Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Child and Family Studies · Famiglia
Una madre e sua figlia o suo figlio raccontano la stessa storia sulla stessa violenza di coppia? Un’équipe olandese ha confrontato, intervista per intervista, i racconti di 36 madri e di 43 tra figli e figlie. Sul clima in casa i racconti convergono; su ciò che la prole ha visto, subito e provato, divergono: figlie e figli hanno assistito a molta più violenza di quanto le madri supponessero, e il loro disagio interiore passa spesso inosservato.
Traduzione non ufficiale in italiano di Interparental Violence: Similarities and Discrepancies Between Narratives of Mothers and Their Children, di Floor Barbera van Rooij, Winneke Aalken van der Schuur, Majone Steketee, Jodi Mak e Trees Pels, pubblicato in Journal of Child and Family Studies (Springer) (2015), doi: 10.1007/s10826-015-0137-3, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
A quanto pare, figli e figlie avevano assistito a una parte della violenza maggiore di quanto le madri supponessero.
Floor Barbera van Rooij, Winneke Aalken van der Schuur, Majone Steketee, Jodi Mak e Trees Pels
Abstract
Gli studi e i programmi di intervento precedenti sulla violenza interparentale si sono basati in larga misura su resoconti forniti esclusivamente dai genitori o esclusivamente da figli e figlie. Eppure la letteratura e il quadro teorico forniscono indicazioni sull’esistenza di discrepanze tra i racconti dei genitori e quelli della prole. Il presente studio si concentra quindi sulle somiglianze e sulle differenze tra i racconti delle madri e quelli dei loro figli e figlie riguardo all’esposizione infantile alla violenza interparentale e al suo impatto sul funzionamento infantile e genitoriale. Sono state condotte interviste aperte in profondità per raccogliere i racconti di 36 madri (di età compresa tra 27 e 59 anni) e di 43 tra i loro figli e figlie (17 ragazzi e 26 ragazze; di età compresa tra 9 e 25 anni) che in passato avevano vissuto violenza interparentale. Per codificare le interviste è stato utilizzato un sistema di codifica gerarchico. Successivamente, le differenze tra i racconti delle madri e quelli della prole sono state analizzate a partire dai frammenti codificati. Sono emerse poche differenze tra i racconti riguardo al funzionamento genitoriale. Abbiamo invece riscontrato discrepanze riguardo all’esposizione infantile alla violenza interparentale e al suo impatto sul funzionamento infantile. Le analisi esplorative hanno mostrato relazioni tra le discrepanze e la gravità della violenza e l’età della prole. Prestare maggiore attenzione a queste differenze è essenziale per ampliare le nostre conoscenze sul complesso impatto della violenza sui membri della famiglia e per migliorare un sostegno calibrato sui loro bisogni specifici.
Parole chiave: Violenza interparentale, Discrepanze tra fonti informative, Resoconti materno-filiali, Funzionamento genitoriale, Funzionamento infantile
Le stime di prevalenza indicano che nei Paesi Bassi (il Paese in cui è stato condotto questo studio) circa il 10 % della popolazione è stato esposto alla violenza domestica. Il tipo più comune di violenza domestica è la violenza interparentale, che indica la violenza che si verifica tra i genitori (Van der Veen and Bogaerts 2010). L’esposizione alla violenza interparentale ha un impatto rilevante sul funzionamento dei bambini, delle bambine e delle famiglie (ad es., Holt et al. 2008). L’infanzia esposta alla violenza interparentale è più vulnerabile ai problemi di adattamento. Per esempio, presenta più problemi internalizzanti, esternalizzanti e scolastici. Inoltre, l’esposizione alla violenza interparentale è associata a livelli più elevati di maltrattamento emotivo, fisico e sessuale sull’infanzia (DeBoard-Lucas and Grych 2011; Holt et al. 2008; Kitzmann et al. 2003; Wolfe et al. 2003). Per quanto riguarda il funzionamento genitoriale, le madri lottano continuamente per controllare i propri comportamenti genitoriali durante i periodi di violenza interparentale (Pels et al. 2010; Peled and Gil 2011). A titolo di esempio, è emerso che le madri hanno difficoltà a proteggere figli e figlie. I resoconti mostrano che si sforzavano di concentrarsi sul proprio ruolo genitoriale, di trattenere il partner o di compensarne la violenza, oltre a proteggere la prole dall’esposizione alla violenza. Tuttavia, spesso non riuscivano a impedire che figli e figlie fossero esposti alla violenza interparentale (Peled and Gil 2011). Inoltre, la violenza interparentale è stata associata all’indisponibilità emotiva delle madri (Pels et al. 2010; Sturge-Apple et al. 2012). Diversi studi hanno poi indicato che la relazione tra violenza interparentale e funzionamento infantile è moderata, o addirittura mediata, dal funzionamento genitoriale (ad es., DeBoard-Lucas et al. 2010; Skopp et al. 2007; Sturge-Apple et al. 2012). Per esempio, una genitorialità supportiva riduce l’autoaccusa infantile, e tale autoaccusa compare solo quando i genitori riferiscono livelli elevati di comportamento coercitivo (DeBoard-Lucas et al. 2010). Un funzionamento familiare positivo costituisce dunque un importante fattore di protezione rispetto allo sviluppo di problemi di adattamento nell’infanzia.
È importante notare che diverse fonti all’interno della famiglia possono fornire resoconti differenti degli stessi episodi. Nell’esaminare le complesse dinamiche familiari, è preferibile tenere conto delle prospettive di più fonti per ottenere una comprensione più completa di tali dinamiche (Cottrell et al. 2003; Pelegrina et al. 2003). Gli studi precedenti sulla violenza interparentale, tuttavia, si sono basati in larga misura su resoconti forniti esclusivamente dai genitori o esclusivamente da figli e figlie. Si sa meno sulle discrepanze tra i racconti dei genitori e quelli della prole riguardo all’esposizione alla violenza interparentale e al suo impatto sul funzionamento infantile e familiare. Abbiamo trovato solo due studi sulla violenza domestica che includessero un qualche confronto tra i resoconti delle madri e quelli di figli e figlie (Levendosky and Graham-Bermann 2001; McCloskey et al. 1995). Levendosky e Graham-Bermann (2001) hanno riscontrato correlazioni basse tra i resoconti materni e quelli della prole riguardo all’adattamento di figli e figlie nel contesto della violenza interparentale. Tuttavia, non hanno riferito le differenze specifiche tra queste fonti. McCloskey et al. (1995) hanno osservato una corrispondenza complessiva bassa (ma significativa) tra i resoconti delle madri e quelli della prole. Hanno trovato correlazioni da moderate a elevate tra madri e prole nei resoconti sull’aggressività all’interno della famiglia (dal padre alla madre, dal padre al figlio o alla figlia, dalla madre al figlio o alla figlia). Sono emerse differenze riguardo al sostegno genitoriale: mentre nei resoconti delle madri il sostegno genitoriale non era correlato all’entità della violenza familiare, figli e figlie delle famiglie con più violenza familiare percepivano un minore sostegno genitoriale.
Diversi studi in altri ambiti del funzionamento infantile e familiare hanno invece rilevato discrepanze tra i resoconti dei genitori e quelli della prole (ad es., Ohannessian et al. 2000; Pelegrina et al. 2003; Shapiro 2004; Stice and Barrera 1995). A titolo di esempio, le correlazioni tra le percezioni dei genitori e quelle della prole sono di solito moderate o basse per quanto riguarda i problemi esternalizzanti in età evolutiva. Figli e figlie riferiscono livelli più elevati di problemi esternalizzanti rispetto ai genitori (Stice and Barrera 1995). Inoltre, nello studio di Ohannessian e colleghi la prole valutava il funzionamento della propria famiglia in modo più negativo rispetto ai genitori. Riferiva anche livelli più bassi di coesione e di adattamento familiare rispetto ai genitori (Ohannessian et al. 2000).
La comunità scientifica ha proposto diverse ipotesi per spiegare le differenze tra le percezioni dei genitori e quelle della prole. L’ipotesi dell’investimento intergenerazionale (Intergenerational Stake Hypothesis; Bengtson and Kuypers 1971; Giarrusso et al. 1995) mira a spiegare la variabilità delle prospettive di genitori e prole sulla base delle differenze tra generazioni (ossia il «divario generazionale»). Il presupposto è che le discrepanze tra generazioni nascano da variazioni nelle motivazioni e nei livelli di investimento nei diversi periodi dello sviluppo. Secondo questa ipotesi, le generazioni più anziane attribuiscono valore alla generatività, il desiderio di impegnarsi in sforzi significativi e duraturi, come la procreazione e la guida della generazione successiva (Erikson 1968). Le generazioni più giovani, invece, cercano col tempo di conquistare l’indipendenza. Per esempio, il bisogno di generatività dei genitori può portarli a mantenere la continuità tra le generazioni investendo su figli e figlie, mentre il desiderio di indipendenza della prole può portarla a investire meno sui genitori. I genitori potrebbero quindi vedere i propri comportamenti genitoriali o la propria relazione con figli e figlie in modo più positivo di quanto facciano questi ultimi. Il modello strutturale sociale (Social Structural Model; Risman and Park 1988) può fornire un’ulteriore spiegazione delle differenze tra i racconti dei genitori e quelli della prole (Shapiro 2004). Questo modello fa riferimento al contributo del contesto strutturale sociale e suggerisce che genitori e prole occupino posizioni strutturali diverse nella società. Le discrepanze nelle percezioni e nei racconti potrebbero nascere da variazioni nelle opportunità e nelle aspettative legate alle rispettive posizioni strutturali sociali. Per esempio, è probabile che figli e figlie che percepiscono che la società offre loro sufficienti opportunità si sentano più indipendenti e riferiscano livelli più bassi di investimento da parte dei genitori. Un altro modello incentrato sulle differenze di prospettiva è il modello del contesto del bias di attribuzione (Attribution Bias Context Model; De Los Reyes 2011; De Los Reyes and Kazdin 2005). Questo modello è stato sviluppato in origine per spiegare le discrepanze tra fonti nella valutazione clinica in età evolutiva, a partire dal fenomeno attore-osservatore (Jones and Nisbett 1972). Sebbene si occupi delle discrepanze tra fonti nella valutazione clinica in età evolutiva, questo modello può spiegare anche le discrepanze tra i racconti dei genitori e quelli della prole esposta alla violenza interparentale. Come nel modello originale, nei racconti sul funzionamento infantile la prole è nella posizione di attore e i genitori in quella di osservatore. In questo contesto, però, nei racconti sulla violenza interparentale e sui comportamenti genitoriali sono i genitori a essere nella posizione di attore e la prole in quella di osservatore. Il modello presuppone che le differenze tra attori e osservatori nascano da discrepanze nelle attribuzioni e nelle prospettive. Secondo questo modello, chi agisce tende ad attribuire le cause dei propri problemi al contesto in cui il comportamento si manifesta, sminuendo o trascurando la propria disposizione. Le prospettive e i resoconti di chi agisce tendono quindi a concentrarsi maggiormente sul contesto. Al contrario, chi osserva tende ad attribuire le cause dei problemi di chi agisce alla sua disposizione, sminuendo o trascurando il contesto in cui il comportamento si manifesta. Le prospettive e i resoconti di chi osserva tendono quindi a concentrarsi maggiormente sui comportamenti negativi di chi agisce (De Los Reyes 2011; De Los Reyes and Kazdin 2005).
In sintesi, l’ipotesi dell’investimento intergenerazionale (Bengtson and Kuypers 1971; Giarrusso et al. 1995), il modello strutturale sociale (Risman and Park 1988; Shapiro 2004), il modello del contesto del bias di attribuzione (De Los Reyes 2011; De Los Reyes and Kazdin 2005) e la letteratura citata in precedenza indicano che sono prevedibili discrepanze tra i racconti delle madri e quelli di figli e figlie esposti alla violenza interparentale. È quindi importante indagare queste differenze per comprendere meglio le dinamiche delle famiglie esposte alla violenza interparentale. Inoltre, una migliore comprensione delle possibili discrepanze può fornire indicazioni per politiche migliori. Finora, nella maggior parte dei Paesi, bambine, bambini e adolescenti non sono (ancora) coinvolti nelle procedure di valutazione e di trattamento: di solito il personale dei servizi parla della prole solo con uno o entrambi i genitori (Mak and Steketee 2013). Affidarsi a una sola fonte potrebbe fornire informazioni incomplete sull’esposizione infantile alla violenza interparentale e sul suo impatto sul funzionamento infantile e familiare. Ciò è particolarmente preoccupante, poiché politiche basate su informazioni così incomplete possono tradursi in un sostegno insufficiente sia per i genitori sia per la prole (ad es., Cottrell et al. 2003; Levendosky and Graham-Bermann 2001; Hill and Jones 1997; Pelegrina et al. 2003). Per esempio, la sottostima da parte dei genitori dell’esposizione di figli e figlie alla violenza interparentale può portare a una reazione insufficiente a tale esposizione, nonché a un sostegno inefficace (Hill and Jones 1997). Una maggiore consapevolezza delle discrepanze tra la prospettiva delle madri e quella della prole può essere importante anche a fini preventivi. Quando il personale dei servizi e chi opera in modo informale riceve una formazione per comunicare meglio sulla violenza interparentale e sulle sue conseguenze sia con le madri sia con figli e figlie, la valutazione del rischio può essere effettuata prima, per garantire la sicurezza della persona minorenne (Mak and Steketee 2013).
Lo scopo del presente studio è confrontare i racconti di madri e figli e figlie che hanno vissuto violenza interparentale, riguardo all’esposizione della prole a tale violenza e al suo impatto sul funzionamento infantile e genitoriale. Ci aspettiamo che i loro racconti differiscano, sulla base dell’ipotesi dell’investimento intergenerazionale, del modello strutturale sociale e del modello del contesto del bias di attribuzione. Per esempio, alla luce dell’ipotesi dell’investimento intergenerazionale, le madri potrebbero riferire in modo più positivo sulla propria genitorialità rispetto alla prole, dato il loro bisogno di generatività, le aspettative percepite e l’attribuzione dei propri problemi genitoriali al contesto. Inoltre, secondo il modello strutturale sociale, figli e figlie potrebbero riferire in modo più positivo sul proprio funzionamento rispetto alle madri, date le loro motivazioni, le aspettative percepite della società e l’attribuzione dei propri problemi al contesto e non alla propria disposizione. Esploriamo inoltre l’associazione tra la gravità della violenza e l’età di figli e figlie, da un lato, e le discrepanze tra i racconti delle madri e quelli della prole, dall’altro. Come osservato da McCloskey et al. (1995), il grado di violenza potrebbe influenzare in modo diverso i resoconti di madri e prole. Inoltre, le capacità cognitive e socio-emotive legate all’età potrebbero influenzare il modo in cui la violenza viene percepita e valutata in età evolutiva, nonché il ricordo e la rivelazione della violenza (si vedano Fosco et al. 2007; Hungerford et al. 2012; Jouriles et al. 2000; Thompson et al. 2007).
Questo studio fa parte di un progetto di ricerca più ampio condotto nei Paesi Bassi, incentrato sull’influenza della violenza interparentale sulla prole e sul funzionamento genitoriale (studio qualitativo basato su interviste e revisione della letteratura). Il presente studio ha comportato analisi secondarie delle trascrizioni delle interviste qualitative a madri e figli o figlie della stessa famiglia (si veda Pels et al. 2010).
Per il reclutamento delle persone partecipanti abbiamo adottato diversi criteri di inclusione. In primo luogo, le madri dovevano aver vissuto violenza interparentale in passato, ma la violenza doveva essere cessata al momento dello studio. In secondo luogo, figli e figlie dovevano aver assistito alla violenza e aver vissuto con i genitori durante il periodo di violenza interparentale. Nel presente studio, l’esposizione infantile alla violenza interparentale indica la consapevolezza, da parte della prole, di una violenza interparentale avvenuta in passato. Sono stati considerati testimoni coloro che avevano visto o sentito la violenza interparentale, nonché coloro che vi erano stati esposti indirettamente, per esempio perché la madre ne aveva parlato o perché ne avevano visto le ferite (Kitzmann et al. 2003). In terzo luogo, per migliorare l’affidabilità dei ricordi, l’ultimo episodio di violenza interparentale doveva essersi verificato tra 6 mesi e 3 anni prima dello studio. Infine, le persone partecipanti dovevano dichiarare di aver compreso lo scopo dello studio e di avere la volontà e la capacità di partecipare. Dipendenze, ritardo mentale e gravi problemi psichici costituivano quindi criteri di esclusione.
Per reclutare le madri ci si è avvalsi di persone chiave (ad es., professioniste e professionisti attivi nell’ambito della violenza nelle relazioni intime, della genitorialità, dei servizi per i giovani o di comunità, e persone, del settore o non, che lavoravano con le comunità destinatarie o vi avevano un’ampia rete di contatti), di volantini e di vari canali mediatici. Inoltre, alle partecipanti è stato chiesto se conoscessero altre donne disposte a collaborare. Anche diverse organizzazioni professionali hanno collaborato al reclutamento delle madri (ad es., Steunpunt Huiselijk Geweld — un centro di assistenza per la violenza domestica —, case rifugio per donne e servizi per i minori). Figli e figlie sono stati reclutati dalle loro madri.
Il campione era composto da 36 madri e da 43 tra i loro figli e figlie (17 ragazzi e 26 ragazze). L’età delle madri variava da 27 a 59 anni (M = 41.11, SD = 7.03). Nella maggior parte dei casi ha partecipato un figlio o una figlia per ciascuna madre. In cinque casi, tuttavia, due figli o figlie della stessa madre erano disposti a partecipare, e in un caso hanno partecipato tre figli o figlie della stessa madre. L’età della prole variava da 9 a 25 anni (M = 15.35, SD = 4.02). Le diadi materno-filiali del campione differivano per l’origine etnica delle madri: 7 erano olandesi d’origine, le altre erano immigrate (N = 29; provenienti per lo più dall’area caraibica (Suriname, Antille), dalla Turchia e dal Marocco; in base al Paese di nascita della madre e a quello di uno o entrambi i suoi genitori). Delle madri partecipanti, il 47 % (n = 17) aveva un basso livello di istruzione, il 39 % (n = 14) un livello intermedio e il 14 % (n = 5) un livello elevato. Della prole, il 91 % (n = 39) andava ancora a scuola, il 7 % (n = 3) lavorava e una persona era a casa a causa di difficoltà incontrate a scuola. Per il 26 % della prole (n = 11) il titolo di studio più elevato conseguito era la scuola primaria, mentre il 47 % (n = 20) aveva completato la scuola secondaria, il 14 % (n = 6) la formazione professionale e il 12 % (n = 5) l’istruzione superiore. La tabella 1 descrive il tipo, la frequenza e la durata dell’esposizione delle madri alla violenza del partner, secondo quanto da loro riferito.
Tabella 1 — Sintesi delle descrizioni della violenza fornite dalle madri (n = 36): tipo, frequenza e durata della violenza interparentale
I dati sono stati raccolti mediante interviste aperte in profondità, a sostegno del carattere esplorativo dello studio (Bryman 2008). Per lo studio sono state selezionate e formate persone professioniste dell’intervista. La formazione comprendeva un’introduzione alla violenza interparentale, all’influenza della violenza interparentale sull’infanzia, una discussione sugli elenchi di temi, l’intervista a vittime di violenza interparentale e l’intervista a bambine e bambini. Inoltre, con chi conduceva le interviste sono stati presi accordi sulla sicurezza della situazione durante l’intervista. Chi conduceva le interviste è stato informato dei potenziali rischi legati all’intervistare le persone partecipanti.
Chi conduceva le interviste ha contattato telefonicamente le persone partecipanti per fissare un appuntamento. Il consenso informato è stato raccolto durante il reclutamento delle madri e di nuovo all’inizio di ogni intervista, quando venivano illustrati gli obiettivi dello studio. Inoltre, alle madri è stato chiesto di spiegare a figli e figlie gli obiettivi dell’intervista. All’inizio dell’intervista è stato detto esplicitamente alle persone partecipanti che le loro informazioni sarebbero state utilizzate in modo riservato e anonimo. Sono state adottate misure aggiuntive per il supporto successivo alle persone partecipanti. Chi aveva condotto l’intervista si è offerto di richiamare alcuni giorni dopo per chiedere come si sentissero le persone intervistate e quale effetto avesse avuto su di loro l’intervista. Diverse madri sembravano percepire scarso o nessun sostegno: sono state fornite loro informazioni sul centro di supporto per la violenza domestica.
La durata delle interviste alle madri variava tra 60 e 180 min (M = 101.97, SD = 29.60). Per figli e figlie, la durata variava tra 16 e 125 min (M = 61.18, SD = 23.04). Del totale delle interviste, il 58 % si è svolto a casa della persona partecipante e il 42 % in altri luoghi (ad es., una casa rifugio per donne o un centro di comunità). Questi luoghi sono stati scelti in base alle preferenze delle persone partecipanti. Chi conduceva le interviste ha valutato positivamente tutti i luoghi per le madri e il 98 % dei luoghi per la prole. Prima dell’intervista si è dedicato tempo a creare un clima sicuro e di fiducia, e dopo l’intervista ci si è trattenuti ancora un po’ per concludere l’incontro in modo positivo. La durata media della visita è stata quindi di 140 min (SD = 56.15) per le madri e di 109 min (SD = 86.10) per figli e figlie.
Le interviste alle madri sono state condotte in olandese nel 69 % dei casi; nel 22 % delle interviste è stata usata la lingua madre della madre, e l’8 % delle interviste si è svolto sia nella lingua madre sia in olandese. L’olandese è stato usato nell’89 % delle interviste alla prole. In un’intervista sono state usate sia la lingua madre sia l’olandese. Tutte le interviste condotte in altre lingue sono state tradotte in olandese da chi le aveva condotte. Con il permesso delle persone partecipanti, è stato registrato il 94 % delle interviste alle madri e il 91 % delle interviste a figli e figlie. Le altre persone partecipanti hanno autorizzato a prendere appunti. Le interviste registrate sono state trascritte alla lettera da chi le aveva condotte. Le sei interviste non registrate sono state trascritte sulla base di appunti dettagliati.
Sono stati elaborati due elenchi di temi, uno per le interviste alle madri e uno per le interviste alla prole. La scelta dei temi si è basata su una revisione della letteratura (Lünnemann et al. 2011) e su interviste ad assistenti sociali con esperienza nel settore. Sono stati inoltre presi in considerazione elenchi di temi di altri studi incentrati su famiglie immigrate (Dijkstra 2000; Lamers-Winkelman et al. 2007; Pels 2000; Skinner et al.2005). I concetti degli elenchi di temi sono stati verificati da una persona esperta e da un comitato di esperti. La seconda versione è stata valutata, quanto a contenuto e struttura, con un gruppo di intervistatrici e intervistatori esperti. Gli elenchi sono stati poi adattati sulla base di interviste di prova con madri e figli o figlie di diversi gruppi etnici. In generale, sia chi ha condotto le interviste sia le persone intervistate hanno valutato positivamente le interviste di prova. Sono stati apportati lievi aggiustamenti alla struttura delle interviste e alla formulazione delle domande di esempio.
I temi affrontati nelle interviste alle madri comprendevano la storia della violenza, la genitorialità durante e dopo la violenza interparentale e il sostegno percepito. Sulla base dei racconti delle madri, la violenza vissuta è stata classificata in due categorie: (1) da lieve a moderata e (2) da grave a molto grave. La violenza da lieve a moderata indica una violenza fisica sporadica che causa lesioni da nulle a moderate e una violenza psicologica moderata, come l’umiliazione e il controllo. La categoria da grave a molto grave indica una violenza fisica mensile, settimanale o quotidiana che spesso causava lesioni gravi, e una violenza psicologica grave, come l’isolamento, le umiliazioni gravi e il controllo totale.
I temi delle interviste a figli e figlie comprendevano l’esposizione alla violenza, l’impatto della violenza su di loro, la relazione con i genitori, la prospettiva futura e il sostegno percepito. Il linguaggio e il contenuto delle interviste sono stati adattati nelle interviste con le persone più giovani.
Abbiamo utilizzato una combinazione di codifica top-down e bottom-up per raggiungere la saturazione (Bryman 2008), costruendo così un sistema di codifica gerarchico che rispecchiasse gli obiettivi dello studio. Sulla base di studi precedenti e degli elenchi di temi abbiamo definito un sistema centrale di codifica gerarchico, che abbiamo ampliato o adattato quando necessario per induzione dal materiale delle interviste.
Abbiamo utilizzato il software (ATLAS.ti 1999) per codificare i frammenti e analizzare i dati. La codifica è stata eseguita da un membro dell’équipe di ricerca. Per migliorarne l’affidabilità, diversi membri dell’équipe di ricerca hanno discusso l’applicazione dei codici, assicurando così una codifica corretta e la saturazione del libro dei codici. È stato un periodo intenso, in cui l’équipe ha discusso la coerenza nell’applicazione dei codici a specifici frammenti delle interviste. Inoltre, altri membri dell’équipe hanno monitorato sistematicamente la codifica per stabilire se i frammenti delle interviste fossero stati codificati in modo coerente e conseguente nelle diverse interviste.
Per valutare le differenze tra i racconti delle madri e quelli della prole, abbiamo stampato e confrontato i frammenti codificati. Ai fini dell’analisi, abbiamo suddiviso i frammenti in quelli relativi al periodo della violenza interparentale e in quelli relativi al periodo successivo. I codici principali per l’esposizione infantile alla violenza interparentale sono l’esposizione della prole alla violenza interparentale o, più precisamente, alla violenza agita dalle figure paterne e dalle madri. Per il funzionamento infantile, i codici principali sono i seguenti: maltrattamento infantile, comportamenti di coping e problemi della prole (problemi emotivi e comportamentali). I codici principali per il funzionamento genitoriale sono il clima in casa e le dimensioni genitoriali del sostegno e del controllo. Inoltre, per tutti i risultati discrepanti sono state svolte analisi esplorative per indagarne le relazioni con la gravità della violenza e con l’età di figli e figlie al momento dell’intervista. Le tendenze nelle discrepanze per tipo di violenza e per età sono discusse nella sezione dei risultati solo quando evidenti; per una sintesi di tutte le analisi si veda la tabella 2. Quando partecipavano più figli o figlie della stessa fascia d’età, abbiamo prima confrontato i loro racconti. Non sono emerse differenze e i loro racconti (aggregati) sono stati confrontati con quelli delle madri. In due famiglie i due figli o figlie partecipanti non appartenevano alla stessa fascia d’età. In questi casi le analisi sono state condotte separatamente per la madre e la persona più giovane e per la madre e quella più grande, con numeri leggermente diversi (n = 38 invece di n = 36; da lieve a moderata (n = 18), da grave a molto grave (n = 20)) ed età al momento dell’intervista [<16 (n = 23), ≥16 (n = 15)].
Tabella 2 — Sintesi delle discrepanze tra i racconti delle diadi materno-filiali in base al tipo di violenza [da lieve a moderata (n = 18), da grave a molto grave (n = 20)] e all’età del figlio o della figlia [<16 (n = 23), ≥ 16 (n = 15)] durante il periodo della violenza interparentale
Discrepanze: percentuale (n) di diadi materno-filiali, per tipo di violenza e per età del figlio o della figlia.
Nei risultati vengono usati determinati termini per indicare le quantità (Sandelowski 2001). Pochi e raramente indicano che qualcosa si è verificato in meno del 20 % (n ≤ 7) delle persone partecipanti; diversi e minoranza si riferiscono a eventi ricorrenti tra il 20 e il 49 % (7 < n < 17) delle interviste, spesso e maggioranza tra il 50 e l’80 % (18 < n < 29), e molti e frequentemente si riferiscono a più dell’80 % (n ≥ 29) delle interviste. Nei risultati, le figure paterne sono indicate come figure paterne o come padri. Utilizziamo citazioni di madri, figli e figlie per illustrare i risultati, con informazioni aggiuntive sulla persona intervistata (ad es., madre o figlio/figlia, sesso, età e origine etnica).
Sebbene il campione comprendesse persone di diversa origine etnica, non abbiamo incluso l’etnia come fattore nelle analisi a causa delle dimensioni ridotte dei sottogruppi. Tuttavia, lo studio più ampio da cui è tratto il nostro sottocampione ha evidenziato che le discrepanze tra i racconti dei diversi gruppi etnici riguardo al funzionamento genitoriale e infantile erano trascurabili (Pels et al. 2010).
Abbiamo valutato l’esposizione del figlio o della figlia e il ruolo della madre rispetto alla violenza interparentale. In generale, sia le madri sia figli e figlie hanno riferito di frequente che la prole era stata esposta alla violenza interparentale. Tuttavia, nella maggioranza delle diadi materno-filiali abbiamo individuato differenze tra i racconti delle madri e quelli della prole riguardo all’esposizione alla violenza interparentale. In diversi casi, i resoconti di figli e figlie erano più precisi di quelli delle madri. Le madri tendevano a sottostimare le situazioni in cui la prole era stata testimone. A quanto pare, figli e figlie avevano assistito a una parte della violenza maggiore di quanto le madri supponessero.
Madre: I bambini non l’hanno mai visto [la violenza]. (27, olandese)
Figlia: È successo in cucina, è cominciato con gli insulti e poi lui l’ha picchiata. (Ragazza, 14, olandese)
Abbiamo inoltre individuato differenze tra i racconti delle madri e quelli della prole riguardo alla violenza agita dalle madri stesse. Diversi figli e figlie hanno parlato di una violenza reciproca, mentre le madri sottolineavano solo la violenza del partner. Questa discrepanza sembrava presente soprattutto nelle famiglie che avevano vissuto forme di violenza da lievi a moderate e con figli e figlie sotto i 16 anni (tabella 2).
Madre: Era [la violenza] davvero concentrata su di me. (32, hindustana)
Figlio: Mio padre picchia, ma mia madre è molto peggio. Quando comincia a urlare, la sentono tutti. (…) Quando mio padre chiedeva soldi, sentivo mia madre urlare e insultare mio padre. Poi ha cacciato mio padre di casa. Mia madre picchiava mio padre e mio padre picchiava mia madre, ma lui non riusciva a tenerle testa. Ha troppa paura. (Ragazzo, 11, hindustano)
Abbiamo valutato diversi fattori che potrebbero aver innescato o amplificato la violenza interparentale. In primo luogo, molte madri hanno riferito che i problemi del partner potrebbero averne alimentato i comportamenti violenti. La maggioranza di figli e figlie non ha fatto riferimento ai problemi delle figure paterne, ma diversi lo hanno fatto: «Penso che la violenza domestica fosse dovuta in gran parte all’alcolismo di mio padre, perché ogni volta che era aggressivo aveva bevuto» (ragazza, 17, altra origine etnica). Nel gruppo con violenza da lieve a moderata, pochi figli e figlie erano più consapevoli dei problemi del padre di quanto le madri avessero riferito (tabella 2).
Madre: Non abbiamo ritenuto necessario dire la verità sulla dipendenza dal gioco del mio compagno.
Chi intervista: Aveva un motivo particolare per non dire la verità ai suoi figli?
Madre: Sì, penso che i figli non debbano sapere gli errori del padre (…). Lui è molto importante per noi. (33, turca)
Figlio: Non penso sia normale che un uomo con dei soldi vada in un caffè. Questo è già un problema.
Chi intervista: Che cosa pensi che faccia un uomo con quei soldi?
Figlio: Penso che giochi d’azzardo. (Ragazzo, 13, turco)
In secondo luogo, molte madri hanno riferito di non aver percepito alcun sostegno da parte dei familiari. I familiari ignoravano, sostenevano o addirittura alimentavano la violenza del partner–«Se lui stava per picchiarmi in camera da letto, sua madre entrava e chiudeva la porta perché non potessi scappare, tirava semplicemente la porta» (madre, 41, marocchina). La maggioranza di figli e figlie non ha menzionato questi ruoli negativi dei familiari. Tuttavia, pochi erano consapevoli del contributo negativo dei familiari al contesto della violenza interparentale– «Erano stati fatti sposare tramite la famiglia. Mio padre non voleva sposare mia madre e mia madre pensava di non avere scelta» (Ragazza, 22, hindustana).
Abbiamo valutato diversi aspetti del funzionamento infantile durante il periodo della violenza interparentale: il maltrattamento, i comportamenti di coping, i sentimenti e i problemi della prole. Molte madri, figli e figlie hanno riferito episodi di maltrattamento infantile. Abbiamo individuato diversi resoconti discrepanti riguardo al maltrattamento psicologico. Diverse madri sembravano sottostimare, rispetto alla prole, il livello di maltrattamento verbale o fisico inflitto da parte della figura paterna. Inoltre, diversi figli e figlie non inquadravano in questi termini il comportamento del padre, sebbene le madri riferissero un maltrattamento psicologico (ad es., trascuratezza da parte del padre).
Madre: Lui [il padre] non dava loro niente, assolutamente niente. (56, surinamese-antillana)
Chi intervista: Sei stata vittima della violenza o ne sei stata coinvolta?
Figlia: Mm, no. (Ragazza, 21, surinamese-antillana)
Questa discrepanza sembrava più frequente nelle famiglie esposte a una violenza da lieve a moderata rispetto a quelle esposte a una violenza da grave a molto grave, e con figli e figlie sotto i 16 anni rispetto a quelli più grandi (tabella 2). Le discrepanze relative al maltrattamento fisico comparivano invece soprattutto nelle famiglie esposte a forme di violenza da gravi a molto gravi (tabella 2): diverse madri riferivano livelli di maltrattamento fisico da parte della figura paterna inferiori a quelli riferiti dalla prole.
Madre: Per un periodo non gli era permesso picchiarmi. Allora ha provato a picchiare mia figlia. Ma io ho detto: ‘se la tocchi, ti ammazzo di calci.’
Chi intervista: Quindi non l’ha mai picchiata?
Madre: Non ha mai avuto l’occasione di picchiarla, perché gliel’ho detto. Ho detto: ‘Se tocchi i miei figli, tocchi me’. Così non ha osato. (35, marocchina)
Figlia: Lui, ehm… mi picchiava sempre. Quando avevo circa sei anni, c’era un ragno nella nostra doccia. E, ehm… l’ho svegliato e gli ho chiesto “per favore, lo puoi togliere dalla doccia?’, ma lui non ha voluto. Mi sono messa a piangere e, ehm… allora si è arrabbiato e mi ha tirato il naso fortissimo, tanto che ha cominciato a sanguinare. (Ragazza, 12, marocchina)
Una minoranza delle diadi materno-filiali aveva racconti diversi riguardo ai comportamenti di coping del figlio o della figlia. In generale, figli e figlie riferivano comunemente di aver evitato le situazioni di violenza tra i genitori, per lo più rifugiandosi in camera, talvolta intervenendo o cercando aiuto all’esterno. Diverse madri riferivano un evitamento della violenza minore rispetto alla prole. Queste madri si concentravano soprattutto sui comportamenti di coping esternalizzanti della prole (ad es., proteggere la madre attaccando la figura paterna). La prole, invece, sottolineava l’evitamento della violenza andando in camera o restando a scuola.
Chi intervista: Quindi i figli vedevano che lui batteva alla porta?
Madre: Sì, quando erano più grandi, (…) i ragazzi aprivano la porta e dicevano: ‘Papà, fuori!’ (56, surinamese-antillana)
Chi intervista: Quando c’erano problemi, che cosa facevi?
Figlia: Oh, allora me ne andavo. (Ragazza, 21, surinamese-antillana)
Quanto all’impatto della violenza interparentale sui sentimenti della prole, sia le madri sia figli e figlie hanno riferito spesso che la prole era stata triste, spaventata o arrabbiata. Non abbiamo riscontrato differenze tra i racconti delle madri e quelli della prole riguardo ai sentimenti di figli e figlie.
Quasi la metà delle diadi materno-filiali presentava discrepanze tra i racconti riguardo ai problemi della prole. Diversi figli e figlie hanno riferito di aver avuto più problemi internalizzanti di quanto le madri avessero riferito. In primo luogo, diverse madri sottostimavano o non menzionavano i problemi internalizzanti della prole. In secondo luogo, poche madri, soprattutto tra quelle esposte a forme di violenza da lievi a moderate (si veda la tabella 2), riferivano più problemi esternalizzanti rispetto alla prole.
Abbiamo esaminato due aspetti del funzionamento genitoriale durante il periodo della violenza interparentale: il clima in casa e il sostegno e il controllo genitoriali. In primo luogo, non abbiamo riscontrato discrepanze chiare tra i racconti delle madri e quelli della prole riguardo al clima in casa. Tutte le madri, i figli e le figlie hanno riferito di aver percepito un clima di forte tensione, paura o agitazione durante il periodo della violenza interparentale.
Quanto alla genitorialità, le madri riferivano spesso di non aver avuto il tempo o l’energia per sostenere e/o controllare adeguatamente figli e figlie. Diversi figli e figlie non hanno menzionato questioni legate alla genitorialità. Nel gruppo che lo ha fatto, abbiamo individuato diverse discrepanze rispetto ai racconti delle madri. Pochi figli e figlie erano più negativi delle madri nei loro resoconti. Esposti soprattutto a una violenza da grave a molto grave (tabella 2), riferivano livelli più elevati di abreazione o di incoerenza tra i genitori.
Madre: Quello che non era permesso non era permesso. Non è che ai bambini fosse permesso di più se lo chiedevano a me o al padre. È sempre stata una linea dritta. (38, olandese)
Chi intervista: Che tipo di punizione ricevevi?
Figlio: Che dovevo restare in camera mia quando non ero a scuola. (…)
Chi intervista: E tua madre che cosa ne pensava?
Figlio: Non le piaceva; quando mio padre non c’era, mi chiamava giù. (Ragazzo, 14, olandese)
Al contrario, diversi figli e figlie sembravano più positivi delle madri riguardo alla genitorialità. Queste madri parlavano soprattutto delle loro difficoltà come genitori, mentre la prole sottolineava l’attenzione positiva ricevuta.
Madre: Con l’educazione non è andata bene. (…) Non sapevo nemmeno che cosa volesse dire educare, perché lottavo con i miei problemi. (…) Non ho davvero dato attenzione a mia figlia in termini di educazione o di istruzione. (42, turca)
Figlia: Non hanno fallito nella nostra educazione; ci hanno dato tutto. (ragazza, 19, turca)
La maggioranza delle madri non viveva con un partner al momento dell’intervista. Vivevano da sole da un periodo compreso tra 2 e 144 mesi (M = 47.35, SD = 43.92). Diverse madri vivevano con un nuovo partner o con lo stesso. Sebbene non subissero più violenza interparentale, la maggioranza riferiva di avere ancora problemi con l’ex partner. Per esempio, alcuni ex partner molestavano le madri contattandole di continuo o presentandosi a casa loro. Altri non rispettavano gli accordi presi riguardo alla cura di figli e figlie.
Abbiamo indagato in che modo il funzionamento infantile (ossia comportamento di coping, sentimenti e problemi) fosse stato influenzato dopo il periodo della violenza interparentale. Spesso le madri non menzionavano i comportamenti di coping della prole dopo il periodo della violenza interparentale. Le poche diadi materno-filiali in cui entrambe le parti parlavano del coping del figlio o della figlia differivano per il fatto che le madri riferivano che la prole era andata avanti, mentre figli e figlie raccontavano di stare ancora lavorando per fare i conti con il proprio passato.
Diverse madri non hanno riferito nulla sui sentimenti della prole. Abbiamo riscontrato diverse discrepanze tra le altre diadi materno-filiali (si veda la tabella 3). Le madri in questione erano state spesso esposte a una violenza da grave a molto grave. In primo luogo, poche madri non riconoscevano la rabbia di figli e figlie verso il padre. In secondo luogo, poche madri parlavano della rabbia o della paura della prole verso la figura paterna o verso la madre, mentre figli e figlie, soprattutto sopra i 16 anni, esprimevano la paura che la stessa cosa potesse accadere di nuovo alla madre o accadere a loro stessi più avanti nella vita.
Tabella 3 — Sintesi delle discrepanze tra i racconti delle diadi materno-filiali in base al tipo di violenza [da lieve a moderata (n = 18), da grave a molto grave (n = 20)] e all’età del figlio o della figlia [<16 (n = 23), ≥ 16 (n = 15)] dopo il periodo della violenza interparentale
Discrepanze: percentuale (n) di diadi materno-filiali, per tipo di violenza e per età del figlio o della figlia.
Madre: Mia figlia sentiva che dovevo farmi valere. (…) Non accetterà mai che un uomo la tratti così. (49, hindustana)
Figlia: Sì che ti viene paura, perché cominci a pensarci, ma dipende dal tuo uomo.
Chi intervista: Quindi hai paura che possa succedere lo stesso anche a te?
Figlia: Sì. (Ragazza, 16, hindustana)
Le differenze tra i racconti delle madri e quelli della prole erano frequenti riguardo ai problemi legati al periodo passato di violenza interparentale. In primo luogo, diverse madri non riconoscevano la sfiducia di figli e figlie verso le persone in generale o verso gli uomini in particolare. Questa differenza sembrava più frequente nei casi in cui la prole aveva più di 16 anni (tabella 3). In secondo luogo, diversi figli e figlie riferivano livelli di parentificazione più elevati di quanto le madri avessero riferito.
Riguardo al funzionamento genitoriale dopo il periodo della violenza interparentale abbiamo esaminato il clima in casa, il sostegno e il controllo. Sebbene diverse madri non abbiano parlato del clima successivo al periodo della violenza interparentale, altre madri e i loro figli e figlie riferivano spesso un clima più disteso o tranquillo in casa– «Quando lui se n’è andato, ho sentito come una luce nella mia casa e nella mia vita» (madre, 37, surinamese-antillana). Le diadi materno-filiali differivano raramente nei loro racconti sul clima in casa. Pochi figli e figlie, esposti soprattutto a forme di violenza da lievi a moderate e sotto i 16 anni, sottolineavano una maggiore intimità tra madre e prole, mentre le madri menzionavano solo una maggiore tranquillità.
Madre: Adesso è più tranquillo. (40, turca)
Figlia: Abbiamo più tempo l’una per l’altra e facciamo più cose insieme; prima non volevamo fare queste cose. (ragazza, 18, turca)
Diverse diadi materno-filiali riferivano in modo diverso il sostegno e il controllo genitoriali. Diversi figli e figlie valutavano i comportamenti genitoriali della madre in modo meno positivo di quanto facesse la madre stessa. Queste madri raccontavano di essere diventate più forti come genitori, mentre la prole sottolineava la mancanza di attenzione materna nei propri confronti. Al contrario, pochi figli e figlie, spesso esposti a una violenza più grave e sotto i 16 anni (tabella 3), riferivano sulla genitorialità in modo più positivo delle madri.
Lo scopo del presente studio è indagare le somiglianze e le differenze tra i racconti delle madri e quelli dei loro figli e figlie riguardo all’esposizione infantile alla violenza interparentale e al suo impatto sul funzionamento infantile e genitoriale. Questo studio è necessario per ampliare le conoscenze su tali discrepanze e, in ultima analisi, per offrire un sostegno adeguato alle famiglie esposte alla violenza interparentale. Gli studi precedenti hanno esaminato raramente queste discrepanze. Sulla base dell’ipotesi dell’investimento intergenerazionale (Bengtson and Kuypers 1971; Giarrusso et al. 1995), del modello strutturale sociale (Risman and Park 1988; Shapiro 2004) e del modello del contesto del bias di attribuzione (De Los Reyes 2011; De Los Reyes and Kazdin 2005), ci aspettavamo che madri e prole differissero nei loro racconti, a causa di motivazioni, aspettative percepite e attribuzioni discrepanti. In sintesi, i risultati hanno rivelato discrepanze tra i racconti delle madri e quelli della prole riguardo all’esposizione infantile alla violenza interparentale e al suo impatto sul funzionamento infantile. I racconti sul funzionamento genitoriale erano più simili. Inoltre, l’analisi esplorativa ha indicato che le discrepanze erano spesso legate alla gravità della violenza e, in misura minore, all’età di figli e figlie.
Abbiamo riscontrato discrepanze tra i racconti delle madri e quelli della prole riguardo all’esposizione alla violenza interparentale. Figli e figlie riferivano più violenza di quanto le madri supponessero, nonché più violenza delle madri verso i padri rispetto a quanto riferito dalle madri stesse. Questi risultati sono coerenti con studi precedenti che mostrano come i genitori tendano a sottostimare o a non notare l’esposizione della prole alla violenza interparentale (ad es., Margolin and Gordis 2004). Per esempio, i genitori potrebbero non accorgersi della presenza di figli e figlie, perché questi si nascondevano o fingevano di dormire (Holden 2003). Tuttavia, alla luce dell’ipotesi dell’investimento intergenerazionale e del modello strutturale sociale, il disaccordo tra madri e prole sull’esposizione alla violenza interparentale potrebbe essere spiegato da discrepanze intergenerazionali in termini di motivazioni e aspettative. Per esempio, i genitori sperano che figli e figlie non siano esposti alla violenza interparentale. Vogliono proteggerli (Peled and Gil 2011). Nonostante ciò, l’impotenza che sperimentano, unita alle aspettative percepite della società in materia di genitorialità, potrebbe portare le madri a trascurare l’esposizione della prole alla violenza, nonché il proprio contributo alla violenza. In altre parole, la sottostima dell’esposizione infantile alla violenza potrebbe dipendere in parte dalle aspettative sociali (Risman and Park 1988; Shapiro 2004). Il livello più elevato di violenza reciproca nei resoconti della prole rispetto a quelli delle madri potrebbe essere spiegato anche dal modello del contesto del bias di attribuzione (De Los Reyes and Kazdin 2005; De Los Reyes 2011). Figli e figlie potrebbero riferire più violenza reciproca rispetto alle madri perché attribuiscono le cause della violenza interparentale alla disposizione della madre. Sorprendentemente, questa discrepanza sembrava verificarsi più spesso quando la violenza del padre era meno grave e quando figli e figlie erano più giovani. Una spiegazione potrebbe essere che la violenza del padre mette in ombra quella della madre tanto più quanto è grave. Inoltre, ipotizzando che abbiano una storia più lunga di esperienza della violenza tra i genitori, figli e figlie più grandi potrebbero tendere a relativizzare maggiormente la parte della madre nella violenza rispetto a chi è più giovane.
Riguardo al funzionamento infantile, madri e prole hanno riferito in modo diverso l’impatto della violenza interparentale. Figli e figlie riferivano più maltrattamento fisico e meno maltrattamento psicologico rispetto alle madri. Ciò è coerente con uno studio precedente che ha riscontrato anch’esso livelli elevati di disaccordo tra i resoconti delle madri e quelli della prole riguardo al maltrattamento infantile. Le madri riferivano una violenza fisica meno grave, più aggressività psicologica e più trascuratezza rispetto alla prole (Chan 2012). Le discrepanze tra i racconti di madri e prole riguardo alla violenza fisica o psicologica potrebbero essere legate anche alle motivazioni della madre e alle aspettative sociali percepite su che cosa sia un buon comportamento genitoriale. Inoltre, i livelli più elevati di discrepanza nelle famiglie esposte a forme di violenza da gravi a molto gravi, rispetto alle famiglie esposte a forme di violenza da lievi a moderate, potrebbero essere spiegati dai livelli più elevati di stress e di conflitto familiare in queste famiglie (Grills and Ollendick 2003). Le differenze nei racconti sulla violenza psicologica potrebbero dipendere da discrepanze tra madri e prole nella comprensione del comportamento genitoriale. Nella prima infanzia può essere più difficile riconoscere la violenza psicologica come violenza, il che potrebbe spiegare perché i racconti materno-filiali sulla violenza psicologica fossero più discrepanti con figli e figlie più piccoli che con quelli più grandi. Il maltrattamento psicologico potrebbe anche essere più sottile nelle famiglie esposte a una violenza da lieve a moderata, il che potrebbe spiegare perché la discrepanza tra madre e prole fosse più evidente in queste famiglie. Inoltre, figli e figlie riferivano più comportamenti di coping evitanti, più problemi internalizzanti e meno problemi esternalizzanti di quanto emergesse dai racconti delle madri. Ciò è in generale coerente con studi precedenti sui problemi comportamentali in età evolutiva. I problemi internalizzanti sono difficili da riconoscere per i genitori, poiché spesso non sono chiaramente visibili (ad es., Sourander et al. 1999). Questo potrebbe spiegare anche le discrepanze tra i racconti riguardo ai comportamenti di coping evitanti. Inoltre, i racconti discrepanti sui problemi esternalizzanti della prole potrebbero essere spiegati secondo il modello del contesto del bias di attribuzione: potrebbe darsi che figli e figlie tendano ad attribuire le cause dei propri problemi al contesto, mentre le madri tendono a sottolineare le disposizioni della prole. Il fatto che questa discrepanza si verifichi meno in situazioni di violenza più grave potrebbe spiegarsi con il fatto che, in un tale contesto, le madri si aspettano più aggressività — una trasmissione intergenerazionale della violenza — (ad es., Pels et al. 2010).
A differenza dell’esposizione e del funzionamento infantili, abbiamo individuato meno differenze tra i racconti delle madri e quelli della prole riguardo all’impatto della violenza interparentale sul funzionamento familiare. I livelli più elevati di accordo tra madri e prole potrebbero essere spiegati dal minore rischio di bias di attribuzione, dato che sia i genitori sia la prole sono nella posizione di attore nelle situazioni di funzionamento familiare.
Infine, è importante sottolineare che le discrepanze tra i racconti di madri e prole sembravano più diffuse per il periodo della violenza interparentale che per il periodo successivo. Il livello di stress durante il periodo della violenza interparentale potrebbe spiegare questa differenza. Un clima stressante potrebbe aver limitato la sensibilità della madre verso gli altri membri della famiglia, accrescendo così le discrepanze tra i racconti dei membri della famiglia (Shek 1998). Analogamente, le discrepanze tra i resoconti di genitori e prole sono associate a livelli elevati di stress e di conflitto familiare (Grills and Ollendick 2003). Per la maggior parte delle famiglie del presente studio, lo stress e il conflitto familiare erano stati più evidenti durante il periodo della violenza interparentale che dopo.
Questo studio arricchisce una base di evidenze ancora limitata sulle diverse percezioni di figli, figlie e genitori riguardo alle loro esperienze di violenza interparentale e all’influenza della violenza sul funzionamento infantile e genitoriale. Comprendere queste prospettive discrepanti è estremamente importante per la prevenzione, la valutazione e il trattamento della violenza interparentale e delle sue conseguenze sullo sviluppo infantile. Quando chi opera professionalmente e chi non è del settore è più consapevole dei racconti discrepanti, la valutazione del rischio può essere effettuata prima e meglio, per garantire la sicurezza della persona minorenne e offrire un sostegno adeguato. L’uso di interviste aperte in profondità sulla violenza interparentale ha permesso di ottenere informazioni ricche sulle esperienze di violenza interparentale dei membri della famiglia e sulle discrepanze tra le madri e la prole esposta a tale violenza.
Nonostante questi punti di forza, va notato che le persone partecipanti differivano per il tempo trascorso dal verificarsi della violenza interparentale. È prevedibile che i racconti di una violenza interparentale avvenuta qualche mese prima differiscano da quelli relativi a eventi di diversi anni addietro. Inoltre, sebbene abbiamo esaminato le tendenze in base alla gravità della violenza e all’età della prole al momento dell’intervista, va detto che queste analisi esplorative si basavano su campioni molto piccoli. Anche gli accenti delle interviste alle madri e alla prole talvolta differivano (più sulla violenza nelle interviste alle madri e più sull’influenza della violenza sul funzionamento infantile nelle interviste a figli e figlie). Ciò era dovuto in gran parte all’approccio dell’intervista aperta e all’adattamento delle interviste alle storie delle persone intervistate. Tuttavia, ciò potrebbe aver portato a una sottostima o a una sovrastima delle discrepanze tra i racconti di madri e prole. Inoltre, ha limitato le possibilità di esplorare le dinamiche sottostanti che spiegano le discrepanze.
Il nostro studio ha fornito una comprensione di aspetti importanti delle somiglianze e delle discrepanze nei racconti sul funzionamento genitoriale e infantile nel contesto della violenza familiare. Idealmente, gli studi futuri dovrebbero prevedere disegni di ricerca quantitativi e campioni rappresentativi della popolazione, per migliorare l’affidabilità quantitativa e la generalizzabilità dei risultati. Ciò potrebbe tuttavia rivelarsi difficile, soprattutto per i problemi legati al reclutamento di persone che hanno vissuto violenza interparentale e per la delicatezza del tema. Investire in un’impresa del genere è comunque importante, perché potrebbe contribuire a creare una base migliore per il miglioramento dei servizi sociali e di assistenza alle famiglie coinvolte.
La maggiore conoscenza delle discrepanze tra i racconti delle madri e quelli della prole riguardo all’esposizione alla violenza interparentale accresce la comprensione delle complesse dinamiche familiari e della possibile influenza dell’età di figli e figlie e della gravità della violenza. Ciò ha implicazioni per lo sviluppo di strategie efficaci di sostegno a madri, figli e figlie che sono stati vittime di violenza interparentale. I nostri risultati suggeriscono la necessità di includere più fonti informative nello screening clinico e nei programmi di intervento, per ottenere informazioni complete sull’impatto della violenza interparentale. Nei Paesi Bassi, un esempio di buona pratica è un trattamento parallelo per genitori e prole (Berger et al. 2004). Inoltre, sia le madri sia figli e figlie hanno riferito che le madri avevano avuto difficoltà nel ruolo genitoriale durante e dopo il periodo della violenza interparentale. È quindi importante offrire loro un sostegno alla genitorialità, anche per renderle più consapevoli delle conseguenze della violenza interparentale sul funzionamento della prole (Pels et al. 2010).
In sintesi, il presente studio mette in luce le somiglianze e le discrepanze tra i racconti di madri e prole riguardo all’esposizione alla violenza interparentale e al suo impatto. Lo studio indica che la gravità della violenza interparentale e l’età di figli e figlie potrebbero influenzare questi racconti discrepanti. Gli studi futuri e i contesti clinici dovrebbero dedicare maggiore attenzione a queste questioni, per migliorare la comprensione delle complesse dinamiche familiari nel contesto della violenza familiare e, in ultima analisi, offrire un sostegno adeguato.
Complexe Systémique: punti chiave
Il valore di questo studio sta nel trattare il disaccordo tra una madre e il figlio o la figlia non come un errore da correggere, ma come un’informazione sul sistema familiare. Ciascuno parla dalla propria posizione: la madre, che ha cercato di proteggere e si confronta con le aspettative sociali sulla «buona madre», tende a sottostimare ciò che la prole ha visto e porta in silenzio; figli e figlie descrivono più esposizione, più maltrattamento fisico, più evitamento, sfiducia e parentificazione. Per la pratica clinica, la conseguenza è semplice ed esigente: non valutare mai la persona minorenne soltanto attraverso il racconto del genitore, incontrarla in quanto tale e accogliere le discrepanze senza trasformarle in un processo alla madre. Il riferimento di alcuni figli e figlie a una violenza «reciproca» richiede una lettura attenta, che non diluisca le questioni di responsabilità e di sicurezza. I limiti sono quelli di un piccolo campione olandese, in gran parte proveniente da famiglie migranti, di analisi esplorative su numeri molto ridotti e dell’assenza della voce dei padri. Da leggere insieme a il modello integrato della relazione madre-figlio nella violenza di coppia e a l’articolo su come bambine e bambini raccontano o tacciono la violenza domestica.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Interparental Violence: Similarities and Discrepancies Between Narratives of Mothers and Their Children, di Floor Barbera van Rooij, Winneke Aalken van der Schuur, Majone Steketee, Jodi Mak e Trees Pels, Journal of Child and Family Studies, vol. 24, no 11 (2015), doi: 10.1007/s10826-015-0137-3, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione, tabelle presentate come elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questo è l’articolo originale «Interparental Violence: Similarities and Discrepancies Between Narratives of Mothers and Their Children», pubblicato in Journal of Child and Family Studies (2015) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale di Complexe Systémique, realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina: fa fede il testo originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
van Rooij, F. B., van der Schuur, W. A., Steketee, M., Mak, J., et Pels, T. (2015). Interparental Violence: Similarities and Discrepancies Between Narratives of Mothers and Their Children. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/interparental-violence-similarities-and-discrepancies-between-narratives-of-mothers (Opera originale pubblicata nel 2015 in Journal of Child and Family Studies, 24(11), 3350-3362 (2015); ripubblicata nel 2015 da Journal of Child and Family Studies, https://link.springer.com/article/10.1007/s10826-015-0137-3)
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