Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Psicopatologia

Traiettorie terapeutiche per pazienti alle prese con storie che generano vergogna o umiliazione

Poiché siamo permeabili all’opinione altrui, ogni situazione che ci espone allo sguardo di un testimone può diventare fonte di vergogna o di umiliazione. Carlos Sluzki distingue queste due emozioni sociali — l’una internalizza la colpa, l’altra la esternalizza sul testimone — e smonta, variabile per variabile, ciò che fa sì che restino segnali utili o che, al contrario, invadano tutta l’esperienza del soggetto.

Autore Carlos E. Sluzki, MD, professore presso il College of Health and Human Services e l’Institute for Conflict Analysis and Resolution, George Mason UniversityPrima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, numero speciale n. 94/95Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Le esperienze moderate o circostanziali di vergogna, e persino di umiliazione, meritano di essere accolte con favore.»

Carlos E. Sluzki

Due emozioni sociali

Uno degli effetti collaterali della socialità degli esseri umani è che siamo permeabili alle opinioni altrui. Questo tratto, necessario per vivere in società, ci aiuta a calibrare il nostro agire sociale e a mantenere i nostri riferimenti etici. Ha l’effetto di organizzare non solo la nostra opinione sull’opinione che gli altri hanno di noi ma, riflessivamente, la nostra opinione su noi stessi (parte di ciò che Laing et al. (1965) hanno chiamato «la spirale delle relazioni reciproche»).

Questo processo di calibrazione sociale ha un correlato, o una componente cruciale: le emozioni che fanno parte del processo stesso.

Questa nota si concentrerà soltanto su due delle emozioni relazionali spiacevoli: l’esperienza della vergogna — in cui carichiamo su noi stessi la colpa di ogni esposizione pubblica delle nostre debolezze, il che scatena il desiderio di sparire dalla scena in cui ci sono stati testimoni («Che la terra mi inghiotta!») — e l’umiliazione — in cui collochiamo negli altri la responsabilità della qualità negativa della loro testimonianza, che ci fa sentire oggetto di uno sguardo o di un trattamento ingiusto, il che scatena il desiderio di squalificare o attaccare il testimone, percepito come la fonte del processo sociale spiacevole («Vendetta!»)1.

Vergogna

La colpa viene caricata su di sé. L’esposizione pubblica di una debolezza scatena il desiderio di sparire dalla scena in cui ci sono stati testimoni.

Umiliazione

La responsabilità viene collocata nell’altro. La testimonianza percepita come ingiusta scatena il desiderio di squalificare o attaccare il testimone.

Dev’essere chiaro che entrambe le emozioni possono svolgere una funzione importante: fanno parte del sistema di segnali d’allarme che ci informa delle nostre deviazioni (notate da noi stessi o segnalate dagli altri), ci permette di correggere sia le deviazioni dal comportamento sociale accettato nella comunità sia le deviazioni dai nostri stessi standard etici, e ci stimola a incorporare e ripetere i comportamenti che evocano emozioni sociali positive. Inutile dire che questi segnali sono una parte importante del processo di socializzazione. In altre parole, le esperienze moderate o circostanziali di vergogna, e persino di umiliazione, meritano di essere accolte con favore. Tuttavia, quando l’una o l’altra di queste emozioni invade il self, o ricompare più e più volte in una varietà di esperienze sociali del soggetto, passiamo dal confrontarci con emozioni passeggere e utili al confrontarci con esperienze ripetute e tormentose. Entriamo così nel terreno della sofferenza umana che è oggetto dell’attività psicoterapeutica. Le matrici di cui si discuterà più avanti si applicano fondamentalmente a questo tipo di circostanza.

Uno dei motivi per cui ho scelto queste due emozioni è che, a differenza di altre, sono entrambe «emozioni sociali», cioè richiedono la presenza di un terzo, il testimone (a volte interiorizzato, ma generalmente esterno). L’altro motivo è che esiste un equilibrio relativo tra queste due emozioni (e tra questi due meccanismi psichici, l’esternalizzazione e l’internalizzazione): quando sono presenti, la dominanza dell’una nella sfera emotiva riduce la presenza dell’altra.

Anatomia di una situazione che espone

L’impatto relazionale ed emotivo di ogni situazione individuale o collettiva che ci espone agli occhi e alle orecchie — all’opinione — degli altri in modo potenzialmente negativo varia da uno stile personale all’altro, da una storia all’altra e da una circostanza all’altra, e dipende anche dallo stile e dalla natura del testimone di quell’evento. Esaminiamo questo paragrafo più nel dettaglio.

«Ogni situazione» copre la gamma delle situazioni umane in contesto in cui c’è un testimone («gli occhi e le orecchie — l’opinione — dell’altro»). E, di fatto, con pochissime eccezioni, l’intera gamma delle situazioni sociali — dai brontolii del nostro stomaco in pubblico all’aiuto prestato a una persona vicina di casa in difficoltà, dagli atti banali a quelli eroici o vili — può trasformarsi in fonte di vergogna o di umiliazione, dati un contesto e/o un testimone con determinate caratteristiche.

«Ci espone… in modo potenzialmente negativo» può includere molteplici situazioni in cui o si presume da sé una possibile osservazione critica da parte del testimone («Avrà notato che avevo dimenticato di chiudere la patta?», «Qualcuno mi ha visto cadere dalla bicicletta?», «Avranno pensato che fossi io ad aver fatto piangere quel bambino quando, in realtà, cercavo solo di consolarlo?»), oppure il testimone o i testimoni esprimono effettivamente la loro opinione negativa (ridono del nostro passo falso, o ci accusano implicitamente o esplicitamente di aver fatto qualcosa che non abbiamo fatto… o che invece abbiamo fatto supponendo che non ci fossero testimoni, o che, se c’erano, fossero testimoni benevoli).

«Varia da persona a persona»

Questa variabile comprende diversi assi.

Un asse riguarda i gradi di sensibilità all’opinione altrui. A un estremo dello spettro si trovano le persone impermeabili, indifferenti o insensibili all’opinione degli altri. Nel mondo sociale queste persone vengono etichettate come crudeli, a volte come sfruttatrici o manipolatrici, e nel campo della psicopatologia ricevono di solito la diagnosi di «sociopatia» o a volte di «narcisismo». L’altro estremo corrisponde a persone straordinariamente sensibili all’opinione altrui — un «altro» selettivo oppure «l’altro» generalizzato —, a cui il soggetto attribuisce in modo stereotipato (e non necessariamente sbagliato!) un atteggiamento critico o negativo. Socialmente, a queste persone vengono di solito attribuite le etichette di «timide», «insicure», «ipersensibili» o «permalose». L’estrema sensibilità all’opinione degli altri le porta o a un isolamento sociale — per sfuggire alla tortura dello sguardo indagatore —, o a relazioni di dipendenza — in cui il comportamento del soggetto è dettato dall’altro —, o a condotte sociali ricorrenti in cui evitano attivamente o affrontano chi ritengono portatore di un presunto giudizio negativo (a volte con sorpresa dell’altro).

L’altra variabile, incrociata con la precedente e già menzionata implicitamente nelle descrizioni precedenti, corrisponde allo spettro che va dalla predominanza dei meccanismi di internalizzazione alla predominanza di quelli di esternalizzazione da parte del soggetto. Si tratta di processi psichici (derivati in parte da esperienze precedenti di processi interpersonali) mediante i quali o incorporiamo la responsabilità e ci assumiamo la colpa, oppure la espelliamo e attribuiamo agli altri la responsabilità di accusarci ingiustamente. Questi meccanismi sono praticamente universali (con la probabile eccezione delle persone «impermeabili» menzionate sopra). Pur coesistendo in gradi diversi a seconda delle circostanze, l’uno o l’altro tende a dominare in persone diverse, a volte in modo selettivo — per esempio quando interagiscono con i propri genitori, o quando vengono intervistate —, a volte in modo stabile.

La prevalenza di uno stile internalizzante o esternalizzante in una data persona risulta da una combinazione di mandati culturali, storia personale e, probabilmente, predisposizioni genetiche. Le persone con tratti dominanti di internalizzazione tenderanno ad assumere su di sé ogni attribuzione negativa espressa dall’altro (o attribuita all’altro), senza valutare la natura della fonte o del contesto del giudizio negativo. Una persona che finisce per organizzare la propria vita in modo da evitare la sofferenza quotidiana dell’esperienza della vergogna verrà probabilmente etichettata, nel gergo psicopatologico, come «personalità evitante». A loro volta, le persone il cui tratto sociale dominante è l’esternalizzazione tenderanno a presupporre a priori nell’altro una certa dose di ostilità o di intenzione maligna e a reagire a ogni commento espresso dall’altro (o attribuito all’altro), senza soppesare la natura della situazione né il contesto del giudizio attribuito. Nel gergo psicopatologico, la prevalenza di questo stile di visione del mondo porta di solito all’etichetta di «personalità paranoide».

«Varia da una storia personale all’altra»

Le esperienze della storia personale — a partire dalla nascita — contribuiscono a facilitare l’espressione dell’uno o dell’altro stile relazionale, così come una sua espressione più fluida e adattata al contesto o, al contrario, più decontestualizzata, nell’una o nell’altra direzione. Ci sono evidenze secondo cui quanto più estreme e ripetute sono le esperienze precoci, tanto più rigidi e decontestualizzati saranno gli stili adottati.

«Varia da una circostanza all’altra»

Le circostanze possono essere decostruite in situazioni — le azioni, la trama, cioè il «che cosa» —, attori — personaggi centrali e secondari, cioè il «chi» — e contesto — la scenografia, cioè il «dove e quando» accade ciò che sta accadendo. In altre parole, le «circostanze» sono le narrazioni che gli attori costruiscono con gli elementi menzionati, ossia azione, attori e contesto. Eventuali predisposizioni genetiche, le esperienze di vita, la cultura, gli stili di socializzazione contribuiranno a calibrare in modo diverso questi elementi e organizzeranno storie più o meno condivise o sui generis, più o meno eque o distorte.

«Varia secondo le caratteristiche relazionali e lo stile del testimone dell’evento»

Le caratteristiche interattive del testimone hanno un effetto cruciale sul modo in cui l’individuo costruisce l’impatto (emotivo, pragmatico) di ogni atto sociale, tanto più se quell’evento contiene una componente di ambiguità quanto alla posizione sociale che ne risulta per l’individuo. I testimoni possono essere semplici osservatori dell’evento — una persona di passaggio che ci vede scivolare e cadere a faccia in giù sul marciapiede (si mostra solidale, indifferente, beffarda?), un’infermiera che sta disinfettando una ferita causata da un pestaggio (si comporta in modo empatico, indifferente, critico?) —, oppure personaggi attivi dell’evento — chi tortura o chi violenta e accompagna il proprio atto con commenti sprezzanti o degradanti, un padre che deride il pianto del figlio dopo averlo picchiato. Ma possediamo inoltre istanze di osservazione interiorizzate — dalla «coscienza morale» fino alle figure materna o paterna —, che giudicano le nostre azioni come testimoni a volte gentili e teneri, a volte severi e sadici…

Note dell’originale

1. Tra i lavori che hanno esplorato a fondo questo tema vanno citati Miller (1993) e Lindner (2006).

Chi è Carlos E. Sluzki

Il dott. Carlos E. Sluzki, MD, è professore presso il College of Health and Human Services and Institute for Conflict Analysis and Resolution, George Mason University (CHHS), 4400 University Drive, MS 5B7, Fairfax, VA 22030. È consulente editoriale di Perspectivas Sistémicas e vi ha pubblicato numerosi articoli, molti dei quali sono consultabili su Perspectivas Sistémicas On Line, www.redsistemica.com.ar, nella sezione degli articoli online.

Un estratto

Red Sistémica pubblica online solo un frammento di questo articolo: il testo integrale è apparso nel numero speciale n. 94/95 della rivista Perspectivas Sistémicas. La nostra traduzione riprende la totalità del frammento pubblicato online, e nient’altro; il seguito del testo, in cui l’autore sviluppa le traiettorie terapeutiche annunciate dal titolo, non ci è accessibile. Leggi il frammento originale in spagnolo.

Questo articolo è una traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «Trayectorias terapéuticas para pacientes entrampados en historias que generan vergüenza o humillación», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, numero speciale n. 94/95). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Sluzki, C. E. (2022). Trajectoires thérapeutiques pour des patients pris au piège d’histoires de honte ou d’humiliation (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/trajectoires-therapeutiques-pour-des-patients-pris-au-piege-d-histoires-de-honte-ou-d-humiliation (Opera originale pubblicata nel 2022 in Perspectivas Sistémicas, numero speciale n. 94/95; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/08/01/trayectorias-terapeuticas-para-pacientes-entrampados-en-historias-que-generan-verguenza-o-humillacion/)

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