Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
The Family Journal · Famiglia
Cinquant’anni dopo la guerra coloniale portoghese, che cosa resta del trauma degli ex combattenti nelle loro famiglie? Un gruppo di ricerca dell’Universidade Autónoma de Lisboa ha intervistato separatamente il veterano, sua moglie e un figlio o una figlia adulti in 32 famiglie, per poi riunire i tre racconti in un genogramma. Lungi da una trasmissione automatica, emergono cinque profili, dal più distruttivo al più protettivo.
Traduzione non ufficiale in italiano di Living with a Veteran with Trauma: Impact on Family Functioning Using the Genogram as a Research Tool, di Rute Brites, Odete Nunes, João Hipólito, Tânia Brandão, António Correia e Cristina Nunes, pubblicato in The Family Journal (SAGE) (2026), doi: 10.1177/10664807261415864, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le cinque tabelle sono presentate sotto forma di elenchi; i quattro genogrammi sono riprodotti con le didascalie tradotte. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
I membri della famiglia si impegnano a prendersi cura del veterano, tenendo conto della sua sofferenza e della sua vulnerabilità.
Rute Brites, Odete Nunes, João Hipólito, Tânia Brandão, António Correia e Cristina Nunes
Abstract
Sebbene l’impatto psicologico della guerra sui veterani, in particolare lo sviluppo del disturbo da stress post-traumatico (PTSD), sia ben documentato, gli effetti a lungo termine sulle loro famiglie sono stati studiati meno diffusamente. La ricerca suggerisce che il trauma dei veterani possa perturbare le relazioni e contribuire a un trauma secondario/intergenerazionale all’interno della famiglia.
Questo studio utilizza i genogrammi per esplorare in che modo i sintomi di PTSD vissuti dai veterani abbiano influenzato nel tempo le relazioni familiari, e per mettere in luce schemi di impatto intergenerazionale e sistemico nelle famiglie dei veterani della Guerra d’Oltremare portoghese.
È stato adottato un approccio qualitativo con interviste semistrutturate a 32 famiglie (ciascuna composta da un veterano, dal coniuge e da almeno un figlio o una figlia adulti) (n = 100). I dati sono stati sintetizzati in genogrammi per mappare visivamente la struttura familiare, la qualità delle relazioni e gli schemi di disagio psicologico. È stata poi condotta un’analisi trasversale tra le famiglie per individuare temi relazionali comuni.
Le famiglie sono state raggruppate in quattro gruppi principali di impatto: impatto negativo massimo, impatto negativo limitato, assenza di impatto e impatto protettivo. Queste classificazioni riflettono variazioni nel funzionamento familiare, nei sintomi di salute mentale e negli schemi relazionali. In alcune famiglie il trauma del veterano sembrava toccare più sottosistemi, mentre in altre le mogli svolgevano un ruolo di cuscinetto/protezione. È stato individuato un quinto gruppo, privo di uno schema coerente.
I risultati sottolineano la complessità e la variabilità della trasmissione del trauma all’interno delle famiglie, mettendo in evidenza sia la vulnerabilità sia la resilienza. L’uso dei genogrammi si è rivelato efficace per cogliere le dinamiche sistemiche. Questi risultati sottolineano l’importanza di adottare un approccio sistemico-familiare nel trattamento clinico dei veterani affetti da PTSD e suggeriscono piste per la ricerca futura.
Parole chiave: veterani di guerra, funzionamento familiare, genogramma, trauma secondario, teoria sistemica
L’impatto dei conflitti armati sulla salute mentale del personale militare è scientificamente documentato. Gli studi sui veterani di guerra hanno dimostrato un rischio significativamente più elevato di sviluppare problemi di salute mentale come ansia, depressione e disturbo da stress post-traumatico (PTSD) (ad es. Dekel et al., 2014; Ginzburg et al., 2010; Rahnejat et al., 2022; Selimbašić et al., 2019). Nel contesto portoghese si è osservato un andamento analogo per quanto riguarda i veterani della Guerra d’Oltremare.
La Guerra d’Oltremare (o Guerra do Ultramar) (1961–1974) riguarda il conflitto militare nelle colonie portoghesi in Africa (Angola, Mozambico e Guinea), nel corso del quale fu messo in discussione il diritto del Portogallo a restare in Africa. Questa guerra contrappose il Portogallo ai movimenti indipendentisti per la liberazione di queste colonie (Cunha et al., 2022). Le condizioni climatiche estreme, l’esistenza di tre diversi teatri di operazioni lontani dal territorio portoghese e l’inferiorità numerica dei portoghesi resero questa guerra molto difficile (Tavares, 2005).
Gli studi hanno mostrato che questi veterani tendono a presentare problemi psicologici come il disturbo da stress post-traumatico (Hipólito et al., 2017; Maia et al., 2011) e depressione e ansia clinicamente significative (Ferrajão & Oliveira, 2015; Pereira et al., 2012).
I problemi associati al trauma di guerra non si limitano alle persone direttamente colpite, ma devono tenere conto di tutti i sistemi sconvolti dalla violenza dell’esperienza e dalle sue conseguenze (Catani, 2010; Galovski & Lyons, 2004; Papero, 2017). In genere incidono sul funzionamento interpersonale, in particolare sulle relazioni familiari. Davidson e Mellor (2001) indicano come effetto principale un funzionamento familiare poco sano, che si concretizza nelle difficoltà della famiglia ad adottare risposte emotive adeguate e a risolvere efficacemente i problemi, sia all’interno sia all’esterno della famiglia.
Sul piano coniugale, diversi studi indicano che questo tipo di eventi traumatici, e in particolare le loro conseguenze psicologiche, ha un impatto negativo sulle relazioni di coppia (Dekel et al., 2023; Itzhaky et al., 2017; Lambert et al., 2012; Taft et al., 2011). Per esempio, alcuni studi hanno mostrato che i problemi di salute mentale associati all’esposizione alla guerra contribuiscono a difficoltà nell’intimità e nella comunicazione coniugale (Cook et al., 2004), nell’adattamento, nella soddisfazione e nella stabilità della coppia (Dekel & Goldblatt, 2008; Itzhaky et al., 2017; Maddah et al., 2024; Pereira et al., 2020). Alcuni studi hanno perfino evidenziato tassi più elevati di violenza e aggressione fisica nelle coppie (Savarese et al., 2001; Taft et al., 2011).
Gli studi sugli effetti della guerra sulla prole dei veterani sono relativamente pochi e i risultati sono stati piuttosto discordanti. La ricerca indica che il trauma dei veterani può ripercuotersi su figli e figlie, causando un aumento del disagio (Dekel & Goldblatt, 2008; Zerach et al., 2017), una riduzione del benessere psicologico (Ruscio et al., 2002), un aumento dell’ansia e della depressione (Leen-Feldner et al., 2011) e una salute mentale peggiore con una maggiore esposizione a eventi di vita negativi (Collins, 2018; Kalmijn, 2018).
Se molti studi mettono in evidenza conseguenze negative per la salute mentale della prole dei veterani, come un rischio maggiore di difficoltà psicologiche dovuto all’esposizione dei padri alla guerra (Castro-Vale et al., 2019; Dias & Sales, 2009), alcuni studi riportano risultati diversi. Per esempio, Davidson e Mellor (2001) non hanno riscontrato differenze significative nei sintomi da stress post-traumatico o nell’autostima tra la prole di veterani con PTSD e quella di civili senza PTSD. Queste variazioni possono derivare da differenze metodologiche, poiché gli studi clinici tendono a riportare risultati più significativi (Kalmijn, 2018). La notevole eterogeneità degli effetti psicologici riportati suggerisce un processo complesso e multiforme di traumatizzazione secondaria nella prole dei veterani (Davidson & Mellor, 2001).
In origine, il trauma secondario designava lo sviluppo, in una persona, di sintomi simili al PTSD dopo aver sentito parlare del trauma di un’altra, anche senza averne fatto esperienza diretta (Figley, 1983). Il termine si è però esteso fino a comprendere una gamma più ampia di risposte emotive. In questa accezione più ampia, indica qualsiasi disagio trasmesso da una persona traumatizzata a chi le sta intorno, e non soltanto i sintomi che rispecchiano il PTSD (Galovski & Lyons, 2004).
Una comprensione più ampia del trauma secondario riconosce la complessità del modo in cui il trauma viene vissuto. Le prime ricerche suggerivano che figli e figlie assorbano direttamente il dolore dei genitori e lo portino con sé nell’età adulta (Kalmijn, 2018; Rosenheck, 1986). Studi successivi rivelano però un impatto più indiretto. I genitori alle prese con un trauma possono avere difficoltà a creare un ambiente domestico sicuro e stabile, il che porta a una traumatizzazione secondaria della prole (Yehuda et al., 1998). Risultati più recenti hanno perfino suggerito che le madri possano essere una fonte primaria di questa trasmissione indiretta e hanno sottolineato l’importanza della relazione coniugale nel fare da cuscinetto al processo di traumatizzazione (Bachem et al., 2018; Yehuda & Lehrner, 2018).
Questi risultati mettono in luce l’interconnessione all’interno delle famiglie. Il trauma di un membro può colpire l’intero sistema familiare. Il legame tra genitori e figli, la relazione di coppia e persino le interazioni del coniuge con la prole possono esserne toccati. Data questa complessità, il presente studio qualitativo si propone di esplorare le dinamiche familiari attraverso i genogrammi. I genogrammi, tradizionalmente utilizzati nella pratica clinica della terapia familiare, sono stati recentemente applicati alla ricerca per esplorare le dinamiche familiari. Questo strumento consente un esame dettagliato degli schemi relazionali e delle influenze intergenerazionali, migliorando la nostra comprensione dei processi familiari complessi (Wendt & Crepaldi, 2008), come illustrato nella sezione dedicata al metodo. Esaminando questi genogrammi, speriamo di individuare eventuali schemi relazionali disfunzionali che possano contribuire alla comprensione del processo di trauma secondario.
Questo studio abbraccia sia la teoria sistemica della famiglia (FST) sia l’Approccio Centrato sulla Persona (PCA) applicato alla famiglia.
Nonostante le evidenze empiriche limitate, la FST viene applicata sempre più spesso per affrontare e trattare problemi legati al PTSD sia a livello individuale sia familiare (Monson et al., 2021; Rando & Thompson-Holland, 2022), un approccio in linea con il crescente consenso di alcuni esperti ed esperte che sostengono l’adozione di un modello di trattamento relazionale nei contesti di PTSD (McWey, 2022; Smedley & Nelson-Goff, 2025); analogamente, anche il modello umanistico del PCA è stato utilizzato per comprendere i processi traumatici e il loro trattamento (Joseph, 2004; Joseph, 2021; Murphy et al., 2019). Questi modelli costituiscono contributi teorici modesti alla comprensione del PTSD. Tuttavia, la loro impostazione e i loro metodi interrelazionali li rendono utili e appropriati per il presente studio.
Sia la FST sia il PCA sottolineano il radicamento dell’individuo nelle relazioni e l’importanza di comprendere le intricate dinamiche di queste interazioni per giungere a una comprensione globale del suo funzionamento.
La FST considera la famiglia come «un insieme di elementi legati da un insieme di relazioni, in rapporto continuo con l’ambiente esterno, che mantengono il proprio equilibrio interno nel corso di un complesso processo di sviluppo, con crisi regolari che richiedono un riadattamento flessibile di tutte le regole che disciplinano il funzionamento del sistema familiare» (Sampaio, 1984, p. 67). Il PCA adotta una posizione fenomenologica nei confronti del sistema familiare, riconoscendo che ogni individuo abita un mondo fenomenologico unico, che comprende ambiti esperienziali sia interni sia esterni. L’ambito interno comprende le esperienze delle dinamiche intrapsichiche, mentre quello esterno comprende le esperienze delle risposte del sistema familiare a ciò che la persona percepisce di vivere in entrambi gli ambiti (Levant, 1978).
In coerenza con un approccio fenomenologico alla raccolta dei dati, abbiamo approfondito la nozione di «concetto di famiglia», che rimanda alla consapevolezza e alla concettualizzazione che un individuo ha delle proprie esperienze familiari interpersonali. Essa comprende le esperienze vissute dall’individuo, intrecciate con il significato che attribuisce loro (Van der Deen, 1969). Abbiamo quindi scelto di condurre interviste individuali con i tre membri del nucleo familiare e di consolidare poi le informazioni in un unico genogramma familiare.
Il gruppo di ricerca era composto da persone con esperienza clinica nel trattamento dei veterani della Guerra d’Oltremare, unita a competenze di ricerca nello studio del PTSD tra i veterani e in altre popolazioni. Due membri del gruppo erano inoltre qualificati come terapeuti familiari e portavano esperienza nell’uso del genogramma. Le interviste sono state condotte da psicologhe e psicologi e da assistenti sociali impiegati presso l’istituzione dello studio, la Liga dos Combatentes, che offre servizi ai veterani e alle loro famiglie. La loro conoscenza pregressa di queste famiglie ha orientato la scelta del materiale di raccolta dei dati. Ogni professionista ha intervistato tutti i membri di una stessa famiglia. Solo il precedente rapporto di fiducia tra il personale, i veterani e le loro famiglie ha permesso lo svolgimento dell’intervista, data la delicatezza dell’argomento. Inoltre, data l’età delle persone partecipanti (veterani e loro partner), le interviste sono state ritenute il metodo più adatto per raccogliere informazioni sulla storia familiare, le relazioni e gli eventi significativi. Durante tutto il processo di raccolta dei dati, chi conduceva le interviste si è riunito periodicamente con il gruppo di ricerca per chiarire i dubbi relativi alle domande aperte.
Lo studio ha coinvolto 32 famiglie portoghesi di veterani della Guerra d’Oltremare, comprendenti i veterani stessi, i loro coniugi e figli e figlie adulti (100 partecipanti in totale). Poiché la Guerra d’Oltremare si è svolta tra il 1961 e il 1974, i veterani partecipanti avevano almeno 68 anni (Mage veterani = 74.39, SD = 4.04, min = 68, max = 83; Mage coniugi = 70.97, SD = 5.46, min = 59, max = 80). La prole adulta aveva tra i 30 e i 54 anni (Mage = 43.62, SD = 6.17).
Provenienti dalle tre forze armate — esercito, marina e aeronautica —, questi veterani hanno trascorso in media 24 mesi in missione, in Angola, Mozambico, Guinea o India.
Inizialmente le famiglie sono state individuate a partire dalle banche dati dei soci dell’istituzione (provenienti da tutto il Paese). È stata data priorità alle famiglie intatte con figli o figlie adulti e con una storia di PTSD del veterano. Successivamente queste famiglie sono state contattate telefonicamente per verificarne la disponibilità a partecipare. Quando tutti e tre i membri della famiglia erano disponibili, venivano fissate interviste individuali. Sono state incluse tutte le famiglie che hanno accettato di partecipare e con le quali è stato possibile fissare gli incontri.
Lo studio è stato approvato dal Comitato etico del CIP – Centro de Investigação em Psicologia (approvazione 15/2021). È stata inoltre effettuata una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati. Non è stato previsto alcun compenso per la partecipazione allo studio. Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone partecipanti.
Abbiamo utilizzato una traccia di intervista semistrutturata, denominata storia clinica familiare, che ha facilitato la successiva costruzione dei genogrammi familiari. Questo approccio ci ha permesso di raccogliere informazioni approfondite sulla storia della famiglia, sulle sue relazioni e sui suoi schemi di interazione, offrendo una comprensione globale del sistema familiare da più prospettive individuali. Le interviste sono durate da 30 a 107 min, con una durata media di 46 min. Questa variazione può dipendere dal fatto che diversi professionisti e professioniste hanno condotto le interviste con famiglie diverse. Lo stile di intervista di ciascuno può aver fatto sentire alcune persone partecipanti abbastanza a proprio agio da esprimersi più a lungo. Inoltre, alcune persone partecipanti hanno raccontato le proprie esperienze in modo molto dettagliato, dando luogo a interviste più lunghe.
Sono state raccolte storie cliniche individuali per acquisire una comprensione approfondita degli eventi di vita delle persone partecipanti, delle dinamiche familiari, degli eventi significativi e di altri aspetti rilevanti del funzionamento familiare. Ciò ha anche consentito di ottenere i dati necessari per costruire il genogramma di ciascuna famiglia.
La raccolta dei dati è stata effettuata dal personale (psicologhe e psicologi e assistenti sociali) del Centro di Supporto Medico, Psicologico e Sociale della Liga dos Combatentes, un’istituzione che fornisce sostegno al personale militare portoghese in varie regioni del Paese. Il personale ha verificato quali soci soddisfacessero i criteri di inclusione dello studio (la disponibilità dei tre membri della famiglia a partecipare, la continuità del matrimonio fino a oggi e l’assenza nel veterano di disturbi cognitivi con ripercussioni sul linguaggio e sulla memoria). Tutte le persone partecipanti hanno firmato un consenso informato scritto.
Dati completi sulla storia medica familiare e sulle dinamiche relazionali sono stati raccolti mediante interviste semistrutturate con i veterani, i loro coniugi e figli e figlie adulti (in presenza o via Zoom). Le interviste, guidate da una traccia aperta, miravano a ricostruire le storie di vita individuali, individuando lo sviluppo, il percorso scolastico, professionale e relazionale, i dati clinici (disturbi, malattie, ricoveri), i tipi di comunicazione, le relazioni tra sottosistemi, ossia quello coniugale (divisione dei compiti, ruoli, intimità, comunicazione e relazione di coppia), quello genitoriale (relazione genitori-figli, stili genitoriali) e quello fraterno (posizione nella fratria, relazione tra fratelli e sorelle), le fasi dello sviluppo familiare, i cambiamenti nella vita familiare, i segreti e i tabù, i rituali e la vita quotidiana, nonché le funzioni e i ruoli, la gerarchia e la leadership. Le domande aperte dell’intervista venivano poste in un ordine emergente, guidato dalle risposte delle persone partecipanti. Per esempio: «Mi parli della storia della Sua famiglia», «Com’era il rapporto tra Lei e i Suoi figli?» e «Come erano distribuiti i compiti nella Sua coppia?». Le registrazioni audio delle interviste sono state trascritte con Happy Scribe.
I genogrammi sono stati elaborati da un membro del gruppo di ricerca che ha conosciuto il contenuto delle interviste solo dopo la loro trascrizione e non ha preso parte a nessuna di esse. Dopo la trascrizione, ha riascoltato le interviste e le ha rilette più volte prima di creare ciascun genogramma.
Pur essendo innanzitutto uno strumento clinico, il genogramma è già stato riconosciuto come strumento scientifico di raccolta dei dati, in particolare nella ricerca qualitativa con le famiglie (Wendt & Crepaldi, 2008). È uno strumento di valutazione e di intervento che consente di verificare eredità simboliche familiari significative, sia ricevute sia trasmesse di generazione in generazione, che costituiscono una mappa del patrimonio relazionale della famiglia (Krüger & Werlang, 2008). Con una struttura identica a quella di un albero genealogico, permette di raccogliere informazioni qualitative sulle dinamiche familiari, sui processi di comunicazione, sulle relazioni instaurate e sull’analisi degli equilibri e degli squilibri familiari (Nascimento et al., 2005).
Un genogramma consente due tipi distinti di analisi lungo due possibili assi di visualizzazione. L’asse orizzontale si concentra sull’esame degli schemi attuali di interazione personale e familiare e sul modo in cui ogni membro della famiglia affronta crisi e sfide. L’asse verticale o transgenerazionale, invece, individua ruoli, funzioni e grado di autonomia (Carr, 2006; Penso & Costa, 2008). Queste analisi transgenerazionali cercano anche di decifrare i valori culturali, le credenze e i comportamenti trasmessi attraverso le generazioni (Rogers & Durkin, 1984; Sexton et al., 2003).
L’elaborazione e l’analisi dei genogrammi hanno seguito le linee guida in tre fasi di Puhlman et al. (2023): (1) codifica delle interviste; (2) costruzione del genogramma; e (3) analisi trasversale dei genogrammi tra le famiglie.
La codifica delle trascrizioni delle interviste mirava a individuare e comprendere la qualità delle relazioni familiari. È stato adottato un approccio induttivo (guidato dai dati), che ha permesso di identificare elementi specifici delle interviste in grado di riflettere i processi relazionali rappresentati nei genogrammi. Sebbene la validazione da parte delle persone intervistate non fosse praticabile, dato che ogni genogramma era costruito a partire da tre interviste distinte, è stata condotta un’analisi comparativa delle informazioni raccolte.
I genogrammi sono stati costruiti con il software Genopro (https://genopro.com/), in un processo in tre fasi. Innanzitutto è stata creata la struttura del genogramma di ciascuna famiglia per comprenderne la composizione e l’organizzazione di base (identificazione dei membri, formazione e scioglimento delle relazioni, figli e figlie nati o adottati, decessi, tra gli altri elementi). Nella seconda fase, i processi relazionali individuati sono stati inseriti nei genogrammi con linee colorate, utilizzando i segni disponibili o appositamente creati. Linee rosse con diversi motivi tratteggiati sono state usate per codificare le relazioni negative, come disaccordo, ostilità, conflitto o violenza. Linee verdi con vari motivi tratteggiati sono state usate per codificare le relazioni positive, come amicizia o armonia. Linee nere sono state usate per codificare altri tipi di relazione (distanza o indifferenza/apatia) e forme geometriche per codificare situazioni specifiche (quadrati colorati per diverse malattie, simboli specifici per problemi come l’alcolismo, le dipendenze e altri). Nella terza fase, il gruppo ha riesaminato i genogrammi per confermarne l’accuratezza.
Nell’analisi trasversale dei genogrammi, tutti i genogrammi sono stati analizzati visivamente insieme, con l’obiettivo di individuare dinamiche relazionali comuni alle diverse famiglie e di identificare dei «temi» intorno a esse. Questo processo di analisi offre un modello più complesso, dinamico e olistico per studiare il funzionamento familiare nel contesto di una specifica domanda di ricerca (Puhlman et al., 2023), in questo caso esaminare l’impatto del trauma di guerra del veterano (sintomi di PTSD) sui membri del nucleo familiare e sulle relazioni familiari.
I temi utilizzati in questa codifica sono stati la presenza/assenza di sintomi di disagio psicologico nel veterano, nel coniuge e/o nella prole; il tipo di relazioni prevalenti (negative, positive o entrambe); e la direzione delle relazioni negative (l’asse orizzontale indica difficoltà tra il veterano e la moglie, l’asse verticale difficoltà tra membri di più generazioni). Questi temi hanno permesso di raggruppare le famiglie e saranno utilizzati per descrivere i risultati.
Per garantire la coerenza della codifica tra le famiglie, tutti i genogrammi sono stati elaborati da un solo membro del gruppo di ricerca. Questa persona non aveva avuto alcun contatto precedente con le persone partecipanti e ha applicato un insieme standardizzato di criteri relazionali derivati dal software Genopro e dalla traccia di intervista. Sebbene l’affidabilità tra codificatori non abbia potuto essere calcolata a causa della codifica affidata a una sola persona, l’accuratezza e la coerenza sono state garantite da sessioni di revisione in gruppo. Durante queste sessioni, il gruppo di ricerca ha confrontato ciascun genogramma con le trascrizioni, discutendo gli schemi relazionali ambigui o complessi fino al raggiungimento del consenso. In caso di informazioni contraddittorie tra le interviste individuali di una stessa famiglia, abbiamo applicato una regola di convergenza, adottando le caratteristiche relazionali descritte da almeno due membri della famiglia, secondo una strategia di triangolazione. Questo approccio mirava a preservare l’integrità di ciascuna prospettiva, dando priorità ai dati corroborati.
L’analisi degli schemi relazionali presenti nei genogrammi ci ha permesso di raggruppare la maggior parte delle famiglie in quattro «gruppi» principali, in base all’impatto dei sintomi di PTSD del veterano sui membri della famiglia e sulle relazioni: il gruppo a «impatto negativo massimo», il gruppo a «impatto negativo limitato», il gruppo «senza impatto» e il gruppo a «impatto protettivo». Quattro famiglie non rientravano in nessuno di questi gruppi. Sono state riunite in un quinto gruppo, denominato «gruppo a vulnerabilità specifica e resilienza parziale», che si riferisce a famiglie con schemi e dinamiche particolari.
Il primo gruppo, che abbiamo chiamato «impatto negativo massimo», comprende quattro famiglie. Si tratta delle famiglie in cui prevalgono le cosiddette relazioni negative (le linee rosse del genogramma). Queste relazioni di conflitto e/o violenza si osservano sia sull’asse orizzontale, per quanto riguarda il sottosistema coniugale (la coppia formata dal veterano e dalla moglie), sia sull’asse verticale, in entrambi i sottosistemi genitoriali (la relazione del veterano e della moglie con figli e figlie). Sintomi di cattiva salute mentale si riscontrano in entrambi i membri della coppia (ad es. PTSD, depressione, ansia) e, in alcuni casi, nella prole (ad es. ansia, depressione, ideazione suicidaria). La tabella 1 mostra le principali caratteristiche di ciascuna di queste famiglie (figura 1).

Tabella 1 — Descrizione delle famiglie appartenenti al gruppo a «impatto negativo massimo» (n = 4)
Famiglia (relazioni e sintomi: asse orizzontale, asse verticale; altri aspetti rilevanti)
Ecco alcuni estratti che esemplificano le dinamiche familiari descritte:
Veterano7: «Prima di andare sotto le armi non mi arrabbiavo mai con lei. Mai. Era tutto diverso. Quando sono tornato dal servizio militare, basta… ero già contaminato e… poi… finché si è arrivati a un punto… volevo uccidere la mia figlia più piccola e… mia moglie. Ed è lì che… che ho cominciato ad andare dallo psichiatra» (J., 75 anni)Moglie del veterano5: «mio marito ne ha sempre avute, io dico che è perché è tornato dall’oltremare, no?, quelle reazioni che aveva, cioè, per qualsiasi cosa mi picchiava, a volte quando i bambini avevano bisogno di uno schiaffo non glielo dava e altre volte, poverini, non facevano niente e le prendevano…» (M.I., 76 anni)Figlia del veterano5: «Adesso, davvero, ricordi d’infanzia molto brutti. Molto brutti. Proprio brutti. E credo di aver cancellato davvero gran parte del mio cervello, perché… non ho nessun momento di gioia. Quando vedevo mio padre giocare, sembrava perfino buono. Era… come se cambiasse. Ma… un’ora o due dopo, era già il… padre cattivo. Ah… E mia madre dice che non era così. Me l’ha detto una volta, addirittura… prima che lo conoscessi, prima che andasse in guerra, non era così. Ma… questo può dirlo solo lei. Ah… ma, insomma, è sempre stato quella persona… È lui il capo. Lo fa lui, tutto quello che dice va fatto e basta!» (C., 52 anni)
Il secondo gruppo, quello a «impatto negativo limitato», comprende nove famiglie. In questo gruppo sembrano essere state specificamente le relazioni del veterano a risentire del trauma esistente. Benché vi siano relazioni conflittuali nel sottosistema coniugale, tra il veterano e la moglie, e nel sottosistema genitoriale del veterano (la sua relazione con figli e figlie), le relazioni della moglie con la prole restano positive (linee verdi/più sottili). Esiti di cattiva salute mentale si riscontrano soprattutto nel veterano. Fin dall’infanzia, figli e figlie hanno riconosciuto l’impatto negativo del trauma paterno sulle relazioni familiari, in particolare sulle relazioni del padre in generale. La tabella 2 riporta la descrizione di queste nove famiglie (figura 2).

Tabella 2 — Descrizione delle famiglie appartenenti al gruppo a «impatto negativo limitato» (n = 9)
Famiglia (relazioni e sintomi: asse orizzontale, asse verticale; altri aspetti rilevanti)
Presentiamo ora alcuni estratti di membri delle famiglie di questo gruppo:
Veterano3: «Penso che ci sia stata una mancanza nella mia poca pazienza con loro e nel fatto che prestavo più attenzione a me stesso o al mondo esterno che a loro (…) la guerra, non dico che fosse sempre sul tavolo, ma ci giravo sempre intorno, ho una grande difficoltà con me stesso perché sto parlando con le persone e vedo sempre i luoghi della guerra in cui sono stato e tutto…» (F., 74 anni)Moglie del veterano1: «Ma lui era sempre in giro. Andava qua o là, oppure lavorava e… si guadagnava da vivere lì. Non passava molto tempo a casa (…) Ha sempre messo il lavoro al primo posto. Mai la famiglia (…). Ma adesso, se lo contraddiciamo su qualcosa, arriva e dice “no, ma dovresti fare così” o qualcos’altro, oppure… è matto! (…) A volte reagisco, a volte dico delle cose, a volte sto zitta e lui tiene il broncio! (B., 68 anni)Figlio del veterano2: «Quando si arrabbiava, perdeva il controllo e perdeva facilmente le… Non era una cosa che… rompesse tutto in casa, o picchiasse qualcuno, o maltrattasse qualcuno, o fosse violento, no. Era… era quella cosa, era agitazione…» (P., 49 anni)
Il terzo gruppo, designato come «senza impatto», comprende cinque famiglie. In queste famiglie i genogrammi mostrano una prevalenza di relazioni positive (linee verdi/sottili) tra i membri, sia a livello del sottosistema coniugale sia a livello del sottosistema genitoriale. I membri della famiglia riferiscono di non aver avvertito nel corso degli anni l’impatto delle conseguenze dell’esperienza di guerra del veterano sul funzionamento familiare. Riconoscono l’esistenza di vari problemi in uno o più membri, ma legati a fattori (di vita) diversi dalla guerra. La tabella 3 descrive le caratteristiche di queste famiglie (figura 3).

Tabella 3 — Descrizione delle famiglie appartenenti al gruppo «senza impatto» (n = 5)
Famiglia (relazioni e sintomi: asse orizzontale, asse verticale; altri aspetti rilevanti)
Alcuni estratti delle interviste permettono di comprendere la dinamica familiare positiva:
Veterano6: «la nostra organizzazione come coppia, credo che sia buona. Quello che serve è che ci capiamo e che ci sia comprensione da entrambe le parti (…). Adesso lei è un po’ arrabbiata, un po’ imbronciata (…), a volte mi irrito perché non chiede aiuto.» (M., 77 anni)Moglie del veterano8: «Il nostro rapporto è sempre stato molto buono, grazie a Dio. Molto buono. Perché a casa mi occupavo io di tutto, oltre a lavorare fuori mi occupavo io di tutto. I miei figli, sia l’uno sia l’altro, erano meravigliosi, non ci hanno mai dato problemi.» (M. F., 80 anni)Figlio del veterano4: «Mio padre è più tollerante di mia madre, ma mio padre arriva a certi punti in cui sono giunto alla conclusione che non vale più la pena discutere, perché lui va avanti per la sua strada e io non ho possibilità, non c’è nessuna possibilità…» (A.J., 46 anni)
Il quarto gruppo è stato designato come a «impatto protettivo». È il più numeroso dei quattro gruppi, con 10 famiglie. In queste famiglie vi è una chiara prevalenza di relazioni di buona qualità o positive (linee verdi/sottili) nei vari sottosistemi familiari. Pur riconoscendo le conseguenze dell’esperienza traumatica di guerra del veterano e la sua sofferenza, i membri della famiglia mostrano una dinamica di protezione nei suoi confronti. I membri della famiglia si impegnano a prendersi cura del veterano, tenendo conto della sua sofferenza e della sua vulnerabilità. La tabella 4 descrive le principali caratteristiche di queste famiglie (figura 4).

Tabella 4 — Descrizione delle famiglie appartenenti al gruppo a «impatto protettivo» (n = 10)
Codice famiglia (relazioni e sintomi: asse orizzontale, asse verticale; altri aspetti rilevanti)
Ecco alcuni estratti delle interviste con questo gruppo:
Veterano9: «A parte le piccole questioni educative che a volte i genitori hanno con i figli, ovviamente, ma è una famiglia fantastica, il rapporto con loro è ottimo, con i miei figli è ottimo… da quel punto di vista va tutto bene, va tutto bene.»Moglie del veterano10: «lui mi parla e io gli dico: “Dai, parla, ti fa bene parlare”, e a volte vado a prendere le foto e stiamo lì a guardare le foto del servizio militare. Piange quando vede certe cose e io gli dico “piangi, ti fa bene piangere”, allora piange e mi parla…» (E., 65 anni)Figlia del veterano11: «Ha un sostegno, e lì ci sono altre persone che ha conosciuto che sono state anche loro oltremare, quindi sembra che parlino tutti la stessa lingua. E a lui piace. E c’è il raduno annuale con i commilitoni, io e mia sorella siamo andate con i miei genitori, non eravamo mai state a un raduno e a lui è piaciuto molto che ci fossimo (…) E ancora oggi, purtroppo… quando ci sono visite e mettono via le loro cose… mio padre può frugare nella borsa della persona per vedere se ci sono soldi, sì. Dobbiamo stare attenti, perché ormai lo sappiamo, e lo sa anche il nipote, mio figlio, quindi dobbiamo stare attenti a questo.» (A., 42 anni)
Le restanti quattro famiglie sono state incluse in un quinto gruppo, il «gruppo a vulnerabilità specifica e resilienza parziale». Queste famiglie presentano dinamiche diverse e non rientrano in nessuno dei gruppi descritti. In due di esse prevalgono le relazioni positive, ma i vari elementi del sistema mostrano sintomi di disagio psicologico. Si riconoscono i cambiamenti comportamentali del veterano dopo l’evento traumatico (aggressività, comportamenti bizzarri). Nelle altre due famiglie la relazione tra il veterano e la moglie è positiva, ma vi è un distanziamento relazionale tra il veterano e la prole. In una di queste famiglie, la figlia ha descritto sintomi di sofferenza (tentato suicidio). La tabella 5 mostra le caratteristiche di queste famiglie.
Tabella 5 — Famiglie non appartenenti ai gruppi precedenti (n = 4)
Codice famiglia (relazioni e sintomi: asse orizzontale, asse verticale; altri aspetti rilevanti)
Il presente studio ha esaminato le dinamiche familiari attraverso i genogrammi per individuare gli schemi relazionali prevalenti. I risultati mostrano una notevole variabilità nel modo in cui le famiglie rispondono alla presenza prolungata di un membro (il veterano) con PTSD. Come descritto da Figley e Kiser (2013), le famiglie possono collocarsi lungo un continuum che va dalla prosperità alla difficoltà e al fallimento: un’osservazione che concorda strettamente con i nostri dati.
In un piccolo sottoinsieme di famiglie, l’impatto dei sintomi di PTSD sembrava particolarmente grave. Leshem et al. (2023) sottolineano il ruolo delle «relazioni emotivamente cariche con una persona traumatizzata» (p. 2) nel facilitare la trasmissione del trauma. Ciò aiuta a spiegare il clima relazionale osservato in queste famiglie. Questi sistemi possono vivere uno stress cronico dovuto all’accumulo di vulnerabilità e alle continue esigenze legate alla cura di un familiare in difficoltà (Papero, 2017).
In queste famiglie, poche «barriere di contenimento» sembravano limitare la diffusione del disagio. Sintomi di trauma secondario (o almeno sintomi psicopatologici) erano evidenti nelle mogli dei veterani e, in alcuni casi, nella prole. Questo schema concorda con studi precedenti che documentano l’elevata prevalenza di sintomi di PTSD tra i veterani di guerra (Rahnejat et al., 2022; Selimbašić et al., 2019) e i suoi effetti destabilizzanti sul funzionamento familiare (Bensimon & Afota Assaf, 2025; Catani, 2010; O’Toole et al., 2018). Analogamente, Zerach et al. (2017) hanno riferito che il PTSD genitoriale, sia materno sia paterno, può incidere negativamente sulla salute mentale di figli e figlie. Inoltre, diversi studi hanno mostrato che l’esposizione delle mogli ai sintomi del marito può influire in modo significativo sugli esiti della prole (Shrira, 2015; Yehuda & Lehrner, 2018), dato il loro ruolo centrale nella gestione delle difficoltà del veterano (Maddah et al.,2024; Norris et al., 2024).
Nel loro insieme, questi risultati mettono in luce il ruolo importante delle madri nei processi di «contagio» che caratterizzano queste famiglie. Come hanno mostrato Bachem et al. (2018), quando le mogli non dispongono di risorse interne adeguate, possono a loro volta sviluppare sintomi, aumentando così la vulnerabilità di figli e figlie. Al contrario, nelle famiglie che mostrano solo un impatto negativo limitato, le mogli fungevano spesso da cuscinetto protettivo, preservando la prole dal disagio e mantenendo nel complesso la stabilità relazionale, anche quando le relazioni del veterano erano compromesse.
Per contro, la maggior parte delle famiglie di questo studio ha subito solo effetti negativi minimi, e alcune hanno mostrato schemi adattivi o protettivi. In questi nuclei, i familiari sostenevano il veterano in modi che attenuavano gli effetti del PTSD sulla famiglia. Thompson-Hollands et al. (2022) evidenziano l’impatto significativo della famiglia sulle traiettorie del PTSD dei veterani. Se studi precedenti hanno sottolineato l’importanza di includere le famiglie nel trattamento clinico (Laws et al., 2018; Thompson-Hollands et al., 2021), i nostri risultati indicano che questi processi protettivi possono anche svilupparsi spontaneamente nelle interazioni familiari quotidiane.
Secondo Papero (2017), una famiglia è considerata ben adattata al trauma quando i bisogni dei suoi membri sono soddisfatti. Figley e Kiser (2013) hanno descritto le caratteristiche di queste famiglie: accettano il fattore di stress; lo riconoscono come un problema familiare; sono orientate alla soluzione anziché al problema; hanno un’elevata tolleranza reciproca; esprimono impegno e affetto in modo chiaro e diretto; comunicano in modo aperto ed efficace; mostrano un’elevata coesione familiare e ruoli familiari flessibili; mantengono la propria struttura e le proprie routine; utilizzano le risorse in modo efficiente; credono nelle proprie capacità di far fronte alle difficoltà e condividono un sistema di credenze comune. Le famiglie protettive del nostro studio sembrano incarnare molte di queste caratteristiche, il che suggerisce che la loro capacità di adattamento abbia permesso loro di gestire più efficacemente i sintomi del veterano.
Il sostegno sociale all’interno della famiglia è un fattore protettivo ben consolidato contro i sintomi di PTSD sia nella popolazione civile (Ozer et al., 2003; Zalta et al., 2021) sia in quella militare (Xue et al., 2015). Coerentemente, Blais et al. (2021) hanno rilevato che il sostegno ricevuto in famiglia attenua in modo significativo la gravità del PTSD a lungo termine nei veterani, il che concorda con le esperienze delle famiglie protettive del nostro studio.
Nel complesso, i profili familiari individuati in questo studio — dall’impatto negativo massimo al funzionamento protettivo — rispecchiano le più ampie evidenze empiriche secondo cui le famiglie variano notevolmente nella capacità di far fronte al trauma. È noto che un funzionamento familiare disadattivo o conflittuale intensifica i sintomi di PTSD e alimenta il disagio relazionale (ad es. Dorrington et al., 2019; Milenković et al., 2013). Questi schemi somigliano molto a quelli osservati nei nostri gruppi a «impatto negativo massimo» e a «impatto negativo limitato», in cui l’elevata conflittualità, la reattività emotiva e gli schemi relazionali rigidi sembravano aggravare gli effetti del trauma.
La ricerca sulle famiglie esposte alla guerra o a traumi interpersonali ha individuato profili relazionali distinti, come sicuro, neutro, discrepante o insicuro/negativo, ciascuno con implicazioni diverse per l’adattamento e la trasmissione intergenerazionale (Punamäki et al., 2018). Questo quadro corrisponde alla diversità riscontrata nel nostro studio. Alcune famiglie mostravano dinamiche prevalentemente disfunzionali; altre presentavano climi positivi o «senza impatto»; e un sottoinsieme mostrava un adattamento protettivo fondato sulla coesione e sulla costruzione condivisa di significato.
La ricerca sul trauma familiare e dello sviluppo mostra inoltre che la qualità della comunicazione, la coesione e la flessibilità sono fattori determinanti nel far sì che il trauma si diffonda o resti contenuto all’interno di un sistema familiare. Le evidenze meta-analitiche indicano che un’elevata coesione e una comunicazione aperta predicono meno sintomi di PTSD e una maggiore resilienza nella popolazione giovanile, mentre il conflitto e il disimpegno aumentano la vulnerabilità (Ye et al., 2023). Questi risultati rafforzano la nostra osservazione secondo cui un solido funzionamento relazionale può attenuare gli effetti del trauma dei veterani, come dimostra il gruppo a «impatto protettivo».
Infine, gli studi centrati sulle risposte genitoriali al trauma mostrano come comportamenti specifici quali l’iperprotezione, l’evitamento emotivo o una comunicazione incoerente possano aumentare il rischio che figli e figlie sviluppino sintomi da stress post-traumatico (Afzal et al., 2023). Questa letteratura aiuta a contestualizzare le famiglie del nostro gruppo a «vulnerabilità specifica e resilienza parziale», in cui gli sforzi di cura coesistevano con comportamenti che trasmettevano il disagio, dando luogo a un adattamento disomogeneo tra i membri della famiglia.
Nel loro insieme, questi risultati sottolineano che la variabilità individuata nei nostri cinque gruppi di famiglie riflette schemi sistemici più ampi descritti nella letteratura sul trauma. Mettono inoltre in evidenza l’importanza di valutare non solo la sintomatologia individuale, ma anche il clima relazionale, i processi di comunicazione e le strutture relazionali intergenerazionali quando si esamina il modo in cui il trauma plasma nel tempo il funzionamento familiare.
Nonostante l’importante contributo di questo studio, vi sono limiti che vanno riconosciuti. Le interviste con i membri di ciascuna famiglia sono state condotte da una sola persona, il che potrebbe aver in parte distorto le informazioni raccolte.
I dati sono stati raccolti individualmente da ciascun membro della famiglia e i genogrammi sono stati costruiti sulla base di queste informazioni. Non è stato tuttavia possibile rilevare la percezione delle famiglie circa l’accuratezza con cui il genogramma rappresentava la dinamica familiare. Sebbene i genogrammi possano mappare efficacemente gli schemi relazionali e la storia familiare, potrebbero non cogliere la profondità dei processi psicologici.
Le interviste sono state condotte da diverse figure professionali, ognuna con il proprio stile di restituzione nel corso dell’intervista. Ciò potrebbe aver contribuito all’ampia variabilità della durata delle interviste. Sebbene la traccia di intervista fosse la stessa per tutto il personale, le diverse restituzioni potrebbero aver indotto approcci diversi all’intervista, consentendo ad alcune persone partecipanti di esprimersi più in profondità di altre.
Poiché i dati sono stati raccolti retrospettivamente, decenni dopo gli eventi traumatici della Guerra d’Oltremare, le dinamiche familiari riferite potrebbero essere influenzate da percezioni attuali, ricostruzioni di esperienze passate o memoria selettiva. Ciò introduce un possibile bias di richiamo, in particolare nei resoconti dei processi relazionali nel tempo. Sebbene abbiamo cercato di ridurre al minimo questo problema intervistando separatamente i tre membri di ciascun nucleo familiare e incrociando i loro racconti durante la costruzione del genogramma, riconosciamo che i resoconti retrospettivi possono limitare l’accuratezza delle interpretazioni temporali e causali.
Questo studio mette in evidenza l’importanza delle dinamiche familiari lungo tutta la vita del veterano come fattore protettivo contro l’impatto permanente del PTSD. Sottolinea la necessità di considerare il PTSD come un problema della famiglia e non solo dell’individuo, aiutando la famiglia a coinvolgersi nel trattamento come obiettivo familiare condiviso (Shepherd-Banigan et al., 2023) e migliorando la buona prognosi del trattamento. Integrare la teoria sistemica della famiglia come approccio terapeutico per le persone con PTSD evidenzia l’importanza di coinvolgere nell’intervento tutti i membri della famiglia. Coinvolgere l’intera famiglia permette di affrontare l’impatto collettivo delle dinamiche alterate, consentendo a ciascun membro di contribuire positivamente alla traiettoria familiare e aumentando potenzialmente l’efficacia dell’intervento (Senecal et al., 2022).
Oltre alla loro rilevanza, i risultati suggeriscono diverse applicazioni terapeutiche concrete per orientare chi opera in ambito clinico secondo prospettive centrate sulla persona o sistemiche. I genogrammi utilizzati in questo studio possono servire sia come strumenti di valutazione sia come strumenti terapeutici che facilitano la costruzione congiunta di significato in seduta. In una prospettiva sistemica, mappare visivamente gli schemi relazionali intergenerazionali consente alle famiglie di esprimere cicli relazionali radicati e di esplorare in modo collaborativo schemi di interazione alternativi.
Chi opera in ambito clinico può servirsi di questi schemi per orientare gli interventi, tenendo presente il profilo di impatto familiare individuato in questo studio. Per le famiglie che subiscono un impatto negativo, un intervento sistemico può concentrarsi sulla riduzione della reattività emotiva e sul rafforzamento dei confini tra sottosistemi. Nel quadro della PCT, il lavoro terapeutico può sostenere questi obiettivi offrendo un clima terapeutico che favorisca la sicurezza emotiva di chi storicamente ne è stato privo, permettendo ai veterani, ai coniugi e alla prole di esplorare liberamente l’esperienza vissuta del trauma e le sue conseguenze sulle relazioni.
Nelle famiglie che funzionano in modo protettivo o adattivo, l’équipe terapeutica può rafforzare i processi di resilienza esistenti riconoscendo esplicitamente queste «risorse» davanti alla famiglia. Questo approccio è coerente con i principi della PCT, che pongono l’accento sulla valutazione organismica e sulla facilitazione della crescita, nonché con gli approcci sistemici che considerano la resilienza come qualcosa che emerge da schemi relazionali adattivi e non semplicemente da tratti individuali.
Infine, le tipologie ora individuate possono aiutare chi opera in ambito clinico a calibrare i tempi e l’intensità del coinvolgimento familiare. Per esempio, le famiglie con schemi ad alta conflittualità potrebbero trarre beneficio da sedute individuali prima di avviare un lavoro congiunto, mentre le famiglie protettive potrebbero fare leva fin dall’inizio sulle risorse di sostegno di cui già dispongono. Sia la PCT sia la FST sottolineano l’importanza di rispettare il grado di preparazione, l’autonomia e la capacità di cambiamento della famiglia: principi che possono orientare il ritmo e la preparazione degli interventi.
Alla luce dell’insieme dei risultati e delle implicazioni, è necessaria ulteriore ricerca longitudinale con le famiglie di persone con PTSD, per approfondire la conoscenza dei fattori individuali e relazionali che portano (o meno) allo sviluppo di sintomi di disagio psicologico nei membri della famiglia lungo tutto il loro ciclo di vita.
Complexe Systémique: punti chiave
L’interesse dello studio è tanto metodologico quanto clinico: trasformare il genogramma, strumento da studio clinico, in uno strumento di ricerca incrociando tre racconti separati della stessa famiglia. Il risultato va contro l’idea di una trasmissione inevitabile del trauma di guerra. Una minoranza di famiglie concentra violenza e disagio su più generazioni; in altre è il solo veterano a portare il conflitto, mentre la moglie mantiene legami positivi con figli e figlie; e il gruppo più numeroso si organizza per proteggere il veterano. Per la pratica sistemica la lezione è duplice: leggere il PTSD come una questione familiare e cogliere il ruolo di cuscinetto, spesso silenzioso, svolto dalla moglie, il che invita a sostenerla anziché vederla soltanto come caregiver. I limiti sono reali: racconti retrospettivi raccolti cinquant’anni dopo, genogrammi codificati da una sola persona e una famiglia «protettiva» che può essere anche una famiglia in cui la guerra resta un tabù. Da leggere insieme all’articolo sul PTSD genitoriale vissuto da figli e figlie delle famiglie militari e all’articolo sul genogramma come strumento di ricerca con le famiglie.
Note dell’originale
Considerazione per la pubblicazione. Questo manoscritto contiene materiale originale e inedito e non è in valutazione per la pubblicazione altrove. I dati primari non sono stati pubblicati in precedenza né accettati per la pubblicazione.
Dichiarazione di conflitto di interessi. Gli autori e le autrici hanno dichiarato di non avere potenziali conflitti di interessi in relazione alla ricerca, alla paternità e/o alla pubblicazione di questo articolo.
Finanziamento. Chi firma l’articolo ha dichiarato di aver ricevuto il seguente sostegno finanziario per la ricerca, la stesura e/o la pubblicazione di questo articolo: questo lavoro è stato sostenuto dalla Fundação para a Ciência e a Tecnologia (Grant No. UID/06317/2023; DOI https://doi.org/10.54499/UID/0, UID/4345/2020).
Note. Considerazione per la pubblicazione. Questo manoscritto contiene materiale originale e inedito e non è in valutazione per la pubblicazione altrove. I dati primari non sono stati pubblicati in precedenza né accettati per la pubblicazione.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Living with a Veteran with Trauma: Impact on Family Functioning Using the Genogram as a Research Tool, di Rute Brites, Odete Nunes, João Hipólito, Tânia Brandão, António Correia e Cristina Nunes, The Family Journal, vol. 34, n. 2 (2026), doi: 10.1177/10664807261415864, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (testo tradotto in italiano, tabelle presentate sotto forma di elenchi). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Living with a Veteran with Trauma: Impact on Family Functioning Using the Genogram as a Research Tool», pubblicato in The Family Journal (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Brites, R., Nunes, O., Hipólito, J., Brandão, T., Correia, A., e Nunes, C. (2026). Living with a Veteran with Trauma: Impact on Family Functioning Using the Genogram as a Research Tool. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/living-with-a-veteran-with-trauma-family-functioning-and-the-genogram-as-a-research-tool (Opera originale pubblicata nel 2026 in The Family Journal, 34(2), 380-395 (2026); ripubblicata nel 2026 da The Family Journal, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/10664807261415864)
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