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Journal of Solution Focused Practices · Teoria
Stephanie Freeman, ricercatrice e professionista indipendente con sede a Helsinki, mette Lev Vygotsky e la teoria storico-culturale dell’attività al servizio della terapia centrata sulla soluzione. La sua scommessa: ciò che la SFT fa con le abilità della persona che consulta — individuarle, descriverle nei dettagli, rimetterle in moto — si comprende meglio come un apprendimento culturalmente mediato che come l’ennesima conversazione costruttivista. Ne derivano due proposte: collocare filosoficamente l’approccio come una versione pragmatica del costruttivismo sociale e coniare un nuovo concetto, la zona di sviluppo prossimale centrata sulla soluzione, in cui chi conduce la terapia è soltanto un pari momentaneamente più capace e l’impalcatura viene smontata non appena ha svolto il suo compito.
Traduzione non ufficiale in italiano di Solution-Focused Zone of Proximal Development: A Vygotskyan Contribution to Solution-Focused Therapy, di Stephanie Freeman, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2021), doi: 10.59874/001c.74981, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza; i titoli di sezione sono dell’autrice, le sue note a piè di pagina sono state raccolte in riquadri alla fine della sezione a cui si riferiscono e sono stati aggiunti collegamenti interni ad articoli correlati di questo sito. Tre riquadri firmati «Complexe Systémique» contengono nostre osservazioni e non sono dell’autrice. La traduzione non è stata realizzata né dall’autrice né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Questo articolo teorico esplora la possibilità di combinare i principi della terapia centrata sulla soluzione con le teorie dell’apprendimento e dello sviluppo dello psicologo Lev Vygotsky, il cui pensiero ha dato origine alla teoria storico-culturale dell’attività. Le somiglianze e le complementarità tra queste tradizioni meritano attenzione. Inoltre, la SFT è stata descritta come un approccio eclettico e in continua evoluzione, i cui fondamenti teorici e filosofici sono piuttosto frammentari. L’articolo tenta quindi di ridefinire la collocazione filosofica e teorica della SFT attraverso una lente «vygotskiana e ispirata alla CHAT». Poiché l’accento della SFT sembra cadere sull’individuazione e sulla descrizione dettagliata delle abilità della persona che consulta, l’autrice propone una nuova visione della SFT come versione pragmatica del costruzionismo sociale. Sulla base dei concetti vygotskiani di «mediazione culturale» e di «zona di sviluppo prossimale», l’autrice propone un nuovo concetto, ossia la zona di sviluppo prossimale centrata sulla soluzione. Il concetto mette in luce l’apprendimento-nella-SFT come un processo non individualistico ed espansivo, progettato in modo ottimale, che conduce a un’indipendenza rafforzata e alla creatività.
Parole chiave: terapia centrata sulla soluzione, pratica centrata sulla soluzione, apprendimento, Lev Vygotsky, teoria socioculturale, teoria storico-culturale dell’attività, zona di sviluppo prossimale, mediazione culturale, pragmatismo.
Questo articolo teorico esplorativo indaga la possibilità di combinare i principi della terapia (breve) centrata sulla soluzione (SFT e SFBT)1 (ad es. De Jong & Berg 2018; Furman, 1994; Furman & Ahola, 2012) con le teorie dell’apprendimento e dello sviluppo dello psicologo Lev Vygotsky, il cui pensiero ha dato origine alla teoria storico-culturale dell’attività (CHAT)2 (Cole, 1997; Engeström, 1987; Freeman, 2007, 2015; Leontjev, 1978; Stetsenko, 2005; Vygotsky, 1978). In quanto studiosa e professionista della CHAT e della terapia breve centrata sulla soluzione, ho riscontrato somiglianze e complementarità tra le due tradizioni. Si tratta tuttavia di un tema poco studiato, che merita ulteriore attenzione.
La SFT è stata descritta come un approccio eclettico e in continua evoluzione (Furman, 1994; De Jong & Berg, 2008), i cui fondamenti teorici e filosofici sono piuttosto frammentari. Sul piano filosofico, la SFT è stata collegata al «costruttivismo sociale» (si veda Berger & Luckmann, 1967; Caputo, 1997; Foucalt, 1977; Gergen, 1985), che è a sua volta un termine ombrello piuttosto vago per un campo di studi che attinge a diverse discipline (si veda anche Miettinen, 2000). Su un piano generale, il costruttivismo sociale si interessa al linguaggio come mezzo di cambiamento sociale. Benché l’uso intenzionale del linguaggio sia al centro della SFT, questa è tuttavia molto di più. Da qui lo scopo di questo articolo: riesaminare la collocazione filosofica e teorica della SFT attraverso una lente «vygotskiana e ispirata alla CHAT».
Rafforzare la capacità della persona che consulta di prendere decisioni informate e di agire di fronte a sfide inattese, attraverso un intervento minimo, è l’obiettivo principale della SFT (Furman & Ahola, 2012; Berg & Miller, 1992; De Jong & Berg, 2018). L’approccio SF è stato definito orientato al futuro, orientato ai risultati, centrato sulla persona che consulta, focalizzato sulle eccezioni e sui progressi, cooperativo, creativo, giocoso, umoristico, eclettico, attento a evitare la patologizzazione, centrato sul feedback positivo e sul riconoscimento dei meriti (Furman, 1994). In sostanza, lo scopo di chi pratica la SFB è trovare un cambiamento utile nei modi in cui la persona che consulta presenta i propri desideri.
In modo analogo, Vygotsky e i suoi continuatori (ad es. Engeström, 1987; Leontjev, 1978; Vygotsky, 1978) aderiscono all’idea che le persone siano capaci di cambiare, se dispongono degli strumenti culturali e del sostegno sociale adeguati. Inoltre, chi pratica la CHAT evita di patologizzare i fenomeni psicologici; preferisce invece un intervento minimo da parte di chi aiuta e considera le funzioni mentali superiori come radicate in un’azione concreta orientata a obiettivi e al futuro e in un’attività collaborativa (ad es. Cole, 1997; Engeström, 1987; Leontjev, 1978; Vygotsky, 1978, 1982). Questi punti comuni fondamentali tra SFT e CHAT consentono di esaminare più a fondo alcuni dei presupposti e degli strumenti di base della SFT.
Chi conduce una terapia SF utilizza domande aperte3 per orientare l’attenzione verso le abilità e le qualità uniche della persona che consulta, i suoi successi passati, le sue azioni concrete, le sue speranze per il futuro e le sue reti sociali (De Jong & Berg, 2018). La figura terapeutica si avvicina alla persona da una posizione di «non sapere» (De Jong & Berg, 2018, 30-58) e utilizza il suo vocabolario nel formulare le domande (De Jong & Berg, 2018, p. 31). In questo modo la persona che consulta si sente rispettata ed è più disposta a collaborare (De Jong & Berg, 2018, pp. 349-350).
Inoltre, le domande orientate al futuro e agli obiettivi vengono usate in modo affermativo, rendendo così più facile per la persona che consulta immaginare una via da seguire. Quando le persone in terapia comprendono di avere un ruolo attivo nel superare le sfide della vita, è più probabile che riescano a trovare nuove soluzioni possibili da sperimentare e valutare. (Berg & Miller, 1992; De Jong & Berg, 2018). La figura terapeutica le guida a vedere come potrebbero mettere a frutto le proprie qualità e capacità concentrandosi sulle proprie abilità uniche. Man mano che si rendono conto di avere già alcuni strumenti a disposizione, si sentono più forti e più pronte a sviluppare ulteriormente il proprio repertorio di abilità.
Poiché l’accento della SFT sembra cadere sull’individuazione e sulla descrizione dettagliata delle abilità della persona che consulta, appare giustificato esaminare la SFT dal punto di vista delle consolidate teorie di Vygotsky sull’apprendimento e sullo sviluppo (si veda anche Engeström, 1987; Vygotsky, 1978, 1982). Questo articolo ha un duplice obiettivo. La prima domanda di ricerca è di natura filosofica: dove si può collocare filosoficamente la SFT, dato che le abilità della persona che consulta e il cambiamento sono un tema linguistico centrale nelle sedute di terapia? La seconda domanda di ricerca è più teorica e concettuale: come appare la SFT attraverso la lente della CHAT o, più precisamente, attraverso i concetti vygotskiani di «mediazione culturale» e di «zona di sviluppo prossimale»?
Comincio con una discussione filosofica sulla SFT e il costruzionismo sociale e propongo un punto di vista alternativo, ispirato alla CHAT e al pragmatismo. Introduco poi il concetto di «mediazione culturale» (Vygotsky, 1978), che è il concetto cardine della CHAT. Esamino quindi la SFT attraverso il concetto di «zona di sviluppo prossimale» (Vygotsky, 1978). Infine propongo un nuovo concetto, ossia la zona di sviluppo prossimale centrata sulla soluzione, per comprendere meglio l’intenzione di fondo della SFT. Concludo discutendo le implicazioni di queste nuove idee per la SFT.
Note dell’autrice
1. D’ora in poi SBT (inclusa la SFBT).
2. D’ora in poi CHAT.
3. Le domande aperte sono utilizzate anche nella ricerca qualitativa per raccogliere materiale di ricerca autentico.
Complexe Systémique · sulle abbreviazioni
Tre abbreviazioni dell’autrice meritano di essere segnalate a chi legge, e le abbiamo lasciate tutte così come sono stampate. SFT sta per terapia centrata sulla soluzione (solution-focused therapy) e, secondo la sua prima nota, comprende anche la SFBT. CHAT è la teoria storico-culturale dell’attività (Cultural-Historical Activity Theory), la tradizione nata da Vygotsky attraverso Leontjev ed Engeström. E la zona di sviluppo prossimale è abbreviata ZDP in tutto il testo, mentre la forma consolidata nella letteratura anglofona è ZPD; le lettere sono invertite, ma il concetto è proprio quello di Vygotsky.
Due dei suoi termini chiave appartengono anch’essi a Vygotsky più che a lei: pari più capaci, l’espressione della definizione del 1978 che cita più avanti, e impalcatura (scaffolding), l’operazionalizzazione educativa della zona attribuita a Jerome Bruner.
De Jong & Berg (2018, pp. 349-350) collocano la SFT nell’ambito del costruttivismo sociale. Su un piano molto generale, il costruttivismo sociale si concentra sul ruolo del linguaggio nell’emergere di realtà socialmente mediate e situate (cfr. Berger & Luckman, 1967; Foucalt, 1977; Foucault, 1982; Gergen & Davis, 1985; Mills 1940). L’individuo è visto come partecipante attivo e soggetto che apprende nella società (cfr. Berger & Luckman, 1967; Heiskala, 1994; Hirvihuhta & Litovaara, 2003; Miettinen, 2000). La realtà si costruisce attraverso una costruzione reciproca di significato (De Jong & Berg 2018, p. 350). Poiché la costruzione di significato è legata alla storia esperienziale dell’individuo, l’atto di comprendere l’altro è sempre un processo di negoziazione. L’identità stessa sembra dunque negoziabile, frutto del dialogo.
La SFT è stata collegata anche al «costruttivismo radicale» di Derrida (si veda Pihlaja & Pihlaja, 2020). Il concetto derridiano di «decostruzione» rimanda al metodo che rende visibili i rapporti di potere, i diversi punti di vista e i conflitti sociali (Caputo, 1997; Derrida, 1995). È un metodo critico di lettura, in cui il testo non è semplicemente testo: il testo contiene contraddizioni (Rolfe, 2004). L’autorità viene in un certo senso messa «fuori dai cardini» (Derrida, 1995). La decostruzione è quindi nemica del testo autoritario (Rolfe, 2004, p. 276). Interpreterei l’atteggiamento di «non sapere» della figura terapeutica SF, cioè il non presupporre troppo in anticipo sulla persona che consulta, non solo come un atto di valorizzazione della persona e come base di una terapia collaborativa e non patologizzante (De Jong & Berg, 2018, pp. 30-58), ma anche come un tentativo strategico «derridiano» di decostruire il predominio di chi fa terapia.
Benché la SFT si fondi sull’idea di democrazia (De Jong & Berg, 2018, p. 350), non è del tutto priva di potere. Il linguaggio può essere usato come strumento strategico per esercitare il potere (Freeman, 2011, p. 157)4. Poiché il linguaggio crea la realtà sia per chi conduce la terapia sia per chi consulta, è estremamente importante che chi pratica la SFT resti vigile nella scelta delle parole. Ciò che si dice, così come ciò che non si dice, ha un impatto sulla persona che consulta. In fin dei conti, però, è la figura terapeutica a orientare la direzione della conversazione.
Poiché non si può sfuggire al linguaggio-come-potere, la cosa migliore è esserne consapevoli. Alcune domande sono più incoraggianti e capaci di accrescere l’agentività di altre. Le domande della SFT sono state chiaramente concepite con l’intento di rafforzare l’autoefficacia della persona che consulta. Tuttavia, chi conduce la terapia deve essere sensibile a quali domande porre, quando e come. Il tempismo è cruciale, perché il tempismo è potere.
Il «costruttivismo sociale» è un concetto ombrello per una varietà di approcci diversi (Miettinen, 2000). Più si allarga il campo del costruttivismo sociale, più il concetto diventa vago. Come ci ricorda Miettinen (2000), è importante chiedersi che cosa si stia costruendo quando parliamo di costruttivismo sociale. Stiamo costruendo a) la conoscenza e il pensiero concettuale dell’individuo, b) un’interpretazione condivisa di qualcosa in un dialogo, c) una regola o un’istituzione che gli individui seguono, oppure d) un artefatto o un sistema di artefatti, per esempio una casa, un microscopio, un programma informatico o una raccolta di poesie? (Miettinen, 2000, p. 276) (traduzione dell’autrice).
Sosterrei che tutte e quattro le modalità di costruzione della conoscenza sopra menzionate sono presenti in una seduta di SFT. Ciò che viene espresso a parole riflette discorsi, preoccupazioni e cambiamenti sociali più ampi. La dimensione economica, sociale e politica si riflette nel racconto personale della persona che consulta, qualunque sia il motivo per cui ha iniziato la terapia. Le sue identità, le sue storie di interazione, i suoi sistemi di valori e di credenze, le sue conoscenze e le sue abilità sono tutti intrecciati. L’incontro terapeutico, quindi, non è una semplice interazione estemporanea. È uno sforzo consapevole, da parte di chi conduce la terapia, di incidere sul benessere della persona sul piano concettuale e su quello concreto.
I significati non si costruiscono dal nulla, come potrebbe far pensare il termine «costruzionismo sociale» se usato con leggerezza. I significati si costruiscono sempre in relazione a un oggetto di attività (ad es. Stetsenko, 2005), nel contesto presente ai motivi e agli obiettivi fissati dalla persona in terapia. La motivazione non è dunque un fenomeno statico o astratto, né è unicamente innata o universale, ma dipende da ciò che le persone fanno concretamente, da come si rapportano agli oggetti e alle persone della loro vita (Freeman, 2007, p. 6).
La costruzione della conoscenza in terapia è un’attività multidimensionale e sistemica. Non sorprende che la SFT e la «teoria dei sistemi» siano state considerate collegate (ad es. Pihlaja & Pihlaja, 2020). Benché la teoria dei sistemi sia nata originariamente nel campo della cibernetica, oggi viene usata come approccio generale per spiegare la natura interconnessa e interdipendente delle parti di un qualsiasi fenomeno (si veda Skyttner, 1996, p. 16.). Tuttavia, a mio modo di vedere, un approccio sistemico scientificamente più vicino alla SFT sarebbe la CHAT, poiché le sue radici nella psicologia culturale e nella psicologia dello sviluppo la avvicinano al mondo della terapia (si veda Cole, 1997; Engeström, 1987, 2004; Leontjev, 1978; Vygotsky, 1978).
Quando le persone iniziano una terapia, portano con sé le loro comunità. La natura sistemica dell’attività umana (Engeström, 1987; 2004)5 si rende visibile quando gli individui si muovono nelle loro reti sociali e attraverso di esse. Quando le proprie attività procedono senza intoppi, non si è consapevoli della propria rete di comunità. Solo quando gli obiettivi di un individuo si scontrano con quelli di altre persone che condividono quel particolare sistema di attività, quando l’individuo deve scegliere tra gli obiettivi contraddittori di più sistemi di attività o quando qualcuno lascia il sistema di attività o vi entra, le sue comunità diventano visibili. (si veda Freeman, 2007; 2011; 2015.) La società si riflette dunque profondamente nell’individuo. Esiste un movimento dialettico tra la storia e il presente, e tra l’individuo e la società (si veda Cole, 1997; Engeström, 1987).
Anche chi pratica la terapia SF porta la propria storia nella seduta, ma si sforza consapevolmente di tenerla sullo sfondo. Inoltre, nel condurre la SFT si affida a strumenti, regole, norme e divisioni del lavoro che si sviluppano culturalmente e storicamente. La terapia è un processo di apprendimento in cui figura terapeutica e persona che consulta creano insieme nuovi significati, strumenti e innovazioni. In sostanza, ogni seduta di SFT è al tempo stesso utilizzatrice e produttrice di artefatti culturalmente mediati. Chi fa terapia con una comprensione sistemica dell’attività umana riconosce che il lavoro terapeutico non può essere isolato dagli sviluppi storico-culturali della società globale né dalle proprie reti di sviluppo delle conoscenze e delle abilità. Il lavoro terapeutico è esso stesso un’istituzione linguistica e materiale in evoluzione storica.
La SFT mette in evidenza il valore pratico della conoscenza, cioè il modo in cui le persone in terapia possono mettere a frutto le proprie abilità nelle attività quotidiane concrete (si veda De Jong & Berg, 2008; Furman & Ahola, 2012). Per come la intendo, la ricerca da parte della SFT — attraverso mezzi linguistici — di un risultato concreto della terapia fin dall’inizio rimanda non solo al costruttivismo sociale, ma anche al pragmatismo. Miettinen (2006, p. 389) analizza il rapporto tra pragmatismo e CHAT:
…Per entrambe le teorie [il pragmatismo di John Dewey e la teoria storico-culturale dell’attività in quanto epistemologie e teorie dell’attività materiale trasformativa], il concetto di attività, il cui prototipo è il lavoro, costituisce una base per comprendere la natura della conoscenza e della realtà. Questo concetto implica inoltre, per entrambe le teorie, un approccio metodologico allo studio del comportamento umano in cui la sperimentazione e l’intervento sociali svolgono un ruolo centrale. Entrambe suggeriscono anche che la riflessione e il pensiero, mediati dal linguaggio e dagli artefatti semiotici, servono al riorientamento dell’attività e sono vitali per lo sviluppo di nuovi modi alternativi di agire…
Miettinen (2006, p. 389)
In quest’ottica, la SFT appare più pragmatica e culturalmente mediata del «costruttivismo radicale». Se è vero che i comportamenti e i ruoli variano in una certa misura da un contesto all’altro, c’è anche qualcosa di molto concreto e tangibile nella mente umana. Il mondo degli artefatti è essenzialmente psicologia esteriorizzata. Basta uno sguardo al mondo materiale e digitale che ci circonda per constatare che il nostro ambiente è impregnato dei prodotti della mente umana creativa.
La versione vygotskiana (1978) del costruttivismo sociale, nel suo studio della mente umana di origine sociale, include anche il mondo degli artefatti culturali e degli oggetti materiali: «I processi psicologici devono essere concettualizzati come azioni legate agli oggetti nel mondo, che producono differenze nel mondo e partecipano alla sua costruzione e al suo sviluppo» (Stetsenko, 2005, p. 82).
Da un punto di vista filosofico, propongo di intendere la SFT come una versione pragmatica del costruttivismo sociale. Poiché la SFT mira ad ancorare il discorso della persona che consulta a un’attività concreta, vedo Vygotsky e la CHAT come complementari al quadro della SFT. Nella prossima sezione introduco il concetto vygotskiano di «mediazione culturale».
Note dell’autrice
4. Si veda anche Billig et al., 1988; Fairclough, 1992; Foucault, 1982.
5. Si veda il concetto di «sistema di attività» di Engeström (1987, pp. 73-87), basato sul lavoro di Vygotsky e Leontjev.
Il concetto vygotskiano (1978) di «mediazione culturale» aggira il modello comportamentista S-R e l’idealismo soggettivo della psicologia introspettiva (Leiman, 1992, p. 210). Allo stesso modo, Miettinen (2006, p. 389) osserva che l’idea di un atto culturalmente mediato supera la dicotomia cartesiana soggetto-oggetto. Vygotsky fu un pioniere coraggioso, che assunse una posizione critica nei confronti della patologizzazione psicologica e delle spiegazioni causali (ad es. Cole, 1997). Evitare patologizzazioni inutili, il determinismo e la colpevolizzazione è anche un principio chiave della SFT (Ahola & Furman, 2016, p. 19).
L’acuta idea di «mediazione culturale» rimanda al senso personale dell’attività sociale. Orienta l’attenzione verso tutti gli strumenti linguistici e materiali che si acquisiscono attraverso la socializzazione. Secondo Vygotsky, il processo più importante nello sviluppo psicologico infantile è l’interiorizzazione della cultura in cui si è immersi. Tutti i prodotti culturali creati dalle persone nelle loro culture specifiche sono artefatti. Ed è attraverso tutte le cose che usiamo, da oggetti semplici come un cucchiaio, una penna o un tavolo a cose più complesse come il linguaggio, le tradizioni, le credenze, l’arte e la scienza, che la cultura influisce sullo sviluppo (Cole, 1997; Vygotsky, 1978).
Vygotsky illustra questa intuizione mostrando come il movimento della mano di una bambina o di un bambino verso un oggetto diventi un segno. Il significato del movimento della mano cambia quando la madre o la persona che se ne prende cura arriva e assiste al comportamento. Diventa un atto socialmente orientato. La persona adulta capisce che l’oggetto è desiderato e lo porge. Solo più tardi si stabilisce, nella mente infantile, un legame tra l’indicare e l’attività sociale, e il movimento diventa «l’atto di indicare». L’atto di indicare è quindi anche un atto che indica una relazione sociale (Vygotsky, 1978, p. 56).
È dunque impossibile separare lo sviluppo psicologico dalla situazione culturale e sociale unica dell’individuo. La coscienza si crea negli incontri linguistici con le persone, le cose, la natura e l’intero universo. Come osserva Leiman (2011), è in questo senso che il significato della parola, in quanto unità dell’attività psicologica, lega l’intrapsichico e l’interpersonale. Per Vygotsky, la «parola» è un microcosmo della coscienza umana (Vygotsky, 1986, p. 256) e il «segno» simboleggia lo stare insieme (Leiman, 1992, p. 216). Inoltre, il linguaggio non precede l’azione, ma il contrario: prima venne l’azione, e la parola si sviluppò a partire da essa (Vygotsky, 1962, p. 153).
Le persone creano le proprie emozioni e i propri pensieri privati nella semiosfera, attraverso azioni specifiche del contesto (Valsiner, 2006, p. 9). È attraverso il linguaggio e l’uso di strumenti culturali che comunichiamo con noi stessi e con gli altri. Il linguaggio interiore è uno strumento psicologico orientato alla modalità privata del sé. Serve a interiorizzare ciò che accade nel mondo. Il linguaggio esteriore serve a rendere visibili i pensieri interiori e a influire sul pensiero altrui e sul mondo degli oggetti. (Vygotsky, 1978.) Le realtà sociali interiorizzate e le realtà interiori esteriorizzate esistono in una relazione dialogica. Lo sviluppo psicologico, così come lo spiega Vygotsky, consiste in un continuo gioco dialettico tra funzioni o processi distinti, ma interdipendenti, di interiorizzazione ed esteriorizzazione (Lourenço, 2012, p. 283).
Gli artefatti e gli strumenti culturali che ereditiamo sono al tempo stesso materiali e concettuali. Sono concettuali nel senso che le loro proprietà materiali sono state plasmate dalla loro storia sociale precedente (Cole, 1997, p. 117) e che esprimono determinati sistemi di valori e di credenze. Modificando vecchi artefatti e creandone di nuovi, creiamo e modifichiamo anche la nostra psicologia e quella altrui. In questo modo un importante capitale sociale viene trasmesso e trasformato da una generazione all’altra. Le nuove innovazioni emergono quando ai «vecchi» artefatti vengono attribuiti nuovi significati e nuovi usi. (Si veda Freeman, 2007; 2011; 2012; 2015). In quest’ottica, la SFT può essere vista come uno spazio di co-creatività e di innovazione.
La socializzazione, il riorientamento personale e l’attività creativa proseguono per tutta la vita. L’individuo partecipa a molte comunità e reti sociali e professionali diverse.6 In queste formazioni sociali, l’individuo sperimenta diverse contraddizioni di motivi che, se risolte con successo, conducono a nuovi percorsi professionali e di pensionamento ricchi di significato (si veda Freeman, 2007; 2015).
Queste idee sono in linea con il pensiero di Milton H. Erikson (Haley, 1997, p. 39) secondo cui le crisi evolutive sono una parte naturale della vita. Il modo in cui l’individuo affronta questi dilemmi e queste fasi di transizione sociale è di importanza fondamentale. Come sottolineano Furman & Ahola (2012), nella SFT è cruciale prestare attenzione alle eccezioni e ai progressi. Concentrarsi sulle situazioni e sulle circostanze in cui le cose vanno meglio — quando il problema è assente — rafforza l’autoefficacia percepita e il senso di riuscita della persona che consulta. Quando il focus terapeutico è sugli schemi di comportamento sani, sulle risorse e sulle abilità, i problemi possono essere risolti senza soffermarsi consapevolmente sul comportamento indesiderato. (si veda Berg & Miller, 1992; De Jong & Berg, 2008; Furman & Ahola, 2012.)
Le domande della SFT centrate sulle abilità, combinate con il pensiero di Vygotsky sull’apprendimento e sullo sviluppo, offrono quindi a chi conduce la terapia un modo incoraggiante per aiutare la persona che consulta ad affrontare le sfide della vita, socialmente e culturalmente mediate.
Nota dell’autrice
6. Lave & Wenger (1991) usano il termine «comunità di pratica».
Complexe Systémique · una bibliografia in parte finlandese
Chi provasse a verificare i numeri di pagina si imbatterebbe in una particolarità di questo articolo: l’autrice lavora sulle edizioni finlandesi. Il manuale di De Jong e Berg che cita in tutto il testo è Ratkaisukeskeisen terapian oppikirja, la traduzione finlandese curata da Ben Furman e Antti Mattila, per cui la sua paginazione non corrisponde a quella di Interviewing for Solutions. Lo stesso vale per Haley su Erickson, citato da Lyhytterapian lähteillä, e per i riferimenti a Furman, Ahola, Engeström e Miettinen, alcuni dei quali esistono soltanto in finlandese.
È anche il segno di una filiazione particolare. La Finlandia è uno dei paesi in cui la pratica centrata sulla soluzione ha messo le radici più salde, attorno all’Helsinki Brief Therapy Institute, ed è la patria di Yrjö Engeström, la cui teoria dell’apprendimento espansivo porta avanti l’eredità di Vygotsky. Le due tradizioni che questo articolo fa incontrare condividono da tempo la stessa città.
La zona di sviluppo prossimale (ZDP) si basa sull’idea di uno sviluppo umano culturalmente mediato, come descritto in precedenza. Il concetto di ZDP è nato dalle osservazioni di Vygotsky sull’apprendimento e sullo sviluppo nel contesto scolastico. Vygotsky distingueva tra buon apprendimento e cattivo apprendimento. Il cattivo apprendimento consiste nel trasferire informazioni e conoscenze predeterminate nella «testa» degli individui. Il buon apprendimento, invece, produce qualcosa di imprevedibile e di nuovo, qualcosa che prima non esisteva. (Engeström, 2004, p. 19).
Benché lo sviluppo non avvenga spesso nella zona di comfort dell’individuo, obiettivi e scenari futuri troppo difficili possono essere paralizzanti. Ciò che serve è una zona ottimale di sviluppo o, come la definisce Vygotsky, una zona di sviluppo prossimale:
…essa [la zona di sviluppo prossimale] è la distanza tra il livello di sviluppo effettivo, determinato dalla capacità di risolvere un problema in modo indipendente, e il livello di sviluppo potenziale, determinato dalla capacità di risolvere un problema sotto la guida di una persona adulta o in collaborazione con pari più capaci.
Vygotsky (1978, p. 86)
In altre parole, la ZDP è la distanza tra ciò che gli individui possono ottenere da soli e ciò che possono fare con un piccolo aiuto. Il termine «prossimale» significa che l’assistenza fornita supera solo di poco il livello attuale di abilità di chi apprende, integrando così le capacità esistenti e costruendo su di esse (Cole & Cole, 2001).
Tutto ciò ha implicazioni importanti per la SFT. Chi conduce la terapia può essere considerato — momentaneamente — un precursore dell’approccio SFT e quindi un «pari più capace» per quanto riguarda i principi della SFT. La figura terapeutica SF è formata a porre domande aperte che permettono alla persona che consulta di agire da esperta. La prova, per chi fa terapia, è la capacità di attivare e sostenere la risoluzione autonoma dei problemi da parte delle persone in terapia e lo sviluppo delle loro abilità di vita e della loro autoefficacia. Di fronte a traumi e sfide, le persone possono temporaneamente «dimenticare» ciò che sanno e sanno fare. Per questo è importante mappare le abilità attuali della persona che consulta attraverso domande centrate sulle eccezioni e sui progressi. È altrettanto importante invitarla a riflettere sulla possibilità di sviluppare nuove abilità. In sostanza, nella ZDP si creano nuovi punti di vista. Mentre la figura terapeutica aiuta la persona ad ampliare il proprio orizzonte d’azione, spetta a quest’ultima svolgere il lavoro vero e proprio.
Nel campo dell’educazione, la ZDP è stata operazionalizzata attraverso la nozione di «impalcatura» (scaffolding). Il concetto si riferisce ad attività in cui chi insegna erige strutture di sostegno temporanee per aiutare chi apprende a sviluppare comprensione, pensiero concettuale e abilità. Man mano che chi apprende acquisisce queste nuove abilità, chi insegna ritira il sostegno finché non sorge la necessità di apprenderne di nuove. In seguito, chi apprende è in grado di trasferire queste nuove abilità in nuovi contesti di attività (Hammond & Gibbons, 2005, pp. 7-8).
La SFT incoraggia e sostiene la persona che consulta nell’esaminare la situazione attuale, stabilire obiettivi e fare le cose diversamente (Pihlaja & Pihlaja, 2020). Così, con l’assistenza di una figura terapeutica SF sensibile e consapevole della ZDP, la persona elabora una sorta di «mappa» della propria ZDP. Questa comprende una rappresentazione di come passare da A a B rispetto alla questione in esame: quali vecchie abilità si possono mobilitare, quali nuove abilità occorre apprendere per produrre un cambiamento e a chi rivolgersi per avere sostegno. Le domande della SFT incentrate sui successi passati e sui miracoli futuri, comprese la scala di valutazione terapeutica e la mappatura della rete sociale, idealmente danno alla persona l’energia per prendere in mano la propria vita. Tra una seduta e l’altra, la persona si esercita nelle abilità, nei punti di vista e negli schemi di comportamento appena acquisiti. Ogni seduta di terapia le consente di concettualizzare e rendere visibili nuove prospettive e nuovi schemi di comportamento interiorizzati. Il processo terapeutico ciclico si conclude una volta raggiunta un’indipendenza sufficiente. Il sostegno terapeutico è quindi solo temporaneo. Una volta che la persona ha raggiunto il nuovo obiettivo, l’impalcatura viene rapidamente smontata. Insieme, persona che consulta e figura terapeutica valutano il successo del processo terapeutico. Se decidono di proseguire, il focus si sposta su una nuova abilità o su un nuovo punto di vista che richiede il sostegno transitorio di chi conduce la terapia.
La ZDP è uno spazio creativo per esteriorizzare la psiche e interiorizzare il sociale. In effetti, esteriorizzare e interiorizzare formano una relazione dialogica continua (Engeström, 1987; Vygotsky, 1978). Nella SFT, il termine «esternalizzazione» si riferisce agli strumenti usati per separare il problema dalla persona. L’esternalizzazione rimanda quindi a una tecnica specifica utilizzata per ridurre al minimo il disagio emotivo della persona che consulta. Separare il problema dalla persona consente l’oggettività necessaria per esaminare la sfida che esso pone. Tra queste tecniche figurano l’uso di una lavagna bianca, il gioco di ruolo e l’esternalizzazione del problema in una creatura con cui la persona possa sentirsi a proprio agio. (si veda Pihlaja & Pihlaja, 2020). Tuttavia, da un punto di vista teorico, l’atto di esteriorizzare è già avvenuto prima dell’uso di queste tecniche di esternalizzazione, proprio nel momento in cui la persona trova le parole per il problema. Sarebbe quindi forse concettualmente più preciso parlare di tecniche di distanziamento della SFT.
La figura terapeutica invita la persona che consulta a esteriorizzare i propri pensieri attraverso le domande SF. Il dialogo terapeutico contribuisce alla possibilità di un’idea aggiornata di sé. Una volta che la nuova visione dell’«io» è interiorizzata nella sfera privata del sé, diventano possibili cambiamenti di comportamento duraturi. E con essi nuovi tipi di dinamiche sociali e di identità, nuovi «noi». L’esito della terapia è il risultato del mistero della collaborazione.
L’imprevedibilità dell’apprendimento è stata discussa nel campo dell’educazione da Engeström (1987). Il suo concetto di «apprendimento espansivo» si basa direttamente, tra le altre, sulle idee di Vygotsky. Tuttavia, il suo modello sistemico dell’apprendimento privilegia il collettivo rispetto all’individuale. L’oggetto dell’apprendimento non è visto come un fenomeno dato o statico, ma come qualcosa che evolve e si espande con il processo di apprendimento. Questo processo procede così: a) mettere in discussione la pratica attuale, b) analizzare la pratica attuale, c) modellizzare la nuova soluzione, d) esaminare e sperimentare il nuovo modello, e) attuare il nuovo modello e f) consolidare il nuovo modello di attività, rifletterci sopra e generalizzarlo. Il ciclo ricomincia quando il modello in uso incontra delle contraddizioni. (Si veda Engeström, 2004, pp. 59-63).
La SFT può essere vista come un processo di apprendimento espansivo consapevole della ZDP, in cui figura terapeutica e persona che consulta negoziano e definiscono gli obiettivi della terapia con l’aiuto di specifiche domande della SFT. Per esempio, l’uso della «domanda del miracolo» alimenta la speranza in un domani migliore aiutando a immaginare concretamente questo cambiamento. Si chiede alla persona di immaginare una situazione in cui il problema è scomparso miracolosamente e di esprimere a parole che cosa è diverso, come si capirà che il problema non esiste più, chi se ne accorgerà per primo, come lo capirà, e così via. (De Jong & Berg 2008, p. 88). La domanda del miracolo suscita così nuovi punti di vista, nuovi comportamenti e nuove dinamiche sociali. A mio avviso, si accorda bene con le idee di Engeström (1987; 2004) e di Vygotsky (1978) sull’apprendimento come processo ciclico e sistemico in costante espansione, il cui esito è una rivelazione innovativa.
Chi fa terapia ispirandosi all’idea vygotskiana di buon apprendimento comprende che la motivazione individuale è il risultato di un feedback positivo e tempestivo. Come osservano De Jong & Berg (2008, pp. 116-139), il feedback positivo e il riconoscimento dei meriti sono importanti dal punto di vista dell’empowerment della persona che consulta. Nelle mie ricerche precedenti ho rilevato che il desiderio di riconoscimento7 è un’importante forza sociale che motiva l’individuo a partecipare e a contribuire all’attività collettiva (Freeman, 2007, 2015). La terapia non fa eccezione: la persona che consulta deve essere motivata a partecipare per fare la differenza.
Tuttavia, il feedback positivo deve essere ancorato alle azioni linguistiche concrete e alle attività collettive dell’individuo. Lodare la persona senza merito non porta alla sua indipendenza futura. Al contrario, una volta tolta l’impalcatura, può condurre a obiettivi irrealistici e alla paralisi dell’apprendimento. Spesso una persona ha bisogno di trascendere i propri vecchi sistemi di valori e di credenze per imparare davvero qualcosa di nuovo. Sosterrei quindi che l’apprendimento espansivo richiede anche un’abile tolleranza del cambiamento, oltre alla capacità di rivalutare e riallineare costantemente i propri obiettivi.
Nota dell’autrice
7. Si veda Miettinen (2005) per una discussione del concetto di «desiderio di riconoscimento mediato dagli artefatti».
Creare la possibilità di un «buon apprendimento» basato sulla ZDP. Chi conduce la terapia e comprende il significato del «buon apprendimento» riconosce che l’apprendimento, la crescita personale e la creatività richiedono che una persona non solo sia consapevole della propria attuale base di abilità, ma sia anche disposta ad ampliarla, un piccolo passo alla volta.
Creare la possibilità di riflettere, ridefinire, rivalutare e riallineare continuamente gli obiettivi di vita. La figura terapeutica SF dovrebbe incoraggiare e sostenere un pensiero autonomo ispirato alla SFT, che comprenda la capacità di ridefinire i tratti personali, vedere le cose da nuove prospettive, riflettere attraverso il distanziamento ed essere vigili e realistici nel fissare gli obiettivi. Apprendere richiede di ridefinire il sociale. L’«autoefficacia percepita» (Bandura, 1977) potrebbe quindi essere vista come la capacità di vedere le proprie possibilità e di cercare di acquisire l’agentività necessaria per realizzarle.
Incoraggiare la capacità di affrontare le paure che possono ostacolare l’apprendimento continuo e l’espressione creativa di sé. La SFT consiste nell’apprendere insieme qualcosa che ancora non esiste. Ciò comporta un movimento verso l’ignoto, una situazione che può portare con sé paure e un carico emotivo. Benché la SFT non dia rilievo agli aspetti negativi della vita, ciò non significa che le emozioni difficili debbano essere evitate o negate. Vengono invece affrontate in un modo che rafforza la persona. Costruendo una comprensione delle capacità attuali della persona che consulta, la figura terapeutica crea una base sicura su cui esaminare le eventuali paure che possono inibire il buon apprendimento. In sostanza, la persona passa da uno stato di «ce la faccio» a uno di «sto imparando e ho il coraggio di tentare qualcosa di completamente nuovo». Questa transizione è importante perché incoraggia la persona ad avere fiducia nel processo di apprendimento e a padroneggiare l’imprevisto. Perciò l’«autoefficacia percepita» (Bandura, 1977) può essere intesa anche come il coraggio di fare le cose diversamente e di fare pace con l’ignoto.
Incoraggiare la persona che cerca la simbiosi a sperimentare il sentimento di separatezza e di indipendenza. La SFT nella ZDP è un approccio utile per affrontare le dipendenze, poiché stimola l’indipendenza e una sana separatezza psicologica. Spesso le persone con una dipendenza cercano soluzioni «fuori» di sé, il che le porta a sviluppare attaccamenti malsani a persone, oggetti e sostanze. La SFT incoraggia invece a trovare soluzioni dentro di sé: nelle proprie abilità, nelle proprie risorse, nelle cose e nelle persone che stimolano e sostengono la costruzione di una vita più sana.
Nella mia esperienza, le persone alle prese con dipendenze possono mostrare la tendenza ad attaccarsi ai gruppi di auto-mutuo aiuto e a vedersi come esempi di categorie psicopatologiche. Nonostante le buone intenzioni dei programmi per le dipendenze, usare espressioni come «in recupero da X o Z» o «Ciao, mi chiamo C, sono X o Z» comporta un pericolo. Queste formule invitano la persona a considerare la propria appartenenza al gruppo della dipendenza come qualcosa che dura tutta la vita. Sono deterministiche e negano la possibilità della libertà. Esiste anche una tendenza, tra le persone con una storia di dipendenza, a restare dipendenti dalla terapia o dalle terapie. A sua volta, chi fa terapia avendo dipendenze irrisolte può trattenere la persona in terapia troppo a lungo.
Sulla base di questa sintesi teorica, proporrei di aggiungere all’elenco delle caratteristiche della SFT di Furman (1994): il pragmatismo, l’uso consapevole del linguaggio, la centralità delle abilità e il lavoro all’interno della SFZTD per garantire il «buon apprendimento» vygotskiano e una sana indipendenza.
Complexe Systémique · un acronimo che oscilla
Il concetto proposto da questo articolo non viene mai abbreviato due volte allo stesso modo nell’originale: il titolo di questa sezione reca «SFZPD», il suo ultimo paragrafo «SFZTD» e la conclusione «FSZDP», insieme a una zona di sviluppo primario al posto di prossimale. La stessa oscillazione riguarda il concetto vygotskiano stesso, scritto «ZDP» dall’inizio alla fine laddove l’uso consolidato in inglese è «ZPD». Abbiamo lasciato tutte queste forme esattamente come le stampa il testo dell’autrice, e questa traduzione le conserva a sua volta; le versioni francese e portoghese di questo articolo, invece, le uniformano.
Il nuovo concetto provvisorio di zona di sviluppo primario centrata sulla soluzione (FSZDP) proposto in questo articolo mette in luce l’apprendimento-nella-SFT come un processo non individualistico ed espansivo, progettato in modo ottimale, che conduce a un’indipendenza rafforzata e alla creatività. Inoltre, collega la SFT a una solida tradizione socioculturale e della teoria dell’attività. L’approccio di Vygotsky può essere considerato un precursore del pensiero sistemico nel campo della psicologia. La sua opera rappresenta una forma di costruzionismo sociale che include gli artefatti materiali nello studio linguistico della mente umana creativa. Propongo che, da una prospettiva filosofica, la SFT si possa comprendere al meglio come una forma ibrida di pragmatismo e costruzionismo sociale o, in altre parole, come una versione pragmatica del costruzionismo sociale. L’articolo contribuisce così al dialogo in corso sui fondamenti teorici e filosofici della terapia centrata sulla soluzione.
La posizione assunta in questo articolo è che comprendere la mente umana significa studiare le attività degli individui, compresi i loro prodotti creativi e le loro innovazioni (Freeman, 2007; 2015; Miettinen et al., 2008). I miei studi precedenti sulla motivazione (Freeman, 2007, 2011, 2013, 2014, 2015) mostrano chiaramente che una vita piena di significato è attiva e creativa. Questa idea ha implicazioni importanti per la valutazione della SFT. E se, invece di usare moduli numerici di autovalutazione, chiedessimo alle persone che hanno concluso la terapia quali sono le loro azioni creative quotidiane, linguistiche e materiali? Questo non rivelerebbe forse di più sul loro benessere che i loro stati emotivi quotidiani e fluttuanti? Distinguere tra «persone e industrie creative e non creative» distorce la vita. Tutti gli ambiti e tutte le persone sono potenzialmente creativi. La SFT, unita al pensiero socioculturale e della teoria dell’attività, ha il potenziale per democratizzare la creatività.
Torno ora brevemente sulla nozione di «autoefficacia». Bandura (1977) distingue tra «autoefficacia percepita» e «autostima»: la prima si riferisce alle convinzioni soggettive degli individui sulle proprie abilità e capacità in relazione agli obiettivi che si sono posti, mentre la seconda si riferisce alle convinzioni degli individui sul proprio valore e alla valutazione che ne danno. (Bandura, 1977, p. 309.) Sosterrei che autoefficacia percepita e autostima non possono essere separate: l’individuo utilizza entrambe le strutture psicologiche nel formarsi un’idea delle proprie possibilità. Inoltre, padroneggiare una nuova abilità contribuisce sia all’autoefficacia percepita sia al senso del proprio valore.
Chi conduce la terapia privilegiando un approccio SFZDP aiuta la persona che consulta con un intervento minimo. In questo approccio, la figura terapeutica sostiene e rafforza l’autoefficacia, il senso del proprio valore e un sano senso di indipendenza delle persone in terapia, aiutandole a individuare e sviluppare le proprie abilità e capacità. L’idea alla base dell’aiuto SF è garantire che la ZDP della persona si realizzi in piccoli passi gestibili. Chi aiuta, o chi fa terapia, accompagna l’individuo nel creare uno stato motivazionale realistico ma fiducioso. Chi sa aiutare bene sa quando farsi da parte, lasciare spazio e, infine, lasciare andare. Il giorno in cui la relazione terapeutica si conclude è un momento da celebrare. Berg & Miller (1992, p. 11), per esempio, ricordano una persona in terapia che diceva: «Lei mi ha messo in moto e poi, perdiana, mi ha lasciato la strada libera».
Secondo Leiman (2011, p. 441), la psicoterapia si svolge all’interfaccia tra l’interpersonale e l’intrapsichico: tra ciò che si condivide con gli altri e ciò che si costruisce nella sfera privata. Ciò pone questioni di onestà e di fiducia. Una persona può mentire agli altri e a sé stessa, ma il corpo raramente mente. Ritengo quindi importante, accrescendo la consapevolezza somatica, tenere conto delle espressioni e delle sensazioni corporee della persona che consulta. Come dice Burkitt (1999, p. 14), siamo «corpi pensanti». Gli strumenti che usiamo, d’altra parte, sono estensioni del nostro corpo (Shotter, 1975, p. 58). Per esempio, nel costruire una SFZDP adeguata, è importante essere sensibili ai segnali energetici e non linguistici della persona. Spesso il linguaggio del corpo di un individuo indica se gli obiettivi che si stanno fissando sono realistici. È anche importante che la valutazione SF della figura terapeutica sia autentica, poiché incide sul raggiungimento degli obiettivi fissati.
La SFT è una forma di terapia incentrata sulla capacità delle persone in terapia di trovare e sviluppare le risorse e le abilità di cui hanno bisogno per prendere decisioni informate sulla propria vita. Come osserva Shotter (1975) parlando dei «pericoli della psicologia» nel suo classico Images of Man in Psychological Research, la psicologia dovrebbe studiare come ci assumiamo la responsabilità del nostro comportamento invece di cercare «leggi che governino il comportamento» (Shotter, 1975, pp. 60-61). La figura terapeutica SF consapevole della ZDP crea uno spazio sicuro e ottimale che favorisce l’apprendimento, il cambiamento, la creatività e l’espressione dell’agentività. Inoltre, aiuta le persone ad accettarsi come parte di un continuum storico e culturale. Un buon insegnamento fa lo stesso. In questo senso, il lavoro terapeutico e l’insegnamento si somigliano: chi insegna mira ad aiutare chi studia a diventare capace di apprendere in autonomia, mentre la figura terapeutica SF mira ad aiutare la persona che consulta a diventare capace di usare in autonomia il pensiero SF.
Torno ora al principio del «non sapere» nella SFT (De Jong & Berg, 2008, pp. 30-58). L’idea che chi conduce la terapia si astenga dal fare in anticipo qualsiasi supposizione sulla persona che consulta o sulle sue difficoltà è un importante strumento di atteggiamento. È la base sia di una collaborazione che sostiene sia di ridefinizioni nuove e fresche. Non sapere lascia più spazio perché sia la persona che consulta a essere esperta.
Come è possibile, allora, che la figura terapeutica non sappia, pur possedendo al tempo stesso un ampio bagaglio di conoscenze e una vasta gamma di abilità e capacità? Come si raggiunge uno stato di non sapere? Nella mia esperienza, lo si può fare conoscendo sé stessi: praticando uno stato meditativo di essere-nel-mondo, in cui si possono vivere momenti fugaci ma preziosi liberi dall’ego. Il non sapere potrebbe quindi essere visto come uno stato meditativo consapevole.
In effetti, il principio del «non sapere» della SFT apre interessanti interrogativi per la ricerca futura in relazione al concetto di «coscienza». Spesso abbiamo a che fare con stati mentali fluttuanti mentre ci muoviamo nelle nostre attività quotidiane. Lo stato meditativo del non sapere potrebbe essere visto come uno «stato mentale» o un «modo di essere» distinto? O sarebbe forse visto come una categoria dell’azione: «azione pura» o «agire senza agire»? Che cosa avrebbero da dire i filosofi orientali dello yoga e del buddhismo sulla nozione di non sapere propria del costruttivismo sociale pragmatico della SFT? Credo che l’interazione tra azione e non-azione sarebbe senz’altro un tema di interesse.
Infine, propongo di ampliare la nozione di «non sapere» perché rifletta anche l’esito della terapia: la creazione di qualcosa di nuovo e di imprevisto. Una figura terapeutica SF competente è umile e comprende che ogni interazione è un’opportunità storica e sociale unica di apprendimento, creatività e innovazione.
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Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale Solution-Focused Zone of Proximal Development: A Vygotskyan Contribution to Solution-Focused Therapy, di Stephanie Freeman, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices, vol. 5, n. 1 (2021), doi: 10.59874/001c.74981, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con l’impaginazione adattata alla lettura online. La traduzione non è stata realizzata né dall’autrice né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Solution-Focused Zone of Proximal Development: A Vygotskyan Contribution to Solution-Focused Therapy», pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2021) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in apertura di questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Freeman, S. (2021). Solution-Focused Zone of Proximal Development: A Vygotskyan Contribution to Solution-Focused Therapy. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/solution-focused-zone-of-proximal-development-a-vygotskyan-contribution (Opera originale pubblicata nel 2021 nel Journal of Solution Focused Practices, vol. 5, n. 1, 2021; ripubblicata nel 2021 dal Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/74981)
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