Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Solution Focused Practices · Articolo concettuale
Un solo turno di parola di una cliente, «Più o meno spero di avere più giorni buoni che cattivi… Mi è stato diagnosticato un DOC…», suddiviso in sette «opportunità», e dieci persone che praticano in dieci paesi, da Santiago a Taipei e da Ruse a Toronto, chiamate ciascuna a scegliere una risposta e a motivarla. Joel Simon, coautore del metodo con Lance Taylor, ed Enrique Puebla pubblicano la trascrizione del loro incontro online del novembre 2021: la maggioranza sceglie la stessa frase, nessuno trascura la diagnosi, e il dibattito si sposta presto sul linguaggio, sulla domanda del miracolo in coreano, sul «che cosa stai facendo della tua vita?» in tedesco, e su ciò che fa la terapia centrata sulla soluzione con un DOC dichiarato: chiedere che cosa abbia di utile.
Traduzione non ufficiale in italiano di Opportunities Analysis: An International Discussion, di Joel Simon ed Enrique Puebla, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2024), doi: 10.59874/001c.126583, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Lo schema del progetto e le due analisi di esempio, presentati come tabelle nell’originale, sono resi come riquadri di testo. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Abstract. Sulla base del lavoro di Joel Simon e Lance Taylor, dieci persone che praticano l’approccio centrato sulla soluzione si sono offerte volontarie per eseguire un’analisi delle opportunità su un enunciato assegnato. Nel novembre 2021 si sono incontrate virtualmente per discutere e confrontare i loro risultati. Le persone partecipanti rappresentavano diversi paesi: Cile, Stati Uniti, Taiwan, Sudafrica, Germania, Francia, Singapore, Bulgaria, Nuova Zelanda e Canada. Questo articolo presenta la trascrizione di quella conversazione e mostra la coerenza della pratica centrata sulla soluzione e la sua capacità di adattarsi a culture e lingue diverse.
Parole chiave: analisi delle opportunità, microanalisi, risposta terapeutica, culture e lingue
Un gruppo di persone che praticano l’approccio centrato sulla soluzione si è offerto volontario per completare un’analisi delle opportunità di un enunciato reale di una cliente durante una seduta di terapia. Le analisi hanno offerto al gruppo l’occasione di incontrarsi e discutere il comune interesse per la pratica centrata sulla soluzione. Nel novembre 2021 il gruppo si è riunito virtualmente. La conversazione che ne è scaturita è presentata in questo articolo.
Un articolo di Taylor e Simon (2014) pubblicato nel Journal of Systemic Therapies delineava una procedura per analizzare gli enunciati delle persone in terapia. Nell’articolo, gli autori osservano:
Nel corso di una sola seduta di terapia, le persone in terapia producono una miriade di affermazioni, ognuna delle quali potrebbe diventare il fulcro di una risposta terapeutica…. Qualunque sia la teoria o il modello che orienta la sua pratica, il o la terapeuta deve prendere decisioni su come rispondere a chi ha di fronte. La domanda è: che cosa orienta quella decisione? (p. 62)
L’analisi delle opportunità era stata sviluppata, in parte, per aiutare chi fa terapia a decidere a quale parte di un enunciato rispondere e in che modo. Dopo la pubblicazione dell’articolo, diverse persone che praticano e insegnano l’approccio centrato sulla soluzione lo hanno trovato uno strumento utile per aiutare sé stesse e altre persone a mantenere una postura di costruzione di soluzioni.
L’analisi delle opportunità proponeva una procedura semplice. Partendo dal video di un enunciato tratto da una conversazione tra terapeuta e cliente, si elencano le diverse opportunità contenute nell’enunciato, se ne sceglie una come opzione preferita e si motiva la scelta in base ai principi della costruzione di soluzioni.
Enunciato: «Definiamo “enunciato” un turno di parola: un tratto di discorso seguito di solito da silenzio e/o da un cambio di chi parla» (Taylor & Simon, 2014, p. 65).
Opportunità: «Un’opportunità è un’azione della persona in terapia che può essere interpretata come un’eccezione al problema o come un indicatore di possibilità più promettenti» (Taylor & Simon, 2014, p. 66).
Costruzione di soluzioni: «La conversazione collaborativa tra chi consulta e chi fa terapia che individua le opportunità e le amplifica fino a trasformarle in un cambiamento significativo» (Taylor & Simon, 2014, p. 66).
L’interesse di Enrique per la microanalisi è nato oltre dieci anni fa, poco dopo che aveva cominciato a interessarsi alla terapia breve centrata sulla soluzione. All’epoca Joel era il suo mentore. Ricorda di essersi confrontato con la sfida di riconsiderare il proprio approccio clinico dopo aver letto le opere di Steve de Shazer e Insoo Kim Berg, che hanno sviluppato insieme il modello. Ricorda che, sotto la guida di Joel, cominciò ad applicare le tecniche del modello e a integrarne gradualmente i fondamenti alla base del proprio approccio.
Nel 2013 la Solution-Focused Brief Therapy Association (SFBTA) gli assegnò una borsa di studio per partecipare al suo congresso annuale. Visse questa esperienza come «monumentale» perché «mi ha dato l’opportunità di incontrare di persona coloro che avevo letto e ammirato, tra cui il mio mentore, Joel Simon». Durante il congresso partecipò al workshop sull’analisi delle opportunità condotto da Joel e Lance Taylor. Successivamente seguì il workshop post-congresso condotto da Janet Beavin Bavelas e dal gruppo dell’Università di Victoria, dove apprese la microanalisi della comunicazione in psicoterapia.
Particolarmente stimolante fu per Enrique l’applicazione pratica di Joel e Lance, che, attraverso un esercizio basato sulle registrazioni della pratica di Enrique, permisero di individuare le opportunità offerte dalle persone in terapia per co-costruire soluzioni. Di conseguenza, si accorse che stava sviluppando la propria capacità di ascoltare e rispondere alle persone in terapia da una prospettiva di costruzione di soluzioni.
Al di là delle tecniche, comprese l’importanza di un ascolto centrato sulla persona e il suo impatto sulla pratica clinica. Si rese conto di capire come chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione riuscisse a co-costruire il cambiamento con le persone in terapia. Questa illuminazione lo spinse a scoprire nuovi modi di porre domande che co-costruissero il cambiamento.
Oggi Enrique utilizza l’analisi delle opportunità come parte integrante del miglioramento continuo della propria pratica clinica. La usa con le persone con cui collabora: alcune praticano l’approccio centrato sulla soluzione, altre magari conoscono meno il modello. Questo esercizio costituisce un’utile introduzione per chi non ha familiarità con la terapia breve centrata sulla soluzione. L’analisi delle opportunità permette di scoprire l’ampia gamma di alternative disponibili quando l’attenzione è rivolta ad ascoltare ciò che è utile per le persone in terapia. Enrique ha constatato che chi lavora in ambito clinico diventa più consapevole dei modi in cui le persone in terapia offrono indizi per conversazioni di costruzione di soluzioni.
Enrique aveva proposto a Joel l’idea di riunire un gruppo di persone che lavorano in ambito clinico in vari paesi per discutere e confrontare un’analisi delle opportunità. Enrique voleva riprendere un’idea dal libro More Than Miracles (2007), che documentava conversazioni sul modello tra persone che praticano l’approccio centrato sulla soluzione. Enrique sperava di dedicare la conversazione specificamente all’analisi delle opportunità.
Nel caso del nostro progetto, è stato pubblicato un messaggio sulla mailing list dell’approccio centrato sulla soluzione per chiedere persone volontarie disposte a esaminare un enunciato con la procedura dell’analisi delle opportunità. Sono state scelte dodici persone; alcune conoscevano già il processo, per altre l’analisi delle opportunità era una novità. A tutte è stato assegnato lo stesso enunciato da analizzare, con le opportunità già individuate, in questo formato.
Schema del progetto di microanalisi delle opportunità
Terapeuta: Quali sono le Sue migliori speranze?
Enunciato: «Ok, ci ho pensato. Non è la prima volta che faccio terapia. È la seconda volta che vado in terapia per scelta. Le altre volte ero obbligata. Più o meno spero di avere più giorni buoni che cattivi. Mi è stato diagnosticato un DOC. La mia ansia è peggiorata. Quindi spero, alla fine, di riuscire a percepire i miei fattori scatenanti e a impedire davvero che l’ansia arrivi.»
Opportunità: 1. Ok, ci ho pensato. 2. Non è la prima volta che faccio terapia. 3. È la seconda volta che vado in terapia per scelta. 4. Più o meno spero di avere più giorni buoni che cattivi. 5. Mi è stato diagnosticato un DOC. 6. La mia ansia è peggiorata. 7. Quindi spero, alla fine, di riuscire a percepire i miei fattori scatenanti e a impedire davvero che l’ansia arrivi. Per ciascuna: azioni possibili, poi intervento preferito e motivazione.
Nel novembre 2021 un gruppo di dieci partecipanti si è riunito virtualmente per un’ora e mezza, con diversi paesi rappresentati: Cile, Stati Uniti, Taiwan, Sudafrica, Regno Unito, Germania, Francia, Singapore, Bulgaria, Nuova Zelanda, Danimarca e Canada. La conversazione è stata registrata e ciò che viene presentato in questo articolo ne è la trascrizione.
Sebbene lo scopo dell’esercizio di analisi delle opportunità fosse dare un fulcro alla nostra conversazione, e non necessariamente discutere le analisi in sé, ne riportiamo due come esempio del modo in cui l’esercizio è stato affrontato.
Analisi di Leah Davcheva (Bulgaria)
Terapeuta: Quali sono le Sue migliori speranze?
Enunciato: «Ok, ci ho pensato. Non è la prima volta che faccio terapia. È la seconda volta che vado in terapia per scelta. Le altre volte ero obbligata. Più o meno spero di avere più giorni buoni che cattivi. Mi è stato diagnosticato un DOC. La mia ansia è peggiorata. Quindi spero, alla fine, di riuscire a percepire i miei fattori scatenanti e a impedire davvero che l’ansia arrivi.»
1. Ok, ci ho pensato. a) Ci ha pensato… sì… b) Bene. E in che modo Le è stato utile pensarci? c) Sì, e come capirà che il tempo trascorso qui è stato ben speso?
2. Non è la prima volta che faccio terapia. a) Davvero? Che cosa Le è piaciuto la volta o le volte precedenti? b) Su una scala da 10 a 1, quanto Le è stato utile finora? c) Che differenza hanno fatto quelle volte precedenti? Che altro? d) Sì, e che cosa spera di ottenere oggi?
3. È la seconda volta che vado in terapia per scelta. a) … va in terapia per scelta. b) Come è arrivata a farlo? Può dirmi di più? c) Come hanno reagito le altre persone alla Sua scelta?
4. Più o meno spero di avere più giorni buoni che cattivi. a) Supponga che stanotte si addormenti e accada un miracolo. Il miracolo è che i giorni cattivi sono scomparsi. Lei non lo sa perché sta dormendo. Qual è la prima cosa che noterebbe domani? Che altro? b) Che cosa farebbe di diverso? c) Come sarebbe per Lei una giornata ideale?
5. Mi è stato diagnosticato un DOC. a) Ne ha parlato con qualcun altro? b) Qual è il modo migliore per lavorare insieme? c) Di che cosa abbiamo bisogno di parlare perché questa seduta sia utile?
6. La mia ansia è peggiorata. a) Come gestisce la situazione? b) Che consiglio pensa che Le darebbe la persona a cui è più legata? c) Che cosa dovrebbe succedere perché si sentisse più a Suo agio? d) Che cosa Le piacerebbe fare nella Sua vita che Le desse la sensazione di essere in pace con sé stessa e con chi Le sta intorno?
7. Quindi spero, alla fine, di riuscire a percepire i miei fattori scatenanti e a impedire davvero che l’ansia arrivi. a) È una situazione difficile, ma da qualcosa bisogna pur cominciare. Ha già un’idea di quale potrebbe essere il Suo prossimo passo? b) Che cosa Le fa pensare che sia possibile riuscirci? c) Supponga di riuscire a percepire i Suoi fattori scatenanti. Come lo saprà? d) Che cosa Le dice il Suo istinto? Quale pensa che sia una buona linea d’azione? e) In quali situazioni riesce già a farlo?
Intervento preferito e motivazione: 7d. Orientato al futuro; incoraggia la persona a fidarsi del proprio giudizio; riconosce le qualità della persona.
Analisi di Lilian Ing (Singapore)
Terapeuta: Quali sono le Sue migliori speranze?
Enunciato: «Ok, ci ho pensato. Non è la prima volta che faccio terapia. È la seconda volta che vado in terapia per scelta. Le altre volte ero obbligata. Più o meno spero di avere più giorni buoni che cattivi. Mi è stato diagnosticato un DOC. La mia ansia è peggiorata. Quindi spero, alla fine, di riuscire a percepire i miei fattori scatenanti e a impedire davvero che l’ansia arrivi.»
1. Ok, ci ho pensato. a) A che cosa ha pensato? b) Sembra che ci stia lavorando? c) Sono curiosa di sapere che cosa ha pensato.
2. Non è la prima volta che faccio terapia. a) Mh mh. b) Mi dica di più. c) Mi dica che cosa ha funzionato per Lei quando ha «fatto» terapia.
3. È la seconda volta che vado in terapia per scelta. a) Mh mh. b) Mi dica di più. c) Mi dica che cosa ha funzionato per Lei la seconda volta.
4. Più o meno spero di avere più giorni buoni che cattivi. a) Spera di avere più giorni buoni che cattivi. b) E supponiamo che avesse più giorni buoni che cattivi: che differenza noterebbe? c) E supponiamo che avesse più giorni buoni che cattivi: che cosa noterebbe nei giorni buoni?
5. Mi è stato diagnosticato un DOC. a) Mh mh. b) In che modo Le è d’aiuto avere quella diagnosi? c) In che modo Le è d’aiuto saperlo?
6. La mia ansia è peggiorata. a) Come la gestisce? b) Che cosa fa per gestirla? c) Che cosa La aiuta quando la Sua ansia peggiora?
7. Quindi spero, alla fine, di riuscire a percepire i miei fattori scatenanti e a impedire davvero che l’ansia arrivi. a) E supponiamo che riesca a percepire i Suoi fattori scatenanti e a impedire che l’ansia arrivi: che cosa noterebbe? b) E supponiamo che lo facesse: che cosa noterebbe? c) E supponiamo che riuscisse a farlo: che cosa noterebbe, al posto dell’ansia?
Intervento preferito e motivazione: 1c) oppure 4c). Entrambi si concentrano sulle speranze e porterebbero la seduta in una direzione completamente diversa. Ciò potrebbe poi condurre alla domanda del miracolo o alle scale, invece di lasciare che la cliente scivoli in una spirale di esperienze negative. Chi conduce la terapia sentirebbe di avere in mano le sedute e potrebbe mantenere la seduta improntata alla speranza, concentrandosi sui momenti in cui il problema non si presentava, invece di aiutare la cliente a convivere con la diagnosi e le difficoltà. Ciò aiuterebbe la cliente a nutrire più speranza, ad allontanarsi dalla casella del problema diagnostico e a vedere che il problema non si presenta sempre e che esiste la possibilità di un cambiamento, che è già in corso.
Joel Simon: Joel lavora da oltre 46 anni come assistente sociale clinico in diversi contesti, sia ospedalieri sia ambulatoriali. Da oltre 32 anni pratica, insegna, tiene conferenze e offre consulenza nell’approccio centrato sulla soluzione. Joel ha seguito tre formazioni avanzate presso il Brief Family Therapy Center (BFTC). È membro fondatore della Solution-Focused Brief Therapy Association. Attualmente esercita la libera professione, offrendo formazione, supervisione e consulenza centrate sulla soluzione. Joel è coautore di diversi articoli sull’approccio centrato sulla soluzione, tra cui due con Insoo Kim Berg, ed è autore o coautore di quattro libri su temi centrati sulla soluzione. Nel 2014 ha ricevuto il premio Steve de Shazer. Joel vive nella regione del Mid-Hudson, nello Stato di New York.
Enrique Puebla: Enrique Puebla è psicologo, laureato in psicologia, con un master in Pedagogia applicata all’istruzione superiore, un diploma post-laurea in Psicoterapia sistemica centrata sulla soluzione e un diploma in psicologia clinica e della salute. Ha oltre 10 anni di esperienza clinica.
Enrique ha contribuito ai libri «Stories of Change: The Systemic Approach in Action» (2018) e «Manual of Brief Systemic Therapy» (2014) con un capitolo intitolato «Microanalysis of Opportunities in Solution-Focused Brief Therapy». Vive a Punta Arenas, in Cile.
Lilian Ing: Lilian è psicologa clinica iscritta all’albo, supervisora clinica e coach professionista certificata (ICF). Ha oltre 25 anni di esperienza professionale, non solo nella pratica clinica e nella supervisione, ma anche nella leadership e nello sviluppo organizzativo. Ha lavorato a livello internazionale in aziende, nella pubblica amministrazione e nella libera professione. Collabora con diverse società di consulenza internazionali. È certificata in SFBT e in coaching centrato sulla soluzione e fa parte del consiglio internazionale di Solution Focus in Organizations (SFIO). Ha contribuito a pubblicazioni e libri su psicoterapia, adozione, consulenza, gestione del cambiamento e coaching pubblicati nel Regno Unito e a Singapore. Lilian vive a Singapore.
Haesun Moon: Haesun è direttrice esecutiva del Canadian Centre for Brief Coaching di Toronto e ha conseguito un Ph.D. in Educazione degli adulti e Sviluppo di comunità presso l’Università di Toronto. Insegna all’Università di Toronto e all’Institute of Coaching affiliato alla Harvard Medical School. Haesun è autrice di «Coaching A to Z: The Extraordinary Use of Ordinary Words» e di «Foundations of Brief Coaching». Haesun vive a Toronto, in Canada.
Matthias Schwab: Matthias ha un master in psicologia. È terapeuta centrato sulla soluzione, coach, formatore e supervisore in libera professione. Fa parte del comitato editoriale del Journal for Solution Focused Practices. Sostiene «sculture sociali» lavorando nell’ambito della Free International University e del Solution-Focused Collective. Matthias vive ad Ansbach, in Germania.
Wei-Su Hsu: Wei-Su Hsu è professoressa in pensione del Dipartimento di Psicologia dell’educazione e Counseling della National Taiwan Normal University, a Taiwan. La dott.ssa Hsu si dedica da oltre vent’anni alla diffusione della SFBT attraverso conferenze, formazione, consulenza e supervisione di counselor a Taiwan e in Cina. È tra le fondatrici del Taiwan Solution-Focused Center, di cui è consulente onoraria. Vive a Taiwan.
Leah Davcheva: Leah dichiara che il suo percorso professionale si colloca nella linguistica, nell’educazione interculturale, nell’approccio centrato sulla soluzione (SF) e nella Host Leadership. Vive in Bulgaria.
Marie-Christine Cabie: Marie è psichiatra ed esercita in un ospedale pubblico, nelle cure ambulatoriali, nella riabilitazione psicosociale e in libera professione. Si è formata inizialmente in terapia familiare sistemica, ipnosi, EMDR e microanalisi dei colloqui faccia a faccia. Ha pubblicato libri in francese. Marie racconta di interessarsi alla SFBT dal 1988, quando incontrò per la prima volta Steve de Shazer a Parigi. È socia fondatrice dell’EBTA. Marie è co-curatrice della «Revue Thérapie Familiale» e direttrice della collana «Relations». È formatrice e supervisora in SFBT, terapia familiare sistemica e ipnosi ericksoniana. Marie ha scritto articoli e libri in francese e ha tradotto articoli di Steve de Shazer, Yvonne Dolan, Gale Miller, Allan Wade e Barry Duncan. Vive in Francia.
Anche Naomi Whitehead (Regno Unito) e Anne-Marie Wulf (Danimarca) hanno partecipato alla discussione.
Prima dell’incontro, alle persone partecipanti è stato inviato un enunciato da analizzare. Una volta completate e restituite le analisi, ognuna ha ricevuto le analisi di tutte le altre prima della conversazione.
Quanto segue si basa sulla trascrizione della discussione del 21 novembre 2021. Poiché le conversazioni sono informali e riflettono spontaneamente il pensiero del momento più di una presentazione formale, la conversazione è stata rivista. La speranza e il desiderio sono di migliorarne la leggibilità senza alterarne il significato. Una bozza della trascrizione è stata inviata a ogni partecipante, chiedendo eventuali modifiche per garantire che i significati corrispondessero all’intenzione originaria.
Joel: Vorrei cominciare raccogliendo le vostre reazioni e riflessioni sull’esperienza di aver effettivamente svolto questa microanalisi. Partiremo da lì e apriremo la discussione. Com’è stata per voi l’esperienza di fare l’analisi?
Leah: Ricordo che era un esercizio di immaginazione. Personalmente non ho mai avuto un caso del genere. Ed è stata anche una splendida combinazione di ciò che sapevo già e del modo in cui improvvisavo ciò che avrei detto, immaginando ciò che avrebbe detto la cliente. Quindi è stato molto piacevole: applicare ciò che so già e creare qualcosa di nuovo.
Joel: Haesun, so che l’hai fatto tuo e hai cominciato a usarlo anche nel tuo insegnamento. Quindi hai esperienza nell’analisi delle opportunità. Com’è stato per te farla?
Haesun: Più la facevo, più opportunità vedevo. Mi sono detta: «Devo fermarmi». È stato davvero arricchente vedere anche quello che hanno fatto le altre persone. Ci sono alcuni schemi chiari che seguiamo tutti. È davvero rassicurante, perché c’è quella sorta di affidabilità tra valutatori: «Ah, stai facendo qualcosa di simile», in una direzione simile. Quindi penso che sia una cosa davvero, davvero rassicurante. Non è qualcosa che si trova facilmente in altre modalità. Mostra chiaramente che il nostro orientamento è simile nella pratica centrata sulla soluzione.
Marie: Quando ho fatto l’esercizio, l’ho trovato molto interessante e al tempo stesso disorientante. Era un enunciato molto lungo e dovevamo reagire a frammenti dell’enunciato senza poter cambiare nulla dopo. Sono d’accordo con te, Haesun, perché lavoriamo tutti nella stessa direzione.
Joel: Matthias, tu ne hai mandata una seconda. Avevi in particolare una riflessione sul processo di svolgimento dell’esercizio. Puoi parlarcene un po’?
Matthias: Appena cominci a dire qualcosa, o appena cominci a orientare in una direzione, l’interazione prende altre strade. Quindi, in questo senso, l’esercizio in sé è difficile e artificiale, perché non sai come prosegue. Ora, leggendo tutte le risposte, trovo interessante (è una cosa che Haesun ha detto prima) che ci fossero un paio di opportunità scelte dalla maggior parte delle persone.
Joel: Quella scelta più spesso riguardava la definizione di che cosa significhi una giornata buona. Ho trovato interessante anche che un paio di persone abbiano detto che avrebbero scelto due interventi. Non è così che vanno le conversazioni. Scegli un intervento e la persona risponde. Poi rispondi a quella risposta. Quella risposta potrebbe non essere la seconda che avresti scelto. L’ho usato anche in formazione e supervisione. Si può cominciare a chiedere «Perché l’hai fatto?» invece di «Perché lo faresti?». Diventa il presente invece del futuro. Enrique, Haesun e io avevamo già fatto analisi delle opportunità. Per chi di voi era la prima volta che entrava in contatto con le opportunità?
Leah: Per me era la prima volta. L’ho trovato limitante perché non sappiamo come andrà la conversazione. Allo stesso tempo, restando entro quei limiti, mi sono sentita libera di improvvisare. Per questo l’ho trovato intrigante. Anche se sono consapevole che le conversazioni reali sono spontanee.
Joel: Pensi che possa essere un esercizio utile?
Marie: Era la prima volta che lo facevo in questo modo. L’ho trovato molto interessante e penso che lo userò in formazione. Quello che facevo quando stavo imparando l’approccio centrato sulla soluzione era riscrivere sedute intere. Era un’occasione per pensare a che cosa avrei dovuto dire e cercare opportunità per ciò che avrei potuto dire in quel momento. Quindi lo facevo riscrivendo le sedute, ma penso che questo modo sia molto interessante.
Matthias: Forse è troppo ovvio dirlo, ma l’esercizio è quasi identico al mio modo generale di stare in seduta. Sei sempre alla ricerca della prossima risposta possibile. Funziona in modo abbastanza simile.
Haesun: Quello che spesso trovo molto utile quando faccio qualcosa come parte dell’esercizio (come molti di voi stanno dicendo) è che, quando chi è alle prime armi impara, credo abbia questo bisogno impellente di dare una risposta corretta. Questo esercizio ti libera dal dover formulare la «risposta corretta» e permette invece di pensare a diverse risposte possibili. Quindi, che sia centrato sulla soluzione o no, è secondario rispetto a tutte le diverse opportunità che possiamo scegliere in questo racconto. Trovo che sia molto liberatorio per molte persone che praticano. C’è chi dice che possiamo arrivare fino a «supponga che nella Sua vita non cambi nulla: qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere?». È un’opzione. Penso che in formazione sia utile vedere tutte le diverse opzioni.
Enrique: Da parte mia, voglio solo dire che questo esercizio, come l’approccio centrato sulla soluzione, è un’arte. Per fare un’analogia, quando impari a suonare la chitarra, impari a fare un accordo; devi mettere le dita sulla chitarra molto lentamente. Con la pratica riesci a suonare velocemente. Questo esercizio è fare l’approccio centrato sulla soluzione molto lentamente, prendendosi il tempo di pensare e osservare tutte le alternative. Quindi è un modo molto bello di vedere come lavoriamo.
Joel: Il progetto è nato da un suggerimento di Enrique. Si riferiva al libro More than Miracles (2007). Gli piaceva l’idea di un gruppo di persone che si riunisce per una conversazione professionale. Ha pensato che sarebbe stata un’ottima idea farlo con le opportunità. Quello che mi interessa è che cosa dice questo (siamo sparsi per il mondo in paesi diversi, e pratichiamo tutti l’approccio centrato sulla soluzione): che cosa dice della pratica centrata sulla soluzione, quando esaminate reciprocamente le vostre analisi?
Matthias: Probabilmente, se lo fai in inglese, sembra piuttosto simile [risate generali]. Qual è l’impatto della lingua sul processo, sulla cultura? Quando facciamo l’esercizio in inglese, siamo tutti nella cornice della cultura di lingua inglese. È incorporato automaticamente. Potrebbe essere diverso se fosse in tedesco. In tedesco potresti avere altre opportunità, perché ogni lingua ti offre altri giri di frase, metafore interessanti, intuizioni e significati che si possono toccare o non toccare. È questo che rende davvero impossibili le traduzioni.
Joel: Se fosse in tedesco, in che cosa sarebbe diversa la co-costruzione?
Matthias: Non in generale, ma nei dettagli. Un esempio: Steve de Shazer ha cominciato una conversazione a cui ho assistito con «Ciao, che cosa stai facendo della tua vita?». È una domanda molto semplice, ma molto profonda. «Dimmi una cosa, che cosa stai facendo della tua vita?». In tedesco non si può davvero fare una domanda simile. Se provi a tradurla, suonerà immediatamente (se non scortese) come qualcosa che mette molta pressione sulla persona in terapia. In inglese no; almeno, per come lo intendo io. In tedesco, nella maggior parte dei contesti, non è una buona opzione per cominciare. Per fare un esempio, porre la domanda sulle migliori speranze in tedesco è molto più complicato. Non suona elegante. Suona strano, ma si può fare. Le persone ci stanno; l’ho provato. A volte scelgo di usarla comunque.
Joel: Ricordo che, in uno dei nostri congressi di terapia breve centrata sulla soluzione, Lance Taylor tenne un workshop in cui poneva la domanda: «Di che cosa è orgoglioso?». C’era una persona dal Giappone. Disse: «Noi non faremmo mai quella domanda. Semplicemente non farebbe parte della nostra cultura». Enrique ha proposto l’analogia con la musica. Non importa in quale paese ti trovi: la notazione musicale è la stessa. Possiamo avere idee diverse su che cosa costituisca una melodia, ma condividiamo la stessa struttura. Quanto di tutto questo è una struttura condivisa? Hai ragione, Matthias, ci sono differenze culturali, ma condividiamo lo stesso linguaggio?
Enrique: Lo stesso gioco linguistico.
Leah: Faccio coaching centrato sulla soluzione in inglese e in bulgaro. In inglese lo faccio con persone di paesi diversi. Le domande che pongo sembrano risultare naturali. Non c’è alcun segno del tipo «Oh, è una domanda difficile» o «Non ho mai sentito una domanda così». Quello che ho sentito è: «Oh, è una domanda interessante». In bulgaro ho lo stesso problema con la domanda sulle migliori speranze. In bulgaro non funziona bene; linguisticamente è insolita. Questa novità della domanda (il suo essere inattesa) suscita curiosità e sorpresa. Per me è un effetto molto positivo. Non penso che la cultura nazionale conti così tanto. Ciò che entra in gioco è l’esperienza della persona. Ogni volta che lavoro con persone bulgare, rispondono in modo diverso. Forse dipende da quanto si sentono a proprio agio con le domande e con la novità. Quando lo faccio con i gruppi di lavoro, è meraviglioso. Perché nel gruppo c’è sempre qualcuno che accoglie bene la novità. Questo ha un effetto positivo su chi magari accoglie meno volentieri le domande.
Haesun: Parlo correntemente coreano e inglese. Ho persone amiche che parlano anch’esse correntemente coreano e inglese. Ho un’amica che è anche lei dell’approccio centrato sulla soluzione. Così facciamo questo gioco: riusciamo a farlo in coreano? Ci risulta difficile andare avanti perché in coreano, tradotto direttamente tra due persone che parlano la stessa lingua, è quasi come se si usasse un libro tradotto. Non uso le migliori speranze come domanda (è un tipo di domanda o una direzione di domanda), quindi non chiedo mai «quali sono le Sue migliori speranze». Chiedo il motivo per cui sono qui e che cosa vorrebbero vedere di diverso. L’ho tradotto in coreano, ma suona quasi falso. La mia amica dice: «Be’, così non va bene» in coreano. È davvero divertente, perché io conosco l’approccio centrato sulla soluzione e anche lei lo conosce. Non riusciamo proprio a portare avanti questa conversazione in coreano. Mi chiedo come sarebbe avere la conversazione in inglese e poi nella vostra lingua madre.
Joel: Ricordo una conversazione sulla parola «miracolo» e su come viene tradotta.
Haesun: In coreano «miracolo» suona strano. Ho un libro che è una versione tradotta in coreano di Interviewing for Solutions (2002). L’ho mostrato ai miei genitori e mi hanno detto: «Proprio non capisco che cosa dice».
Joel: La mia prima volta al BFTC è stata nel 1994. Quando andavi al BFTC, la prima sera Insoo e Steve organizzavano una pizza a casa loro. Eravamo seduti a conversare sulla traduzione della domanda del miracolo. C’era un gruppo dalla Corea che si trovava lì per un mese. Qualcuno chiese a Insoo di tradurre la domanda del miracolo in coreano. Quando ebbe finito, si chiese al gruppo coreano come se la fosse cavata. Risposero che le parole erano giuste, ma che lei usava le mani, e loro non parlano mai con le mani. Neanch’io uso la domanda sulle migliori speranze. La mia domanda preferita è: «Che cosa vuole che sia diverso e migliore grazie al nostro lavoro insieme?». Propongo di guardare le analisi e di discutere che cosa ha fatto ciascuno di voi.
Haesun: Ho letto il lavoro di tutti ed è stato molto interessante. Mi piace molto che tanti di voi abbiano risposto semplicemente «Ok» o «mh mh».
Matthias: Mi piace molto vedere le somiglianze tra chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione. Sarebbe però interessante anche affidare lo stesso compito a persone che usano altri approcci.
Joel: Matthias, parli di come le persone usano le domande?
Matthias: Se parliamo di persone che praticano approcci diversi e fanno lo stesso esercizio, vedremmo giocare giochi linguistici diversi? Potrebbe essere divertente vederlo.
Joel: Come lo faresti?
Matthias: Probabilmente con la stessa impostazione. Basterebbe trovare una persona che usa un approccio diverso e chiederle di fare la stessa cosa.
Joel: Una cosa di cui abbiamo parlato Lance e io è che facciamo l’analisi delle opportunità da un orientamento centrato sulla soluzione. Supponiamo che tu sia psicoanalista. Probabilmente potresti farla da quella prospettiva, oppure se pratichi la terapia cognitivo-comportamentale, la Gestalt o uno qualsiasi degli altri 300-500 modelli esistenti.
Enrique: È una struttura
Joel: Sì
Enrique: È uno strumento che si può usare con altri modelli.
Lilian: Penso che il modo in cui ci esprimiamo (un giro di frase) sia semplicemente un’espressione della nostra personalità. Ho guardato per esempio quella di Harry (Harry Korman aveva inizialmente completato l’analisi e intendeva partecipare alla conversazione; purtroppo quel giorno non ha potuto esserci) e Harry è molto conciso in quello che dice. Tutte le sue risposte sono quasi monosillabiche. Io proprio non ci riuscirei. Sono una persona espansiva. Mi chiedo se sia un’espressione della nostra personalità. È questa la bellezza: ti dà l’opportunità di esprimerti.
Joel: La mia esperienza è che chi si avvicina all’approccio centrato sulla soluzione (a seconda che abbia subito l’influenza di Insoo o di Steve) comincia a imitare l’una o l’altro. Per esempio, negli Stati Uniti la gente comincia a parlare l’inglese di Insoo, influenzato dal coreano. Io probabilmente mi sono ispirato di più a Steve e ho cominciato a praticare il suo minimalismo. Penso che a un certo punto ci si senta a proprio agio con il modello. Penso che la propria personalità cominci a emergere, come suggerivi tu, Lilian. Cominci a usare te stesso al servizio della terapia. Sto guardando la tua, Leah. Ho guardato la prima, «Ok, ci ho pensato…». Una che mi è piaciuta molto tra quelle che hai proposto è: «Sì, e come capirà che il tempo trascorso qui è stato ben speso?».
Leah: Uso questa domanda continuamente, con quasi tutti.
Joel: Ho cominciato a chiamare questo tipo di domande «domande di invito». Quando cominciamo una seduta, ciò che vogliamo è invitare le persone in un gioco linguistico di costruzione di soluzioni. L’idea è arrivare alla domanda del miracolo il prima possibile. Quindi penso, Leah, che la tua domanda sia un modo per invitare le persone in una conversazione di costruzione di soluzioni.
Leah: Sto pensando ai presupposti. Non dovremmo presupporre nulla, ma presupponiamo continuamente. Anche con quella domanda, «Come capirà che il tempo trascorso qui è stato ben speso?», le invito con un presupposto. Il presupposto è che esista la possibilità di spendere bene il tempo. Ho guardato la prima risposta di tutti e ho annotato ciò che era comune. Ho annotato ciò che condividevamo. Mi interessavano i presupposti che stavamo facendo tutti. Per esempio, «Come sarebbe per Lei una giornata ideale?». C’è il presupposto che ci sarà una giornata ideale.
Joel: Una delle cose che insegno è che i presupposti li abbiamo. Possiamo chiederci (e ci sono stati dibattiti in merito) se abbiamo una Teoria. Esiste un termine, «scelta lessicale». Si può riconoscere l’approccio di qualcuno semplicemente osservando come procede la conversazione. Penso che i presupposti veicolino la scelta lessicale di chi fa terapia.
Leah: C’è una discussione filosofica: che cos’è un presupposto, che cos’è un principio, che cos’è un truismo? «Presupposto» suona un po’ negativo. «Principio» non ha questa sfumatura. Tutti insieme formano una Teoria, immagino.
Joel: Leah, porre la domanda «Come capirebbe che il tempo trascorso qui è stato ben speso?»: che cosa dice del tuo presupposto?
Matthias: Bella domanda.
Leah: Il mio presupposto è che entrambe le parti mirino a usare il tempo in modo utile. Le invito in una sorta di contratto. Entrambe le parti vogliono che il tempo sia utile.
Joel: Leah, la tua proposta sulla domanda del miracolo. Hai fatto sì che il miracolo fosse la scomparsa dei giorni cattivi. Mi chiedevo che cosa ti abbia fatto scegliere questo invece di un miracolo come «Ha più giorni buoni».
Leah: Non so a che cosa pensassi allora. Ora guardo ciò che dice la cliente: «Spero di avere più giorni buoni che cattivi». Io ho detto che i giorni cattivi sono scomparsi. Ci si connette usando il suo linguaggio
Lilian: Per alcune persone potrebbe essere un passo troppo lungo. Stanno vivendo giorni così brutti che è un passo nella giusta direzione, come preludio ai giorni buoni. Parlando dei giorni cattivi, si può passare a quelli buoni.
Matthias: Suggerisce che puoi lasciar andare i giorni cattivi, dire loro addio. Poi la domanda del miracolo chiede qualcosa a cui di solito non hai pensato. Può essere difficile cominciare con qualcosa di nuovo. Potrebbe essere più facile rispondere se la formuli in questo modo; avvicinarsi lentamente a questo spazio aperto di idee del tutto nuove.
Joel: Matthias, penso che tu abbia colto qualcosa. Nella maggior parte dei casi, quando chiedi alle persone che cosa vorrebbero che fosse diverso, cominciano dal negativo: ciò che non vogliono. Erickson direbbe qualcosa come: «E Lei sa, non è vero…». In questo modo diceva il negativo e la persona non deve pensare il negativo. Allo stesso modo, «I giorni cattivi sono scomparsi»: ora non dobbiamo parlare del negativo.
Matthias: Quello che faccio di solito, quando pongo la domanda del miracolo, è includere «e i problemi che L’hanno portata qui sono tutti scomparsi», o qualcosa del genere. È un modo di riconoscere il problema. È un modo importante di includerlo [il problema] per evitare di diventare «forzati sulla soluzione».
Joel: La mia impressione è che questo eviti di parlare dei giorni cattivi. Abbiamo già fatto riferimento ai giorni cattivi.
Wei-su: Mi colpisce la scelta finale di Haesun. Mi piace la sua risposta. Ha riassunto i «giorni buoni» e le persone vicine alla cliente. Poi mette tutto insieme nella domanda del miracolo.
Joel: Mi interessava particolarmente come le persone, come le persone hanno gestito il «Mi è stato diagnosticato un DOC».
Enrique: Ho trovato interessante quella parte dell’enunciato. Comprende moltissime, moltissime situazioni in cui le persone in terapia parlano delle loro diagnosi.
Joel: Giusto. Ha detto che a volte la terapia era stata imposta e altre volte scelta. Poi usa la frase «Avere più giorni buoni e giorni cattivi». Credo sia per questo che la maggior parte delle persone ha scelto quella
Enrique: È come una caramella.
Joel: Sì, sì. La senti. Salta all’occhio. Wei-Su ha commentato ciò che aveva fatto Haesun.
Haesun: Sai, Joel, penso che sia interessante, perché quando guardo davvero le registrazioni di Insoo, di Steve e di tutte le altre persone che praticano, mi ha davvero colpito il numero di formulazioni: riassumere, parafrasare e fare eco. Penso che in realtà si tenda a contare molto su che cosa chiedere piuttosto che su che cosa ascoltare. Quando Insoo, Steve e Peter DeJong praticano l’approccio centrato sulla soluzione, usano una sorta di riassunto o di formulazione, preservando il linguaggio della persona in terapia prima di porre un’altra domanda. Altrimenti, ciò che finisce per succedere, se ti limiti a fare un’altra domanda, è che le persone tornano sempre a ripetere ciò che hanno già detto, perché possono avere l’impressione di non essere state ascoltate. Trovo utile chiedere: «Questo è ciò che ha detto di volere, giusto?». Di solito dicono di sì, e questo mi dà la sensazione di poterci costruire sopra.
Joel: Sì, mi accorgo di usare di più le calibrazioni.
Haesun: Esatto. Come adesso: io dico «giusto». E poi tu dici «giusto», e stai annuendo
Joel: La domanda è: «Siamo sulla stessa lunghezza d’onda?». Haesun, mi interessa la tua risposta a «Mi è stato diagnosticato un DOC». Hai detto: «Ok, DOC, che cosa è stato utile nel ricevere quella diagnosi?». Interessante. Parlaci un po’ del tuo ragionamento.
Haesun: Non voglio presupporre di sapere che cosa intenda lei per DOC.
Joel: Anche l’uso della frase «Mi è stato diagnosticato un DOC» lascerebbe intendere che lei presuppone che io sappia che cosa significa.
Haesun: Penso che molto spesso presupponiamo che le persone in terapia pensino che, siccome si tratta di una diagnosi, debba essere qualcosa di brutto o difficile da trattare. Penso che sia solo un nostro presupposto. In realtà ho avuto molte persone che sono venute a dire: «Finalmente ho una diagnosi». Forse sono contente di avere una diagnosi
Joel: Penso che questo si rifletta nel possibile intervento: «Ok, DOC, che cosa è stato utile nel ricevere quella diagnosi?».
Haesun: Facendo analisi delle opportunità ho imparato che c’è un presupposto, e che richiede una risposta esplicita da parte della persona. In realtà mi diverto molto a guardare come le persone lavorano con le risposte. In questo caso, ho il presupposto che la diagnosi possa essere utile.
Joel: È una cosa che ricordo di aver sentito dire a Insoo: le domande che poniamo raccolgono informazioni e al tempo stesso danno informazioni. Dicono alla persona in terapia che cosa ci interessa
Leah: Supponiamo che tu chieda «che cos’è il DOC?». Lei potrebbe cominciare a descrivere i sintomi. Che cosa faresti?
Haesun: Penso che chiederei semplicemente: «In quale parte di tutto questo si riconosce?». Oppure: «Con quale parte è d’accordo?».
Joel: Marie, puoi spiegare un po’ meglio che cosa intendevi con esternalizzazione del DOC, e poi domanda del miracolo?
Marie: Penso che alcune persone in terapia credano di essere la loro diagnosi. Dicono: «Be’, ho il DOC». Sembra che non ci sia differenza tra la loro identità e la loro diagnosi. Uso l’esternalizzazione per distinguere l’identità della persona dalla diagnosi. Quando uso la domanda del miracolo, posso fare questa distinzione. Posso chiedere: «Se stanotte accade un miracolo e Lei gestisce molto bene il DOC (al meglio delle Sue possibilità), come lo saprà domani?».
Matthias: Wei-Su, hai proposto di chiedere se la cliente è d’accordo con la diagnosi, o fino a che punto lo sarebbero le sue amicizie e la sua famiglia. Mi chiedo quale fosse la tua idea nel porre questa domanda.
Wei-Su: Voglio solo sapere qual è la percezione della cliente riguardo alla diagnosi di DOC. Forse è d’accordo di avere un DOC. L’ho riscontrato soprattutto nell’infanzia: come fa una famiglia a capire che c’è qualche tipo di problema in un figlio o in una figlia? Forse i genitori descriveranno comportamenti infantili che non riguardano la diagnosi: è solo la preoccupazione dei genitori. Potrebbe esserci qualche problema, ma potrebbe non essere necessario diagnosticarlo.
Enrique: Matthias, voglio chiederti della tua azione possibile in cui scrivi «Aspettare, aspettare, aperto ad accogliere qualunque cosa». Intendi che usi il silenzio?
Matthias: Era certamente l’idea. Non trovo molto utili le discussioni sulla diagnosi. Quindi aspetto di vedere dove va naturalmente la conversazione. L’idea è che, facendo una pausa, segnali di aver sentito, ma resti attento alla prossima parte interessante.
Enrique: Mi ricorda il manuale di trattamento della SFBTA (2013). C’è un dialogo tra Harry Korman e una cliente. Nella discussione successiva si osserva: «Invece di dire qualcosa, il terapeuta assunse una postura di ascolto e guardò direttamente la cliente, aspettando che dicesse qualcosa di più su qualche aspetto di una soluzione» (p. 6)
Joel: Le ho detto: «Allora, quali parti di questa cosa che chiama DOC vorrebbe tenere?».
Ne è nata una conversazione molto interessante. Le piace pulire e lo trova piacevole. A un certo punto le ho chiesto se fosse disposta a seguire un suggerimento prima che facessi la pausa. Ha accettato, ma poi ha detto: «Aspetti, aspetti. Ritiro quello che ho detto. Sono stata da un’altra terapeuta, e voleva che toccassi dei calzini sporchi senza guanti. Non sono disposta a toccare calzini sporchi senza guanti». Ha aggiunto che toccare calzini sporchi con i guanti non le dà fastidio. La mia risposta è stata: «Già, ma alla terapeuta dava fastidio».
Ci restano solo un paio di minuti. Lilian deve andare a dormire perché da lei è quasi mezzanotte. Qualche riflessione finale su questa esperienza? C’è qualcosa che qualcuno vuole aggiungere o dire?
Haesun: In realtà vorrei chiederlo a tutti e due. Joel ed Enrique, guardando le analisi di tutti, quali schemi avete notato?
Enrique: Ho trovato elementi comuni nelle scelte preferite. Mi ha ricordato la coerenza del modello. Non sembrava importare che fossimo in paesi diversi o provenissimo da culture diverse. Ciò che conta sono i principi che stanno dietro alle domande. Sembra che seguiamo gli stessi presupposti e principi centrati sulla soluzione.
Joel: Sono d’accordo con Enrique. Anche a me ha colpito quanto tutte le persone fossero coerenti con il modello. Ognuno di quegli interventi avrebbe funzionato. Penso che dipenda da come ascoltiamo nella pratica della terapia centrata sulla soluzione; da ciò che ci salta all’occhio quando rispondiamo agli enunciati delle persone in terapia. Penso che la differenza tra chi è alle prime armi con l’approccio centrato sulla soluzione (e tende a essere così concentrato sulle domande) e chi lo pratica da tempo sia che queste ultime persone tendono ad andare oltre il pensare alla domanda. Cominciano a pensare a ciò che la persona sta dicendo, e lasciamo che la curiosità guidi le domande che vengono poste. Per esempio, quando la cliente parla di voler avere più giorni buoni che cattivi, ne sono stato incuriosito; voglio saperne di più sui giorni buoni.
Enrique: Mi fa pensare anche al fare analisi delle opportunità e al considerare sia i contenuti positivi sia quelli negativi. La ricerca attesta la coerenza del modello. Per esempio, il modo in cui chi pratica la terapia breve centrata sulla soluzione risponde sistematicamente ai contenuti positivi.
Leah: Nel mio progetto di ricerca più recente ho studiato le opportunità che le persone che parlano il ladino, la lingua d’eredità degli ebrei sefarditi, hanno creato per sé usando il ladino in diverse situazioni. Contrariamente alla tendenza dominante di studiare il ladino come lingua gravemente minacciata, volevo vedere se, e quali, siano i benefici per chi sceglie di parlarlo. E sebbene la ricerca sia un campo molto diverso dalla terapia o dal coaching, il mio lato di professionista ha influenzato la mia scelta di lavorare sul versante delle opportunità dell’uso della lingua, piuttosto che sui dettagli della sua continua morte.
Joel: È una differenza interessante: tra perché la lingua sta morendo e perché vale la pena preservarla.
Leah: È utile sapere di quali opportunità si sono avvalse le persone parlando ladino.
Joel: Mi interessava soprattutto come hai riflettuto sulla scelta di questo enunciato.
Enrique: Ho trovato che l’enunciato fosse perfetto per questo, perché include molte situazioni simili che possono presentarsi durante una seduta: parlare della diagnosi e parlare di precedenti esperienze di terapia.
Joel: Voglio ringraziarvi tutti, soprattutto per aver sopportato le differenze di fuso orario (in particolare Lilian).
Riprendendo la trascrizione, sono emerse diverse idee che meritano di essere sottolineate:
Eppure sembra esserci una coerenza nell’uso del modello della terapia breve centrata sulla soluzione che trascende lingua e cultura. Alcune espressioni o parole possono non avere lo stesso significato da una cultura all’altra. Tuttavia, ciò che sembra chiaro dalla conversazione è che chi fa terapia è in grado di adattare la pratica ai propri contesti culturali e linguistici. Questa flessibilità della pratica consente l’adattamento culturale.Steve de Shazer ha cominciato una conversazione a cui ho assistito con «Ciao, che cosa stai facendo della tua vita?». È una domanda molto semplice, ma molto profonda. «Dimmi una cosa, che cosa stai facendo della tua vita?». In tedesco non si può davvero fare una domanda simile. Se provi a tradurla, suonerà immediatamente (se non scortese) come qualcosa che mette molta pressione sulla persona in terapia.
Le diagnosi non sono obiettivi né problemi. Le diagnosi tendono a essere etichette che descrivono uno stato o una condizione. In quanto tali, non implicano alcuna azione né soluzione (p. 65).
Da un punto di vista co-costruttivo, ignorare la diagnosi ha senso: perché creare realtà attorno alla patologia? Tuttavia, uno dei presupposti insiti nella pratica della SFBT è che qualunque cosa dica la persona in terapia è utile, e il compito di chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione è servirsene. Ciò che è interessante in questa conversazione è il modo in cui le persone che praticano affrontano direttamente la diagnosi e la usano per cambiarne il significato.
Il tema della conversazione in questo segmento è l’affermazione della cliente dell’esempio: «Mi è stato diagnosticato un DOC». Haesun afferma che avrebbe chiesto in che modo ricevere quella diagnosi sia stato utile. Prosegue dicendo che non vuole presupporre che, per il fatto che c’è una diagnosi, si tratti di qualcosa di «brutto o difficile da trattare…. Forse sono contente di avere una diagnosi». Marie spiega che usa l’esternalizzazione «per distinguere l’identità della persona dalla diagnosi». Aggiunge che userebbe la diagnosi come modo per porre la domanda del miracolo.
Wei-Su dice che chiederebbe alla persona in terapia quale sia la sua percezione della diagnosi, in particolare con i genitori di una persona minorenne identificata come paziente. Suggerisce che esiste la possibilità di co-costruire con i genitori un significato diverso della diagnosi, riducendo forse il potere dell’etichetta.
Joel ha chiesto alla cliente: «Allora, quali parti di questa cosa che chiama DOC vorrebbe tenere?». Troviamo questa frase interessante a più livelli. Rimanda all’uso dell’esternalizzazione da parte di Marie: «quali parti di questa cosa che chiama DOC». Poi c’è l’idea che forse nella diagnosi ci sia qualcosa di utile. Al tempo stesso, suggerisce che esistono eccezioni alla percezione tradizionale della diagnosi come patologia.
Ciò che accomuna questo segmento è il modo in cui ogni persona che pratica affronta direttamente la diagnosi e la usa come modo per invitare la persona in terapia in una conversazione di costruzione di soluzioni.
Nel loro articolo originale, Taylor e Simon (2014) affermano:
Entrambi gli autori praticano e insegnano la terapia breve centrata sulla soluzione. In quanto tali, il nostro interesse non è soltanto affinare le nostre capacità di ascoltare e rispondere alle persone in terapia in modo coerente con i principi della costruzione di soluzioni, ma anche sviluppare un percorso formativo che insegni a chi si forma ad ascoltare meglio con «orecchie da costruzione di soluzioni» (p. 67).
Questo articolo aggiunge un’ulteriore funzione all’analisi delle opportunità: verificare la coerenza del modello con un gruppo internazionale. Nel loro articolo, Jordan et al. (2013) affermano:
I risultati relativi a chi pratica la SFBT sono stati del tutto congruenti con il modello e tra loro, almeno per un aspetto importante qui analizzato. Nel complesso e singolarmente, hanno prodotto un numero significativamente maggiore di enunciati positivi che negativi, il che conferma l’impostazione della SFBT centrata su una prospettiva positiva (pp. 55-56).
Questo esercizio conferma l’osservazione di quel gruppo di ricerca. Nel corso di tutta la discussione l’accento è chiaramente posto su come le conversazioni centrate sulla soluzione ruotino attorno alla costruzione di soluzioni. L’articolo originale (Taylor & Simon, 2014) osservava che un esito positivo dell’analisi delle opportunità è la possibilità di dare luogo a discussioni interessanti sulla pratica della terapia breve centrata sulla soluzione. La conversazione nata da un esercizio relativamente semplice sembra confermarlo.
Gli autori desiderano ringraziare chi ha dedicato tempo e impegno a preparare questo esercizio e a parteciparvi: Lilian Ing, Naomi Whitehead, Haesun Moon, Anne-Marie Wulf, Matthias Schwab, Wei-Su Hsu, Leah Davcheva e Marie-Christine Cabie.
Ricevuto il 23 gennaio 2024, accettato il 22 novembre 2024.
Complexe Systémique: punti chiave
Il dispositivo è modesto, ed è questa la sua forza: un turno di parola, sette opportunità, dieci persone che praticano, e la domanda di che cosa facciano allo stesso modo e in modo diverso. Il risultato annunciato, la coerenza del modello tra culture, è in parte un artefatto, poiché l’esercizio si svolge in inglese tra persone formate nella stessa scuola, e Matthias Schwab lo dice ridendo. Ma la conversazione vale per i suoi dettagli: la domanda del miracolo che suona male in coreano, il «che cosa stai facendo della tua vita?» impossibile in tedesco, Insoo che traduce con le mani e, soprattutto, il passaggio sulla diagnosi, in cui quattro persone mostrano quattro modi di accogliere un DOC dichiarato senza negarlo né sottomettervisi: chiedere che cosa abbia di utile, esternalizzarlo, chiedere quale sia la percezione della persona, oppure chiedere quali parti tenere. È una lezione clinica più precisa di molti trattati. Da leggere insieme a ciò che, secondo Żak, le persone in terapia dicono che le aiuta e alla microanalisi di Godat e Czerny.
Bibliografia
De Shazer, S. (1985). Keys to solutions in brief therapy. Norton.
De Shazer, S. (1988). Clues: Investigating solutions in brief therapy. Norton.
De Shazer, S. (1991). Putting differences to work. Norton.
De Shazer, S., & Dolan, Y. (2007). More than miracles: The state of the art of solution-focused brief therapy. The Haworth Press.
Jordan, S. S., Froerer, A., & Bavelas, J. B. (2013). Microanalysis of positive and negative content in solution-focused brief therapy and cognitive behavioral therapy expert sessions. Journal of Systemic Therapies, 32(3), 46-59. https://doi.org/10.1521/jsyt.2013.32.3.46
Taylor, L., & Simon, J. (2014). Opportunities: Organizing the solution-focused interview. Journal of Systemic Therapies, 33(4), 62-78. https://doi.org/10.1521/jsyt.2014.33.4.62
Walter, J., & Peller, J. (1992). Becoming solution-focused in brief therapy. Brunner/Mazel.
Traduzione non ufficiale in italiano di Opportunities Analysis: An International Discussion, di Joel Simon ed Enrique Puebla, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices, Journal of Solution Focused Practices, vol. 8, n. 2 (2024), doi: 10.59874/001c.126583, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione in italiano, tabelle presentate come riquadri di testo). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «Opportunities Analysis: An International Discussion», pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2024) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo di chi firma l’articolo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Simon, J., & Puebla, E. (2024). Opportunities Analysis: An International Discussion. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/opportunities-analysis-an-international-discussion (Opera originale pubblicata nel 2024 in Journal of Solution Focused Practices, vol. 8, n. 2 (2024); ripubblicata nel 2024 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/126583)
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