Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Contemporary Family Therapy · Terapia familiare
La posizione del «non sapere» impone a chi fa terapia di tenere per sé tutto ciò che sa? Leoš Zatloukal, dell’Università Palacký di Olomouc, distingue la competenza sul processo dalla competenza sul contenuto nella terapia breve centrata sulla soluzione, poi propone la Torta dell’ispirazione: tredici fonti di conoscenza, dall’esperienza della persona assistita fino alle favole, ordinate dalla più valorizzante alla più indiretta. Due esempi clinici e un gioco per l’infanzia, Klondike, ne mostrano l’uso.
Traduzione non ufficiale in italiano di The Pie of Inspiration: Positioning the Therapist’s and Client’s Knowledge in Solution-Focused Brief Therapy, di Leoš Zatloukal, pubblicato in Contemporary Family Therapy (Springer) (2024), doi: 10.1007/s10591-023-09663-y, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella 1 è presentata sotto forma di elenco; entrambe le figure sono riprodotte nella loro versione originale. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Il non sapere della persona terapeuta non è inteso come incompetenza, ma come una sospensione intenzionale e disciplinata dei propri preconcetti, così da poter davvero ascoltare la persona assistita e costruire a partire da ciò che dice.
Leoš Zatloukal
Abstract
La posizione non esperta, o posizione del «non sapere», svolge un ruolo importante nelle terapie postmoderne/poststrutturaliste (Tarragona, 2008) e, al tempo stesso, questo concetto ha generato molti fraintendimenti e potenziali insidie per la pratica terapeutica. Questo articolo esamina la «conoscenza» nelle conversazioni terapeutiche dal punto di vista di una delle terapie postmoderne: la terapia breve centrata sulla soluzione. Dopo un’introduzione alla terapia breve centrata sulla soluzione e ai suoi principi, l’attenzione si rivolge alla competenza relativa al processo e al contenuto e al posizionamento della persona terapeuta centrata sulla soluzione nelle conversazioni. La sezione successiva descrive un modello, chiamato Torta dell’ispirazione, che permette di riflettere sulle diverse fonti di conoscenza e di invitarle nella conversazione terapeutica centrata sulla soluzione. L’applicazione del modello è illustrata attraverso alcuni esempi clinici e un’attività per il lavoro con l’infanzia chiamata Klondike.
Parole chiave: terapia breve centrata sulla soluzione, conoscenza, posizionamento, curiosità, competenza relativa al processo/al contenuto
Il modo tradizionale di intendere la terapia presuppone che alcune persone (la clientela) abbiano bisogno di aiuto per qualcosa nella loro vita (i problemi) e si rivolgano a una figura esperta (la persona terapeuta) capace di aiutarle a realizzare cambiamenti significativi nella loro vita (la soluzione). Questa visione presuppone implicitamente che le persone assistite non siano esperte, poiché hanno bisogno della competenza delle figure terapeutiche. Il presupposto può spingersi ancora oltre quando le figure terapeutiche credono di poter comprendere le persone assistite e la loro vita meglio, con più precisione o più a fondo di quanto esse stesse non facciano. A volte è la clientela stessa ad aspettarsi che chi fa terapia abbia competenza anche sulla sua vita. Le terapie postmoderne/poststrutturaliste, come la terapia centrata sulla soluzione, quella narrativa o quella collaborativa, mettono fortemente in discussione questo presupposto (Tarragona, 2008). Tutte sottolineano la competenza della clientela e la posizione non esperta delle figure terapeutiche, la conoscenza locale (in opposizione a quella globale), l’apprendimento dalle persone assistite, la cooperazione e la partnership, e la trasparenza (Anderson & Gehart, 2006; De Jong & Berg, 2012; Tarragona, 2008; White & Morgan, 2006). D’altra parte, attorno a questa questione sono nati numerosi fraintendimenti e confusioni: capita per esempio che in seduta si finga di «non sapere», ci si rifiuti di condividere il proprio punto di vista o si pensi di non poter dare alcun consiglio in nessuna situazione, ecc. (Anderson, 2005; Guterman, 2014). Per esempio, una persona di lunga esperienza nella terapia centrata sulla soluzione sostenne che «non si vedrebbe mai chi pratica la terapia centrata sulla soluzione dare consigli», e Insoo Kim Berg, una delle fondatrici dell’approccio, rispose: «Cosa? Vuoi dire che se sai qualcosa che aiuterebbe la persona che hai davanti, non glielo diresti?» (de Shazer et al., 2007, s. 155). Il testo prosegue osservando che il presupposto secondo cui la persona terapeuta centrata sulla soluzione non offre mai idee, suggerimenti o alternative durante la conversazione terapeutica non corrisponde necessariamente alla realtà (de Shazer et al., 2007).
I fraintendimenti sul «non sapere» e sull’uso di diverse fonti di conoscenza nelle conversazioni terapeutiche possono avere conseguenze serie, come rotture dell’alleanza di lavoro (Norcross, 2011), possibilità e risorse mancate, un’enfasi eccessiva sulle tecniche (per esempio le domande), mancanza di trasparenza, o la rinuncia, da parte delle figure terapeutiche, a praticare ancora una terapia postmoderna. Questo articolo intende offrire più possibilità per generare conversazioni potenzialmente utili, che sfruttino diverse fonti di conoscenza per ampliare le opportunità di cambiamento e, al tempo stesso, si fondino sulla competenza della persona assistita e mantengano partnership e trasparenza nella relazione terapeutica.
Sebbene la visione postmoderna sia condivisa da tutte le terapie postmoderne, ciascuna ne sottolinea aspetti leggermente diversi e lavora con presupposti e metodi differenti. In questo articolo mi concentrerò in particolare sulla terapia breve centrata sulla soluzione (SFBT, dall’inglese Solution-Focused Brief Therapy), sapendo che alcune prospettive varranno anche per altre terapie postmoderne e altre saranno piuttosto specifiche della SFBT. Presenterò anzitutto questo approccio terapeutico e la sua visione della conoscenza e della competenza. Seguirà la «Torta dell’ispirazione», un modello per invitare diverse «voci» nella conversazione e organizzarle, con alcune indicazioni pratiche.
La terapia breve centrata sulla soluzione (SFBT) è uno dei sistemi di psicoterapia radicati nella terapia familiare (Becvar & Becvar, 2012; Kaslow, 2000; Prochaska & Norcross, 2018; Sharf, 1995; Sommers-Flanagan & Sommers-Flanagan, 2012). Le sue radici risalgono al lavoro del MRI di Palo Alto e a Milton H. Erickson (de Shazer, 1985); si è sviluppata a partire dalla pratica clinica di Steve de Shazer, Insoo Kim Berg e colleghi al Brief Family Therapy Center di Milwaukee (Wisconsin) all’inizio degli anni Ottanta (de Shazer et al., 2007). La SFBT si fonda sulla filosofia postmoderna (costruttivismo e costruzionismo sociale) e sulla filosofia del tardo Wittgenstein (de Shazer, 1994; de Shazer et al., 2007), ed è considerata uno degli approcci terapeutici postmoderni/poststrutturalisti, insieme alla terapia narrativa e a quella collaborativa (Tarragona, 2008). Tuttavia, come dichiara chiaramente chi l’ha ideata, la SFBT «non si basa su una teoria, ma è stata sviluppata in modo pragmatico» (De Shazer et al., 2007, p. 1). Né la teoria né tecniche specifiche possono quindi definire questo approccio e distinguerlo dagli altri. Questa distinzione si può piuttosto ottenere esaminando l’insieme dei principi o assunti che «fungono da linee guida per la pratica della SFBT e che al tempo stesso orientano e caratterizzano questo approccio» (De Shazer et al., 2007, p. 1).
Esistono molti elenchi degli assunti di base della SFBT (Berg & Miller, 1992; de Shazer et al., 2007; Lipchik, 2002; O’Hanlon & Weiner-Davis, 2003). Li si può riassumere in un mio elenco con il semplice acronimo CHANGE (si veda la tabella 1).
Tabella 1 — Assunti di base della SFBT
Gli assunti della SFBT sopra citati non sono rigidamente separati; piuttosto si sovrappongono e spesso si manifestano insieme nelle sedute di SFBT. La parte successiva dell’articolo si concentrerà soprattutto sul principio del «non sapere», ma è importante tenere presenti tutti i principi insieme.
Uno degli atteggiamenti di base della persona terapeuta nel lavoro con la clientela è chiamato, nella SFBT, atteggiamento del «non sapere» o «mente del principiante» (Bannink, 2010; De Jong & Berg, 2012). Entrambi i termini rimandano alla capacità della persona terapeuta di mettere da parte i propri preconcetti, le proprie teorie, i propri pregiudizi o le proprie categorie di valutazione, e di avvicinarsi alla persona assistita con mente aperta, ascoltando davvero ciò che dice. Harlene Anderson, che ha introdotto la nozione di atteggiamento del «non sapere» in psicoterapia, la associa alla capacità di cogliere il nuovo, l’inatteso e l’unico (Anderson, 1997). Poiché entrambi i concetti possono essere confusi con una certa incompetenza della persona terapeuta (la «non conoscenza» o la mancanza di esperienza di chi è «alle prime armi») e generare fraintendimenti (Anderson, 2005), preferisco parlare di «curiosità costruttiva». Mi sono ispirato a Walter e Peller, ex membri del BFTC, che in seguito hanno contribuito a un legame più profondo tra la SFBT e la filosofia postmoderna. Essi affermano: «Cerchiamo di essere curiosi e aperti come a cinque anni, come se tutto fosse e potesse essere completamente nuovo» (Peller & Walter, 2000, p. 37). Hanno coniato l’espressione «curiosità con la persona assistita», o semplicemente «curiosità con»: una curiosità che non è solo della persona terapeuta o della persona assistita, ma condivisa (Peller & Walter, 2000). Distinguono questa forma di curiosità dalla «curiosità su», che porta la persona terapeuta a interessarsi a qualcosa che corrisponde alle proprie teorie. Dal mio punto di vista, la distinzione tra le due forme è ancora più sottile. Non credo che la persona terapeuta debba rinunciare del tutto a ogni «direzione» o «conduzione» del colloquio (si veda il principio della competenza sul processo citato sopra), ma piuttosto che debba riflettere su quando la sua curiosità coincide con quella della persona assistita (la curiosità condivisa sviluppa il dialogo e la «curiosità con la persona assistita») e quando le loro curiosità vanno in direzioni diverse e non sono condivise (nel qual caso spetta alla persona terapeuta dare priorità al legame con la persona assistita rispetto a qualsiasi «agenda» professionale).
Inoltre, questa curiosità è detta «costruttiva». Si tratta semplicemente di una curiosità o di un interesse che ha effetti «costruttivi», nel senso che co-costruisce qualcosa di nuovo e di prezioso per la persona assistita. L’atteggiamento di curiosità costruttiva aiuta a sospendere la propria precomprensione e, al tempo stesso, a esprimere in modo relativamente chiaro l’interesse per la persona assistita e per la sua visione della situazione. Ciò può sviluppare nuove prospettive e scoperte da parte della persona assistita e aprire uno spazio per il cambiamento desiderato. Questa posizione può essere associata all’affetto positivo, alla giocosità e quindi alla creatività nella conversazione (Morgan & Wampler, 2003). Uno degli elementi chiave di ogni consultazione con le persone è bilanciare l’enfasi sullo sviluppo del cambiamento con l’enfasi sulla comprensione della persona assistita e sulla convalida della sua esperienza o sulla sua accettazione (De Jong & Berg, 2012; Lipchik, 2002; O’Hanlon & Weiner-Davis, 2003). La comprensione è la capacità costante della persona terapeuta di cogliere la prospettiva della persona assistita, nella misura in cui sia possibile creare insieme un cambiamento o delle soluzioni. Non si tratta quindi di una comprensione «assoluta», impossibile dal punto di vista dell’epistemologia postmoderna, ma di un grado di condivisione del mondo sociale nella conversazione che permette di sviluppare soluzioni (de Shazer, 1991; Shazer, 1994). Inseparabile dalla comprensione è la nozione di convalida, che implica l’accettazione continua della persona assistita così com’è, così come della sua visione delle cose così com’è. La convalida non richiede quindi né che la persona terapeuta sia d’accordo con la visione della persona assistita, né che ne «confermi» l’«oggettività» o la «verità» di quanto afferma (De Jong & Berg, 2012).
Molti anni di ricerca sull’alleanza di lavoro in psicoterapia, uno dei fattori più importanti del cambiamento terapeutico, mostrano l’importanza di questo atteggiamento (Duncan et al., 2010; Norcross, 2011). Anche quando la persona terapeuta è in profondo disaccordo con la prospettiva della persona assistita o vi scorge evidenti incoerenze, i suoi tentativi di confrontarsi in qualche modo con quella prospettiva o di fare commenti critici, peggiorativi, ostili, riluttanti, accusatori o derisori risultano per lo più controproducenti (Norcross, 2011). Al contrario, il sostegno, la convalida, la comprensione e la ricerca di nuove possibilità mostrano un alto grado di efficacia, anche in un numero ridotto di sedute (Norcross, 2011).
Questi elementi così basilari dell’aggancio con la persona assistita, fondati sulla posizione del «non sapere» o della curiosità costruttiva, sull’ascolto attento, sulla comprensione e sulla convalida, sono stati talvolta trascurati nelle pubblicazioni e nelle formazioni di SFBT (Lipchik, 2002, 2018). Probabilmente per il fascino esercitato dalle nuove tecniche e dai nuovi metodi sviluppati nella SFBT, e anche perché si trattava di elementi che chi aveva fondato l’approccio dava per scontati e non sentiva il bisogno di sottolineare (Lipchik, 2002). Tuttavia, questo «aggancio» con la persona assistita e la relazione terapeutica collaborativa sono il fondamento della SFBT, senza il quale non è possibile co-creare soluzioni dotate di senso (Berg, 1994; de Shazer, 1989; Lipchik, 2002).
Quando Anderson (1997) incoraggia le figure terapeutiche a mettere da parte il proprio sapere nella conversazione con la clientela, lo giustifica dicendo che in questo modo potranno cogliere ciò che la persona assistita porta nella conversazione, cioè ciò che è unico e particolare. Si crea così una conoscenza locale, in opposizione a una conoscenza universale (Anderson, 1997; Peller & Walter, 2000). In ciò che è unico e particolare e che si manifesta nella conoscenza locale è più facile vedere le risorse della persona assistita utilizzabili nel processo di cambiamento (Keeney & Keeney, 2013). Al tempo stesso, tutto il lavoro con la persona assistita si individualizza e la relazione terapeutica assume la forma di una partnership, piuttosto che di una relazione di dipendenza da un’autorità (la persona terapeuta come esperta della vita della persona assistita). Ciò è legato in particolare ai principi di cooperazione, di onorare l’individualità e di far crescere le soluzioni citati sopra.
In un approccio orientato alla soluzione si distinguono due forme principali di «conoscenza» o di «competenza»: la competenza sul contenuto e la competenza sul processo (Berg & Miller, 1992; De Jong & Berg, 2012; de Shazer et al., 2007; Guterman, 2014). Mentre il processo si riferisce a ciò che le figure terapeutiche fanno per facilitare il cambiamento (per esempio metodi e tecniche), il contenuto si riferisce agli oggetti del cambiamento in una data teoria clinica (Guterman, 2014). La competenza relativa al contenuto riguarda dunque la vita della persona assistita, i significati degli eventi della sua vita, ecc. Le persone assistite possono descrivere diverse situazioni problematiche (paura del buio, problemi di coppia, disturbi alimentari, ecc.), possono citare diverse classificazioni professionali o «popolari» dei problemi (per esempio depressione, bassa autostima, mancanza di comunicazione, anoressia) o diversi concetti professionali (sistema, confini, schema cognitivo, autorealizzazione, proiezione, ecc.); oppure possono descrivere vari tentativi precedenti di risolvere la situazione (per esempio «ho cercato di riprogrammare il mio modo di pensare», «ho praticato la meditazione»). In tutti questi ambiti, anche le figure terapeutiche possono pensare molte cose in base alla propria esperienza, all’esperienza di altre persone assistite, alla letteratura professionale, ecc. Tutte queste idee possono essere classificate come competenza sul contenuto, guidata dalla domanda «che cosa?», quando si esplorano temi che la persona assistita menziona in qualche modo.
Un altro tipo di competenza è quella relativa al processo, legata alla domanda «come?». In questo caso, il sapere della persona terapeuta riguarda il modo di condurre una conversazione d’aiuto. Anche questo sapere si basa sulla competenza, sulla formazione e sull’esperienza con la clientela, e ogni approccio terapeutico o di counseling offre i propri sistemi di conoscenza su come condurre il processo di cambiamento nella consultazione. Nella SFBT, la competenza sul processo riguarda principalmente come agganciare le persone assistite e sviluppare con loro la cooperazione (una relazione terapeutica); come definire in modo collaborativo, insieme a loro, la direzione del lavoro comune (un futuro preferito); e come aiutare la persona assistita a usare le risorse disponibili per avanzare verso il cambiamento desiderato (De Jong & Berg, 2012).
Il modo in cui le figure terapeutiche gestiscono la propria competenza sul contenuto e sul processo influisce molto sull’andamento della cooperazione con la clientela. L’atteggiamento del «non sapere» o della «curiosità costruttiva» citato sopra si riferiva alla capacità della persona terapeuta di mettere da parte il proprio sapere sul contenuto (competenza sul contenuto) per valorizzare il «sapere» locale costruito insieme alla persona assistita, comprese le sue risorse uniche.
Osservando da vicino sedute terapeutiche di SFBT, si nota che chi pratica la SFBT occupa di solito una certa «posizione conversazionale»1, dalla quale cerca di guidare la capacità della persona assistita di sviluppare una soluzione con il minimo possibile di competenza sul contenuto da parte della persona terapeuta. Michael White, autore di riferimento della terapia narrativa, distingue quattro posizioni della persona terapeuta nella conversazione, a seconda che abbia un’influenza e che si trovi al «centro» della terapia o in posizione «decentrata» (White & Morgan, 2006). Ho tradotto questa tipologia in uno schema semplice, ispirato anche allo schema dello stesso White (si veda la Fig. 1). Questo schema può essere utile per riflettere sulla posizione della persona terapeuta e, in particolare, sulla sua competenza sul contenuto e sul processo.

Lo schema presentato mostra chiaramente che le figure terapeutiche dovrebbero muoversi nella metà superiore dello schema, cioè nella zona in cui hanno una certa influenza. Se non avessero alcuna influenza sulla conversazione e sul processo di cambiamento, sarebbe inutile per la persona assistita rivolgersi a loro. Se durante la conversazione la persona terapeuta si trova in una situazione in cui non ha alcuna influenza sul processo di cambiamento (cioè non contribuisce affatto al cambiamento desiderato), dovrebbe riflettere su questo fatto e compiere alcuni passi per tornare a essere utile alla persona assistita. Il monitoraggio sistematico degli esiti o il feedback della clientela svolgono qui un ruolo cruciale, così come la supervisione e la pratica deliberata delle figure terapeutiche (Miller et al., 2020; Prescott et al., 2017).
La seconda dimensione dello schema di White indica se la persona terapeuta occupa una posizione centrale o decentrata nel processo di cambiamento. Se si trova nell’immaginario «centro» della terapia, è la protagonista del cambiamento. In questa posizione vengono privilegiati anche la sua esperienza e il suo sapere, mentre si trascura il fatto che la persona assistita è esperta della propria vita, e la sua «voce» si sente meno (Anderson, 1997; Peller & Walter, 2000; White & Morgan, 2006). Questa posizione corrisponde a una certa immagine culturale della psicoterapia: la persona terapeuta è spesso percepita come esperta nel predisporre il cambiamento e nel condurre «l’intervento giusto» (sotto forma di consigli, domande, interpretazioni o altre tecniche), e come il fattore più importante del processo di cambiamento. Se l’intervento «non funziona», la persona terapeuta resta al centro, ma al tempo stesso perde influenza e può essere ritenuta responsabile e incolpata del fallimento. Se invece l’intervento della persona terapeuta che occupa una posizione centrale è efficace, è lei a diventare l’«eroina» principale del processo di cambiamento. Ciò comporta però che la persona assistita assuma automaticamente la posizione di chi non è competente, di chi ha un deficit e ha bisogno di sostegno. In tal caso anche il sapere della persona assistita viene trascurato. In questo contesto, è interessante che la ricerca in psicoterapia mostri l’importanza vitale delle risorse della clientela e della sua partecipazione al processo di cambiamento; la persona terapeuta dovrebbe quindi impegnarsi perché l’«eroina» principale della terapia sia la persona assistita e non sé stessa (Duncan et al., 2004, 2010).
La posizione preferita della persona terapeuta che utilizza la SFBT si colloca (come nell’approccio narrativo) nel quadrante dell’influenza associata al decentramento, dove l’«eroina» principale dell’intero processo è la persona assistita, il cui ruolo nel processo di cambiamento è sottolineato più di quello della persona terapeuta. Per questo la SFBT attribuisce di solito grande importanza alla competenza relativa al processo, cioè alla conoscenza delle procedure e degli strumenti conversazionali e dei modi di contestualizzarli nelle sedute, affinché permettano alle persone assistite di sviluppare il cambiamento che desiderano e di esserne le protagoniste. La competenza relativa al contenuto può molto facilmente collocare la persona terapeuta al centro degli eventi (a causa del suo «sapere») e indebolire le competenze della persona assistita. Al contrario, la competenza sul processo permette alla persona terapeuta di trovare modi creativi per rendere possibile il modo unico in cui la persona assistita crea il cambiamento (Lipchik, 2018).
Queste idee suggeriscono che nella SFBT potrebbe essere inammissibile possedere o mostrare una qualsiasi competenza relativa al contenuto. Una simile visione è però troppo semplicistica. In generale, sebbene la SFBT preferisca la competenza sul processo per le ragioni esposte, ciò non significa che chi pratica la SFBT non debba mai proporre idee e spunti propri, né che non debba mai trovarsi per un momento in posizione centrale (de Shazer et al., 2007). Lipchik afferma: «Non penso che dovremmo fornire informazioni fin dall’inizio, prima di aver provato ad aiutare la clientela a trovare le proprie soluzioni. Ma quando sembra evidente che abbiamo informazioni che mancano alla clientela, possiamo offrirle in modo rispettoso, lasciando spazio alla scelta» (Lipchik, 2018, p. 86). A questo riguardo, nella SFBT sono essenziali due abilità complementari: la capacità di coltivare la curiosità e il non sapere, e la capacità di proporre le idee di contenuto della persona terapeuta in modi rispettosi e utili, e al momento giusto. Paradossalmente, cercare di rinunciare alla competenza sul contenuto in alcuni contesti può essere segno di una flessibilità insufficiente della persona terapeuta e di un basso livello di abilità nella SFBT, così come offrire competenza sul contenuto in un contesto in cui sarebbe più utile una pura competenza sul processo.
Nella parte successiva dell’articolo, l’attenzione si sposterà sui modi di lavorare con la competenza relativa al contenuto non solo della persona terapeuta, ma anche di varie altre persone coinvolte, in accordo con i principi della SFBT. Ciò riguarda soprattutto l’impegno a offrire un approccio individuale, l’efficacia (compresa la posizione centrale della persona assistita nel processo di cambiamento) e la competenza sul processo (cioè come condurre la consultazione affinché diverse prospettive possano essere valorizzate nelle conversazioni).
Modi giocosi di introdurre diverse «voci» nella conversazione (Peller & Walter, 2000) possono aiutare a superare il dilemma contenuto/processo legato alla competenza della persona terapeuta. La conversazione può arricchirsi di diverse prospettive, compresa quella della persona assistita e quella della persona terapeuta. Si possono presentare varie prospettive come uno speciale «menù» tra cui la persona assistita può scegliere ciò che per lei ha senso (si veda l’esempio clinico 1).
Ho lavorato con un cliente di 25 anni, dimesso da un ospedale psichiatrico dopo diversi anni di ricovero, che si stava impegnando per tornare alla «normalità». C’erano già stati miglioramenti parziali (aveva ripreso gli studi universitari, aveva riallacciato alcune relazioni importanti, ecc.), ma ciononostante, al terzo incontro, tornò sul passato e su cose che faceva un tempo e di cui ora, a posteriori, si vergogna.
C: Come dovrei sentirmi per quello che ho fatto?
T: (sorpreso) Come dovrebbe sentirsi per quello che ha fatto?
C: Voglio dire… dovrei vergognarmi o no?
T: Ha bisogno di arrivare a una ragione, una spiegazione, un chiarimento o qualcos’altro? (C annuisce di continuo) Mmh… supponiamo che Lei ottenga la spiegazione o il chiarimento di cui ha bisogno: che differenza farebbe?
C: Be’, in qualche modo devo accettarmi… devo accettare il fatto di averlo fatto… be’, non so… è dura…
T: Mi permetta di fare un piccolo esperimento… se potessimo chiedere a qualcuno di cui apprezza il punto di vista, chi sarebbe?
C: Una psicologa dell’ospedale psichiatrico.
T: Se potessimo farle questa domanda, come dovrebbe sentirsi Lei per quello che ha fatto, che cosa Le direbbe?
C: Credo che mi direbbe che avevo vissuto un trauma e che non riuscivo a farvi fronte bene.
T: E com’è questo per Lei? Che cosa Le porta questa prospettiva rispetto all’accettarsi e all’accettare il fatto di averlo fatto?
C: Fa schifo, ma è tipo sopportabile…
T: E c’è qualcun altro il cui punto di vista potrebbe esserLe utile?
(abbiamo esplorato altre due prospettive, quella di sua madre e quella di un amico conosciuto in ospedale, poi gli ho chiesto se volesse invitare altre prospettive)
C: Be’… mi interesserebbe qualche parere esperto.
T: Mmh, alcune persone esperte potrebbero dire che Lei ha qualche difetto genetico o qualche squilibrio nel cervello che a un certo punto si è semplicemente manifestato e che si è dovuto gestire in qualche modo con le pastiglie, con la terapia e con tutto quello che ha passato… Le sembra sensato? (C annuisce) Altre persone esperte altrettanto autorevoli potrebbero dire che Lei l’ha fatto perché in una certa fase della Sua vita era sotto molto stress, sotto una forte pressione, e la Sua psiche fragile non ha retto, tutto è crollato e Lei si trovava in uno stato in cui non poteva controllare le Sue azioni… (C annuisce di continuo). E altre ancora, me compreso, proporrebbero un sacco di spiegazioni diverse. Le piacerebbe sentire la mia prospettiva?
C: (con molto interesse) Sì, sì, certo.
T: Le direi, per quanto mi riguarda, che sono rimasto molto colpito dal fatto che Lei sia uscito dal peggio (C: (sorpreso) Davvero? ), perché vedo un’enorme quantità di lavoro dietro i Suoi progressi, dietro il fatto di essere a 6,5 su quella scala… sa, sei mesi fa era a 0… quindi per me, visto che mi chiede la mia opinione, noto molto di ciò che ha fatto per sé stesso e penso che quelle cose del passato di cui si vergogna facciano parte della Sua storia, anche se ovviamente non La rendono felice… (C: Certo), ma ci sono altre parti della storia a cui sembra aver tenuto testa bene… la Sua storia è molto più ricca: contiene una parte che La fa vergognare, ma contiene anche una parte che forse merita di renderLa orgoglioso di sé, del lavoro che ha fatto…
C: Mmh… sì, be’…
T: Quando Le ho offerto varie risposte possibili alla Sua domanda, Le ha portato qualcosa di utile rispetto all’accettarsi e all’accettare il fatto di aver fatto tutto questo?
C: Be’… adesso è difficile dirlo, non si tratta di dire sì o no a questo… credo che ora per me sia più importante concentrarmi sul tornare alla normalità e non lasciare che una cosa del genere succeda di nuovo…
Nella SFBT la persona terapeuta cerca anzitutto di mettere in luce le risorse della persona assistita, che si manifestano per esempio nelle eccezioni, nei cambiamenti tra una seduta e l’altra, nelle strategie di fronteggiamento, nella fiducia nel cambiamento o nelle «chiacchiere informali» (De Jong & Berg, 2012; de Shazer, 1985). Tutti questi ambiti esplorano la competenza della persona assistita sul contenuto, cioè il suo sapere sulla propria vita. La persona terapeuta, in posizione di esperta del processo, offre elementi procedurali affinché le persone assistite possano scoprire e sviluppare questi aspetti nella conversazione e collegarli alle direzioni che preferiscono. Le risorse che la persona assistita ha acquisito in questo modo in passato sono la via più semplice e più valorizzante per andare avanti. D’altra parte, la persona assistita dispone anche delle risorse per ottenere nuove risorse (nuove conoscenze, abilità, esperienze, motivazione, ecc.). Non si tratta quindi di risorse direttamente adatte a muoversi verso ciò che desidera (il futuro preferito), ma di risorse utilizzabili per imparare qualcosa di nuovo. Ciò significa che le persone assistite non sono limitate a ciò che già sanno, ma possono attingere anche a ciò che ancora non sanno ma sono in grado di imparare.
Tomasz Switek (comunicazione personale) ha richiamato la mia attenzione su questa questione anni fa. Riprendendo il suo esempio in una versione leggermente modificata, possiamo immaginare un uomo che vuole scalare l’Everest. Le risorse più preziose e più facili da usare saranno quelle basate sulla sua esperienza (per esempio sa camminare e arrampicare, sa usare l’attrezzatura da arrampicata, sa mantenere l’equilibrio, riesce a muoversi in un ambiente povero di ossigeno, sopporta gli sbalzi improvvisi di temperatura, sa leggere le carte, ha il denaro per pagarsi la spedizione, ha sviluppato la forza di braccia e gambe, parla diverse lingue, ecc.). Inoltre, lo scalatore può procurarsi altre risorse, come informazioni da qualcuno che è già stato sull’Himalaya o da pubblicazioni specializzate, abilità acquisite in corsi e allenamenti professionali, ecc. Qui il cliente deve usare le proprie risorse (contatti, denaro, capacità di trovare informazioni, ecc.) per imparare queste cose nuove e poi usarle come risorse proprie quando scalerà la montagna.
Applicando questa metafora alla terapia, possiamo dire che le situazioni che le persone assistite descrivono come problemi possono di solito essere descritte anche come situazioni di «stallo» (Watzlawick et al., 1974), in cui non riescono a mobilitare le proprie risorse né direttamente per creare un cambiamento (una soluzione), né per creare le nuove risorse di cui hanno bisogno per avanzare verso la soluzione (de Shazer, 1991). Per questo si rivolgono a una figura terapeutica: per ottenere queste nuove risorse e andare avanti. Grazie all’«effetto a catena», cioè alla diffusione dei cambiamenti nei sistemi (de Shazer, 1985), di solito basta usare risorse già disponibili ma non ancora utilizzate per ottenere almeno un piccolo spostamento verso il futuro preferito, e l’intera spirale di apprendimento o di risorse si rimette in moto. È il processo di cambiamento più comune nelle consultazioni di SFBT. In alcuni casi può essere opportuno concentrarsi sull’acquisizione mirata di nuove risorse che la persona assistita deve sviluppare ma di cui non dispone ancora, e di cui forse non ha nemmeno idea. In questi casi, le risorse a sua disposizione (denaro, tempo, abilità attuali, motivazione, ecc.) possono servire a creare risorse che non ha ancora acquisito (per esempio nuove abilità). È allora che la competenza orientata al contenuto può aiutare a guidare la persona assistita in una direzione utile.
Per capire dove cercare un «sapere» orientato alle risorse della persona assistita (competenza relativa al contenuto) e dove trovare ispirazione, ho creato un modello semplice, chiamato «Torta dell’ispirazione». Il modello si ispira in parte al «Data situations circle» sviluppato da Tomasz Switek (Switek, 2014). Ho scelto il nome «Torta dell’ispirazione» non solo per la forma dello schema (si veda la Fig. 2 qui sotto), ma anche perché, come nelle torte, il meglio si nasconde al centro; ma anche la «crosta» esterna ha la sua importanza. Questo modello può aiutare le figure terapeutiche a decidere come lavorare con diversi tipi di conoscenze e abilità.

La Torta dell’ispirazione comprende diversi livelli (si procede dall’interno verso l’esterno; i numeri corrispondono a quelli della Fig. 2):
Ci sono molti modi giocosi di lavorare con la Torta dell’ispirazione. In sostanza, le figure terapeutiche dovrebbero seguire alcuni principi:
Durante una sessione di una formazione in psicoterapia di lunga durata, con circa 15 persone partecipanti, ho condotto una consultazione con un cliente di circa 50 anni che lamentava problemi alla mano. Ho chiesto alle persone in formazione di formare tre gruppi e ho concordato con loro e con il cliente che uno dei gruppi avrebbe fatto da équipe riflessiva (Johnson et al., 1997; Peller & Walter, 2000) e che agli altri due sarebbe stato assegnato un compito durante la consultazione, a seconda di ciò che sarebbe emerso. Il cliente raccontò di aver lavorato per tutta la vita in una fabbrica di fari per automobili. Due anni prima, però, aveva sviluppato forti tremori e un progressivo intorpidimento di entrambe le mani. Si era sottoposto a vari esami medici, a diverse forme di trattamento, a riabilitazione e a soggiorni termali. Una mano era migliorata col tempo, tanto che poteva svolgere con essa le attività normali, ma l’altra non migliorava: spesso tremava in modo incontrollabile e non riusciva a tenere niente in mano (per esempio, riusciva ad afferrare una tazza di tè, ma non a portarla dalla cucina al soggiorno). Aveva consultato le massime autorità mediche del nostro Paese in fatto di mani, ma solo un medico aveva affermato di essersi già imbattuto in un caso simile; il resto non era affatto sicuro. Non sapendo più che fare, i medici avevano concluso che il problema era «psicosomatico» e lo avevano indirizzato alla terapia. Più avanti nella seduta, alle domande centrate sul futuro preferito rispose che gli sarebbe piaciuto avere qualche idea su cosa fare perché la mano funzionasse. Quando esplorai che differenza avrebbe fatto avere qualche buona idea, rispose che avrebbe potuto trovare un altro lavoro (non poteva tornare in fabbrica), che avrebbe potuto fare gite con la moglie e con i figli e le figlie (gli piaceva molto visitare luoghi storici e amava anche andare nei centri benessere con la famiglia) e che avrebbe potuto iniziare a nuotare in piscina. Durante la consultazione abbiamo esplorato momenti del futuro preferito (situazioni in cui accade, almeno un po’, qualcosa di ciò che vorrebbe vedere accadere), ciò che aveva funzionato bene nella guarigione dell’altra mano, ciò che lo aiutava a farcela, i momenti in cui faceva qualcosa di utile per la mano ancora malata, e la sua fiducia nel cambiamento. Mi sono poi rivolto alle persone in formazione divise in gruppi e, insieme al cliente, abbiamo chiesto a un secondo gruppo di riflettere su tutto ciò che avevano colto come qualcosa che per lui aveva funzionato, e a un terzo gruppo di concentrarsi su varie idee di cos’altro potesse provare. Ho poi chiesto al primo gruppo, l’équipe riflessiva, le sue riflessioni e ho proposto al cliente di ascoltare la conversazione del gruppo e, se qualcosa lo toccava, di prenderne nota o di ritrovarlo nella registrazione (la consultazione veniva registrata sul suo cellulare, con il suo consenso); e se veniva detto qualcosa che non gli sembrava pertinente, poteva semplicemente metterlo da parte. Quando il gruppo ebbe finito, gli chiesi se avesse voglia di tornare su qualcosa di quanto detto e di svilupparlo in qualche modo, o se preferisse il contributo di un altro gruppo. Il cliente prese alcuni appunti e chiese che un altro gruppo esaminasse ciò che già funzionava. Quando questo gruppo ebbe concluso il suo contributo, gli chiesi di nuovo se ci fosse qualcosa su cui volesse tornare o se volesse passare direttamente al terzo gruppo. Chiese il terzo gruppo, che offrì varie idee, per lo più basate su ciò che era emerso durante la consultazione o nelle riflessioni precedenti. Gli chiesi poi di nuovo se ci fosse qualcosa su cui volesse tornare, se avesse trovato qualche spunto interessante. Rispose che sentiva di aver ascoltato molte idee diverse e che avrebbe voluto riprenderle e rifletterci più avanti. Ricordò, per esempio, di essere stato colpito dall’idea di frequentare qualche seduta di terapia di coppia in cui la coppia sarebbe stata formata da lui e dalla sua mano tremante. Lo sorprese anche l’osservazione di uno dei gruppi secondo cui la sua mano si era visibilmente calmata durante la seduta mentre descriveva quanto gli piacesse visitare luoghi d’interesse con la famiglia. Lo incuriosì inoltre l’idea di rivolgersi al medico, l’unico che si fosse imbattuto in un caso simile al suo, per chiedergli se qualcosa avesse aiutato quell’altro paziente. Abbiamo concluso la seduta con una conversazione su quali altre prospettive gli sarebbe piaciuto avere, e il cliente ha stilato un piccolo elenco dei luoghi in cui avrebbe potuto trovare altre idee interessanti. Alla fine della seduta ha riferito di non aspettarsi di ricevere una tale varietà di prospettive interessanti, di avere altre idee su cosa provare e su dove trovare magari prospettive ancora più stimolanti, e di credere che qualcosa di tutto questo lo avrebbe fatto andare avanti. Si è convenuto che, se avesse avuto bisogno di un’altra seduta, avrebbe potuto prenotarla di nuovo; il cliente ha dichiarato che, se avesse prenotato altre sedute, avrebbe sicuramente accolto con piacere di nuovo la presenza dei tre gruppi.
Nel caso descritto, il modello della Torta dell’ispirazione è stato usato in modo piuttosto implicito. La maggior parte dello spazio è stata dedicata all’esperienza del cliente (momenti del futuro preferito, fiducia nel cambiamento, fronteggiamento), ma ci sono stati anche cambiamenti percepiti durante la seduta (il tremore della mano si è calmato in alcuni momenti della consultazione) o idee per usare risorse potenziali (per esempio il medico che si era già imbattuto in un caso simile, o la terapia di coppia con una mano tremante).
Un altro esempio di lavoro pratico più esplicito e strutturato con i diversi strati della Torta dell’ispirazione può essere l’«esercizio Klondike», adattato per il lavoro con l’infanzia. Klondike è il nome di una regione di estrazione dell’oro e, in senso figurato, allude alla possibilità di arricchirsi in fretta. Nell’ambito dell’attività, la persona terapeuta può invitare la bambina o il bambino e i genitori a giocare alla ricerca di un giacimento d’oro, e raccontare storie di cercatori d’oro: quanto è difficile trovare un giacimento, quanto è facile non accorgersene e quanto è importante rivendicarlo in fretta e iniziare a sfruttarlo… La persona terapeuta può poi preparare un grande foglio di carta (A3 o più grande) e semplici cartoncini (carta tagliata in formato A5) con domande su ambiti diversi (per esempio «Che cosa pensi di aver già fatto bene?», «Che cosa pensa la mamma che ti abbia funzionato bene?», «Che cosa direbbe X, tra le tue amicizie, di ciò che ti riesce bene?», «Conosci qualcuno che ha risolto qualcosa come te? Che cosa è stato d’aiuto? Che cosa ti consiglierebbe?», «Che cosa dicono i libri saggi su come superare problemi simili?», ecc.). Trovo utile creare le domande insieme alle persone assistite, in un linguaggio su misura e comprensibile per loro. Vale anche la pena di valutare se mantenere le domande più generali («Che cosa ti riesce bene?») o più mirate («Che cosa ti riesce bene rispetto a ciò su cui stiamo lavorando qui?»). Ad alcune domande si può rispondere durante la seduta (quelle che coinvolgono altre persone possono essere esplorate in modo circolare); altre si possono portare a casa per trovare le risposte con il sostegno dei genitori o di altre persone di riferimento (si possono interpellare amicizie di scuola, parenti, il corpo docente, figure terapeutiche o altre figure professionali che lavorano con la famiglia; si può anche cercare su Internet, usare social network adeguati, ecc.). Con tutti i cartoncini di domande e risposte, la persona terapeuta e la persona assistita possono poi comporre una mappa del giacimento. Si lascia a chi gioca il compito di dipingere lo sfondo e poi di incollare i fogli nel punto che preferisce del grande foglio. Ci si può quindi concentrare su una zona scelta dalla persona assistita e verificare nella pratica se era aurifera o no (cioè se l’idea ha funzionato).
Considerati le insidie e i vantaggi del fatto che le figure terapeutiche condividano il proprio sapere e mostrino la propria competenza sul contenuto, vorrei concludere proponendo alcune linee guida per comunicare le proprie idee alla persona assistita nella SFBT:
Complexe Systémique: punti chiave
L’articolo dissipa un fraintendimento persistente: la posizione del non sapere non è un invito al silenzio. Zatloukal la riformula come «curiosità costruttiva» e separa due tipi di competenza: la competenza sul processo, che la persona terapeuta assume pienamente, e la competenza sul contenuto, che viene proposta solo con cautela. La Torta dell’ispirazione dà a questa cautela una forma pratica: il sapere tratto dall’esperienza stessa della persona assistita sta al centro, mentre quello delle persone significative, della ricerca o della persona terapeuta si colloca negli strati esterni. Da un punto di vista sistemico, il suo valore sta nel moltiplicare le voci: offrire almeno tre prospettive, lavorare con un’équipe riflessiva, lasciar scegliere la persona assistita permette di mantenerla al centro senza privare la seduta di idee nuove. Il limite è quello di un articolo clinico privo di dati: l’ordine degli strati si basa sull’esperienza dell’autore, non su una valutazione. Da leggere insieme a l’articolo sul passaggio dall’intervento esperto alla conversazione collaborativa e a l’articolo sulla tecnica del cerchio centrata sulla soluzione.
Note dell’originale
1 Nell’analisi del discorso questo processo è di solito chiamato «posizione del soggetto» o «posizionamento interazionale»; in questo testo l’attenzione è rivolta principalmente alla posizione delle figure terapeutiche nelle loro relazioni con la clientela (Madill et al., 2005; Madill & Barkham, 1997).
2 Sebbene l’espressione «basato sull’evidenza» possa forse evocare la visione modernista dell’«oggettività» e della «verità», qui è usata nel senso di qualcosa che è stato osservato o vissuto. Questo tipo di evidenza svolge un ruolo importante nella SFBT. Senza di essa non avrebbe senso fare di più di ciò che funziona (de Shazer et al., 2007), né offrire complimenti (basati sull’evidenza) (Ratner et al., 2012).
Finanziamento. Pubblicazione in accesso aperto sostenuta dalla National Technical Library di Praga.
Conflitto di interessi. Non sussistono conflitti di interessi.
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Traduzione non ufficiale di The Pie of Inspiration: Positioning the Therapist’s and Client’s Knowledge in Solution-Focused Brief Therapy, di Leoš Zatloukal, Contemporary Family Therapy, vol. 46, no 1 (2024), doi: 10.1007/s10591-023-09663-y, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabella presentata sotto forma di elenco). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «The Pie of Inspiration: Positioning the Therapist’s and Client’s Knowledge in Solution-Focused Brief Therapy», pubblicato in Contemporary Family Therapy (2024) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo dell’autore è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato in testa a questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Zatloukal, L. (2024). The Pie of Inspiration: Positioning the Therapist’s and Client’s Knowledge in Solution-Focused Brief Therapy. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/the-pie-of-inspiration-positioning-the-therapists-and-clients-knowledge-in-solution-focused-brief-therapy (Opera originale pubblicata nel 2023 in Contemporary Family Therapy, 46(1), 87-99 (2024); ripubblicata nel 2024 da Contemporary Family Therapy, https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-023-09663-y)
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