Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Journal of Solution Focused Practices · Studio di caso

Risposte non dette: usare il silenzio in seduta – Coinvolgere il silenzio delle persone assistite con domande centrate sulla soluzione ben ponderate per affrontare i conflitti familiari

Questo articolo esplora come l’uso del silenzio all’interno di una seduta di terapia familiare possa affrontare i conflitti in famiglia, in particolare quando è abbinato a domande ben ponderate della terapia breve centrata sulla soluzione (SFBT), che invitano le persone assistite a riflettere e a rispondere nella propria mente, favorendo intuizioni personali senza la pressione di dover rispondere a voce. Questo metodo ha prodotto risposte non dette che hanno infine reso possibili progressi significativi. I profondi cambiamenti vissuti dalla famiglia si sono consolidati nei colloqui successivi, rivelando trasformazioni importanti nelle dinamiche familiari. L’articolo descrive in dettaglio le domande poste, il processo terapeutico e gli esiti osservati, mostrando come coinvolgere il silenzio delle persone assistite con domande centrate sulla soluzione possa essere un modo efficace per affrontare i conflitti familiari.

Autrici e autori Joseph Lettieri e Ayse Adil, Family Based Solutions, LondraPubblicato originariamente in Journal of Solution Focused Practices, vol. 8, n. 2 (2024)Parole chiave terapia della seduta silenziosa, terapia breve centrata sulla soluzione, schemi di comunicazione negativiLe parole della madre un’intervista dal vivo tenuta alla conferenza online SF24 e due e-mail che ha scritto in seguitoTraduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale Unspoken Answers: Using Silence in Session – Engaging Client Silence With Thoughtful Solution Focused Questions to Address Family Discord, di Joseph Lettieri e Ayse Adil, pubblicato in Journal of Solution Focused Practices, vol. 8, n. 2 (2024), doi: 10.59874/001c.126338, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza; è stato inoltre aggiunto un titolo di sezione («Introduzione») per la lettura online. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questo studio di caso mette in luce un approccio singolare adottato dalla terapeuta Ayse Adil, che ha gestito la seduta senza interromperla prematuramente e senza congedare nessuno. Coinvolgendo le persone assistite con domande mentre restavano in silenzio e rispondevano nella propria mente, ha creato una seduta produttiva, libera dai battibecchi che si erano verificati all’inizio. Anche se rispondevano in silenzio, le persone assistite erano attivamente coinvolte ed elaboravano interiormente le domande della terapeuta. Questo metodo ha prodotto risposte non dette che hanno infine reso possibili progressi significativi.

L’uso di una seduta silenziosa non è un’idea nuova, e non è nuova nemmeno nella terapia breve centrata sulla soluzione. Già nel 2006 Eileen Murphy, la cui organizzazione, Eileen Murphy Consultants, ha sede nel Regno Unito, scriveva di aver ideato la seduta silenziosa appositamente per lavorare con persone che manifestano resistenza a voce. Nel momento in cui la seduta silenziosa è stata utilizzata nell’esempio di caso qui sopra, Ayse non ne era a conoscenza.

I profondi cambiamenti vissuti dalla famiglia si sono consolidati nei colloqui successivi, descritti alle pagine 11-16 di questo articolo, rivelando trasformazioni importanti nelle dinamiche familiari. L’articolo riconosce inoltre il ruolo della madre come co-ricercatrice nell’esplorazione di questa tecnica. La sua partecipazione è stata decisiva per la riuscita della seduta, il che suggerisce che impiegare il silenzio delle persone assistite in modo strutturato possa essere utile in casi simili in futuro. L’articolo descrive in dettaglio le domande poste, il processo terapeutico e gli esiti osservati, mostrando come coinvolgere il silenzio delle persone assistite con domande centrate sulla soluzione possa essere un modo efficace per affrontare i conflitti familiari.

Epigrafi

«Il silenzio è una fonte di grande forza». — Lao Tzu

«Se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio… forse qualcosa potremmo capirla». — Federico Fellini

«Le conversazioni più significative della nostra vita avvengono nel silenzio». — Simon Van Booy, Love Begins in Winter: Five Stories

Complexe Systémique · nota sul testo pubblicato

L’articolo riporta le parole stesse di una madre: estratti di un’intervista dal vivo tenuta alla conferenza online SF24 e due e-mail che ha scritto in seguito, con i titoli scelti da lei. La rivista li pubblica con il suo consenso; SF24 è il contesto in cui si è svolta l’intervista, non una pubblicazione precedente. La famiglia resta anonima nell’articolo, salvo il fatto che la madre ha accettato che durante il workshop venisse usato il suo vero nome; qui non è stato aggiunto alcun nome, età o luogo che non compaia nell’originale. Si noti che l’articolo colloca la conferenza SF24 nell’agosto 2024 quando presenta il caso, e al 3 maggio 2024 nella sezione che le è dedicata; entrambe le indicazioni sono mantenute così come stampate. Infine, il titolo originale reca quattro bandierine: segnalano riassunti tradotti depositati come allegati dalla rivista (cinese tradizionale e semplificato, polacco, rumeno), non traduzioni integrali; qui non sono riprodotte.

Introduzione

La psicoterapia prevede che una persona si rivolga a una figura professionale qualificata per ricevere aiuto nel risolvere problemi e nel realizzare i cambiamenti desiderati nella propria vita. Ciò comporta principalmente l’uso della comunicazione verbale nel contesto di una relazione terapeutica. In alcune occasioni i progressi possono essere ostacolati da fattori diversi. Per esempio, le persone assistite possono faticare ad articolare efficacemente i propri pensieri. Nella terapia di coppia e familiare, possono lasciarsi trascinare in modo eccessivo in litigi improduttivi, battibecchi e conflitti, che possono anch’essi frenare i progressi. Un approccio che si è dimostrato efficace nell’affrontare il conflitto verbale con le famiglie è la terapia breve centrata sulla soluzione (SFBT), che si basa sull’uso di domande per attivare emozioni positive capaci di contrastare le emozioni negative generate (Kim & Franklin, 2015). Tuttavia, ci sono momenti in cui nemmeno l’uso delle domande della SFBT basta a orientare la conversazione tra i membri della famiglia in una direzione più calma, positiva e produttiva. La logica alla base di questo approccio era fare intenzionalmente qualcosa di diverso per spezzare il ciclo del conflitto verbale.

Terapia breve centrata sulla soluzione, silenzio e immaginazione

Una seduta silenziosa centrata sulla soluzione è una seduta in cui la persona che conduce pone domande e le persone assistite rispondono interiormente, riflettendo sulle proprie risposte nella propria mente invece di pronunciarle ad alta voce. In alternativa, possono dedicarsi ad attività come il disegno per esprimere i propri pensieri. In questo caso specifico, la terapeuta ha scelto di far rispondere interiormente le persone assistite, con una decisione spontanea per disinnescare i battibecchi sorti durante la seduta. Questo approccio permette di elaborare le domande in profondità e con i propri tempi, creando uno spazio calmo per l’autoriflessione e la presa di coscienza. La seduta era un tentativo di lasciare alle persone assistite il tempo di rispondere alle domande senza interruzioni né critiche. Quanto al silenzio, per tutta la durata si sente soltanto la voce della terapeuta, con una breve risposta alla fine della seduta sul fatto che la conversazione sia stata utile o meno.

Quando si parla di silenzio in psicoterapia, ci si può riferire al fatto che la persona assistita non risponde alle domande di chi conduce la terapia o non partecipa al processo in generale. Comportamenti di questo tipo sono di solito visti negativamente e definiti resistenza (Levitt & Morrill, 2023). Allo stesso tempo, è riconosciuto che una certa quota di silenzio fa parte del processo delle conversazioni terapeutiche. Le pause nella conversazione danno alle persone il tempo e lo spazio per riflettere e formulare una risposta ponderata a quelle che spesso vivono come domande difficili.

L’approccio centrato sulla soluzione è un approccio di terapia breve orientato al futuro, diretto a obiettivi e basato sulle evidenze, che aiuta persone e organizzazioni a realizzare un cambiamento costruendo soluzioni anziché concentrarsi sui problemi e sugli eventi che li hanno prodotti. (de Shazer et al., 2007, 2021; Kim et al., 2010, 2019) Nell’approccio centrato sulla soluzione chiediamo alle persone assistite di rispondere a domande che forse non si aspettavano in una conversazione terapeutica. Di solito si aspettano che le si interroghi sui loro problemi, con domande come «Che cosa la porta qui da me?», a cui forse non è facile rispondere ma su cui in genere hanno già riflettuto. Chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione, invece, apre con una domanda più orientata al futuro, come «Come capirebbe che venire qui da me le è stato utile?», che richiede un processo di pensiero diverso. Di conseguenza, chi pratica la SF non si scoraggia quando una persona risponde con il silenzio o dice «Non lo so». Secondo Macdonald (2011), «Le domande orientate al futuro nella terapia centrata sulla soluzione colgono spesso le persone assistite alla sprovvista, perché di solito non si chiede loro di pensare ai propri obiettivi o a possibili soluzioni, come avviene invece negli approcci terapeutici tradizionali. Il silenzio che segue domande di questo tipo è una parte naturale e necessaria del processo, che consente una riflessione più profonda». Il silenzio dà alla persona il tempo e lo spazio per formulare una risposta alle vostre domande, per dare un senso a ciò che le viene chiesto e per cercare nel proprio archivio mentale risposte già sperimentate e collaudate. Una domanda orientata al futuro richiede più tempo di elaborazione, perché le risposte già pronte potrebbero non essere disponibili.

In questo articolo presenteremo uno studio di caso relativo a una famiglia in cui la maggior parte della seduta si è svolta senza risposte verbali da parte delle persone assistite alle domande loro rivolte. In questo studio di caso la famiglia è stata seguita online, a causa della distanza tra la sua abitazione e gli uffici di Family Based Solutions. Sebbene lo studio di caso sia un esempio di uso della seduta silenziosa, comprende anche il ricorso al radicamento (grounding) delle persone assistite, che ha avuto l’effetto di ridurre il conflitto e la tensione tra i membri della famiglia. Secondo Porges (2011), «Il fondamento di una terapia efficace risiede nel creare un ambiente sicuro e accogliente per le persone assistite. Tecniche come la respirazione profonda, il rilassamento muscolare progressivo e la visualizzazione guidata possono aiutarle a rilassarsi e a sentirsi radicate, permettendo loro di partecipare pienamente al processo terapeutico». (Porges, 2011). Ayse riteneva che la famiglia avrebbe tratto beneficio da esercizi di radicamento, perché quando una persona si sente a proprio agio e rilassata è più in grado di esplorare i propri pensieri. Radicarle nel loro spazio ha abbassato la temperatura della situazione. Le tecniche di radicamento sono spesso usate in terapia per aiutare le persone a gestire emozioni angoscianti e a riconnettersi con il momento presente. Ancorare la persona al presente può rendere più facile pensare con maggiore chiarezza e concentrazione (Porges, 2011).

Si vedrà come Ayse Adil, con le sue domande, chieda alla famiglia di impegnarsi in un’immaginazione (non) guidata (Greene & Lee, 2011), chiudendo gli occhi e visualizzando il proprio futuro preferito nel maggior dettaglio possibile. Questo è diverso dall’immaginazione guidata, che «si riferisce a un insieme di tecniche terapeutiche il cui scopo è rafforzare la motivazione delle persone verso eventi futuri immaginando un “futuro positivo” e esercitare e provare abilità utili all’impegno comportamentale futuro» (Hamilton et al., 2013). La differenza nell’immaginazione usata nello studio di caso è che Ayse non guida le persone assistite attraverso un luogo immaginato o una serie di azioni; in questo caso sono loro a visualizzare il proprio percorso personale verso il loro futuro preferito, unico per ciascuna.

L’uso dell’immaginazione non guidata comporta simulazioni mentali, un’altra forma di immaginazione mentale più vicina all’intervento usato con la famiglia. Le simulazioni mentali sono definite come prove di eventi futuri (Cole et al., 2021). Si distinguono in due tipi: simulazioni mentali di esito e di processo. Le simulazioni mentali di esito chiedono alla persona di considerare il significato del risultato desiderato e come si sentirebbe nel raggiungere il proprio obiettivo. La simulazione mentale di processo le chiede di pensare alle specifiche serie di azioni necessarie per raggiungere l’obiettivo, a chi altro dovrebbe essere coinvolto nel processo, ai potenziali ostacoli al raggiungimento degli obiettivi e a come superarli. La famiglia di questo studio di caso viene guidata a riflettere sui passi pertinenti verso i propri obiettivi, unici per ciascuno, e a visualizzarli, il che ha l’effetto di accrescere la fiducia nel mettere in atto con successo il comportamento. Ciò comporta una visualizzazione dettagliata degli aspetti procedurali anziché concentrarsi soltanto sul risultato finale.

La famiglia del caso presentato in questo articolo riceveva servizi da Family Based Solutions. Family Based Solutions è stata fondata nell’ottobre 2012 dalle tre persone fondatrici e da allora ha lavorato con 985 famiglie. L’ente benefico ha sede a Londra ed è nato per sostenere genitori che subiscono abusi da parte dei figli, famiglie che si stanno riprendendo dalla violenza domestica, e per lavorare con persone adulte autrici di violenza domestica. L’ente ha iniziato a usare l’approccio centrato sulla soluzione nel 2014 come principale intervento con le famiglie.

Studio di caso: Milly, Penny e la madre

Informazioni di contesto

L’invio è arrivato dal college frequentato da una delle figlie. Il college chiedeva un sostegno per la famiglia, perché la studentessa che lo frequentava era molto stressata e non riusciva a far fronte alla situazione in casa. Chi aveva effettuato l’invio riferiva che la studentessa era arrivata al punto di pensare seriamente di andarsene di casa. La famiglia era composta dalla madre e da due figlie di 15 e 17 anni, la più giovane delle quali aveva una diagnosi di autismo. Ayse Adil ha incontrato dapprima la madre; qui di seguito sono riportate le informazioni raccolte in quel colloquio. L’articolo passerà poi all’incontro con la famiglia e ai colloqui successivi con i singoli membri. Vi saranno anche brevi estratti dell’intervista dal vivo con la madre alla conferenza online SF24, tenutasi nell’agosto 2024.

Colloquio individuale via Zoom con la madre

Il colloquio è stato l’occasione per comprendere le preoccupazioni della madre e il modo migliore di sostenere la famiglia. La madre spiegò che il marito era morto sei anni prima e che era stato molto violento con lei e con le figlie. Era verbalmente violento e, quando le maltrattava, proibiva loro di piangere. Il marito esercitava anche una violenza economica, decidendo quando e dove si potesse spendere denaro. Benché dopo la sua morte ci fosse un senso di sollievo, la madre sentiva che non sapevano come elaborare il lutto. Le emozioni contrastanti legate alla perdita di un marito e di un padre, e il sollievo per il fatto che non fosse più lì a controllare ogni loro mossa, stavano mettendo a dura prova la loro salute mentale.

La madre aveva lasciato il lavoro di insegnante per occuparsi delle due figlie. Nei sei anni successivi alla morte del padre, tutte e tre si erano rivolte a terapeuti e avevano ricevuto una diagnosi di PTSD. La figlia di 15 anni, che chiameremo Milly, aveva ricevuto una diagnosi di autismo all’età di 8 anni. Il padre l’aveva sempre negata e non accettava la diagnosi. Era convinto che la figlia cercasse solo attenzione. La madre raccontò che Milly aveva imparato a mascherare i propri comportamenti davanti al padre per paura che le facesse del male.

La figlia di 17 anni, che chiameremo Penny, era alle prese con problemi di salute mentale e aveva tentato di togliersi la vita dopo la morte del padre. La madre spiegò che la pressione aggiuntiva della condizione della sorella e la mancanza di comprensione facevano sì che litigassero di continuo, e questo pesava molto su di lei e su Penny. La madre raccontò che la casa diventa invivibile quando le due ragazze sono a casa insieme. Si convenne quindi di organizzare un incontro con la famiglia la settimana successiva. La madre avvertì che le ragazze avrebbero potuto opporre resistenza e si scusò in anticipo nel caso fossero apparse maleducate o «fredde».

Incontro con la famiglia via Zoom

La famiglia era riunita attorno al tavolo della cucina, davanti allo schermo del portatile. Ayse si presentò e spiegò il suo ruolo all’interno di Family Based Solutions, poi chiese a ciascuna quali fossero state le proprie esperienze con i sostegni ricevuti in precedenza. Glielo chiese perché le ragazze avevano dichiarato di essere riluttanti e di non nutrire speranze che questo intervento potesse funzionare per loro. Avevano avuto in passato esperienze negative di terapia e non partecipavano volentieri.

La prima domanda fu: «Che cosa vi direbbe che questa seduta non sarà una perdita di tempo?». Tutte diedero risposte simili: «non essere giudicata», «non sentirmi dire che c’è qualcosa che non va in me» e «mettermi a disagio». Va detto che usarono molte parole «colorite» per descrivere le loro esperienze. La domanda successiva fu: «Che cosa vorreste vedere succedere invece?». Porre questa domanda aiuta le persone assistite a «visualizzare un esito positivo, alimentando un senso di speranza e di direzione». (Miller et al., 1996) La risposta di tutte e tre fu semplicemente: «Non lo so».

Trascrizione del resto della seduta

(Ayse Adil è indicata con AA)

Trascrizione

AA – Mamma, che cosa non cambierebbe di Milly?

(questa domanda mirava a cercare punti di forza e ciò che non avrebbero cambiato l’una dell’altra.)

Mamma – Oh, ehm, non saprei. Beh, ha un bel carattere, sa essere molto premurosa quando vuole, adora il cane. (a questo punto Milly aveva già interrotto la madre in modo aggressivo almeno 5 volte per insinuare che la madre soffriva di depressione e aveva la mente annebbiata, e quindi non riusciva a ragionare bene)

AA – Milly, che cosa non cambieresti di tua madre?

Milly – Giusto perché tu lo sappia, ti do 10 minuti. Se non mi piace, me ne vado. Io lo so cosa cambierei. Grazie a lei e a mia sorella anche il cane ha l’ansia. Il veterinario le ha diagnosticato l’ansia e pure lei si impasticca.

AA – Oh no. Mi dispiace sentirlo. Allora è ancora più importante che lavoriamo tutte insieme per aiutare la vostra cagnolina a superare l’ansia (la cagnolina era sdraiata sul pavimento della cucina e non si mosse per tutta la durata della seduta).

Penny – Ma vuoi stare zitta (a Milly), smettila e basta. Non ti sopporto.

Milly – (fa il verso a Penny) Come se poi ti importasse.

Mamma – Milly, devi capire che sia Penny sia io stiamo facendo davvero fatica con la nostra salute mentale.

Milly – (con sarcasmo), davvero? Non me n’ero mai accorta. Non mi ero mai accorta che piangete tutte e due di continuo.

Mamma – Sì, Milly, ed è per questo che prendo i miei farmaci, per riuscire ad arrivare a fine giornata.

Milly – (con sarcasmo) E come ti sta andando?

Penny – Stai zitta e basta (a Milly)

Milly – (parlando con AA) La settimana scorsa ho fatto uno sforzo e ho chiesto a Penny di guardare un film con me. Per una volta ha accettato e abbiamo messo su Netflix un film che io avevo già visto. Le ho chiesto che cosa ne pensava e lei ha detto: ‘era bello, ma alcune parti non mi sono piaciute’. Cioè, come fai a dire che è bello e poi dire che alcune parti non ti sono piaciute? Com’è possibile?

Penny – È la mia opinione, Milly. Lascia perdere.

Mamma – (ad AA) Vede con che cosa devo convivere?

A questo punto le ragazze stavano litigando, la madre piangeva e la cagnolina restava immobile sul pavimento della cucina. Era ormai chiaro che i litigi e i battibecchi stavano interrompendo la seduta e rendevano molto improbabile qualsiasi prospettiva di progresso futuro. AA decise di ricorrere alla seduta silenziosa come mezzo per porre fine al conflitto nella stanza ed evitare che la seduta si concludesse prematuramente. AA aveva già usato una seduta silenziosa in un caso precedente, simile per il fatto che i membri della famiglia si parlavano tutti sopra e non erano d’accordo su nulla.

AA – Bene…. Adesso proverò a fare una cosa con voi. Vi farò delle domande e tutto ciò che dovete fare è rispondere alle domande nella vostra testa. La regola è: non parlate, non rivelate i vostri pensieri a nessuna di noi. Se può esservi utile, potete prendere un quaderno e una penna per annotare le domande. Quando siete pronte per la domanda successiva, fatemi un pollice in su. Se in qualsiasi momento vi sentite a disagio, ditemelo e mi fermerò. Vi chiederò di chiudere gli occhi, a meno che questo non vi metta a disagio. Le domande riguarderanno voi e la vostra famiglia.

La seduta silenziosa è stata usata sul momento a causa del conflitto emerso nella seduta familiare. Era evidente che c’erano poche possibilità di evitare che le parti si incolpassero a vicenda e ben poca disponibilità ad ascoltare il punto di vista altrui.

Milly corse di sopra a prendere tre quaderni e tre penne. Ayse notò che i 10 minuti erano passati e che Milly stava ancora partecipando alla seduta. Mentre Milly era di sopra, Ayse osservò la stanza per vedere se ci fossero oggetti da usare nella seduta. Voleva cominciare con alcuni esercizi di radicamento e di visualizzazione per preparare la famiglia alle domande che sarebbero seguite.

Il silenzio comincia

AA – Vorrei che chiudeste gli occhi e visualizzaste il posto in cui siete sedute. Sentite il cuscino sulla sedia su cui siete sedute. Muovete le mani per sentire la sedia di legno là dove finiscono i cuscini. Che consistenza ha al tatto? Liscia? Ruvida? Quanto è fredda? Sentite i piedi appoggiati a terra. Sentite le mani e muovete le dita. Ora visualizzate la cucina in cui siete sedute. Senza aprire gli occhi né muovervi, visualizzate dove siete sedute voi e dove sono sedute le altre persone della vostra famiglia. Pensate a una volta in cui voi tre eravate sedute su queste sedie accanto al tavolo da pranzo e avete gustato un pasto insieme. Che cosa avete mangiato? Quale conversazione ha reso bella quell’esperienza? Che cosa avete fatto voi per contribuirvi?

AA – Usando solo il pollice in su o il pollice in giù, ditemi se ve la sentite di proseguire (pollice in su da tutte)

AA – Senza voltarvi, vorrei che visualizzaste il vostro frigorifero. Sul frigorifero c’è una calamita. Su questa calamita c’è una foto di voi tre scattata in un parco divertimenti, su un’attrazione acquatica. La mamma è seduta in fondo al tronco, Milly al centro e Penny davanti. Vorrei che tutte visualizzaste le espressioni dei vostri volti mentre scendete con il tronco. Prendetevi un momento per ricordare che cosa avete provato (Milly e Penny cominciarono a ridere, poi si unì anche la madre; tennero gli occhi chiusi).

  • Che cosa ricordate di quando eravate su quell’attrazione? (pausa)
  • Che cosa vedevate? (pausa)
  • Che cosa sentivate? (pausa)
  • Che odori sentivate? (pausa)
  • C’è stata una conversazione tra voi tre? Se sì, quale? (cominciarono tutte a ridacchiare) (pausa)
  • Qual è stato per voi il momento più bello della giornata? (pausa)
  • Che cosa vi è piaciuto di più? (pausa)
  • Che cosa avete fatto o realizzato quel giorno di cui siete più fiere? (pausa)

Le domande e il radicamento usati in questa parte della seduta miravano a ricordare alla famiglia che c’erano stati momenti in cui si erano verificate eccezioni ai problemi presentati. Si sperava che il dettaglio che le domande avrebbero suscitato nei pensieri della famiglia la facesse sentire più rilassata e meno satura di problemi

AA – (verificò con la famiglia: erano contente di proseguire, come indicato dal segnale del pollice da parte di tutti i membri della famiglia)

AA – Pensando a tutto quello che avete passato, nonostante tutto questo, che cosa vi fa andare avanti? (pausa)

Era la domanda d’apertura con cui Ayse faceva emergere i punti di forza e le risorse della famiglia, e il modo in cui erano riuscite ad andare avanti malgrado tutti i traumi passati. A FBS le famiglie che sosteniamo hanno vissuto tutte una qualche forma di abuso tra i loro membri; per noi è importante far emergere come sono riuscite a farvi fronte, i loro punti di forza e le loro risorse. In una seduta normale, in cui le persone assistite rispondono a voce, questa domanda può spesso suscitare risposte come «Non lo so» oppure «Devo andare avanti, non ho scelta», che possono poi riportare al discorso sul problema e a un senso di impotenza. Poiché le risposte restavano nella testa dei membri della famiglia, Ayse non conosceva la risposta data e la seduta poteva così proseguire senza interruzioni.

  • Che cosa non cambiereste l’una dell’altra? (pausa) Pensate almeno a tre cose. (pausa)
  • Che cosa apprezzate di più della vostra famiglia? Che altro? (pausa)
  • Che altro non cambiereste? (pausa)
  • Immaginate che le cose a casa andassero meglio: che cosa sarebbe diverso? Che altro? Che altro? (pausa)

Quando il tempo tra la domanda e il pollice in su era breve, Ayse poneva altre domande del tipo «che altro», perché quel breve intervallo veniva interpretato come segno che la domanda era facile; spingere le persone assistite a pensare ad altri benefici avrebbe aggiunto dettagli alle loro risposte.

  • Su una scala da 1 a 10, dove 10 significa che a casa va tutto benissimo e comunicate tutte meglio e 1 è l’esatto contrario, dove la collochereste in questo momento? (pausa)

Nel primo colloquio con la madre era emerso che la casa era diventata invivibile e che litigavano di continuo. La scala era formulata in modo da portare la famiglia a immaginare una casa in cui la comunicazione fosse più positiva e i loro rapporti fossero in una condizione molto migliore.

  • Che cosa state già facendo per contribuire a raggiungere il vostro 10? Che altro? Che altro? (pausa)
  • C’è stato un momento in cui avreste indicato un numero più basso? (pausa)
  • Ripensando a quel momento, individuate i punti di forza che avete usato per superarlo. (pausa)
  • Quali altri punti di forza riuscite a individuare? (pausa)
  • Che cosa avete dovuto superare e come ci siete riuscite? (pausa)
  • Pensando al numero che avete individuato oggi, che cosa pensate di dover fare per arrivare al numero successivo della scala? Individuate che cosa dovete fare VOI, non gli altri membri della famiglia. (pausa)

È importante che ogni persona della famiglia abbia un ruolo nel raggiungimento del futuro preferito. Non si può lasciare che soltanto alcuni membri della famiglia realizzino i cambiamenti desiderati.

  • Che differenza farà per la famiglia quando lo farete? Che altro? (pausa)
  • In che modo ne trarranno beneficio gli altri membri della famiglia? Che altro? (pausa)
  • In che modo ne trarrete beneficio voi? Che altro? Che altro? (pausa)
  • Pensando al passaggio al numero successivo della scala, qual è la prima cosa che noterete e che vi dirà che state lavorando per arrivare al numero successivo? (pausa)
  • Come lo farete? (pausa) Che altro? (pausa)
  • Riuscite a prevedere qualche difficoltà che potreste incontrare mentre lavorate per arrivare al numero successivo? (pausa)
  • Se sì, quali sono? Come supererete queste difficoltà? (pausa)
  • A volte si possono provare emozioni di ogni genere, tra cui la tristezza. Se state passando una buona giornata, ma un’altra persona della vostra famiglia si sente triste, che cosa farete di diverso perché l’atmosfera in casa resti tranquilla? Quali sarebbero i benefici di farlo? Che altro? (pausa)

Ayse fece molte domande su come la famiglia avrebbe affrontato eventuali battute d’arresto. Ciò era dovuto al caos iniziale dell’incontro familiare, e un precedente colloquio con la sola madre aveva indicato che i problemi della famiglia erano complessi e radicati. È anche realistico presumere che, come in tutte le famiglie, nelle relazioni familiari ci siano alti e bassi.

  • Quanto vi sentite fiduciose di poter lavorare per arrivare al numero successivo della scala? (pausa)
  • C’è qualcuno che può aiutarvi ad arrivare al numero successivo della scala? (pausa)
  • Se sì, come vi rivolgereste a questa persona e che cosa le direste? (pausa)
  • La vita può essere piuttosto piena e la persona a cui vi rivolgete per chiedere sostegno potrebbe non essere disponibile. A chi altro potete rivolgervi per avere sostegno? (pausa)
  • Su una scala da 1 a 10, quanto siete disposte a impegnarvi per raggiungere il numero successivo della scala? (pausa)

AA – Visualizzate la cucina. Visualizzatevi a vicenda e il modo in cui potrebbe essere seduta la persona accanto a voi. Ricordate un momento in cui eravate felici con questa persona, un istante o un periodo in cui ridevate insieme. Che cosa c’era di straordinario in quel momento? Sentite il cuscino sotto di voi. Sentite la sedia di legno. Sentite i piedi e muovete le dita dei piedi. Ora aprite lentamente gli occhi.

Così si concluse la seduta, durata poco meno di 45 minuti; la famiglia non diede alcuna risposta verbale alle domande. La seduta terminò nel modo seguente.

Trascrizione

AA – Com’è stato per voi?

Milly – È stato rilassante. Mamma, ti ricordi quando siamo scese dall’attrazione acquatica e ti girava tantissimo la testa?

Penny – Sì, e poi le è venuta una nausea tremenda (tutti i membri della famiglia ridono)

Mamma – Era la mia prima volta, abbiate pietà (ridendo)

AA – E che altro è stato utile?

Penny – Mi è piaciuto, è stato bello. A essere sincera pensavo che sarebbe stata una schifezza.

Milly – Anch’io.

Mamma – È stato bello sentire i bei momenti e ricordare che abbiamo passato tantissimo, ma siamo insieme, e abbiamo tanti momenti in cui siamo felici.

Ayse fu sollevata di essere riuscita a condurre la seduta e a porre fine ai battibecchi con cui la seduta era cominciata.

Colloquio individuale di follow-up con la madre dopo la seduta silenziosa

Ayse incontrò la madre due settimane dopo la seduta silenziosa con la famiglia. Gli incontri erano stati fissati via e-mail con la madre. L’intervallo di due settimane serviva a lasciar passare un po’ di tempo perché la famiglia potesse notare eventuali cambiamenti. La prima cosa che Ayse notò fu la cagnolina: scodinzolava e cercava attenzioni. La madre riferì che le cose andavano molto meglio. Non ha ancora idea di quali fossero le migliori speranze di Milly e Penny emerse dalla seduta silenziosa, ma passano più tempo insieme come famiglia e apprezzano la reciproca compagnia. La migliore speranza della madre era ritrovare sé stessa. Dopo la seduta silenziosa è uscita di più, ha detto alle ragazze che frequenta una persona e si sta godendo le serate fuori. È rimasta sorpresa che le ragazze fossero felicissime per lei. Ha anche ricominciato a dipingere. Aveva smesso quando le ragazze erano piccole, perché l’allora marito aveva deciso che era uno spreco di soldi.

Colloquio di follow-up con Milly

Il colloquio di follow-up con Milly si svolse due settimane dopo la seduta silenziosa. Milly descrisse la seduta silenziosa come «rumorosa». Era stata la seduta più rumorosa che avesse mai fatto. Disse che era stata rumorosa perché era quella in cui aveva parlato di più. Quando le fu chiesto che differenza avesse fatto per lei, rispose: «Mi sono sentita riconosciuta, ed è stato divertente pensare ai momenti in cui sua madre e sua sorella erano più felici». Fu molto sorpresa di notare che la madre è più felice e la sorella meno «scorbutica».

Colloquio di follow-up con Penny

Il colloquio di follow-up si svolse due settimane dopo la seduta silenziosa. Penny spiegò che la sorella si era calmata. Parlando, si rese conto che la sorella si era calmata grazie ai cambiamenti che lei e la madre avevano fatto. Penny ora frequentava il college quasi tutti i giorni e aveva cominciato a lavorare a maglia con la madre. Penny descrisse la seduta silenziosa come diversa, ma «un diverso positivo». Disse di essere riuscita a seguire le domande e che, sebbene a volte avesse trovato difficile rispondere ad alcune, aveva apprezzato il fatto di avere il controllo su quando sarebbe stata posta la domanda successiva.

SF24 — Costruire speranza, rendere possibile il cambiamento

La conferenza SF24 si è tenuta il 3 maggio 2024. Questa conferenza online si è svolta nell’arco di 24 ore e su 4 diversi fusi orari del mondo. Un evento gratuito in cui professioniste e professionisti dell’approccio centrato sulla soluzione, che lo usano in vari contesti e servizi, hanno tenuto un workshop sul loro modo di applicarlo. Family Based Solutions ha condotto un workshop intitolato «Working with Families Experiencing Multiple Challenges». La madre ha dichiarato di essere contenta che nel workshop venisse usato il suo vero nome.

Si trattava di un workshop con 39 partecipanti, che hanno potuto porre domande alla madre sulla sua esperienza della seduta silenziosa e sugli esiti per lei e le sue figlie. La trascrizione che segue è stata rivista per mettere in evidenza i punti principali della sessione, con le domande poste dalle persone presenti.

Punti salienti della trascrizione del workshop SF24

Alla madre del caso è stato chiesto di condividere le sue riflessioni sull’uso della seduta silenziosa e sull’impatto che ha avuto su di lei e sulle sue figlie. L’intera sessione del workshop è visibile al seguente link: YouTube; la madre del caso si è unita alla sessione al minuto 18 e 24 secondi.

Workshop SF24

Mamma – In casa nostra si litiga e si contesta molto il punto di vista dell’altra. La seduta silenziosa è stata uno shock. Sono stata per 20 anni in una relazione violenta e coercitiva, ed esprimere i miei desideri e le mie speranze era un atto di coraggio. Dirli nella mia testa senza che le mie figlie mi sentissero è stato potente, per me e per loro.

La seduta silenziosa è stata usata per garantire che ciascuna potesse pensare senza essere interrotta. Ayse sentiva che la seduta stava sfuggendo di mano e che bisognava fare qualcosa per riportarvi un po’ di ordine. L’unico segnale che le domande ricevevano risposta era il pollice in su dei membri della famiglia. La madre ha spiegato che, a causa della precedente relazione violenta con il partner, aveva perso la propria voce per via della natura controllante di quella relazione. La seduta silenziosa è un modo per far sì che le persone sopravvissute alla violenza domestica possano cominciare a esprimere ciò che prima era proibito o ignorato.

Mamma – Una domanda potente che Ayse ha fatto è stata: «Come farebbe chiunque guardasse dall’esterno a sapere che avete fatto dei cambiamenti?». Mi ha cambiato la prospettiva. La dinamica in casa nostra è cambiata enormemente. Nel giro di una settimana i litigi sono finiti. Ho cominciato a fare le mie piccole cose, sentendomi una rivoluzionaria. In casa va molto meglio. Sto giù nel mio studio a fare i miei lavori artistici e le ragazze sono più felici. Non ha risolto tutti i nostri problemi, ma il cambiamento nella nostra dinamica è enorme. Il silenzio ci ha dato il permesso di cambiare. Le ragazze hanno notato che ero molto più felice. Il silenzio ha creato tantissima azione in casa nostra.

Chiedere chi altro, oltre alla famiglia, avrebbe potuto notare i cambiamenti ha spostato, in questo caso, la prospettiva della madre sul problema. Il fatto che la madre abbia ritrovato la passione per l’arte l’ha resa più felice, il che ha avuto l’effetto di ridurre i litigi, modificando gli schemi di interazione negativi che c’erano prima all’interno del nucleo familiare

Le persone presenti hanno avuto l’opportunità di porre domande alla madre.

Workshop SF24

Partecipante 1 – Mamma, è stato fantastico. Grazie per averlo condiviso. Una cosa che mi chiedevo riguarda il tipo di domande che le sono state poste. Quindi lei ha risposto nella sua testa durante la seduta. Da allora è tornata su quelle domande? Le capita di trovare altre risposte? E le risposte sono cambiate nel tempo?

Mamma – Ottima domanda. Allora, le ho scritte tutte. E ci sono tornata su, sa, quando hai una giornata traballante o cose così, e pensi: ‘voglio ancora quelle cose’? E ‘voglio cambiarle’? Ma, sa, ci vogliono tanti passettini minuscoli per arrivare a un cambiamento piuttosto grande, quello a cui vorrei arrivare.

Partecipante 2 – Grazie ancora, mamma, di essere qui. Io forse avrei detto: va bene, non rispondete ad alta voce, ma scrivetelo. Non so se avrei avuto il coraggio di affidarmi al silenzio. E mi chiedo, sembra che sia stato meglio rispondere semplicemente in silenzio piuttosto che far scrivere tutto a tutte. Ma mi chiedo se ho capito bene, che lei ha sentito che scriverlo dopo, anziché sul momento, fosse meglio?

Mamma – Credo che non dirlo ad alta voce significasse che, sa, sapevo di poter pensare a cose davvero importanti. E credo che per la mia figlia maggiore, che veniva costantemente zittita dalla quindicenne, per una volta potesse dire quello che voleva dire nella sua testa senza doverlo difendere.

Partecipante 3 – E mamma, grazie ancora per aver condiviso con noi una parte della sua storia, è molto utile. La mia domanda è: qual è stata la sua reazione quando Ayse ha proposto a lei e alle sue figlie una seduta silenziosa? Ha messo in dubbio la sua sanità mentale o la sua competenza? Oppure si è chiesta ‘ma che diavolo sta facendo?

Mamma – E così sono rimasta molto sorpresa quando ha detto, tipo, adesso tutte quante, niente parole per 20 minuti. Io faccio solo queste domande. E io, sa, eravamo tutte davvero scioccate. E ci è voluto molto autocontrollo perché nessuna si mettesse a urlare, o cose così. E credo che all’inizio ho pensato, beh, questa è una gran sciocchezza, ma sa, ho pensato: oh, questa è un po’ una scappatoia. Perché di sicuro si tratta di capirci a vicenda o cose del genere. Ma in realtà è stato incredibile, già dalla prima domanda. Ed eravamo tutte lì. E poi vedere le mie figlie adolescenti rispondere, sa, annuendo o cose così.

Ayse – Posso fare una domanda? Mamma, se non avessi introdotto una seduta silenziosa nel momento in cui l’ho fatto, pensa che la seduta sarebbe andata altrettanto bene? Oppure pensa che l’esito sarebbe stato simile?

Mamma – Non so che cosa avrebbe fatto altrimenti. Partecipavano tutte, il che era fantastico. Ma si vedeva la dinamica, con le persone che si zittivano a vicenda urlando. E credo che sarebbe semplicemente sfuggita di mano, oppure la più piccola se ne sarebbe andata e basta, sa, oppure la più grande si sarebbe chiusa nel silenzio più totale e avrebbe detto di sì a tutto. La più piccola ha detto: ‘Credo che abbia fermato quella specie di dinamica a spirale’. Ma io ce l’avevo, ce l’avevo in testa, e nessuno mi avrebbe zittita, o altro, né l’avrebbe contestato. E mi chiedevo se le mie figlie provassero la stessa cosa, anche se sentivamo solo noi stesse.

Ayse – Una delle sue figlie mi ha detto, circa una settimana dopo la seduta, che era stata una delle sedute più rumorose che avesse mai fatto. Le ho chiesto se fosse una cosa buona o una cosa cattiva. Ha detto che era una cosa buona.

Mamma – Hanno detto semplicemente, tipo, ‘Dio, è stato incredibile’. E ognuna se n’è andata nel suo angolo, ma credo che sia stato davvero, sì, è stato davvero potente.

Partecipante 4 – Posso chiederle, mamma: il fatto di non sapere che cosa volesse il resto della famiglia ha tolto pressione nel mettere in pratica le sue idee?

Mamma – Sì, credo di sì. Credo che vogliamo tutte impegnarci tantissimo, ma siamo anche esauste. E credo che parecchie persone qui lo sappiano: ci sentivamo dei fallimenti sotto tanti aspetti, ciascuna per conto suo. Per altre persone, o per le altre figlie, o chiunque, il fatto che ciascuna di noi dicesse ‘oh, ma tu non l’hai fatto’, oppure ‘pensavo che avresti fatto quella cosa, e non l’hai fatta’: tutto questo è sparito. E sono sicura che sia lo stesso per le mie ragazze, che trovano la vita davvero difficile per gran parte del tempo, vedersi togliere la pressione, provarci semplicemente a modo proprio, con piccoli passi. Ma, e poi, credo che ci abbia fatto guardare a noi stesse in modo diverso, perché è come se cercassimo cose positive l’una nell’altra, per vedere se ho notato qualcuna fare qualcosa di diverso in modo bello.

Dopo aver ricevuto complimenti dalle persone presenti per il suo contributo, la madre ha detto quanto segue.

Mamma – Oh, beh, sono davvero immensamente grata per l’aiuto. Pensavo semplicemente di non avere più alcuna speranza. Ma alla fine, solo parlando, perché si tratta sempre di cercare una soluzione. Non tipo perché, che cosa e come è stato il passato. In realtà, credo di aver scritto un’e-mail ad Ayse dopo, e mi sentivo davvero, tipo, oh, forse c’è speranza, sa, forse le cose possono cambiare, quando avevo semplicemente rinunciato, sa, e credo che anche le mie ragazze avessero rinunciato, sa, tutte noi abbiamo lottato con pensieri suicidi e tutto il resto, perché era proprio: come si fa a uscire da tutte queste tempeste infinite di emozioni, traumi e comportamenti in cui resti intrappolata? Quindi credo, sì. Ha dato a tutte noi speranza e positività, che credo avessimo un po’ esaurito.

Partecipante 5 – Grazie mille per essere venuta a condividere con noi. Mi chiedo: che cosa ha notato di sé dopo la seduta silenziosa? Cioè, che cosa ha notato di sé? Che cosa hanno notato le sue figlie in lei che lei ha potuto riconoscere come: oh, questo è diverso, questo va meglio?

Mamma – E credo che, per me, ero così concentrata sui comportamenti della più piccola, su come influivano su tutte noi, su come gestire questi comportamenti. Sì, era quello che avevo in testa. E poi, e poi sono uscita da quella seduta pensando: beh, non riguarda loro, c’è questa cosa enorme che devo fare io. C’è qualcosa su cui devo davvero lavorare, cosa che non mi aspettavo. E non me n’ero resa conto, quindi mi ha fatto, sa, eravamo tutte un po’ silenziose dopo, piene di speranza, ma silenziose.

Partecipante 3 – Questa domanda è per entrambe. Sono due domande. Ayse, ha detto di aver proposto una seduta silenziosa di 20 minuti? E poi l’ha fatta. Quindi mi chiedo, dalla fine di quella fino alla fine della seduta, come ha concluso la seduta? E mamma, com’è stato per lei il modo in cui la seduta è stata conclusa? Che tipo di istruzioni? Come avete chiuso?

Ayse – Volevo che si sentissero al sicuro. Così stavo descrivendo dove si trovavano, prima che riaprissero gli occhi. Quindi sentire dove si trovavano, che cosa stavano facendo, la consistenza della sedia, tutto questo. E poi ho chiesto loro di aprire gli occhi e: bene, la seduta silenziosa adesso è finita. È stato utile? È una domanda che faccio sempre. Facevo questa domanda anche durante la seduta. È utile? Finora è stato utile? La facevo ogni quattro o cinque domande, perché la seduta in realtà è durata 45 minuti. Sono stati 15 minuti in cui cercavo di farvi ascoltare i desideri l’una dell’altra, poi ho pensato: non ci sto riuscendo. Non so che cosa fare su Zoom. Quindi si trattava di far loro prendere coscienza di dove si trovavano e di che cosa stavano facendo. E poi chiedere loro di aprire gli occhi, e poi chiedere loro di restare semplicemente sedute, e ho detto: ‘è stato utile’?

Mamma – Sì, credo che la cosa buona sia stata che, sa, tipo alla fine di un film, sa, arriva la fine del film, e tipo i ragazzi che subito prendono qualcos’altro e passano da una cosa all’altra, o cose così, invece lasciarlo sedimentare dentro di sé. Quindi credo per radicarci di nuovo, e poi era, sa, restare con quella cosa ancora per un pochino. Così resta lì, non salti alla cosa successiva. È come se fosse ancora tutto lì.

Più avanti nella sessione la madre ha offerto altre riflessioni interessanti, riportate qui sotto:

Mamma – Perché credo che per me le risposte che mi balzavano in testa non fossero necessariamente le risposte di cui la mia mente cosciente si sarebbe resa conto, quindi mentre ero, sa, una parte di me era un po’ scioccata da quello che stavo pensando, sa? Ero scioccata da quello che mi veniva in mente. Non mi rendevo conto che era quello che volevo davvero.

E-mail di follow-up della madre

Nei giorni successivi alla sessione SF24 la madre ha inviato due e-mail con le sue riflessioni e con ciò che avrebbe voluto esprimere durante la conferenza. Qui di seguito il contenuto delle e-mail (il titolo è suo)

E-mail 1

il potere del silenzio / il rumore della seduta silenziosa in famiglia

  • libertà di usare una voce (interiormente) quando non è stato sicuro usare la propria voce (esteriormente)
  • libertà di pensare senza essere scavalcata/interrotta
  • libertà di pensare senza giudizio/senza turbare le altre
  • tempo per concentrarsi su/elaborare 1 domanda (senza scorrere/correre avanti alla serie successiva di domande)
  • tempo libero dalla preoccupazione di dare la ‘risposta’ giusta/sbagliata
  • tempo libero dal dover dare la risposta che chi fa le domande ‘vuole’
  • permettere al subconscio di essere ascoltato
  • sorpresa nel ‘sentire’ ciò che si vuole/spera davvero

Grazie per averci aiutate tutte a cambiare.

Sto lavorando sodo su me stessa!

E-mail 2

Seduta silenziosa FBS, 08/03/2024. In questa e-mail la madre ha condiviso le sue riflessioni sulle domande che le erano state poste e le sue risposte silenziose.

Che cosa vorrebbe cambiare?

Il modo in cui sono influenzata dagli stati emotivi altrui, il cercare conferme nelle altre persone, il camminare in punta di piedi intorno alle emozioni altrui, il sentirmi responsabile dei sentimenti altrui, l’avere paura della rabbia e del rifiuto, il sentirmi un fallimento, il dubitare di me stessa, il perdermi, il non avere il coraggio di tenere il punto, di essere fiera di chi sono, di essere aperta alle idee nuove senza dovermi scusare per i miei valori, il faticare a godermi il tempo da sola.

Come sarebbe la vita se lo cambiasse?

Non sarei sballottata dalle loro emozioni e resterei calma/felice mentre loro affrontano ciò che stanno affrontando, non avrei un bisogno disperato di rassicurazioni.

Che cosa potrebbe fare per riuscirci?

Assumermi la responsabilità della mia felicità, prendermi del tempo per realizzarmi andando a correre, facendo massaggi, dedicandomi alle mie attività artistiche, dicendo ‘mi prendo del tempo per me perché ne ho bisogno, ne sono degna’, godendomi il tempo da sola.

Che differenza farebbe per lei?

Non porterei rancore alle altre persone perché non soddisfano i miei bisogni, sarei più soddisfatta, più realizzata, avrei più energia per far fronte alle altre persone perché non andrei avanti a riserva, avrei più fiducia in me stessa.

Chi altro sarebbe toccato da questi cambiamenti?

Non avrei la miccia così corta, avrei più pazienza, sarei meno bisognosa, sarei un esempio di come dare valore a sé stesse.

Le e-mail hanno dato alla madre l’opportunità di riflettere e di rendersi conto che, lavorando sulla propria fiducia in sé, poteva dedicarsi ad attività che le davano piacere senza sentirsi in colpa. La riflessione ha mostrato che si era resa conto che lavorare su sé stessa avrebbe avuto benefici aggiuntivi sul modo di gestire le situazioni difficili. È stato interessante e gratificante notare che ora si sentiva «degna», qualcosa che le era stato probabilmente tolto nella precedente relazione violenta.

Discussione

Ayse disponeva soltanto di segnali non verbali per valutare se le domande avessero un impatto o mancassero il bersaglio. Si notò che le persone assistite alzavano lo sguardo quando veniva posta la domanda, il che fu interpretato come segno che ci stavano pensando. In alcuni momenti comparvero espressioni accigliate, che potevano indicare che la domanda era confusa o inattesa. Anche il tempo tra la domanda e il pollice in su era più lungo o più breve a seconda delle domande. Ayse, la terapeuta di questo caso, riteneva molto importante cogliere le espressioni del volto delle persone assistite. È difficile trarre conclusioni dalle espressioni del volto o dal linguaggio del corpo di una persona, che sono soggettivi e forse non costituiscono una scienza esatta. Tuttavia, per Ayse era importante vedere le persone assistite, anche se si trattava di una videochiamata. Questo, ha detto, le forniva indizi sulla difficoltà o sulla facilità delle risposte mentali. Ciò la orientava nel decidere se porre altre domande del tipo «che altro?», in base al tempo trascorso tra la domanda e il segnale del pollice in su con cui le persone assistite indicavano di passare alla domanda successiva.

Verso la fine della seduta Ayse pose domande come «supponiamo che per diverse settimane abbiate fatto progressi e poi abbiate una battuta d’arresto: pensate a quanti più modi possibile per superare queste battute d’arresto»; un altro esempio era: «Come fareste a non lasciare che quella battuta d’arresto vi impedisca di andare avanti?». Queste domande furono incluse perché Ayse riteneva che si trattasse di una famiglia con anni di contrasti alle spalle e che sarebbe stato naturale per loro incontrare qualche battuta d’arresto. Le domande miravano a preparare la famiglia a questi passi indietro, a ciò che avrebbero potuto fare per superarli e a non tornare ai vecchi modi di comunicare.

La differenza in questa seduta silenziosa è stata l’uso del radicamento delle persone assistite e il fatto di portarle in uno stato mentale di rilassamento. Il radicamento è stato aggiunto perché la famiglia comunicava in modo negativo e la seduta rischiava di concludersi prematuramente, mentre in una seduta in cui la persona assistita semplicemente non partecipa a voce il radicamento non sarebbe stato necessario. Questo approccio è stato utile sia alla terapeuta sia alla famiglia, che aveva cominciato la seduta in uno stato di conflitto e disaccordo. Alla famiglia è stato chiesto di chiudere gli occhi, di immaginare l’ambiente circostante e la posizione del proprio corpo, il che ha avuto l’effetto di riportarle al momento presente. Essendo più presenti, sono riuscite a poco a poco a calmare la mente e a prepararsi a rispondere alle domande con molte meno interferenze da parte della precedente discussione conflittuale.

Alla famiglia è stato chiesto di pensare a un momento in cui si trovavano insieme in quello spazio, godendo della reciproca compagnia, a che cosa avevano mangiato e alla piacevole conversazione avuta insieme. Ciò avrebbe avuto il vantaggio di far visualizzare alla famiglia un momento in cui erano felici di stare insieme. Lo stesso valeva per la descrizione dell’evento ritratto nella foto sulla porta del frigorifero. È stato chiesto loro di descrivere nei dettagli la giornata in cui erano sull’attrazione acquatica di un parco divertimenti, che cosa potevano sentire al tatto, udire, odorare, e le espressioni sui loro volti. Anche questo le ha aiutate a ricordare un momento in cui erano felici insieme, il che avrebbe approfondito il loro stato di rilassamento prima delle domande della terapeuta. La tensione presente prima nella stanza sarebbe stata superata grazie al ricordo di momenti più calmi e felici.

Nella terapia centrata sulla soluzione uno degli assunti è che ci sono momenti in cui la persona assistita riesce a gestire i propri problemi in un modo più utile, oppure momenti in cui il problema normalmente si sarebbe presentato ma non si è presentato. Nella SFBT questo è noto come eccezione al problema presentato. «Le eccezioni mettono in discussione l’idea che i problemi siano onnipresenti e insormontabili. Mettendo in luce le situazioni in cui il problema è assente o meno intenso, chi pratica la SFBT aiuta le persone assistite a riconoscere la propria capacità di agire e di cambiare. Questo cambiamento di prospettiva le mette in condizione di costruire sui propri punti di forza e di creare soluzioni significative» (Franklin et al., 2012).

Nella SBFT la domanda del miracolo ha il potenziale di trasformare i futuri preferiti in immagini visive. Alle persone assistite si chiede di descrivere un futuro che vorrebbero vedere per sé nel maggior dettaglio possibile e in modo il più possibile interattivo. È un intervento basato sul futuro sperato dalla persona: si tratta di descrivere il possibile, non di immaginare l’impossibile. «Quando chi fa terapia usa la domanda del miracolo, incoraggia le persone assistite a descrivere nei dettagli come sarebbe la loro vita se accadesse un miracolo e i loro problemi si risolvessero da un giorno all’altro. Questa descrizione dettagliata le aiuta a individuare ciò che vogliono davvero e a riconoscere i segni del progresso quando si presentano» (Nelson & Thomas, 2007).

Nell’e-mail della madre, i suoi punti elenco offrono uno sguardo interessante sull’esperienza di una seduta silenziosa dal punto di vista di chi la vive:

Le parole della madre

Libertà di esprimere interiormente i suoi pensieri, che non poteva esprimere esteriormente

Questo è importante perché molte delle persone che seguiamo a FBS non sono pronte o si vergognano troppo per parlare ad alta voce delle proprie esperienze. Abbiamo constatato che gli uomini vittime di violenza domestica provano imbarazzo a parlare di un problema generalmente associato a un genere specifico. Anche i genitori che subiscono violenza dai propri figli portano con sé molto stigma e vergogna; in una seduta silenziosa hanno la libertà di esplorare queste questioni senza giudizio né critiche.

Libertà di pensare senza essere scavalcata/interrotta

Libertà di pensare senza giudizio/senza turbare le altre

Questi commenti indicavano che la persona poteva concentrare tutta la sua attenzione sulle domande, senza opposizione. C’era una chiarezza, nel senso che senza interruzioni poteva esplorare pienamente i pensieri sulle possibilità di cambiamento, su ciò che le altre persone avrebbero notato una volta realizzati questi cambiamenti e sulle differenze che questi avrebbero portato a lei e alla sua famiglia. Nella seduta silenziosa la persona assistita è al centro della scena del processo di cambiamento. La possibilità per la madre di pensare a questi cambiamenti e di pronunciarli nella propria testa è stata molto potente per lei. In particolare perché era stata per 20 anni in una relazione violenta e coercitiva con il marito, a proposito della quale ha fatto la seguente affermazione: «Sono stata per 20 anni in una relazione davvero violenta e coercitiva. E bisogna essere molto coraggiose per esprimere i propri desideri e le proprie speranze, quando tutte le tue speranze e i tuoi sogni sono stati infranti per così tanti anni». La madre ha anche indicato che, se la seduta non si fosse svolta in silenzio, la figlia maggiore si sarebbe semplicemente detta d’accordo con tutto ciò che veniva detto, mentre in silenzio poteva essere sincera nelle sue risposte senza doverle giustificare né essere stroncata dalla sorella.

Tempo per concentrarsi su/elaborare una domanda (senza scorrere/correre avanti alla serie successiva di domande)

Quando arrivava il momento per Ayse di porre la domanda successiva, era la famiglia a tenere il volante. La domanda successiva non veniva posta finché tutti e tre i membri della famiglia non erano pronti ad andare avanti. Questo ha dato a tutte e tre l’opportunità di assimilare pienamente le domande e di riflettere sulle proprie risposte, uniche per ciascuna. La madre ha indicato qui che non c’era alcuna pressione a passare in fretta alla domanda successiva o a prevedere quale potesse essere.

Tempo libero dalla preoccupazione di dare la ‘risposta’ giusta/sbagliata

Tempo libero dal dover dare la risposta che chi fa le domande ‘vuole’

Ogni persona assistita è unica, indipendentemente dal problema presentato, e avrà idee diverse sulle cause e sulle soluzioni. Anche le risposte sono uniche e non possono essere giuste o sbagliate: sono semplicemente la prospettiva unica di quella persona sul proprio problema. Può capitare che una persona senta di dover dare una determinata risposta a una domanda. Ciò può derivare da ciò che pensa che chi fa terapia voglia sentirsi dire, o dal desiderio di non apparire carente in qualche modo. Non dovendo esprimere a voce la propria risposta, questa paura viene eliminata dalla conversazione; la persona può essere completamente sincera con sé stessa e con le cose che vorrebbe diverse. Ciò le lascia anche più spazio per riflettere davvero sul proprio futuro preferito, senza che le altre persone presenti alla seduta le mettano davanti dubbi od ostacoli.

«Quando le persone assistite sono incoraggiate a riflettere sui propri problemi senza interruzioni, sviluppano spesso migliori capacità di risoluzione dei problemi. Questa pratica le aiuta a diventare più abili nell’individuare soluzioni da sole» (Addis & Martell, 2004).

Permettere al subconscio di essere ascoltato

Sorpresa nel ‘sentire’ ciò che si vuole/spera davvero

La mente subconscia è sempre attiva e lavora costantemente per trasformare in realtà i nostri pensieri e desideri consci.

Carl Jung, Man and His Symbols

La madre di questa famiglia è rimasta sorpresa da ciò che le è venuto in mente mentre rifletteva sulle sue migliori speranze rispetto alla seduta. In apparenza non sembra legato al problema che la famiglia affrontava da molti anni. Tuttavia, il fatto che abbia ripreso a coltivare la sua passione per l’arte ha prodotto un grande cambiamento per lei e nel modo in cui è riuscita ad affrontare i numerosi problemi che lei e le sue figlie dovevano affrontare. La madre ha potuto andare nel suo studio quando voleva e con i suoi tempi, senza pressioni esterne; né pressioni interne: non sarebbe stata biasimata se non l’avesse fatto. Uno degli assunti della SFBT è che la soluzione non è sempre legata al problema e che, anzi, chi fa terapia non ha bisogno di conoscere il problema per produrre una soluzione. In un’intervista con Victor Yalom, Insoo Kim Berg ha detto:

Insoo Kim Berg

Abbiamo scoperto che non c’è alcun legame tra un problema e la sua soluzione. Nessun legame, in assoluto. Perché quando chiedi a una persona del suo problema, ti darà un certo tipo di descrizione, ma quando le chiedi delle sue soluzioni, ti dà descrizioni completamente diverse di come sarebbe per lei la soluzione. (Berg, citata in Yalom & Rubin, 2010, sezione Solution-Focused Model)

In questo esempio di caso la madre ha ripreso il suo hobby della pittura, e questo a sua volta l’ha resa più felice e più positiva. Il miglioramento del suo benessere mentale ha avuto conseguenze positive anche per le figlie e per il loro rapporto.

La madre aveva indicato che, per realizzare le sue migliori speranze, si sarebbe ‘presa del tempo per sé’. L’arte era una delle cose che aveva individuato come utili a questo scopo. Nell’e-mail 2 possiamo vedere le risposte alle domande poste alla madre, che, avendo lei risposto nella sua testa, erano sconosciute ad Ayse. Questo studio di caso mostra chiaramente che Ayse non aveva bisogno di conoscere il problema né di ricevere un riscontro dalla persona assistita perché questa producesse un cambiamento positivo. In una seduta abituale, in cui le risposte sono date a voce, chi conduce la terapia avrebbe forse chiesto: ‘quindi che differenza farebbe per lei prendersi del tempo per sé’; è il modo in cui chi fa terapia porta la persona a riflettere più a fondo sui cambiamenti proposti e su come questi potrebbero influire anche su chi le sta intorno. In questo caso non è stato necessario, e la persona ha potuto inoltre riflettere sulle differenze senza interferenze da parte di Ayse e degli altri membri della famiglia.

Conclusioni

Questo caso è un chiaro esempio di una terapeuta centrata sulla persona assistita. È stato riportato che Insoo Kim Berg, una delle fondatrici dell’approccio SFBT, affermava di ‘non lasciare impronte nella vita della persona assistita’ (Insoo Kim Berg, citata in George et al., 1999, p. 36). Ciò si riferiva al permettere che le sedute fossero guidate dalla persona e al lasciarle lo spazio per trovare le proprie soluzioni. È molto difficile non lasciare alcun segno, perché il solo fatto di essere nella stanza con una persona lascia in lei un’impressione. Lo scambio di domande e risposte lascia un’impronta, ed è una scelta decidere quale domanda porre dopo in base alla risposta ricevuta. La scelta della domanda da parte di chi conduce la terapia può allora portare la conversazione su un’altra strada, che può rivelarsi fruttuosa oppure no. L’elenco delle domande poste, riportato in precedenza, comprende le domande tipiche di un intervento SFBT. Chi conduce la terapia ha piena fiducia nel fatto che la persona possa rispondere alla domanda e abbia le risorse interiori per realizzare i cambiamenti che spera di realizzare.

In questo esempio di caso, la seduta silenziosa ha avuto il vantaggio di porre fine al conflitto familiare evidente all’inizio dell’incontro. Il silenzio ha permesso a tutte di partecipare su un piano di parità e senza timore di ritorsioni da parte degli altri membri della famiglia. È un modo alternativo di sostenere le famiglie in cui non c’è stato alcun miglioramento del problema presentato a causa della colpevolizzazione reciproca e dell’autocolpevolizzazione. Può essere d’aiuto con persone riluttanti a parlare, forse a causa di esperienze negative in precedenti sedute di terapia, e, come in questo caso, quando alcune persone non sono mai riuscite a esprimere le loro vere speranze per paura di ritorsioni, perché si trovano o si sono trovate in una relazione violenta. Come in ogni seduta con una o più persone assistite, non si può mai sapere davvero quanto la seduta sia stata efficace per loro. Lo si può sapere davvero solo nel colloquio di follow-up, in cui la persona può riferire a chi la segue eventuali cambiamenti nel problema presentato. Nel nostro lavoro terapeutico, quante volte abbiamo avuto la sensazione che il primo incontro fosse andato benissimo, salvo scoprire nella seduta successiva che le cose erano rimaste uguali o erano peggiorate? In realtà è sempre ciò che le persone fanno al di fuori della seduta ad avere l’impatto maggiore sul miglioramento della loro situazione. Nella seduta silenziosa non c’era alcuna pressione sui membri della famiglia perché mettessero in pratica ciò che avevano deciso di fare per migliorare i loro rapporti. Né la terapeuta né i singoli membri della famiglia sapevano che cosa avrebbe fatto di diverso ciascuna, e quindi nessuna doveva renderne conto se non riusciva a compiere i passi successivi verso il futuro preferito. L’unico indizio per la famiglia sarebbe stato riconoscere qualcuna in famiglia fare qualcosa di diverso, e in questo caso la madre lo ha sottolineato: cercava qualsiasi segno di miglioramento nella dinamica familiare. Lo sguardo della madre era cambiato: cercava ormai le eccezioni nella dinamica familiare anziché notare i momenti in cui la famiglia non andava d’accordo. La seduta ha offerto intuizioni profonde su come una seduta silenziosa possa trasformare le dinamiche familiari e mettere le persone in condizione di realizzare cambiamenti significativi. Il riscontro della madre, in particolare, ha mostrato che aveva cominciato a vedersi degna e capace di prendersi del tempo per sé e di dedicarsi ad attività che le davano un po’ di gioia. Questo, a sua volta, l’ha portata a sentirsi più calma e in grado di affrontare le difficoltà che affliggevano la famiglia da anni. Avere fiducia nel fatto che la persona sappia che cosa è meglio per lei, anche se non riguarda direttamente il problema, è stata la differenza che ha cambiato il modo in cui affrontava la cattiva comunicazione.

Complexe Systémique · nell’atlante

La frase di Insoo Kim Berg citata nelle conclusioni dà il titolo a un testo di Chris Iveson presente anch’esso nell’atlante: Non lasciare impronte, sul riserbo di chi fa terapia e sulla fiducia riposta nella persona assistita. Su ciò che una domanda fa davvero in una conversazione, e su come il significato vi venga costruito in due: Le basi teoriche e di ricerca della co-costruzione del significato nel dialogo, di Janet Beavin Bavelas. E su ciò che un modo di ascoltare cambia in ciò che viene detto: Come il tuo ascolto influisce sulle tue conversazioni, di Elfie Czerny e Dominik Godat. La visualizzazione dettagliata di un futuro preferito, che Ayse Adil conduce qui con gli occhi delle persone assistite chiusi, è trattata per sé stessa in Entrare nel futuro: una breve tecnica esperienziale centrata sulla soluzione; e la questione di come condurre una conversazione centrata sulla soluzione quando le persone presenti non sono d’accordo su nulla è affrontata in Co-creare conversazioni centrate sulla soluzione nel disaccordo.

Ringraziamenti

Ayse Adil e Joseph Lettieri desiderano ringraziare sinceramente e di cuore le seguenti persone:

Eve Lipchik, senza il cui incoraggiamento e il cui contributo l’articolo non avrebbe visto la luce.

Prof. Gil Greene, per il grande aiuto nel mettere le nostre idee su carta, per i suggerimenti sempre preziosi e per averci mandato 1001 articoli da leggere!

Le famiglie, che sono sempre per noi una fonte d’ispirazione e ci aiutano a lavorare meglio e a essere persone migliori.

Tutte le persone di FBS a cui ci legano amicizia e collaborazione, per il loro duro lavoro e per la loro fiducia in ciò che cerchiamo di realizzare nel nostro ente.

E anche alle nostre famiglie, che hanno sopportato il fatto che non fossimo presenti quanto avremmo voluto, per il loro amore e la loro pazienza costanti.

Inviato: 20 agosto 2024 GMT. Accettato: 21 novembre 2024 GMT. Pubblicato: 2 dicembre 2024 GMT.

Bibliografia

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Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale Unspoken Answers: Using Silence in Session – Engaging Client Silence With Thoughtful Solution Focused Questions to Address Family Discord, di Joseph Lettieri e Ayse Adil, pubblicato in Journal of Solution Focused Practices, vol. 8, n. 2 (2024), doi: 10.59874/001c.126338, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza; è stato inoltre aggiunto un titolo di sezione («Introduzione») per la lettura online. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Unspoken Answers: Using Silence in Session – Engaging Client Silence With Thoughtful Solution Focused Questions to Address Family Discord», pubblicato in Journal of Solution Focused Practices (2024) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; la presentazione è stata adattata per la lettura online, come indicato in testa a questa pagina. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Lettieri, J., & Adil, A. (2024). Unspoken Answers: Using Silence in Session – Engaging Client Silence With Thoughtful Solution Focused Questions to Address Family Discord. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/unspoken-answers-using-silence-in-session (Opera originale pubblicata nel 2024 in Journal of Solution Focused Practices, vol. 8, n. 2; ripubblicata nel 2024 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/126338)

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