Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Solution Focused Practices · Opinione
Una psicologa scolastica australiana e una persona che lavora nella consulenza hanno passato mesi a conversare, leggere e ascoltare podcast per rispondere a una domanda che quasi nessuno ha studiato: che cosa accade nel cervello durante un colloquio centrato sulla soluzione? Propongono con cautela corrispondenze plausibili: la neuroplasticità, la memoria di un futuro preferito, la dopamina dei progressi notati, l’ossitocina della relazione, la rivalutazione dello stress come sfida, l’EEG durante la pausa. E ricordano, con Weisberg, che le spiegazioni neuroscientifiche seducono soprattutto chi non ne sa nulla: la grammatica dei neuroni non è la grammatica delle persone, e il miglior indicatore resta ciò che la persona assistita dice della propria vita.
Traduzione non ufficiale in italiano di Does a Solution Focused Approach Change Our Brain? How Does Solution Focus Work? Exploring the Neurobiological Effects of Solution Focused Practices, di Susan H. Colmar e Dion Sing, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2026), doi: 10.59874/001c.155391, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Abstract. Questo articolo di opinione esplora i fondamenti neurobiologici e neuropsicologici della pratica centrata sulla soluzione. Le neuroscienze vengono applicate sempre più alle funzioni psicologiche e al comportamento umano; tuttavia resta una lacuna notevole nella ricerca che colleghi direttamente gli interventi terapeutici a cambiamenti del funzionamento neurobiologico. Partendo dalle nostre conversazioni, letture e riflessioni, esaminiamo come le componenti centrali dell’approccio centrato sulla soluzione — come le descrizioni dettagliate dei futuri preferiti, l’agentività della persona assistita, la pausa, i complimenti e la curiosità di chi conduce la terapia — possano intrecciarsi con nozioni come la neuroplasticità, la memoria, la motivazione e con elementi neurochimici come la dopamina e l’ossitocina. Discutiamo la letteratura neuroscientifica pertinente e mettiamo in guardia da affermazioni semplicistiche o esagerate. Proponiamo invece che esplorare i correlati neurobiologici sia una direzione promettente per capire perché un approccio centrato sulla soluzione funziona, non per convalidarlo, ma per approfondire la riflessione sui suoi meccanismi. Il nostro obiettivo è invitare a una maggiore curiosità e a nuove indagini su questa intersezione emergente tra neuroscienze e pensiero e pratica centrati sulla soluzione.
Parole chiave: approccio centrato sulla soluzione, neurobiologico
Di recente abbiamo esplorato le prove, o l’assenza di prove, dei fondamenti neurobiologici e neuropsicologici di un approccio centrato sulla soluzione. Abbiamo avuto su questo tema conversazioni buone, a volte divaganti ma sempre interessanti, non sempre d’accordo, ma sempre con uno stimolo rispettoso a leggere e pensare di più su quanto ciascuna delle due voci aveva proposto. Abbiamo poi proseguito il lavoro separatamente, prendendo appunti, leggendo libri e articoli e ascoltando podcast, in particolare quelli di Andrew Huberman (Huberman, 2020–, vari), e guardando video pertinenti (per esempio Gillibrand et al., 2022). Il punto essenziale è che, nonostante un’attenta ricerca nel nostro Journal of Solution Focused Practices, in Google Scholar e in risorse simili, poco è stato studiato o scritto su questo aspetto dell’approccio centrato sulla soluzione, molto probabilmente perché è difficile da studiare ed è attualmente un campo in sviluppo. Inoltre abbiamo riflettuto molto e abbiamo esplorato un quadro per organizzare queste considerazioni, apprezzando il Quadrante di orientamento dialogico (Dialogic Orientation Quadrant) di Haesun Moon (2020) come modello pratico, ancorato alla realtà, della pratica centrata sulla soluzione. Non siamo certo giunti a conclusioni; pensiamo però che sia un ambito da tenere aperto, soprattutto perché nei prossimi anni emergeranno probabilmente approcci neurobiologici più applicati.
Un argomento chiave da considerare nei nostri tentativi di esplorare le caratteristiche neurologiche di un approccio centrato sulla soluzione è: «e allora?». Abbiamo bisogno di correlati neurologici o di effetti collaterali dell’approccio centrato sulla soluzione per confermarne l’efficacia? Capire i cambiamenti nel cervello di una persona e nel suo funzionamento neurologico complessivo lo rende più reale? Sosterremo che è certamente interessante saperne di più e capire meglio come potrebbero avvenire i cambiamenti, e vedere che cosa è osservabile ed evidente a livello neurobiologico. È più che interessante quando si tratta di confermare l’efficacia dell’approccio centrato sulla soluzione per una singola persona che intraprende un intervento terapeutico o di coaching, e in particolare la durata di questa efficacia nel tempo, forse dovuta a cambiamenti nel funzionamento del suo sistema neurologico. Alla base di queste considerazioni c’è il fatto che oggi disponiamo di mezzi migliori per esaminare il sistema neurologico umano ed è ragionevole esplorare e forse utilizzare queste nuove tecniche.
Tuttavia, un’avvertenza fondamentale riguarda l’uso improprio delle neuroscienze e della scienza medica come spiegazione. Weisberg e collaboratori (2008) hanno studiato questo ambito e hanno constatato che «le spiegazioni neuroscientifiche avevano un effetto particolarmente marcato sui giudizi di persone non esperte riguardo a spiegazioni cattive, mascherando problemi altrimenti evidenti di tali spiegazioni» (p. 470). Analogamente, Greenberg (2013) critica il sistema di classificazione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), che presenta «sintomi» o comportamenti come indicativi specifici di un disturbo come la depressione o l’ADHD, con fondamenti «neurologici» impliciti. Inoltre, collegare il successo relativo di un intervento farmacologico all’assunto che la persona avesse una «carenza» neurobiologica del neurotrasmettitore adeguato è inverificabile e ingenuo. Nemmeno il modello medico sostiene che la guarigione di un’infezione alla gola grazie a un antibiotico sia avvenuta perché alla persona mancava quell’antibiotico!
Dobbiamo essere cauti nel presumere che la terminologia neurobiologica renda una terapia come la terapia centrata sulla soluzione più reale e credibile. Ciò che la persona stessa riferisce e le prove di un cambiamento nel suo funzionamento nel proprio mondo possono costituire dati più solidi, perché centrati sulla persona, di una presunta spiegazione neurobiologica.
Un approccio centrato sulla soluzione può essere definito come fare di più ciò che funziona e non cambiare ciò che già funziona. L’approccio centrato sulla soluzione è un modo di condurre conversazioni che aiutano una persona ad andare avanti concentrandosi su ciò che vuole, quelle che vengono giustamente chiamate le sue migliori speranze, e su ciò che già va bene nella sua vita. Per citare la nostra definizione: «Conversazioni che portano le persone a capire che cosa vogliono. Che cosa sta funzionando e le avvicina a quel futuro. E che cosa potrebbe guidarle ancora più vicino» (D. Sing e S. Colmar, S., comunicazione personale, 8 luglio 2025).
Nelle comunità centrate sulla soluzione esistono metodi e strumenti riconosciuti, impiegati per ottenere questo orientamento. Riconosciamo che alla base dell’uso efficace dell’approccio centrato sulla soluzione c’è il modo in cui chi lo pratica vede le persone, con convinzioni e presupposti rispettosi riguardo ai loro diritti, punti di forza e capacità. Nell’usare un approccio centrato sulla soluzione si applicano principi essenziali e coerenti, sia con una persona in terapia sia con gruppi o organizzazioni; tuttavia, per semplicità, in questo articolo ci riferiamo soprattutto alla classica modalità del counselling terapeutico. In un colloquio centrato sulla soluzione l’attenzione è rivolta ai dettagli specifici e a suscitare e sostenere descrizioni ricche delle migliori speranze della persona per il futuro. Jackson e McKergow scrivono della «semplicità radicale» dell’approccio, grazie alla quale si «aggira la ricerca, spesso infruttuosa, delle cause dei problemi. [Invece si] prende la via diretta in avanti e si usano piccoli passi per costruire verso il futuro migliore: la “soluzione”» (2024, p. xiv). L’approccio centrato sulla soluzione presenta molte caratteristiche proprie: la domanda del miracolo, le scale e l’esame attento delle eccezioni sono tutti elementi specifici della terapia centrata sulla soluzione, anche se sono stati ripresi da altri quadri terapeutici. Per esempio, convivere con il problema ma gestirlo meglio è cruciale in un approccio centrato sulla soluzione; tuttavia è presente anche nella terapia dell’accettazione e dell’impegno (ACT, per esempio Harris, 2022). Ovviamente vale anche il contrario: chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione può continuare ad attingere ai principi riconosciuti di un counselling terapeutico efficace e a servirsene. Un approccio centrato sulla soluzione prevede che chi conduce la terapia ponga molte domande, mostrando un interesse e una curiosità autentici nel lavorare con la persona per co-costruire il suo futuro preferito; in questo ruolo è importante un atteggiamento di accoglienza e non giudicante. A volte, e in particolare durante un primo incontro, raccontare la propria storia e trovare ascolto è un’esperienza unica che rafforza la persona. I complimenti sono un altro elemento chiave, in particolare porre domande che permettano alla persona di farsi i complimenti da sé, comprendendo il proprio ruolo nei progressi compiuti. Inoltre, la persona che riceve un approccio centrato sulla soluzione è sempre automotivata e «al comando», e gli strumenti centrati sulla soluzione facilitano ciò che vuole e la direzione che prende per il futuro.
Un ottimo esempio dell’uso degli elementi specifici dell’approccio centrato sulla soluzione è la natura e la formulazione della domanda posta. Moon (2020) descrive, con esempi, il ruolo delle parole in un approccio centrato sulla soluzione nel determinare la natura della domanda posta e ascoltata. La differenza terapeutica potenziale creata da una sola parola può essere sorprendente (McKergow, 2022); eppure, è misurabile a livello neurologico, anche se riconosciuta come cruciale da chi pratica la terapia e dalle persone assistite? Di recente, durante un incontro dei membri dell’Australasian Solution Focused Association (ASFA) (19 febbraio 2025), la discussione si è concentrata sulle diverse possibilità che potrebbero aprirsi a seconda del modo in cui si avvia il colloquio con la persona assistita, nonché del momento e del tipo di domande. Sono stati fortemente riconosciuti il rispetto per la persona assistita, la sua autonomia e la sua libertà di scelta, insieme al ruolo delle domande curiose, frequenti ma sempre pertinenti di chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione.
Sappiamo che l’approccio centrato sulla soluzione non etichetta né diagnostica le persone, né si concentra eccessivamente sul problema o sulla sensazione di «blocco» (Durrant, 2012) che le ha portate in terapia. Tuttavia, seguendo il modello del Quadrante di orientamento dialogico (Moon, 2019), che comprende quattro quadranti — Futuro positivo o preferito (Q1), Passato positivo o ricco di risorse (Q2), Passato negativo o difficile (Q3) e Futuro negativo o temuto (Q4) —, la gamma degli aspetti delle difficoltà che la persona incontra in questo momento non viene ignorata. Moon include anche la nozione di narrazione o racconto della persona all’interno della terapia, che può tracciare un percorso neurologico per andare avanti.
Esplorando i fondamenti e gli esiti neurologici del lavoro centrato sulla soluzione, alcuni punti generali e altri specifici ci sono apparsi chiari. È probabile che alcune pratiche comuni alla terapia e al coaching siano utili, come l’ascolto, in particolare un ascolto attivo che si manifesta, per esempio, nel porre domande contingenti, e un atteggiamento rispettoso e non giudicante da parte di chi ascolta. Inoltre, queste competenze di «counselling» sono in genere molto diverse da ciò che una persona incontra abitualmente nella vita quotidiana, soprattutto quando solleva una questione che la preoccupa personalmente. Per esempio, questi due elementi di una buona terapia sono certamente parti fondamentali di un approccio centrato sulla soluzione ed è probabile che siano utili, forse a causa di un cambiamento neurobiologico sottostante; tuttavia questi legami non sono ben compresi né sono stati studiati a fondo. In questo articolo cercheremo di argomentare, su base neurobiologica, come e perché l’approccio centrato sulla soluzione appare efficace ed efficiente, in parte perché i progressi verso i risultati desiderati avvengono in modo relativamente rapido rispetto al tempo dedicato al colloquio terapeutico.
Inoltre, la natura e l’impatto differenziale della terapia varierebbero chiaramente a seconda dell’età della persona assistita, sia cronologica sia evolutiva. Il cervello nella prima infanzia cambia rapidamente, come cambiano, anche se più lentamente, il cervello e il sistema neurologico di tutte le persone mentre si sviluppano e si adattano con l’avanzare dell’età. Altri elementi, come gli stati di malattia e l’uso di sostanze farmacologiche prescritte, di droghe legali e illegali, possono aggiungere un ulteriore livello quanto all’impatto terapeutico immediato e duraturo e a ciò che accade sul piano neurologico.
Una distinzione importante è descritta e valutata in un articolo di Dierolf e McKergow (2009), i quali chiariscono che sono le persone a interagire con il loro mondo e ad agire in esso, e che il cervello o i sistemi neurobiologici sono, di fatto, al servizio della persona. «Le diverse grammatiche delle neuroscienze (grammatica molecolare) e della pratica centrata sulla soluzione (grammatica delle persone) non sono trasponibili e, secondo Wittgenstein, l’una non può essere ridotta all’altra» (p. 42). Un approccio centrato sulla soluzione riguarda anzitutto le persone e il cambiamento positivo osservabile nelle loro interazioni con il mondo, non cambiamenti neurobiologici ipotizzati e in gran parte non misurabili nel loro cervello.
In tutto l’articolo cercheremo di spiegare ciò che pensiamo «potrebbe» accadere a livello del sistema neurobiologico. Sottolineiamo la parola «potrebbe» perché le prove esistenti sono molto limitate e nessuna delle due persone che firmano l’articolo è esperta in questo campo; siamo piuttosto attente osservatrici e osservatori di questi fenomeni. Speriamo che, mettendo in luce questi legami, si apra la strada a ulteriori esplorazioni e discussioni. Quando parliamo degli aspetti neurobiologici di una persona, non intendiamo dire che il nostro cervello agisca da solo, ma come parte di un essere umano intero e complesso che interagisce con il proprio mondo, il quale comprende, in modo essenziale, altre persone. Useremo inoltre il termine neurobiologico per comprendere le numerose caratteristiche del funzionamento umano, riconoscendo anche il ruolo del nostro ambiente o contesto nell’influenzare il nostro funzionamento come esseri umani. Confermiamo infine che gli elementi neurobiologici e neuropsicologici hanno significati in parte diversi; esplorarli, tuttavia, va oltre lo scopo di questo articolo.
La neuroplasticità è un concetto chiave, certamente pertinente quando si esamina l’approccio centrato sulla soluzione. Il cambiamento, e un cambiamento fiducioso orientato al futuro, sono possibili con un approccio centrato sulla soluzione e probabilmente si manifestano sul piano neurologico, come suggeriscono in particolare gli studi sulla neuroplasticità. Oggi la neuroplasticità è ampiamente riconosciuta come la capacità del cervello di cambiare e riorganizzarsi in base all’esperienza. È cruciale nella prima infanzia, specialmente nei primi trentasei mesi; tuttavia continua a essere significativa man mano che la persona si sviluppa, invecchia ed è esposta a molte esperienze nel contesto della propria vita. Ovviamente, una terapia fiduciosa e rivolta al futuro ha più probabilità di portare a cambiamenti positivi nel futuro della persona, scelti da lei. Quando la persona partecipa a una seduta centrata sulla soluzione e riceve il riconoscimento rispettoso di essere chi conosce meglio sé stessa, e le vengono riconosciute competenza e agentività, è messa in condizione di continuare a costruire su un sentiero o una strada già esistenti (Sing, 2023). Questo approccio contrasta con il dover orientarsi in un luogo sconosciuto o, peggio, costruire una strada nuova o un percorso neurologico scelto da chi conduce la terapia.
Tuttavia, sebbene la neuroplasticità sia accettata in modo quasi universale, la comprensione di come il nostro cervello e il nostro sistema nervoso si riorganizzino è aperta a molte speculazioni. Esistono alcune influenze comunemente riconosciute in questa riorganizzazione e nella predisposizione al cambiamento neurologico e fisiologico del sistema nervoso (Fuchs & Flügge, 2014). Poiché potremmo avere la capacità di innescare il rilascio di sostanze neurochimiche e neuromodulatori orientando una conversazione in una certa direzione, sosteniamo che questo sia uno dei motivi per cui l’approccio centrato sulla soluzione è più potente, per esempio, dell’esplorazione del passato di una persona o di un’attenzione rivolta principalmente alla positività e alla gratitudine. Sosterremmo che è la capacità di un colloquio centrato sulla soluzione di far crescere la speranza e di sviluppare un’immagine dettagliata di un futuro preferito, saldamente ancorata alla realtà della persona, a far emergere l’approccio centrato sulla soluzione come la via più efficiente ed efficace verso il cambiamento positivo, in un tempo minimo e forse con uno sforzo minimo.
Altri ambiti da considerare comprendono i cosiddetti fattori legati allo stile di vita, come il sonno, l’alimentazione e l’esercizio fisico. Possono esulare dall’approccio centrato sulla soluzione così come viene praticato di solito, anche se oggi si riconosce che i legami mente-corpo sono pertinenti per il funzionamento psicologico. Le complessità di ciò che è mente ed essere persona, e di ciò che è cervello e neurobiologico, non sono irrilevanti, ma vanno oltre lo scopo di questo articolo. Come esseri umani funzioniamo all’interno del nostro mondo, ed è la gestione delle nostre interazioni con i nostri ambienti, che comprendono in modo particolarissimo altre persone, a essere osservabile e a definire in sostanza chi siamo e l’immagine che diamo di noi come persone. Pensiamo che alcuni legami potrebbero essere esplorati ulteriormente a partire dalla teoria secondo cui l’uso efficace dei colloqui centrati sulla soluzione favorisce probabilmente un cambiamento positivo nell’infrastruttura fisica cervello/corpo della persona e nel suo benessere, sia fisico sia psicologico. Tuttavia, poiché un fondamento chiave dell’approccio centrato sulla soluzione è l’agentività e la libertà di scelta della persona assistita, è lei che deve scegliere di integrare questi elementi nel proprio futuro preferito, anziché vederseli imporre.
Inoltre, si stanno accumulando alcune prove che documentano l’impatto degli interventi farmacologici sul cervello e sul sistema neurologico, ed è importante cercare di estendere questi dati ad altri interventi terapeutici. In un articolo su questo tema, Karlsson (2011) ha esaminato come la psicoterapia potrebbe cambiare il cervello rispetto ai farmaci prescritti su base diagnostica, con alcune prove di cambiamenti cerebrali osservati con la terapia, ma con risultati non conclusivi.
Forse un altro fattore chiave della neuroplasticità e della memoria è la modificazione delle connessioni sinaptiche tra neuroni, che predispone insiemi di neuroni ad attivarsi. Per questo raccontare una storia o insegnare un’abilità a qualcun altro è un modo efficace di fissarla nella memoria, organizzando così un insieme di neuroni perché si attivi più facilmente dei vicini. È un argomento valido, che suggerisce che costruire descrizioni ricche del futuro preferito di una persona predisponga effettivamente la sua memoria a riconoscere e ritrovare più facilmente quel ricordo, dando al futuro preferito una maggiore probabilità di realizzarsi. Il concetto di Moon del passato ricco di risorse (Passato positivo o ricco di risorse [Q2]) si collega anche all’idea che talvolta in passato abbiamo gestito bene la nostra vita e possiamo aspettarci di gestirla di nuovo bene nel futuro preferito. Ancora una volta vale il punto chiave: fare di più ciò che funziona è ciò che definisce un approccio centrato sulla soluzione.
La memoria può essere considerata anche un costrutto neurocognitivo chiave, in cui le eccezioni esistenti possono essere discusse e diventare il trampolino per nuove eccezioni e nuovi modi di gestire il problema. È quasi certo che dedicare tempo a parlare di un futuro preferito (quadrante 1 del DoQ di Moon), con forti legami con la realtà, sviluppi un percorso neurale o predisponga un insieme di neuroni ad attivarsi di nuovo in futuro. L’unica differenza determinante tra vivere una descrizione ricca del futuro e i ricordi di eventi passati è la collocazione temporale che associamo a quel ricordo. Necessariamente, entrambi devono produrre cambiamenti fisici nel nostro cervello «plastico» e, quando richiamiamo eventi passati o futuri, attingiamo a quel ricordo che è stato creato, lo ri-cordiamo. Quando costruiamo insieme una descrizione piena e complessa di ciò che qualcuno vuole, collegata alla sua realtà, aumentiamo le probabilità che raggiunga quel futuro, indicando la direzione e i comportamenti che possono condurre a quel risultato. Un’avvertenza importante riguarda qui le competenze di chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione nel sostenere la conversazione della persona verso il suo futuro preferito. È possibile che ripetere vecchie storie, compresi i traumi, finisca per radicarle e per esagerarne l’importanza, portando a provare e riprovare il problema anziché avanzare verso una soluzione o un futuro fiducioso. Forse è stato Clarke (2012) a dirlo meglio. Gli esseri umani hanno una straordinaria capacità di immaginare cose che non sono (ancora) accadute. La magia della domanda del miracolo sta nel modo in cui attinge a questa capacità, così che la persona assistita sperimenti — con l’occhio della mente e con il corpo — come sarebbero le cose in assenza del problema. Non solo fornisce indizi sensoriali su come potrebbero essere le cose in un mondo migliore, ma amplia anche il senso del possibile della persona e le offre una memoria muscolare che potrà essere richiamata in seguito. Così l’immaginazione si trasforma in memoria: un ri-cordare. La ricerca delle eccezioni — esempi del risultato desiderato già avvenuti in passato — rende più spesso questo filo della memoria. (p. 7)
Spingersi ancora un passo oltre e scoprire aspetti o momenti di questo futuro preferito che stanno già accadendo innesca quasi certamente un rilascio di dopamina, che non solo offre un’esperienza emotiva positiva, ma bilancia anche la risposta del sistema nervoso simpatico della persona. A sua volta, questo le consente di restare motivata grazie a livelli più alti di adrenalina senza sovraccaricare il sistema. Ogni volta che la persona vede un segno del progresso desiderato, la dopamina aumenta ancora, mantenendo viva la sua motivazione (Huberman, 2020–). Il circuito che consiste nel notare il cambiamento, sperimentare il successo e costruire su di esso non è solo efficace sul piano psicologico, ma probabilmente anche rinforzante sul piano neurobiologico.
Un altro aspetto neurochimico forse pertinente di una relazione centrata sulla soluzione e dei suoi effetti positivi è il ruolo dell’ossitocina. Pur riconoscendo che una sostanza chimica non agisce mai da sola, vogliamo richiamare l’attenzione sul suo ruolo potenziale. È probabile che la costruzione di una relazione terapeutica (il che include una relazione nel contesto della conduzione di workshop, della supervisione di coaching o di qualsiasi attività centrata sulla soluzione) aumenti i livelli di ossitocina e i suoi benefici (sentimenti di fiducia, di cura e promozione del comportamento prosociale). Uno studio che utilizzava ossitocina in spray nasale ha rilevato che le persone partecipanti mostravano più fiducia nei giochi economici (Kosfeld et al., 2005), il che suggerisce che l’ossitocina svolga un ruolo diretto nel promuovere relazioni cooperative. Suggeriremmo che l’approccio centrato sulla soluzione, con il suo sguardo non patologizzante sulla persona, porti l’attenzione sulle sue risorse e speranze e riaffermi le relazioni positive. Sebbene molti altri approcci si avvalgano di una relazione terapeutica, la capacità dell’approccio centrato sulla soluzione di accrescere la forza di questa relazione e di mantenerne l’autentico equilibrio gli conferisce probabilmente un vantaggio.
La ricerca sulla rivalutazione dell’attivazione da stress (stress arousal reappraisal, SAR) è in crescita. L’attivazione da stress è il livello elevato di allerta che deriva da alti livelli di adrenalina e da un aumento della frequenza cardiaca. Rivalutare significa vederla in modo diverso, cioè come vediamo e viviamo questa attivazione elevata.
I gruppi di ricerca le chiamano risposta di sfida (stress buono/utile) e risposta di minaccia (non buona). Una delle indicazioni della ricerca è che, quando proviamo una sensazione di mancanza di risorse, tendiamo a vedere questa attivazione come un’esperienza negativa (minaccia). Al contrario, osservare le nostre risorse e percepire di averne può permetterci di utilizzare gli alti livelli di attivazione senza gli effetti negativi spesso associati allo stress (sfida). «Sebbene entrambe le risposte siano accompagnate da un’attivazione simpatica, la sfida è caratterizzata da una migliore efficienza cardiaca e da una dilatazione del sistema vascolare periferico, mentre la minaccia riduce l’efficienza cardiaca e restringe i vasi in previsione di un danno o di una sconfitta» (p. 1-2, Jamieson et al., 2013). Le domande centrate sulla soluzione, come le domande di coping («e come hai fatto a farcela finora?») o le scale, cioè chiedere una semplice valutazione di ciò che già funziona, portano l’attenzione sulle risorse di coping che la persona già possiede. È probabile che queste tecniche abbiano un impatto simile, se non più potente, rispetto agli interventi di SAR studiati, centrati sulla psicoeducazione, mentre un approccio centrato sulla soluzione porta l’attenzione su ciò che sta già accadendo nella realtà della persona e conferma ciò che le è utile.
Gillibrand et al. (2022) hanno ideato diversi studi osservazionali metodologicamente solidi sulla terapia centrata sulla soluzione in azione, misurando fattori come l’attività cerebrale tramite EEG come dati di esito. Un risultato affascinante è che lasciare alla persona assistita il tempo di rispondere, mentre chi conduce la terapia attende in silenzio, era cruciale, soprattutto quando la persona dichiarava di non avere una risposta o di non sapere. Nel frattempo, l’attività cerebrale confermava che il pensiero era in corso e che alla fine si arrivava a una risposta. Ciò conferma l’indicazione di Insoo Kim Berg di lasciare da cinque a sette secondi di silenzio (citata in Thomas, 2013). Inoltre, la ricerca di Colmar (2011, 2014), che incoraggiava a parlare bambine e bambini piccoli con difficoltà di linguaggio, includeva anch’essa la pausa come componente chiave. Di solito, nella cultura occidentale, la persona adulta che parla riempie rapidamente qualsiasi vuoto nella conversazione e spesso prende il sopravvento. Lasciare alla bambina o al bambino il tempo di parlare, facendo una pausa, portava a un uso maggiore e più frequente del linguaggio e a una competenza linguistica crescente. Per estensione, la pausa permette all’altra persona dell’interazione comunicativa di usare il proprio linguaggio (e il proprio pensiero), con i propri tempi, e di dire ciò che vuole dire, senza che chi conduce la terapia la anticipi cercando di indovinare. La pausa è una componente chiave e misurabile di un modello efficace per ogni comunicazione umana; eppure è un aspetto che spesso viene violato o trascurato.
Collegato alla neuroplasticità è il fatto che una componente chiave di un approccio centrato sulla soluzione consiste nell’agire della persona assistita, che conduce esperimenti nei propri contesti di vita reale (Sherwin, 2024), tenendo presente che la nozione di esperimenti comportamentali è utilizzata anche in altri approcci (come la CBT e gli approcci di analisi del comportamento che ricorrono alla terapia di esposizione; per esempio Hudson & McKinnon, 2024). Gli esperimenti comprendono il mettere alla prova qualcosa di difficile o il partecipare a una situazione o a un evento che la persona forse aveva evitato, esplorando così un nuovo percorso neurologico con un sostegno terapeutico o riprendendo con slancio un percorso già ben consolidato. Un legame con gli stati di attivazione e con la rivalutazione dell’attivazione da stress già descritta suggerisce che, anziché temere lo stress, la persona lo accetta e vi si appoggia con una risposta di sfida, invece di cercare di evitarlo vivendo così una risposta di minaccia. Anche la pratica e la ripetizione del nuovo comportamento o della nuova abilità sperimentati sono importanti per rafforzare i nuovi percorsi neurali.
Probabilmente esistono correlati neurologici degli interventi psicologici e terapeutici in ambiti come il benessere e il miglioramento dell’attenzione e della memoria, e questi elementi sono potenzialmente misurabili con strumenti scritti o orali. Tuttavia, l’accuratezza di questi strumenti psicologici è soggetta agli stessi limiti di ogni misurazione psicologica, tra cui le distorsioni nella formulazione delle domande e nella registrazione, una validità scarsa, dati di attendibilità bassi o incompleti, la sincerità delle persone e così via. D’altra parte, anche le misurazioni fisiologiche e neurobiologiche sono imperfette e hanno a loro volta certi limiti, il più evidente dei quali è ciò che scegliamo di osservare e poi cerchiamo di misurare. La storia della scienza, a livello teorico e applicato, conferma che il pensiero e le realtà infine accettate cambiano e continuano a cambiare, e che ciò è al tempo stesso sano e necessario (per esempio Daston, 2017).
Dobbiamo anche riconoscere l’esistenza di informazioni false e, naturalmente, di conclusioni false o di interpretazioni errate dei dati. Passare a esami apparentemente più solidi dal punto di vista scientifico del funzionamento psicologico umano, esaminandone i correlati neurobiologici, non è alcuna garanzia di «veridicità». Forse il semplice resoconto e l’opinione della persona che riceve l’interazione centrata sulla soluzione possono essere una misura più accurata e reale del suo successo, come dimostrano i cambiamenti percepiti dalla persona stessa e da chi le sta intorno.
È cruciale riconoscere che la terapia (o il counselling o il coaching; confermiamo ancora che usiamo la parola terapia per comprendere tutte queste opzioni) è un contesto interattivo; pertanto la persona che offre la terapia o il coaching è importante quanto chi riceve il sostegno. Czeszumski et al. (2020) hanno esaminato l’hyperscanning, che comprende in senso ampio la misurazione dei fondamenti neurali inter-cerebrali dell’interazione sociale, riconoscendo che le interazioni tra persone, come nei contesti terapeutici e conversazionali, devono essere prese in considerazione. In termini semplici, la neurobiologia, così come i comportamenti osservabili, è influenzata dalle interazioni sociali. Hanno esaminato le prove relative alla misurazione dell’«attività cerebrale neurale» quando il cervello di entrambe le persone viene monitorato con la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNIRS). Fondamentalmente, le difficoltà di misurazione e la relativa artificiosità del contesto creato per questo tipo di lavoro sperimentale con tali metodi sono indicate come limiti chiave.
L’articolo di Choi del 2023 osservava che «il discorso centrato sulla soluzione della persona assistita era piuttosto il prodotto di un’interazione dinamica che la conseguenza lineare di un singolo intervento terapeutico (Choi, 2023, p. 115)». Di conseguenza, in termini centrati sulla soluzione, l’approccio della microanalisi (Simon & Taylor, 2023) potrebbe fornire dettagli da collegare alle risposte neurologiche sia di chi conduce la terapia sia della persona che riceve e co-crea la soluzione terapeutica. Non che sia affatto semplice o facile da studiare. E sì, dobbiamo continuare a ribadire questo punto!
Un altro elemento chiave dell’approccio centrato sulla soluzione, e ciò che rende diverso un approccio centrato sulla soluzione, è che spesso è breve in termini di numero di sedute e tuttavia efficace (Pakrosnis & Żak, 2024; Vermeulen-Oskam et al., 2024), il che si allontana dall’idea che servano sedute prolungate per ottenere progressi o, ingenuamente, una «guarigione» o, in termini neurologici, una nuova connessione.
È importante notare che il termine «breve» è nato per contrasto con l’esame lungo e lento del passato complesso e forse problematico di una persona. Alcune altre terapie sembrano non avere sempre l’aspettativa che la persona in terapia possa andare avanti e vivere bene la propria vita, con successo e in modo autonomo; in sostanza, prosperare o fiorire (Seligman, 2011). L’approccio centrato sulla soluzione riguarda un buon funzionamento nella vita, non la perfezione né una «guarigione».
In questo articolo abbiamo esaminato alcune delle limitate prove di cambiamenti neurobiologici che sembrano avvenire, o potrebbero avvenire, quando una persona vive un’interazione centrata sulla soluzione. Misurare i correlati neurobiologici del cambiamento è difficile e potrebbe non essere più affidabile, valido o significativo delle checklist psicologiche, del semplice resoconto della persona o dei cambiamenti osservati nel suo funzionamento nel proprio mondo. È importante sottolineare che, come in ogni ricerca scientifica, la scelta di ciò che si osserva e del modo in cui si cerca di misurarlo determina e limita i risultati e le conclusioni.
Sono stati esplorati ambiti specifici come la neuroplasticità, gli effetti osservati all’EEG e la misurazione della dopamina e dell’ossitocina. Abbiamo inoltre considerato il ruolo di elementi neurologici specifici come la memoria. Nell’esplorare i potenziali fondamenti neurobiologici di un approccio centrato sulla soluzione, dobbiamo considerare le interazioni dinamiche e reciproche, sia all’interno di ciascuna persona sia tra le persone durante le sedute. Per esempio, la pausa all’interno di un colloquio centrato sulla soluzione può avere un’importanza cruciale. Abbiamo esaminato anche le risposte allo stress, in particolare la rivalutazione di queste risposte come sfida anziché come minaccia. Il ruolo degli esperimenti, intesi come uso deliberato, nel mondo reale, dei comportamenti esplorati in una seduta centrata sulla soluzione, è un complemento cruciale a ciò che si dice in seduta. In definitiva, un approccio centrato sulla soluzione mira a facilitare un cambiamento centrato sulla persona nel modo in cui gestisce il proprio mondo e interagisce con esso. Non mira a incidere sulla sua neurobiologia, anche qualora questa potesse essere misurata in modo affidabile, in particolare in ambienti reali. L’efficacia dell’approccio centrato sulla soluzione in rapporto al tempo trascorso in un contesto terapeutico è un altro ambito chiave da approfondire con la ricerca e forse da considerare in termini neurobiologici.
Sosterremmo con forza la semplicità, la flessibilità e l’efficacia di un approccio centrato sulla soluzione e la sua attenzione centrale al lavorare «con la persona assistita», in un ruolo di co-facilitazione che pone molte domande buone, curiose e pertinenti per favorire i cambiamenti nelle azioni e nel pensiero e, forse, nei fattori neurobiologici delle persone accompagnate. Ciononostante, sono necessari anche elementi di buone competenze di counselling e terapeutiche, che saranno probabilmente presenti nella costruzione di un’alleanza terapeutica di lavoro efficace.
Isolare l’approccio centrato sulla soluzione esclusivamente sul piano neurologico non è facile, anche se Gillibrand et al. (2022) hanno incluso studi che vanno in questa direzione. E, come abbiamo esposto, riteniamo che esista una solida base neurobiologica che spiega perché l’approccio centrato sulla soluzione è efficace e si distingue tra le altre modalità. In un approccio centrato sulla soluzione, l’esplorazione dettagliata delle migliori speranze della persona per il proprio futuro offre profondità, con un’immagine realistica del futuro, che può stabilire connessioni neurobiologiche pertinenti, più forti e durature. Non sosteniamo che le connessioni o i correlati neurobiologici convalidino l’approccio centrato sulla soluzione; possono però ampliare la nostra riflessione sui meccanismi e sui fattori coinvolti nella sua efficacia, e il nostro esame di essi. È chiaro che l’approccio centrato sulla soluzione riguarda le persone in contesti conversazionali e non i cambiamenti neurobiologici e cerebrali che potrebbero verificarsi in tali contesti. Ciononostante, questi ultimi sono certamente pertinenti e affascinanti, e sono cruciali per la nostra umanità. Finora le prove a favore di un approccio centrato sulla soluzione sono generalmente positive; tuttavia, perché, come e se avvengano cambiamenti a livello neurobiologico è attualmente meno studiato e compreso. A nostro avviso, come esposto in questo articolo, esaminare gli sviluppi in questo ambito e prendere parte a questa conversazione è un compito che vale la pena perseguire, continuando a coltivare le nostre competenze nel mettere in luce il cambiamento attraverso l’osservazione e il dialogo con la persona con cui lavoriamo.
Ricevuto il 6 agosto 2025, accettato il 16 gennaio 2026, pubblicato il 27 gennaio 2026.
Complexe Systémique: punti chiave
Un articolo di opinione onesto sui propri limiti, ed è questo a renderlo utile: chi lo firma dice «potrebbe» in ogni paragrafo, cita lo studio di Weisberg sul fascino seducente delle spiegazioni neuroscientifiche e ricorda, con Dierolf e McKergow, che la grammatica dei neuroni non si traduce in quella delle persone. Ciò che resta, una volta stabilita la prudenza, è un’elegante ipotesi di lavoro: descrivere nei dettagli il futuro preferito significa fabbricare un ricordo di ciò che non è ancora accaduto. E un risultato concreto, l’EEG durante la pausa: quando la persona assistita dice «non lo so», sta ancora pensando. Da leggere insieme a Usare il silenzio della persona assistita in seduta, La pausa e il messaggio di fine seduta e Drury su Wittgenstein e i giochi linguistici.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Does a Solution Focused Approach Change Our Brain? How Does Solution Focus Work? Exploring the Neurobiological Effects of Solution Focused Practices, di Susan H. Colmar e Dion Sing, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices, vol. 10, n. 1 (2026), pp. 96-109, doi: 10.59874/001c.155391, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
L’articolo originale, «Does a Solution Focused Approach Change Our Brain? How Does Solution Focus Work? Exploring the Neurobiological Effects of Solution Focused Practices», è stato pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2026) con licenza CC BY 4.0. Questa versione è una traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con una presentazione adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Colmar, S. H., & Sing, D. (2026). Does a Solution Focused Approach Change Our Brain?. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/does-a-solution-focused-approach-change-our-brain (Opera originale pubblicata nel 2026 in Journal of Solution Focused Practices, vol. 10, n. 1 (2026), pp. 96-109; ripubblicata nel 2026 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/155391)
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