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Health SA Gesondheid · Pratica sistemica
Desensibilizzazione sistematica, realtà virtuale, EMDR: i metodi noti con una sigla spesso alleviano bene le fobie. Ma le loro teorie guardano all’interno dell’individuo e trascurano ciò che accade tra le persone. A partire da due casi, una donna che ha appena perso la madre e un dirigente bancario che si sente invecchiare, David P. Fourie mostra la fobia presa in una rete di relazioni, e la relazione terapeutica all’opera in ciascuna di queste tecniche.
Traduzione non ufficiale in italiano di Treating phobias or treating people? Of acronyms and the social context, di David P. Fourie, pubblicato in Health SA Gesondheid (AOSIS) (2006), doi: 10.4102/hsag.v11i3.235, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Il riassunto in afrikaans («Opsomming») non è riprodotto. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Resoconti di questo tipo danno spesso l’impressione che a essere trattata sia la fobia piuttosto che la persona fobica, e che la presenza di chi conduce la terapia sia quasi accessoria.
David P. Fourie
Abstract
Le fobie sono tra i disturbi più comuni che giungono all’attenzione di chi si occupa di trattamento. Classicamente, il trattamento d’elezione era la DS (desensibilizzazione sistematica), talvolta combinata con l’ipnosi. Più di recente, le procedure di RV (realtà virtuale) e l’EMDR (desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) sono emerse come alternative promettenti. La DS e le procedure di RV sono operazionalizzazioni della TCC (terapia cognitivo-comportamentale) e si fondano sulla teoria dell’apprendimento, mentre l’EMDR è di solito considerato in una prospettiva psiconeurologica. I risultati generalmente buoni ottenuti con i metodi noti con queste sigle sono spesso presi come conferma della solidità della teoria sottostante. Queste teorie, tuttavia, sottorappresentano gli aspetti interpersonali o sociali del comportamento fobico. Aggiungere un’attenzione interpersonale alla visione generalmente intrapersonale di questo comportamento spiega in modo molto più completo sia il successo delle consuete procedure di trattamento sia i fallimenti, relativamente rari. Attraverso illustrazioni cliniche, questo articolo mette in luce il modo in cui il comportamento fobico è spesso inserito in una matrice di influenze interpersonali e sociali e propone di utilizzarle in modo più deliberato ed efficace nel trattamento delle persone che soffrono di fobie.
Parole chiave: fobie; desensibilizzazione sistematica (DS); realtà virtuale (RV); desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari (EMDR); terapia cognitivo-comportamentale (TCC); elaborazione della memoria; costruzionismo sociale
Molte persone si rivolgono a chi si occupa di trattamento lamentando paure irrazionali o fobie. Queste percorrono l’intero alfabeto, dall’aracnofobia (paura dei ragni) alla zoofobia (paura degli animali). Come indicano i nomi, queste paure sono legate a determinati oggetti, determinati luoghi o determinati eventi. La paura è considerata irrazionale se la persona teme qualcosa che la maggior parte delle altre persone non teme, oppure se l’intensità della paura è maggiore che nella maggior parte delle persone. Un esempio del primo caso sarebbe la paura della carta (papirofobia), che la maggior parte delle persone non prova, e un esempio del secondo sarebbe la paura dei serpenti (ofidiofobia), che la maggior parte delle persone prova, ma non al punto di stare sempre all’erta per avvistare serpenti.
La spiegazione convenzionale o profana dell’esistenza delle fobie, ossia che la persona debba essere stata spaventata in passato dall’oggetto nocivo, è stata legittimata e formalizzata dall’emergere della teoria dell’apprendimento e della terapia cognitivo-comportamentale (TCC) che ne è derivata. I concetti di generalizzazione e di rinforzo potevano ora chiarire perché chi da bambino è stato morso da un grosso cane possa, da adulto, avere paura di tutti i cani, grandi o piccoli. Divenne chiaro anche l’effetto di rinforzo dell’evitamento.
Fondato sulla teoria dell’apprendimento, il trattamento delle fobie divenne piuttosto semplice ed efficace (Nolen-Hoeksema, 2004:178-202). Una possibilità è esporre la persona sofferente allo stimolo nocivo, senza possibilità di fuga, finché la paura non scompare (come nel flooding). Un altro modo, più dolce, consiste nell’esporla passo dopo passo a quantità crescenti dello stimolo nocivo finché questo non suscita più alcuna paura. Quest’ultimo metodo è la desensibilizzazione sistematica (DS), divenuta una sorta di trattamento standard delle fobie.
La DS si basa sull’osservazione che non si possono provare simultaneamente due emozioni opposte: facendo sì che la persona sofferente sia calma e rilassata in presenza dello stimolo nocivo, la risposta di paura si estingue (Barlow & Durand, 2005:23-24). Ripetendo l’esperienza, la persona disimpara a essere ansiosa in presenza dello stimolo specifico che in precedenza provocava l’ansia. Questa procedura fu utilizzata per la prima volta da Wolpe (1958:1-239) alla University of the Witwatersrand molti anni fa.
La DS può essere condotta in vivo, facendo rilassare la persona sofferente e facendola nello stesso tempo avvicinare sempre di più, per esempio, a un cane, finché non riesce a toccarlo senza apprensione. In alternativa, la DS può essere effettuata attraverso l’immaginazione (in vitro), sostituendo il cane con l’immagine mentale di un cane. Il grado in cui lo stimolo nocivo è percepito come «reale» è generalmente considerato molto importante per il successo di una procedura di DS. In questo senso, c’è chi considera la DS in vivo intrinsecamente superiore alla DS attraverso l’immaginazione, sebbene quest’ultima abbia alcuni vantaggi, come la possibilità di utilizzare una maggiore varietà di stimoli nocivi. Spesso la DS attraverso l’immaginazione è seguita da una DS in vivo per massimizzarne l’efficacia.
Poiché l’ipnosi può essere un ottimo veicolo sia per il rilassamento sia per il lavoro con le immagini, la DS è spesso condotta in ipnosi (per esempio, Bourgeois, 1982:509-517). Dato che la presunta superiorità della DS in vivo risiede nella differenza tra uno stimolo nocivo reale e uno immaginato (per esempio, un cane vero rispetto all’immagine di un cane), la «realtà» dello stimolo è diventata molto importante per il successo di una procedura di DS. È questa una delle ragioni alla base dell’uso combinato di DS e ipnosi: in ipnosi le immagini possono talvolta essere molto più nitide e «reali» che in una DS senza ipnosi.
Lo sviluppo della tecnologia informatica ha offerto un modo ancora migliore per accrescere la «realtà» delle immagini della DS. Si tratta della cosiddetta realtà virtuale (RV) che, nella sua forma più sofisticata, è spesso considerata quanto di più vicino esista all’oggetto «reale» della paura. La RV integra grafica computerizzata in tempo reale, dispositivi di tracciamento corporeo, schermi visivi e altri dispositivi di input sensoriale per immergere pazienti in un ambiente virtuale generato al computer. Il cane, per esempio, non deve più essere immaginato: ora può essere visto quasi con la stessa chiarezza che se fosse davvero un cane vero. Di più, può essere udito, toccato e perfino annusato, a seconda della sofisticazione della tecnologia (Rothbaum, Hodges, Kooper, Opdyke, Williford & North, 1995:626-628; Vincelli, 1999:241-248).
Un’altra modalità di trattamento delle fobie, piuttosto controversa e non fondata sulla TCC, è l’EMDR, o desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari. Questa procedura, «scoperta» in modo più o meno casuale da Francine Shapiro alla fine degli anni Ottanta, fu inizialmente applicata soprattutto al disturbo post-traumatico da stress, ma presto venne impiegata anche nel trattamento di molti altri problemi, tra cui le fobie. A differenza della DS, non si basa sulla teoria dell’apprendimento. Teorizza piuttosto il modo in cui l’informazione viene elaborata nel cervello: afferma che in generale il sistema umano di elaborazione dell’informazione porta i molteplici elementi delle esperienze a uno stato adattivo, ma che, se l’informazione legata a un’esperienza traumatica non viene elaborata del tutto, le percezioni iniziali, i pensieri distorti e le emozioni vengono immagazzinati così come sono stati vissuti al momento dell’evento. Queste esperienze non elaborate causano disturbi e comportamenti disfunzionali attuali. L’EMDR li allevia rielaborando le componenti del ricordo angosciante. Si utilizzano movimenti oculari laterali ritmici per orientare l’attenzione della persona assistita verso uno stimolo esterno, mentre contemporaneamente le si chiede di concentrarsi sul materiale interno angosciante.
Tutte queste modalità di trattamento sembrano produrre buoni risultati, anche se le prove sono meno chiare per l’EMDR. La DS e le varianti del trattamento basato sull’esposizione vantano una lunga storia di successi (Barlow & Durand, 2005:141-148; Nolen-Hoeksema, 2004:178-202; Zinbarg, Barlow, Brown & Hertz, 1992:235-267) che non occorre ripetere qui.
Trattandosi di uno sviluppo relativamente recente, l’efficacia della RV è ancora oggetto di indagine. In uno studio condotto in Olanda da gruppi di ricerca della Delft University of Technology e della University of Amsterdam, non sono state riscontrate differenze di efficacia tra la DS in vivo e una procedura di RV a basso costo (Emmelkamp, Krijn, Hulsbosch, De Vries, Schuemie & Van der Mast, 2002:509-516). Entrambe le modalità di trattamento hanno prodotto un miglioramento significativo ed equivalente della paura delle altezze, e il miglioramento si manteneva al follow-up a sei mesi. In un altro studio sull’acrofobia, Rothbaum et al. (1995:626-628) hanno rilevato che il trattamento con esposizione graduata in RV riusciva a ridurre la paura delle altezze. In un articolo di rassegna, Krijn, Emmelkamp, Olafsson e Biemond (2004:259-281) hanno concluso che, mentre finora la RV si è dimostrata efficace per la paura delle altezze e la paura di volare, per le altre fobie la ricerca disponibile non è conclusiva.
Sull’EMDR c’è molta controversia, e il suo ruolo nel trattamento delle fobie non è meno controverso di quello relativo ad altri disturbi. In una rassegna, De Jongh, Ten Broeke e Renssen (1999:69-85) hanno concluso che gli studi sull’applicazione dell’EMDR alle fobie specifiche dimostrano che può produrre miglioramenti significativi in un numero limitato di sedute. Per esempio, nel trattamento della fobia dei ragni in età infantile, l’EMDR si è rivelato più efficace di una condizione di controllo con placebo, ma meno efficace dell’esposizione in vivo. Chi firmava quella rassegna avvertiva quindi che il sostegno empirico all’EMDR per le fobie specifiche è ancora scarso e che occorre pertanto rimanere prudenti. In seguito, tuttavia, il gruppo di De Jongh (De Jongh, Van den Oord & Ten Broeke, 2002:1489-1503) ha presentato quattro studi di caso, in tutti i quali due o tre sedute di EMDR sembravano produrre risultati clinicamente significativi: tutte le persone trattate si sono sottoposte, entro tre settimane dal trattamento, alle cure dentistiche che temevano di più. Al contrario, in una rassegna di 34 studi, Davidson e Parker (2001:305-316) hanno concluso che l’EMDR non sembrava più efficace delle tecniche di esposizione, e le evidenze suggerivano che i movimenti oculari, parte integrante del trattamento e del suo nome, fossero superflui. Nel tentativo di controllare gli effetti dell’attenzione, Goldstein, De Beurs, Chambless e Wilson (2000:947-956) hanno rilevato che le differenze tra l’EMDR e una condizione di controllo con placebo attentivo nel trattamento del disturbo di panico con agorafobia non erano statisticamente significative su nessuna delle diverse misure.
Sembra dunque lecito concludere che, allo stato attuale, tutti i metodi di trattamento indicati dalle sigle menzionate possono essere efficaci nel trattamento di almeno alcune fobie. Il trattamento basato sull’esposizione, sia in vitro sia in vivo sia nella virtualità, sembra in grado di alleviare i sintomi fobici. Sebbene sull’EMDR il verdetto sia ancora sospeso, le indicazioni lasciano pensare che anche questa modalità possa produrre risultati accettabili. Se in tal modo la filosofia della TCC alla base del trattamento basato sull’esposizione trova conferma, lo stesso non si può ancora dire della concezione dell’elaborazione della memoria su cui si fonda l’EMDR.
Entrambe queste concezioni, tuttavia, si concentrano in modi diversi su ciò che si suppone avvenga all’interno della mente individuale, senza prestare un’attenzione specifica alla matrice sociale in cui vive la persona interessata e in cui il comportamento fobico si manifesta. Sono teorie intrapsichiche più che sistemiche nella loro enfasi; il loro interesse principale è dentro l’individuo e non tra le persone. Anche se sia la TCC sia la concezione dell’elaborazione della memoria riconoscono che le fobie si producono nel mondo sociale – già trent’anni fa Hallam (1976:97-119) mostrava che i fattori sociali influenzano il comportamento fobico – la natura stessa delle teorie fa sì che gli aspetti sociali del comportamento fobico ricevano poco più di un’attenzione di passaggio e possano facilmente essere liquidati come «semplici» vantaggi secondari o come «semplici» fattori concomitanti. Non si tratta di una critica a chi pratica secondo queste concezioni, persone che per la maggior parte sanno certamente che le fobie non esistono in un vuoto sociale. La riflessione riguarda piuttosto le concezioni della TCC e dell’elaborazione della memoria che, in quanto teorie, sottovalutano gli elementi interpersonali del comportamento fobico, come fa la maggior parte dei resoconti di ricerca sulla DS, la RV e l’EMDR (per esempio De Jongh et al. 1999:69-85; Emmelkamp, Krijn, Hulsbosch, De Vries, Schuemie & Van der Mast, 2002:509-517; Rothbaum et al. 1995:626-628). La questione non è se questi approcci prendano in considerazione i fattori sociali, ma come li prendano in considerazione.
Adottando una prospettiva sistemica e socio-costruzionista (Hoffman, 1990:1-12; Loos & Epstein, 1988:149-167), questo articolo si propone di illustrare come il comportamento fobico sia spesso inserito in una rete di relazioni sociali, un radicamento di cui non si tiene sufficientemente conto nell’applicazione di nessuno dei metodi indicati da sigle, anche se sia la TCC sia la concezione dell’elaborazione della memoria riconoscono che il comportamento (fobie comprese) è socialmente informato (per esempio Barlow & Durand, 2005:141-148). Si considerino le due illustrazioni cliniche seguenti:
Gli esempi qui presentati non sono studi di caso in cui si descrivano, per esempio, il decorso del trattamento e il suo esito. Pur trattandosi di casi reali giunti in trattamento, vengono qui utilizzati solo come illustrazioni del modo in cui il comportamento fobico è spesso inserito in un contesto sociale.
Jane (pseudonimo) era una professionista nubile di 38 anni che aveva diviso il suo tempo tra il lavoro e la cura della madre, vedova, anziana e malata. Circa un anno prima che Jane fosse vista in psicoterapia, la madre morì. Benché ovviamente la madre le mancasse, Jane raccontò di aver deciso, in quel momento, di essere ormai «libera» e di voler vivere da allora in poi una vita «piena».
Per metterlo in pratica, si concesse una vacanza al mare. Durante il volo di ritorno, però, cominciò a provare un «disagio»: apprensione per il fatto di trovarsi in aereo e mancanza di respiro. Tornata al lavoro, iniziò ad affiorare una sensazione simile. Lavorava al quinto piano di un edificio di uffici e doveva percorrere una passerella che correva lungo il perimetro interno di un atrio chiuso. Sporgendosi dalla ringhiera poteva vedere, molto più in basso, l’atrio d’ingresso. Lavorava nello stesso ufficio da più di cinque anni senza provare alcun disagio, ma ora aveva il terrore di camminare fino alla porta del suo ufficio. E la situazione peggiorò costantemente. Alla fine riusciva ad andare e tornare dall’ufficio solo se una collega la conduceva per mano, mentre lei si teneva stretta al muro con gli occhi ben chiusi. Una volta in ufficio, la porta doveva restare chiusa ogni volta che era possibile. Non poteva più uscire durante la pausa pranzo come faceva un tempo. Trascorreva le sere e i fine settimana a casa, troppo in apprensione per avere una vita sociale. E il tempo passato a casa divenne un tempo di infelicità, poiché non riusciva a smettere di pensare al dover andare al lavoro il giorno dopo. Ovviamente il suo lavoro peggiorò. E poteva dimenticarsi il suo nuovo proposito di vivere una vita «piena». Tutto ciò la metteva in grande imbarazzo. Colleghe, colleghi e amicizie la conoscevano come una persona forte e premurosa, e ora era debole e dipendeva dagli altri per ogni suo spostamento.
Mentre la morte della madre avrebbe dovuto trasformare la vita di Jane da quella di una zitella confinata in casa a quella di una professionista che vive pienamente, la fobia comparsa ha agito come una retroazione che contrasta la deviazione, tenendo Jane prigioniera ma anche proteggendola dalle incertezze che la attendevano nel vasto mondo in cui pensava di entrare. Finché aveva a che fare con la fobia, era protetta, per esempio, dal doversi confrontare con gli uomini e con la propria sessualità, rimasta sopita in passato. Era come se la fobia sostituisse la madre assente, mantenendo Jane «al sicuro» dal mondo là fuori.
Data questa situazione, era improbabile che un trattamento della fobia basato soltanto sull’esposizione avrebbe risolto il problema. Occorreva qualcosa di più della DS, della RV o dell’EMDR.
Jack era un dirigente di 47 anni che lavorava per un grande conglomerato bancario; era sposato e aveva due figli adolescenti. Non si scomponeva facilmente e gestiva senza troppe difficoltà le tensioni del suo lavoro. La sua vita familiare era felice e aveva organizzato il suo impiego in modo da lavorare spesso da casa, rendendosi così più disponibile per la famiglia. Circa tre anni prima, tuttavia, si era scoperto riluttante a recarsi a una delle riunioni d’affari a cui doveva partecipare regolarmente all’estero. Mandò qualcun altro al suo posto, ma la volta successiva era ancora più riluttante a partire. In effetti, si rese conto di provare una vera e propria apprensione per il lungo volo. Questa volta però non poteva mancare alla riunione e riuscì a partecipare con l’aiuto di alcuni ansiolitici prescritti dal suo medico. Al ritorno continuò a prendere il farmaco per qualche tempo e la paura di volare scomparve del tutto, anche nei voli successivi.
Negli ultimi tempi, però, la paura era tornata e si era estesa ad altre situazioni. Ora, a volte, quando le riunioni d’affari si facevano tese, avvertiva un’apprensione simile alla paura di volare, cosa che prima non accadeva. Anche gli spostamenti in auto nell’ora di punta, che doveva fare per raggiungere l’ufficio, cominciarono a suscitare una paura simile. Non aveva alcuna spiegazione sull’origine della fobia, ma parlando con lui emerse gradualmente il quadro seguente: benché Jack avesse un discreto successo e fosse in generale rispettato nel suo lavoro, si stava rapidamente avvicinando a un’età che non è di moda negli ambienti bancari. Secondo lui, a 40 anni si comincia a essere considerati oltre il proprio apice; nell’organizzazione sono i giovani a emergere, e Jack era ben consapevole che diverse giovani persone brillanti aspettavano dietro le quinte di prendere il suo posto. Pur non avendo preoccupazioni economiche per il futuro, era acutamente consapevole che il suo rendimento lavorativo era sotto lo scrutinio costante e crescente di persone che avrebbero notato fin troppo bene qualsiasi errore avesse potuto commettere. Alla luce di ciò, era degno di nota che la fobia si manifestasse in circostanze legate al lavoro, come il volare per partecipare a riunioni d’affari.
È un buon esempio della conservazione dell’ambivalenza che, come già mostrato, è alla base di diverse forme di comportamento sintomatico (Fourie, 1996:53-70, 2003:51-59). Le riunioni d’affari offrivano a Jack un’eccellente occasione di essere visto commettere errori; evitarle aveva dunque senso, ma ne erodeva la posizione. Impedendogli di partecipare a tali riunioni, la fobia lo teneva quindi (in modo, beninteso, inefficace) al riparo dal perdere la competizione con una concorrenza interna più giovane. Si potrebbe dire, pertanto, che Jack voleva essere visto come una persona di successo, ma temeva anche di essere messo alla prova. La presenza della fobia riflette questa ambivalenza tra il voler dimostrare il proprio valore e il sospettare di poter essere trovato manchevole.
Se alcune fobie potrebbero facilmente spiegarsi come il risultato di un condizionamento precedente, per esempio una fobia dei cani insorta dopo un morso di cane subito nell’infanzia, molte fobie si producono in situazioni socialmente complesse e richiedono spiegazioni più complesse di quelle che le concezioni della TCC e dell’elaborazione della memoria sono attrezzate a fornire. I due casi qui descritti lo illustrano. In entrambi, legami interpersonali, reali o immaginati, erano al centro dell’insorgenza di queste fobie. Senza un’attenzione rivolta a essi, è improbabile che un trattamento basato esclusivamente sull’esposizione sia sufficiente.
Inoltre, i fattori interpersonali sono importanti non solo nella formazione delle fobie, ma anche nel loro trattamento. Leggendo resoconti sulla DS, la RV o l’EMDR come quelli citati in precedenza, si potrebbe quasi essere scusati se si pensasse che queste modalità di trattamento non coinvolgano altre persone oltre alla persona fobica. La maggior parte di questi resoconti si concentra sulla tecnica di trattamento come se la presenza di chi conduce la terapia o il trattamento avesse scarsa importanza. Di solito vi è la forte implicazione che sia la tecnica da sola a portare alla riduzione dei sintomi. La relazione interpersonale tra la persona fobica e chi conduce la terapia – di cui la maggior parte di chi pratica in queste scuole è ben consapevole – sembra data per scontata a tal punto da essere raramente riconosciuta. Vediamo dunque brevemente che cosa comporta questa relazione.
Uno degli elementi comuni tra DS, RV ed EMDR è che alla persona fobica si chiede di pensare alla situazione nociva o di immaginarla. Nel caso della DS e della RV le si insegna poi, per gradi, a rilassarsi di fronte alla situazione nociva immaginata, mentre nell’EMDR la persona fobica deve seguire con lo sguardo i rapidi movimenti del dito di chi conduce la terapia mentre pensa alla situazione nociva. Così, laddove in circostanze ordinarie la persona fobica eviterebbe la situazione nociva, ora in tutte e tre queste modalità viene guidata da una persona esperta, attenta e premurosa, ad affrontare lo stimolo temuto. In questi casi, dunque, la relazione è una relazione in cui chi conduce la terapia guida in modo empatico la persona assistita ad affrontare, anziché evitare, la situazione temuta. È il tipo di «ordalia benevola», una situazione terapeutica paradossale, di cui scrissero molti anni fa Haley (1963:187-188) e altri autori (per esempio Watzlawick, Weakland & Fisch, 1974:110-157).
Qualunque sia la modalità terapeutica utilizzata, essa è necessariamente preceduta da una spiegazione alla persona assistita su come chi conduce la terapia vede il problema e sul perché e il come verrebbe applicato un determinato metodo. È il tipo di riformulazione (reframing) terapeutica, seguita da un’azione ritenuta appropriata a questa «nuova» comprensione, che, come mostrato in precedenza (Fourie, 2000:24-26), è inerente a tutte le forme di psicoterapia e contribuisce all’esito terapeutico.
Si considerino i due casi menzionati in un contesto interpersonale di questo tipo. Anche se è chiaro che entrambi i casi richiederebbero più della semplice applicazione di una di queste modalità di trattamento, gli aspetti interpersonali presenti nella DS, nella RV o nell’EMDR costituirebbero di per sé fattori favorevoli al miglioramento dei sintomi fobici. L’autonomia ambivalente che Jane sembrava conservare, prima attraverso la presenza della madre e poi per mezzo della fobia, potrebbe essere descritta come il voler vivere la vita pienamente e, nello stesso tempo, l’aver paura della vita. Prima la presenza della madre e poi quella della fobia le impedivano di vivere pienamente, mantenendola «al sicuro» dalla vita. Nel trattamento, chi conduce la terapia la confermerebbe come persona rispettando e accettando entrambi i poli dell’ambivalenza, ma simultaneamente e paradossalmente «accompagnerebbe» anche Jane nell’affrontare la paura. Non le sarebbe permesso di evitare la paura: per esempio, la seduta non terminerebbe prima che la paura si fosse attenuata. In questo modo il processo ambivalente che manteneva viva la fobia attraverso l’evitamento delle circostanze temute verrebbe interrotto. È esattamente ciò che accade nell’applicazione di uno qualsiasi dei metodi qui discussi.
Aspetti simili si potrebbero notare nel caso di Jack. Non potrebbe evitare di «dare prova di sé» nel compito (terapeutico) del momento per il fatto di avere paura – l’autonomia ambivalente che sembrava conservare sempre più con l’avanzare dell’età. Benché le azioni di Jack sarebbero giudicate da chi conduce la terapia, tutte queste azioni verrebbero accettate e rispettate. Non gli sarebbe tuttavia permesso di servirsene per sfuggire alla situazione temuta, interrompendo di nuovo il processo ambivalente.
In tutte e tre queste modalità terapeutiche, dunque, al di là dei meriti delle tecniche in sé, si possono individuare alcuni fattori interpersonali noti da molti anni per essere fortemente terapeutici. Essi derivano non solo da chi conduce la terapia, ma anche dal modo in cui la terapia è abitualmente organizzata. Un esempio è che, in tutte e tre le modalità discusse, chi conduce la terapia prende l’iniziativa e guida la persona assistita attraverso le diverse azioni richieste, il che indica quella che è stata chiamata una relazione complementare, in cui una persona guida e l’altra segue (Watzlawick et al. 1974:110-157). Un altro esempio di questi elementi comuni è che tutti questi metodi terapeutici possono essere visti come un’interruzione del processo sistemico di conservazione dell’ambivalenza che sta alla base del comportamento fobico (Fourie, 2003:51-59). Lo si può considerare una situazione paradossale: per superare l’ansia, la persona assistita deve provare ansia. E la giustificazione di questa procedura viene presentata come una tipica riformulazione (Fourie, 2000:24-26).
Pertanto, sebbene alcuni fattori interpersonali curativi operino chiaramente in tutte queste modalità di trattamento indicate da sigle, i resoconti di ricerca sulla DS, la RV e l’EMDR (come quelli citati in precedenza) tendono a sottovalutare il ruolo di tali fattori sia nella formazione e nel mantenimento delle fobie sia nel loro trattamento. Per esempio, i resoconti dei trattamenti con DS, RV ed EMDR in genere non menzionano la riformulazione come aspetto inerente al trattamento, né indicano che la riformulazione sia stata fatta strategicamente per raggiungere uno scopo specifico. Resoconti di questo tipo danno spesso l’impressione che a essere trattata sia la fobia piuttosto che la persona fobica, e che la presenza di chi conduce la terapia sia quasi accessoria. È probabilmente una conseguenza naturale dell’orientamento intrapsichico dei paradigmi sottostanti della TCC e dell’elaborazione della memoria.
Accostarsi a queste tecniche da una prospettiva sociale o sistemica può invece attenuare questo estremo riduzionismo, mettendo in rilievo la relazione terapeutica e quindi l’umanità e la presenza delle due (o talvolta più) persone protagoniste di questa relazione. Ancora una volta, non si suggerisce qui che chi fa terapia non lo sappia, ma semplicemente che di solito non lo riconosce nei resoconti di ricerca, probabilmente perché le concezioni della TCC e dell’elaborazione della memoria non lo pongono al centro dell’attenzione.
Diventa quindi sempre più chiaro che il trattamento psicoterapeutico delle fobie (e di altri disturbi) non dovrebbe più essere guidato esclusivamente da teorie relativamente ristrette come quelle alla base dei metodi qui discussi. Le teorie che si concentrano sugli eventi intrapsichici, per quanto preziose in sé, non possono rendere pienamente conto delle complessità sociali della vita, nemmeno quando le riconoscono. Tali teorie sono preziose come generatrici di tecniche creative ed efficaci, ma devono far parte di un quadro di comprensione più ampio che non solo riconosca il mondo sociale, ma in cui l’interazione sociale sia centrale.
Sembrano quindi giustificate due conclusioni tra loro collegate. La prima è che il trattamento delle fobie non dovrebbe consistere soltanto nell’applicazione di uno dei metodi indicati da sigle, anche se questi incarnano alcuni fattori curativi interpersonali. Il contesto sociale in cui il problema specifico è inserito deve essere considerato in modo molto più completo, come hanno illustrato i due casi qui discussi.
La seconda conclusione è che, quando si applica la DS, la RV o l’EMDR, non lo si dovrebbe fare per routine, ma il metodo specifico dovrebbe essere presentato come un’azione coerente con una riformulazione del problema co-costruita sistemicamente (Fourie, 2000:24-26), utilizzando così, sul piano terapeutico e strategico, gli elementi sociali della situazione terapeutica in modo molto più deliberato di quanto suggerisca attualmente la letteratura di ricerca. Ciò richiede una prospettiva più ampia di quella offerta dalle concezioni della TCC e dell’elaborazione della memoria.
Complexe Systémique: punti chiave
L’interesse di questo breve articolo sta nel fatto che sposta la questione dell’efficacia. Qui non si contesta che la desensibilizzazione, la realtà virtuale o l’EMDR allevino le fobie; in gioco c’è la spiegazione che se ne dà. Per Fourie, una fobia ha spesso una funzione all’interno di un sistema di relazioni: per Jane prende il posto della madre scomparsa e la protegge da una libertà temuta; per Jack conserva l’ambivalenza tra il voler dimostrare il proprio valore e il temere il giudizio. E anche le tecniche stesse agiscono attraverso ciò che mettono in scena tra due persone: una relazione complementare, un’«ordalia benevola» nel senso di Haley, una riformulazione che dà senso all’esercizio. Per la pratica sistemica la lezione è duplice: esplorare il contesto relazionale del sintomo prima di scegliere una tecnica, e presentare la tecnica come un’azione coerente con una riformulazione costruita insieme. I limiti sono quelli di un articolo di opinione, che poggia su due vignette senza follow-up né misurazioni, e di una rassegna della letteratura ormai datata (2006). Da leggere insieme a la sperimentazione che confronta terapia cognitivo-comportamentale e terapia sistemica nell’ansia sociale e a l’articolo sull’uso delle prescrizioni nei disturbi fobici e di panico.
Note dell’originale
Nota. Una versione precedente di questo articolo è stata presentata al 10o Congresso triennale della European Society of Hypnosis a Gozo, Malta, dal 17 al 24 settembre 2005.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Treating phobias or treating people? Of acronyms and the social context, di David P. Fourie, Health SA Gesondheid, vol. 11, n.o 3 (2006), doi: 10.4102/hsag.v11i3.235, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (riassunto in afrikaans non riprodotto). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questo è l’articolo originale «Treating phobias or treating people? Of acronyms and the social context», pubblicato in Health SA Gesondheid (2006) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
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Fourie, D. P. (2006). Treating phobias or treating people? Of acronyms and the social context. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/treating-phobias-or-treating-people-of-acronyms-and-the-social-context (Opera originale pubblicata nel 2006 in Health SA Gesondheid, 11(3), 41-48 (2006); ripubblicata nel 2006 da Health SA Gesondheid, https://hsag.co.za/index.php/hsag/article/view/235)
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