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Journal of Solution Focused Practices · Articolo di posizione

Verso una pratica centrata sulla soluzione critica?

Può un approccio che ha fatto una virtù del non chiedere «perché?» tenere conto delle strutture di potere e delle condizioni sociali? Guy Shennan, formatore nell’approccio centrato sulla soluzione ed ex presidente della British Association of Social Workers, sostiene che la pratica centrata sulla soluzione è cresciuta di pari passo con il neoliberismo e ne porta i segni individualizzati e transazionali. Cerca le risorse di cui essa già dispone per l’azione collettiva — l’orientamento al futuro, la speranza, l’attenzione alle risorse proprie delle persone — e conclude con una sola parola: da «Quali sono le Sue migliori speranze?» a «Quali sono le nostre migliori speranze?».

Autore Guy Shennan, professionista, formatore e consulente nell’approccio centrato sulla soluzione, Guy Shennan AssociatesPrima pubblicazione Journal of Solution Focused Practices, vol. 4, n. 1, 2020Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Towards a Critical Solution-Focused Practice?, di Guy Shennan, pubblicato in Journal of Solution Focused Practices (2020), doi: 10.59874/001c.75064, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, conservando i titoli di sezione dell’autore, spostando la sua nota a piè di pagina in un riquadro e aggiungendo collegamenti interni ad articoli correlati di questo sito, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né dall’autore né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Abstract

Questo articolo esplora le possibili connessioni tra la pratica centrata sulla soluzione, l’azione collettiva e il cambiamento sociale. Esamina in che modo la pratica centrata sulla soluzione potrebbe entrare in tali contesti ed esservi utilizzata. Si argomenta a favore dell’azione collettiva come un tipo di risposta al genere di difficoltà che spingono le persone a cercare una terapia. La questione viene affrontata dapprima in modo centrato sulla soluzione, considerando le caratteristiche dell’approccio che potrebbero favorirne l’adattamento all’azione sociale e collettiva. Infine, si propongono alcune idee per rendere la pratica centrata sulla soluzione più adatta a tali iniziative.

Forse possiamo utilizzare la pratica centrata sulla soluzione cambiando una sola parola in quella domanda iniziale, da «Quali sono le Sue migliori speranze?» a «Quali sono le nostre migliori speranze?».

Guy Shennan

Introduzione

Alcuni sviluppi recenti della pratica centrata sulla soluzione mi hanno entusiasmato più di qualsiasi altro da quando ho conosciuto il modello, a metà degli anni Novanta. Alla conferenza mondiale centrata sulla soluzione del 2017 a Francoforte ho partecipato a una discussione in formato «open space», condotta da Wolfgang Gaiswinkler, su «SF e politica». Durante quell’incontro ci siamo mossi a tentoni, con incertezza, verso ciò che una relazione tra la politica e l’approccio centrato sulla soluzione potrebbe comportare. Alla stessa conferenza sono stato invitato a tenere la sessione plenaria di apertura della conferenza nordamericana della SFBTA nel novembre 2018. Il mio intervento riguardava l’ampliamento dell’approccio centrato sulla soluzione dal livello individuale a quello comunitario. All’inizio del 2018, una sezione della conferenza annuale della UK Association of Solution Focused Practice (UKASFP) si era concentrata su un tema analogo, formulato questa volta come «SF e cambiamento sociale».

Alla conferenza della UKASFP è stata distribuita una bozza di «manifesto centrato sulla soluzione per il cambiamento sociale», firmata in modo un po’ misterioso dal «Solution-Focused Collective». Alla fine dell’estate di quell’anno, un gruppo di professioniste e professionisti dell’approccio centrato sulla soluzione, accomunati dall’interesse a utilizzare le idee e le pratiche centrate sulla soluzione ai fini del cambiamento sociale, si è costituito con questo nome. Dopo aver consultato sui suoi contenuti la più ampia comunità centrata sulla soluzione, abbiamo ulteriormente sviluppato il manifesto e poi lo abbiamo pubblicato (Solution-Focused Collective, 2019).

In questo articolo voglio esplorare le connessioni tra la pratica centrata sulla soluzione e la politica, e che cosa potrebbe significare pensare in questo modo. Non affronto questa impresa in modo neutrale, poiché sono convinto dell’importanza dell’azione collettiva e della necessità del cambiamento sociale. Una delle ragioni per cui la discussione su SF e politica a Francoforte mi interessava era che l’impegno politico si era intrecciato con la mia vita professionale mentre ricoprivo la carica di presidente della British Association of Social Workers, dal 2014 al 2018. In particolare, nell’aprile 2017 ho preso parte a un’iniziativa chiamata «Boot Out Austerity», una marcia di 100 miglia per protestare contro le politiche di «austerità» del governo britannico, che comprendevano tagli feroci ai servizi e ai sussidi per le persone con disabilità e per quelle disoccupate. Si trattava di un’azione collettiva, condotta da un gruppo di assistenti sociali che volevano rendere consapevoli la classe politica e l’opinione pubblica dell’impatto di questa austerità e chiederne la fine (l’espressione «Boot Out Austerity» è un gioco di parole in inglese: «to boot out» è un’espressione colloquiale che significa «sbarazzarsi di», mentre gli scarponi [boots] sono, naturalmente, ciò che indossa chi cammina). Le discussioni di Francoforte e delle conferenze del 2018 nel Regno Unito e negli Stati Uniti mi hanno fatto intravedere la possibilità di portare la pratica centrata sulla soluzione in tali contesti, e il modo in cui potrebbe esservi utilizzata. Indagare queste possibilità potrebbe portare a più domande che risposte, il che non sorprende, dato che siamo in una fase iniziale di questo processo. Se queste domande sono difficili, allora, come suggerisce Jonathan Franzen (2013), varrebbe davvero la pena di porle.

Nota dell’originale

Una versione precedente di questo articolo, in polacco, è stata pubblicata nel primo numero del Polski Biuletyn BSFT all’inizio del 2018.

In primo luogo, illustrerò le ragioni a favore dell’azione collettiva come risposta alle difficoltà che spingono le persone a cercare una terapia. Proseguirò con uno sguardo critico su alcuni aspetti della pratica centrata sulla soluzione che potrebbero ostacolarne l’ingresso nella sfera politica. L’esistenza di tali problemi indicherebbe che occorre lavorare sull’approccio centrato sulla soluzione perché questo passaggio possa avvenire. Affronterò la questione in due modi: innanzitutto, nel più autentico stile centrato sulla soluzione, considerando le caratteristiche dell’approccio che si accordano con un’azione più politica e collettiva o che aiuteranno ad adattarlo a essa. In secondo luogo, proporrò alcune idee per rendere la pratica centrata sulla soluzione più adatta a queste iniziative.

Mi si consenta una breve nota sulla terminologia, poiché le parole possono assumere significati diversi in diverse parti del mondo. Mi riferisco in particolare alla parola «critica» nel titolo di questo articolo. Si tratta naturalmente di una parola d’uso quotidiano, in cui è spesso associata al negativo e persino al distruttivo. Posta davanti a «pratica», però, può riferirsi ad «approcci aperti e riflessivi che tengono conto di prospettive, esperienze e presupposti diversi» (Glaister, 2008, p8). Noi ci spingiamo un po’ oltre e usiamo l’espressione «pratica centrata sulla soluzione critica» per evocare, ad esempio, la «psicologia critica» e la «psichiatria critica», prospettive dei rispettivi campi che attingono alla teoria critica (Fox et al., 2009; Thomas, 2017). Questa ha origine nella sociologia della Scuola di Francoforte, anche se oggi il termine designa più ampiamente le critiche della società che mettono in luce e contestano le strutture di potere (Bohman, 2019). La teoria critica ritiene che i problemi sociali siano determinati più dalle strutture della società che da fattori individuali, e le prospettive di pratica a essa associate considerano quindi il cambiamento sociale e l’azione collettiva almeno altrettanto importanti del cambiamento individuale.

Le ragioni dell’azione collettiva

Agli albori delle professioni d’aiuto, l’azione collettiva era un tratto comune. Nel Regno Unito, ad esempio, il servizio sociale fu inizialmente tanto un approccio collettivo, fatto di campagne e riforme, quanto un approccio rivolto a individui e famiglie (Dickens, 2018). L’importanza del primo rispetto al secondo fu sostenuta, tra le altre figure del servizio sociale, da Clement Attlee (1920) (in seguito il primo ministro britannico responsabile dello sviluppo dello Stato sociale del dopoguerra), il che a sua volta influenzò il lavoro di Jane Addams negli Stati Uniti (Knight, 2010). Addams, nota come la «madre» del servizio sociale, fece sì che all’inizio esso ponesse un forte accento sulla riforma. Ciò fu messo in discussione dalla graduale crescita della psicoterapia e della psicologia, più individualizzate, che conobbero una rapida accelerazione nella seconda metà del Novecento (Rose, 1990).

Il sociologo C. Wright Mills (1959, p.9) tracciò un’importante distinzione tra problemi personali e questioni pubbliche. La illustrò con il caso della disoccupazione:

Quando, in una città di 100.000 abitanti, è disoccupato un solo uomo, si tratta di un suo problema personale, e per porvi rimedio guardiamo giustamente al carattere di quell’uomo, alle sue capacità e alle sue opportunità immediate. Ma quando, in una nazione di 50 milioni di lavoratori dipendenti, 15 milioni di uomini sono disoccupati, si tratta di una questione pubblica, e non possiamo sperare di trovarne la soluzione entro la gamma di opportunità aperte a un singolo individuo. È la struttura stessa delle opportunità a essere crollata. Sia la corretta formulazione del problema sia la gamma delle soluzioni possibili ci impongono di considerare le istituzioni economiche e politiche della società, e non soltanto la situazione personale e il carattere di una manciata di individui sparsi.

La pertinenza di questa distinzione è stata rafforzata negli ultimi anni dagli effetti dei programmi di austerità attuati da molti governi dopo la crisi finanziaria del 2008. L’impatto psicologico dell’austerità è stato ampiamente documentato (McGrath et al., 2015), anche se ciò non significa che tale impatto richieda risposte individualizzate. La necessità di una risposta collettiva è stata sottolineata da gruppi di utenti dei servizi, ad esempio il gruppo radicale britannico di sopravvissute e sopravvissuti alla psichiatria Recovery in the Bin (2015). Come ha detto una persona che si rivolge ai servizi di salute mentale: «Il miglior antidepressivo è l’azione collettiva» (Curtis, 2018).

La pratica centrata sulla soluzione: una critica individualista

La convinzione che servano risposte collettive è uno dei tratti distintivi degli approcci radicali e critici nelle professioni d’aiuto; un altro è l’attenzione al lavoro collaborativo e all’empowerment delle persone che si rivolgono ai servizi. Benché l’attenzione centrale della pratica centrata sulla soluzione a ciò che la persona vuole possa far pensare che si tratti di un approccio radicale, essa è rimasta un’impresa in larga misura individualizzata. In un articolo influente, Miller e de Shazer (1998) intendono chiaramente tenere la terapia centrata sulla soluzione lontana dalla politica, così come viene di solito intesa, e non trattare i problemi della clientela come problemi sociali. Sostengono che, in un altro gioco linguistico, chi pratica la terapia centrata sulla soluzione partecipa effettivamente a un processo politico, sostituendo le storie centrate sul problema delle persone in terapia con storie centrate sulla soluzione. Si tratta di un gioco linguistico che concepisce la terapia come un lavoro, che consiste nel costruire il cambiamento insieme alla clientela, e «è per questo che la clientela paga chi fa terapia» (Miller and de Shazer, 1998, p.367).

Il modo in cui la pratica centrata sulla soluzione viene qui concettualizzata è legato al contesto in cui si è originariamente sviluppata, in cui una persona paga un onorario per ricevere una terapia. Da allora si è estesa a molti altri contesti, eppure ha portato con sé i tratti individualizzati e transazionali del contesto di mercato privatizzato. Lo sviluppo della terapia centrata sulla soluzione è stato praticamente coestensivo all’era attuale del neoliberismo, e parte del nostro argomento è che i modelli di pratica dominanti non possono sottrarsi all’influenza del più ampio panorama sociale e politico. Nell’era neoliberista, «tutte le forme di solidarietà sociale dovevano essere dissolte a favore dell’individualismo, della proprietà privata, della responsabilità personale e dei valori familiari» (Harvey, 2005, p.23). Così, sebbene si sia tentati di considerare radicale l’atto di chiedere alla persona che cosa vuole, finché questo resta a livello individuale lo si può anche vedere come un contributo ai «modi in cui gli individui vengono incoraggiati, o persino costretti, a considerarsi interamente responsabili di ogni aspetto della propria vita» (Ferguson, 2017, p.76).

La parola «costretti» può sembrare forte, ma dobbiamo fare attenzione al modo in cui la terapia centrata sulla soluzione potrebbe essere utilizzata in programmi governativi, accanto ad altri interventi psicologici, come strumento di «psicocompulsione», ad esempio per far tornare le persone al lavoro (Friedli & Stearn, 2015). C’è un prezzo da pagare quando si cerca di rendere le persone interamente e individualmente responsabili della propria vita. Come dice Recovery In The Bin (2015), «l’autonomia e l’autodeterminazione si possono raggiungere solo attraverso la lotta collettiva, e non attraverso lo sforzo e l’aspirazione individualistici».

A queste riflessioni sul contesto e sui limiti del chiedere agli individui che cosa vogliono si aggiungerebbe una critica di ispirazione politica dell’approccio centrato sulla soluzione, incentrata sulla sua scarsa attenzione alla domanda «perché?». Questa è considerata la domanda centrale nel lavoro di gruppo autodiretto (self-directed groupwork), un approccio all’azione collettiva sviluppatosi all’interno del servizio sociale (Fleming & Ward, 2017), che ha legami con la pedagogia critica di Freire (1970). Chi ha sviluppato il modello del lavoro di gruppo autodiretto critica gli approcci che saltano direttamente dalla domanda «che cosa?» alla domanda «come?», senza affrontare nel mezzo il «perché?». Sostiene che ciò limita la portata delle soluzioni a «il mondo privato che circonda le persone e ciò che rientra nelle loro conoscenze ed esperienze esistenti» (Fleming and Ward, 2017). L’idea è che chiedere «perché?», soprattutto in un contesto di gruppo, sviluppi una coscienza critica e conduca a una gamma più ampia di opzioni di azione e di cambiamento.

Questa attenzione ai problemi, e al processo più che all’esito, distingue nettamente il lavoro di gruppo autodiretto dalla pratica centrata sulla soluzione, e in questa fase non è chiaro che cosa questa critica specifica possa offrire a chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione. Ma chissà quale sintesi potrebbe nascere dal confronto con un approccio così antitetico! L’importante è adottare una posizione critica e riflessiva verso i propri metodi, il che fa già parte di per sé di un approccio politico (Warren, 1984). Come minimo, ciò manterrà vivo il nostro approccio e ci aiuterà a passare dal conformismo allo sviluppo e al cambiamento.

Il centrato sulla soluzione come pratica radicale

Sembra dunque che ci sia del lavoro da fare perché la pratica centrata sulla soluzione possa essere adattata all’uso in un contesto politico, come parte di un’azione collettiva orientata al cambiamento sociale. Se vogliamo che la pratica centrata sulla soluzione si muova in questa direzione, guardiamo innanzitutto a ciò che già accade, alla ricerca di «occasioni» in cui un simile adattamento è già presente.

Più sopra abbiamo formulato una riserva riguardo al punto di partenza centrato sulla soluzione, che consiste nel chiedere alla persona che cosa vuole: questo può portare a ridurre il cambiamento sociale necessario al perseguimento di obiettivi individuali, attribuendo all’individuo una responsabilità impropria. Al tempo stesso, se ci si guarda da questo rischio, chiedere a una persona, o a un gruppo di persone, che cosa vuole resta un atto potenzialmente radicale e capace di dare potere. Farò due esempi. Ferguson (2017) descrive le memorie di John Perceval, del 1838, come «forse il resoconto più acuto e toccante mai scritto da un ex paziente sulla vita in manicomio» e ne riporta questo estratto (p.37):

Quella gente agiva come se il mio corpo, la mia anima e il mio spirito fossero stati consegnati in tutto e per tutto al loro controllo, perché vi esercitassero la loro malizia e la loro follia. Il mio silenzio, suppongo, valeva come consenso. Voglio dire che non mi è mai stato detto: faremo questa e quest’altra cosa; riteniamo opportuno somministrarLe questo e quest’altro farmaco, in questo o in quel modo; non mi è mai stato chiesto: Desidera qualcosa? Vorrebbe, preferirebbe qualcosa? Ha qualche obiezione a questo o a quello?

Il mio secondo esempio è collettivo. Qualche anno fa partecipavo a una conferenza di servizio sociale in Corea del Sud, durante la quale un gruppo impegnato per i diritti delle persone con disabilità inscenò una protesta mentre il ministro pronunciava il discorso di benvenuto. Il pubblico rimase scioccato dal trattamento riservato alle persone con disabilità, che furono allontanate dal palco e dalla sala, ma alla fine della conferenza, tre giorni dopo, erano di nuovo sullo stesso palco, questa volta su invito dell’organizzazione della conferenza, e poterono trasmettere il loro messaggio. Ciò avvenne in seguito a negoziati con chi ospitava la conferenza, ma fui anche testimone di una relazione autenticamente collaborativa sviluppatasi tra le persone con disabilità mobilitate e un gruppo di assistenti sociali militanti presenti alla conferenza, grazie alla quale il gruppo di persone con disabilità ottenne sostegno nel far valere le proprie ragioni. Tutto cominciò quando una delle persone del servizio sociale trovò, dopo la protesta, il sito web del gruppo e gli inviò un’e-mail che si concludeva con la semplice domanda: «Di che cosa avete bisogno da noi, che cosa volete?» (Shennan, 2016).

Da molti anni ormai la domanda iniziale del gruppo BRIEF di Londra usa la parola «speranza» invece di «volere»: «Quali sono le Sue migliori speranze rispetto al nostro lavoro insieme?» (Ratner et al., 2012). Un libro recente dello studioso marxista inglese Terry Eagleton (2015) potrebbe spiegare la popolarità di questa particolare domanda, poiché vi si esaminano le differenze tra speranza e desiderio. Quella di Eagleton è un’analisi ricca, che attinge ampiamente a fonti politiche, religiose e letterarie, e alla quale non posso rendere giustizia qui. Ne evidenzierò alcune differenze, che ci rendono attenti agli aspetti politici della speranza. In primo luogo, la speranza, a differenza del desiderio, può esprimere una possibilità oltre che un auspicio. «Spero di vederti a Copenaghen a settembre» lascia intendere che mi aspetto che possa accadere, mentre «Vorrei essere Lionel Messi» no (per chi non segue lo sport, mi riferisco qui al più grande calciatore del mondo).

Una conseguenza di questo aspetto della speranza, l’essere desiderio di qualcosa che si ritiene possibile, è che invita ad agire per realizzarlo. Per Tommaso d’Aquino, questa azione fa parte della speranza stessa, che egli definisce «un movimento… verso un bene arduo» (Eagleton, 2015, p.50). Il fatto che la speranza sia un’attività e non uno stato mentale la rende performativa, cioè essa «non è semplicemente un’anticipazione del futuro, ma una forza attiva nella sua costituzione» (p.84). Come scrisse il poeta romantico inglese Shelley in Prometheus Unbound: «sperare finché la Speranza crei / dal proprio naufragio la cosa che contempla». Eagleton vi trova una spiegazione del legame tra immaginazione romantica e politica radicale, e ciò potrebbe suggerire anche a noi che gli inviti che rivolgiamo alla nostra clientela a immaginare futuri preferiti potrebbero condurre all’azione politica (p.85):

Il semplice fatto di poter immaginare un futuro alternativo può distanziare e relativizzare il presente, allentandone la presa su di noi al punto che il futuro in questione diventa più realizzabile. È una delle ragioni per cui l’immaginazione romantica ha un legame con la politica radicale. La vera disperazione si avrebbe quando immaginazioni simili fossero inconcepibili.

Questa idea della speranza come movimento e le sue implicazioni per l’azione politica significano che qui è pertinente non solo l’orientamento al futuro della pratica centrata sulla soluzione, ma anche la sua attenzione al progresso. Eagleton cita inoltre voci della teologia come Jurgen Moltmann, che descrive il cristianesimo come «speranza, che guarda avanti e va avanti, e perciò anche rivoluzionaria e trasformatrice del presente» (p.54). Ciò si accorda con l’attenzione alle narrazioni progressive nella pratica centrata sulla soluzione (de Shazer, 1991) e lascia intravedere un potenziale ancora inesplorato per l’impiego dell’approccio nei movimenti radicali, politici o spirituali che siano.

Possiamo anche ricordare l’attenzione della pratica centrata sulla soluzione alle risorse. Raymond Williams (1983, p.241) descrisse i movimenti sociali, come il movimento per la pace e il movimento femminista, come «risorse per un viaggio di speranza», che a suo avviso erano necessarie per andare oltre la globalizzazione. Lavorando con movimenti e gruppi di utenti dei servizi, chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione presterebbe di norma attenzione alle loro risorse, che secondo Jones e Novak (2014, p.17) comprendono «intuizioni e comprensioni senza pari delle loro sfide e difficoltà e dei modi per affrontarle». Nel caso delle persone che si rivolgono ai servizi e vivono in povertà, si tratterebbe di un correttivo quanto mai necessario, poiché i due autori affermano poi che «l’intraprendenza delle persone povere è un contributo alla lotta molto trascurato».

Sembrano dunque esserci diversi modi in cui la pratica centrata sulla soluzione potrebbe già essere utile rispetto all’azione collettiva e al cambiamento sociale e politico. Possiamo anche notare che l’approccio è già utilizzato con gruppi di persone e non solo con individui, sebbene in contesti diversi da quelli qui considerati. Esistono numerosi esempi di lavoro di gruppo centrato sulla soluzione, in contesti educativi o di cura (Metcalf, 1998; Sharry, 2007), anche se il trattamento riguarda di solito individui che si sono riuniti solo a questo scopo, piuttosto che un lavoro con un collettivo in quanto tale. Probabilmente ci sono ancora insegnamenti da trarre in questo ambito, e forse ancor di più dalla pratica centrata sulla soluzione nelle e con le organizzazioni (McKergow & Clarke, 2007). Al di fuori della pratica centrata sulla soluzione, ma a essa legato per l’attenzione alle risorse, anche lo sviluppo di comunità basato sulle risorse (asset-based community development) potrebbe essere una fonte a cui attingere (McKnight & Block, 2010).

Una nota di cautela

Prima di esaminare come la pratica centrata sulla soluzione possa diventare più pertinente per il cambiamento sociale, affronterò un possibile timore circa la natura del cambiamento sociale per il quale l’approccio potrebbe essere utilizzato. Nel manifesto citato sopra (Solution-Focused Collective, 2019) è chiaro che si tratta di un movimento verso una maggiore giustizia sociale. Potrebbe sembrare difficile obiettare a un simile obiettivo, ma sorgono due questioni. La prima è che un termine come giustizia sociale è vago e che la giustizia, per così dire, sta negli occhi di chi guarda. Un fine che appare giusto a un gruppo della società può apparirlo meno ad altri. La seconda è che, in ogni caso, questo non è l’unico tipo di cambiamento sociale auspicato. Esistono gruppi nativisti e altri gruppi razzisti che considerano anch’essi ingiuste determinate strutture sociali, e non c’è motivo di supporre che un approccio centrato sulla soluzione non possa essere utilizzato per perseguire gli obiettivi sociali che essi prediligerebbero. In risposta, possiamo osservare che la stessa questione si pone a chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione nel lavoro con gli individui, dove le questioni etiche vanno gestite allo stesso modo. Ciò è trattato esplicitamente nei criteri di un «progetto comune» centrato sulla soluzione

Abbiamo detto talvolta che, quando riusciamo a riassumere in una o due frasi ciò che la persona vuole, e si tratta di qualcosa di importante per lei, realistico nella sua attuale situazione di vita ed etico — il che significa qualcosa che vogliamo contribuire ad aiutarla a creare e qualcosa che rientra nell’ambito legittimo del nostro lavoro —, allora abbiamo un progetto. (Korman, 2017)

Analogamente, in ogni società esisteranno meccanismi per sancire i progetti di cambiamento sociale, e la disponibilità di un nuovo approccio da utilizzare in tali progetti è neutrale rispetto al loro fondamento etico.

Più avanti verso una pratica centrata sulla soluzione critica?

Veniamo infine a ciò che potrebbe aiutare a portare ulteriormente la pratica centrata sulla soluzione verso l’arena politica. La cosa più importante è che dobbiamo affrontare questo compito collettivamente. Così come il neoliberismo ha isolato le persone con cui lavorano le professioni d’aiuto, ha anche frammentato le professioni e i servizi in cui lavoriamo. Stringere alleanze con altre figure professionali che condividono la stessa visione è fondamentale e, per fortuna, ci sono diversi gruppi che hanno compiuto passi verso modelli di lavoro collettivi e da cui possiamo imparare. Tra questi figurano la psichiatria critica (Thomas, 2017), la psicologia critica, di comunità e della liberazione (Fox et al., 2009; Afuape & Hughes, 2016) e il servizio sociale radicale (Turbett, 2014).

Ciascuno di questi gruppi ha sviluppato alleanze con gruppi di utenti dei servizi. Benché anche questo sia un aspetto importante dell’azione collettiva, pone a chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione una questione che richiederà qualche riflessione. Almeno nel contesto terapeutico, i contatti tra chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione e la sua clientela sono relativamente fugaci, poiché chi esercita mira a non lasciare impronte nella vita della persona (Insoo Kim Berg, citata in George et al., 1999, p.36). Stringere alleanze per il cambiamento sociale, che porterebbero chi pratica a entrare più a fondo nella vita della propria clientela, non si concilia facilmente con questo. Tuttavia, in altri contesti, chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione lavora effettivamente con la propria clientela su tempi più lunghi e, inoltre, è probabile che l’azione collettiva comporti attività di campagna e non soltanto pratica centrata sulla soluzione come è tradizionalmente concepita.

Forse il cambiamento più radicale di tutti, quello che permetterebbe un’alleanza tra chi esercita le professioni d’aiuto e chi si rivolge ai servizi, si avrebbe se adottassimo la posizione di Raymond Williams, riportata da Eagleton (2015, p.68), il quale «dà per scontato che la speranza non sia anzitutto speranza per sé, ma speranza per noi» (corsivo aggiunto). Nel film di Ken Loach del 2016, I, Daniel Blake, il protagonista che dà il titolo all’opera, sottoposto all’indegnità del sistema previdenziale britannico e privato dei sussidi, prepara un discorso che risuona di sfida. Comincia così: «Non sono un cliente, né un consumatore, né un utente dei servizi…» e finisce: «Io, Daniel Blake, sono un cittadino, niente di più, niente di meno». Condividiamo la stessa cittadinanza, e la globalizzazione e le politiche regressive, come l’austerità e la riduzione dei servizi pubblici, ci colpiscono senza eccezioni. Allora forse chi di noi si unisce in queste cause comuni può utilizzare la pratica centrata sulla soluzione cambiando una sola parola in quella domanda iniziale, da «Quali sono le Sue migliori speranze?» a «Quali sono le nostre migliori speranze?».

Ringraziamenti

Una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata nel Polski Biuletyn BSFT, e desidero ringraziare quella rivista e in particolare la sua direttrice, Marta Rudnik, per averne autorizzato la pubblicazione altrove. Grazie anche a Rayya Ghul, Steve Myers, Marc Gardiner e a chi ha svolto la revisione anonima per i commenti su una bozza di questa versione aggiornata.

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Articolo originale Towards a Critical Solution-Focused Practice?, di Guy Shennan, pubblicato in Journal of Solution Focused Practices, vol. 4, n. 1 (2020), doi: 10.59874/001c.75064, con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con l’impaginazione adattata alla lettura online. Fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Towards a Critical Solution-Focused Practice?», pubblicato in Journal of Solution Focused Practices (2020) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e presentazione adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Shennan, G. (2020). Towards a Critical Solution-Focused Practice?. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/towards-a-critical-solution-focused-practice (Opera originale pubblicata nel 2018 in Polski Biuletyn BSFT, n. 1, 2018 (versione precedente, in polacco); ripubblicata nel 2020 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/75064)

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