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Journal of Marital and Family Therapy · Terapia familiare

Trasformare sette forme di dolore relazionale

Perché una famiglia soffre? Invece di dare un nome a un disturbo, l’équipe del Calgary Family Therapy Centre riunita attorno a Joaquín Gaete-Silva e Karl Tomm cerca la speranza relazionale che si scontra con un «non posso». L’équipe distingue sette forme di dolore relazionale, dal giudicare male al lutto mal elaborato, e propone per ciascuna domande riflessive che aiutano una famiglia a ritrovare le relazioni che preferisce.

Autrici e autori Joaquín Gaete-Silva e Karl Tomm (University of Calgary e Calgary Family Therapy Centre, Canada); Inés Sametband (Department of Psychology, Mount Royal University, Calgary); Sumerlee Samuels (Calgary Family Therapy Centre)Prima pubblicazione Journal of Marital and Family Therapy, 16 giugno 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Transforming Seven Kinds of Relational Pain, di Joaquín Gaete-Silva, Karl Tomm, Inés Sametband e Sumerlee Samuels, pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (Wiley) (2025), doi: 10.1111/jmft.70043, sotto licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Il dolore nasce quando percepiamo una discrepanza tra i nostri «dovrei» relazionali e il nostro potere di realizzarli.

Joaquín Gaete-Silva, Karl Tomm, Inés Sametband e Sumerlee Samuels

Riassunto

La terapia Bringforthist estende le pratiche sistemiche dell’intervista interventiva (Interventive Interviewing) e applica il focus relazionale dell’IPscope. Approfondiamo questi quadri di riferimento mettendo in luce la loro sensibilità ai bisogni dei membri della famiglia, plasmati localmente, attraverso le nozioni di preferenze relazionali e di dolore relazionale. Le preferenze relazionali designano le aspettative normative dei membri della famiglia sulle loro relazioni (i «dovrei» della relazione), mentre il dolore relazionale designa il loro vissuto di speranze non realizzate rispetto alle loro preferenze relazionali culturalmente situate (i «non posso» della relazione). Distinguiamo sette varianti di preferenze non realizzate, aggravate da diversi pattern patologizzanti di interazione interpersonale. Le chiamiamo le sette «M» del dolore relazionale: giudicare male (Misjudging), disallineare (Misaligning), misconoscere (Misrecognizing), appropriarsi indebitamente (Misappropriating), maltrattare (Mistreating), diffidare (Mistrusting) ed elaborare male il lutto (Misgrieving). Le discutiamo ciascuna in relazione a sette «R» corrispondenti che potrebbero far emergere una guarigione relazionale, ossia rivalutare (Reappraising), riallineare (Realigning), riconoscere (Recognizing), riappropriarsi (Reappropriating), rivelare (Revealing), riconciliare (Reconciling) e ri-membrare (Re‐membering). Delineiamo inoltre alcuni pattern di interazione prototipici per illustrare come affrontare queste diverse forme di dolore.

Chi fa terapia ispirandosi alla terapia Bringforthist (Tomm et al. 2025) vede gli individui rispondere alle persone significative attraverso interazioni strutturate in pattern che fanno emergere i loro mondi sociali (per esempio valori, ruoli, pratiche), i quali, ricorsivamente, li fanno emergere come partecipanti inseriti in relazioni in corso. Questa comprensione interattiva si estende alla relazione tra chi fa terapia e una famiglia così come alle relazioni tra i membri della famiglia. Così, invece di imporre visioni normative su come essere una buona famiglia, chi pratica la terapia Bringforthist privilegia pratiche terapeutiche sintonizzate sulle forme uniche di dolore relazionale di ciascuna famiglia, che consideriamo influenzate da speranze relazionali plasmate localmente.

1 Dolore relazionale = speranza + non posso

Di solito le persone si rivolgono alla terapia di coppia e familiare per affrontare una qualche difficoltà relazionale: nella loro relazione (o nelle loro relazioni) è successo o sta succedendo qualcosa che le ferisce profondamente. Qualifichiamo questo dolore come relazionale per distinguerlo dal dolore fisico e per delimitarlo come il tipo di disagio che spinge le persone a cercare forme relazionali di terapia (per esempio terapia familiare, psicoterapia) piuttosto che la fisioterapia. Talvolta i tipi di dolore che derivano da ferite relazionali vengono chiamati dolore mentale o dolore emotivo. Questa lettura tende a privilegiare un focus individualizzante nella comprensione dell’esperienza umana. Sebbene il dolore sia provato da individui, parliamo di dolore relazionale per sottolineare che (a) nasce dalle relazioni con qualcuno o qualcosa a cui si tiene profondamente (per esempio valori plasmati dalla cultura); e (b) gli individui intendono il loro dolore come qualcosa che implica difficoltà relazionali, ostacoli alla realizzazione delle loro speranze.

Prendiamo la situazione di un genitore che chiede una terapia per una preoccupazione: l’aggressività eccessiva di sua figlia o di suo figlio. Perché l’aggressività sia vissuta come dolorosa sul piano relazionale, occorre (a) che sia valutata alla luce di una speranza implicita come «le persone dovrebbero comportarsi con rispetto, in modo prosociale». In altri termini, quando qualcuno nota una discrepanza tra una speranza relazionale (per esempio l’aspettativa normativa che in età infantile si rispettino le altre persone) e l’esperienza effettiva (per esempio «risponde sempre in modo insolente e ha comportamenti troppo aggressivi»), è probabile che provi un dolore relazionale. Perché questo dolore diventi oggetto di una terapia relazionale, immaginiamo che il genitore abbia una qualche comprensione prefigurativa di (b) ostacoli relazionali ancora da individuare che potrebbero impedire un comportamento prosociale (per esempio «non mi ascolta, forse con voi si aprirà e ascolterà… forse potrà sviluppare qualche abilità…. oppure potrei imparare strategie per insegnare a trattare le altre persone con rispetto»).

Gli aspetti relazionali del dolore mentale sono spesso minimizzati nei modi culturalmente dominanti di comprendere il dolore e la sofferenza all’interno delle professioni della salute mentale. Per esempio, nei manuali psichiatrici come il DSM, il dolore mentale è spesso considerato il sintomo di una sindrome o di un disturbo mentale sottostante (American Psychiatric Association 2013). In alcuni ambienti, questo discorso promuove concezioni delle problematiche di salute mentale, come i problemi della condotta (per esempio aggressività, comportamento di sfida, imbrogli, menzogne, autolesionismo e suicidalità) o i problemi emotivi (per esempio ansia, depressione, questioni di identità di genere e questioni legate al trauma), come qualcosa che esiste sotto la pelle di una persona e che va riparato: «un’alterazione clinicamente significativa… che riflette una disfunzione nei processi psicologici, biologici o evolutivi che sottendono il funzionamento mentale» di un individuo (American Psychiatric Association 2013, p. 14). Tali formulazioni tendono a trascurare che questi (cosiddetti) sintomi di disfunzione individuale diventano spesso dirompenti o dolorosi per altre persone (Gaete‐Silva and Gaete 2021). Inoltre, chi ne viene disturbato risponde spesso in modi giudicanti che generano altro dolore negli altri, e altro comportamento dirompente. Facendo emergere questo dolore come relazionale, speriamo di offrire una lente sistemica per cogliere sia come il concetto di dolore possa essere formulato in termini interpersonali, sia come tale dolore possa essere mantenuto, o smantellato, attraverso particolari modi di relazionarsi.

Vediamo il dolore relazionale come qualcosa che nasce dall’esperienza di non ricevere un amore adeguato, di subire indifferenza, svalutazione o negazione da parte di persone significative. Parafrasando Maturana, la vita fa male nei luoghi in cui nessuno ci vede (Amiguet 2005). Sul piano esperienziale, diversi tipi di dolore relazionale possono essere espressi linguisticamente con frasi della forma «non posso…» (Gaete and Gaete 2021), il che implica una speranza che coinvolge persone significative e che non può realizzarsi. Poiché il «non posso» implica desideri non soddisfatti all’interno di relazioni significative, ne deduciamo una «speranza relazionale» sottostante, una forte preferenza per qualcosa di meglio nella relazione e non un desiderio banale. Queste speranze possono essere viste come valutazioni etiche, normative, culturalmente situate, riguardo al modo in cui le persone aspirano a vivere la propria vita (Gaete, Sametband, et al. 2018; Taylor 1985): qualcosa che le persone sentono di «dover» avere, fare o essere in relazione alle persone significative. Naturalmente, poiché gli individui interiorizzano o adottano spesso il punto di vista delle persone significative su sé stessi, le speranze relazionali possono essere alla base del dolore anche senza la presenza effettiva dell’altro. Il dolore nasce quando percepiamo una discrepanza tra i nostri «dovrei» relazionali e il nostro potere di realizzarli. In parole semplici, dunque, dolore relazionale = speranza + non posso.

Dare un nome a un comportamento problematico, come l’aggressività, non ci dice molto su ciò che potrebbe suscitarlo. Può darsi che l’aggressività manifestata in età infantile (o il fatto che «non si riesca a essere prosociali quanto si dovrebbe») sia la risposta a un sentimento di oppressione da parte di qualcosa o di qualcuno. Oppure può darsi che chi la manifesta stia vivendo una perdita inconsolabile. In alternativa, l’aggressività può derivare dalla mancanza di occasioni per imparare a gestire la frustrazione e a regolare le proprie emozioni. Oppure può essere la conseguenza di una qualche forma di abuso che non è stata affrontata.

Invece di etichettare diversi tipi di comportamenti problematici, sindromi o disturbi mentali, in questo articolo distinguiamo sette forme di dolore relazionale sottostante. Non le consideriamo esaustive: le proponiamo semplicemente come presentazioni comuni del dolore nel nostro contesto di pratica terapeutica. La nostra comprensione del dolore come relazionale è un pilastro della terapia Bringforthist così come è stata sviluppata al Calgary Family Therapy Centre. Abbiamo finito per vedere nella denominazione di questi dolori l’indicazione di occasioni per far emergere diversi pattern di pratica terapeutica, così da affrontarli ciascuno in modo specifico. Due quadri importanti che sostengono questo processo nella terapia Bringforthist sono l’intervista interventiva e l’IPscope. Li passiamo brevemente in rassegna per offrire un contesto ad alcune delle nostre pratiche recenti di decostruzione del dolore relazionale e di co-costruzione del benessere relazionale.

2 Intervista interventiva e domande riflessive

In una serie di articoli sull’intervista interventiva, Tomm (per esempio 1987) ha suggerito che certe domande potrebbero essere terapeutiche non perché generano insight nei membri della famiglia, ma perché aiutano a tracciare distinzioni riflessive riguardo alle speranze relazionali. Queste distinzioni offrono modi di comprendere le relazioni che non solo le descrivono, ma le plasmano anche nei modi preferiti, permettendo ai membri della famiglia «di generare o generalizzare da sé pattern costruttivi di cognizione e di comportamento» (1987, p. 4).

Per illustrare le domande riflessive, Tomm (1987) riferisce di una seduta di terapia in cui una famiglia si era presentata con una fratria che si lamentava incessantemente di un padre troppo aggressivo nel suo modo di essere genitore. Chi conduceva la terapia pose alla fratria una domanda riflessiva sugli effetti che un’ipotetica assenza della madre avrebbe potuto avere sulla relazione con quel padre cosiddetto tirannico. La domanda attivò l’immaginazione della fratria (per esempio «probabilmente ci aiuterebbe a cucinare e a fare i compiti»), poi ricordi ad hoc della relazione passata (per esempio «come quella volta che lui…») e infine atteggiamenti attuali che vedevano il padre come affettuoso, al punto che la fratria cominciò a difenderlo. Secondo Tomm (1987), la domanda riflessiva finì per «interrompere il processo maligno della colpevolizzazione [permettendo] alla fratria di “far emergere” una lettura del padre come genitore premuroso» (p. 1). Questo sembrò avere un effetto di guarigione, poiché aprì uno spazio per realizzare un modo preferito di relazionarsi al padre.

Tomm (1987) definiva queste domande riflessive interventive, cioè «poste con l’intento di facilitare l’autoguarigione» (p. 4) all’interno del sistema familiare. Per evitare di speculare sulle intenzioni di chi fa terapia, Gaete, Couture, et al. (2018) hanno più recentemente ridefinito le domande riflessive in base ai loro effetti relazionali osservabili. In particolare, queste domande permettono di co-costruire comprensioni preferite delle relazioni tra i membri della famiglia (per esempio una genitorialità accudente preferita a una genitorialità tirannica). In altri termini, le domande riflessive potrebbero aiutare le persone in terapia a cambiare il modo di vedere e di vivere le loro relazioni in modi reciprocamente preferiti, trasformando così il dolore relazionale in benessere relazionale (Gaete, Sametband, et al. 2018, 2021).

3 L’IPscope (PIP, HIP, WIP, TIP, SCIP e DIP)

A integrazione del quadro dell’intervista interventiva, Tomm et al. (2014) hanno sviluppato l’IPscope (Interpersonal‐Pattern‐scope) per valutare le influenze relazionali che si autoalimentano, o pattern interpersonali (IP), costituiti da inviti reciproci che mantengono il dolore relazionale o il benessere relazionale. Ciò che trasforma questi inviti in pattern che si autoalimentano è il fatto che formano accoppiamenti che si innescano a vicenda. Per esempio, le pratiche colpevolizzanti di un membro giovane della famiglia possono innescare le pratiche di negazione del padre, che a loro volta innescano più colpevolizzazione, la quale innesca a sua volta più negazione e così via, instaurando e mantenendo un pattern interpersonale patologizzante (PIP) radicato nel processo maligno della colpevolizzazione. Tali pattern di interazione di colpevolizzazione accoppiata alla negazione sono visti come ciò che perpetua il dolore relazionale (Tomm et al. 2014).

In contrasto con questi pattern negativi, pratiche di riconoscimento accoppiate a pratiche di apprezzamento costituiscono un pattern interpersonale di guarigione (HIP) positivo, che potrebbe fornire una sorta di antidoto al dolore relazionale del PIP sopra menzionato. Questi rispettivi pattern interpersonali (IP) potrebbero stabilizzarsi ulteriormente accoppiandosi con speranze relazionali plasmate da idee localmente potenti, o pattern interpersonali socioculturali (SCIP), che alimentano tali pratiche. Per esempio, un’aspettativa come «i padri non dovrebbero essere tirannici con i figli» potrebbe attivare obiezioni contro pratiche paterne distinte/vissute come tiranniche, intensificando così i giudizi che alimentano il PIP familiare di colpevolizzazione accoppiata alla negazione e amplificando il dolore relazionale che l’accompagna. D’altra parte, posizionare il padre come «premuroso» in un modo che corrisponda alle speranze relazionali locali può alimentare l’HIP familiare di riconoscimento accoppiato all’apprezzamento. Con il tempo, questo HIP può stabilizzarsi ulteriormente ed evolvere in un modo di interagire più ampio, che realizza più pienamente le speranze relazionali della famiglia, cioè un pattern interpersonale di benessere o WIP, come un caldo accudimento genitoriale accoppiato al riconoscimento filiale del sostegno dei genitori.

Le domande riflessive stesse possono servire a interrompere pattern relazionali dolorosi (per esempio i PIP), aprendo così uno spazio all’emergere di pattern preferiti (cioè HIP e WIP). Applicando il quadro dell’IPscope, il processo interattivo che interrompe i PIP dolorosi e/o promuove sollievo attraverso gli HIP è distinto come TIP, o pattern interpersonale trasformativo (Tomm et al. 2014). Un TIP generico nella terapia Bringforthist può essere descritto come chi fa terapia che pone domande riflessive, accoppiato ai membri della famiglia che chiariscono modi preferiti di relazionarsi (il che potrebbe facilitare un ricoordinamento dei membri della famiglia secondo quei modi preferiti, impegnandoli così in un HIP). In questa prospettiva, i TIP diventano un tratto distintivo dei processi conversazionali che si possono dire terapeutici. Di conseguenza, i TIP sono stati definiti come pattern relazionali attraverso i quali chi fa terapia e le persone in terapia coordinano le speranze relazionali della famiglia (Gaete et al. 2021).

La figura 1 illustra alcune possibili connessioni tra questi diversi IP in un diagramma IPscopico generico, per mostrare i movimenti dinamici all’interno di un sistema relazionale. Le frecce ad arco rappresentano gli inviti relazionali reciproci e la barra centrale indica la loro complementarità. Nella figura è incluso anche un esempio di possibile pattern interpersonale di deterioramento (DIP) di lamentela accoppiata alla giustificazione, che potrebbe favorire una ricaduta nel PIP originario in questa serie di esempi, nonché possibili SCIP (per esempio idee normative sulla genitorialità) che influenzano questi IP. Preferiamo disegnare gli accoppiamenti in verticale quando tra le componenti comportamentali degli IP può essere in gioco un differenziale di potere (per esempio nella maggior parte dei PIP, HIP, TIP e DIP), e in orizzontale quando la complementarità è fluida e senza attriti (per esempio nei WIP). Gli SCIP tendono a restare sullo sfondo e influenzano gli IP con maggiore o minore intensità a seconda della situazione. Sebbene ogni famiglia attraversi, in un momento o nell’altro della vita comune, tutti questi diversi tipi di IP, le famiglie preferiscono (per definizione) trascorrere la maggior parte del tempo in accordo con le proprie speranze relazionali (rappresentate dagli HIP e dai WIP sul lato destro del diagramma; una descrizione completa dell’IPscope è disponibile in Tomm et al. 2014).

Modello IPscopico che illustra i movimenti tra diversi IP. Nota: la figura comprende sei categorie di pattern interpersonali: patologizzanti (PIP), di deterioramento (DIP), trasformativi (TIP), di guarigione (HIP), di benessere (WIP) e socioculturali (SCIP).
Figura 1. Modello IPscopico che illustra i movimenti tra diversi IP. Nota: la figura comprende sei categorie di pattern interpersonali: pattern interpersonali patologizzanti (PIP), pattern interpersonali di deterioramento (DIP), pattern interpersonali trasformativi (TIP), pattern interpersonali di guarigione (HIP), pattern interpersonali di benessere (WIP) e pattern interpersonali socioculturali (SCIP).

4 Sette «M» del dolore relazionale e sette «R» per il recupero

Abbiamo distinto sette tipi di dolore relazionale (giudicare male, disallineare, misconoscere, appropriarsi indebitamente, maltrattare, diffidare ed elaborare male il lutto), che vediamo sostenuti da diversi accoppiamenti relazionali. Sebbene queste forme di dolore siano qualitativamente diverse, spesso si sovrappongono, talvolta con più tipi di dolore che contribuiscono a una stessa situazione. Così, il predominio di una forma di dolore può spostarsi su un’altra man mano che si dispiegano le sfumature dell’interazione. Al tempo stesso, però, abbiamo l’impressione che la maggior parte delle persone viva queste forme di dolore relazionale in modo simile, cioè come l’essere intrappolate in un vincolo del tipo «dovrei… ma non posso». Questo vincolo è mantenuto da un PIP continuo o intermittente in cui sono immerse le persone che interagiscono. Entrambe le parti provano di solito un dolore significativo, ma il grado di sofferenza varia a seconda della situazione e del differenziale di potere tra chi partecipa al PIP. Come punto di partenza, di solito cominciamo occupandoci del dolore più intenso, che tende a essere vissuto dalla parte più svantaggiata.

Usiamo il pronome di prima persona singolare («io») per mettere in risalto l’aspetto esperienziale del dolore relazionale (e non per indicare che consideriamo il dolore un fenomeno individuale). Riconosciamo che il dolore è tipicamente inteso come qualcosa che accade «dentro» gli individui. Per usare una formulazione comune di Wittgenstein, questa è la «grammatica» del dolore (Wittgenstein 1953): qualcosa che è «sentito» da un «soggetto dell’esperienza», che corrisponde prototipicamente a un individuo. Pur unendoci a queste forme di comprensione ordinaria e rispettandole, le mettiamo in discussione in modi terapeutici/invitanti. Nella nostra pratica di terapia familiare di orientamento sistemico, accogliamo con favore l’invito di Minuchin et al. (2007) a passare dal sintomo al sistema. Partendo dal sintomo del dolore relazionale, individuiamo sette descrizioni sistemiche che nascono da affermazioni in prima persona con la radice comune «dovrei… ma non posso perché…». Queste affermazioni esperienziali corrispondono a ciascuno di questi tipi di dolore relazionale:

  • Dovrei riuscire a fare di più, ma non posso perché sono un fallimento.
  • Dovrei comportarmi bene, ma non posso perché non so come fare.
  • Dovrei accettare l’altra persona, ma non posso perché mi sembra sbagliato.
  • Dovrei fare le mie scelte, ma non posso perché subisco un’oppressione.
  • Dovrei difendermi, ma non posso perché sono impotente.
  • Dovrei riuscire a fidarmi, ma non posso perché ho subito una ferita troppo profonda.
  • Dovrei andare avanti nella mia vita, ma non posso perché ho perso qualcosa che mi era molto caro.

Da un punto di vista bioecologico (Bronfenbrenner and Morris 2006), interpretiamo queste affermazioni del tipo «non posso perché…» come espressioni di una disabilità relativa (Gaete and Gaete 2021). Esse indicano che gli individui arrivano a vivere le proprie speranze come ostacolate da certi impedimenti relazionali. Le persone possono non essere pienamente consapevoli né degli ostacoli né delle speranze relazionali che questi ostacolano; ma sono acutamente consapevoli del dolore che provano quando qualcosa non va per loro. La relazione sperata può essere vista come implicita nel tipo di dolore che provano.

È stato durante un processo dialogico tra il personale terapeutico e le persone tirocinanti del CFTC, nelle riunioni di Research As Daily Practice (George et al. 2015), che abbiamo cominciato a individuare diverse forme di dolore relazionale. Lo abbiamo fatto riflettendo sulla nostra stessa inquietudine, nel ruolo terapeutico, di fronte alle varie preoccupazioni presentate da famiglie in difficoltà. Un’attenzione iniziale ai comportamenti dirompenti comuni nei sistemi familiari (per esempio l’aggressività) ci ha portato a formulare il dolore del disallineamento come «non posso (comportarmi meglio) perché non so come fare». Questa formulazione ha orientato la terapia verso l’invito a tutta la famiglia ad apprendere abilità specifiche che sembravano preziose per tutti i suoi membri (per esempio come gestire la frustrazione in modo più efficace). Tuttavia, quando il comportamento dirompente sembrava legato a identità importanti (per esempio neurodivergente, trans, multiculturale), ci è sembrato più coerente ed efficace incoraggiare l’accettazione piuttosto che il cambiamento. Quest’ultima ha portato alla formulazione «dovrei accettare ma non posso perché mi sembra sbagliato», che abbiamo chiamato misconoscere. Abbiamo poi articolato altri tipi di dolore con formulazioni simili e abbiamo scelto di fermarci a sette, soprattutto perché il nostro obiettivo era delineare «esemplari» di dolore relazionale comuni e facilmente riconoscibili per orientare la nostra pratica con queste famiglie, non creare un elenco esaustivo di tutti i tipi di dolore possibili.

Di conseguenza, illustreremo sette tipi di dolore relazionale, delineando per ciascuno un PIP prototipico che lo sostiene, un possibile HIP che potrebbe soppiantarlo, una corrispondente preferenza relazionale o WIP, e un possibile TIP che potrebbe aiutare a spostare l’interazione dal PIP verso l’HIP o il WIP. Chiamiamo questi esempi prototipici per incoraggiare chi fa terapia a personalizzare le proprie formulazioni relazionali sintonizzandosi con cura sulla situazione unica di ciascuna famiglia. Sconsigliamo di applicare formulazioni da ricettario, che potrebbero semplificare eccessivamente l’enorme varietà di situazioni familiari riconducibili a queste categorie. Nel resto dell’articolo descriveremo alcune dinamiche interazionali comuni associate a ciascun tipo di dolore relazionale e offriremo esempi di domande riflessive specifiche all’interno di TIP che potrebbero permettere un recupero verso le preferenze relazionali implicite della famiglia.

5 Giudicare male e rivalutare

È piuttosto comune che un membro della famiglia giudichi male le capacità di un altro membro e nutra nei suoi confronti aspettative che vanno oltre ciò che è in grado di realizzare. Il mancato soddisfacimento di tali aspettative irrealistiche genera frustrazione e delusione in una o in entrambe le parti, e spesso porta a un dolore relazionale per entrambe. Questa forma di dolore può insorgere indipendentemente dal fatto che la capacità attesa appartenga al dominio fisico, intellettivo, emotivo, volitivo o relazionale. In quanto esseri umani, nelle interazioni quotidiane formuliamo implicitamente una moltitudine di supposizioni e valutazioni reciproche, molte delle quali sono errate e non corrispondono a ciò di cui l’altra persona è capace. In altri termini, giudichiamo spesso male le capacità altrui e, quando agiamo in base al nostro giudizio errato, di solito emerge un dolore relazionale. Questo dolore può poi stabilizzarsi in un pattern di interazione di mostrare delusione e pretendere di più, accoppiato allo sforzarsi senza riuscirci e/o al rinunciare, che si ripete di continuo come componente della relazione. Questo PIP può essere visto come parte di una serie di IP prototipici legati al giudicare male, come indicato nella figura 2, riga n. 1 (e potrebbe popolare un modello IPscopico come quello della figura 1).

Esempi di PIP, TIP, HIP e WIP legati al giudicare male e al disallineare. Nota: la figura mostra in ciascuna colonna esempi di pattern interpersonali prototipici legati al giudicare male e al disallineare.
Figura 2. Esempi di PIP, TIP, HIP e WIP legati al giudicare male e al disallineare. Nota: la figura mostra in ciascuna colonna esempi di pattern interpersonali prototipici legati al giudicare male (riga n. 1) e al disallineare (riga n. 2) e il loro movimento verso relazioni orientate al benessere (rivalutare, riga n. 1, e riallineare, riga n. 2).

Il nostro funzionamento e le nostre capacità possono essere facilmente compromessi (Gaete and Gaete 2021) sotto l’influenza di sostanze (per esempio alcol o droghe), quando sono limitati da disturbi medici (per esempio epilessia, autismo, ADHD, paralisi cerebrale, trauma cranico) o di fronte a importanti barriere contestuali (per esempio istituzionali, economiche, sociopolitiche). Per esempio, le persone alle prese con una dipendenza chimica possono trovarsi nell’impossibilità di smettere di consumare, anche quando loro stesse e le persone care lo desiderano disperatamente. Allo stesso modo, le persone neurodivergenti possono non rispondere ai segnali sociali nei modi neurotipici. E i genitori hanno bisogno di alloggi, istruzione e sistemi sanitari adeguati (al di là della sola buona volontà e delle competenze genitoriali) per prendersi adeguatamente cura di chi è a loro carico.

Inoltre, in quanto esseri umani, tendiamo a interiorizzare i giudizi errati delle altre persone sulle nostre capacità (per esempio «dovrei riuscirci, ma non posso perché sono un fallimento ‐ c’è qualcosa che non va in me»). Questa situazione comporta spesso una doppia forma di ingiustizia. In primo luogo, aspettarsi qualcosa da qualcuno che non è in grado di fornirlo (ciò che ci si aspetta) è evidentemente ingiusto. In secondo luogo, le persone giudicate male possono non avere i mezzi per far valere le proprie ragioni e cadono spesso sotto l’influenza di un discorso individualizzante, che sfocia in un’autocolpevolizzazione demoralizzante. L’esperienza del fallimento può essere ulteriormente intensificata quando il giudizio errato si diffonde tra altre persone da cui la persona dipende fisicamente ed emotivamente (genitori, pari, parenti, insegnanti, personale sanitario, ecc.).

Le famiglie provano di solito un enorme sollievo dal dolore del giudicare male quando arrivano a riconoscere che certe aspettative sono irrealistiche e trovano modi per rivalutarle. Una serie di domande riflessive su ciò che potrebbe essere più realistico potrebbe invitare i membri della famiglia a riflettere in modi che permettano loro di impegnarsi in tale processo di rivalutazione: «Che cosa si aspetta da Sua figlia? … Che cosa Le succede quando sente l’altro genitore insistere su ciò che, a suo parere, Sua figlia dovrebbe fare? … Supponiamo che non fosse possibile: chi, nella Sua famiglia, sarebbe la prima persona a riconoscerlo? … Come si potrebbe stabilire che cosa potrebbe essere davvero possibile per Sua figlia? … Quali ostacoli impediscono a Sua figlia di raggiungere…? Quanto della Sua aspettativa dipende da Sua figlia e quanto da… (sistema scolastico, sistema sanitario…)? (alla figlia) Che effetto ti fa quando i tuoi genitori si aspettano che tu riesca a fare questa cosa che non riesci a fare? … (a tutta la famiglia) Come capite quando un’aspettativa ragionevole oltrepassa il limite e diventa una pretesa irragionevole?… Come fanno altre persone (per esempio insegnanti, persone anziane, vicinato) a stabilire chi deve adattarsi e su che cosa, per valorizzare al massimo il potenziale di Sua figlia?»

Anche la conversazione esternalizzante (White 2007) può essere utile per esplorare gli effetti positivi o negativi delle varie aspettative dei membri della famiglia: «Da dove viene l’idea che Sua figlia dovrebbe essere in grado di farlo? … Qualcuno Gliel’ha detto, o è una supposizione che Le è venuta da sé? … In che modo questa aspettativa è utile o problematica? … Quando è sotto l’influenza dell’idea che Sua figlia potrebbe imparare a farlo facilmente, che cosa rischia di dire o di fare che non direbbe né farebbe se si liberasse da quell’idea? … Quale altra idea (su ciò che è più fattibile) potrebbe adottare al suo posto?»

Chi fa terapia con eccessiva ambizione potrebbe infliggere inavvertitamente il dolore del giudicare male alle persone che segue. I membri della famiglia possono provare questo dolore quando chi li accompagna in terapia si aspetta che modifichino facilmente le loro aspettative reciproche. Può essere irrealistico, per noi che facciamo terapia, aspettarci che le persone in terapia cambino rapidamente le loro aspettative irrealistiche nei confronti degli altri, almeno nel breve termine. Dobbiamo restare consapevoli dei nostri limiti come di quelli delle persone che seguiamo, e dovremmo saper suggerire invii mirati ad altre figure professionali per condurre valutazioni centrate sulla persona, che aiutino a rivalutare le aspettative (per esempio una valutazione neuro-psico-educativa per difficoltà di apprendimento in età evolutiva), nonché cercare una consulenza o una supervisione per il nostro lavoro, che ci aiuti a rivalutare le nostre aspettative nei confronti delle persone che seguiamo.

6 Disallineare e riallineare

Le famiglie si lamentano spesso dei comportamenti dirompenti di uno dei loro membri. Il comportamento non è allineato con ciò che è considerato accettabile nella loro cultura locale. Di conseguenza, la persona che ha comportamenti dirompenti tende a essere messa a confronto. Una risposta comune allo scontro è un aumento del comportamento dirompente, come indica il PIP di scontro accoppiato al comportamento dirompente (figura 2, riga n. 2). Gli effetti attesi di un mezzo conflittuale per correggere i comportamenti dirompenti di solito non sono allineati con gli effetti reali e, di conseguenza, emerge un dolore relazionale significativo.

I comportamenti dirompenti possono includere sfida, aggressività verso altre persone, autolesionismo, impulsività, disattenzione, intolleranza alla frustrazione, «cattive» abitudini alimentari e stati d’animo «inappropriati» come ansia e depressione. Le virgolette su «cattive» e «inappropriati» intendono sottolineare che questi comportamenti sono dirompenti per qualcuno, la cui percezione è influenzata da uno standard implicito di ciò che è appropriato. I genitori in sofferenza spiegano spesso il comportamento dirompente della figlia con il fatto che non vuole comportarsi in modo appropriato. Questo tipo di spiegazione attiva spesso la critica o lo scontro che genera ulteriore comportamento dirompente. Per esempio, un genitore potrebbe condannare i comportamenti dirompenti della figlia, il che può spingere la figlia, sconvolta, a comportamenti ancora più dirompenti, che innescano più condanna, e così via. Una spiegazione alternativa al «non vuole comportarsi meglio», che i genitori possono prendere in considerazione, è che la figlia «non può comportarsi meglio» perché non ha avuto abbastanza occasioni per imparare a comportarsi in modo adeguato. La prima formulazione («capace ma non disposta») tende a trasformare un problema di apprendimento in un problema morale più complicato, mentre la seconda («disposta ma non ancora capace») apre lo spazio a un progetto di apprendimento comune: la famiglia potrebbe riuscire a riallineare volontà e abilità creando condizioni migliori per riuscire ad apprendere le capacità pertinenti.

Nelle situazioni di disallineamento, i membri della famiglia sono spesso disposti a riconoscere che, pur potendo obiettare ai mezzi interattivi impiegati per ottenere un comportamento adeguato (per esempio genitori che criticano, urlano, condannano, ecc.), non obiettano ai fini o alle speranze (cioè tutta la famiglia concorda che imparare a comportarsi con rispetto reciproco è sia possibile sia desiderabile). In altri termini, c’è una discrepanza tra i mezzi e i fini. Di conseguenza, i membri della famiglia più motivati alla terapia (spesso i genitori) possono accettare una descrizione del dolore come il fatto che qualcuno «non può comportarsi meglio… perché non sa come fare».

Un’attenzione utile per affrontare il dolore del disallineamento sono le conversazioni orientate a porre domande di riallineamento accoppiate all’allineamento di intenzioni, iniziative ed effetti, come indicato nella figura 2, riga n. 2. Un punto di partenza potrebbe essere co-costruire obiettivi condivisi per la terapia ponendo domande che aiutino i membri della famiglia a coordinare (per esempio nominare, descrivere, illustrare) ciò che occorre imparare per ridurre il comportamento dirompente (per esempio «gestire la frustrazione in modo accettabile») e come questo apprendimento potrebbe avvenire (per esempio «esercitare la pazienza» e «praticare l’autoconsolazione»). Si presume che, una volta che i membri della famiglia avranno sviluppato le abilità pertinenti (per esempio «allenare i muscoli della tolleranza»), il comportamento dirompente che genera il disallineamento scomparirà gradualmente. Così, un percorso di recupero dal dolore del disallineamento potrebbe essere inquadrato come un progetto collettivo di apprendimento per il riallineamento; un processo in cui chi apprende ha bisogno di un ambiente che favorisca l’apprendimento (insegnanti, occasioni di apprendimento, sostegni, ecc.).

Le domande riflessive che separano le intenzioni positive dagli effetti negativi non voluti sono spesso utili per favorire il riallineamento. Qualsiasi componente di un PIP di disallineamento (per esempio lo scontro) può essere considerata un effetto relazionale (negativo) non voluto, attivato dalla componente complementare (per esempio il comportamento dirompente reattivo), e non dalle intenzioni positive che stanno dietro a quelle componenti. In effetti, le intenzioni sottostanti sono di solito molto ben allineate con le speranze relazionali delle persone. Sono i mezzi a essere disallineati rispetto ai fini (gli effetti voluti). Una serie di domande nel TIP potrebbe far emergere la consapevolezza dell’incoerenza tra effetti voluti ed effetti reali non voluti: «Che cosa sperava che succedesse quando le ha urlato contro? (“che imparasse dai suoi errori”); Ripensandoci, che cosa è successo davvero? (“È diventata più aggressiva”); Direbbe che non era affatto ciò che intendeva? (“Già”) Che cosa avrebbe potuto fare di diverso che avrebbe avuto più probabilità di produrre l’effetto desiderato? (“Non lo so”); A chi potrebbe chiedere, che potrebbe avere qualche buona idea? (“Forse potrei chiederlo a lei”); Se Sua figlia capisse che la Sua intenzione era aiutarla a imparare dai suoi errori, e non sminuirla, come pensa che potrebbe reagire? (“Probabilmente ascolterebbe di più”); Come immagina di poter far passare quel messaggio con più successo?» e così via.

7 Misconoscere e riconoscere

In quanto esseri umani, abbiamo identità in parte plasmate dal riconoscimento altrui (o dalla sua assenza) e talvolta da un doloroso misconoscimento da parte degli altri (Taylor 1994). Alcune famiglie non vivono tanto una lotta con comportamenti dirompenti (disallineamento), quanto con modi di essere percepiti come problematici. Per esempio, una persona adolescente che si identifica come queer può risultare relazionalmente dirompente per genitori che concepiscono il genere come binario. In questa situazione, non è la mancanza di abilità a suscitare il dolore, ma l’aspettativa di vivere secondo i valori altrui, in contrasto con i propri e vissuti come inautentici. Invece di «non posso… perché non so come fare», il dolore qui si formula meglio come «non posso… perché mi rifiuto di accettare qualcosa che sento sbagliato». Per una persona giovane trans è sbagliato conformarsi al sesso assegnato alla nascita, mentre i genitori potrebbero considerarla in errore perché va contro natura e manca di rispetto. I genitori possono rifiutare l’identità della persona giovane, che a sua volta rifiuta i giudizi dei genitori su di lei. Il risultato è che ciascuna parte considera offensivo e inescusabile ciò che fa l’altra. Entrambe si ritrovano spesso a squalificare attivamente le preferenze dell’altra, invece di esplorare il retroterra necessario affinché ciascuna parte comprenda e apprezzi la legittimità dei valori e delle convinzioni dell’altra. Un simile misconoscimento squalificante può essere vissuto come fortemente minaccioso e spingere le persone a esagerare le proprie posizioni e a ricorrere agli estremi per far passare la propria «verità». Di conseguenza, possono impegnarsi in un pattern di squalifica reciproca in escalation, come illustrato nella figura 3, riga n. 3. Entrambe le parti sentono che le loro preferenze identitarie sono misconosciute (cioè liquidate, sminuite o condannate).

Esempi di IP legati al misconoscere e all’appropriarsi indebitamente. Nota: la figura mostra in ciascuna colonna esempi di pattern interpersonali prototipici relativi al misconoscere e all’appropriazione indebita.
Figura 3. Esempi di IP legati al misconoscere e all’appropriarsi indebitamente. Nota: la figura mostra in ciascuna colonna esempi di pattern interpersonali prototipici relativi al misconoscere (riga n. 3) e all’appropriazione indebita (riga n. 4) e il loro movimento verso relazioni orientate al benessere (riconoscere, riga n. 3, riappropriarsi, riga n. 4).

Sebbene le situazioni di misconoscimento possano essere viste come una forma di disallineamento, le consideriamo un disallineamento di secondo ordine, cioè che riguarda non tanto le percezioni della preferenza quanto le concezioni della preferenza (per esempio identità/visioni del mondo in conflitto). La rottura è radicata più nel panorama del significato (misconoscimento) che nel panorama dell’azione (disallineamento). In un altro esempio, i membri di una coppia possono avere concezioni divergenti sul tipo di relazione intima che preferiscono. Per una parte la fedeltà sessuale può essere una componente essenziale (concettuale) della relazione, mentre per l’altra è solo accidentale e non essenziale. In un terzo esempio, un genitore può considerare essenziale per la genitorialità la considerazione positiva incondizionata, mentre per l’altro è solo la ricetta di un’educazione che vizia, e così via. Le parti misconosciute vedono il loro dolore come derivante non da una mancanza di abilità (cioè disallineamento), ma da differenze etiche fondamentali («ciò che fai/vuoi che io faccia mi sembra sbagliato»).

Le iniziative terapeutiche potrebbero qui concentrarsi sull’aiutare i membri della famiglia a riconoscere la legittimità delle rispettive differenze. Spesso sono disposti a riconoscerle quando sentono che ciò che hanno a cuore non viene squalificato e che non subiscono pressioni per valorizzare ciò a cui l’altra parte tiene. Partendo dal presupposto Bringforthist secondo cui l’amore implica il pieno riconoscimento dell’altro come legittimo in relazione a sé, poniamo spesso ai membri della famiglia domande per co-valutare la legittimità delle loro rivendicazioni identitarie. Consideriamo l’interruzione della squalifica reciproca (per esempio giudizio, censura, condanna) un passo cruciale verso la legittimazione delle differenze interpersonali. Nella nostra esperienza, quando le persone vengono sostenute nel condividere le proprie opinioni senza un giudizio critico immediato, cambiano spesso il modo in cui le esprimono, e anche le loro opinioni sulle opinioni dell’altro.

Rimandare il giudizio immediato apre lo spazio perché le persone condividano le proprie preferenze in un modo meno difensivo, meno intenso e più vero per loro. Questo può portare a un HIP prototipico come quello indicato nella figura 3, riga 3, ossia legittimazione delle differenze accoppiata alla condivisione delle preferenze personali. Un modo per promuovere la legittimazione delle differenze passa per TIP che separano il comprendere dall’essere d’accordo. Chi fa terapia può porre domande volte a riconoscere le differenze: «Qual è la Sua prospettiva su…? … Quale pensa che possa essere la prospettiva del Suo partner su (questo e quello)? … In che misura potrebbe convenire che le opinioni che avete voi due (su questo tema) sono piuttosto diverse? … Quando sarebbe ragionevole accettare di non essere d’accordo?» A ciò possono seguire tentativi di svelare il giudizio immediato (implicito) mediante domande dalla prospettiva dell’osservatore: «Che cosa pensa che il Suo partner stesse pensando quando Lei ha condiviso le Sue opinioni?… Che cosa ha provato quando il Suo partner ha condiviso i suoi pensieri sulla Sua posizione riguardo a…?», il che invita a entrare nell’esperienza dell’altro (per esempio «Oh, lei pensa che io abbia perso la testa») e nell’esperienza che l’altro ha della propria esperienza (per esempio «si sente giudicata e criticata»). A ciò si può far seguire l’esternalizzazione del giudizio come effetto non voluto: «Direbbe che non era Sua intenzione squalificare il punto di vista del Suo partner? … Come descriverebbe questo effetto non voluto? … Chi o che cosa potrebbe trarre vantaggio da questo modo di vedere le cose? … Quanta disponibilità sente in sé a esplorare punti di vista alternativi che rischino meno di apparire squalificanti?» Questo potrebbe essere seguito da una co-visione dei potenziali benefici derivanti dal distinguere il comprendere dall’essere d’accordo: «Che differenza c’è tra qualcuno che è d’accordo con Lei e qualcuno che semplicemente La comprende? … Supponiamo che diventasse chiaro che lei non è d’accordo con Lei, ma capisce da dove viene il Suo punto di vista: lo considererebbe una cosa positiva? … Quali altre cose positive potrebbero derivare dal sentire meno giudizio e più comprensione?»

Come già osservato, vediamo il rinvio del giudizio immediato al centro dei TIP di riconoscimento. Quando il dolore relazionale del misconoscere sembra radicato e implacabile, sono spesso d’aiuto esercizi strutturati che sostengono una conversazione chiarificatrice, per massimizzare la sicurezza ritardando deliberatamente il giudizio interpersonale, come l’ascolto riflessivo (Tomm and Acton 2011) o l’intervista all’altro interiorizzato (Mudry et al. 2015).

8 Appropriarsi indebitamente e riappropriarsi

Se le relazioni umane comportano sempre influenze reciproche, ci sono spesso circostanze in cui certe influenze sono vissute come soggioganti, restrittive e/o controllanti. Ogni volta che una parte persiste nell’esercitare tali influenze indesiderate, rischia di appropriarsi indebitamente dell’autonomia dell’altra parte. Dato che la maggior parte degli esseri umani attribuisce un valore altissimo all’autodeterminazione (come illustra la celebre canzone «I did it my way»), qualsiasi tentativo esterno di appropriarsi della propria autonomia può essere vissuto come una minaccia personale e tradursi in un dolore relazionale significativo («dovrei avere la libertà di decidere di più della mia vita, ma non posso»).

Una risposta tipica all’appropriazione indebita è che la seconda parte resista attivamente all’influenza indesiderata. Quando la prima parte si sente in diritto di esercitare quell’influenza (per esempio l’autorità adulta sull’infanzia) e fa più pressione perché la seconda si conformi, ciò può provocare più resistenza, e il dolore relazionale si intensifica. Un esempio comune è quello di un genitore in ansia che pretende più obbedienza dall’adolescente ribelle: più il genitore insiste perché l’adolescente obbedisca, più l’adolescente resiste. Un altro esempio (che riflette l’eterosessismo) è quello di un partner maschile che si sente troppo in diritto e pretende più accondiscendenza dalla sua partner femminile, che resiste.

Il pattern che ne risulta, pressione accoppiata alla resistenza, è uno dei PIP più comuni che mantengono il dolore relazionale tra le coppie e le famiglie che si presentano in terapia (vedi figura 3, riga n. 4). La persona sottoposta a pressione di solito si sente oppressa. A peggiorare le cose, col tempo questa parte può cominciare a «cedere» nella lotta, e il PIP può evolvere in un pattern patologizzante più radicato di dominazione accoppiata alla sottomissione, favorito dall’interiorizzazione del pattern precedente, che si presenta ora come oppressione interiorizzata. Un’ampia gamma di ingiustizie sociali assume questa forma di appropriazione indebita e di oppressione.

Restituire semplicemente ciò di cui ci si è ingiustamente appropriati sarebbe ovviamente l’iniziativa di guarigione più appropriata per alleviare il dolore dell’appropriazione indebita. Tuttavia, spesso ciò è difficile perché chi si appropria riconosce di rado il diritto indebito che sembra esercitare sull’autonomia dell’altra parte. Chi fa terapia potrebbe avviare un TIP aprendo una conversazione per co-costruire una maggiore consapevolezza del modo in cui viene agito un senso di diritto irragionevole e dei modi in cui l’autonomia dell’altra parte viene compromessa. Domande alla parte svantaggiata sulla sua esperienza dell’interazione possono essere un utile punto di partenza: «Com’è per Lei quando lui…?» A ciò potrebbero seguire domande di percezione interpersonale rivolte a chi si appropria, per favorire una maggiore consapevolezza: «Qual è la Sua esperienza dell’esperienza di lei in questa situazione? … Le Sue parole, lei le prende come un consiglio premuroso o come un’imposizione della Sua volontà? … Quanto valore attribuisce lei al prendere le proprie decisioni?» Domande di questo tipo possono aprire uno spazio per una maggiore assunzione di responsabilità e aiutare a decostruire il PIP pressione/resistenza.

In alternativa, i TIP di riappropriazione potrebbero essere più centrati sull’HIP ed essere avviati con una domanda a suggerimento incorporato rivolta a chi si appropria: «Come immagina che sarebbe per lei se Lei esprimesse la Sua preferenza su ciò che fa, ma poi mettesse in chiaro che sta a lei decidere da sé?», oppure alla parte compromessa: «Che cosa potrebbe fare lui se Lei riconoscesse rispettosamente il suo diritto di fare una richiesta, e al tempo stesso rivendicasse in modo proattivo il Suo diritto di decidere da sé?» Per coerenza, chi fa terapia deve anche rispettare l’autonomia dei membri della famiglia nel rispondere alle proprie domande, per non scivolare inavvertitamente nell’appropriarsi della libertà della persona in terapia di accettare o rifiutare le iniziative terapeutiche volte a far emergere la riappropriazione di un’autonomia e di diritti legittimi.

9 Maltrattare e rivelare

I quattro dolori relazionali precedenti possono essere visti come derivanti da distorsioni di buone intenzioni di fondo all’interno di legami di attaccamento affettuosi nei sistemi familiari. Purtroppo, ci sono momenti in cui i membri della famiglia possono cadere sotto l’influenza di stati emotivi meno prosociali e arrivare a maltrattare altri membri della famiglia. Tali stati possono includere paura, rabbia, furore, risentimento, gelosia, disgusto, disprezzo e così via. Emozioni negative intense o atteggiamenti egoistici (egocentrismo, avidità, desiderio di potere sulle altre persone, ecc.) possono sopraffare le tendenze intrinseche dei membri della famiglia al comportamento affiliativo e attivare impulsi a sfruttare o a ferire deliberatamente le altre persone, persino con l’aggressione fisica o con la sua minaccia. Questi impulsi negativi possono essere agiti momentaneamente, ripetutamente o in modo continuativo. In situazioni a basso livello di conflitto in cui un membro della famiglia detiene una risorsa che un altro brama, c’è il rischio che quest’ultimo ricorra a mezzi sottili o subdoli (per esempio disonestà, disinformazione o manipolazione) per accedere a quella risorsa. Inutile dire che i comportamenti abusanti possono generare un’enorme quantità di dolore e lasciare i membri della famiglia con la sensazione di essere sfruttati, sminuiti, umiliati, intimiditi e così via.

Esula dagli scopi di questo articolo affrontare le innumerevoli forme di maltrattamento che possono verificarsi nelle famiglie. Ciò che qui conta è mettere in luce le risposte relazionali alle pratiche abusanti che potrebbero inavvertitamente sostenere il maltrattamento. Ogni volta che qualcuno viene ferito da un maltrattamento, tendono a sorgere sentimenti di risentimento e impulsi di ritorsione. Se la persona che ha subito l’abuso cede a questi impulsi reattivi e contrattacca, può seguirne un’escalation con cicli di violenza emotiva o fisica. In alternativa, il membro maltrattato può sentirsi troppo privo di potere per reagire. Può cercare di sottrarsi all’interazione dolorosa disimpegnandosi (temporaneamente o a tempo indeterminato). Tuttavia, quando andarsene sembra impossibile o indesiderabile, la persona abusata può sentirsi in trappola e finire per sottomettersi all’abuso. Una dinamica che contribuisce a questo intrappolamento è l’imbarazzo e la vergogna per il maltrattamento subito, che spesso spingono gli individui (e talvolta chi assiste) a mantenere la loro condizione privata e segreta. Un’altra è la minaccia di violenza in caso di rivelazione. Questa segretezza contribuisce allora al PIP indicato nella figura 4, riga n. 5, mantenendo le condizioni per un maltrattamento continuato e riducendo al minimo la possibilità che altre persone intervengano.

Esempi di IP legati al maltrattare, al diffidare e all’elaborare male il lutto. Nota: la figura mostra in ciascuna colonna esempi di pattern interpersonali prototipici legati al maltrattare, al diffidare e all’elaborare male il lutto.
Figura 4. Esempi di IP legati al maltrattare, al diffidare e all’elaborare male il lutto. Nota: la figura mostra in ciascuna colonna esempi di pattern interpersonali prototipici legati al maltrattare (riga n. 5), al diffidare (riga n. 6) e all’elaborare male il lutto (riga n. 7) e il loro movimento verso relazioni orientate al benessere (rivelare, riga n. 5, riconciliare, riga n. 6, e ri-membrare, riga n. 7).

Una priorità nel rispondere al maltrattamento è rivelare l’ingiustizia e trovare modi per interrompere l’abuso. L’iniquità del maltrattamento non è sempre evidente, nemmeno per chi lo subisce, soprattutto quando subisce l’inganno e la manipolazione della persona che mette in atto le pratiche abusanti. Può quindi rendersi necessaria una serie di domande riflessive per rivelare l’iniquità e aiutare a rompere il silenzio. Queste domande possono essere rivolte all’una o all’altra delle parti coinvolte nel ciclo dell’abuso e a terze parti, per co-costruire una maggiore consapevolezza dell’ingiustizia. Le domande sugli effetti comportamentali rivolte ai membri della famiglia che agiscono l’abuso sono particolarmente pertinenti: «Che effetto ha avuto su Sua figlia quando ha messo in atto quelle pratiche (abusanti)? … Che cosa pensava lei? … Che cosa provava? … Quali altre conseguenze ne sono derivate per lei?»

I membri della famiglia che agiscono comportamenti abusanti possono non essere consapevoli della portata degli effetti dolorosi e del danno che stanno infliggendo. Creare condizioni di sicurezza perché le persone che subiscono l’abuso possano esprimere dichiarazioni d’impatto (se lo desiderano) fornisce potenzialmente un riscontro importante a chi mette in atto pratiche abusanti. Anche le domande di percezione interpersonale possono aiutare a svelare le intenzioni sottostanti: «Che cosa immagina che lei pensasse che Lei avesse in mente quando…? … Quali erano le Sue intenzioni in quel momento?» A queste potrebbero seguire domande sull’esperienza dell’esperienza, che potrebbero invitare all’empatia la persona che manifesta comportamenti abusanti: «Qual è stata la Sua esperienza dell’esperienza di lei mentre questo accadeva? … Qual è la Sua esperienza dell’esperienza di lei mentre lo racconta proprio ora?» Ulteriori domande riflessive potrebbero gradualmente invitare sentimenti di rimpianto, che potrebbero infine aprire lo spazio a possibili scuse e a qualche azione riparativa.

Interrompere un abuso in corso può, a volte, essere estremamente difficile. In certi casi può richiedere di andare oltre i mezzi terapeutici, come quando chi fa terapia agisce unilateralmente rivolgendosi alle autorità locali. Decostruire terapeuticamente il maltrattamento richiede di solito forti dosi di assunzione di responsabilità. Purtroppo, il processo con cui si chiamano a rispondere le persone che agiscono l’abuso può essere esso stesso vissuto da loro come un maltrattamento, soprattutto quando hanno scarsa consapevolezza del danno che hanno causato. Oltre alle domande che possono favorire la consapevolezza, le domande esternalizzanti possono contribuire in buona misura ad aprire uno spazio verso una maggiore equità e una giustizia riparativa. Se i membri della famiglia riescono a vedersi come separati dalle pratiche abusanti che hanno messo in atto, possono abbracciare più facilmente intenzioni fondate sulla compassione piuttosto che sul risentimento.

10 Diffidare e riconciliare

I membri della famiglia intendono spesso il loro dolore come lo strascico di un maltrattamento passato. I comportamenti dirompenti possono non verificarsi più, ma gli effetti residui continuano a propagarsi. Forse un partner ha infranto un voto coniugale con una relazione extraconiugale, oppure una figura di tutela che avrebbe dovuto proteggere è stata abusante. In queste situazioni, i membri della famiglia possono sentire che dell’altro non ci si può più fidare, e continuano a essere diffidenti a causa delle loro ferite. Di solito si adatta una formulazione come «non posso fidarmi perché qualcuno mi ha fatto del male». Questa forma diffidente di dolore può essere intensificata dall’assenza di qualsiasi riconoscimento della ferita (un’ulteriore ferita del silenzio). Qualsiasi liquidazione (soprattutto da parte di chi appare abusante) fa emergere ulteriore risentimento e diffidenza in chi porta la ferita, spesso perpetuati da un pattern di negazione o minimizzazione accoppiata all’accusa e alla colpevolizzazione (figura 4, riga n. 6). In tali situazioni, i membri della famiglia sono di solito disposti a riconoscere che il loro dolore ruota attorno alla questione della fiducia. Anche l’altro membro della famiglia può sentirsi ferito dal non ricevere fiducia dopo aver cambiato condotta. Ma quando insiste sul fatto che dovrebbe di nuovo ricevere fiducia, la diffidenza tende ad approfondirsi.

Un percorso verso la ricostruzione della fiducia potrebbe essere avviato invitando una serie di riconoscimenti. Chi fa terapia può cominciare semplicemente riconoscendo e normalizzando la difficoltà di fidarsi, così come la esprime un membro della famiglia che, per esempio, si sente vittima di un tradimento. Poi una serie di domande riflessive potrebbe facilitare il riconoscimento di un legame tra affidabilità percepita e fiducia: «Come vede il rapporto tra fiducia e affidabilità?… È possibile fidarsi di una persona che non è percepita come affidabile?» Riconoscere l’importanza di privilegiare la percezione rispetto alle affermazioni oggettive aiuta spesso le persone a convalidare l’esperienza dell’altro (le sue ferite, i suoi dolori) piuttosto che una presunta verità oggettiva. Un passo successivo appropriato nella conversazione potrebbe essere porre domande che facciano emergere l’importanza di dimostrare affidabilità prima di aspettarsi che la fiducia si ricostituisca. Questo può motivare riflessivamente chi in passato ha offeso a dimostrare di poter meritare di nuovo fiducia: «Se avesse occasione di dimostrare la Sua affidabilità, la coglierebbe? … Se volesse mostrare più affidabilità, come procederebbe?» Introdurre una distinzione che separi chi agisce dalle sue azioni è spesso utile in questo caso, e rende più facile per chi ha messo in atto un maltrattamento riconoscere i propri torti. Questi riconoscimenti sono di solito molto significativi da ascoltare per chi ha subito l’offesa.

Incoraggiare i membri della famiglia ad andare oltre e a porgere scuse sincere è un modo per riconoscere implicitamente che la persona che ha subito l’abuso meritava di meglio. Se la persona che ha agito comportamenti abusanti riesce ad andare oltre le scuse, intraprendendo azioni correttive e riparative, diventa più facile per la persona che subisce l’abuso riconoscere l’affidabilità emergente e cominciare a entrare nei pattern di interazione di riconciliazione degli HIP e dei WIP della figura 4, riga n. 6. Quando c’è una discrepanza significativa nella percezione delle ferite, è spesso utile porre domande che favoriscano una migliore percezione interpersonale, per esempio chiedendo: «Supponiamo che la Sua partner pensasse che, secondo Lei, ciò che le è successo non era così offensivo, o non era stato davvero così doloroso: come immagina che questo potrebbe influire sulla sua capacità di fidarsi di Lei?».

Può essere opportuno anche un lavoro parallelo con i membri della famiglia che hanno subito abusi. Se la diffidenza può inizialmente essere utile a sostenere l’autoprotezione, il risentimento associato alla ferita subita potrebbe avere un costo considerevole per il benessere di una persona. Domande di biforcazione che invitino a riflettere su quando la diffidenza potrebbe ancora servire a uno scopo ed essere utile, rispetto a quando potrebbe essere più problematica che utile, possono essere un buon punto di partenza. Se la persona che ha subito l’abuso esprime la speranza di ritrovare la fiducia e di liberarsi dal risentimento, si potrebbe introdurre una conversazione sul perdono. Ancora una volta, separare chi agisce dalle sue azioni può essere utile: è la persona (che ha commesso l’offesa) a essere perdonata, non il comportamento offensivo. Il pattern interpersonale di scuse accoppiate al perdono è una delle dinamiche di guarigione più potenti per rendere possibile la riconciliazione.

11 Elaborare male il lutto e ri-membrare

Non sempre, ma tipicamente, il dolore del lutto mal elaborato deriva da eventi traumatici di cui nessuno può essere incolpato. C’è una ferita, è incredibilmente dolorosa, ma non c’è un responsabile. Il dolore può essere il risultato di un incidente sfortunato piuttosto che di un evento ingiusto. La morte di una persona cara ne è un esempio classico. Quando una famiglia o un suo membro è in lutto, può arrivare a vedere il proprio dolore come «non posso (vivere come facevo prima, o come preferisco) perché ho perso qualcuno di essenziale per farlo». Questa forma di dolore può aggravarsi quando suscita disagio nelle persone significative e attiva da parte loro risposte minimizzanti: «Non pensi che sia ora di lasciar andare e di andare avanti con la tua vita?» Spesso queste persone non hanno una comprensione sufficiente per cogliere l’importanza della perdita, o non sanno come lenire la ferita. Oppure sono forse influenzate dal modello a stadi del lutto, che ha come obiettivo l’accettazione della perdita. Qualunque sia la ragione, questa minimizzazione può essere vissuta come sprezzante dalla persona in lutto, il che fa spesso emergere un processo complementare di massimizzazione della perdita, che non fa che aumentare la minimizzazione (ora magari con l’aggiunta di un distanziamento, con un’ulteriore perdita di connessione). Illustriamo questa complicazione nel PIP della figura 4, riga n. 7.

Le famiglie con membri alle prese con il dolore del lutto mal elaborato sono di solito disposte a riconoscere che il dolore originario era legittimo e valido, e meritava un’espressione e una considerazione adeguate. Alla persona possono essere stati concessi tempo e spazio per condividere come ha vissuto la perdita. Tuttavia, è spesso più tardi, quando ci si aspetta che accetti la perdita e «lasci andare», che il dolore peggiora. Rendersi conto che i ricordi della relazione perduta non devono mai essere abbandonati, e che potrebbero invece essere coltivati attivamente, arriva di solito come un enorme sollievo. Per esempio, la persona che non respira più può restare un membro a pieno titolo della famiglia o della rete sociale della persona e può essere evocata in qualsiasi momento nell’immaginazione. Le domande riflessive possono facilitare questo cambiamento: (a chi minimizza) «Come si spiega che questo legame sia così importante per… (la persona in lutto)? … Che cosa potrebbe dire la persona che non respira più sull’importanza della relazione?» E alla persona in lutto: «Mi parli ancora di lei (la persona defunta) e della Sua relazione con lei? … In che modo il Suo dolore è una testimonianza della forza della Sua relazione con lei? … Che cosa direbbe lei di questa situazione?», il che porta a comprendere meglio come il dolore parli di ciò che le persone hanno a cuore e che non dovrebbe andare perduto.

Chiamando questo processo ri-membrare ci uniamo alle molte culture che hanno considerato il cuore come la sede della memoria. In effetti, l’antica parola latina «recordari», che significa «ricordare», indica letteralmente il far passare di nuovo (re-) attraverso il cuore (cordis). Riprendendo l’articolo di White (1988) Saying Hullo again, chi fa terapia può invitare i membri della famiglia a descriversi attraverso gli occhi interiorizzati della persona defunta: «Se si vedesse con gli occhi della persona amata, che cosa noterebbe di Lei e del Suo dolore che apprezzerebbe?… Che differenza farebbe per il Suo dolore se in questo momento accettasse questo di sé?… Perché direbbe che è importante per Lei che ciò che quella persona sapeva di Lei non vada perduto?» La voce del membro perduto può in questo modo continuare a consolare la persona in lutto e le sue relazioni: «Le piacerebbe far conoscere ad altre persone questo modo di comprendere sé e la Sua relazione con la persona perduta? … Come procederebbe? … Se altre persone arrivassero a vedere Lei/questa questione più in questo modo preferito, che cosa potrebbe cambiare per Lei/il Suo mondo?»

Queste conversazioni possono facilitare il riconnettersi delle persone sia con altre persone reali sia con altre persone interiorizzate, sostenendo un’integrazione della perdita e del dolore in modi che arricchiscono, anziché impoverire, la loro vita. Le persone esterne possono sentirsi ispirate e invitate a sostenere questo processo di ri-membrare e di riconnessione, e possono imparare qualcosa anche per sé su come integrare la sofferenza per arricchire la vita di una persona (vedi figura 4, riga n. 7).

12 Passare da un dolore all’altro

Abbiamo descritto sette tipi di dolore relazionale che, per quanto diversi, sono al tempo stesso intricatamente interconnessi e scivolano facilmente dall’uno all’altro. Prendiamo per esempio una situazione in cui un figlio adolescente fa fatica con la scuola online durante una pandemia e ha difficoltà a capire alcuni concetti di matematica. I voti della sua pagella calano e i genitori cominciano a fargli domande sulle sue abitudini di studio, alle quali non sa rispondere e che lo lasciano con la sensazione di essere un fallimento. Di conseguenza, nella relazione genitori-figlio sorge il dolore del giudicare male.

Il padre decide di prendere in mano la situazione organizzando una serie di appuntamenti con un tutor di matematica; il figlio ora si sente non solo un fallimento, ma anche umiliato, e sente che la sua autonomia è stata compromessa. Protesta e si ribella contro questa decisione. Di conseguenza, entra in scena il dolore dell’appropriazione indebita. La madre cerca di aiutare il figlio a vedere il valore del tutor, ma finisce per criticarlo perché non accetta il piano del padre. Il figlio comincia a passare da una protesta esteriore a una protesta interiore per resistere agli sforzi dei genitori di imporgli i loro controlli esterni: smette di fare i compiti. Le buone intenzioni della madre di aiutare il figlio a collaborare non sono allineate con gli effetti su di lui, e sorge il dolore del disallineamento.

Per sfuggire alla crescente pressione dei genitori, il figlio trascura del tutto i compiti scolastici e si concentra invece sul passare il tempo con il suo giro di amicizie. Questo porta i genitori a misconoscere ciò che è importante per il figlio, insultando le sue amicizie («quegli youtuber perdigiorno con cui esci»), e il figlio squalifica i genitori come indifferenti. Mentre la situazione si deteriora, padre e figlio cominciano a insultarsi, il che fa emergere il dolore del maltrattare. Padre e figlio arrivano a un’escalation fino a uno scontro fisico, al punto che il figlio si mostra diffidente verso il padre ed evita ogni contatto con lui. Il dolore della diffidenza è entrato in scena a complicare ulteriormente la situazione. Nei giorni e nelle settimane che seguono, sia il padre sia il figlio provano il dolore di un lutto mal elaborato per la perdita della vicinanza e della connessione che un tempo avevano.

Questa famiglia potrebbe presentarsi in terapia in qualsiasi punto di questa progressione. Sosteniamo che una certa familiarità con questi diversi tipi di dolore relazionale e con i relativi IP potrebbe aiutare chi fa terapia a sintonizzarsi e a rispondere con più precisione al dolore, e a far emergere più facilmente possibilità terapeutiche pertinenti. Molto dipende da come i membri del sistema terapeutico (terapeuta più famiglia) danno senso al dolore relazionale più significativo che i membri della famiglia stanno vivendo e con cui sono alle prese in quel momento. Ciononostante, proponiamo questi sette diversi TIP come percorsi alternativi per aiutare le famiglie a uscire da PIP specifici e a entrare negli HIP e nei WIP preferiti.

13 Osservazioni conclusive

Nella celebre rappresentazione del Purgatorio nella Divina Commedia di Dante, l’amore è visto come la forza motrice centrale del comportamento umano. Quando è diretto correttamente, l’amore conduce alla virtù («Dio»), ma se è mal diretto, conduce al peccato. Nella prima parte del suo poema narrativo epico, l’Inferno, Dante descrive i sette peccati capitali come sette forme di amore sviato, e prescrive penitenze distinte volte a trasformare l’amore peccaminoso in amore virtuoso.

Allo stesso modo, consideriamo le sette «M» del dolore relazionale come sette esempi di amore sviato nelle relazioni familiari. Il nostro compito, in terapia, è far emergere modi in cui i membri della famiglia possano ritrovare la strada verso un amore più sano. Ci rifacciamo alla definizione di amore di Maturana e Verden‐Zoller (2009) come il dominio delle interazioni in cui l’altro emerge come legittimo in relazione a sé. Riconoscere la legittimità dell’altro in quanto diverso da sé è probabilmente una delle iniziative più amorevoli che una persona possa intraprendere nei confronti di un’altra. Nella nostra pratica terapeutica ispirata alla terapia Bringforthist (Tomm et al. 2025), ci sforziamo di mettere in atto questa prospettiva trattando costantemente con rispetto le persone che seguiamo e incoraggiando i membri delle famiglie con cui lavoriamo a diventare più capaci di affermarsi e riconoscersi a vicenda.

Così come Dante ha poi identificato altri peccati, ci aspettiamo che vengano identificati altri tipi di dolore relazionale man mano che chi pratica la terapia sistemica diventerà più abile nel distinguere ulteriori pattern relazionali. Tutti e sette i TIP «R» descritti in questo articolo implicano il riconoscimento e l’accettazione dell’alterità attraverso il far emergere, nella conversazione, le speranze relazionali dei membri della famiglia. Attraverso questi TIP, dunque, i dolori relazionali (cioè i PIP) possono essere trasformati in preferenze relazionali (cioè HIP e WIP). In altri termini, impegnarsi nei TIP «R» aiuta a creare slancio suscitando un riconoscimento collettivo dei dolori relazionali, che a sua volta promuove il riconoscimento delle preferenze relazionali che esistono implicitamente e inevitabilmente dietro di essi; perché non ci sarebbe dolore se non avessimo speranze e aspirazioni. Quando ci concentriamo sui dettagli dell’offrire TIP «R», ci ritroviamo, ancora e ancora, a porre domande riflessive come modo per sostenere micro-riconoscimenti, che creano le condizioni per piccoli passi verso la trasformazione del dolore in preferenza, percorrendo di fatto un terreno nuovo. Ed è probabilmente così che le parole in terapia hanno potere: ci aprono la strada per tornare a un amore virtuoso.

Complexe Systémique: i punti chiave

Il valore di questo testo sta nel sostituire l’etichetta diagnostica con una domanda clinica: quale speranza relazionale viene contrastata, e da quale pattern? La formula «dolore = speranza + non posso» offre una porta d’ingresso concreta: ascoltare le affermazioni del tipo «dovrei… ma non posso perché…» per distinguere un’aspettativa irrealistica, un’abilità mancante, uno scontro di valori, una presa sull’autonomia di qualcuno, un abuso, una fiducia infranta o un lutto che altre persone spingono a chiudere. Ogni forma richiede una mossa diversa: rivalutare anziché spingere, imparare anziché condannare, legittimare la differenza anziché persuadere, restituire l’autonomia, rivelare e interrompere l’abuso, ricostruire l’affidabilità prima di chiedere fiducia, coltivare il legame con la persona defunta. L’esempio del figlio adolescente mostra che questi dolori si susseguono e che una famiglia può arrivare a qualsiasi anello della catena. I limiti sono quelli di una tipologia fondata sulla pratica, senza studio empirico, che la stessa équipe presenta come non esaustiva; e il riferimento ai sette peccati di Dante le conferisce un tono morale da maneggiare con cautela. Da leggere insieme a l’intervista a Karl Tomm sull’inquietudine relazionale e l’articolo sull’intervista all’altro interiorizzato.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Transforming Seven Kinds of Relational Pain, di Joaquín Gaete-Silva, Karl Tomm, Inés Sametband e Sumerlee Samuels, Journal of Marital and Family Therapy, vol. 51, no 3 (2025), doi: 10.1111/jmft.70043, sotto licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Transforming Seven Kinds of Relational Pain», pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (2025) sotto licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Gaete-Silva, J., Tomm, K., Sametband, I., e Samuels, S. (2025). Transforming Seven Kinds of Relational Pain. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/transforming-seven-kinds-of-relational-pain (Opera originale pubblicata nel 2025 in Journal of Marital and Family Therapy, 51(3), e70043 (2025); ripubblicata nel 2025 da Journal of Marital and Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jmft.70043)

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