Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Journal of Solution Focused Practices · Articolo teorico

Bambole Daruma e pratica centrata sulla soluzione

Ogni anno, intorno a Matariki, Nick Drury regala alla famiglia, alle amicizie e ad alcune persone che segue in terapia una bambola Daruma: zavorrata alla base, si rialza quando viene rovesciata, e le manca un occhio, da dipingere quando l’obiettivo è raggiunto. Da questo piccolo oggetto zen lo psicologo neozelandese ricava una tesi: la terapia breve centrata sulla soluzione si è ristretta al «futuro preferito» e ha dimenticato il mondo. Con Wittgenstein, per il quale i problemi «si dissolvono come lo zucchero nell’acqua», con Spinoza, Bohr e Deleuze, con Tom Andersen e Imelda McCarthy, difende una pratica centrata sulla soluzione che tenga conto del contesto politico delle persone assistite. A sostegno, tre casi tratti dalla sua clinica, tra cui quello di un’adolescente anoressica il cui problema si dissolse quando la bilancia lasciò il posto al metro da sarta, e il modello maori del pōwhiri.

Autore Nick Drury (Knonews, Nuova Zelanda)Prima pubblicazione Journal of Solution Focused Practices, vol. 9, n. 1, 2025, pp. 20-32Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale Daruma Dolls and Solution Focused Practice, di Nick Drury, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2025), doi: 10.59874/001c.140675, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza; la fotografia di una bambola Daruma è descritta anziché riprodotta. I riquadri e le note contrassegnati «Complexe Systémique» sono nostri, non dell’autore. La traduzione non è stata realizzata né dall’autore né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Parole chiave: bambole Daruma, zen, nuovo/i materialismo/i, problemi

In questo articolo desidero proporre un modello molto semplice di un modo di essere terapeuta, e anche persona, rappresentato dalle bambole Daruma. A partire da qui desidero esaminare e difendere la tesi secondo cui la pratica centrata sulla soluzione, in particolare la terapia breve centrata sulla soluzione (SFBT), ha sviluppato un focus ristretto che non è coerente con il modello offerto dalle bambole Daruma. Un focus più ampio è possibile prendendo in considerazione una parte della filosofia di Wittgenstein, e resterà comunque centrato sulla soluzione. Propongo esempi tratti dalle mie pubblicazioni, e chi legge potrà senza dubbio proporne di propri.

Bambole Daruma

Una volta all’anno, verso Matariki (il solstizio d’inverno di giugno qui in Aotearoa/Nuova Zelanda), comincio a cercare piccoli regali per la famiglia, le amicizie, chi lavora con me e alcune persone che seguo in terapia, scelte con cura. Quest’anno ho spedito alcune bambole Daruma. Le bambole Daruma sono nate nel Giappone del XVIII secolo e appartengono a quel genere di giocattoli detti misirizzi, caratterizzati da una zavorra alla base, così che, quando li si rovescia, tornano a rialzarsi. Ovviamente simboleggiano la resilienza o la perseveranza. Hanno inoltre la particolarità di essere prive di un occhio, che si dovrebbe dipingere una volta raggiunto il proprio obiettivo o superato il problema che ci ha buttati a terra. Stampo poi la seguente leggenda su carta velina (dopo aver consultato il signor Google su come stampare su carta velina).

IN OGNI VITA ENTRA UN PO’ DI ZEN — Fermacarte bambola Daruma

La bambola Daruma è modellata su Bodhidharma, fondatore della tradizione zen del buddhismo, ed è un simbolo di perseveranza o di resilienza: essendo zavorrata alla base, quando la si rovescia torna a rialzarsi. Allo stesso modo, nel tai chi o nel qigong ci si concentra sul tantien (situato poco sotto l’ombelico negli uomini, o più in basso nelle donne); essere centrati lì significa anche avere resilienza. Per questo a Bodhidharma viene attribuita la paternità di molte arti marziali.

[Fotografia descritta: una bambola Daruma rossa e rotonda, con il volto dipinto, sopracciglia e baffi neri, e un solo occhio disegnato.] Una bambola Daruma. La bambola ha un occhio vuoto, che rappresenta un problema. Una volta superato il problema e ritrovata la strada, si dipinge l’altro occhio. Si ritiene che la bambola sia nata nel Giappone del XVIII secolo.

Poco si sa di Bodhidharma, il «barbaro barbuto», se non che gli si attribuisce di aver portato la scuola chan dall’India settentrionale in Cina nel V o VI secolo (scuola che in seguito sarebbe scesa lungo la penisola coreana per diventare zen entrando in Giappone verso il XII secolo). Tra le leggende che lo riguardano domina la pratica della meditazione, per la quale questa scuola è soprattutto conosciuta. Una delle poche storie racconta di una visita di Bodhidharma all’imperatore Wu intorno al 520. L’imperatore Wu aveva costruito molti templi buddhisti, li aveva sostenuti finanziariamente e aveva fatto istruire molte persone come monaci e monache buddhisti. «Che merito c’è in tutto questo?», chiese l’imperatore. Bodhidharma rispose: «Nessuno». Perplesso e un po’ spiazzato, l’imperatore chiese al monaco chi fosse lui per dirgli una cosa simile. Bodhidharma rispose: «Non lo so». Questa storia riflette forse la realizzazione diretta del fatto di non avere una mente (o un sé), o una mente che si possa conoscere o afferrare (lo zen la chiama la mente della non-mente); e quando i successori di Bodhidharma (o il sesto e ultimo patriarca, in gran parte leggendario, Huineng) ritennero che ciò fosse ormai abbastanza noto in Cina, riattaccarono il telefono. In altre parole, il chan è l’unica religione che abbia cercato deliberatamente di mettersi fuori gioco da sola, chiudendo i monasteri. Molte persone attribuiscono a questa ampia diffusione la fioritura della tarda dinastia Tang e della dinastia Song (un periodo di immensa produzione culturale e artistica).

Nello zen c’è un detto secondo cui parlare dello zen significa avere il puzzo dello zen.

La stampo su carta velina perché voglio che non duri: se durasse, avrebbe il «puzzo dello zen». Poi la avvolgo intorno alla bambola e le distribuisco.

Il processo della SFBT

Lo zen è stato molto centrale nello sviluppo della SFBT, in cui spiccava l’eredità coreana di Insoo Kim Berg.1 Le piaceva il detto «non lasciare impronte», che una volta mi disse provenire dallo zen. In realtà, quando il buddhismo chan arrivò in Cina nel V secolo, incontrò il taoismo e ne nacque un ricco dialogo. Questo detto deriva dall’aforisma 17 del Tao te Ching, secondo cui le migliori guide o i migliori maestri sono a malapena conosciuti, ed è simile all’aforisma 60, che dice: «governare un paese è come cuocere un pesciolino: rimestarlo troppo lo rovina». La maggior parte delle persone che conosco e che praticano la terapia centrata sulla soluzione preferisce lavorare con il futuro preferito della persona assistita, spesso suscitato attraverso la «domanda del miracolo», e poi misurare su una scala i progressi a partire da lì. Esita a proporre idee proprie, perché farlo lascerebbe un’impronta. Ama citare Steve de Shazer, il quale disse che «la politica è qualcosa che si fa nella vita privata, non nel proprio ruolo di terapeuta» (E. George, 2019).

Tuttavia, i nostri «parenti stretti» del movimento costruzionista sociale, con cui la SFBT ha una certa affinità (Chang & Nylund, 2013; Chang & Phillips, 1993), non sono d’accordo.2 Imelda McCarthy (1995) riprende un noto slogan femminista quando scrive: «Il personale è sempre politico nel lavoro clinico con le persone emarginate nella società» (p. 163). Quando si ignora deliberatamente il contesto sociale dei dilemmi di una persona assistita, si stanno, come dice McCarthy (1995), «privatizzando i dilemmi» e distogliendo «l’attenzione dai contesti sociali più ampi, che sono importanti in qualsiasi comprensione sistemica della genesi dei problemi» (p. 162). Ciononostante, alcune persone che praticano la SFBT sostengono che non abbiamo bisogno di sapere che cosa abbia causato il problema, e nemmeno quale sia il problema. A chi muove i primi passi nella pratica centrata sulla soluzione dicono: «Abbi fiducia nel processo» (Iveson, 2021). Anche se di tanto in tanto verificano con la persona assistita che il «processo» abbia senso per lei (E. George, 2022), il «processo» in sé difficilmente è il prodotto di un processo «interazionale» come quello a cui alludeva de Shazer molti anni fa (1985).

De Shazer scriveva dell’«interazionale» proprio mentre la cibernetica di secondo ordine (o cibernetica della cibernetica) si faceva strada nel costruzionismo sociale (Umpleby, 2016). Fu allora che il campo passò da una posizione divina, al di fuori dell’universo, a quella di un osservatore partecipe all’interno dell’universo, cosa che la maggior parte di chi pratica la terapia costruzionista sociale ha appreso soprattutto attraverso approcci come quello del «non sapere» di Anderson e Goolishian (1992), in cui perfino il processo o il metodo della terapia emergeva, idealmente, dalla conversazione. Ciò è abbastanza facile se si adotta quello che Goethe chiamava un «empirismo delicato», che richiede di farsi tutt’uno con la persona assistita (o con la famiglia) e di lasciarsene toccare (Drury, 2006). John Shotter (2005) lo chiamò «conoscenza dal di dentro» («withness-knowledge»), da contrapporre alla «conoscenza a proposito di» («aboutness knowledge»).

Lo psichiatra norvegese Tom Andersen (2012) divenne famoso per aver portato l’équipe di osservazione della terapia costruzionista sociale fuori da dietro lo specchio unidirezionale e dentro la stanza, dove rifletteva insieme alla famiglia; era deciso a sbarazzarsi di ogni gerarchia. Tutte queste voci esprimono uno spostamento intenzionale verso la dissoluzione della posizione esperta di chi fa terapia, così che non abbia alcun potere sulla persona o sulle persone assistite. Chi tra noi conosce l’enattivismo sa che spesso, quando usiamo il linguaggio (e non distinguiamo tra verbale e non verbale), lo usiamo come un organo di senso: sondiamo come stanno le cose nel mondo della persona o delle persone assistite (Drury & Tudor, 2024). Lo facciamo prestando attenzione ai nostri sentimenti, e non solo alle nostre cognizioni, quando siamo in dialogo con chi ci consulta. Andersen ha avuto una grande influenza sullo sviluppo della terapia narrativa da parte di White ed Epston (1989/1990), ma allo stesso tempo ha condiviso una critica con Karl Tomm (1993), dicendo che erano diversi, nel senso che lui (Andersen) poneva più l’accento sull’esperienza vissuta che sulle storie.

Non era il solo ad avere alcune riserve sulla terapia narrativa. Come disse una volta Imelda McCarthy a proposito della terapia narrativa: «Amo tutto lo slancio di questo modo di lavorare, ma una delle cose che vedo accadere è che, quando chi studia comincia a esternalizzare, può concentrarsi soltanto sui grandi discorsi sociali e perdere alcune delle complessità del livello più locale» (2001, p. 178). Anche Steve de Shazer criticò la terapia narrativa perché appare molto tradizionale in quanto reifica i problemi, e le sue soluzioni assomigliano a quelle degli Alcolisti Anonimi in quanto arruola «soldati» in battaglie (a quanto pare, per tutta la vita) (Chang & Phillips, 1993). In risposta a queste critiche, Johnella Bird (2000) ha sviluppato quella che chiama «esternalizzazione relazionale», più sfumata di quella di White ed Epston, nel senso che chiede alle persone assistite di esaminare la relazione che hanno con il problema, invece di limitarsi a opporvisi o a sconfiggerlo. Lei vede nell’uso di «sconfiggere» un discorso maschile, piuttosto limitante. Con l’esternalizzazione relazionale di Bird è possibile che i problemi vengano davvero decostruiti, anziché subire, come dice de Shazer della terapia narrativa, una «destrukion», una «distruzione di una costruzione dall’esterno» (Chang & Phillips, 1993, p. 116). Come vedremo, ciò è più vicino al senso che Wittgenstein dava alla «decostruzione» (anche se non usò mai questa parola).

1 La SFBT non è la sola ad aver subito un’influenza zen. Lo straordinario Jay Haley fu presentato da Gregory Bateson, negli anni Cinquanta, al principale divulgatore dello zen, Alan Watts, e si servì dello zen per dare un senso alle tecniche di Milton Erickson, cosa che diede vita alla terapia familiare (Richeport-Haley & Carlson, 2010). 2 In realtà la SFBT così come viene praticata oggi è più vicina agli approcci centrati sulla persona, che affondano le radici in Carl Rogers (Fitzgerald & Leudar, 2010). Negli approcci centrati sulla persona si sottolinea che «la persona assistita è l’esperta»; soltanto la logica della persona e la sua visione del mondo sono poste al centro della pratica. Come lamentano e chiariscono Bøe et al. (2024), in questo approccio il mondo viene «perso di vista» (p. 537).

Un universo immanente

Come ho già esposto in questa rivista (Drury, 2022), questo dilemma dell’impossibilità di collocarsi fuori dall’universo, o di assumere una posizione divina, è stato preso in esame da altre scienze e filosofie. Baruch Spinoza (nel XVII secolo) fu forse il primo, nel primo Illuminismo, a filosofare sull’immanenza: l’universo non ha un ambito trascendente, ma è composto di un’unica sostanza, immanente (in contrapposizione a trascendente).3 Come si può immaginare, all’epoca era un’idea eretica, perché affermava che non esistono Dio né paradiso; e sfidava i teologi a trovare un altro fondamento per l’etica. Nella Vienna fin de siècle (a cavallo tra Ottocento e Novecento), dove crebbe Wittgenstein, si discuteva di Spinoza, insieme all’opera di Arthur Schopenhauer (XIX secolo), che aveva fatto conoscere all’Europa il buddhismo (che ovviamente non ha un Dio trascendente) (Janik, 1973). Si discuteva dell’«empirismo delicato» sviluppato da Goethe, che ci concepiva come «osservatori partecipi» evoluti insieme al mondo, così che la nostra comprensione era intuitiva. Oltre ai caffè, la residenza dei Wittgenstein (il padre era immensamente ricco) accoglieva il fior fiore della società viennese, dove si discutevano queste idee. Il genio musicale Gustav Mahler vi era spesso ospite e intratteneva i presenti non solo con la sua musica, ma anche con la sua conoscenza di Schopenhauer e di Nietzsche (quello del celebre «Dio è morto»). La Vienna fin de siècle generò molto di ciò che era «sorprendentemente nuovo» e che «si diffuse ben oltre i confini dell’Austria imperiale e, anzi, dell’Europa» (Kann, 1981, p. 169).

Da Wittgenstein ci viene l’idea che «i problemi si dissolvono nel senso proprio della parola, come lo zucchero nell’acqua» (2005, p. 183). Descrisse come dissolvere i problemi:

«Il modo di risolvere il problema che vedi nella vita è vivere in un modo che faccia scomparire ciò che è problematico. Il fatto che la vita sia problematica mostra che la forma della tua vita non si adatta allo stampo della vita. Devi quindi cambiare il tuo modo di vivere e, una volta che la tua vita si adatterà allo stampo, ciò che è problematico scomparirà» (1980, p. 27).

Questa, sostengo, è la versione wittgensteiniana del decostruzionismo.

Si tratta di un focus più ampio di quello, oggi in voga, della SFBT sullo sviluppo del futuro preferito. Questa analogia dello zucchero che si dissolve nell’acqua deriva dalla teologia apofatica di Wittgenstein, un’eredità della Vienna fin de siècle (Fronda, 2010; Mitralexis, 2015). La teologia apofatica è stata paragonata alla scultura: toglie per rivelare una dimensione «spirituale». Era una soluzione diffusa alla sfida che Spinoza aveva lanciato al clero. Questo passo di Wittgenstein (1922/1961) forse lo coglie: «La soluzione del problema della vita si scorge allo sparire di esso. (Non è forse questa la ragione per cui chi, dopo lunghi dubbi, ha visto chiaro il senso della vita non ha poi saputo dire in che cosa consistesse questo senso?)» (6.521)

Credo che una spiegazione ancora più semplice dell’apofasi la offra Forrest Carter nel suo libro The Education of Little Tree, dove la parola «comprensione» è usata come sostantivo. Nel racconto di Carter, quando il popolo cherokee la raggiunge, si dice che giunge all’illuminazione, come in alcuni racconti buddhisti e induisti dell’unione con il tutto.4 Come chiarisce il filosofo wittgensteiniano Peter Hacker (2009), comprendere è diverso dal sapere, e quando comprendiamo emuliamo Wittgenstein (1953/2009) dicendo: «Ora so andare avanti!» (§151). E se ci riesci, puoi dipingere l’altro occhio della bambola Daruma.

Anche la fisica quantistica si è confrontata per tutto il Novecento con il problema di non potersi collocare fuori dall’universo. Niels Bohr fornì descrizioni minuziosamente dettagliate del suo metodo: quando predisponeva il suo apparato sperimentale in un certo modo, la luce si mostrava come onde; ma se l’apparato veniva predisposto diversamente, la luce era particelle. Non era possibile osservare la luce come particelle e come onde nello stesso momento. Barad (2007), che ha sviluppato le sue idee a partire dalla fisica quantistica di Bohr e dalla filosofia di Deleuze, ha sostenuto che Deleuze ha ragione quando dice che dobbiamo superare ogni illusione di essere esseri indipendenti. Siamo parte del mondo, non a parte da esso.5 Così, quando Bohr predispone il suo apparato in un certo modo, crea di fatto la realtà (per esempio, le onde) che ottiene; la realtà non esiste al di là del suo apparato. Ma Heisenberg e gran parte della fisica del suo tempo interpretavano ogni incertezza come dovuta al fatto che la realtà restava appena fuori portata; erano ancora prigionieri della «svolta linguistica». In virtù dell’interpretazione che Bohr dà della fisica quantistica, Barad suggerisce che l’universo si comprende meglio andandogli incontro a metà strada, perché qualunque cosa facciamo, lo stiamo creando.

3 Vi sono filosofi precedenti, come Democrito ed Epicuro, che proposero un punto di vista immanente. 4 Il libro ha avuto una storia piuttosto controversa: Oprah Winfrey lo ha tolto dalla sua lista di titoli consigliati quando è emerso che Carter era stato membro del Ku Klux Klan e autore dei discorsi di George Wallace. 5 È la «mente della non-mente» di Bodhidharma.

Le terapie corporee e le bambole Daruma

Wilhelm Reich e Alexander Lowen sono state figure chiave nello sviluppo della psicoterapia corporea (Coffman, 2023).6 Semplificando, proposero che la muscolatura del corpo possa essere divisa in muscoli lunghi, per l’azione, e muscoli corti, per la postura. Tuttavia, a causa dei traumi e dello stress, oggi usiamo alcuni dei nostri muscoli lunghi per la postura, con il risultato che alcuni muscoli corti si atrofizzano. Reich, che era stato allievo di Freud, coniò il concetto di «corazza caratteriale» (Coffman, 2023, p. 14) per indicare che alcuni muscoli lunghi sono permanentemente in tensione, e Lowen sviluppò la bioenergetica come modo di analizzare e alleviare le tensioni emotive. Poiché per Lowen la «pancia», o la parte bassa del bacino, è il centro dell’istinto, essendo «radicati» lì ritroviamo un senso di stabilità e di presenza (Lowen, 2005). Ciò è molto simile al concetto cinese di tantien: il centro di gravità del corpo e la riserva di energia vitale (qi), che costituisce la base delle arti marziali. Bodhidharma è strettamente associato al tempio di Shaolin, dove si svilupparono le arti marziali. Così, guarire qualcuno, e non soltanto curarlo, significa restituirgli la sua interezza.7

6 Curiosità: i libri di Reich furono bruciati dalla FDA statunitense! 7 È la tesi del libro Cure or Heal? dello psichiatra Eric Graham Howe, «il druido di Harley Street».

Alcuni esempi dalla mia clinica

1. Nel 1992 Michael Durrant mi aiutò a scrivere un articolo sul trattamento, quasi dieci anni prima, di un’adolescente a cui il medico aveva diagnosticato un’anoressia nervosa (Drury, 1992b). Questa giovane voleva fare la modella ed era molto fiera della sua dieta. Con «un misto di umorismo, incredulità e naturalezza» (p. 29) le dissi che il peso era relativamente poco importante per fare la modella, e che ciò che «contava davvero in quel mondo era la figura». Non aveva idea di quale fosse la sua figura, né di che cosa fosse una figura ideale, e questo divenne il suo compito a casa e il fulcro delle sedute successive. Uno psichiatra «aiutò» minacciandola di ricovero e di modificazione del comportamento, e dicendole che non avrebbe visto il Natale, il che non è così insolito in casi del genere.8 Tuttavia, in seguito lei ammise che, pur essendo riuscita a respingerlo, aveva rinnovato i suoi sforzi per raggiungere una figura ideale. Qualche mese dopo la sua figura si era arrotondata, con suo grande orgoglio, ed era giunto il momento di separarci. Si trasferì all’estero per vivere con la madre. Sette anni dopo ricevetti una sua telefonata: mi diceva che ora era sposata, che la sua carriera di modella andava bene e che era appena finita nel paginone centrale della rivista Playboy. Il passaggio dalla bilancia al metro da sarta dissolse il problema, e il cambiamento fu poi alimentato dall’uomo nero (travestito da psichiatra).

2. Sempre nel 1992 presentai alla Conferenza nazionale neozelandese sui disturbi alimentari il caso di una giovane donna che avevo conosciuto circa nove anni prima nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale locale (Drury, 1992a). «Eve» disse di essersi sentita subito a suo agio con me perché parlavo di filosofia e di storia, a differenza di quanto aveva vissuto con figure professionali della psicologia e con il personale degli ospedali in cui l’avevano fatta ricoverare i genitori. Poiché «Eve» parlava dell’«anoressia» in terza persona, pensammo di poter adottare un approccio narrativo tradizionale, e «Eve» fu d’accordo. Tuttavia non era tradizionale, nel senso che il personale si divise in due équipe: un’«équipe Pro-vita», guidata dal personale medico e infermieristico, e un’«équipe Anti-anoressia», guidata da me e dalla persona che conduceva la terapia con me. L’«équipe Pro-vita» era responsabile del monitoraggio fisico mentre lei era in terapia intensiva, e poi quando fu trasferita nel reparto psichiatrico. Non intratteneva alcuna discussione morale con lei, né con noi. Poteva però leggere la cartella. Il suo compito era rendersi superflua il più rapidamente possibile, ma in sicurezza. Chi di noi faceva parte dell’«équipe Anti-anoressia» le scriveva spesso lettere dopo le nostre conversazioni con lei. Ebbe una breve ricaduta quando si sposò un paio d’anni dopo, ma non diventò affatto una femminista militante, nonostante il nostro discorso di terapia narrativa dell’epoca.

Solo di recente ho cominciato a vedere tutto questo come centrato sulla soluzione, studiando Deleuze (Deleuze & Guattari, 1991/1994). Una delle idee centrali della sua filosofia è che i concetti sono dispositivi inventati per presentare ciò che nel pensiero è impresentabile (Gane, 2009). I concetti hanno una pedagogia, nel senso che non sono fissi, ma mobili e transitori. Imprimono una certa stabilità al flusso del mondo, ma non possono mai rendere giustizia alla complessità del mondo. «Ogni concetto rinvia a un problema, a dei problemi senza i quali non avrebbe senso» (Deleuze & Guattari, 1991/1994, p. 16). Sono relazionali, nel senso che si collegano ad altri concetti. Una volta che hanno svolto la loro funzione, possiamo «riattaccare il telefono». Per esempio, molte persone in trattamento per problemi di alcol e droghe possono accettare l’«astinenza» se è solo per un periodo determinato (Sanders, 2014). Dal punto di vista della mente incarnata, «afferriamo con forza e lasciamo andare con leggerezza». E così l’«équipe Pro-vita» si sciolse quando non fu più necessaria. E «Eve» disse del femminismo: «Non credo che faccia per me, ma ha certamente il mio sostegno» (Drury, 1992a, p. 22).

3. Lavoravo come kaumātua hinengaro (psicologo maori neozelandese) in un’unità maori di salute mentale annessa a un ospedale generale. Lì mi resi conto che il modello terapeutico pōwhiri poutama di Paraire Huata non era mai stato descritto formalmente in alcuna pubblicazione accademica, e mi accinsi a farlo (Drury, 2007). L’idea è che il lavoro dell’antropologo Victor Turner (sulla scia di Arnold van Gennep) sul processo rituale potesse servire da modello per il processo di cambiamento in psicoterapia. In altre parole, la terapia poteva essere vista come un processo rituale attraverso cui le persone passano da una posizione sociale a un’altra. Il rituale più noto della Māoritanga (la cultura maori) è il pōwhiri, celebrato soprattutto come accoglienza su un marae (luogo di incontro). Il pōwhiri è il processo attraverso cui una persona passa dall’essere estranea a un gruppo al farne parte. I poutama sono i gradini di questo rituale, e sono spesso raffigurati come una scala nei pannelli intrecciati della whare (casa). La maggior parte della popolazione neozelandese e di chi visita la Nuova Zelanda ha preso parte prima o poi a un pōwhiri. Poiché impiegavamo diverse persone con poca istruzione formale, ma cresciute nella Nuova Zelanda rurale con il maori come prima lingua, mi sembrò sensato che questo potesse togliere alla psicoterapia la sua aura di mistero, permettendo loro di vederla come un processo che già conoscevano molto bene. In alcuni casi ha permesso a una parte di questo personale di ottenere risultati migliori del personale con formazione universitaria che aveva imparato il maori come seconda lingua e non aveva goduto di una vita intera di pōwhiri. Per questo lo considero una risoluzione centrata sulla soluzione di un dilemma organizzativo.

8 Soprattutto se si lavora nel sistema sanitario pubblico, dove una parte della psichiatria ritiene di poter intervenire in qualsiasi caso.

Problemi del mondo reale

Molte delle persone che sostengono che chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione dovrebbe limitarsi a concentrarsi soltanto sui «futuri preferiti» delle persone assistite non lavorano in servizi sanitari o sociali statali o pubblici. La maggior parte di chi esce dall’università vi entra, il che, se si tratta di salute mentale, significa suonare come minimo il secondo violino rispetto al personale medico. Inoltre, nella salute mentale ci sarà personale infermieristico la cui carriera lo ha portato a redigere le politiche dell’organizzazione; e, a seconda della dirigenza, ci si aspetterà che si seguano queste politiche, che di solito hanno una marcata impronta da «modello medico». Si aggiungano a questo miscuglio le meschine politiche degli ordini professionali e degli organismi di abilitazione — di questi ultimi lo psicologo critico Ian Parker disse una volta che rischiano di diventare «una macchina che incarna il tipo di pratica malsana a cui pretende di opporsi» (Haney, 2012, copertina) — e si ha l’ambiente in cui un gran numero di figure professionali quanto meno comincia. E chi di noi ha una tradizione familiare socialista ci resterà (a meno che non ci caccino).

Non solo: gli studi clinici e i servizi si trovano in un mondo neoliberista, con la sua politica identitaria in cima alla scogliera, che spinge verso di noi la maggior parte delle persone assistite (Wrenn, 2014). Parlando con me, alcune persone che praticano l’approccio centrato sulla soluzione sostengono che, in un regime di pari opportunità (che non riconoscono come un mito), ogni individuo è responsabile dei propri successi e fallimenti. La storia non conta. Ma nel neoliberismo l’identità si misura attraverso il successo economico; e chi non ce l’ha viene etichettato come «perdente», «feccia da roulotte» ecc. (D. George, 2006). A differenza dei «vincenti», che trovano un’identità collettiva in luoghi come il country club, i «perdenti» trovano la loro identità collettiva in gruppi non economici. Sembra che quanto maggiore è il divario tra chi ha e chi non ha, tanto maggiore sia l’adesione o la lealtà verso questi gruppi non economici (Wilkinson & Pickett, 2009). Tuttavia, come conclude Wrenn (2014), la crescente alienazione di questi gruppi serve l’agenda neoliberista, perché il neoliberismo si fonda sull’idea che, per parafrasare Margaret Thatcher, «la società non esiste, esistono solo singoli uomini e donne». Abbiamo bisogno di una nuova comprensione della nostra identità collettiva se vogliamo andare oltre le nostre identità neoliberiste. Mi attira l’idea che questa possa risiedere nella visione di Deleuze o nel nuovo materialismo (Albertini et al., 2025; Deleuze & Guattari, 1972/1984). Comunque sia, credo che il compito di chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione sia tenere presente il contesto politico delle persone assistite, e non compiacersi dei corpi che cadono spinti giù dalla scogliera.

Conclusione

Le bambole Daruma ci offrono un modello semplice di un modo di essere. Un lotto che avevo ordinato aveva la base molto piatta e non si rialzava quando veniva rovesciato. Alcune persone hanno tutto l’aspetto di chi fa terapia, ma… Questo articolo ha proposto un argomento, con alcuni esempi diversi, a favore di un posto per le agende politiche nella pratica centrata sulla soluzione.

Complexe Systémique: che cosa ricordare

Drury riprende la controversia aperta in Non lasciare impronte di Iveson, ma dall’altro capo: non «abbiamo bisogno di una teoria?», ma «dov’è finito il mondo?». La sua risposta è sistemica nel senso antico: Andersen, McCarthy, la cibernetica di secondo ordine e una lettura di Wittgenstein in cui il problema non si risolve, ma si dissolve quando cambia la forma di vita. I tre casi vanno letti come riformulazioni del contesto, non della cognizione: la bilancia diventa un metro da sarta, l’équipe si divide in due mandati, la terapia diventa un rituale di accoglienza. Da leggere insieme al suo assaggio di Wittgenstein e all’intervista ad Allan Wade, che difende la stessa attenzione al contesto sociale.

Bibliografia

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Contatti

Nick Drury holds two Masters degrees in Psychology and a Diploma of Clinical Psychology in New Zealand. He has been practicing as a therapist for more than 35 years: nickdrury@knonews.org

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale Daruma Dolls and Solution Focused Practice, di Nick Drury, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices, vol. 9, n. 1 (2025), pp. 20-32, doi: 10.59874/001c.140675, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza; la fotografia è descritta anziché riprodotta. La traduzione non è stata realizzata né dall’autore né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Daruma Dolls and Solution Focused Practice», pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2025) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina; la presentazione è stata adattata alla lettura online. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Drury, N. (2025). Daruma Dolls and Solution Focused Practice. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/daruma-dolls-and-solution-focused-practice (Opera originale pubblicata nel 2025 in Journal of Solution Focused Practices, vol. 9, n. 1 (2025), pp. 20-32; ripubblicata nel 2025 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/140675)

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