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Coppia · Disfunzioni

La prima trappola da evitare nella coppia!

Essere in coppia, e soprattutto restarci, significa attraversare le tappe del ciclo di vita insieme all’altra persona, attraversare le crisi, sventare le trappole e talvolta affrontare e superare i problemi che si presentano. La prima di queste trappole: l’inciviltà.

In terapia, con l’esperienza, si incontrano tipi di problemi che diventano veri e propri veleni per la coppia se non vengono trattati. Se ne distinguono quattro principali, a volte raggruppati sotto l’etichetta delle «quattro I», perché ciascuno comincia con questa lettera: l’inciviltà, l’immutabilità, l’infedeltà e l’immaturità. Questo primo capitolo apre la serie.

Che cosa si intende per inciviltà

Storicamente si parlava piuttosto di maleducazione: le due parole si sovrappongono in larga misura. L’idea è questa: alcune persone sembrano non possedere, all’interno della loro coppia, i codici sociali elementari della vita in società. Non che li ignorino, né che siano incapaci di applicarli nella collettività: ma nello spazio della coppia è come se allentassero le briglie, come se lì tutto fosse permesso.

Spesso si tratta di persone che, da piccole, hanno occupato un posto in cui si lasciava loro fare tutto: il bambino o la bambina preferita a cui si perdona tutto. Si costruisce allora, nella loro rappresentazione del mondo, l’idea che all’interno della famiglia ci si possa permettere ciò che si vuole.

Questo si manifesta in diversi modi: insulti, mancanza di rispetto, mancanza di pudore, trascuratezza nella pulizia degli ambienti o del proprio corpo. E molto spesso tutto ciò avviene in nome della spontaneità: sarebbe qualcosa di insito nella natura della persona. «Io sono fatta così», «nello spazio della coppia mi vedi come sono, naturale, spontanea». A poco a poco, questo può portare l’altra persona a provare disgusto per questo tipo di comportamento.

Quando l’inciviltà entra nello studio

Questi elementi si manifestano anche nello spazio terapeutico. Una persona che, senza il minimo problema, si alza a metà seduta, esce, rientra, va a fare una telefonata o a rispondere a un messaggio: sono scortesie, piccole inciviltà. È estremamente importante rilevarle e nominare che si tratta di un problema di maleducazione.

Una ridefinizione classica consiste nello spostare l’argomento: far passare il comportamento dal versante della spontaneità a quello della mancanza di controllo. A volte basta una metafora sfinterica: come se ci fosse un difetto di ritenzione, come se non si riuscisse a trattenere dentro ciò che, una volta uscito, finisce per sporcare chi sta intorno.

Il racconto abituale

«È così che sono, è la mia spontaneità, la mia natura.» Il comportamento diventa un’identità, quindi qualcosa di non negoziabile.

La ridefinizione

Non si tratta di spontaneità, ma di una mancanza di contenimento. E la capacità di controllo, invece, si impara e si esercita.

L’idea che c’è dietro è semplice: si può pensare tutto ciò che si vuole, ma non si può dire tutto ciò che si pensa. Le nostre parole e le nostre azioni hanno conseguenze sulle persone che ci sono vicine. Non posso insultare il mio compagno o la mia prole con un’aggressività esasperata, e poi spiegare loro che sono fatto così, che sono spontaneo, naturale, e che mi conoscono.

Il vero pericolo: quando il racconto colonizza la famiglia

Il pericolo comincia quando questo racconto arriva a colonizzare tutte le altre persone della famiglia. Se uno dei membri finisce per essere riconosciuto da tutta la famiglia come qualcuno che può dire e fare più o meno tutto ciò che vuole, e non glielo si rimprovera perché «non è colpa sua» o perché «fa parte della sua personalità», allora l’inciviltà è diventata la norma del sistema.

Eppure può essere importante ricordare che, quali che siano gli eventi della vita, nulla giustifica né convalida insulti, maleducazione o inciviltà esercitati sulle persone care.

Da ricordare

Il rispetto è dovuto: non è qualcosa che si debba guadagnare, a differenza, forse, della considerazione. Nessuno può sottrarsi all’obbligo morale di rispettare l’altra persona, anche qualora non avesse mai sperimentato in prima persona il rispetto. Il passato può spiegare un comportamento; non lo convalida.

Un trattamento educativo ed esplicativo

Il trattamento di questo problema in terapia richiede un approccio specifico, educativo ed esplicativo: le persone possono pensare ciò che vogliono, ma non possono dire ciò che vogliono. Si tratta di trasmettere un modello di comunicazione fondato sul rispetto e sulla stima per ogni persona, e di aumentare la capacità di contenimento.

È essenziale che chi conduce la terapia possa nominarlo: altrimenti si lascia trascinare dalla spiegazione che la persona assistita dà del proprio comportamento. Non esplicitare il problema come maleducazione significa già, in un certo senso, avallare lo stato di fatto. Detto questo, ed è più che ovvio, l’intervento deve avvenire con tatto e finezza: dichiarare che si osserva un problema di inciviltà richiede molta sottigliezza.

Merita di essere introdotta una sfumatura: in una famiglia può esistere una forma di accettazione incondizionata delle altre persone, ma solo nella misura in cui non vada a scapito della dignità di uno dei suoi membri. Ed è molto importante che chi conduce la terapia non accetti subito spiegazioni del tipo «sono mediterraneo», «ho il sangue caldo», «nella mia famiglia funziona così», «fa parte della mia personalità».

Inaccettabile o inammissibile?

Due termini molto utili da distinguere quando si lavora sulla nozione di rispetto.

Inaccettabile

Ciò che non posso accettare in base ai miei principi, alla mia costruzione del mondo, alla mia percezione della situazione. Può essere enunciato solo in prima persona, a titolo personale.

Inammissibile

Ciò che urta contro norme, contro valori collettivi e sociali: un comportamento violento verso una persona minorenne, l’incesto, i comportamenti pedofili. Può essere enunciato da una persona esterna.

In terapia è prezioso potersi appoggiare a questa distinzione.

Appoggiarsi ai momenti di eccezione

Affrontare la questione della mancanza di rispetto può essere molto fecondo in terapia, in particolare perché ci si può appoggiare ai momenti di eccezione: quelli in cui la coppia o la famiglia sperimenta che tra i suoi membri il rispetto c’è davvero. L’idea sarà allora di estendere questa zona di esercizio del rispetto.

Un ultimo aspetto, infine, è determinante: mostrare che non si crea alcuna alleanza implicita con uno dei membri a scapito delle altre persone. Se qualcuno manca di rispetto e chi conduce la terapia non dice nulla, se lo accetta, è come se si alleasse con quella persona; e al momento opportuno lavorare con chi ne ha subito le conseguenze diventerà molto più difficile.

La seconda grande disfunzione, invece, non fa alcun rumore: è l’immutabilità.

Come citare questo articolo

Besse, J. (2022, 15 maggio). Le premier piège à éviter en couple !. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/le-premier-piege-a-eviter-en-couple

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