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Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Psicopatologia

Il mondo delle paure (1ª parte). L’uso delle prescrizioni nei disturbi fobici e di panico

Gli attacchi di panico e le fobie sono diventati patologie di moda. Occupano i posti lasciati liberi, per esempio, dalle depressioni che, in altre epoche, regnavano sul territorio popolare. Chiunque sa o conosce qualcosa di queste paure, si autodiagnostica e, cosa più grave, si automedica. Non si sa se siano proliferate nel mondo attuale o se sia l’entità nosologica a essere ormai conosciuta e quindi osservabile. L’autore sviluppa un modello di trattamento le cui basi si ricollegano alla terapia breve del MRI. Una parte di questo dispositivo di lavoro utilizza le prescrizioni di comportamento.

Autore Marcelo Rodríguez Ceberio, psicologo, direttore del corso di laurea in Psicologia dell’Università Maimónides, condirettore della Escuela Sistémica ArgentinaPrima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, n. 85, marzo-aprile 2005Traduzione Complexe Systémique, traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«La paura di provare la paura costruisce e innesca l’effetto domino che sfocerà nel panico.»

Marcelo Rodríguez Ceberio

Attacco di panico o panico dell’attacco

Fobie, attacco di panico, agorafobia, fobia sociale, tra gli altri, sono alcuni dei disturbi che vengono chiamati disturbi d’ansia e che, nel linguaggio comune, fanno parte dell’universo delle paure. In tutti questi disturbi, a partire dalla paura iniziale – focalizzata o meno su un oggetto specifico –, si innesca una concatenazione travolgente e devastante di sintomi fisici e organici che finiscono per portare la persona all’incapacità e alla svalutazione, fino a sprofondarla nel più totale ostracismo.

Tuttavia, al primo anello della catena sintomatica, non si presenta la paura propriamente detta, bensì la paura di provare l’attacco di paura, che genera l’avverarsi della profezia che si autoavvera: la paura di provare la paura costruisce e innesca l’effetto domino che sfocerà nel panico.

Questi sintomi, concatenati e potenziati, provocano diverse risposte inefficaci, come la fuga dalla situazione temuta, la dipendenza da accompagnatori affettivi che diano sicurezza, l’interruzione totale delle attività abituali che sfocia nell’isolamento e nella reclusione come modi di proteggersi di fronte a una situazione così angosciante, tra le altre.

I sintomi fisici possono andare dal classico nodo alla gola e dal mal di stomaco (zone in cui spesso si deposita l’angoscia) fino a tachicardie, fitte al petto o allo stomaco, sudorazione delle mani e del corpo, tremori, mal di testa, nausea, sensazione di vomito, vampate di calore, cali di pressione, debolezza degli arti inferiori, vista annebbiata, ecc.; sintomi dietro i quali si trovano fantasie di perdita di controllo, di follia e, fondamentalmente, di morte. Basterà che alcuni di questi sintomi si presentino di fronte a una data situazione perché l’effetto domino faccia scattare tutti gli altri.

La persona terapeuta deve conoscere perfettamente tutto questo processo, per porsi come esperta, accrescendo la fiducia nel trattamento da parte di chi consulta e conducendo un’esplorazione corretta del fulcro del problema, cercando di consolidare il legame terapeutico e di ottenere la maggior quantità possibile di informazioni.

In generale, la paura comincia come una difficoltà a superare un certo tipo di situazioni ma, progressivamente, acquisisce il rango di problema nella misura in cui non è possibile risolverla. Il sintomo è qualcosa come un mostro che si introduce nel corpo della persona. Un violentatore che non chiede il permesso per invadere lo spazio intimo della persona. Una manovra di esternalizzazione del sintomo consiste nell’incarnarlo nella figura di un mostro per, strategicamente, dare corpo al fantasma dei sintomi e ingaggiare una battaglia contro un nemico terreno.

Una volta individuato chiaramente ciò che innesca l’intera sindrome della paura (nel caso in cui si riesca a specificarne l’oggetto), o una volta identificato il suo carattere aspecifico, è necessario esplorare quali siano stati i tentativi di risolverlo, comprendendo che sono proprio questi tentativi a sostenere e rafforzare la costruzione del problema.

Le soluzioni tentate che mantengono il problema

Nel caso dei disturbi fobici, in generale, è la vicinanza dell’oggetto a costruire lo svolgimento del quadro. All’inizio la persona cerca di affrontarlo, dicendosi che può superarlo, che non le succederà niente, che ne è capace e che non le può accadere nulla. Ma più se lo ripete, più si produce l’effetto contrario.

Le risulta difficile capire che cosa le stia succedendo e si riempie di domande che accentuano la sua incertezza. Questi numerosi tentativi hanno come corollario l’aumento della sintomatologia, potenziando l’angoscia iniziale e sviluppando un aumento dell’incapacità, dell’impotenza, della svalutazione e dell’insicurezza, che fanno scattare ancora più angoscia. In questo modo il circolo vizioso si riapre.

Ma i tentativi di soluzione non si limitano alle iniziative personali. La persona, a questo punto del processo, è diventata più dipendente dal suo ambiente e ha cominciato a ricorrervi con insistenza, in cerca di risposte che la avvicinino al miglioramento. Di conseguenza, la sua cerchia affettiva più stretta avvia un ampio repertorio di soluzioni condannate al fallimento: capita spesso che familiari e amici non capiscano come possa trovarsi in quello stato. La vedono bene (cioè fisicamente sana), motivo per cui non capiscono, per esempio, che non riesca a salire su un autobus o in un ascensore, che si senta soffocare quando si ritrova in un ingorgo, o che si disperi all’avvicinarsi di un piccione, di un pollo o di qualsiasi cosa abbia le piume.

Nelle interazioni con l’ambiente, i commenti che si sviluppano sono del tipo: Ce la puoi fare!!! Forza!! / Hai sempre avuto una gran forza, avanti!! / Devi uscire / Guarda che bella giornata, e tu te ne stai in casa!! Tutte queste espressioni ben intenzionate hanno l’obiettivo di invertire la condotta della persona ma, purtroppo, ottengono il risultato opposto. La persona interessata si sente incompresa e crede che nessuno si metta al suo posto (e questo risulta vero). Si trova alla mercé del dispotismo del sintomo, vulnerabile e, di conseguenza, nonostante i suoi sforzi, non riesce a ribaltare la situazione. Allora all’angoscia originaria si aggiunge l’ansia generata dal sentirsi impotente di fronte alla sintomatologia, e stupida o inetta per non riuscire a fare ciò che la sua cerchia affettiva, il suo ambiente, le propone.

Un altro dei tentativi falliti di risolvere il problema è la figura dell’accompagnatore antipanico o controfobico. In questi casi c’è sempre una persona più vicina (madre, coniuge, fratello, amico, ecc.) che si fa carico della situazione e vi è eccessivamente coinvolta. Accompagna la persona colpita ovunque possa presentarsi la situazione temuta, come una flebo per un moribondo, aggiungendo la sicurezza che la persona non possiede. In genere questa persona accompagnatrice è totalmente immedesimata nel problema, si mostra più preoccupata e timorosa della persona colpita stessa, aderendo a tutte le sue azioni, stimolando così la dipendenza e favorendo l’insicurezza, sensazioni contrarie a quelle che si desiderano.

Giunta a questo punto del processo, la persona ha acquisito lo statuto di malata.

D’altra parte, la persona può aver provato i suggerimenti del vicinato, della medicina generale, che ha prescritto vitamine per rafforzare il sistema nervoso, o della psichiatria, che ha raccomandato qualche psicofarmaco che ha alleviato il sintomo in modo poco significativo, prescrizioni che l’hanno spinta verso una nuova dipendenza. Quando non è stato un familiare a portarla da un parapsicologo, una veggente, un mago o figure del genere, che le hanno assicurato che le era stata fatta una fattura per danneggiarla e che doveva accendere un certo numero di candele di diversi colori e pulire la casa con aceto d’alcol: spiegazione dormitiva che accresce le aspettative, con il fallimento come risultato. Se la terapia non analizza in modo esaustivo le soluzioni tentate, può diventare un tentativo frustrato in più tra tutti gli altri, e un ennesimo capitolo nella storia della persona in preda al panico, che sarà riuscito a incentivare la produzione sintomatica.

Da ricordare

A mantenere il problema non sono solo gli sforzi della persona («non mi succederà niente»), ma anche gli incoraggiamenti dell’ambiente, l’accompagnatore controfobico, le vitamine, gli psicofarmaci e i guaritori. Una terapia che non esplora queste soluzioni tentate rischia di diventarne una in più.

Prescrizioni paradossali

Uno degli interventi efficaci utilizzati come risorsa terapeutica è la prescrizione paradossale, una prescrizione che ribalta di 180° le azioni suggerite fino a quel momento. Questa possibilità costituisce una rottura del sempre più dello stesso. Vale a dire smettere di fare ciò che si è fatto fino a ora, data la sua inefficacia.

Oltre a prescrivere l’azione contraria, parallelamente bisognerà insegnare alla persona a porre i limiti appropriati ai suggerimenti imperativi dell’ambiente, che fa pressione cercando di provocare il cambiamento e finisce per accrescere il sintomo. Il tipo di messaggi che le si indicheranno per far fronte a questi suggerimenti sarà del tipo:

Porre limiti ai suggerimenti dell’ambiente

Grazie del consiglio, ma ho iniziato una terapia… / Ti ringrazio del suggerimento, ma sto seguendo un trattamento specifico per questo / Capisco che tu abbia voglia di vedermi stare bene, ma ora sono nelle mani di una persona specializzata in questi casi.

O forse, in altre situazioni, in modo più energico:

«Capisco quello che mi dici, ma lasciamo questo a chi è specialista della questione; ti chiedo di non dare la tua opinione e di non consigliarmi, perché mi confondo / Ora sto seguendo un trattamento nuovo, quello che mi succede è una questione di psicologia, lasciamolo nelle mani di chi se ne intende, quindi per favore non darmi più opinioni, perché mi confondono / Facciamo un patto: per un po’ non consigliarmi e non dare la tua opinione, e lasciami provare con questa persona di cui mi fido.»

Bisogna tenere conto del fatto che le resistenze al cambiamento sono dovute principalmente alla persistenza del sintomo nel sistema, motivo per cui intorno a esso si è creata un’ecologia particolare. Di conseguenza, la modifica di questo status quo non è osteggiata solo dalla persona interessata, ma anche da tutti i membri che, in misura maggiore o minore, traggono vantaggio tanto dai sacrifici quanto dai benefici che la sintomatologia comporta. Per questo è necessario intervenire, come in questo caso, con la prescrizione rivolta alla persona e con interventi diretti rivolti alla cerchia affettiva più vicina.

Per quanto riguarda l’indicazione di una prescrizione, non si tratta soltanto del contenuto che si cerca di trasmettere, ma del modo in cui lo si presenta. Utilizzando tecniche ipnotiche ericksoniane, la persona terapeuta «venderà» una prescrizione molto difficile da «comprare»: fare esattamente il contrario di ciò che indica la logica razionale, cioè proporre di produrre il sintomo che si cerca di eliminare. Se la persona ha cercato di affermare a sé stessa: Non mi succederà niente (e si è riusciti ad aumentare il sintomo), ora si cercherà di provocare uno o due dei primi passaggi dell’attacco di fronte alla situazione temuta, per esempio l’angoscia alla gola e allo stomaco e la tachicardia.

Di fronte al volto attonito della persona, si suggerisce con fermezza, da esperti di questo tipo di lavoro (lo ripetiamo: ci si presenterà sempre così, per consolidare la fiducia e portare a eseguire il compito), la prescrizione nei minimi dettagli, ricreando le immagini in anticipo ed entrando attraverso i canali più sviluppati in quella persona (visivo, uditivo, tattile, olfattivo). Si cercherà l’approvazione nel gesto, parlando il suo stesso linguaggio e magari ricorrendo ad analogie, racconti o metafore, per esempio:

Esempio di prescrizione

«Calcoli 300 o… 310 metri prima di arrivare all’edificio in cui si trova l’ascensore che teme; comincerà a camminare in quella direzione con la forza di volontà che la caratterizza e che, del resto, è all’origine della sua venuta qui in cerca di una soluzione. Ora, man mano che avanza, deve imporsi di sentire l’angoscia alla gola, si ripeterà più volte l’ordine…, poi passerà al mal di stomaco, a poco a poco sentirà il cuore che le batte sempre più velocemente, come se le scappasse dal petto… Arriverà alla porta dell’edificio, farà circa 5 o 7 passi in direzione dell’ascensore, sempre sentendo il dolore alla gola e al petto e la tachicardia…, si riposerà 2 minuti sul pianerottolo. Lì cercherà di riflettere su ciò che sente in quel preciso momento…»

In generale, l’introduzione delle prescrizioni può produrre diversi tipi di risultati. Per esempio, quando la persona non ha eseguito la prescrizione, si tratta di un effetto mancato che mostra le difficoltà del cambiamento (o la possibilità che la prescrizione sia stata inadeguata). In genere si adducono numerosi pretesti, tra cui il più frequente: aver voluto fare il compito senza riuscirci, non aver avuto tempo… Questo appare ancora più chiaramente quando la persona afferma di essersi dimenticata di farlo e se ne ricorda solo quando glielo si menziona nella seduta successiva. Altre volte si è ricordata di avere un compito, ma questo è rimasto registrato solo a livello di idea, senza tradursi in azione concreta.

Un altro effetto frustrato si verifica quando la persona afferma di aver eseguito la prescrizione ma, quando le si chiedono dettagli sul processo, sostiene di non aver avuto bisogno di richiamare volontariamente il sintomo, poiché questo è comparso in modo spontaneo. Piccolo stratagemma che elude la possibilità di dominarlo e fa sì che il sintomo si mantenga.

Tre sono i risultati che possono essere considerati favorevoli: …

Nota della redazione

Il seguito è apparso nel n. 86 di Perspectivas Sistémicas, maggio-giugno 2005, e comprende il lavoro con la griglia di monitoraggio dei sintomi. L’estratto ripubblicato da Red Sistémica è oggetto della seconda parte.

Note dell’originale

(1) Questo articolo è stato pubblicato nel n. 85 di Perspectivas Sistémicas, marzo-aprile 2005.

Chi è Marcelo Rodríguez Ceberio

Il dott. Ceberio è psicologo, direttore del corso di laurea in Psicologia dell’Università Maimónides, formatore nazionale e internazionale in terapia familiare sistemica, autore di numerosi articoli e libri, condirettore dell’ESA (Escuela Sistémica Argentina) e redattore associato di Perspectivas Sistémicas.

Questo articolo è una traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «El Mundo de los Miedos (1° Parte). Uso de prescripciones en los trastornos fóbicos y de pánico», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 85, marzo-aprile 2005). Tradotto da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Rodríguez Ceberio, M. (2022). Il mondo delle paure (1ª parte). L’uso delle prescrizioni nei disturbi fobici e di panico (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/le-monde-des-peurs-1re-partie-l-usage-des-prescriptions-dans-les-troubles-phobiques-et-paniques (Opera originale pubblicata nel 2005 in Perspectivas Sistémicas, n. 85, marzo-aprile 2005; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/07/19/el-mundo-de-los-miedos-1-parte-uso-de-prescripciones-en-los-trastornos-fobicos-y-de-panico/)

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