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Journal of Solution-Focused Brief Therapy · Ricerca empirica

Valutare l’efficacia di un programma di resilienza per l’infanzia e l’adolescenza in una clinica psicologica privata australiana

Il Resilience Doughnut («ciambella della resilienza») di Lyn Worsley pone al centro i punti di forza della bambina o del bambino (io ho, io sono, io posso) e, tutt’intorno, sette fattori protettivi: figure genitoriali, abilità, famiglia e identità, istruzione, pari, comunità e denaro. Ne bastano tre solidi perché la resilienza attecchisca. Ne sono nati due programmi di gruppo di sei settimane, Connect-3 per la fascia 8-12 anni e Linked-Up per quella 13-16 anni, e una clinica di Sydney li ha valutati prima e dopo su 70 giovani. Il gruppo più giovane è migliorato nella competenza personale e ha ridotto le difficoltà totali; il gruppo adolescente non si è mosso. Uno studio modesto, senza gruppo di controllo e con il 41% dei dati in uscita mancanti — e lo dice —, ma che mostra un modello ecologico della resilienza vicino al pensiero sistemico: la resilienza non è una qualità dell’infanzia, è una qualità dei suoi legami.

Autrici e autori Kaitlyn Miller (John Hunter Children’s Hospital), Lyn Worsley (The Resilience Centre, Epping), Tanya Hanstock e Megan Valentine (University of Newcastle)Prima pubblicazione Journal of Solution-Focused Brief Therapy, vol. 2, n. 2, 2016, pp. 37-60Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Evaluating the effectiveness of a resilience program for children and young people in a private Australian psychology clinic, di Kaitlyn Miller, Lyn Worsley, Tanya Hanstock e Megan Valentine, pubblicato nel Journal of Solution-Focused Brief Therapy (2016), oggi Journal of Solution Focused Practices, doi: 10.59874/001c.75093, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, con le otto tabelle presentate in forma di schede, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Il PDF originale è un documento scansionato; le tabelle e i riferimenti bibliografici sono stati trascritti dalle immagini delle pagine, e la figura 1 (il Doughnut) è descritta a parole: una ricostruzione, non una riproduzione. I riquadri intitolati «Complexe Systémique» sono nostri, non di chi firma l’articolo. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Abstract

La ricerca sui programmi di intervento che rafforzano la resilienza nei giovani è in crescita. Esistono diversi programmi di gruppo internazionali basati sulla resilienza; tuttavia, pochi si trovano in Australia. Due programmi australiani di resilienza sono Linked-Up (13-16 anni) e Connect-3 (8-12 anni). Si tratta di programmi centrati sulla soluzione basati sul modello del Resilience Doughnut. Il presente studio ha valutato l’efficacia di questi due programmi confrontando misure di resilienza e di avversità prima e dopo l’intervento. Le persone partecipanti avevano tra 8 e 17 anni. In totale hanno partecipato 70 giovani, 40 maschi (57%) e 30 femmine (43%). I risultati mostrano che il programma Connect-3 ha rafforzato la competenza personale e ridotto le difficoltà totali in una popolazione non clinica. Il gruppo Linked-Up non ha mostrato alcun cambiamento significativo nei punteggi tra prima e dopo l’intervento. La ricerca futura dovrebbe esplorare l’efficacia dei programmi di resilienza in popolazioni cliniche o con giovani a più alto rischio di avversità. Dovrebbe inoltre considerare come la resilienza possa essere rafforzata nelle popolazioni di adolescenti più grandi.

La resilienza è un ambito di studio importante, perché far fronte allo stress, al cambiamento e alle avversità è un aspetto della vita quotidiana. Ciò vale in particolare per l’infanzia e l’adolescenza, che attraversano in questa fase dello sviluppo molteplici cambiamenti biologici, sociali e psicologici (Barrett et al., 2014). Si ammette generalmente che la resilienza sia la capacità di una persona di riprendersi dalle avversità (Ungar, 2015; Prince-Embury, 2014; Werner & Smith, 2001). Questa capacità è influenzata dalla complessa interazione tra fattori protettivi, come relazioni sociali positive, stabilità economica o abilità di coping adattive, e fattori di rischio, come la vulnerabilità ai problemi di salute mentale, un attaccamento carente o altre avversità (Ungar et al., 2015; Werner & Smith, 1992; 2001). Ungar et al. (2015) sottolineano che i fattori protettivi non sono solo caratteristiche personali o qualità dell’individuo, ma comprendono anche la disponibilità di risorse comunitarie (per esempio, i sostegni sociali e i servizi formali), nonché la capacità della persona di accedere a queste risorse e di utilizzarle.

Nota di chi firma l’articolo. La ricerca presentata in questo articolo è stata condotta dalla prima autrice in parziale adempimento dei requisiti del Master of Clinical Psychology della University of Newcastle. Una versione di questo articolo è stata presentata alla conferenza Pathways to Resilience, a Halifax (Canada), nel giugno 2015.

Definire la resilienza

Non esiste ancora una definizione unica e condivisa della resilienza, nonostante il consenso sul fatto che la resilienza si sviluppi attraverso sia risorse interne sia fattori esterni. Le prime definizioni della resilienza erano centrate soprattutto sul superamento delle avversità, come quella di Grotberg (1995), che affermava: «la resilienza è la capacità universale che permette a una persona, a un gruppo o a una comunità di prevenire, ridurre al minimo o superare gli effetti dannosi delle avversità» (p.3). Masten e Powell (2003) affermavano: «La resilienza si riferisce a modelli di adattamento positivo in un contesto di rischio e avversità significativi» (p. 4).

Con il tempo le definizioni sono diventate più complete e complesse, fino a includere non solo l’individuo, ma anche la comunità in cui vive. Ungar, Brown, Liebenberg, Cheung e Levine (2008) definiscono la resilienza come «la capacità degli individui di orientarsi nelle proprie ecologie fisiche e sociali per procurarsi risorse, nonché il loro accesso a famiglie e comunità capaci di orientarsi culturalmente per loro» (p. 168). In questa definizione Unger et al. (2008) indicano che la resilienza è più che avere o non avere risorse: è anche la capacità di sapere come usarle per essere resilienti. Questa definizione indica inoltre che le persone hanno bisogno del sostegno delle loro famiglie e comunità per comprendere e utilizzare tali risorse.

Ungar (2015) descrive lo sviluppo della resilienza come un processo complesso e multidimensionale, in cui la capacità di resistere alle avversità non dipende semplicemente dal prevalere dei fattori protettivi su quelli di rischio, ma piuttosto «la resilienza è predetta sia dalla capacità degli individui sia dalla capacità delle loro ecologie sociali e fisiche di facilitare il loro coping in modi culturalmente significativi». (p. 4)

Nel complesso, è evidente che nella ricerca vi è consenso sul fatto che la resilienza si sviluppi attraverso sia risorse interne, come le caratteristiche e le abilità personali, sia fattori esterni, come i fattori ambientali, sociali ed educativi. Luthar, Cicchetti e Becker (2000) lo hanno ulteriormente precisato, affermando che le qualità personali possono essere chiamate «resiliency», mentre la «resilience» è il processo evolutivo che si produce attraverso l’interazione tra le qualità interne e i fattori esterni.

Teorie della resilienza

Esistono molte teorie su ciò che costituisce i fattori protettivi della resilienza. Grotberg (1995) li ha classificati in tre grandi aree: «IO HO, IO SONO, IO POSSO». IO HO designa i sostegni esterni che favoriscono la resilienza (per esempio, ho relazioni di fiducia); i fattori IO HO sono il fondamento delle categorie successive. IO SONO designa i punti di forza e le caratteristiche personali della bambina o del bambino (per esempio, merito affetto). IO POSSO designa le sue abilità interpersonali e sociali (per esempio, posso comunicare e risolvere problemi).

Altri gruppi di ricerca hanno proposto categorie più specifiche, come la comunità, la scuola, la famiglia e l’individuo o i pari (Fuller, 1998), oppure la competenza sociale, la risoluzione dei problemi, l’autonomia e il senso di scopo (Benard, 2004). Ungar (2008) ha ridefinito i fattori protettivi e le qualità personali come «tensioni». Ha ipotizzato che le persone abbiano bisogno di equilibrare queste tensioni per rafforzare la propria resilienza, e che avere troppe o troppo poche di queste risorse elimini le tensioni importanti per lo sviluppo della resilienza. Nel complesso, sembra esservi consenso nella ricerca sul fatto che la resilienza si sviluppi attraverso sia risorse interne, come le caratteristiche e le abilità personali, sia fattori esterni, come i fattori ambientali, sociali ed educativi.

Programmi di intervento per popolazioni non cliniche

Una volta compreso che la resilienza è un processo influenzato da fattori di rischio e protettivi, la ricerca più recente si è interessata a come possa essere sviluppata o rafforzata. Seligman (2002) suggerisce che la resilienza possa essere rafforzata con la psicologia positiva, attraverso un approccio basato sui punti di forza che sviluppi le capacità delle persone invece di correggerne le difficoltà. Esiste una ricerca considerevole sui programmi di trattamento volti a rafforzare la resilienza, e i dati indicano che i programmi di prevenzione sono importanti per aiutare le persone a superare circostanze difficili e a prevenire problemi di salute mentale (Barrett et al., 2014). Esistono diversi programmi internazionali basati sulla resilienza, come il Penn Resiliency Program (Gillham et al., 2007); tuttavia, solo due programmi di resilienza sono stati valutati in Australia. Il programma FRIENDS (Barrett, 2012) e il modello del Resilience Doughnut (Worsley, 2006) mirano a rafforzare la resilienza in popolazioni non cliniche dell’infanzia e dell’adolescenza.

Il programma FRIENDS

Il programma FRIENDS (Barrett, 2012) è il programma di rafforzamento della resilienza più studiato in Australia ed è stato sviluppato e valutato per la prima volta da Barrett e Turner (2001). L’obiettivo del programma FRIENDS (Barrett, 2012) è sviluppare abilità sociali ed emotive nell’infanzia e nell’adolescenza per promuovere la resilienza e prevenire ansia e depressione (Barrett et al., 2014). Il programma si basa sul quadro teorico della teoria cognitivo-comportamentale (CBT) e della psicologia positiva (Barrett et al., 2014). Utilizza l’acronimo FRIENDS come base del programma; per esempio, la F sta per «feelings» (sentimenti) e si concentra sullo sviluppo delle abilità sociali ed emotive.

Il programma FRIENDS (Barrett, 2012) è stato valutato più volte come programma universale, con dati prima e dopo l’intervento e di follow-up (Lock & Barrett, 2003; Barrett, Lock & Farrell, 2005). I risultati hanno mostrato che il programma riusciva a ridurre l’ansia e ad aumentare le abilità di coping, con gli effetti più forti osservati nel gruppo di 9-10 anni rispetto al gruppo di adolescenti di 14-16 anni. Lock e Barrett (2003) si sono basati su questi risultati per suggerire che un intervento precoce potrebbe essere più vantaggioso di un intervento tardivo.

È stato condotto uno studio di follow-up sui risultati di Lock e Barrett (2003) per valutare gli effetti del programma a 24 e 36 mesi (Barrett, Farrell, Ollendick & Dadds, 2006). Questo studio ha rilevato che la riduzione dell’ansia si manteneva per la fascia d’età più giovane (9-10 anni) della popolazione studentesca nella condizione di trattamento, e non nel gruppo di controllo di pari età. È stato riportato anche un effetto di genere: le ragazze del gruppo di intervento avevano punteggi di ansia più bassi dopo l’intervento rispetto alle ragazze del gruppo di controllo, anche se questa differenza non si manteneva al follow-up a 36 mesi. Chi firma lo studio suggerisce che questo risultato sostiene l’ipotesi dello studio precedente secondo cui un intervento precoce, in particolare tra i 9 e i 10 anni, è ideale per ottenere benefici a lungo termine.

Per quanto questi risultati siano positivi, una questione importante riguardo al programma FRIENDS è se esso si concentri davvero sullo sviluppo della resilienza o piuttosto sulla gestione dell’ansia. Gli studi esaminati si definiscono principalmente come interventi CBT per ridurre l’ansia, più che come un programma concepito per sviluppare la resilienza. Lo dimostra in particolare il fatto che chi li firma non utilizza alcuna misura nota della resilienza, come la Resilience Scale for Adolescents (READ; Hjemdal, Friborg, Stiles, Martinussen & Rosenvinge, 2006), per misurare l’effetto dell’intervento FRIENDS sullo sviluppo dei fattori che costruiscono la resilienza.

Il Resilience Doughnut

Il programma Resilience Doughnut è stato sviluppato da Worsley (2006) e si basa sul quadro teorico della teoria centrata sulla soluzione (SFT) e della psicologia positiva. Come suggerisce il nome, il programma è costruito attorno all’idea di una ciambella: l’interno della ciambella rappresenta i punti di forza interni dell’individuo, e l’esterno rappresenta sette fattori protettivi di cui può disporre, come fattori sociali e ambientali (vedi figura 1). I punti di forza interni si basano sul lavoro di Grotberg (1995), mentre i fattori protettivi affondano le radici nella ricerca teorica di Werner e Smith (2001), Fuller (1998) e Ungar (2008); sono «Figure genitoriali», «Abilità», «Famiglia e identità», «Istruzione», «Pari», «Comunità» e «Denaro». Worsley (2014) suggerisce che il processo della resilienza si costruisce quando i fattori esterni alimentano i punti di forza interni dell’infanzia. Afferma che il Resilience Doughnut non consiste nell’insegnare all’infanzia a essere resiliente, ma nell’insegnare alle famiglie e alle comunità abilità relazionali che costruiscano la resilienza nell’infanzia. Questo processo avviene aiutando l’infanzia e le famiglie ad acquisire maggiore consapevolezza di sé e abilità sociali, e a sviluppare modi creativi per rafforzare i propri fattori protettivi esterni (Worsley, 2008).

Figura 1. Il modello del Resilience Doughnut (Worsley, 2006), descritto

Un anello diviso in sette segmenti, ciascuno con un foro, disposti attorno a un centro che reca le parole «Io ho · Io sono · Io posso». I sette segmenti, in senso orario dall’alto: fattore Figure genitoriali, fattore Abilità, fattore Famiglia + Identità, fattore Istruzione, fattore Pari, fattore Comunità, fattore Denaro.

Worsley (2014) suggerisce che non è necessario che siano presenti tutti e sette i fattori per costruire la resilienza, e ipotizza che tre fattori bastino per migliorare il benessere. Rafforzando tre fattori, secondo l’ipotesi di Worsley (2014), anche gli altri fattori si rafforzeranno. Ciò si basa sui principi della SFT, secondo cui concentrarsi sui punti di forza, anziché sui problemi, suscita un cambiamento positivo e favorisce la resilienza (Seligman, 2002). Come il programma FRIENDS, il quadro del Resilience Doughnut insegna alla classe il pensiero ottimista e offre inoltre ai genitori sessioni informative sul modello.

Il Resilience Doughnut (Worsley, 2006) non è stato studiato con la stessa frequenza del programma FRIENDS; tuttavia, tre studi di caso condotti da Worsley (2014) mostrano diversi esiti positivi del modello. Sono state selezionate tre scuole per applicare il modello del Doughnut. Il primo e il secondo studio di caso hanno applicato il programma con classi di 13-15 anni, il terzo con la fascia 12-17 anni. Alcuni membri del personale sono stati formati al modello del Resilience Doughnut, che hanno applicato con la propria classe tramite uno strumento online. Lo strumento online aiutava a individuare i tre fattori protettivi più forti di ogni studente. Ciascuno doveva poi sviluppare un progetto che collegasse i propri tre punti di forza. Per esempio, i punti di forza di uno studente potrebbero essere il fattore Figure genitoriali, il fattore Abilità (l’abilità sarebbe il calcio) e il fattore Comunità. Il progetto di questo ragazzo potrebbe consistere nell’organizzare una partita di calcio nel parco del quartiere e invitare i suoi genitori a partecipare.

Per ciascuno studio di caso sono state rilevate misure di ansia, depressione e resilienza prima e dopo, con un follow-up longitudinale a 12 e 24 mesi. Le misure variavano da uno studio di caso all’altro, ma comprendevano la Multidimensional Anxiety Scale for Children (MASC-10; March, 1997), il Child Depression Index (CDI-10; Kovacs, 2003), lo Strengths and Difficulties Questionnaire (SDQ; Goodman, 1997), la Child, Youth Resilience Measure (CYRM; Ungar, 2008), la Resilience Scale (RS-14; Wagnild & Young, 1993) e la Resilience Scale for Adolescents (READ; Hjemdal et al., 2006). I risultati post-intervento hanno mostrato che la fascia con ansia alta e media, secondo la MASC-10, aumentavano nel tempo i loro punteggi nelle misure di resilienza. Worsley (2014) suggerisce che questi risultati dimostrano che il Doughnut può essere utilizzato con successo per costruire la resilienza in adolescenza.

Sono necessarie ulteriori ricerche per sviluppare la base empirica del modello del Resilience Doughnut. In particolare, applicare il programma su più sessioni anziché su una sola, per dare alle persone partecipanti più tempo per valorizzare le risorse specifiche che le circondano (Luthar & Cicchetti, 2000). Inoltre, applicare il programma Doughnut sia nella scuola primaria sia nella scuola secondaria e confrontare i punteggi di resilienza. Ciò potrebbe sviluppare il suggerimento di Barrett et al. (2006) secondo cui i programmi applicati in età più precoce sono più efficaci nel ridurre i sintomi di ansia e/o depressione e nel migliorare la resilienza.

Obiettivi e ipotesi

Il presente studio prosegue la ricerca di Worsley (2014) valutando due programmi basati sul modello del Resilience Doughnut (2006). I programmi Connect-3 (8-12 anni) e Linked-up (13-16 anni) sono programmi di gruppo interattivi di 6 settimane, concepiti per aiutare le persone giovani a sviluppare la competenza personale, migliorare le interazioni sociali e sviluppare abilità di pensiero resiliente (Worsley, 2012a & Worsley, 2012b). Questa ricerca si propone di valutare l’efficacia dei due programmi misurando il cambiamento tra prima e dopo l’intervento nelle persone partecipanti, mediante la Resilience Scale for Adolescents (READ; Hjemdal et al., 2006) e lo Strengths and Difficulties Questionnaire (SDQ; Goodman, 1997).

Si è ipotizzato un miglioramento significativo dei punteggi nella misura di resilienza e una diminuzione dei punteggi di difficoltà dopo l’intervento. In particolare, si è ipotizzato che le persone partecipanti avrebbero aumentato i loro punteggi in tutte le sottoscale della READ e diminuito i loro punteggi nelle sottoscale dell’SDQ, a eccezione della scala prosociale, che sarebbe aumentata. In secondo luogo, si è ipotizzato che il gruppo Connect-3 avrebbe avuto una diminuzione maggiore dei punteggi di difficoltà e un aumento maggiore dei punteggi di resilienza rispetto alla popolazione Linked-Up, sulla base dei risultati di Barrett et al. (2006). Infine, si è ipotizzato che le ragazze avrebbero avuto una riduzione maggiore dei punteggi di difficoltà e un aumento maggiore dei punteggi di resilienza rispetto ai ragazzi, sempre sulla base dei risultati di Barret et al. (2006).

Metodo

Nota di chi firma l’articolo. Lo studio ha ottenuto l’approvazione etica dello Human Research Ethics Committee della University of Newcastle (riferimento n. H-2015-0152).

Partecipanti

Hanno partecipato giovani tra gli 8 e i 17 anni iscritti al programma Connect-3 o al programma Linked-Up. In totale le persone partecipanti erano 70: 40 maschi (57%) e 30 femmine (43%), con un’età media di 10,43 anni (SD=2.74). Nel gruppo Connect-3 vi erano 48 partecipanti (69%) (60% maschi, 40% femmine) e nel gruppo Linked-Up 22 partecipanti (31%) (50% maschi e 50% femmine).

I genitori delle persone partecipanti hanno compilato insieme a loro un modulo di consenso che autorizzava la raccolta, l’anonimizzazione e l’utilizzo dei dati per il progetto di ricerca. Chi non ha dato il consenso a partecipare alla ricerca ha potuto comunque seguire il programma di resilienza.

I programmi si sono svolti presso The Resilience Centre, a Sydney, in un quartiere di livello socioeconomico elevato secondo i Socio Economic Indexes for Areas (SEIFA). I SEIFA sono un insieme di indici elaborati dall’Australian Bureau of Statistics (ABS) per analizzare il livello socioeconomico di una popolazione. La Statistical Area 2 (SA2) di Epping-North Epping si colloca nel decile più alto per tre delle quattro misure SEIFA, il che indica una popolazione molto avvantaggiata e con un livello di istruzione molto elevato (ABS, 2013). Non erano disponibili dati demografici più precisi sulle persone partecipanti; tuttavia, provenivano in genere da famiglie con risorse economiche, dato che per partecipare al programma dovevano pagare 350 $. Inoltre, nell’ambito del programma, i genitori delle persone partecipanti erano invitati a sessioni informative per incoraggiarli a interessarsi a ciò che si imparava nel programma. Non sono disponibili dati sulla partecipazione dei genitori a queste sessioni.

Procedura

Le persone partecipanti sono state reclutate in diversi modi, il più delle volte tramite accesso spontaneo al programma. I programmi di resilienza godono di un’ottima reputazione nella zona, e quindi molti invii provengono da raccomandazioni di chi vi ha partecipato in passato. Altre fonti di invio sono la medicina generale, il counselling scolastico o figure professionali della psicologia che conoscono il programma e che di solito inviano perché la persona giovane ha difficoltà legate all’ansia. Per questa ricerca non erano disponibili dati precisi su quante persone partecipanti fossero state inviate da ciascuna fonte.

I programmi di gruppo si sono svolti con circa 6-10 partecipanti per gruppo. Se una persona partecipante non poteva frequentare una delle sei sessioni, le veniva proposta una sessione individuale di recupero con la psicologa o lo psicologo in abilitazione (provisional psychologist) che co-conduceva il programma.

I programmi Linked-Up e Connect-3 si sono svolti ciascuno nell’arco di 6 settimane, con sessioni settimanali di 1,5 ore. I programmi avevano una struttura identica e utilizzavano esempi e schede di lavoro diversi per adattare i concetti del Resilience Doughnut alle due fasce d’età. I programmi sono stati condotti da una figura professionale della psicologia e da una in abilitazione, che avevano completato la formazione accreditata del Resilience Doughnut (Worsley, 2008). Chi conduceva i gruppi ha seguito una struttura definita dai manuali dei programmi, sintetizzata nella tabella 1. Inoltre, dopo la prima sessione si è tenuta una sessione informativa perché i genitori e altri membri della famiglia o della comunità potessero partecipare a ciò che si faceva nel programma. Dopo ciascuna delle altre sessioni veniva consegnata ai genitori una lettera che illustrava il contenuto della sessione e come le strategie discusse potessero essere applicate e sviluppate a casa o a scuola. Non sono disponibili dati sulla frequenza complessiva alle 6 sessioni né sulla partecipazione dei genitori durante la prima settimana.

Tabella 1. Panoramica dei programmi Connect-3 e Linked-Up

Settimana 1 — Presentazione del Resilience Doughnut. Settimana 2 — Individuare i punti di forza della persona giovane. Settimana 3 — Imparare il pensiero ottimista. Settimana 4 — Imparare l’empatia e le abilità sociali. Settimana 5 — Riferire sul proprio progetto di gentilezza. Settimana 6 — Notare il cambiamento.

Lo Strengths and Difficulties Questionnaire (SDQ; Goodman, 1997) e la Resilience Scale for Adolescents (READ; Hjemdal, et al., 2006) sono stati somministrati una settimana prima dell’inizio del programma e di nuovo dopo la conclusione della sesta sessione. La maggior parte delle persone partecipanti ha compilato i questionari al computer, ma a causa di alcuni problemi tecnici sei hanno dovuto compilarli con carta e matita, e i risultati sono stati inseriti manualmente nella banca dati.

Misure

Lo Strengths and Difficulties Questionnaire (SDQ; Goodman, 1997). L’SDQ è un breve questionario di screening comportamentale per persone dai 3 ai 16 anni. Comprende 25 item, suddivisi in 5 sottoscale: sintomi emotivi, problemi di condotta, iperattività/disattenzione, problemi nelle relazioni con i pari e comportamento prosociale.

In questo studio l’SDQ è stato utilizzato come misura dei fattori di rischio o delle avversità delle persone partecipanti. Punteggi più alti in ciascuna sottoscala indicano un livello più alto di sintomi emotivi, problemi di condotta, iperattività, problemi con i pari e difficoltà totali, a eccezione della scala prosociale. Poiché la scala prosociale misura la competenza sociale, punteggi più alti indicano un livello più alto di resilienza sociale. I punteggi delle sottoscale dell’SDQ sono suddivisi in quattro categorie descrittive, basate sui punti di cut-off clinici delle sottoscale. Le categorie descrittive vanno da «vicino alla media», che indica un punteggio di difficoltà o prosociale nella norma, a «molto alto (molto basso)», che indica un punteggio di difficoltà molto superiore alla media (o un punteggio prosociale molto inferiore). L’SDQ ha mostrato in precedenza una buona coerenza interna, con un α di Cronbach di .93 (Goodman, 2001). Nel presente studio l’SDQ ha avuto una coerenza interna da moderata a debole, con coefficienti alfa compresi tra .43 e .65 prima dell’intervento e tra .43 e .82 dopo (vedi tabella 2). La validità dell’SDQ è ben consolidata (Goodman, Ford, Simmons, Gatward & Meltzer, 2000).

Tabella 2. Affidabilità delle sottoscale della READ e dell’SDQ prima e dopo (alfa di Cronbach, prima / dopo)

READ — Competenza personale .78 / .83; Competenza sociale .75 / .74; Stile strutturato .58 / .43; Risorse sociali .78 / .69; Coesione familiare .83 / .82.

SDQ — Problemi emotivi .61 / .82; Problemi di condotta .50 / .51; Iperattività .58 / .50; Problemi con i pari .43 / .43; Comportamento prosociale .65 / .65; Difficoltà totali .49 / .64.

La Resilience Scale for Adolescents (READ; Hjemdal et al., 2006). La READ (Hjemdal et al., 2006) è un questionario di 28 item anch’esso composto da cinque sottoscale: competenza personale, competenza sociale, stile strutturato, consapevolezza delle risorse sociali e coesione familiare. In questo studio la READ è stata utilizzata come misura della resilienza. Non prevede cut-off clinici raccomandati; tuttavia, punteggi più alti in ciascuna sottoscala indicano livelli più alti di resilienza. La READ ha mostrato in precedenza una coerenza interna molto elevata, con un α di Cronbach di .94 (Hjemdal et al., 2006). Nel presente studio la READ ha mostrato una coerenza interna adeguata, con coefficienti alfa compresi tra .58 e .83 prima dell’intervento e tra .43 e .83 dopo (vedi tabella 2). La READ è considerata una misura valida della resilienza (von Soest, Mossige, Stefansen & Hjemdal, 2009).

Analisi statistiche

Le analisi statistiche sono state condotte con IBM SPSS Statistics for Windows (versione 21.0; SPSS, Chicago, IL, USA) e tutti i test statistici hanno utilizzato un errore di I tipo di α=.05. I coefficienti alfa di Cronbach sono stati calcolati per la READ e per l’SDQ in entrambi i tempi di misura, per determinare la coerenza interna delle sottoscale per questo campione.

Sono stati costruiti modelli lineari misti per tutte le sottoscale dell’SDQ (difficoltà totali, sintomi emotivi, problemi di condotta, iperattività/disattenzione, problemi nelle relazioni con i pari e comportamento prosociale) e della READ (competenza personale, competenza sociale, stile strutturato, consapevolezza delle risorse e coesione familiare) per confrontare la baseline con il post-trattamento nei gruppi Connect-3 e Linked-Up separatamente.

Per analizzare i dati a misure ripetute si è adottato un approccio a modelli misti, perché analizza secondo il principio dell’intention to treat e perché i dati delle persone partecipanti tra prima e dopo l’intervento erano incompleti. Il presente studio disponeva soltanto di 29 punti dati per l’analisi post-intervento. L’analisi a modelli misti ha garantito che tutte le persone partecipanti fossero incluse nell’analisi e ha consentito aggiustamenti intrinseci per i punteggi di baseline. Un altro vantaggio di un approccio a modelli misti è che viene selezionata la matrice di covarianza ottimale, il che produce «stime più appropriate dell’effetto del trattamento e dei loro errori standard» (Brown & Prescott, 2006: p. 3). La scelta del modello si è basata sul confronto tra due strutture di covarianza (simmetria composta e non strutturata/generale), e la selezione della matrice di covarianza con il miglior adattamento è stata indicata dai valori più bassi del criterio d’informazione di Akaike (AIC) e del criterio bayesiano di Schwartz (BIC). La matrice a simmetria composta è risultata il modello più appropriato per tutte le sottoscale. La dimensione dell’effetto d di Cohen è stata calcolata per ciascuna variabile utilizzando la deviazione standard aggregata della matrice di covarianza residua (Dunst & Hamby, 2012).

Ulteriori modelli sono stati utilizzati per esaminare eventuali differenze di genere in ciascuna delle due fasce d’età (Connect-3 e Linked-Up). La correlazione tra le sottoscale della READ e dell’SDQ è stata esaminata con il rho di Spearman, dato il numero relativamente ridotto di partecipanti e la non normalità delle distribuzioni delle sottoscale.

Risultati

Risultati principali dalla baseline al post-intervento

I risultati del gruppo Connect-3 (N=50) all’SDQ hanno mostrato una riduzione significativa dei punteggi medi di 2,11 punti tra prima e dopo l’intervento per le Difficoltà totali F(1,32)=4.60, p=.04, d=0.37 (vedi tabella 3).

Tabella 3. Medie marginali stimate (M), significatività (p) e dimensione dell’effetto (d) del modello lineare misto per il gruppo Connect-3 (n=48) alla misura SDQ

Ogni riga: M prima (ES); M dopo (ES); differenza; significatività; IC (95%); d di Cohen.

Difficoltà totali — 17.71 (0.81); 15.60 (1.05); −2.11; .04*; 0.11, 4.11; 0.37.

Problemi emotivi — 4.90 (0.36); 4.05 (0.46); −0.84; .06; −0.02, 1.71; 0.33.

Problemi di condotta — 3.37 (0.26); 3.20 (0.35); −0.17; .63; −0.87, 0.53; 0.09.

Iperattività — 5.85 (0.29); 5.04 (0.40); −0.82; .06; −1.68, 0.04; 0.40.

Problemi con i pari — 3.59 (0.32); 3.35 (0.41); −0.24; .52; −1.00, 0.52; 0.11.

Comportamento prosociale — 7.74 (0.25); 8.02 (0.33); 0.28; .40; −0.39, 0.95; 0.16.

Tabella 4. Medie marginali stimate (M), significatività (p) e dimensione dell’effetto (d) del modello lineare misto per il gruppo Connect-3 (n=44) alla misura READ

Competenza personale — 19.79 (0.81); 22.44 (1.01); 2.65; .01*; 0.66, 4.64; 0.49.

Competenza sociale — 14.47 (0.54); 15.10 (0.65); 0.63; .29; −0.56, 1.82; 0.17.

Stile strutturato — 10.40 (0.43); 10.84 (0.56); 0.44; .45; −0.74, 1.62; 0.15.

Risorse sociali — 16.47 (0.49); 16.49 (0.58); 0.02; .97; −0.96, 1.00; 0.01.

Coesione familiare — 19.29 (0.58); 19.44 (0.73); 0.15; .84; −1.34, 1.64; 0.04.

Inoltre, le differenze di punteggio nelle sottoscale Problemi emotivi e Iperattività si avvicinavano alla significatività, rispettivamente F(1,33)=3.92, p=.06, d=0.33 e F(1,37)=3.70, p=.06, d=0.40. Nessun’altra sottoscala dell’SDQ ha mostrato un cambiamento significativo tra prima e dopo l’intervento per il gruppo Connect-3. Alla misura READ, i risultati del gruppo Connect-3 hanno mostrato un aumento significativo dei punteggi medi di 2,65 punti nella sottoscala Competenza personale tra prima e dopo l’intervento, F(1,36)=7.31, p=.01, d=0.49 (vedi tabella 4). Nessun’altra sottoscala della READ è risultata significativa per il gruppo Connect-3.

I risultati del gruppo Linked-Up (N=22) non hanno mostrato alcun cambiamento significativo dei punteggi tra prima e dopo l’intervento, né all’SDQ né alla READ (vedi tabelle 5 e 6). Tuttavia, la sottoscala Comportamento prosociale dell’SDQ si avvicinava alla significatività, F(1,34)=3.62, p=.07, d=0.62. Si è osservato un aumento apparente dei punteggi medi di 1,09 punti tra prima e dopo l’intervento (vedi tabella 5).

Tabella 5: Medie marginali stimate (M), significatività (p) e dimensione dell’effetto (d) del modello lineare misto per il gruppo Linked-Up (n=22) alla misura SDQ

Difficoltà totali — 18.59 (1.21); 15.60 (1.05); −2.11; .04*; 0.11, 4.11; 0.37.

Problemi emotivi — 5.59 (0.54); 4.05 (0.46); −0.84; .06; −0.02, 1.71; 0.33.

Problemi di condotta — 3.32 (0.39); 3.20 (0.35); −0.17; .63; −0.87, 0.53; 0.09.

Iperattività — 5.27 (0.43); 5.04 (0.40); −0.82; .06; −1.68, 0.04; 0.40.

Problemi con i pari — 4.41 (0.48); 3.35 (0.41); −0.24; .52; −1.00, 0.52; 0.11.

Comportamento prosociale — 7.23 (0.37); 8.02 (0.33); 0.28; .40; −0.39, 0.95; 0.16.

Complexe Systémique: nella versione pubblicata, le colonne «Dopo», «Differenza», «Significatività», «IC» e «d di Cohen» di questa tabella sono identiche a quelle della tabella 3 (gruppo Connect-3), il che contraddice il testo di chi firma l’articolo (nessun cambiamento significativo per Linked-Up; comportamento prosociale +1,09, p=.07, d=0.62). Si tratta con ogni probabilità di un errore di impaginazione dell’originale. Riproduciamo la tabella così come è stata stampata; solo le colonne «Prima» sono proprie del gruppo Linked-Up.

Tabella 6. Medie marginali stimate (M), significatività (p) e dimensione dell’effetto (d) del modello lineare misto per il gruppo Linked-Up (n=22) alla misura READ

Competenza personale — 17.72 (1.15); 17.14 (1.79); −0.59; .74; −2.91, 4.09; 0.11.

Competenza sociale — 12.50 (0.77); 12.49 (1.13); −0.15; .99; −2.09, 2.12; 0.04.

Stile strutturato — 8.96 (0.61); 9.19 (1.00); 0.23; .82; −1.83, 2.30; 0.08.

Risorse sociali — 14.91 (0.70); 14.36 (0.98); −0.55; .52; −2.28, 1.18; 0.17.

Coesione familiare — 16.36 (0.82); 15.17 (1.30); −1.19; .36; −3.81, 1.42; 0.31.

Analisi per genere

È stata condotta un’analisi supplementare per determinare se i risultati complessivi fossero significativi sia per i maschi sia per le femmine. Le differenze di genere tra baseline e post-intervento sono risultate minime sia nel gruppo Connect-3 sia nel gruppo Linked-Up. L’unica differenza significativa è stata rilevata nel gruppo Connect-3, nella sottoscala Competenza personale. I maschi hanno aumentato significativamente (p=.01) i loro punteggi da prima (M=19.54) a dopo l’intervento (M=23.02).

Resilienza e avversità

Come ipotizzato, la maggior parte delle sottoscale della READ era correlata negativamente con le sottoscale dell’SDQ, a eccezione della scala prosociale, la cui correlazione era significativamente positiva (vedi tabella 7). In particolare, la scala prosociale era correlata positivamente con le sottoscale Competenza personale (.31, p=.01), Competenza sociale (.39, p<.01), Risorse sociali (.40, p<.01) e Coesione familiare (.26, p=.04), e si avvicinava alla significatività per lo Stile strutturato (.24, p=.06). La competenza sociale era correlata positivamente con l’iperattività (.30, p=.02).

Tabella 7. Matrice di correlazione tra le sottoscale della READ e dell’SDQ (rho di Spearman; N=64 per ogni coefficiente)

Per ciascuna sottoscala della READ, i coefficienti (e la significatività a due code) con, nell’ordine: Problemi emotivi; Problemi di condotta; Iperattività; Problemi con i pari; Comportamento prosociale; Difficoltà totali.

Competenza personale — −.476** (.000); −.182 (.150); −.005 (.968); −.198 (.116); .307** (.014); −.354** (.004).

Competenza sociale — −.197 (.118); −.139 (.275); .301* (.016); −.326** (.009); .393** (.001); −.146 (.251).

Stile strutturato — −.327** (.008); −.316* (.011); −.208 (.099); −.124 (.330); .238 (.059); −.361** (.003).

Risorse sociali — −.144 (.256); −.154 (.224); .120 (.347); −.149 (.239); .398** (.001); −.155 (.222).

Coesione familiare — −.204 (.106); −.223 (.076); −.014 (.914); −.068 (.594); −.263* (.036); −.218 (.083).

Complexe Systémique: la tabella originale stampa «−4.76**» nella prima cella, un evidente refuso per −.476; e il coefficiente tra Coesione familiare e Comportamento prosociale è stampato negativo (−.263), mentre il testo lo dà come positivo (.26, p=.04). Riproduciamo i valori stampati.

Tassi di abbandono

Delle 70 persone partecipanti per le quali erano disponibili i dati pre-intervento delle misure SDQ e READ, 29 (41%) avevano dati post-intervento. Vi sono inoltre due partecipanti del gruppo Connect-3 per cui erano disponibili i dati SDQ e READ post-intervento, ma non i dati pre-intervento. Dato questo basso tasso di ritenzione, sono stati condotti test t per campioni indipendenti su ciascuna sottoscala e sui dati demografici disponibili per la READ e l’SDQ, per confrontare i punteggi di baseline di chi non aveva misure post-intervento disponibili. I due gruppi erano simili sotto tutti gli aspetti, tranne che per la sottoscala Coesione familiare (p=.04) della READ e per Problemi con i pari (p=.01) e Difficoltà totali (p=.02) dell’SDQ (vedi tabella 8).

Tabella 8. Misure di baseline per i n=41 partecipanti senza dati al tempo 2 rispetto ai n=29 partecipanti che hanno completato le misure ai tempi 1 e 2

Ogni riga: dati post non disponibili (n=41); dati post disponibili (n=29); significatività.

Età 11.14; 10.5; .33. Genere (maschi) 26 (61%); 16 (55%); .66. Competenza personale 18.70; 19.55; .54. Competenza sociale 13.62; 13.90; .77. Stile strutturato 9.38; 10.59; .10. Risorse sociali 15.27; 16.69; .08. Coesione familiare 17.35; 19.45; .04*. Problemi emotivi 4.88; 5.54; .26. Problemi di condotta 3.24; 3.50; .54. Iperattività 5.40; 6.07; .16. Problemi con i pari 3.31; 4.57; .01*. Comportamento prosociale 7.50; 7.71; .62. Difficoltà totali 16.83; 19.68; .02*.

Discussione

L’obiettivo del presente studio era proseguire la ricerca di Worsley (2014) sul modello del Resilience Doughnut. In particolare, valutare l’efficacia di due programmi basati su questo modello. I programmi Connect-3 e Linked-Up sono interventi di gruppo che mirano ad aiutare le persone giovani a trovare i propri punti di forza, migliorare le interazioni sociali e sviluppare abilità di pensiero resiliente. L’efficacia di questi programmi è stata valutata esaminando misure pre e post-intervento della resilienza, con la READ (Hjemdal et al., 2006), e delle avversità, con l’SDQ (Goodman, 1997). Lo studio ha esaminato anche le differenze di età e di genere tra prima e dopo l’intervento.

Efficacia dei programmi del Resilience Doughnut

I risultati del gruppo Connect-3 mostrano cambiamenti significativi dei punteggi tra prima e dopo l’intervento. In particolare, le persone partecipanti del gruppo Connect-3 hanno ridotto significativamente il punteggio di difficoltà totali dopo l’intervento. Hanno inoltre avuto un aumento significativo dei punteggi nella sottoscala Competenza personale della misura di resilienza READ. Si è osservata inoltre una diminuzione apparente nelle sottoscale Problemi emotivi e Iperattività, con una tendenza verso la significatività. Sebbene questi risultati forniscano buone prove a favore del programma Connect-3 nella riduzione delle avversità, è importante considerare la rilevanza clinica dei punteggi. In tutte le sottoscale dell’SDQ, i punteggi medi delle persone partecipanti rientravano nelle categorie descrittive da «nella media» a «leggermente elevato», il che suggerisce che non presentassero un tasso di difficoltà clinicamente elevato nemmeno prima del trattamento. Ciò non sorprende, dato che lo studio è stato condotto con una popolazione non clinica.

A differenza del gruppo Connect-3 (scuola primaria), il gruppo Linked-Up (scuola secondaria) non ha mostrato alcun cambiamento significativo dei punteggi dalla baseline al post-intervento. Questi risultati confermano quelli di Lock e Barrett (2003) e di Barrett et al. (2006), secondo cui applicare i programmi nell’età della scuola primaria sembra più efficace per ridurre le avversità rispetto all’età della scuola secondaria. Il numero ridotto di partecipanti nel gruppo Linked-Up può aver influito su questi risultati, dato che vi erano soltanto 22 partecipanti prima dell’intervento e sette dopo. Si è osservato un aumento non significativo dei punteggi di Difficoltà totali nel gruppo Linked-Up, che sembra più probabilmente dovuto a una variazione casuale che a un errore di II tipo. Sebbene questi punteggi si basino su soli sette partecipanti disponibili, non sembra esservi alcuna tendenza al ribasso delle medie marginali stimate tra prima e dopo, tendenza invece evidente nel gruppo Connect-3.

Tuttavia, a differenza dei risultati di Barrett et al. (2006), questo studio non ha rilevato differenze significative tra maschi e femmine nei cambiamenti dalla baseline al post-intervento per la maggior parte delle sottoscale. L’unica eccezione riguarda il gruppo Connect-3, in cui i punteggi dei maschi sono aumentati significativamente nella sottoscala Competenza personale dalla baseline al post-intervento. Questo risultato poco rilevante suggerisce che, in generale, maschi e femmine non rispondono in modo diverso ai programmi del Resilience Doughnut.

Relazione tra i punteggi della READ e dell’SDQ

Come ipotizzato, si è osservato un aumento significativo dei punteggi nella misura di resilienza (READ) e una diminuzione dei punteggi di difficoltà (SDQ) dopo l’intervento, come mostra la matrice di correlazione tra le due misure (tabella 7), il che è coerente con i risultati di Worsley (2014). Tuttavia, a differenza dello studio di Worsley (2014), un piccolo numero di sottoscale dell’SDQ non presentava correlazioni significative con le sottoscale della READ, come la scala di iperattività. Ciò è probabilmente dovuto al tipo di partecipanti del gruppo, inviati più spesso per difficoltà d’ansia che per problemi di comportamento iperattivo. A differenza dello studio di Worsley (2014) (in particolare del terzo studio di caso), questa ricerca comprendeva partecipanti provenienti da contesti socioeconomicamente avvantaggiati.

Inaspettatamente, la competenza sociale era correlata positivamente con l’iperattività. Anche questo è probabilmente il risultato di una popolazione timida e ansiosa. La scala di iperattività potrebbe indicare partecipanti di carattere più estroverso, senza iperattività, come dimostrano i punteggi di iperattività compresi nell’intervallo clinicamente normale.

Punti di forza

Il presente studio è il primo a esaminare l’efficacia dei programmi di gruppo Connect-3 e Linked-Up basati sul modello del Resilience Doughnut. I dati raccolti in questo studio offrono ulteriori elementi di comprensione dei fattori che costruiscono la resilienza delle persone giovani in una popolazione ben dotata di risorse. Questi risultati forniscono la base per proseguire lo studio di questi programmi in popolazioni più diversificate e meno agiate.

Un altro punto di forza di questo studio è che i programmi Connect-3 e Linked-Up sono programmi innovativi, basati sui punti di forza, che mirano a costruire la resilienza in diversi ambiti, come i fattori della comunità e dei pari. A differenza di altri programmi che possono concentrarsi unicamente sullo sviluppo delle caratteristiche individuali (per esempio, le abilità di coping), i programmi del Resilience Doughnut sono concepiti per coinvolgere le persone giovani nel mettersi in contatto con la loro famiglia, la loro comunità e le altre risorse esterne che le circondano. Le sottoscale della READ forniscono una certa misura di queste risorse; tuttavia, la ricerca futura potrebbe concentrarsi più specificamente su come questa visione più ampia della resilienza incida sull’efficacia dei programmi.

Infine, la difficoltà di ottenere i punteggi post-intervento per le misure READ e SDQ evidenzia l’importanza di un buon controllo di qualità nella clinica privata. Questo studio è stato il catalizzatore del miglioramento del sistema di raccolta dei dati, in particolare dell’individuazione di problemi tecnici del programma informatico. Procedure più rigorose di raccolta e registrazione dei dati aiuteranno la clinica a condurre ulteriori ricerche rigorose sui programmi svolti nel centro. Le permetteranno inoltre di continuare a contribuire al crescente campo della ricerca sulla resilienza.

Limiti

Questa ricerca presenta diversi limiti. In primo luogo, il gruppo Linked-Up contava un numero ridotto di partecipanti. Questi numeri più piccoli possono aver inciso sulla possibilità di rilevare un cambiamento significativo dei punteggi alla READ e all’SDQ nel tempo. Sono necessarie ulteriori ricerche nella popolazione adolescente per valutarlo in modo più approfondito.

Un altro limite del programma è stata la scarsa quantità di dati post-intervento disponibili. Erano disponibili soltanto 29 punti dati per l’analisi post-intervento; tuttavia, ciò non indica direttamente i tassi di abbandono, poiché la maggior parte delle persone partecipanti ha completato il programma per intero. Questo numero basso potrebbe piuttosto essere dovuto a problemi tecnici, a un mancato salvataggio corretto dei dati da parte del sistema informatico. Potrebbe anche essere dovuto al fatto che alcune persone partecipanti non hanno frequentato la sessione di follow-up, durante la quale è stata raccolta la maggior parte dei dati post-intervento. Si è cercato di far compilare i questionari post-intervento in una data successiva, ma non sempre è stato possibile. I risultati dei test t per campioni indipendenti hanno mostrato che solo le sottoscale Coesione familiare, Problemi con i pari e Difficoltà totali erano significative per chi non aveva dati post-intervento. Non è chiaro a che cosa ciò possa essere dovuto; potrebbe darsi che le persone partecipanti con un sostegno familiare più limitato non abbiano potuto frequentare la sessione di follow-up per la raccolta dei dati post-intervento, dato che avevano punteggi di baseline significativamente più bassi nella Coesione familiare. In alternativa, potrebbe darsi che queste persone partecipanti non abbiano frequentato la sessione di follow-up perché non avevano bisogno dell’intervento, dato che avevano punteggi significativamente più bassi nei Problemi con i pari e nelle Difficoltà totali.

Un altro limite è stata la scarsa quantità di dati demografici e descrittivi disponibili per analizzare la popolazione partecipante. In particolare, non erano disponibili dati per esaminare quante persone partecipanti avessero seguito interventi precedenti, né quante ricevessero un altro intervento psicologico parallelamente alla partecipazione ai programmi, tanto più che molti invii al programma provenivano da figure professionali della psicologia. Analogamente, esiste un limite riguardo a chi ha avuto accesso spontaneo al programma, poiché l’accesso spontaneo tende a intercettare solo una popolazione probabilmente interessata e più coinvolta nel programma, e può quindi orientare i risultati verso una risposta positiva al programma.

Infine, il disegno della presente ricerca costituisce un limite importante. Si trattava di un disegno pre-post, senza gruppo di controllo. Ciò limita le conclusioni che si possono trarre dai risultati riguardo all’efficacia generale del programma.

Raccomandazioni per la ricerca futura

Il presente studio ha esaminato l’effetto dei programmi Connect-3 e Linked-Up sul miglioramento dei punteggi di resilienza in una popolazione piccola e omogenea, socioeconomicamente avvantaggiata e quindi dotata di risorse sufficienti per essere già resiliente, come suggerito da Ungar (2008). La ricerca futura potrebbe esaminare l’efficacia dei gruppi Connect-3 e Linked-Up in una popolazione esposta a maggiori avversità, poiché potrebbe produrre risultati clinicamente più significativi. Potrebbe anche essere interessante esaminare come questi programmi si confrontino con altri programmi internazionali di resilienza, come il Penn Resiliency Program (Gillham, et al., 2007).

Un altro ambito di ricerca futura potrebbe consistere nell’esaminare come questi programmi aiutino le persone giovani a entrare in contatto con le risorse che le circondano, come la famiglia e la comunità, e come, a loro volta, queste risorse costruiscano la resilienza della persona giovane. Per esempio, i programmi erano concepiti per coinvolgere la famiglia della persona giovane attraverso sessioni informative per i genitori. La famiglia e la comunità erano coinvolte anche nei compiti a casa, come il progetto di gentilezza, in cui le persone partecipanti dovevano sviluppare un progetto che le collegasse alle risorse sociali disponibili (per esempio, la scuola, la società sportiva, la famiglia, la comunità religiosa). La ricerca futura potrebbe esaminare l’impatto di questi collegamenti sulla costruzione della resilienza. Ciò è particolarmente importante, dato che la resilienza viene sempre più definita come un processo di superamento delle avversità attraverso l’uso di risorse sia individuali sia ambientali (Ungar at al., 2008; Windle et al., 2011).

Infine, gli studi futuri dovrebbero considerare di modificare il disegno dello studio. Anziché un disegno pre-post, la ricerca futura potrebbe prevedere l’assegnazione randomizzata a gruppi di training e di controllo. Ciò garantirebbe risultati statisticamente più solidi, che potrebbero ampliare la portata delle implicazioni cliniche dei programmi.

Conclusione

La presente ricerca offre una prospettiva sulla costruzione della resilienza in popolazioni non cliniche di infanzia e adolescenza attraverso i programmi Connect-3 e Linked-Up. Questi due programmi di 6 settimane, basati sul modello del Resilience Doughnut, hanno dimostrato di saper costruire la competenza personale e ridurre le difficoltà totali nella fascia d’età tra gli 8 e i 12 anni. Tuttavia, sono necessarie ulteriori ricerche per esaminare l’impatto dei programmi in campioni di popolazione non clinica e clinica.

Complexe Systémique: che cosa tenere a mente

Ciò che qui vale la visita, più delle cifre, è il modello: un anello di sette fattori attorno all’infanzia, di cui ne bastano tre se resi solidi, e l’idea di Worsley che non si insegna all’infanzia a essere resiliente, ma si insegnano alla famiglia e alla comunità modi di stare in relazione. È una definizione ecologica della resilienza, quella di Ungar, che chiunque pratichi l’approccio sistemico riconoscerà. Lo studio in sé è fragile e lo dice: nessun gruppo di controllo, una clinica privata in un quartiere agiato, il 41% dei dati in uscita e una tabella 5 le cui colonne sono palesemente duplicate dalla tabella 3 nella versione stampata (lo segnaliamo al punto giusto). Da leggere insieme alla revisione sistematica di Ghataorhe Johnson, Robinson e McCabe, che colloca questo tipo di programma nell’insieme della ricerca, e a John Henden sulla resilienza dopo il trauma.

Chi firma l’articolo

Kaitlyn Miller is a clinical psychologist registrar in the Child and Adolescent Mental Health Service, John Hunter Children’s Hospital in Newcastle, Australia and is an associate member of the Australian Psychological Society. Kaitlyn is also completing further study in applied policy and social research with an interest in developing policy using resilience frameworks. Email: Kaitlyn.Miller@hnehealth.nsw.gov.au

Lyn Worsley is a Clinical Psychologist and Director of the Resilience Centre in Sydney, Australia. She is the author of The Resilience Doughnut, a pioneering model showing the strong contexts where resilience is enhanced, both during development and throughout adulthood. Email: lyn@theresiliencecentre.com.au

Tanya Hanstock is a Senior Lecturer and the Convenor of the Clinical Psychology Program at The University of Newcastle in Australia. She lectures in the area of child and family clinical psychology. Dr Hanstock has conducted a number of research projects in the area of child and adolescent mental health and has also supervised a number of students’ research projects in this area. Dr Hanstock is also a Senior Clinical Psychologist who specialises in the assessment and treatment of children and adolescents. Dr Hanstock has a special interest in promoting resilience in young people. Email: Tanya.Hanstock@newcastle.edu.au

Megan Valentine is a research statistician with the Statistical Support Service at the University of Newcastle, and has assisted with study design and analysis across several disciplines, predominantly in Psychology and Special Education. Mrs Valentine is also a tutor in statistics for science students and public health for students studying medicine.

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Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale Evaluating the effectiveness of a resilience program for children and young people in a private Australian psychology clinic, di Kaitlyn Miller, Lyn Worsley, Tanya Hanstock e Megan Valentine, pubblicato nel Journal of Solution-Focused Brief Therapy, vol. 2, n. 2 (2016), pp. 37-60, doi: 10.59874/001c.75093, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con la presentazione adattata alla lettura online, le tabelle presentate in forma di schede e la figura descritta, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Evaluating the effectiveness of a resilience program for children and young people in a private Australian psychology clinic», pubblicato nel Journal of Solution-Focused Brief Therapy (2016) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo di chi firma l’articolo è stato tradotto integralmente e solo la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Miller, K., Worsley, L., Hanstock, T., & Valentine, M. (2016). Evaluating the effectiveness of a resilience program for children and young people in a private Australian psychology clinic. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/evaluating-the-effectiveness-of-a-resilience-program-for-children-and-young-people-in-a-private-australian-psychology-clinic (Opera originale pubblicata nel 2016 in Journal of Solution-Focused Brief Therapy, vol. 2, n. 2 (2016), pp. 37-60; ripubblicata nel 2016 da Journal of Solution-Focused Brief Therapy, https://journalsfp.org/article/75093)

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