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Families, Relationships and Societies · Famiglia

Archivi digitali di gruppo nell’accoglienza residenziale: un’indagine sulla responsabilità della memoria

In una comunità residenziale scozzese per minori, il gruppo di ricerca di Siân E. Lucas ha progettato, insieme a giovani, personale educativo e persone adulte cresciute in accoglienza, un archivio digitale della vita del gruppo: foto, suoni, piccole storie quotidiane. Il desiderio comune è uno spazio più leggero del fascicolo amministrativo. Ma che cosa dovrebbe contenere? Soltanto i bei momenti? E a chi spetta il compito di ricordare per conto dell’infanzia accolta?

Autrici e autori Siân E. Lucas, Andrew Burns, Ruth Emond e Laura Reid (University of Stirling, Regno Unito)Prima pubblicazione Families, Relationships and Societies, 14 ottobre 2024Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Digital group archives in residential childcare: an investigation into memory responsibility, di Siân E. Lucas, Andrew Burns, Ruth Emond e Laura Reid, pubblicato in Families, Relationships and Societies (Bristol University Press) (2024), doi: 10.1332/20467435y2024d000000034, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Gli scambi di intervista riportati nell’originale in un unico paragrafo sono presentati in forma di dialogo. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Sosteniamo che le attuali pratiche di registrazione trascurino le pratiche di gruppo e quotidiane di custodia della memoria.

Siân E. Lucas, Andrew Burns, Ruth Emond e Laura Reid

Abstract

Questo articolo esamina la seconda fase del progetto ARCH (Archiving Residential Children’s Homes) e, in particolare, lo sviluppo di un «archivio digitale» co-progettato che conserva eventi ed esperienze quotidiane e condivise di giovani con esperienza di accoglienza che vivono in comunità residenziali per minori. Presentiamo una ricerca condotta con giovani che vivono in accoglienza residenziale, con il personale educativo e con persone adulte cresciute in accoglienza, sui tipi di informazioni o registrazioni quotidiane che vorrebbero poter conservare, condividere e consultare in futuro. È emerso il desiderio che l’archivio digitale avesse un carattere e una finalità diversi da quelli dei contenuti registrati nei fascicoli individuali, e un accesso facile all’archivio è stato giudicato importante. Le opinioni sulla rappresentazione di eventi ed esperienze, e sulla possibilità che questi fossero soprattutto «spensierati», erano contrastanti. La nostra ricerca offre uno sguardo sulle pratiche di custodia della memoria all’interno di una comunità residenziale per minori e solleva interrogativi su a chi spetti la responsabilità di raccogliere, filtrare e custodire con cura le esperienze dell’infanzia.

Introduzione

Questo articolo si basa sui dati scozzesi della seconda fase del progetto ARCH (Archiving Residential Children’s Homes), che si proponeva di esaminare gli approcci storici e contemporanei alla tenuta della documentazione nei servizi residenziali per minori in Scozia e in Germania. La prima fase del progetto ha esaminato gli archivi storici di orfanotrofi in Scozia e in Germania, mentre la seconda ha previsto una ricerca con giovani, persone adulte cresciute in accoglienza e personale educativo per individuare quali tipi di informazioni o registrazioni quotidiane vorrebbero poter consultare, in quale momento della loro vita e perché. La fase finale segue il modo in cui l’archivio è stato utilizzato all’interno delle comunità.

La tecnologia è parte integrante della vita quotidiana di bambine, bambini e giovani e offre modi nuovi per catturare e registrare i ricordi. Abbiamo adottato un approccio di ricerca-azione per co-progettare un modo di conservare digitalmente eventi ed esperienze quotidiane e condivise: una sorta di «archivio digitale» a disposizione del personale e di chi vi è accolto.

Il termine «esperienza di accoglienza» (care experience), pur non essendo perfetto, è usato in questo articolo per indicare le persone che sono o sono state affidate alla tutela dell’ente locale (Children (Scotland) Act 1995; Children and Young People (Scotland) Act 2014) e riprende la terminologia adottata nella revisione e trasformazione in corso del sistema di accoglienza scozzese, The Promise (Scottish Government, 2020). In Scozia gli enti locali sono tenuti a fornire un sostegno successivo all’accoglienza fino ai 19 anni della persona e a valutare ogni bisogno che dia diritto a tale sostegno fino ai 26 anni.

L’articolo si apre con una panoramica dell’accoglienza residenziale in Scozia e del modo in cui la documentazione viene tenuta e vissuta. Presentiamo il contesto della ricerca e il nostro approccio metodologico. Esponiamo i risultati dei dati qualitativi emersi dalla nostra ricerca con giovani che vivono in accoglienza residenziale in Scozia, con membri del personale e con persone adulte cresciute in accoglienza. L’articolo si propone di esplorare come un archivio digitale potrebbe servire a conservare e condividere esperienze quotidiane in una comunità residenziale per minori. Sosteniamo che le attuali pratiche di registrazione trascurino le pratiche di gruppo e quotidiane di custodia della memoria.

Accoglienza residenziale e tenuta della documentazione

L’accoglienza residenziale comprende le comunità per minori, i servizi di sollievo, le strutture chiuse e le scuole residenziali, che in genere accolgono bambine, bambini e giovani che attraversano le difficoltà più gravi (Steckley and Smith, 2011). Il termine «comunità residenziale per minori» (residential children’s home, RCH) designa un insieme di servizi istituzionali per minori che non possono continuare a vivere con la famiglia di origine (Ainsworth and Thorburn, 2014). Nelle comunità, l’infanzia vive lontano da casa con altre persone minorenni, per lo più senza legami di parentela, ed è accudita da personale retribuito. Spesso chi arriva in accoglienza residenziale ha vissuto molti cambi di figure di cura, oltre a esperienze dolorose e angoscianti di vita familiare e di perdita (Emond, 2003; Holland and Crowley, 2013). Le comunità scozzesi variano per dimensioni e composizione; negli ultimi decenni si sono orientate verso modelli più piccoli, di tipo «cottage», in cui l’infanzia è accudita in gruppi «di tipo familiare» (Steckley and Smith, 2011). Nel 2022, delle 12.596 persone minorenni in carico allo Stato in Scozia, il 10% viveva in strutture residenziali, mentre le altre erano in affido a parenti (34%), in affido familiare (33%) o a casa propria (21%) (Scottish Government, 2023).

Le RCH sono regolamentate e gestite da amministrazioni locali, organizzazioni del terzo settore, società senza scopo di lucro e organizzazioni religiose (Kendrick, 2012; Berridge, Biehal and Henry, 2012). Le opinioni sulla funzione principale di queste istituzioni divergono. Per alcune persone il loro scopo è aiutare l’infanzia a riprendersi dal trauma e dall’abuso; per altre, preparare bambine e bambini, in quanto «future persone adulte», a vivere in modo autonomo (Gharabaghi, 2019; Ainsworth and Thorburn, 2014).

La tenuta della documentazione nell’accoglienza residenziale e in altri ambiti del servizio sociale è un obbligo di legge, e le autorità pubbliche scozzesi soggette al Public Records (Scotland) Act 2011 sono tenute a dimostrare, nel piano di gestione documentale, di gestire efficacemente la propria documentazione. Da quando il rapporto Shaw (2007) ha rilevato carenze sistemiche nella tenuta della documentazione nelle RCH, si è prestata un’attenzione crescente allo stile, al contenuto e all’accessibilità della documentazione per l’infanzia e l’adolescenza (si veda, per esempio, Muirhead, 2019).

Il più delle volte la ricerca sulla documentazione dell’accoglienza si è concentrata sui «fascicoli». Questo tipo di documentazione è multifunzionale: registra la valutazione, le decisioni e la pianificazione futura (SCIE, 2021). Per le persone con esperienza di accoglienza, la documentazione è spesso una delle poche fonti di informazione sulla propria vita e su chi erano da bambine o bambini, nel senso della quotidianità.

La documentazione individuale dell’accoglienza può essere una fonte di informazione problematica, e le persone con esperienza di accoglienza hanno spesso notevoli difficoltà a trovare e consultare la documentazione che le riguarda (Hoyle et al, 2020; Shepherd et al, 2020). Persone adulte cresciute in accoglienza hanno criticato le rappresentazioni distorte di eventi del loro passato da parte di chi ha redatto la documentazione; oltre all’assenza della loro voce e dei loro punti di vista (Shepherd et al, 2020), mancano spesso elementi come foto e ricordi importanti (MacNeil et al, 2017; Shepherd et al, 2020). Quando le foto sono conservate nel fascicolo, spesso non indicano le persone ritratte né contengono un racconto che contestualizzi l’immagine (Lane and Hill, 2012). In uno studio sull’elaborazione dei libri della storia di vita, bambine, bambini e giovani con esperienza di accoglienza hanno sottolineato la necessità di fotografie di buona qualità, nitide e correttamente didascalizzate, nonché di oggetti fisici, testimonianze delle tappe importanti, ricordi felici e fatti e dettagli esatti e sinceri, anche se difficili (Hammond et al, 2020). Nello studio di Larkin e del suo gruppo di ricerca (2023: 333), giovani con esperienza di accoglienza desideravano poter mostrare virtualmente ad altre persone i luoghi in cui avevano «vissuto o amato».

Ulteriori problemi riguardano l’accesso a documentazione che coinvolge altre persone (Data Protection Act 2018 e Regolamento generale sulla protezione dei dati), cosa probabile per chi ha trascorso parte dell’infanzia in una RCH, e le informazioni su altre persone possono essere oscurate o rimosse. Si segnalano inoltre le conoscenze tecnologiche limitate del personale, una formazione insufficiente e critiche sulla cattiva conservazione e sulla scarsa vigilanza in materia di protezione dei dati all’interno delle organizzazioni (El-Asam et al, 2023). Queste critiche emergono tuttavia in un periodo in cui la ricerca comincia ad avviare conversazioni promettenti su come porre le persone al centro dei sistemi di documentazione (Svard and Zimic, 2024).

Il nostro progetto si allinea allo spirito di The Promise (Scottish Government, 2020) nel richiamare l’attenzione sulle esperienze quotidiane dell’infanzia e nel cercare modi migliori per comprendere le esperienze collettive di bambine, bambini e giovani.

Giovani e tecnologia

Si presume che le giovani generazioni siano «native digitali», a differenza delle persone adulte, il cui punto di partenza sarebbe invece l’«ignoranza digitale» (Livingstone et al, 2023). Sempre più spesso gli enti locali e i servizi di accoglienza utilizzano tecnologie digitali per la documentazione relativa all’infanzia in accoglienza. Questo cambiamento nel metodo di registrazione è avvenuto parallelamente alla tendenza a coinvolgere l’infanzia nella redazione della propria documentazione e a garantire che la sua «voce» venga raccolta, nonché alla crescita dell’uso della tecnologia da parte di bambine e bambini.

La tecnologia occupa un posto centrale nella vita quotidiana di bambine, bambini e giovani, che la usano per comunicare, divertirsi, studiare e socializzare (Livingstone et al, 2017; Anderson and Swanton, 2019). Un’indagine di Ofcom ha rilevato che il 100% delle persone di 16-17 anni possedeva un proprio telefono cellulare e che, nel 2021, più di sei minori su dieci tra i 3 e i 17 anni (62%) avevano un profilo su almeno un’app o un sito di social media, quota che saliva a più di nove su dieci (94%) tra chi aveva 16-17 anni (Ofcom, 2022). La tecnologia è fondamentale per l’infanzia e l’adolescenza in accoglienza, così come per chi ha lasciato i servizi di accoglienza, per mantenere i legami e partecipare alla vita moderna, per esempio per iscriversi a un istituto di formazione, cercare lavoro o richiedere prestazioni sociali (McGhee and Roesch-Marsh, 2020).

Identità e ricordi

Il nostro senso di identità si fonda sul bisogno e sul diritto di conoscere il nostro passato, la nostra casa e le nostre circostanze familiari, quali che fossero (Shaw, 2007). Il nostro «senso di sé» non è un’entità fissa, ma si sposta e cambia nel corso della vita (Triseliotis et al, 2000). In momenti diversi del ciclo di vita, l’identità viene rivista man mano che la persona torna, psicologicamente o fisicamente, al passato e ai ricordi, alle esperienze e alle relazioni che sono stati influenti e significativi.

I ricordi possono essere intesi come una funzione biologica, caratterizzata da emozioni specifiche e da «un legame con il passato» (Klein, 2015). I ricordi e il «ricordare» possono anche essere un’esperienza sociale (Cree and MacKenzie, 2023) e possono prendere la forma di una «ri-memoria»: i ricordi di altre persone, raccontati da altre persone, che non sempre sono il richiamo o il riflesso di un’esperienza effettiva. Il senso di sé viene così evocato al di là di una narrazione lineare di eventi, incontri ed esperienze biografiche (Tolia-Kelly, 2004).

Si può sostenere che le persone adulte che hanno trascorso parte dell’infanzia lontano dalla famiglia abbiano meno occasioni di negoziare il proprio passato con chi lo ha condiviso, di esplorare e/o rivedere ricordi comuni. Inoltre, possono non avere quel genere di oggetti effimeri che di solito si raccolgono nelle famiglie, come fotografie, lettere e altri oggetti legati al passato. In assenza di questi ricordi e di occasioni per ritrovare persone del passato, alcune persone con esperienza di accoglienza si rivolgono alla documentazione conservata da servizi come quelli sociali, sanitari o scolastici come mezzo principale per esplorare le proprie esperienze d’infanzia e dare un senso al passato.

Gli oggetti di memoria personali dell’infanzia possono comprendere carte, oggetti e documenti personali di valore, in forma analogica e digitale; alcuni possono trovarsi in spazi privati in cui ogni persona crea il proprio «archivio dell’esperienza». Le collezioni personali possono risultare incomprensibili alle persone adulte e includere le «cose trascurate» dei mondi dell’infanzia, alle quali le persone adulte sembrano non dare valore (Philo, 2003).

La natura contestuale dell’esperienza vissuta dall’infanzia e la particolarità dell’ambiente della comunità fanno sì che le esperienze e le registrazioni raccolte e create durante il periodo in cui bambine e bambini vivono in una RCH si collochino a cavallo tra collezioni istituzionali e personali, in formato digitale e analogico. La natura ibrida di questi materiali e la volontà di coinvolgere l’infanzia in modo più significativo nella documentazione hanno portato il gruppo di progetto a esaminare come le esperienze di gruppo possano essere raccolte e conservate digitalmente sotto forma di archivio digitale.

Metodologia

L’agenda della ricerca partecipativa offre un modo per affrontare gli squilibri di potere nella ricerca, riposizionando le persone partecipanti come coproduttrici di conoscenza (Kindon et al, 2007). Per l’infanzia, questo approccio può servire a coinvolgere, riconoscere, valorizzare e ricompensare la partecipazione, le scelte e il contributo di bambine e bambini (James and James, 2012), e apporta benefici innovando il disegno della ricerca e i processi di valutazione (Surava and Kotilainen, 2022).

Coinvolgere l’infanzia nella ricerca non è privo di difficoltà, tra cui il tempo e le risorse considerevoli necessari per farlo bene (Bradbury-Jones and Taylor, 2015) e il rischio che chi fa ricerca gravi ulteriormente bambine e bambini di responsabilità aggiuntive. Nonostante il rispetto per la capacità d’azione dell’infanzia, secondo Sutherland et al (2023) le pratiche «adultiste» sono spesso l’impostazione predefinita nella ricerca intergenerazionale, in cui l’infanzia non è in grado di contribuire in modo costruttivo alla ricerca né di progettarla.

La ricerca partecipativa su cui si basa questo articolo è stata condotta in una RCH di una grande città scozzese, attiva da circa dieci anni all’inizio del progetto. L’approvazione etica è stata concessa dal Comitato etico generale della University of Stirling, e l’ente gestore della RCH ha dato la propria autorizzazione. Le informazioni per le persone partecipanti sono state elaborate rispettivamente per bambine, bambini e giovani, per le famiglie, per persone adulte cresciute in accoglienza e per il personale, a sostegno dei processi di consenso. Tutte le persone adulte partecipanti hanno dato il proprio consenso informato. Per chi aveva meno di 18 anni, il personale della RCH ha chiesto il consenso di una persona titolare di responsabilità e diritti genitoriali; in seguito, le persone giovani stesse potevano dare o negare il proprio assenso a partecipare. Poiché il progetto si è esteso su un lungo periodo, consenso e assenso sono stati richiesti in modo continuativo, verificando che giovani e persone adulte desiderassero continuare a partecipare. Per tutelare la riservatezza, tutti i dati sono stati pseudonimizzati al momento della registrazione o della trascrizione.

All’inizio della raccolta dati della seconda fase, le persone giovani che vivevano nella RCH erano di generi diversi e avevano 9, 14, 16, 18, 19 e 20 anni; questo profilo è però cambiato nel corso del progetto, poiché alcune persone sono andate via e altre sono arrivate. Due giovani che vi avevano vissuto, di 19 e 20 anni, erano in contatto regolare con la RCH, e una di queste due persone ha accettato di partecipare ad alcuni aspetti del progetto. La RCH disponeva di un’équipe composta da personale educativo, personale educativo senior, una direzione e una vicedirezione, che lavoravano su turni a rotazione.

I dati sono stati raccolti nell’arco di 12 mesi, nel 2022-23, da una sola persona del gruppo di ricerca e hanno compreso 23 visite in loco in cui sono state registrate osservazioni, conversazioni informali e note di campo. Sono stati svolti quattro esercizi di foto-elicitazione, con quattro giovani e due membri adulti del personale. In origine si era chiesto alle persone partecipanti di scattare foto e fare registrazioni della vita quotidiana nella RCH, ma ciò non è avvenuto. Al loro posto, la persona che conduceva la ricerca ha presentato alle persone partecipanti foto di diverse parti della RCH – stanze, persone, oggetti e disegni esposti – chiedendo di classificarle: che cosa non doveva entrare nell’archivio, che cosa doveva restare aperto a chiunque avesse un accesso e quali tipi di contenuti dovevano essere ad accesso riservato.

Sono state condotte nove interviste semistrutturate: due con giovani che vivevano nella struttura, quattro con persone adulte che vi lavoravano, due con persone adulte che da piccole avevano vissuto in una RCH e una con una persona della dirigenza dell’ente che gestiva la RCH in cui si svolgeva la ricerca. Questa attività era orientata a esplorare la memoria e la sua custodia nell’accoglienza residenziale e a co-progettare e co-produrre un archivio digitale capace di catturare la vita quotidiana del gruppo nella RCH in modi significativi per chi vi viveva e lavorava.

I dati, costituiti da note di campo e trascrizioni letterali, sono stati analizzati tematicamente in un processo in tre fasi. Una persona del gruppo di ricerca ha organizzato i dati in temi iniziali, che sono stati poi discussi, sviluppati e rimodellati in un processo collaborativo che ha coinvolto l’intero gruppo (cinque persone) nel corso di due riunioni di analisi. Nella sezione successiva presentiamo i risultati, incentrati sulle opinioni di giovani, persone adulte cresciute in accoglienza e personale riguardo all’archivio digitale e alle loro attuali pratiche di registrazione.

Risultati

Registrare le esperienze quotidiane

Per noi era importante conoscere le pratiche di registrazione esistenti nella RCH e capire in che modo si accordassero con l’uso previsto dell’archivio digitale, lo rispecchiassero o se ne distinguessero.

Il personale della RCH contribuiva a materiali analogici individuali, come i «libri dei ricordi», e a contenuti digitali per bambine, bambini e giovani. A volte lo faceva in collaborazione con le persone giovani, a volte erano le persone adulte a farlo per loro, se sembravano ambivalenti o disinteressate. Le persone adulte lo consideravano una loro responsabilità, anche quando le persone giovani non lo chiedevano o rifiutavano di partecipare al processo. Alcuni membri del personale hanno spiegato perché conservavano determinati oggetti per le persone giovani: «È importante e so che, quando saranno più grandi, lo vorranno o ne avranno bisogno, e che dobbiamo farlo. Do valore ai loro ricordi: dobbiamo dare valore ai loro ricordi» (nota di campo, 9/11/22).

Tra le persone adulte si percepiva l’idea che le persone giovani non dovessero essere penalizzate in futuro per non aver contribuito ai propri libri dei ricordi. Allo stesso modo, nel contesto dell’archivio digitale, le persone adulte desideravano che, anche se le persone giovani non vi avessero contribuito, potessero comunque accedere in futuro, se lo volevano, a una raccolta di oggetti di memoria.

Le persone giovani sembravano considerare la registrazione delle esperienze quotidiane una responsabilità delle persone adulte. Durante le visite alla RCH, erano spesso impegnate con amicizie o attività. Chiacchieravano con la persona che conduceva la ricerca e sottolineavano quanto ritenessero importante l’archivio, ma la incoraggiavano a parlarne di più con le persone adulte.

Abbiamo colto l’occasione per incontrare la vicedirettrice e discutere della disponibilità delle attrezzature per il personale e per le persone giovani, e per riflettere su alcune delle cose apprese qui la settimana scorsa sulla custodia della memoria. Ci ha mostrato il sistema [di registrazione], che funziona sul web con Microsoft SharePoint. Registrano informazioni in varie sezioni, tra cui i diari quotidiani, che sono scritti come una lettera indirizzata alla bambina o al bambino. Ha osservato che non registrano le minuzie della vita quotidiana, ma cercano di assicurarsi di registrare informazioni ed eventi «significativi». Possono anche collegare fotografie alle registrazioni, così che la persona giovane avrà a disposizione più del solo testo se e quando consulterà la documentazione in futuro. L’accesso si ottiene su richiesta. I dati di altre persone vengono registrati anziché anonimizzati/pseudonimizzati, compresi i nomi di altre persone giovani e del personale. (Nota di campo, 15/11/22)

Il personale della RCH ha parlato dei propri tentativi di bilanciare le esigenze dell’organizzazione e del personale con quelle di chi vi abita attualmente e delle future persone adulte con esperienza di accoglienza. Rivolgendo le annotazioni alla bambina o al bambino, vediamo come queste pratiche di registrazione riconoscano un possibile pubblico futuro di persone adulte con esperienza di accoglienza. Consapevole delle preoccupazioni in materia di accesso e protezione dei dati, la persona che conduceva la ricerca ha chiarito che, anche se i nomi di altre persone giovani e adulte venivano registrati, non vi era alcuna garanzia che non sarebbero stati oscurati in futuro, al momento di una richiesta di accesso ai dati personali. Il personale ha comunque riconosciuto il proprio ruolo nell’inquadrare i diari quotidiani, nel decidere che cosa fosse significativo e dovesse essere registrato e nel modo in cui le storie vengono raccontate.

Sì, sarebbe bellissimo. Perché mi ricordo che quando sono tornata qui, ehm, tipo, [un altro ragazzo], ero uscita per il suo compleanno un anno e, ehm, eravamo andati al safari park di [città], ed è proprio una cosa che avevo in fondo alla memoria. Me l’ero completamente dimenticata… finché un giorno eravamo seduti sulle scale e lui mi fa: «Ehi, ti ricordi quando ti ho invitata, ehm, al safari park per il mio compleanno perché [nome] aveva una cotta per te e io lo prendevo in giro e gli avevo detto che ti avrei invitata, e alla fine sei venuta?»… e, tipo, era proprio una cosa per cui ho fatto «Ah, sì», ma non avevo mai saputo l’altra faccia della storia, perché mi avesse invitata! (Melanie, giovane, foto-elicitazione 2, 10/1/23)

Discutendo le loro diverse prospettive su un’esperienza condivisa, emergono aspetti fino ad allora nascosti dell’evento, e le persone giovani creano un nuovo ricordo di tempo condiviso, sedute insieme sulle scale a parlare delle vite vissute.

Melanie:Sono una persona da ninnoli, adoro i miei ninnoli, adoro le mie cosette e le mie cianfrusaglie, proprio tutto. Se qualcuno mi regala qualcosa, la tengo e la metto nella scatola o la uso come decorazione o qualcosa del genere. In camera mia, la maggior parte delle cose che ho hanno una storia dietro o vengono da qualcuno. Di solito ti so dire da chi viene ognuna, sta diventando un po’ un’ossessione, ma è sicuramente una cosa che per me è sempre stata importante. Penso che sia abbastanza comune, chi cresce in accoglienza spesso non ha molte cose proprie, quindi quando riceve qualcosa, è quella la cosa che fa ricordare quella persona. Ho delle decorazioni per l’albero di Natale che una delle persone che si occupavano di me è andata in vacanza in Germania e mi ha portato dalla Germania, e ho queste piccole bellissime, e non ho mai avuto un albero di Natale mio, ma da quando le ho ricevute da piccola ho pensato: non vedo l’ora di avere il mio albero di Natale, non vedo l’ora di avere il mio albero di Natale, e le ho ancora. Spero di riuscire a metterle sul mio albero di Natale, ma insomma, è una cosa che sono riuscita a conservare. Andrew:Sì, è interessante, vero, quindi una cosa che hai, che hai conservato e che ti dà un ricordo, ma che è anche legata al futuro. Melanie:Sì, è strano pensarci, ma mi ricordo di averle ricevute e di aver pensato: sarò così contenta di metterle sul mio albero di Natale. Andrew:Quando avrai una casa tua. Melanie:Quando avrò una casa mia, o di passarle ai miei figli e alle mie figlie, poter semplicemente avere questo, e le ho da quando avevo otto o nove anni, quindi le ho da tanto tempo.

Lizzie:Penso che sia una buona cosa. Penso che sia più spensierato. È meno pesante che chiedere a un’azienda di guardare le tue cose e poi che sia tutto incentrato su di te. Andrew:Mh-mh, sì. Lizzie:Potrebbero esserci altre cose che magari non vuoi sapere, mentre questo è proprio tipo… È più una cosa allegra. Sarà il posto dove pensi: «Oh, voglio andare a ricordare dei momenti bellissimi e ricordare queste persone». Potrebbero tornarci e vederlo come un bel ricordo. Quindi penso che vada piuttosto bene. (Intervista al personale 3, 14/4/23)

Lizzie ha messo in evidenza in particolare la dimensione di gruppo dell’archivio, suggerendo che sarebbe stato alimentato da contenuti capaci di cogliere gli aspetti quotidiani della vita in comune, anziché da un fascicolo individuale. Il carattere più «spensierato» dei contenuti è stato contrapposto alle informazioni più «pesanti» registrate nei fascicoli, che bisogna «chiedere» a un’«azienda». La libertà di accedere ai materiali senza dover chiedere un permesso sembrava essere un’altra differenza fondamentale che personale e giovani si aspettavano dall’archivio. Tutte le persone conoscevano le procedure macchinose e frustranti per accedere alla documentazione, e sapevano che tale documentazione era «di proprietà» dell’ente e non delle persone giovani o del personale. In questo senso, volevano che l’archivio di gruppo avesse un carattere e una finalità diversi.

Che cosa dovrebbe contenere l’archivio?

Penso che sia davvero bello, ma mi piace la parte audio. Sarebbe bello se grandi e piccoli potessero registrare qualcosina, sai, o anche solo cantare una canzone insieme, o raccontare una storia. Penso che sarebbe molto potente. (Intervista al personale 2, 14/4/23)

Nel riconoscere la forza di questo tipo di supporti, Lara distingue i modi in cui l’archivio potrebbe integrare le attuali pratiche di registrazione, dato che la documentazione dei casi nel servizio sociale è individuale e dominata da procedure e burocrazia (Ruch, 2005). La prospettiva di registrare insieme, come gruppo di bambine, bambini e persone adulte, è stata presentata come un’attività nuova e positiva.

Penso che sia una buona idea. Andando avanti nel clima attuale in cui siamo, la gente è sempre online, chiunque ha il telefono, chiunque ha qualche dispositivo tecnologico o qualche forma di accesso alla tecnologia, e non si vede più la gente con gli album di foto, o sì, ma non sono degli ultimi anni. (Intervista, 13/3/23)

La varietà dei dispositivi disponibili (smartphone, orologi, tablet, dispositivi indossabili) e lo sviluppo delle app fanno sì che le persone possano facilmente catturare e conservare ricordi registrando suoni, fotografie, video e altre creazioni. Inoltre, poiché smartphone e tablet fungono sia da punti di creazione dei contenuti sia da piattaforme di archiviazione, l’archiviazione nel cloud e gli abbonamenti a «armadietti digitali» si sono moltiplicati (Schultz, 2018).

[P]otresti farne mille screenshot sul telefono, ma è davvero la stessa cosa che tenerla in mano e sapere quante persone l’hanno tenuta, e che a un certo punto mio padre è andato al negozio a ritirare la foto sviluppata e la guardava e la mostrava alla gente dicendo: «Questo è il giorno in cui mia figlia è arrivata a casa»? È la stessa cosa che guardare un telefono e dire «Che carina» e poi rimetterlo in tasca e non guardarlo più? Non credo. (Melanie, intervista, 13/3/23)

Melanie dà priorità agli aspetti tattili della fotografia e alle storie associate che si possono trarre dalle fotografie per aiutare le persone a comprendere sé stesse in relazione ai luoghi e alle altre persone (Roberts, 2012). L’attaccamento emotivo all’oggetto e le storie ereditate sono forme di conoscenza fondamentali, capaci di favorire una maggiore autostima e il senso di connessione sociale (Green et al, 2023).

Le persone partecipanti dei diversi gruppi hanno parlato dell’importanza degli oggetti fisici. Spesso si trattava delle loro esperienze sensoriali e del loro legame con la memoria, come per Lara (intervista, 14/4/23): «Quindi sì, era proprio la sensazione al tatto, mi ricorda la loro pelle morbida. Faccio sempre così [sfrega le dita tra loro] quando ne parlo. È strano». L’aspetto, la consistenza, l’odore, il sapore e il suono degli oggetti hanno implicazioni importanti per la (ri)costruzione della memoria (Green et al, 2023).

Donald: No, direi solo magari le foto, tipo quelle buffe, o tipo le foto belle possono andare ad accesso aperto, ma magari, tipo, non so, se stavamo facendo qualcosa che ha dentro roba privata. Quindi, mettiamo, tipo, non so, magari c’è tipo una foto di noi che facciamo i compiti o qualcosa del genere, magari quella potrebbe andare nell’altro… ma qualsiasi cosa in cui fai belle foto la puoi vedere con il tuo accesso. (Foto-elicitazione con giovani 1, 13/12/22)

Andrew:e quindi, a volte, in archivi come questo, in particolare per, tipo, le comunità per minori e cose del genere, potrebbero, alcune persone potrebbero dire «Oh, stai addolcendo la pillola; lo stai facendo sembrare un posto bello e piacevole, come se fosse sempre stato fantastico, e invece, sai, io lì ho passato un periodo piuttosto difficile» […] Donald:Storie, sì. Non mi piacerebbe che ci fossero, tipo, brutti episodi. Ma magari, tipo, ovviamente, storie e cose così, ma niente tipo, perché, tipo, non potresti mai vederlo. Quindi, tipo, se qualcuno ha avuto un brutto episodio e non voleva esserci, non potrebbe mai vederlo, mentre non credo che la gente li vorrebbe, tipo, in quelli ad accesso aperto, no? (Foto-elicitazione con giovani 1, 13/12/22)

A differenza di Donald, un’altra giovane, Melanie, ha osservato che potrebbe essere impossibile evitare i ricordi negativi, per il modo in cui i ricordi vengono innescati. Ha fatto l’esempio di un’immagine di un evento particolare che riporta alla memoria ciò che è accaduto nei giorni precedenti o successivi, e ha sostenuto: «Penso che sia importante riconoscerlo. E non credo che si possa necessariamente, ehm, evitarlo del tutto [i ricordi o le reazioni negative], ma lo si potrebbe sicuramente presentare in un modo più, ehm, fattuale che negativo» (Melanie, foto-elicitazione, 10/1/23).

Melanie suggerisce che una resa più neutra o «fattuale» dei contenuti potrebbe aiutare a tener conto delle diverse esperienze e del modo in cui vengono raccolte nell’archivio. Queste opinioni si possono confrontare con quelle di una persona adulta cresciuta in accoglienza, Andrea, secondo la quale le esperienze difficili potevano essere raccolte, se lo si faceva con delicatezza: «E penso che qualcun altro che scrive con delicatezza di eventi felici e magari non così felici sia un modo diverso di vedere le cose, o possa aiutare a elaborare» (Intervista a persona adulta con esperienza di accoglienza 1, 2/6/23).

Questa opinione mette forse in luce le difficoltà di anticipare i bisogni futuri di memoria, perché il nostro rapporto con il passato può cambiare nel tempo (Josselson, 2009). Mentre chi viveva e lavorava allora nella RCH vedeva l’archivio come un deposito di ricordi positivi, Andrea ha potuto riflettere sulle proprie esperienze in accoglienza e dopo l’accoglienza e individuare un possibile ruolo dell’archivio nell’aiutare le persone a «elaborare» un’ampia gamma di esperienze. Il suo desiderio di un resoconto scritto con delicatezza dalla prospettiva di un’altra persona può essere paragonato all’occasione di sedersi sulle scale e ricostruire un ricordo con qualcuno che ha condiviso quelle esperienze.

Registrare e conservare: ruoli e responsabilità?

Quindi ovviamente vorrei che mi si chiedesse, all’inizio, se fosse un sito o quello che è: questi sono i tuoi dati di accesso, acconsenti a bla, bla, bla, acconsenti alle foto, vuoi ricevere notifiche quando vengono pubblicate foto in cui sei stata taggata? Se sì, vuoi avere la possibilità di rimuovere un tag? Vuoi poter dire: no, guarda, voglio la faccia sfocata, questa sono io in questa foto, o è qui che sono nella foto, prendete un pennarello, sfocatemi, non voglio essere in quella foto, non voglio che nessuno la veda? Non voglio poter essere contattata da queste persone in particolare né che vedano i miei messaggi, perché con loro ho avuto esperienze davvero brutte, e avere semplicemente qualcosa che faccia sentire alle persone che in realtà questa non è solo una casella da spuntare, che non stai solo accettando un consenso, che vogliamo assicurarci che tu tragga il massimo da questa custodia dei ricordi. (Melanie, intervista, 13/3/23)

Dovrebbe essere una cosa in due direzioni. Dovrebbe esserlo, ma penso che dovrebbero essere le persone adulte a farlo e a moderarlo. Ovviamente ragazze e ragazzi possono commentare le cose e vedere le cose e così via, ma secondo me i grandi dovrebbero farsene carico. Loro possono venire dai grandi e dire: «Dai, metti quella foto», capisci cosa intendo, ma il controllo su cosa viene caricato ce l’avrebbero i grandi, tipo l’ultima parola su cosa va sul sito. Quindi questo è… Il mio compito da genitore è catturare i ricordi delle mie creature, e adesso sto dicendo a loro di andare a prendersi le proprie foto e mettere lì i propri ricordi. (Intervista al personale, 28/04/23)

Qui Kelly sostiene che le persone adulte hanno responsabilità specifiche quando si tratta di conservare oggetti di memoria per bambine, bambini e giovani. È interessante notare che le persone adulte sostenevano l’importanza di conservare i materiali quando le persone giovani sembrano disinteressate o vogliono che materiali o fotografie vengano distrutti. In quei momenti ritenevano di dover scavalcare i desideri delle persone giovani, poiché «sapevano cosa era meglio». Il personale ha raccontato esperienze di giovani in procinto di lasciare la struttura che esprimevano gratitudine per la conservazione di quei materiali. I membri del personale riconoscevano che le persone giovani avrebbero potuto desiderare quei materiali in futuro, pur sembrando ambivalenti nel presente, un’esperienza spesso raccontata dai genitori riguardo alla cura degli oggetti appartenenti a figlie e figli (Owen and Boyer, 2022). Le persone adulte cresciute in accoglienza erano molto più ambivalenti del personale e delle persone giovani quanto a dare ad altre persone accesso alle proprie foto e ai propri ricordi, osservando per esempio che dipendeva da chi fosse la persona e dalla natura della relazione.

Riflettere su futuri immaginati e sull’uso previsto dell’archivio ha prodotto risposte diverse e implica che le relazioni tra chi crea la documentazione e chi la conserva o la custodisce siano complesse e fluide (Farrell et al, 2023).

Discussione

Se l’idea dell’archivio digitale è stata accolta come qualcosa di diverso e utile, i bisogni tecnologici futuri sono difficili da prevedere. Nello spirito di una riappropriazione della tecnologia, chi utilizza l’archivio digitale (personale, giovani e persone adulte con esperienza di accoglienza) deve avere chiari i limiti dello strumento e il modo in cui si inserisce nell’uso esistente delle piattaforme tecnologiche e nelle pratiche di custodia della memoria; si veda, per esempio, Trove, una scatola dei ricordi potenziata digitalmente per gli oggetti preziosi dell’infanzia (Watson et al, 2018).

La tecnologia viene spesso vissuta come uno strumento di controllo o di gestione piuttosto che come un supporto orientato alla pratica nel lavoro sociale (Parrott and Madoc-Jones, 2008) e, per questo, ci si chiede come il personale riuscirà ad assolvere le responsabilità di documentazione già esistenti con l’aggiunta dell’archivio digitale. Avvertiamo che l’archivio digitale potrebbe diventare un onere istituzionale che domina la cura quotidiana, dando priorità alla registrazione delle esperienze anziché all’«esserci» e al partecipare alle esperienze.

Le tecnologie digitali offrono mezzi nuovi e potenzialmente più accessibili affinché «chi ha attraversato il sistema di accoglienza possa accedere al proprio passato e alle persone che hanno avuto un ruolo chiave nella propria vita» (Cree and MacKenzie, 2023: 322) e ai luoghi in cui ha vissuto (Larkins et al, 2023). Resta tuttavia da vedere come e se le persone giovani useranno l’archivio, accanto alle app preferite del momento, al rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale (Su and Yang, 2022) e, all’opposto, agli interventi di disintossicazione digitale (Radtke et al, 2022).

L’archivio digitale presenta alcune somiglianze con altre piattaforme di social media per la sua funzione di archiviazione a mo’ di «album fotografico» e per la possibilità di «taggare» le persone. Tutte le persone giovani erano attive su vari social media, in particolare Instagram. Alcune erano piuttosto collegate tra loro su queste piattaforme, altre no. Una persona giovane aveva accesso a un archivio fotografico di gruppo online. Alcune persone giovani avevano libri dei ricordi personali su carta, realizzati con il personale, e album fotografici analogici personali; una di loro ha raccontato di avere un oggetto fisico di valore affettivo appartenuto a un genitore. Ciò ci porta ad affermare che alcuni metodi personali e collettivi di custodia della memoria delle persone giovani resteranno sottratti allo sguardo delle persone adulte, dell’organizzazione e dell’archivio digitale. Barclay e Koefoed (2021) propongono che le persone possano trarre beneficio dalle tracce effimere, dai segreti e dai silenzi lasciati dall’assenza di informazioni nella documentazione, per interpretare gli eventi e dare senso a sé, alla memoria collettiva e all’identità di gruppo. Secondo Roued et al (2023), l’esperienza e/o il percorso di ricerca e di attribuzione di senso alla propria storia personale e di gruppo ha un valore e diventa, per molte persone, un’attività che dura tutta la vita. Lungo questo percorso, le persone cercano informazioni sulla propria vita e acquisiscono, trattengono e conservano nuove conoscenze, sostenendo al contempo emotivamente altre persone.

Durante il lavoro sul campo, si è chiesto alle persone giovani di immaginare e considerare il proprio sé futuro, da grandi, e quali tipi di documentazione e di ricordi avrebbero potuto desiderare di consultare. Il rapporto tra passato e futuro è stato un punto spinoso della ricerca e si è rivelato delicato anche per altri gruppi di ricerca (Michaelian and Sutton, 2019). L’immaginazione del futuro è stata sollevata in studi precedenti (National Child Development Study, British Cohort Study e Millennium Cohort Study), nel senso di chiedere a bambine e bambini di descrivere le proprie aspirazioni per il futuro. Abbiamo tuttavia riflettuto sul fatto che questo tipo di «viaggio mentale nel tempo» richiesto alle persone giovani era problematico sotto molti aspetti; anzitutto perché comportava il tentativo di concettualizzare un bisogno futuro, che poteva rappresentare un territorio ontologico difficile o impossibile da raggiungere e a cui rispondere. Le persone giovani hanno trovato difficile e incerto parlare dei propri bisogni futuri, e difficile pianificarli (Shirani and Henwood, 2011). Di conseguenza, chiedere alle persone giovani di concettualizzare i propri bisogni futuri poneva dei limiti alla raccolta di dati temporali. In secondo luogo, abbiamo riflettuto sul fatto che una domanda sui bisogni futuri non verrebbe di norma posta a bambine e bambini che vivono con la propria famiglia. Nonostante queste difficoltà, abbiamo ritenuto importante porre la domanda alle persone giovani, nel nostro approccio partecipativo, per coinvolgerle nel dare forma alla creazione della loro documentazione futura.

Conclusione

Sviluppare l’archivio digitale con persone con esperienza di accoglienza, giovani e personale ci ha permesso di fare chiarezza sui tipi di supporti ritenuti adatti a essere caricati nell’archivio. C’era consenso sul fatto che l’archivio digitale avrebbe aiutato a colmare l’assenza di rappresentazioni delle esperienze collettive di bambine, bambini e giovani e offerto possibilità di legami futuri. Si sperava che l’archivio digitale integrasse la documentazione personale e istituzionale, senza trascurare la funzione di relazioni, verbali e altri documenti. Le opinioni divergevano sulla questione se l’archivio digitale dovesse contenere esclusivamente cose «belle», anziché eventi difficili o delicati, e c’era meno chiarezza su chi dovesse essere responsabile della selezione, del filtraggio e del caricamento delle informazioni.

In una certa misura i requisiti dell’archivio digitale sono coerenti con The Promise (Scottish Government, 2020), poiché consentono alle persone giovani con esperienza di accoglienza di esercitare i propri diritti e di far sentire la propria voce nel decidere che cosa viene registrato e in che modo viene chiesto il loro permesso. Ciò è importante, dato che le persone giovani nel sistema di accoglienza hanno poche occasioni di far ascoltare le proprie opinioni (Priestley, 2020) e di contribuire alla propria documentazione (Svard and Zimic, 2024). Formuliamo tuttavia l’ipotesi teorica che a bambine, bambini e giovani che vivono in famiglia non vengano di norma richieste responsabilità di custodia della memoria e di documentazione, e che ciò contribuisca ad aggiungere un ulteriore strato di «alterizzazione» per le persone giovani con esperienza di accoglienza. Questo rispecchia l’esperienza stigmatizzante vissuta da una parte dell’infanzia e dell’adolescenza nel sistema di accoglienza (Stein, 2006). Resta da vedere se questo posizionamento rappresenti uno svantaggio o un vantaggio per le persone con esperienza di accoglienza.

Esiste un’ulteriore tensione nel fatto che il personale mantenga il controllo degli oggetti di memoria caricati in un archivio. Se le persone giovani non assolvono la responsabilità della documentazione o valutano male l’importanza del ricordo da registrare, e quindi, per evitare omissioni, sono le persone adulte a farlo al posto loro, l’archivio finisce per essere circoscritto da uno sguardo adultista. Può darsi che le persone adulte abbiano una capacità più acuta di riconoscere i bisogni futuri di bambine, bambini e giovani, perché possono riflettere sulle esperienze proprie e altrui, ma per le persone giovani stesse è difficile anticipare ciò che potrebbero volere o di cui potrebbero avere bisogno in futuro. Ulteriori ricerche sarebbero utili per esaminare questo dilemma, permettendo a persone adulte di tornare alle proprie prospettive infantili sulla custodia della memoria per vedere come si rapportano alle opinioni e ai bisogni dell’età adulta.

Complexe Systémique: punti chiave

L’articolo pone una domanda che le équipe di tutela dell’infanzia affrontano raramente in modo diretto: chi custodisce la memoria di una bambina o di un bambino che non cresce nella propria famiglia? In famiglia i ricordi circolano: vengono raccontati di nuovo, corretti, e l’altra faccia di una storia viene alla luce, come accade a Melanie seduta sulle scale con un altro ragazzo. Nell’accoglienza residenziale la memoria è registrata soprattutto in fascicoli individuali, redatti da altre persone e per altri scopi. L’archivio di gruppo cerca di restituire al collettivo la sua parte di ricordo, il che richiama un’idea sistemica semplice: l’identità si costruisce nelle relazioni, e un gruppo vivo ha una storia. Ma lo studio non nasconde le tensioni. Bisogna conservare solo i bei momenti, a rischio di edulcorare? Devono decidere le persone adulte al posto delle persone giovani, in nome di ciò di cui avranno bisogno più avanti? E chiedere a chi cresce in accoglienza di documentare la propria vita non allontana ancora di più queste persone dal resto dell’infanzia? Una sola struttura, poche persone partecipanti: sono soprattutto queste domande che restano a chi legge. Da leggere insieme a l’articolo sulla resistenza non violenta in una comunità residenziale e a l’articolo sugli oggetti fluttuanti nella terapia sistemica.

Note dell’originale

Finanziamento. Questo lavoro è stato sostenuto dall’Arts and Humanities Council e dalla Deutsche Forschungsgemeinschaft con il finanziamento n. 448421360.

Ringraziamenti. Ringraziamo le persone che ci hanno parlato delle loro esperienze, delle loro idee e dei loro bisogni in materia di custodia della memoria. Un ringraziamento va anche a Malte Heyen per il suo lavoro sullo sviluppo dell’archivio.

Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere alcun conflitto di interessi.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Digital group archives in residential childcare: an investigation into memory responsibility, di Siân E. Lucas, Andrew Burns, Ruth Emond e Laura Reid, Families, Relationships and Societies, pubblicazione anticipata online (2024), doi: 10.1332/20467435y2024d000000034, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione in italiano, scambi di intervista presentati in forma di dialogo). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Digital group archives in residential childcare: an investigation into memory responsibility», pubblicato in Families, Relationships and Societies (2024) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo di chi firma l’articolo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.

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Come citare questo articolo

Lucas, S. E., Burns, A., Emond, R., e Reid, L. (2024). Digital group archives in residential childcare: an investigation into memory responsibility. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/digital-group-archives-in-residential-childcare-an-investigation-into-memory (Opera originale pubblicata nel 2024 in Families, Relationships and Societies, pubblicazione anticipata online, 1-17 (2024); ripubblicata nel 2024 da Families, Relationships and Societies, https://bristoluniversitypressdigital.com/view/journals/frs/aop/article-10.1332-20467435Y2024D000000034/article-10.1332-20467435Y2024D000000034.xml)

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