascuratezza, quando esiste un rischio chiaro e immediato per il bambino o la bambina.

La natura contestuale e contingente dei diritti di partecipazione qui evidenziata dimostra quanto siano intrecciati i diritti di partecipazione dell’infanzia e quelli dei genitori, e mette in discussione la dicotomia consolidata tra figli e genitori che oggi pervade ricerca, politiche e pratica. Questo sguardo dicotomico fa sì che i dibattiti sui diritti di partecipazione dell’infanzia e dei genitori procedano separatamente, trascurando la necessaria attenzione contestuale e relazionale (Wilson 2025) e ostacolando lo sviluppo di opportunità di partecipazione più significative, con il rischio di ridurre la partecipazione nella tutela minorile a retorica. La nostra ipotesi è che l’attenzione insufficiente alle caratteristiche contestuali della tutela minorile contribuisca all’attuale stato di «impasse» che percepiamo nella pratica della partecipazione.

Questa sintesi concettuale intende rispondere a tale situazione proponendo una nuova direzione di marcia per la pratica e la ricerca partecipative con l’infanzia e i genitori fondate sui diritti nella tutela minorile, attraverso la decostruzione dei fattori che contribuiscono all’attuale approccio decontestualizzato, riduzionista e compartimentato. Le seguenti domande di ricerca hanno orientato questa esplorazione: (1) Quali indicazioni offre la ricerca esistente per le pratiche partecipative professionali con l’infanzia e i genitori nella tutela minorile? (2) In che modo i contesti individuali, interpersonali e strutturali incidono sulla partecipazione dell’infanzia e dei genitori nella tutela minorile? (3) In che modo la teoria può orientare pratiche partecipative con l’infanzia e i genitori più contestualizzate e olistiche nella tutela minorile?

2 Metodi

Questa sintesi critica è nata da un senso di frustrazione condiviso dalle autrici di fronte a quella che percepivamo come una mancanza di progressi collettivi e di innovazione nelle pratiche partecipative quotidiane con l’infanzia e i genitori nella tutela minorile, soprattutto in presenza di preoccupazioni di protezione. In quanto accademiche esperte di partecipazione dell’infanzia, partecipazione dei genitori e pratica professionale nella tutela minorile, abbiamo riconosciuto, all’interno di questa critica, il nostro stesso contributo al mantenimento di questa posizione di stallo e una certa riluttanza, dovuta alla complessità della partecipazione di figli e genitori, a immergerci nel terreno così battuto della partecipazione per far emergere e ispirare nuovi modi di pensare.

Per rispondere alle nostre domande di ricerca, abbiamo elaborato la nostra sintesi critica con metodi innovativi di ricerca-azione riflessiva in seconda persona e di revisione narrativa della letteratura. La ricerca-azione in seconda persona è una forma di indagine condotta da due o più persone, incentrata su una preoccupazione condivisa, in cui chi fa ricerca è al tempo stesso ricercatrice o ricercatore e soggetto della ricerca (Coghlan and Brydon-Miller 2014). Questo approccio collaborativo consiste nel riunire prospettive diverse per formulare domande di ricerca, avviare un processo di raccolta e analisi delle informazioni e intraprendere azioni legate alle conclusioni raggiunte.

I nostri metodi poggiavano sulla nostra identità collettiva di cinque accademiche bianche che lavorano in università del Regno Unito e d’Europa, impegnate a esercitare la nostra curiosità e la nostra riflessività sia come approccio metodologico sia come obiettivo finale. Nonostante le nostre conoscenze collettive pregresse, ci siamo sforzate di non presentarci come coloro che «hanno le risposte» né di proporre una «soluzione» definitiva per raggiungere una partecipazione significativa. Il nostro obiettivo era piuttosto esplorare le agende esistenti sulla partecipazione come primo passo per tracciare, insieme all’infanzia, ai genitori e alle figure professionali, una nuova rotta che reimmagini la pratica partecipativa nel lavoro quotidiano di tutela minorile.

Il gruppo ha adottato, per tutta la durata del progetto, un approccio critico e riflessivo lento e continuativo. Questo approccio riconosceva le nostre posizioni e prospettive, sensibili, profondamente radicate e talvolta contrastanti, in quanto ricercatrici sulla partecipazione centrate sull’infanzia, sui genitori o sulle figure professionali, e la necessità di decostruire, come gruppo, le nostre comprensioni individuali compartimentate e le nostre concezioni distorte della partecipazione. La nostra comprensione condivisa, in evoluzione, delle nostre posizionalità singolari ha guidato il nostro attraversamento sensibile e critico dei valori, delle convinzioni, dei presupposti e delle norme che sottendono la partecipazione nel contesto della tutela minorile, e ha orientato la nostra analisi dell’attuale stallo della pratica partecipativa.

Nell’arco di 20 mesi, tra settembre 2023 e maggio 2025, il nostro approccio di ricerca-azione in seconda persona ci ha viste riunirci come gruppo per esplorare le nostre domande di ricerca. Le sessioni hanno compreso riunioni e sessioni di riflessione critica in presenza e online, di una o più giornate. Fin dall’inizio del processo, abbiamo constatato che la nozione di «partecipazione» nella tutela minorile era disseminata in molti luoghi e discussa in molti modi, senza collegamenti chiari o coerenti: le abbiamo chiamate le «tane del Bianconiglio della partecipazione». Gli incontri hanno incluso varie attività per approfondire la questione, tra cui il dialogo approfondito, esercizi di scrittura libera riflessiva (Elbow 1989), dibattiti sulle sensibilità legate alla partecipazione di figli e genitori, conversazioni riflessive sulle esperienze di bambine, bambini, genitori e figure professionali negli spazi partecipativi e la teorizzazione di futuri approcci alla partecipazione nella tutela minorile. Durante questo lavoro, abbiamo riconosciuto che una partecipazione significativa doveva tenere conto degli aspetti emotivi dell’accogliere, e dell’ascoltare in profondità, le difficili esperienze di vita dell’infanzia e dei genitori, nonché del contesto in cui la relazione e l’ascolto si sviluppano. Questa è stata la base sia del nostro dialogo continuo sulle nostre diverse sensibilità sia della revisione narrativa a esso associata. La scrittura individuale e collettiva è stata utilizzata come strumento per raccogliere, analizzare e criticare le idee emergenti sulla partecipazione nella tutela minorile e per individuare possibili vie da percorrere.

Una revisione narrativa (Bourhis 2017) è stata condotta in parallelo alle sessioni di ricerca-azione riflessiva. Poiché la nostra posizione di partenza considerava problematiche le attuali pratiche partecipative, abbiamo cercato di esplorare i fattori contestuali che contribuiscono alla situazione attuale (e la descrivono). Tra giugno 2024 e marzo 2025 sono state condotte ricerche separate (infanzia, genitori e figure professionali) in banche dati e motori di ricerca come PsycINFO, MEDLINE, SSCI e Google Scholar, integrate dalla tecnica a valanga (snowballing). I termini di ricerca comprendevano parole chiave relative a ciascun gruppo di attori (infanzia, genitori o figure professionali), alla tutela minorile (child welfare e child protection) e alla loro esperienza di partecipazione (ad esempio participation, involvement, experience e views). I criteri di inclusione riguardavano la ricerca empirica pubblicata nelle lingue principali del gruppo di ricerca (inglese e italiano) tra il 2005 e il 2025, che trattasse le esperienze qualitative di almeno uno dei tre gruppi chiave di attori (infanzia, genitori e figure professionali) e ne restituisse le prospettive e la comprensione della partecipazione nella pratica quotidiana di tutela minorile. Il nostro intento era comprendere meglio i fattori contestuali che favorivano od ostacolavano le pratiche di partecipazione, e abbiamo selezionato studi che esploravano in profondità tali questioni o offrivano un contributo nuovo a questa comprensione. Il volume della letteratura variava a seconda del gruppo di attori: le ricerche sull’esperienza di partecipazione dei genitori (e non sulla loro esperienza della tutela minorile in senso più ampio) erano relativamente scarse, mentre quelle sulla partecipazione dell’infanzia costituivano un corpus consistente. Poiché quest’ultimo comprendeva già numerose revisioni sull’esperienza di partecipazione dell’infanzia, per questo gruppo di attori abbiamo limitato la nostra analisi alle scoping review, alle revisioni sistematiche e alle umbrella review.

La letteratura selezionata per ciascun gruppo di attori è stata analizzata separatamente per individuare i fattori contestuali pertinenti. Questa analisi ha comportato una lettura ravvicinata delle fonti da parte di tre componenti del gruppo di ricerca, al fine di categorizzare in modo iterativo i fattori pertinenti per ciascun gruppo. Per mantenere la coerenza tra i gruppi, tali fattori sono stati poi organizzati secondo i livelli micro (contesto emotivo e relazionale), meso (contesto organizzativo) e macro (contesto socioculturale). Grazie a questa revisione narrativa e alla nostra ricerca-azione iterativa e riflessiva, abbiamo potuto sviluppare collettivamente un approccio innovativo e teoricamente fondato alla partecipazione nella tutela minorile, illustrato di seguito.

3 Revisione della letteratura: le prospettive dell’infanzia, dei genitori e delle figure professionali sulla partecipazione

La comprensione attuale della partecipazione nella tutela minorile si è nutrita di modelli teorici partecipativi (Allcock 2018), la maggior parte dei quali riguarda la partecipazione dell’infanzia, con una certa pertinenza anche per la partecipazione dei genitori. Questi modelli descrivono vari livelli, gerarchici e non gerarchici, di partecipazione dell’infanzia ai processi decisionali (Hart 1992; Treseder 1997) oppure descrivono in modo più situato gli elementi della partecipazione fondati sui diritti (Cuevas-Parra 2023; Gresdahl et al. 2025; Henze-Pedersen and Bengtsson 2024; Lundy 2007; Shier 2001). Il potere, ossia la misura in cui la partecipazione di una persona influisce su una decisione o su un esito, è insito nella partecipazione. Alcuni di questi modelli affrontano il potere in modo esplicito, e la partecipazione più significativa vi è rappresentata da esempi di pratiche di condivisione del potere tra figure professionali e bambine o bambini; altri sono più impliciti, e la partecipazione significativa vi è rappresentata dalla pratica fondata sui diritti.

La ricerca primaria sulla partecipazione nella pratica quotidiana del servizio sociale di tutela minorile è in genere qualitativa, di piccola scala e incentrata principalmente sulla partecipazione dell’infanzia. Dalla nostra revisione della letteratura, sintetizzata di seguito, emergono lacune notevoli. In primo luogo, pochi studi integrano le esperienze, le prospettive e le comprensioni condivise dell’infanzia, dei genitori e delle figure professionali. In secondo luogo, la maggior parte degli studi affronta in genere le esperienze individuali dell’infanzia, dei genitori e delle figure professionali, prestando minore attenzione al significato che attribuiscono alla partecipazione. In terzo luogo, vi sono notevoli lacune conoscitive riguardo ai gruppi minorizzati e alla prima infanzia (Kelly et al. 2016; Winter 2009, 2012, 2014). La base di conoscenze della ricerca e le sue lacune sono approfondite di seguito.

3.1 Prospettive sulla partecipazione: l’infanzia

Diverse scoping review, revisioni sistematiche e umbrella review offrono un quadro esauriente delle esperienze e delle prospettive dell’infanzia sulle pratiche partecipative (Jørgensen et al. 2024; McCafferty and Mercado Garcia 2024; McTavish et al. 2022; Toros 2021b; Toros et al. 2018; Toros and Falch-Eriksen 2024). A livello micro, gli studi evidenziano che bambine e bambini percepiscono una generale mancanza di partecipazione, che si traduce in un coinvolgimento e un accesso alle informazioni insufficienti. L’infanzia attribuisce importanza a una comunicazione e a un dialogo efficaci, sottolineando il bisogno di essere ascoltata, il proprio contributo singolare e le conseguenze negative del non essere vista né ascoltata. Ad esempio, una revisione di 12 studi condotta da Toros (2021b) ha rilevato che, nonostante alcuni racconti individuali di buona partecipazione, bambine e bambini si sentivano in genere esclusi, con poche o nessuna opportunità di partecipare ai progetti e alle decisioni importanti sulla propria vita. Percepivano inoltre le decisioni professionali come definitive, con scarso margine di riconsiderazione. Questi risultati concordano con quelli di altre revisioni, che evidenziano anche la scarsa consapevolezza dell’infanzia riguardo ai propri diritti di partecipazione e alle informazioni essenziali su processi ed esiti che incidono direttamente sulla propria vita, nonché la mancanza di informazioni adattate che ne favoriscano la comprensione (Jørgensen et al. 2024; Toros et al. 2018; Toros and Falch-Eriksen 2024). Una umbrella review di 14 revisioni sistematiche ha inoltre individuato le emozioni negative dell’infanzia, come la paura legata all’esperienza dell’indagine e dell’allontanamento, come un potenziale ostacolo alla partecipazione (McCafferty and Mercado Garcia 2024).

Gli studi sottolineano inoltre in modo costante la centralità delle relazioni positive per una partecipazione significativa ed efficace (Jørgensen et al. 2024; McTavish et al. 2022). Jørgensen et al. (2024), ad esempio, hanno esaminato 25 studi e individuato i fattori relazionali necessari alla partecipazione. Tra questi figuravano il lavoro in partenariato attraverso lo scambio reciproco e il dialogo, il tempo e lo spazio per costruire con l’infanzia relazioni centrate sull’ascolto e pratiche relazionali «sensibili al potere» che pongono il bambino o la bambina al centro. McTavish et al. (2022), nella loro metasintesi di ricerche qualitative che raccoglievano il punto di vista di 376 bambine e bambini in 25 studi, hanno individuato una serie di attributi relazionali ritenuti importanti dall’infanzia, tra cui il riconoscimento, la disponibilità, la connessione, la riservatezza, l’onestà, l’equità e l’inclusività.

I fattori che facilitano od ostacolano la partecipazione a livello micro sono strettamente legati a quelli del livello meso. I processi di valutazione e decisionali della tutela minorile non sono facilmente comprensibili per l’infanzia, e spesso viene data priorità alla competenza professionale (Toros and Falch-Eriksen 2024). Questo approccio dominato dalle persone adulte si estende alle interazioni professionali: bambine e bambini percepiscono le figure professionali come più disponibili verso i genitori e più presenti al loro fianco, e quindi inclini a privilegiare le opinioni, i bisogni o i diritti dei genitori rispetto ai propri (Toros and Falch-Eriksen 2024). Anche i processi di condivisione delle informazioni, comprese la loro finalità, la tempistica, le modalità di comunicazione e l’adeguatezza allo sviluppo, erano percepiti dall’infanzia come problematici, con il risultato di una generale mancanza di informazioni (Toros et al. 2018). Questi risultati concordano con altre revisioni che indicano il contesto organizzativo come un fattore che limita l’attuazione efficace delle politiche di partecipazione dell’infanzia (Jørgensen et al. 2024; McCafferty and Mercado Garcia 2024). Jørgensen et al. (2024), nella loro revisione, individuano la necessità di un maggiore «spazio relazionale», incentrato su pratiche di ascolto efficaci e su un dialogo attivo, per offrire all’infanzia un maggiore senso di controllo sulla propria vita e sulle proprie esperienze con i servizi di tutela minorile.

A livello macro, le prospettive dell’infanzia riflettono gli atteggiamenti e le convinzioni sociali prevalenti sui bambini, sulle bambine e sull’infanzia. Una umbrella review di revisioni sistematiche della ricerca sulla partecipazione infantile (McCafferty and Mercado Garcia 2024) ha concluso che la voce dell’infanzia non veniva presa sul serio, in particolare nel contesto del maltrattamento. Ciò si riflette anche in revisioni che indicano ostacoli ancora maggiori per la prima infanzia, dato che si privilegia la voce dei genitori (Toros and Falch-Eriksen 2024). Al contrario, le pratiche antidiscriminatorie che mirano all’inclusione e alla riduzione degli squilibri di potere legati all’età e al ruolo creano opportunità di partecipazione significativa (Jørgensen et al. 2024; McTavish et al. 2022).

3.2 Prospettive sulla partecipazione: i genitori

La ricerca sull’esperienza di partecipazione dei genitori (ossia sul fatto che ai genitori vengano dati potere, opportunità e informazioni per prendere parte in modo significativo ai progetti e alle decisioni che riguardano loro stessi e, nella maggior parte dei casi, i loro figli) è più limitata rispetto a quella sulla partecipazione dell’infanzia. Si usano invece i termini partecipazione, ingaggio e coinvolgimento dei genitori, spesso in modo intercambiabile, per riferirsi più in generale all’esperienza che i genitori fanno delle interazioni con i servizi di tutela minorile.

A livello micro, anche gli studi sull’esperienza di partecipazione dei genitori individuano l’importanza delle relazioni come base di pratiche partecipative efficaci. I genitori si trovano spesso in una situazione di crisi nel momento in cui interviene la tutela minorile (Salverson and Arney 2013). Le esperienze di vita precedenti, la percezione di un primo contatto traumatico con la tutela minorile e il processo che ne segue possono accompagnarsi a intense emozioni negative, come paura, lutto, tristezza, ansia e rabbia (Antonopoulou et al. 2024; Goddard et al. 2023; Lalayants and Saitadze 2025), che possono limitare l’opportunità e la capacità dei genitori di partecipare ai processi e alle decisioni della tutela minorile, in particolare per i genitori appartenenti a gruppi marginalizzati (Rousson et al. 2025; Tembo 2020, 2022). I genitori possono avere difficoltà a comprendere i motivi di preoccupazione (Syrstad and Slettebø 2020), a elaborare la quantità e la complessità delle informazioni richieste o a far fronte alle molteplici richieste, spesso in competizione tra loro, della tutela minorile (Dir et al. 2025). Possono inoltre mettere in atto comportamenti di evitamento o ricorrere a strategie di coping disfunzionali, come l’abuso di sostanze (Dir et al. 2025; Goddard et al. 2023), limitando ulteriormente le opportunità di partecipazione.

Nonostante esiti favorevoli della tutela minorile, i genitori possono comunque riferire esperienze negative di comportamenti e atteggiamenti professionali che ostacolano la loro piena partecipazione e che vengono percepiti come autoritari, punitivi, giudicanti e centrati sui deficit (Ghaffar et al. 2012; Lines et al. 2025; Saar-Heiman et al. 2024; Toros et al. 2025). I genitori considerano fondamentali, per promuovere la partecipazione, le competenze professionali di aggancio, di ascolto e relazionali (Healy et al. 2011; Lehtme and Toros 2020; Lines et al. 2025), così come figure professionali che usano il proprio potere come strumento di sostegno anziché di controllo (Davies et al. 2023). I genitori sottolineano l’importanza di relazioni e spazi collaborativi con le figure professionali, ma evidenziano anche la necessità che questi includano, ove possibile, i loro figli (Juul and Husby 2020) e, quando necessario, figure di advocacy (Damman et al. 2025; Davies et al. 2023).

A livello meso, la partecipazione dei genitori è ostacolata dalle molteplici richieste in competizione che gravano su di loro e dalla complessità e dal potere che percepiscono nel sistema di tutela minorile. La partecipazione dei genitori è limitata quando hanno una comprensione scarsa di come muoversi nei procedimenti di protezione dell’infanzia o di che cosa ci si aspetti da loro in un ambiente dominato dalle figure professionali (Damman et al. 2025; Lalayants and Merkel-Holguin 2025). Nelle riunioni o negli spazi formali, i genitori possono sentirsi marginalizzati e non informati sulle implicazioni delle decisioni prese (Gibbons and Connolly 2020). L’intrinseco squilibrio di potere può inoltre far sì che i genitori si sentano incapaci di proporre una spiegazione alternativa delle difficoltà della propria famiglia (Smithson and Gibson 2017) o di esprimere disaccordo quando viene chiesto il loro consenso (Storhaug et al. 2023), per essere percepiti come accondiscendenti e collaborativi (Gibbons and Connolly 2020).

A livello macro, le aspettative sociali sulla genitorialità, definite all’interno di uno specifico contesto culturale (Okpokiri 2021; Tahir and Cobigo 2025), possono ostacolare la partecipazione dei genitori che non aderiscono a tali standard o non riescono a raggiungerli. La percezione sociale di una cattiva genitorialità, o elementi che attestano cure genitoriali inadeguate o dannose, possono contribuire a livelli elevati di vergogna, insieme a disapprovazione sociale e stigma (Burrow et al. 2024; Tembo 2022). Questa colpevolizzazione si manifesta sia nei procedimenti di protezione dell’infanzia sia negli incontri con le figure professionali (Gibson 2020). Inoltre, la vergogna può essere interiorizzata e contribuire a una perdita di potere e di voce (Otterlei and Engebretsen 2021), limitando così le opportunità di partecipazione significativa.

3.3 Prospettive sulla partecipazione: le figure professionali

In linea con le prospettive dell’infanzia e dei genitori, e a livello micro, la qualità delle relazioni tra figure professionali e famiglie è cruciale per la partecipazione (Toros et al. 2018; Williams and Parry 2023), e l’autoefficacia, la fiducia e la sicurezza sono fattori chiave per un aggancio efficace (Alfandari 2017; Gladstone et al. 2012; Vis et al. 2012; Woodman et al. 2023). Le figure professionali percepiscono spesso la comunicazione come un ostacolo significativo, citando la mancanza di un linguaggio e di strumenti adeguati, il che sottolinea la necessità di una formazione specifica (Diaz et al. 2019; Taylor et al. 2016; Toros et al. 2018; Vis et al. 2012; Woodman et al. 2023), un aspetto spesso trascurato nella formazione istituzionale e nelle organizzazioni di tutela minorile (Kosher and Katz 2025).

Un’altra preoccupazione è la necessità di evitare ulteriori danni all’infanzia, che interagisce con il modo in cui la percezione del rischio influenza le decisioni professionali (Moreno et al. 2025). Se da un lato le figure professionali danno priorità alla creazione di ambienti sicuri, dall’altro ciò rischia di trasformarsi in protezionismo (Henze-Pedersen 2026; Vis et al. 2012), e il sostegno alla partecipazione è spesso limitato quando si ritiene che la sicurezza dell’infanzia sia a rischio (Van Bijleveld et al. 2015), il che riflette una priorità professionale accordata ai bisogni piuttosto che ai diritti (Kosher and Ben-Arieh 2020; Toros et al. 2015). Più in generale, la partecipazione promossa dalle figure professionali aumenta con l’età del bambino o della bambina (Berrick et al. 2015; Kosher and Ben-Arieh 2020; Lätsch et al. 2023; Pölkki et al. 2012; Toros 2021a), mentre alcuni gruppi, come i padri (Maxwell et al. 2012), le persone giovani di famiglie povere (Lätsch et al. 2023), la prima infanzia e l’infanzia con disabilità (Franklin and Goff 2018; Taylor et al. 2016), hanno spesso minori opportunità di partecipazione.

A livello meso, la cultura organizzativa e le strutture dei servizi possono incidere sull’approccio professionale alla partecipazione dell’infanzia e dei genitori. Gli elevati carichi di lavoro nella tutela minorile (Pölkki et al. 2012; Strömpl and Luhamaa 2020; Taylor et al. 2016; Vis et al. 2012; Williams and Parry 2023; Woodman et al. 2023), la frammentazione dei servizi (Vis et al. 2012), procedure di intervento prescrittive anziché partecipative e ambienti poco accoglienti per le famiglie (Henze-Pedersen 2026; Sanders and Mace 2006) delimitano la capacità delle figure professionali di favorire l’aggancio.

Le figure professionali della tutela minorile si sentono spesso vincolate nel proprio ruolo, in particolare quando la loro capacità di influire sui processi è limitata (Healy and Darlington 2009; Kosher and Ben-Arieh 2020; Vis et al. 2012). Van Bijleveld et al. (2014) hanno rilevato che chi ricopre ruoli dirigenziali e considera il proprio compito come la mera esecuzione dei provvedimenti giudiziari vede poche opportunità di risolvere i problemi in collaborazione con bambine e bambini. Le fasi critiche, come la valutazione, sono particolarmente condizionate dall’enfasi sulle funzioni di indagine (Kosher and Katz 2025). Le dinamiche di potere limitano ulteriormente la redistribuzione dell’influenza, soprattutto verso i genitori (Darlington et al. 2010; Saar-Heiman 2023).

Anche i fattori socioculturali plasmano l’approccio professionale alla partecipazione. L’incomprensione dei diritti dell’infanzia, la visione della partecipazione come gesto simbolico o come raccolta del consenso e le rappresentazioni culturali dell’infanzia come vulnerabilità riducono tutte un coinvolgimento significativo (Diaz et al. 2019; Kosher and Ben-Arieh 2020; Raineri et al. 2021; Sanders and Mace 2006; Shemmings 2000; Strömpl and Luhamaa 2020; Van Bijleveld et al. 2014).

Nel complesso, la nostra revisione della letteratura evidenzia che continua a prevalere un approccio compartimentato alla partecipazione nella pratica di tutela minorile: la maggior parte degli studi si concentra su un solo gruppo di attori (infanzia, genitori o figure professionali) e pochi integrano le esperienze delle diverse persone coinvolte. All’interno di una letteratura di ricerca in larga parte compartimentata, appare tuttavia evidente che, nelle prospettive dell’infanzia, dei genitori e delle figure professionali, la partecipazione significativa emerge come un processo fondamentalmente relazionale, comunicativo ed emotivo, e non semplicemente come un meccanismo procedurale di coinvolgimento nei processi decisionali. Tutti e tre i gruppi di attori individuano nelle relazioni di fiducia, nel dialogo rispettoso e nelle opportunità di scambio significativo elementi fondamentali per una partecipazione efficace. Al contrario, la partecipazione diventa problematica quando la comunicazione è insufficiente, inaccessibile o dominata dall’autorità professionale, e bambine, bambini e genitori restano con la sensazione di non essere ascoltati, di essere marginalizzati o di non poter influire sulle decisioni che riguardano la loro vita. La letteratura evidenzia inoltre il potente contesto emotivo in cui la partecipazione si svolge. L’infanzia vive incertezza, esclusione e paura. I genitori condividono questi sentimenti, oltre a dover affrontare ansia, lutto, vergogna e stigma. Le figure professionali provano emozioni simili mentre soppesano le preoccupazioni relative al rischio, alla sicurezza e alla responsabilità. Queste realtà emotive plasmano sia la capacità di partecipare di ciascuna persona sia lo spazio partecipativo. Nel loro insieme, i risultati suggeriscono che la partecipazione non può essere compresa indipendentemente dalle relazioni, dalle pratiche comunicative e dalle dinamiche di potere (Enroos and Pösö 2023; Fargion and Mauri 2025) attraverso cui si realizza, e che occorre prestare maggiore attenzione a queste dimensioni interconnesse per far progredire una partecipazione significativa.

Questa revisione suggerisce inoltre che, sebbene esistano già linee guida e metodi partecipativi per le figure professionali, la loro attuazione è carente, e i ripetuti appelli a riforme organizzative, a indicazioni più solide e alla formazione professionale non sono riusciti, in larga misura, a cambiare la pratica. Ciò è probabilmente dovuto alle tensioni insite in contesti legalistici, burocratici, centrati sul rischio e giudiziari (Diaz et al. 2019; Healy et al. 2012; Moreno et al. 2025; Ney et al. 2013), il che suggerisce la necessità di un nuovo approccio per far progredire la pratica partecipativa.

3.4 La partecipazione nella tutela minorile come processo psicosociale e comunicativo

L’analisi qui presentata si basa sulle conoscenze prodotte dalla ricerca-azione in seconda persona e dalla revisione narrativa della letteratura. Se la revisione della letteratura fornisce un’importante base contestuale e concettuale, la nostra interpretazione dei risultati è informata in egual misura dallo sviluppo collaborativo e riflessivo delle conoscenze proprio del nostro approccio di ricerca-azione.

Insieme, questi metodi favoriscono una comprensione più profonda della natura radicata, dicotomica e scollegata dei discorsi partecipativi fondati sui diritti e della pratica quotidiana, nonché delle possibili opportunità per una maggiore integrazione e coerenza.

Per far progredire una pratica significativa nella tutela minorile, proponiamo di utilizzare due quadri concettuali che provengono da tradizioni diverse e che non sono frequentemente impiegati nell’analisi dei processi partecipativi. Il primo deriva da un approccio psicodinamico e psicoanalitico, che considera le dinamiche relazionali discusse e riconosce il trauma associato al contesto dei servizi di tutela minorile. Il secondo si richiama a un approccio pragmatico e considera gli effetti della comunicazione sul comportamento delle persone. Questi due quadri, sebbene solitamente trattati separatamente, possono, se collegati, rafforzare il coinvolgimento e cominciare ad affrontare gli ostacoli individuati finora dalla ricerca. Riteniamo che la combinazione di questi due approcci consenta, da un lato, di riconoscere pienamente il profondo incontro con il dolore e il trauma insito nel lavoro di tutela minorile e, dall’altro, di andare oltre la sola dimensione psico-emotiva, collocando le relazioni nei contesti più ampi che le plasmano e conferiscono loro significato.

Nel loro insieme, questi riferimenti concettuali ci permettono di cogliere che la partecipazione è contestuale e strettamente ancorata alle intenzioni delle persone. Sottolineano l’importanza di collocare la relazione tra il bambino o la bambina, il genitore e l’assistente sociale all’interno del contesto più ampio e interdipendente in cui i soggetti vivono e agiscono. Per chi opera nella tutela minorile, si tratta del contesto dei molteplici mandati. Per il genitore, si tratta di riflettere sulle proprie difficoltà e sui propri desideri, sia nella relazione con il figlio o la figlia sia in rapporto al contesto. Per il bambino o la bambina, si tratta delle relazioni con altre persone significative della propria vita, oltre che della relazione con la figura professionale della tutela minorile. È all’interno di questo gioco di comprensioni reciproche che si sviluppa la fiducia necessaria per attuare processi partecipativi.

Le sezioni seguenti presentano questi due quadri concettuali, che offrono strategie per affrontare le difficoltà di partecipazione individuate. Il primo quadro si concentra sullo sviluppo di una sensibilità psicosociale nella pratica partecipativa, ossia sullo sviluppo di una disposizione mentale che considera la partecipazione una componente inequivocabile e integrante del tessuto della pratica di tutela minorile. Il secondo quadro, il modello della PCU (Watzlawick et al. 1971), viene applicato per suggerire modi di tradurre questa disposizione mentale in un insieme di competenze. Sosteniamo che i due quadri interpretativi qui proposti consentano di sviluppare e sostenere processi efficaci di comunicazione e partecipazione che tengano conto delle circostanze specifiche delle persone, senza limitare l’attenzione alla sola relazione tra le persone e le figure professionali della tutela minorile.

4 Affrontare l’inibizione della partecipazione nella disposizione mentale: un quadro psicosociale

Come si è detto, è essenziale riconoscere le esperienze personali, interpersonali e sociali, varie e complesse, che portano l’infanzia e i genitori all’attenzione dei sistemi di tutela minorile. Per la maggior parte delle famiglie, si tratta di una configurazione più complessa delle consuete e consolidate coppie oppositive autore-vittima o bisogno-rischio (Luu et al. 2025). In particolare, nell’ambito di una pratica partecipativa fondata sui diritti, le figure professionali della tutela minorile devono essere in grado di comprendere e sostenere esperienze vissute complesse che riguardano l’infanzia, i genitori e le figure professionali stesse, comprese le loro dimensioni affettive consce e inconsce. Per tutte le persone coinvolte, il dolore emotivo suscitato dall’esposizione dell’infanzia al rischio è difficile da sopportare. È quindi del tutto comprensibile che, per gestire la sofferenza, si adottino risposte difensive che contribuiscono all’emergere di posizioni polarizzate e che probabilmente si riflettono nella nostra revisione della letteratura. In un contesto così carico di emozioni, promuovere pratiche di partecipazione richiede una condotta professionale sensibile e sintonizzata.

Per dare vita alle nostre idee concettuali, consideriamo ad esempio come l’assistente sociale possa far sì che la propria ansia per il benessere e la sicurezza di un bambino o di una bambina non inibisca il suo diritto, o quello del genitore, a partecipare al processo di tutela. I risultati della ricerca «parlare con l’infanzia e ascoltarla» (TLC, dall’inglese talking and listening to children) (Winter et al. 2017) evidenziano questo tipo di rischi. In un caso, un’assistente sociale descrive come affronta la visita a un bambino di 5 anni per il quale è in corso un’indagine di tutela, attenta a non provocargli sofferenza e a mantenere la visita davvero breve:

Però credo di essere anche consapevole che non voglio fargli domande troppo, diciamo, pesanti, troppo specifiche… facciamo che ci faccio una chiacchierata, ma, come dicevo, non voglio che sia troppo formale con lui. Sarà una visita davvero breve, immagino, con Danny (Ruch 2026, 10).

Un altro caso mostrava come un’assistente sociale in visita a una bambina di 5 anni gestisse la propria ansia di arrecarle ulteriore danno:

Sì, l’ho trovata, cioè è stata una, è stata…, sì, è stata una buona visita, sa, non credo di averle lasciato nessun tipo di trauma o di turbamento. (Ruch 2026, 10)

Commenti come questi offrono esempi delle risposte difensive delle figure professionali che lavorano negli spazi della tutela minorile. Quando glielo si chiede esplicitamente, chi lavora nel servizio sociale sa esplicitare consapevolmente le ragioni dei propri comportamenti. Sul momento, tuttavia, è più probabile che le sue azioni, pur proteggendo in apparenza il bambino o la bambina da ulteriore sofferenza, ne limitino in realtà inconsapevolmente l’opportunità di esprimere desideri e sentimenti. Allo stesso modo, i sentimenti di paura o di rabbia che le indagini di tutela suscitano nei genitori possono indurre le figure professionali ad adottare inconsapevolmente comportamenti restrittivi che impediscono ai genitori di esprimere pienamente le proprie opinioni. Queste osservazioni riflettono temi individuati nella revisione della letteratura, in cui si è constatato che anche le risposte difensive delle figure professionali limitavano l’espressione delle opinioni dell’infanzia e dei genitori.

Riflettendo sui bisogni dell’infanzia in affido familiare, Briggs (2012, 6) suggerisce che le figure professionali della tutela minorile debbano concentrarsi sui «fenomeni al di sotto della superficie», che aiutano a comprendere «la vita emotiva del bambino e come rispondere al suo bisogno di relazioni sicure e coerenti». La profondità di comprensione offerta da una lettura psicoanalitica dello sviluppo infantile dà l’opportunità di entrare in contatto con il dolore legato alle circostanze di un bambino o di una bambina e di sostenerlo. Questa prospettiva è cruciale per comprendere la partecipazione e le attuali carenze dei discorsi partecipativi. L’infanzia nota ai servizi di tutela per preoccupazioni di protezione accertate ha, per definizione, vissuto esperienze sfavorevoli infantili e un certo grado di trauma. Queste sono in genere dovute all’azione o all’inazione di persone adulte (spesso un genitore o un’altra figura di cura), con la conseguente probabilità che bambine e bambini manifestino relazioni ambivalenti e frammentate con le altre persone adulte che incontrano:

Moltissimi bambini e bambine in affido subiscono il trauma dell’abuso, della trascuratezza e poi della separazione dai genitori. È quindi probabile che l’infanzia traumatizzata sia [colpita] emotivamente e mentalmente dalle proprie esperienze, spesso senza qualcuno che la aiuti con il dolore e la confusione che ne derivano. Poiché il trauma invariabilmente frammenta… è probabile che questi bambini e bambine comunichino solo frammenti delle loro esperienze e dei loro sentimenti. Tali comunicazioni saranno probabilmente complesse, confuse, inconsce e spesso osservabili solo se chi interviene esamina le [proprie] esperienze e i propri sentimenti nel lavorare con il bambino o la bambina e riflette su di essi (Briggs 2012, xxvi)

Parallelamente alla posizione dell’infanzia vi sono le sensibilità emotive legate ai genitori, soprattutto quando il loro coinvolgimento è involontario e quando molte di queste persone hanno vissuto a propria volta esperienze di avversità o di trauma nell’infanzia o in età adulta (Suomi et al. 2023). Affrontare gli inevitabili sentimenti di paura, rabbia o vergogna dei genitori sottoposti allo scrutinio delle figure professionali della tutela minorile, così come le loro risposte difensive, è un prerequisito difficile ma necessario per promuovere una partecipazione significativa, e richiede conoscenze professionali specifiche e competenze rafforzate.

Per affrontare queste sfide complesse, le figure professionali della tutela minorile sono chiamate a creare con genitori e figli spazi relazionali e partecipativi, separati o condivisi, che riconoscano il miscuglio di pensieri, emozioni e influenze che plasmano le opinioni dell’infanzia e dei genitori e che vi rispondano. Sulla base dei risultati della revisione della letteratura, la comprensione dei comportamenti psicodinamici e del ruolo dell’inconscio di fronte a un dolore e a un’ansia insopportabili può aiutare le figure professionali a offrire un sostegno empatico e a creare spazi riflessivi e relazionali significativi ed efficaci. In pratica, ciò significa sostenere i genitori nel riconoscere e accogliere i propri sentimenti e le proprie circostanze, così come quelli dei figli. In questo modo, la centralità dei genitori, sia come titolari di diritti di partecipazione sia come risorsa alleata essenziale nella promozione del diritto dell’infanzia alla partecipazione, viene, ove possibile, pienamente riconosciuta e messa in atto.

Come conseguenza di queste dinamiche complesse, le risposte emotive possono influenzare anche il modo in cui le figure professionali usano il potere e il modo in cui l’infanzia e i genitori vi rispondono, come emerge dalla nostra revisione della letteratura. Il potere delle figure professionali della tutela minorile, al di là delle competenze professionali, deriva dal loro ruolo, conferito per legge e socialmente, che può essere percepito come dotato di aspetti sia positivi sia negativi. Le figure professionali della tutela minorile possono usare il proprio potere in modo positivo per facilitare una partecipazione significativa e alleanze che permettano di affrontare i problemi presentati. In altre circostanze, gestire le emozioni scomode legate al dolore, all’ansia e all’incertezza può produrre insicurezza e risposte difensive nelle figure professionali della tutela minorile, con il risultato di un uso problematico del potere. In questi casi, il potere professionale può essere esercitato per rafforzare il controllo, rischiando di compromettere il delicato equilibrio di uno spazio partecipativo. Di rimando, ciò può generare nell’infanzia o nei genitori risposte emotive che mirano a resistere attraverso la contrapposizione o a sottomettersi attraverso l’acquiescenza, riducendo ulteriormente le opportunità di partecipazione significativa.

Affrontare queste complessità richiede alle figure professionali della tutela minorile di andare oltre le forme di interazione razionali e verbali e di sviluppare competenze e consapevolezza per osservare più che agire e, soprattutto, per ascoltare più che parlare, così da dare senso a risposte e comportamenti dell’infanzia e dei genitori che possono apparire, in superficie, paradossali (Ruch et al. 2020). Servono approcci più sfumati e diversificati che consentano alle azioni non verbali di orientare le pratiche partecipative. I metodi di orientamento psicoanalitico, come l’osservazione del neonato e del bambino, i gruppi di discussione sul lavoro (work discussion) e la mentalizzazione, possono offrire spazi di contenimento essenziali in cui affinare tali competenze (Adamo and Rustin 2014; Fonagy et al. 2018; Rustin and Bradley 2008).

Estendendo più in generale le condizioni della pratica partecipativa al livello meso, Briggs (2012) sostiene che le organizzazioni di tutela minorile hanno bisogno della resilienza necessaria per sopportare il dolore che l’infanzia, e, aggiungiamo noi, i genitori e le famiglie, sperimentano a causa dell’abuso, della trascuratezza e della separazione. La nostra revisione della letteratura offre alcuni esempi di questa mancanza di resilienza che, secondo Briggs, inciderà negativamente sulla capacità delle figure professionali di sopportare il dolore. Inoltre, Briggs ribadisce l’importanza del contesto per l’infanzia: «…. per aiutare l’infanzia traumatizzata, chi interveniva doveva allargare il proprio pensiero dal bambino o dalla bambina al contesto socio-emotivo del suo collocamento» (Briggs 2012, xxvii). Questo contesto riflette la relazione dell’infanzia con la propria famiglia, la comunità e il sistema di tutela minorile. Adottare questa prospettiva più ampia sulla partecipazione aiuta a superare quella che può essere percepita come una contrapposizione tra la partecipazione dei figli e quella dei genitori, che compartimenta in modo poco utile i processi e gli esiti della partecipazione degli uni e degli altri, creando una partecipazione a compartimenti stagni, come evidenziato dalla letteratura esaminata. Una prospettiva più ampia riconosce la relazione intrinseca che esiste e afferma che sia l’infanzia sia i genitori meritano attenzione e considerazione.

Nel sostenere questo approccio contestuale alla partecipazione, che riconosce le rispettive posizioni del bambino o della bambina, del genitore e della figura professionale della tutela minorile, siamo convinte che la partecipazione non debba essere concepita come un «compito» a sé stante da portare a termine. Deve piuttosto essere concettualizzata come una disposizione mentale che considera la partecipazione una componente inequivocabile e integrante del tessuto della pratica di tutela minorile, un tessuto in cui le persone agiscono e comunicano in base alla propria comprensione del contesto, compresi i propri scopi e le proprie intenzioni al suo interno. È nel modo in cui questa disposizione mentale si traduce in un insieme di competenze messe in atto nella pratica quotidiana che entra in gioco il secondo quadro concettuale, e che la riflessione sul processo comunicativo assume un ruolo centrale.

5 Affrontare l’inibizione della partecipazione nelle competenze: un quadro concettuale fondato sulla PCU

Se le ragioni a favore di una sensibilità psicosociale nella pratica partecipativa sono state chiaramente esposte, resta poco chiaro come questa disposizione mentale di orientamento psicosociale possa essere messa in atto nello spazio della partecipazione, o addirittura come tale spazio possa essere. Questa sezione colma tale lacuna ed esplora come i principi del modello della PCU (Watzlawick et al. 1971) offrano un quadro teorico per rispondere meglio agli ostacoli che si incontrano nel rafforzare la partecipazione dell’infanzia e dei genitori fondata sui diritti. Si rifà alla tradizione della Scuola di Palo Alto che, pur nata da studi psicologici e avendo analizzato come la malattia mentale possa svilupparsi a seguito di una comunicazione confusa, ha avuto un forte impatto sullo sviluppo dello studio delle dinamiche comunicative e della qualità della comunicazione umana. La PCU permette di mostrare che il contesto in cui avviene lo scambio comunicativo non è neutro ma, al contrario, esercita un’influenza forte e potente sia sulle intenzioni comunicative di chi parla sia sulla comprensione e sulla risposta di chi ascolta. Ci permette di cogliere come l’invito alla partecipazione non possa prescindere dal contesto in cui avviene e dai significati che le persone gli attribuiscono. In altre parole, consente di riconoscere le persone come soggetti senzienti e dotati di agentività, che riflettono e agiscono coerentemente con le proprie strategie e con la propria comprensione del contesto in cui si trovano. Sosteniamo pertanto che il quadro psicosociale aiuti a rivelare gli ostacoli cronici e invisibili all’attuazione dei diritti di partecipazione dell’infanzia e dei genitori, e che il quadro generativo della PCU offra un approccio fondato sulla pratica per affrontare tali ostacoli in vista di una pratica partecipativa significativa. Riteniamo che, insieme, questi due approcci concettuali offrano un quadro di pratica innovativo, integrato, intellettualmente rigoroso e rilevante sul piano pratico per il miglioramento delle pratiche partecipative.

Anziché affrontare la partecipazione in modo astratto, questo quadro riconosce la comunicazione e il dialogo come meccanismi cruciali e prende in considerazione gli aspetti pragmatici che sottendono una partecipazione significativa. Questi ruotano attorno all’idea che ogni processo comunicativo si svolge in un contesto specifico, tra individui «che pensano e agiscono», che perseguono i propri obiettivi e agiscono coerentemente con la propria comprensione del contesto. Basandoci sui tre concetti centrali della PCU, (i) il contesto, (ii) la coerenza dei messaggi e (iii) la circolarità, illustriamo come le figure professionali possano rispondere in modo più efficace agli ostacoli e alle ambiguità della partecipazione nella tutela minorile evidenziati nella nostra revisione della letteratura.

La PCU comprende cinque assiomi della comunicazione (Figura 1) che descrivono il processo comunicativo e si concentrano sull’interazione tra comunicazione verbale e non verbale nel corso di uno scambio. In breve, i cinque assiomi affermano che: (i) non si può non comunicare; (ii) ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione; (iii) la comunicazione «punteggia» la sequenza degli eventi in termini di causa ed effetto; (iv) la comunicazione umana utilizza modalità numeriche e analogiche (varie, comprese quelle non verbali); (v) gli scambi comunicativi sono simmetrici o complementari (le parti si collocano rispettivamente sullo stesso livello o su livelli diversi). Questi assiomi spiegano i fraintendimenti e i conflitti, compresi quelli discussi nella nostra revisione della letteratura, e mostrano che scambi comunicativi buoni ed efficaci si realizzano quando tutti gli elementi (verbali e non verbali, relazioni e contenuti) sono coerenti. Questi elementi, contenuto e relazioni, possono condurre a una comunicazione significativa (comprensione reciproca) a seconda dell’interpretazione che chi comunica dà del contesto in cui la comunicazione avviene. In questo senso, il contesto è una «matrice di significato».

Concetti centrali della pragmatica della comunicazione umana (adattato da Watzlawick et al. 1971).
FIGURA 1. Concetti centrali della pragmatica della comunicazione umana (adattato da Watzlawick et al. 1971).

5.1 Il contesto nella comunicazione

Un approccio fondato sulla PCU richiede di considerare il contesto complessivo in cui la comunicazione avviene e i significati che le persone gli attribuiscono, consapevolmente o inconsapevolmente. Questa comprensione contestuale orienta il modo in cui il processo comunicativo viene messo in atto per perseguire scopi e intenzioni specifici. In un contesto di tutela minorile, le relazioni sono diseguali, caratterizzate da differenze di potere intenzionali e da funzioni istituzionali che influenzano le aspettative relazionali e la comunicazione delle persone coinvolte, come emerge dalla nostra revisione della letteratura. Rispetto ai genitori coinvolti su base volontaria, quelli il cui coinvolgimento è obbligatorio tendono maggiormente ad aspettarsi di essere scrutinati e valutati e, quindi, a preoccuparsi di come le loro parole o azioni possano essere usate o interpretate. Questi due contesti contrapposti mostrano come qualsiasi dichiarazione professionale di voler costruire una relazione partecipativa venga vissuta in modo molto diverso. Ad esempio, la figura professionale che, in un contesto di protezione dell’infanzia, dice a un genitore coinvolto contro la propria volontà «Sono qui per aiutarla», «Si fidi di me», può non apparire congruente con il contesto e con le diverse posizioni relazionali. Sulla base dei risultati del progetto TLC, un’assistente sociale ha dimostrato la propria capacità di assumere una posizione empatica e al tempo stesso autorevole, che affrontava con sensibilità e onestà la realtà della situazione di una madre:

Perché alla prima visita era agitatissima, si è seduta e si è messa a piangere. E mi fa: «Non voglio che me lo portiate via». E io le dicevo, più o meno: «Guardi, Kathryn, lo facciamo quando è necessario, ma oggi non sono venuta per questo. Sono venuta per aiutarla». (Ruch 2026, 9)

5.2 La coerenza dei messaggi nella comunicazione

Il contesto è strettamente legato all’importanza di comunicare messaggi coerenti, in riferimento al concetto sistemico di «doppio legame», sviluppato da Bateson et al. (1956) in relazione ai modelli di comunicazione familiare nella salute mentale. In generale, si ha un doppio legame quando una persona si trova in una situazione in cui riceve due o più messaggi contraddittori, uno dei quali nega l’altro. Ciò crea un paradosso in cui qualsiasi risposta la persona scelga conduce a confusione, ansia e spesso a un senso di impotenza. Un paradosso tipico del contesto di tutela minorile è l’invito rivolto a un genitore a partecipare a un’indagine iniziale condividendo il proprio punto di vista sulle difficoltà familiari, al fine di valutare il rischio e i bisogni. La decisione di un genitore di rivelare o negare, ad esempio, un problema di abuso di sostanze potrebbe portare in entrambi i casi a un esito negativo: l’allontanamento del figlio o della figlia (in caso di rivelazione) o l’impossibilità di accedere ai sostegni necessari (in caso di negazione). Pertanto, se non viene spiegata correttamente, la comunicazione può essere vissuta come fuorviante e angosciante.

Per l’infanzia, la coerenza di un messaggio può riflettersi nel modo in cui la relazione con la figura professionale è influenzata da come il bambino o la bambina percepisce la posizione del genitore o le conseguenze che le proprie parole potrebbero avere nel contesto più ampio. Uno scenario ben noto è quello del bambino o della bambina che esprime il desiderio di restare con i genitori, nonostante gli elementi che attestano un rischio per la sua sicurezza. In queste circostanze, sono necessarie ulteriori spiegazioni perché la figura professionale riconosca il doppio legame e stabilisca il fondamento dei desideri espressi, della comprensione del contesto, nonché della coerenza e dell’attendibilità del messaggio.

5.3 La circolarità nella comunicazione

La circolarità è il processo continuo di azione-reazione e di retroazione presente in ogni scambio comunicativo. La comunicazione interpersonale non è mai unidirezionale, ma implica un’interazione e richiede un «feedback anticipato» per realizzarsi. Vista attraverso la lente della circolarità, la comunicazione può essere intesa come un processo dinamico in cui chi comunica reagisce all’altra persona, emettendo e ricevendo informazioni a turno e, quando le riceve, scegliendo di accettare, rifiutare o squalificare la comunicazione. Ad esempio, quando una figura professionale invita un bambino o una bambina a partecipare, la richiesta viene accolta ed elaborata in base alla sua comprensione della partecipazione e del contesto del momento, e la risposta segue questa interpretazione. Attraverso questo scambio circolare, la comunicazione può svilupparsi positivamente in una relazione di comprensione reciproca o contribuire a una relazione nuova (e più paritaria), creando così lo spazio per rendere più credibile la pratica partecipativa. Tuttavia, in contesti involontari e conflittuali, può anche evolvere negativamente attraverso fraintendimenti.

Le relazioni diseguali nei servizi di tutela minorile, sostenute da un potere intenzionale, costituiscono un contesto particolarmente difficile per chi comunica, sia nel ricevere sia nell’emettere, come rilevato nella nostra revisione della letteratura. Queste difficoltà evidenziano il bisogno fondamentale di consapevolezza e di trasparenza riguardo allo squilibrio di potere, con un’attenta codifica e decodifica per trasmettere e ricevere la comunicazione come previsto e giungere a una comprensione reciproca. Pertanto, la partecipazione significativa non è facile, ma riflette una reale sfida e un reale sforzo, man mano che posizioni e comprensioni vengono elaborate e risolte. In pratica, ciò richiede di garantire chiarezza sia sull’oggetto sia sullo scopo della partecipazione, di adattare con cura i contenuti alla persona destinataria, di verificare continuamente la comprensione e di adattare la comunicazione quando necessario (e di cercare lo stesso approccio quando si assume la posizione di chi riceve). In sintesi, la PCU mostra come le pratiche di partecipazione nella tutela minorile debbano essere considerate un processo circolare e relazionale che si sviluppa attraverso influenze reciproche, all’interno di un contesto dotato di significati che possono differire tra le persone che comunicano e che devono essere presi in considerazione e allineati per una comunicazione buona ed efficace.

6 Andare avanti: una partecipazione contestuale, relazionale, integrata e pragmatica

Nel mettere insieme le nostre idee e nel riflettere sulle implicazioni per la pratica del servizio sociale, proponiamo un approccio iniziale che non intende ignorare né negare i progressi compiuti nel corso di molti anni nei diversi ambiti della partecipazione. Siamo piuttosto all’inizio di un impegno collettivo più ampio per comprendere meglio e plasmare le pratiche partecipative nella tutela minorile, un impegno che scardina con rispetto gli approcci e le pratiche attuali, li integra e vi aggiunge con sensibilità sfumature. Queste ambizioni rispondono alla nostra constatazione che, in primo luogo, esiste uno scollamento radicato tra gli sviluppi teorici e le realtà della pratica di tutela minorile, che produce pratiche partecipative inibite e compartimentate, come attesta la letteratura; in secondo luogo, un approccio fondato sui diritti richiede maggiore attenzione all’agentività e al contesto della singola persona; in terzo luogo, le innovazioni più recenti in materia di partecipazione tendono verso i livelli del sistema e delle politiche, con minore attenzione alla partecipazione al livello della pratica diretta. Sulla base delle sezioni precedenti, delineiamo di seguito le caratteristiche chiave di una disposizione mentale partecipativa fondata sui diritti che sia contestuale, relazionale, integrata e pragmatica, insieme alle loro implicazioni per la pratica.

6.1 La dimensione contestuale

La dimensione contestuale della partecipazione fondata sui diritti chiama in causa dei valori, per la sua postura inclusiva, che cerca di tenere insieme i diritti e le responsabilità di partecipazione dell’infanzia, dei genitori e delle figure professionali in un quadro olistico. Questa configurazione risponde ai limiti degli approcci dicotomici prevalenti, che sottovalutano l’importanza dei contesti individuali, familiari, culturali e sociali più ampi, e riconosce la loro fluidità e la necessità che gli spazi e gli esiti partecipativi siano informati da una consapevolezza continua delle influenze contestuali. Risponde inoltre all’eccessiva semplificazione di quello che è, inevitabilmente, uno spazio professionale complesso e carico di tensioni. Riconoscendo i fattori contestuali e ammettendone l’inevitabile complessità, le figure professionali vengono aiutate a tenere a mente i diritti di partecipazione sia del bambino o della bambina sia del genitore.

6.2 Le dimensioni relazionale e integrata

La ricerca attuale evidenzia l’importanza e la necessità che la partecipazione sia più relazionale e più sostenibile. L’infanzia e i genitori hanno bisogno di sentire che la partecipazione avviene come parte integrante della relazione che hanno con la figura professionale della tutela minorile, e non di viverla come un compito a sé stante di una checklist professionale. Per le figure professionali, la partecipazione non dovrebbe essere vissuta come una richiesta aggiuntiva in un ambiente già sotto pressione per mancanza di tempo, ma riconosciuta come un aspetto integrato della pratica quotidiana. Detto ciò, non va sottovalutata l’intensità delle dinamiche emotive nei contesti di tutela minorile, né la pressione che possono generare. Le figure professionali della tutela minorile, ad esempio, possono esprimere insicurezza riguardo al parlare con l’infanzia e all’ascoltarla e al bilanciare l’agentività di bambine e bambini con il loro bisogno di protezione. Per quanto riguarda i genitori, rappresentazioni radicate del genitore «cattivo» possono generare preoccupazioni nelle figure professionali, che temono che chiedere il punto di vista di un genitore porti a una pratica non sicura quando le attuali preoccupazioni di tutela non sono lineari. Questi sentimenti sono comprensibili. Una disposizione mentale psicosociale svolge un ruolo importante nell’attenuare le barriere emotive che potrebbero favorire un approccio riduzionista, «da checklist», ai diritti relazionali di partecipazione, impedendo così che vengano integrati nella pratica quotidiana e mantenuti nel tempo.

6.3 La dimensione pragmatica

La dimensione pragmatica sposta la natura dell’impegno da «un modello» di partecipazione a un approccio di pratica integrato o, più precisamente, a una disposizione mentale pragmatica, che valorizza l’esperienza vissuta e cerca di comprendere in profondità ciò che accade alle famiglie nelle loro relazioni con i sistemi di tutela minorile. La PCU pone la partecipazione al centro e la demistifica, e i suoi concetti associati aiutano a individuare, in termini concreti e tangibili, come riconoscere le barriere comunicative e il loro contesto di riferimento e come superarle per promuovere una partecipazione significativa attraverso una comunicazione efficace e finemente calibrata. Questa lente più pragmatica favorisce l’applicazione di una disposizione mentale partecipativa negli incontri e nelle comunicazioni quotidiane delle figure professionali con l’infanzia e i genitori.

Nel loro insieme, queste dimensioni suggeriscono che una partecipazione significativa fondata sui diritti dipende meno dall’applicazione di specifici modelli di partecipazione e più dalla capacità di chi opera nei servizi di lavorare in modo contestuale, relazionale e riflessivo all’interno delle complessità della pratica quotidiana di tutela minorile.

7 Conclusioni

La partecipazione dell’infanzia e dei genitori è un diritto fondamentale alla base di pratiche efficaci di tutela minorile. Nonostante l’ampio consenso sull’importanza della partecipazione e oltre tre decenni di modelli volti a orientarne l’applicazione nella tutela minorile, una partecipazione significativa resta sfuggente. Questo articolo, fondato sulla nostra indagine critica, riflessiva e deliberativa, sostiene che serva un approccio partecipativo più contestuale, relazionale, integrato e pragmatico, che scardini gli attuali approcci compartimentati e superficiali e che richiami l’attenzione sugli elementi emotivi e comunicativi della pratica partecipativa.

Questo articolo va considerato alla luce di alcuni limiti. Il nostro approccio innovativo di ricerca-azione in seconda persona e la nostra revisione narrativa sono stati concepiti per offrire una sintesi ampia, interpretativa e critica della letteratura relativa ai diversi gruppi di attori, piuttosto che una valutazione sistematica esaustiva delle evidenze disponibili. Di conseguenza, le idee qui presentate vanno considerate un contributo concettuale volto a stimolare il dibattito, la ricerca e lo sviluppo della pratica, piuttosto che una tabella di marcia definitiva per l’attuazione.

La complessità della partecipazione nel contesto della tutela minorile, così come qui esplorata, suggerisce che una riconcettualizzazione innovativa possa da sola non bastare a cambiare la pratica. Serve una futura ricerca partecipativa per modificare la situazione attuale, offrire nuove prospettive e tracciare una nuova rotta sperimentando approcci partecipativi contestuali, relazionali, integrati e pragmatici. Ad esempio, occorre più ricerca sui processi comunicativi intesi come spazi partecipativi che coinvolgono le figure professionali della tutela minorile, l’infanzia e i genitori, e su come questi possano essere rafforzati. Serve anche una ricerca partecipativa sui processi comunicativi efficaci che promuovono la partecipazione sia dell’infanzia sia dei genitori nei diversi sottogruppi della popolazione e lungo tutto lo spettro delle preoccupazioni di tutela, per garantire equità nelle opportunità e nei metodi partecipativi. I risultati delle ricerche future potrebbero inoltre orientare la formazione in servizio sociale e la formazione delle figure professionali, affinché sviluppino una comprensione completa e accurata dei diritti di partecipazione dell’infanzia e dei genitori e del modo in cui vengono attuati nella pratica, con una disposizione mentale e un insieme di competenze ben sviluppati. Questa direzione futura può favorire passi avanti verso una pratica professionale più sintonizzata e spazi partecipativi più giusti sul piano epistemico e sociale.

Complexe Systémique: i punti chiave

Per la pratica sistemica, l’interesse di questo articolo sta nel riportare Palo Alto là dove nessuno se lo aspetta più: nell’ufficio della tutela minorile. Il gruppo di ricerca mostra che la partecipazione fallisce non tanto per mancanza di leggi o di modelli, quanto perché viene pensata a compartimenti stagni, diritti dell’infanzia contro diritti dei genitori, mentre si gioca in un contesto relazionale carico di paura, vergogna e potere. Il doppio legame è descritto con precisione: invitare un genitore a parlare francamente del proprio consumo di sostanze lo espone a perdere il figlio o la figlia se parla, o a perdere il sostegno se tace. Finché questo paradosso non viene nominato, la «partecipazione» resta un’ingiunzione. Vengono proposte due leve: un’attenzione di orientamento psicoanalitico alle difese proprie delle figure professionali e una lettura pragmatica dei messaggi (contesto, coerenza, circolarità). Il limite è chiaro: si tratta di un saggio concettuale, senza dati nuovi né voci dirette di bambine, bambini o genitori, e la ricerca partecipativa che auspica resta da fare. Da leggere insieme alla nostra lettura guidata di Pragmatics of Human Communication e all’articolo sul lavoro sistemico con i genitori i cui figli sono collocati fuori famiglia.

Note dell’originale

Conflitti di interesse. Le autrici dichiarano di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Disrupting the Child Welfare Participation Paradigm: A Contextual, Relational, Embedded and Pragmatic Approach, di Jeri L. Damman, Teresa Bertotti, Diletta Mauri, Gillian Ruch e Karen Winter, Child & Family Social Work, pubblicazione anticipata online (2026), doi: 10.1111/cfs.70254, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né le autrici né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questo è l’articolo originale «Disrupting the Child Welfare Participation Paradigm: A Contextual, Relational, Embedded and Pragmatic Approach», pubblicato in Child & Family Social Work (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Damman, J. L., Bertotti, T., Mauri, D., Ruch, G., e Winter, K. (2026). Disrupting the Child Welfare Participation Paradigm: A Contextual, Relational, Embedded and Pragmatic Approach. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/disrupting-the-child-welfare-participation-paradigm (Opera originale pubblicata nel 2026 in Child & Family Social Work, Early View (2026); ripubblicata nel 2026 da Child & Family Social Work, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/cfs.70254)

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