Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Child and Adolescent Social Work Journal · Servizio sociale
Che cosa cambia davvero per il minore, per i genitori e per la famiglia dopo un’assistenza ai minori centrata sulla famiglia, e che cosa ha fatto pendere la bilancia? Nei Paesi Bassi, l’équipe di Tilburg combina un questionario di fine presa in carico con quattordici interviste condotte mesi dopo: il minore e la famiglia stanno meglio, i genitori molto meno.
Traduzione non ufficiale in italiano di Understanding the Impact of Family-Focused Youth Care: Examining Outcomes, Effective Elements and Tipping Points as Experienced by Parents and Youth, di Bernadette M. Janssen, Jolanda J. P. Mathijssen, Heleen I. J. Sillekens, Judith P. M. van Vugt e Hedwig J. A. van Bakel, pubblicato in Child and Adolescent Social Work Journal (Springer) (2026), doi: 10.1007/s10560-026-01164-9, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Due tabelle sono presentate sotto forma di elenchi; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Se l’assistenza ai minori tende ad avere effetti positivi sul funzionamento del minore e della famiglia, il suo impatto sul benessere individuale dei genitori è più limitato.
Bernadette M. Janssen, Jolanda J. P. Mathijssen, Heleen I. J. Sillekens, Judith P. M. van Vugt e Hedwig J. A. van Bakel
Abstract
In un contesto di persistenti preoccupazioni sull’efficacia e sulla durata degli esiti dell’assistenza ai minori, questo studio ha indagato l’impatto percepito dell’assistenza ai minori centrata sulla famiglia dal punto di vista dei genitori e dei giovani. La ricerca si proponeva di esplorare gli effetti percepiti, di individuare gli elementi efficaci della presa in carico e di esaminare i punti di svolta che hanno segnato cambiamenti significativi nel corso del percorso di cura. Sono stati combinati dati quantitativi provenienti dal questionario BESTE (N = 75; n = 60 genitori; n = 15 giovani) e dati qualitativi provenienti da interviste (N=14 famiglie). I risultati quantitativi hanno indicato che la maggior parte dei genitori (70,0%) e dei giovani (73,4%) ha percepito l’assistenza come efficace in termini di miglioramenti nel funzionamento del minore, del genitore e della famiglia. Anche i dati qualitativi hanno rivelato cambiamenti significativi nel funzionamento del minore, del genitore e della famiglia, accanto a vulnerabilità persistenti, soprattutto nel benessere dei genitori e in fattori di contesto familiare complessi. L’alleanza terapeutica, il contenuto dell’intervento e i fattori organizzativi sono stati confermati come elementi efficaci della presa in carico. Gli elementi facilitanti si trovavano per lo più nell’alleanza terapeutica e nel contenuto dell’intervento. I fattori organizzativi, tra cui la burocrazia, le liste d’attesa e una collaborazione frammentata, sono stati spesso citati come ostacoli. I punti di svolta erano spesso legati a interazioni rispettose con le figure professionali, a chiarimenti diagnostici e a eventi extraterapeutici come cambiamenti nelle relazioni o nel contesto scolastico. I risultati sottolineano l’importanza di un approccio sistemico che includa l’attenzione ai bisogni dei genitori, ai fattori di stress contestuali e alle reti di sostegno informale. Tra le implicazioni per la pratica figurano un approccio olistico che integri i fattori sistemici, compreso un sostegno ai genitori integrato nell’assistenza ai minori, il rafforzamento delle competenze per costruire l’alleanza, il miglioramento della collaborazione interdisciplinare e la riduzione delle barriere organizzative. Sono necessarie ulteriori ricerche per esaminare la sequenza e l’integrazione delle cure rivolte ai giovani e ai genitori, al fine di migliorare gli esiti a lungo termine.
Parole chiave: Assistenza ai minori centrata sulla famiglia, Effetti percepiti, Elementi efficaci, Punti di svolta, Approccio sistemico, Interviste
Valutare gli esiti dell’assistenza ai minori è essenziale per migliorare la qualità delle cure e rendere conto dell’uso dei fondi pubblici (Flynn et al., 2024). A causa dei costi crescenti e delle continue riflessioni critiche sull’efficacia e sulla sostenibilità dell’assistenza ai minori, la sua efficacia è da tempo oggetto di dibattito (De Swart et al., 2012; Gutterswijk et al., 2020; Souverein et al., 2013; Strijbosch et al., 2015). Per evitare nuove segnalazioni, contenere i costi e ottenere esiti positivi per le famiglie, è indispensabile sapere che cosa funziona per le famiglie seguite dai servizi per minori (Visscher et al., 2022). Oltre a essere importante per chi decide le politiche e per gli enti finanziatori, ciò è cruciale soprattutto per le famiglie stesse, poiché l’assistenza ai minori è spesso un processo intenso e lungo. Per comprendere l’impatto dell’assistenza ai minori e i fattori che lo determinano, questo studio esamina (1) gli effetti dell’assistenza ai minori centrata sulla famiglia dal punto di vista dei genitori e dei giovani, (2) gli elementi efficaci percepiti e (3) i punti di svolta critici che possono aver influenzato in modo decisivo gli effetti percepiti.
Comprendere le prospettive delle famiglie sugli effetti vissuti delle cure e sugli aspetti che ritengono utili o inutili è essenziale per adattare i servizi in modo che rispondano meglio ai loro bisogni, con l’intento di ottenere esiti più efficaci e duraturi (Bjørknes & Ortiz-Barreda, 2021; Van Bijleveld et al., 2014). Inoltre, coinvolgere attivamente le famiglie accresce il loro senso di empowerment, il che può aumentarne la soddisfazione e la motivazione (Tilbury & Ramsay, 2018). Sapere quali eventi o elementi della presa in carico sono considerati punti di svolta può consentire alle figure professionali, nei percorsi futuri, di stimolare tali elementi e avviare prima un cambiamento positivo per le famiglie nel loro percorso di cura. Inoltre, indagare le condizioni in cui emergono possibili punti di svolta, nonché i fattori che ne favoriscono la comparsa, può fornire indicazioni preziose per ottimizzare gli effetti degli interventi di assistenza ai minori.
L’assistenza ai minori centrata sulla famiglia si rivolge a bambine, bambini e adolescenti, nonché ai loro genitori, quando gravi problemi evolutivi, emotivi o comportamentali del minore si accompagnano a consistenti difficoltà genitoriali. Queste difficoltà sono spesso aggravate da molteplici fattori di stress cronici, tra cui difficoltà economiche, problemi di salute e instabilità relazionale (Tausendfreund et al., 2016; Visscher et al., 2020b). La teoria dei sistemi familiari (Minuchin, 1974) e il modello bioecologico dello sviluppo umano (Bronfenbrenner & Morris, 2007) offrono entrambi un quadro pertinente per comprendere questi bisogni complessi, sottolineando che gli individui devono essere considerati all’interno del loro ambiente e contesto più ampio (Tong & An, 2024; Willemse, 2015).
Secondo la teoria dei sistemi familiari, le famiglie funzionano come sistemi interconnessi in cui i cambiamenti di un membro influenzano l’intera unità (Bowen, 1978; Gavazzi & Lim, 2023). Inoltre, il modello bioecologico postula che lo sviluppo dei minori sia plasmato da interazioni reciproche tra l’individuo e molteplici sistemi ambientali annidati, che vanno dal contesto immediato della famiglia e della scuola fino a influenze culturali e sociali più ampie (Tong & An, 2024).
Di conseguenza, gli interventi di assistenza ai minori centrati sulla famiglia adottano una prospettiva sistemica, coinvolgendo non solo il minore ma anche i genitori e altri membri chiave della famiglia (Willemse, 2015). Oltre a migliorare il funzionamento del minore, ad esempio riducendo i problemi emotivi e comportamentali e rafforzando le abilità sociali, questi interventi mirano a migliorare le competenze genitoriali, a rafforzare le relazioni reciproche e la resilienza della famiglia e ad attivare la rete sociale familiare (Damen et al., 2021; Evenboer et al., 2018; Visscher et al., 2020b). Esempi di interventi sistemici centrati sulla famiglia sono per lo più interventi domiciliari come l’Intensive Family Treatment (Visscher et al., 2020a), la Functional Family Therapy (Alexander et al., 2013) e la terapia multisistemica (Henggeler et al., 1998); tuttavia, possono essere erogati anche in contesti residenziali e semiresidenziali (Blankestein et al., 2022).
Gli effetti percepiti dell’assistenza ai minori si riferiscono ai cambiamenti nel funzionamento del minore, del genitore e della famiglia così come sono vissuti soggettivamente e riferiti dai giovani e dai genitori stessi. Questi effetti percepiti vanno oltre la riduzione dei sintomi (Ladmanová et al., 2025; Nooteboom et al., 2020) e possono comprendere cambiamenti nel funzionamento quotidiano successivi alla presa in carico, come il funzionamento emotivo e relazionale, il benessere e la consapevolezza di sé, che incidono sul funzionamento del minore, del genitore o della famiglia nel suo insieme.
Esaminando le ricerche precedenti sugli effetti dell’assistenza ai minori, che comprendono studi sia quantitativi sia qualitativi e diversi tipi di intervento, si sono riscontrati risultati per lo più favorevoli. Effetti positivi degli interventi di assistenza ai minori centrati sulla famiglia sul funzionamento del minore, del genitore e della famiglia sono stati rilevati nelle revisioni sistematiche di Janssen et al. (2025) e Pederson et al. (2019). Sulla base di interviste con giovani, Paradisopoulos et al. (2015) hanno riscontrato esiti positivi della terapia multisistemica (MST), come il miglioramento delle relazioni familiari, il riconoscimento delle conseguenze del proprio comportamento e relazioni più sane con i pari. Un miglioramento della comunicazione familiare è stato riferito anche da Celinska et al. (2015) e Morino (2018), che hanno esaminato entrambi, con metodo qualitativo, le prospettive di genitori e giovani su forme di terapia familiare.
La ricerca internazionale che esamina le prospettive delle famiglie sugli esiti dell’assistenza ai minori mette costantemente in luce fattori efficaci all’interno del processo di cura (ad es. Soenen et al., 2013; Todd et al., 2025; Visscher et al., 2022). Questi fattori tendono a convergere attorno a tre componenti centrali di una presa in carico efficace: l’alleanza terapeutica, gli elementi dell’intervento e i fattori organizzativi.
Il primo elemento centrale, la costruzione di una solida alleanza terapeutica, tra il minore e la figura professionale come tra il genitore e la figura professionale (De Greeff et al., 2018; Pölkki & Vornanen, 2015), emerge come uno degli elementi più costantemente riconosciuti tra quelli che contribuiscono a esiti positivi. Per alleanza terapeutica si intende una relazione di lavoro collaborativa e fondata sulla fiducia tra chi presta le cure e chi le riceve (giovani e/o genitori), caratterizzata da accordo reciproco sugli obiettivi, comprensione condivisa dei compiti e un legame emotivo (De Greeff et al., 2018). Questa alleanza è favorita dall’ascolto attivo, dalla disponibilità, da un interesse autentico e dalla promozione di fiducia e coinvolgimento reciproci (Morino, 2018; Paradisopoulos et al., 2015; Pölkki & Vornanen, 2015; Soenen et al., 2013; Todd et al., 2025; Tranquilla, 2013). Il sostegno pratico ed emotivo, un atteggiamento rispettoso e non giudicante della figura professionale (Morino, 2018; Tilbury & Ramsay, 2018; Visscher et al., 2022) e la seria considerazione del punto di vista del minore e dei genitori sono anch’essi componenti essenziali dell’alleanza (Bouma et al., 2019; Pölkki & Vornanen, 2015; Tilbury & Ramsay, 2018; Visscher et al., 2022). Minori e genitori sottolineano l’importanza di essere coinvolti attivamente nei processi decisionali relativi al loro percorso di cura (Barnhoorn et al., 2025; Furrer et al., 2023; McLoughlin et al., 2020; Morino, 2018; Tilbury & Ramsay, 2018; Todd et al., 2025; Van Bijleveld et al., 2014). Pur apprezzando di essere consultate e di vedere le proprie opinioni prese in considerazione nelle decisioni finali, le famiglie riferiscono che tale coinvolgimento non è ancora prassi corrente nel sistema di assistenza ai minori (Peper et al., 2025; Van Bijleveld et al., 2014). Trasparenza, comunicazione chiara e onestà sono inoltre indicate come cruciali per costruire la fiducia (Doelman et al., 2024; McLoughlin et al., 2020; Morino, 2018; Tilbury & Ramsay, 2018). Per quanto riguarda l’alleanza tra genitore e figura professionale, una collaborazione positiva è facilitata quando figure professionali e genitori condividono una comprensione comune del bisogno di cura (Doelman et al., 2024) e quando le figure professionali dimostrano competenza culturale e una comprensione approfondita della storia e delle circostanze della famiglia (Bouma et al., 2019; McLoughlin et al., 2020; Pölkki & Vornanen, 2015; Todd et al., 2025). Le famiglie apprezzano anche la risolutezza (Bouma et al., 2019; Doelman et al., 2024) e l’affidabilità, sottolineando l’importanza che le figure professionali mantengano gli impegni presi (Tilbury & Ramsay, 2018).
Un secondo elemento centrale di un’assistenza ai minori efficace riguarda i fattori legati all’intervento, cioè il contenuto metodologico delle cure erogate. Il contenuto metodologico si riferisce alle componenti, alle tecniche e ai metodi specifici dell’intervento attraverso i quali si intende ottenere il cambiamento. Una preoccupazione centrale espressa dalle famiglie è la necessità che il minore sia riconosciuto come individuo con bisogni, punti di forza e circostanze propri. Una presa in carico efficace deve essere adattata di conseguenza, privilegiando un approccio personalizzato (McLoughlin et al., 2020; Visscher et al., 2022). Inoltre, quando l’intervento è basato sui punti di forza, aumenta la motivazione a parteciparvi attivamente (Todd et al., 2025). Le famiglie sottolineano anche l’importanza di affrontare tutti i bisogni di cura rilevanti anziché concentrarsi su un unico problema. Un approccio sistemico che includa l’ambiente sociale più ampio del minore, come la famiglia, la scuola e la comunità, è considerato essenziale per esiti significativi e duraturi (McLoughlin et al., 2020; Todd et al., 2025; Visscher et al., 2022). Puntare ad ampliare la rete sociale del minore è essenziale per il sostegno tra pari e per favorire un senso di identità (Paradisopoulos et al., 2015). Per bambine, bambini e adolescenti, l’assistenza ai minori favorisce lo sviluppo della capacità di assumere la prospettiva altrui e rafforza la capacità di riconoscere l’impatto del proprio comportamento sugli altri membri della famiglia (Paradisopoulos et al., 2015). Questa consapevolezza interpersonale è considerata un importante obiettivo terapeutico degli interventi di assistenza ai minori. Per i genitori in particolare, il sostegno nello sviluppo delle competenze genitoriali, nella comprensione dello sviluppo infantile e nella gestione del comportamento è molto apprezzato (Fernandez, 2004; Todd et al., 2025). Infine, nell’assistenza residenziale, i giovani hanno sottolineato come fattori importanti la disponibilità e la vicinanza delle figure professionali, nonché routine, strutture e limiti chiari (Soenen et al., 2013).
Le famiglie riconoscono inoltre i fattori a livello organizzativo e di équipe come il terzo elemento centrale dell’assistenza ai minori. Un primo fattore organizzativo è la capacità della figura professionale di attuare efficacemente l’intervento, sostenuta da competenze che favoriscono la comunicazione, l’espressione emotiva e l’assunzione di prospettiva all’interno del sistema familiare (Bouma et al., 2019; Todd et al., 2025). In secondo luogo, una visione organizzativa chiaramente formulata, sostenuta da una supervisione costante, dall’intervisione tra pari e da opportunità di formazione professionale continua, è essenziale per permettere alle figure professionali di lavorare in modo efficace (Pölkki & Vornanen, 2015; McLoughlin et al., 2020). Tuttavia, fattori sistemici come le lunghe liste d’attesa (Doelman et al., 2024; Tilbury & Ramsay, 2018) e l’elevato turnover del personale (Bouma et al., 2019; Doelman et al., 2024; Pölkki & Vornanen, 2015; Tilbury & Ramsay, 2018; Vliet et al., 2020) sono spesso citati come ostacoli alle cure. Un turnover elevato interrompe la continuità, rendendo difficile per i minori instaurare relazioni stabili e di fiducia con le figure professionali. Ogni cambio di operatrice o operatore può essere vissuto come una nuova perdita (Vliet et al., 2020), con il rischio di ritardi nelle cure e di una minore motivazione o fiducia nel sistema (Sanders, 2019). Un ultimo fattore organizzativo ritenuto essenziale per ottenere esiti positivi, in particolare date le sfide molteplici e complesse che affrontano le famiglie seguite dai servizi per minori, è la necessità di una collaborazione coordinata e interdisciplinare tra i servizi coinvolti (McLoughlin et al., 2020; Pölkki & Vornanen, 2015; Tranquilla, 2013).
La terza dimensione tematica affrontata in questo studio, accanto agli effetti percepiti e agli elementi efficaci, riguarda l’individuazione dei punti di svolta nel processo di assistenza ai minori. Un punto di svolta (tipping point) è definito come «il primo punto, in una serie di osservazioni identiche, in cui le persone concludono che uno schema non è più un’anomalia» (O’Brien, 2020 p. 55). In altre parole, un punto di svolta è il momento in cui qualcuno decide che piccoli segnali ripetuti si sommano in un cambiamento più grande e duraturo. Un punto di svolta (o turning point) può anche essere un evento o una situazione specifici che provocano un cambio di direzione nel percorso di una persona, così come questa lo percepisce (Taussig et al., 2022). Nell’assistenza ai minori, un punto di svolta può corrispondere a un evento, un intervento o una situazione che riorienta il percorso di cura o ne modifica gli esiti. Questo evento o intervento può essere un intervento, intenzionale o meno, della figura professionale, oppure può presentarsi nella vita del genitore o del minore, come una nuova relazione per un genitore o un’adolescente, una nuova casa o un cambio di scuola.
Nel complesso, questo studio si propone di esplorare le esperienze delle famiglie con l’assistenza ai minori esaminando gli effetti percepiti e gli elementi efficaci, e di approfondire la comprensione dei principali punti di svolta nell’assistenza ai minori centrata sulla famiglia. Sebbene la ricerca sull’assistenza ai minori si sia concentrata soprattutto sugli esiti quantitativi nel funzionamento del minore, del genitore e della famiglia (ad es. Janssen et al., 2025), si sa relativamente meno su come le famiglie stesse percepiscano questi cambiamenti e su quali elementi vivano come utili. In particolare, la comprensione dei meccanismi di cambiamento, come i processi o i fattori che facilitano od ostacolano i progressi, richiede ulteriori indagini (Tang et al., 2024). Integrando esiti quantitativi e approfondimenti qualitativi, questo studio mira a fornire una comprensione più completa di come l’assistenza ai minori contribuisca al cambiamento all’interno delle famiglie.
Per questo studio sono stati utilizzati dati quantitativi e qualitativi del progetto di ricerca «What happens afterwards?». Il progetto indaga le esperienze di genitori e giovani con l’assistenza ai minori centrata sulla famiglia che hanno ricevuto. Il progetto di ricerca è stato approvato dal comitato etico della Tilburg University (numero di riferimento RP245). In questo studio, il termine «giovani» è usato in senso ampio e contestuale per indicare sia bambine e bambini sia adolescenti che ricevono un’assistenza centrata sulla famiglia.
Il progetto What Happens Afterwards? è stato realizzato in quattro organizzazioni di assistenza ai minori nei Paesi Bassi, tutte affiliate all’Academic Collaborative Center for Youth della Tilburg University. Queste organizzazioni offrono un continuum di servizi centrati sulla famiglia fondati su quadri di intervento sistemici, che coinvolgono non solo il minore ma anche i genitori e altre persone significative della rete familiare, per rispondere in modo globale ai bisogni sia del minore sia della famiglia. La loro offerta comprende sostegno domiciliare intensivo, programmi semiresidenziali e inserimenti residenziali per bambine, bambini, adolescenti e giovani adulti di età compresa tra 0 e 27 anni, nonché per i loro genitori e altri familiari. In linea generale, l’assistenza erogata da queste organizzazioni si può suddividere in tre tipi: l’assistenza domiciliare, in cui le figure professionali lavorano con la famiglia nel suo ambiente di vita per raggiungere obiettivi stabiliti; l’assistenza semiresidenziale, in cui il minore frequenta un gruppo di trattamento per una parte della giornata continuando a vivere a casa; e l’assistenza residenziale, in cui il minore risiede temporaneamente o stabilmente in una struttura di trattamento. Sia l’assistenza semiresidenziale sia quella residenziale sono, in tutti i percorsi, combinate con un’assistenza domiciliare intensiva.
Gli interventi sistemici comprendono ad esempio il sostegno alla genitorialità (Nuntavisit & Porter, 2022), il lavoro sulle questioni intergenerazionali (Mooren et al., 2023) e la mappatura e attivazione della rete sociale della famiglia (Visscher et al., 2022). Oltre agli interventi sistemici, se necessario, le organizzazioni possono offrire forme di terapia centrata sul minore come l’EMDR, la terapia cognitivo-comportamentale o le arti terapie.
I genitori di minori di età compresa tra 6 e 16 anni all’inizio della presa in carico, inviati a una delle quattro organizzazioni partecipanti, sono stati invitati a partecipare allo studio all’avvio di un nuovo percorso di cura. Sono stati inoltre invitati a partecipare i minori di 11 anni e oltre. Di conseguenza, il campione dello studio comprende famiglie che avviano un nuovo percorso in una delle quattro organizzazioni, con assistenza domiciliare intensiva, assistenza semiresidenziale o servizi residenziali.
Dopo l’inclusione, 86 famiglie, per un totale di 88 bambine, bambini e adolescenti in carico ai servizi per minori, hanno partecipato al progetto di ricerca What Happens Afterwards?. Due adolescenti hanno partecipato senza i genitori, mentre in tutti gli altri casi ha preso parte almeno un genitore, per un totale di 89 genitori partecipanti. Alla misurazione di fine presa in carico, 60 genitori hanno contribuito alla componente quantitativa di questo studio. L’abbandono tra i genitori si spiega in parte con il fatto che, alla chiusura della raccolta dati nel luglio 2024, la presa in carico non era ancora conclusa per otto famiglie. Inoltre, 21 genitori non hanno compilato il questionario alla fine del trattamento, per mancata risposta o perché hanno dichiarato di non voler più partecipare. Le analisi del bias da abbandono non hanno mostrato differenze significative tra chi ha risposto e chi non ha risposto per età e sesso del minore o tipo di intervento.
Inoltre, 23 adolescenti hanno partecipato al progetto di ricerca, di cui 15 alla componente quantitativa di questo studio. A quel punto, 22 adolescenti avevano concluso il loro percorso di cura; tuttavia, sette di loro non hanno risposto all’invito a compilare il questionario.
Nell’ambito del progetto di ricerca What Happens Afterwards?, i genitori e i minori partecipanti hanno compilato questionari all’inizio e alla fine del loro percorso di assistenza. Per questo studio sono stati utilizzati dati quantitativi trasversali di un unico questionario (BESTE), rilevati alla conclusione del percorso di cura.
La raccolta dei dati quantitativi con lo strumento BESTE si è svolta tra febbraio 2021 e luglio 2024.
Lo strumento BESTE (BEoordelingsSchaal voor Tevredenheid en Effect, ossia Assessment Scale for Satisfaction and Effects) (De Meyer et al., 2004) è un questionario nato dalla pratica, compilato da genitori e giovani al termine della presa in carico per valutare la loro esperienza del percorso di assistenza del minore. La scala comprende sette item e valuta sia l’efficacia percepita dell’intervento sia la soddisfazione complessiva dei genitori o dei giovani rispetto alle cure ricevute. Le opzioni di risposta della maggior parte degli item sono valutate su una scala Likert a 4 punti, da 1 (peggiorato più che migliorato), 2 (nessun cambiamento), 3 (qualche miglioramento) a 4 (netto miglioramento). Esempi di item sono Il comportamento di Sua figlia o di Suo figlio è cambiato grazie al trattamento? (BESTE-O = versione per i genitori) oppure Il funzionamento della famiglia di cui fai parte è cambiato grazie al trattamento? (BESTE-J = versione per i giovani).
Gli effetti percepiti dell’intervento misurati con lo strumento BESTE sono determinati dal punteggio medio dei primi quattro item. Un punteggio medio pari o superiore a 3.00 indica un punteggio di effetto positivo del trattamento. I quattro item utilizzati nelle versioni per i genitori e per i giovani sono riportati integralmente nella Tabella 2.
La coerenza interna dei primi quattro item è risultata da accettabile a buona (α = .69 per la versione dei genitori; α = .91 per la versione dei giovani). La validità di costrutto è risultata sufficiente (De Meyer et al., 2004).
Per valutare gli effetti percepiti dell’assistenza ai minori sono stati utilizzati i punteggi medi dei primi quattro item degli strumenti BESTE-O (genitori) e BESTE-J (giovani), con una soglia di 3.0 o più a indicare effetti positivi. Oltre al punteggio medio dei quattro item, per capire in quali ambiti specifici genitori e giovani avessero percepito effetti, abbiamo esaminato anche la percentuale di rispondenti con un punteggio pari o superiore a 3 per ciascun item.
Dei 60 genitori partecipanti, il 73,3% erano madri (n = 44) e il 25,0% padri (n = 15). In un caso (1,7%), entrambi i genitori hanno compilato insieme il BESTE-O. Il campione comprendeva un numero leggermente superiore di maschi rispetto alle femmine (53,3% contro 46,7%), con un’età media di 12,1 anni (SD = 2.8). Per quanto riguarda il tipo di intervento, il 50,0% ha ricevuto assistenza domiciliare, il 23,3% assistenza semiresidenziale e il 26,7% assistenza residenziale.
Dei 15 adolescenti partecipanti, il 33,3% erano ragazzi (n = 5) e il 66,7% ragazze (n = 10), con un’età media di 14,2 anni (SD = 2.4). Quanto al tipo di intervento, il 46,7% (n = 7) ha ricevuto assistenza domiciliare, mentre le quote di assistenza semiresidenziale e residenziale erano uguali (n = 4 ciascuna; 26,7%).
Per la raccolta dei dati qualitativi sono stati contattati i genitori che partecipavano al progetto di ricerca What Happens Afterwards?. In linea con lo studio complessivo, sono stati quindi inclusi genitori di minori di età compresa tra 6 e 16 anni all’inizio della presa in carico, che avevano seguito un percorso di assistenza ai minori centrata sulla famiglia in una delle quattro organizzazioni coinvolte. Alla fine hanno partecipato 11 famiglie del campione del progetto. Ulteriori sforzi di reclutamento, descritti nella sezione procedura e raccolta dei dati, hanno portato altre tre famiglie. In totale 14 famiglie hanno acconsentito a partecipare all’intervista, comprese cinque persone tra bambini e adolescenti, di cui una di età inferiore agli 11 anni, con il consenso appropriato.
Le interviste si sono svolte tra aprile 2022 e novembre 2023.
Per la raccolta dei dati qualitativi, tra tre e sei mesi dopo la fine del percorso di assistenza, la persona incaricata della ricerca ha contattato tutti i genitori partecipanti via e-mail, app di messaggistica o telefono per invitarli a un’intervista semistrutturata sulla loro esperienza del processo di cura e dei suoi esiti. Oltre al consenso già espresso, i genitori hanno fornito un consenso informato separato per la partecipazione all’intervista.
A causa delle difficoltà nell’includere partecipanti dal campione di ricerca esistente, sono stati invitati a partecipare alle interviste altri genitori delle organizzazioni partecipanti, al di fuori del campione iniziale. Sono stati applicati gli stessi criteri di inclusione: genitori di minori di età compresa tra 6 e 16 anni all’inizio della presa in carico, che avevano ricevuto una qualche forma di assistenza domiciliare intensiva o (semi)residenziale e avevano concluso il percorso da tre a sei mesi prima.
Dato il tempo necessario per reclutare le persone partecipanti e fissare gli appuntamenti, tutte le interviste sono state condotte tra sei e nove mesi dopo la conclusione della presa in carico.
In base alla preferenza del genitore, l’intervista si è svolta online o in presenza, a casa del genitore. A seconda della profondità e del dettaglio del racconto, le interviste sono durate tra 1,5 e 2 ore. Tutte le interviste sono state registrate in audio. I genitori hanno ricevuto per la loro partecipazione un buono regalo del valore di 25 euro. Per includere il punto di vista del minore sulle cure ricevute, al termine dell’intervista la persona incaricata della ricerca ha chiesto ai genitori se acconsentissero alla partecipazione del figlio o della figlia a un’intervista separata. In caso di consenso dei genitori, la persona incaricata della ricerca o il genitore chiedeva poi il consenso del minore. L’intervista con il minore veniva quindi fissata in modo indipendente in un momento successivo, oppure subito dopo quella del genitore se il minore era presente e disposto a partecipare. I minori hanno ricevuto un buono regalo del valore di dieci euro.
Il reclutamento per la raccolta dei dati qualitativi tramite interviste è iniziato nel marzo 2022. A quella data, delle 86 famiglie partecipanti, 24 avevano concluso la presa in carico da oltre sei mesi ed erano quindi escluse. Delle 47 famiglie invitate a partecipare all’intervista, 27 non hanno risposto e 9 hanno declinato l’invito. In totale hanno partecipato alle interviste 14 famiglie, di cui 11 provenienti dal campione dello studio.
Abbiamo cercato di includere una varietà di prospettive per giungere a una comprensione ricca e contestualizzata dei processi di cura e degli effetti percepiti, comprese quelle di madri, padri e minori, oltre a una variazione per età e genere del minore, struttura familiare, tipo di intervento e carattere volontario o obbligatorio della presa in carico. Nel novembre 2023 il reclutamento è stato interrotto, poiché si è osservato che nelle interviste più recenti non emergevano elementi sostanzialmente nuovi sulle esperienze o sugli esiti dell’assistenza ai minori. A quel punto si è ritenuto raggiunta la saturazione dei dati.
Alla fine del reclutamento, nel novembre 2023, 15 famiglie erano ancora in carico. L’inclusione di ulteriori genitori e giovani, che ha portato tre famiglie in più, è avvenuta nel maggio e giugno 2023.
Il formato dell’intervista si basava su un approccio fenomenologico, che si concentra sull’esperienza vissuta degli individui nel modo in cui percepiscono una situazione o un fenomeno e vi attribuiscono significato (Hossain et al., 2024; Kars, 2023). Nel nostro studio, il fenomeno studiato era costituito dalle esperienze di genitori e giovani del loro percorso di assistenza, compresi l’andamento del percorso, gli effetti positivi o negativi vissuti, gli elementi facilitanti e ostacolanti e i punti di svolta. A questo scopo abbiamo costruito una traccia di intervista semistrutturata, sviluppata attraverso un processo in quattro fasi. In primo luogo, è stato consultato il consiglio delle persone utenti di una delle organizzazioni partecipanti per raccogliere indicazioni sui temi principali dell’intervista. In secondo luogo, sulla base di tali indicazioni e degli obiettivi della ricerca, la prima firma di questo articolo ha costruito la prima versione della traccia semistrutturata, partendo da domande guida che seguivano le fasi successive del processo di assistenza: cioè l’andamento dell’invio, le cure ricevute in precedenza e l’inizio della presa in carico, il contenuto delle cure, la conclusione della presa in carico, il funzionamento attuale del minore, dei genitori e della famiglia e il bisogno di cure successive. Come primo passo per esaminare gli effetti percepiti, sono state aggiunte domande aperte su speranze e aspettative prima dell’inizio del percorso, seguite da domande aperte sugli effetti percepiti delle cure, sugli elementi efficaci durante il processo di cura, sui possibili punti di svolta e sul contributo delle reti sociali al benessere familiare durante e dopo la presa in carico. Per ridurre al minimo i bias ed evitare domande suggestive durante le interviste, le domande sugli effetti percepiti delle cure non sono state formulate direttamente. Le informazioni su questi temi sono state invece raccolte attraverso sollecitazioni sulla misura in cui le speranze e le aspettative iniziali fossero state soddisfatte e sul raggiungimento degli obiettivi della presa in carico.
In terzo luogo, il gruppo di ricerca ha esaminato, discusso e integrato la traccia. Ciò ha portato ad aggiungere domande aperte sul funzionamento attuale del minore, dei genitori e della famiglia, comprese le aspettative per il futuro. In quarto luogo, la traccia è stata sperimentata in una prima intervista con un genitore. Sulla base della trascrizione letterale di questa intervista pilota, il gruppo di ricerca ha concluso che il formato dell’intervista coglieva adeguatamente i temi chiave necessari per rispondere agli obiettivi della ricerca.
L’analisi tematica riflessiva (Braun & Clarke, 2021) ha guidato il processo di codifica e di analisi, per il quale è stato utilizzato ATLAS.ti (ATLAS.ti, 2023). In primo luogo, tutte le interviste sono state trascritte letteralmente e lette con attenzione. In secondo luogo, la prima firma ha sviluppato in modo deduttivo un primo libro dei codici basato sulle domande dicotomiche dell’intervista e su codici iniziali legati ai temi dell’intervista, fondati sulla letteratura pertinente. Successivamente, la prima e la seconda firma hanno codificato insieme tre interviste, aggiungendo induttivamente nuovi codici e discutendo le citazioni fino a raggiungere il consenso. La prima firma e una persona assistente di ricerca hanno poi codificato le interviste rimanenti, rivedendo e aggiungendo nuovi codici quando necessario. Per garantire la saturazione della codifica e verificare eventuali bias, la seconda firma ha codificato in modo indipendente due interviste scelte a caso utilizzando il libro dei codici stabilito. La maggior parte dei codici ha mostrato un forte accordo tra le persone codificatrici, a eccezione dell’individuazione di un codice sovraordinato relativo alla sostenibilità percepita degli effetti. Questo codice è stato aggiunto al libro dei codici e applicato a tutte le trascrizioni. Nella terza fase, la prima firma ha esaminato e raggruppato i codici iniziali in gruppi di codici sovraordinati, accorpando i codici sovrapposti per migliorare la chiarezza e ridurre le ridondanze. Nella quarta fase, due membri del gruppo di ricerca hanno esaminato in modo indipendente e critico tutti i gruppi di codici e i codici assegnati, giungendo a un consenso con la prima firma sull’accorpamento dei gruppi di codici dove opportuno. Infine, prima di riportare i risultati, il contenuto centrale e la denominazione di tutti i gruppi di codici sono stati rivisti e, se necessario, modificati.
Il campione delle interviste era composto da quattordici famiglie che avevano ricevuto forme specializzate di assistenza ai minori centrata sulla famiglia in una delle quattro organizzazioni partecipanti. Le interviste hanno coinvolto dieci madri, due padri e due coppie genitoriali. Inoltre, tre minori di 9, 12 e 14 anni sono stati intervistati separatamente dai genitori, così da poter parlare della propria esperienza senza la loro presenza. In due famiglie, gli adolescenti erano in parte presenti durante i colloqui e si sono uniti gradualmente alle interviste, apportando il proprio punto di vista accanto a quello dei genitori. Durante queste interviste, chi conduceva l’intervista ha esplicitamente sollecitato e verificato la prospettiva e le opinioni del minore, per assicurarsi che si sentisse a proprio agio nell’esprimere la propria esperienza.
Ciascuna delle 14 famiglie partecipanti comprendeva un minore direttamente coinvolto nell’intervento, per un totale di sette maschi e sette femmine. Sei famiglie hanno ricevuto assistenza domiciliare intensiva, in tre famiglie il minore frequentava un servizio semiresidenziale e cinque adolescenti sono stati collocati temporaneamente in un gruppo residenziale di trattamento. Queste due ultime forme di assistenza erano combinate con un’assistenza domiciliare intensiva. L’assistenza domiciliare intensiva comprendeva diverse componenti, tra cui il sostegno alla genitorialità, l’aiuto per questioni legate alla separazione come il ripristino del contatto tra genitore e figlio o figlia, colloqui terapeutici con i minori e interventi volti a rafforzare la sicurezza, adattati ai bisogni della famiglia. Per sette famiglie l’intervento è stato integrato da una terapia centrata sul minore, ad esempio l’EMDR. Quattro famiglie del campione ricevevano un’assistenza obbligatoria, 10 famiglie erano state inviate su base volontaria. Tutte le famiglie avevano ricevuto una qualche forma di assistenza ai minori prima del percorso oggetto dell’intervista, per lo più sotto forma di valutazione psicodiagnostica del minore, intervento del sistema di tutela minori o sostegno alla genitorialità. Al momento dell’intervista, dodici famiglie ricevevano una qualche forma di assistenza successiva. Quanto alla struttura familiare, tre coppie genitoriali erano ancora insieme, mentre in 11 famiglie c’era stata una separazione, in otto delle quali con questioni complesse legate alla separazione come uso di sostanze da parte di un genitore, violenza domestica e/o perdita del contatto con un genitore. In due di queste famiglie separate, due genitori erano deceduti. Una sintesi delle caratteristiche del campione è riportata nella Tabella 1.
Tabella 1 Caratteristiche del campione qualitativo
HBC = assistenza domiciliare intensiva (intensive home based care); SRC = assistenza semiresidenziale (semi-residential care); RC = assistenza residenziale (residential care); CFT = terapia centrata sul minore (child focused therapy). La durata dell’intervento del caso 11 non è stata trattata nell’intervista
Con lo strumento BESTE sono stati indagati quantitativamente gli effetti percepiti dell’assistenza ai minori secondo genitori e giovani. Tra i genitori e i giovani partecipanti, 60 genitori e 15 adolescenti hanno compilato il BESTE al termine della presa in carico.
Il punteggio medio dei genitori (n = 57, poiché per tre genitori non è stato possibile calcolare un punteggio medio a causa di item mancanti) sugli item relativi agli effetti percepiti (BESTE-O) era M=3.28 (SD=0.74). La maggioranza dei genitori (70,0%) ha riferito effetti medi positivi del trattamento (M>3.00). Di questo gruppo, il 23,3% ha dato il punteggio massimo agli effetti percepiti (M=4.00). Il punteggio medio dei giovani (n = 15) al BESTE-J era M=3.56 (con SD=0.37). Tra i giovani, il 73,4% ha riferito effetti medi positivi del trattamento (M>3.00). Di questo gruppo, il 13,3% ha dato il punteggio massimo agli effetti percepiti (M=4.00). La Tabella 2 riporta le percentuali di effetti positivi del trattamento per domanda, che indicano gli effetti sul funzionamento del minore, sulle competenze genitoriali e sul funzionamento familiare, nonché il punteggio di effetto percepito dei quattro item per genitori e giovani.
Tabella 2 — BESTE: punteggi medi, SD e percentuali di effetto positivo per domanda e per l’insieme dei quattro item del BESTE
BESTE: Assessment Scale for Satisfaction and Effects. Punteggio medio e SD dell’insieme dei quattro item = punteggio di effetto. Un punteggio > 3 indica effetti positivi
Attraverso l’analisi tematica riflessiva, durante il processo di codifica abbiamo individuato diversi temi sovraordinati e sottotemi. Per quanto riguarda gli effetti percepiti delle cure, sono emersi tre temi sovraordinati: effetti percepiti alla fine della presa in carico, effetti limitati ed effetti duraturi. All’interno dei temi degli effetti percepiti e duraturi, i sottotemi coglievano cambiamenti a livello del funzionamento del minore, del genitore e della famiglia, strettamente legati alle speranze e alle aspettative iniziali, anch’esse descritte in questi ambiti. Inoltre, all’interno del tema della sostenibilità, i sottotemi comprendevano effetti mantenuti, vulnerabilità persistente e ricadute nel funzionamento.
I risultati relativi agli elementi efficaci percepiti della presa in carico corrispondevano in larga misura alle classificazioni individuate nella letteratura, tra cui l’alleanza terapeutica, i fattori legati all’intervento e i fattori organizzativi. Durante il processo di codifica, gli elementi efficaci percepiti sono stati classificati come facilitanti od ostacolanti. Un quarto tema sovraordinato riguardava i fattori individuali, come la motivazione.
Nell’analisi dei punti di svolta sono stati individuati temi sovraordinati analoghi, tra cui l’alleanza terapeutica, i fattori legati all’intervento, i fattori organizzativi e i fattori individuali. Infine, un ulteriore tema sovraordinato coglieva le influenze esterne sugli effetti percepiti delle cure, come le difficoltà economiche e il ruolo della rete sociale.
Le esperienze di genitori e minori con l’assistenza ricevuta sono presentate di seguito, strutturate attorno agli obiettivi della ricerca e comprendenti i temi sovraordinati e i sottotemi individuati nel processo di codifica.
Inizio della presa in carico: aspettative iniziali e bisogni di cura. Come primo passo per esaminare gli effetti percepiti, chi conduceva le interviste ha invitato genitori e minori a riflettere sulle speranze e aspettative iniziali precedenti all’inizio della presa in carico, nonché sui bisogni di cura specifici che li avevano spinti a cercare sostegno. La maggior parte delle aspettative e dei bisogni di cura riguardava il miglioramento del funzionamento del minore, legato a problemi comportamentali internalizzanti ed esternalizzanti o a sintomi legati al trauma.
«Più fiducia in me stessa e un’immagine di me migliore, e non restare più sveglia la notte a causa dei miei traumi.» (Minore 10).
Un genitore ha descritto come motivo della richiesta di aiuto i conflitti crescenti con la figlia, manifestazione di un comportamento problematico esternalizzante.
«Be’, innanzitutto le porte finivano danneggiate. Poi, al piano di sopra lei (la figlia) poteva davvero mettere tutto sottosopra. E nei casi estremi scappava e basta. È successo qualche volta: dovevo inseguirla in macchina, perché in quel momento era più veloce di me.» (Genitore 6).
Per quanto riguarda il funzionamento genitoriale, un tema chiave era rafforzare le competenze genitoriali e acquisire controllo sul comportamento del figlio o della figlia, oltre a ridurre il carico genitoriale.
«L’ADHD e cose del genere per me erano sconosciute. Ricordo di aver pensato: “Come faccio a gestire tutto questo?” Per questo ho chiesto aiuto, perché potessero sostenermi, perché in quel momento ne avevo davvero bisogno. Il suo comportamento (del figlio) non era sempre facile da gestire.» (Genitore 2).
Il miglioramento delle relazioni interpersonali e del clima familiare è stato spesso indicato come obiettivo primario per quanto riguarda il funzionamento familiare.
«A casa ci sembrava sempre di aspettare che scoppiasse una bomba. Quello che speravamo era semplicemente creare un ambiente tranquillo, in cui potessimo muoverci tutti serenamente e mettere a letto i bambini con il sorriso sulle labbra, invece di essere circondati da un’atmosfera costantemente cupa.» (Genitori 13).
«Mio figlio aveva smesso di invitare amici a casa perché si vergognava della sorella. In casa c’erano litigi continui. Mia figlia era sempre in ansia. (…). Le nostre vite erano completamente determinate dal suo comportamento. In casa c’era agitazione, un conflitto costante.» (Genitore 8).
Alcuni genitori, in base a precedenti esperienze con i servizi per minori, hanno indicato di non avere alcuna aspettativa riguardo all’assistenza offerta.
«A quel punto non avevo più davvero aspettative. Pensavo: “Vediamo che cosa succede.” Se non mi aspetto niente, non posso nemmeno rimanere delusa.» (Genitore 11).
Effetti percepiti dell’assistenza ai minori. I risultati sugli effetti percepiti dell’assistenza ricevuta sono descritti in tre sottotemi: (1) effetti percepiti delle cure ricevute, (2) effetti limitati percepiti delle cure ricevute e (3) sostenibilità degli effetti percepiti.
Effetti percepiti delle cure ricevute. Nove genitori e due minori hanno indicato che, a loro avviso, gli obiettivi o le aspettative fissati in precedenza erano stati raggiunti.
«Adesso ho molti meno traumi e mi pesano molto meno. Non ci penso più così tanto. Solo a volte, quando sono da sola, ci penso ancora, ma non è più così intenso.» (Minore 10).
Gli effetti riferiti delle cure riguardavano il funzionamento del minore, del genitore e della famiglia. I miglioramenti riferiti più spesso riguardavano il funzionamento del minore, tra cui migliori capacità comunicative, una migliore regolazione delle emozioni, interazioni sociali migliori, un maggiore benessere e una maggiore fiducia in sé.
«Prima si arrabbiava spesso, ma ora non più. (…). Quando gli spieghiamo che cosa dobbiamo fare e che cosa sta succedendo, dice: “Va bene, ho capito.” Prima era molto peggio. Quindi ha imparato anche a conoscere le emozioni.» (Genitore 5).
«Ho visto questa ragazza (la figlia) sbocciare davvero: da bambina timida e chiusa, attraverso una fase di ribellione, ha trovato pian piano più calma ed è diventata una giovane donna sicura di sé, che sa bene che cosa vuole e lavora con costanza per ottenerlo.» (Genitore 4).
«A casa ora va meglio. Prima mi arrabbiavo facilmente, ma ora non più. Qualche volta mi arrabbio ancora, ma credo che succeda a tutti.» (Minore 10).
Per quanto riguarda i miglioramenti nel funzionamento genitoriale, sono state riferite due componenti generali: miglioramenti nel senso di benessere del genitore e una maggiore competenza genitoriale, ad esempio nel dare struttura e porre limiti.
Riguardo a un maggiore senso di benessere, il genitore 1 ha riferito:
«R: Più tranquillità, davvero. (…). Posso essere me stessa, (…). Non sento il bisogno di giustificarmi con gli altri. Quel comportamento [del figlio], il modo in cui si comporta, fa semplicemente parte della sua età. E quando se la prende con me, è perché gli sono vicina e sente di poter dire e fare qualsiasi cosa con me.»
Nel complesso, l’effetto più spesso riferito sulla competenza genitoriale è una migliore comprensione delle strategie per capire e rispondere ai bisogni del minore.
«Una persona del servizio di consulenza familiare è venuta a casa nostra e ci ha fatto psicoeducazione sull’ADD e l’ADHD, su come gestirli. (…). Quella persona mi ha dato strumenti in più: come reagire a certe situazioni o come affrontarle. Cose così. Si riceve davvero sostegno su questo. Quindi sì, ho decisamente imparato qualcosa.» (Genitore 2).
«Adesso lo vedo davvero: ora vedo il lato adolescente di [figlia], l’aspetto socio-emotivo, e ho cominciato a guardarlo in modo diverso. Questo è decisamente cambiato. Prima vedevo [figlia] semplicemente come una sedicenne. Siamo rimasti davvero sconvolti quando abbiamo avuto i risultati [del test psicologico]: tipo, wow, davvero non ce lo aspettavamo. E allora cominci a guardare in modo diverso tutto quello che ha passato e come lo ha affrontato.» (Genitori 12).
Infine, gli effetti delle cure sul funzionamento familiare sono stati descritti per lo più come miglioramenti delle relazioni e del clima familiare.
«A un certo punto ho pensato: non è sano che tu (il figlio) prenda le mie difese in quel modo. È tenerissimo, ma devi anche assumere il tuo ruolo. È una cosa su cui ho lavorato insieme a [professionista] presso [organizzazione].» (Genitore 10).
«Mi ha anche fatto riflettere su come parlavo ai miei figli e su come li trattavo. (…). Tipo, sì, certe cose davvero non andavano bene. Come dare dei nomi ai figli: “peste”, “piccoli stronzetti”, cose così. Lei (la professionista) ha detto: “Questo proprio non va bene.” E ho pensato: sì, ha ragione. Ho davvero cominciato a riflettere su questo.» (Genitore 3).
Effetti limitati percepiti delle cure ricevute. Sebbene alcune famiglie abbiano riferito che le loro speranze o aspettative iniziali non erano state
soddisfatte, hanno comunque vissuto altri effetti significativi delle cure. Nel complesso, tutte le famiglie tranne una hanno individuato uno o più esiti relativi al funzionamento del minore, del genitore o della famiglia. Oltre agli effetti riferiti, diversi genitori hanno osservato che l’impatto percepito delle cure era limitato, in particolare in termini di miglioramenti nello sviluppo del figlio o della figlia o nelle proprie capacità genitoriali.
«R: Non era adatto a lui. (…) Forse erano gli altri giovani intorno a lui. Lì c’erano molti giovani depressi (…). Il personale era bravo: aveva ricominciato a scherzare. Andava più d’accordo con il personale che con gli altri giovani.» (Genitore 9).
«Sono diventato un po’ più calmo: è davvero l’unico cambiamento. Ma a parte questo, no, per me non ha portato molti cambiamenti.» (Genitore 6)
Una madre non ha riferito alcun effetto percepito delle cure ricevute, poiché la sua speranza e aspettativa principale era ottenere un inserimento residenziale a lungo termine per il figlio, dopo diversi soggiorni non riusciti in famiglie affidatarie e in strutture di accoglienza temporanea.
«[Figlio] ora si ritrova di nuovo a pagarne le conseguenze, perché l’assistenza aggiuntiva non è partita in tempo. Si è arrabbiato e ha finito per colpire una persona dell’équipe educativa della comunità. Naturalmente non è un comportamento accettabile, ma capisco da dove viene. E poi ha dovuto andarsene immediatamente.» (Genitore 14).
Sostenibilità degli effetti percepiti. Tutte le interviste sono state condotte all’incirca tra sei e nove mesi dopo la conclusione del percorso di assistenza. Esplorare il benessere attuale del minore e il funzionamento del genitore e della famiglia al momento dell’intervista era uno dei temi dell’intervista, il che ha fornito informazioni sulla sostenibilità degli esiti.
Delle 14 interviste condotte, otto genitori e tre minori hanno riferito che il minore funzionava bene.
«Bene. Ha fatto davvero enormi progressi. (…). Soprattutto con la scuola e cose del genere. Si sente meglio con sé stesso. Comincia anche a stringere più amicizie: sai, le cose tipiche della sua età.» (Genitore 2).
«È tornata a scuola. Sorride, gira per casa allegra; non sempre allegra, ovviamente, ma si muove per casa. Va a scuola, va al tirocinio, esce con le sue amicizie e ci si può parlare. È molto più autonoma, è diventata molto più matura. Quindi in questo senso è cresciuta enormemente.» (Genitore 8).
Inoltre, sette genitori e due minori hanno descritto il funzionamento familiare complessivo come positivo. In risposta a una domanda sul contatto ancora in corso con la professionista inviante, il genitore 10 ha riferito quanto segue:
«Lei (la professionista inviante) ha detto: “Le cose vi vanno bene, quindi non c’è altro che io possa fare per voi. I bambini sono al sicuro, stanno bene, a parte i soliti alti e bassi, e anche Lei sta bene. Non ha più un bisogno di cura, quindi chiudo il caso.” E va bene così, perché le cose vanno davvero bene.»
«Adesso le cose mi vanno bene. Ho amiche e amici con cui faccio tante cose divertenti, e a casa va bene. Certo, ci sono ancora alcune difficoltà o battute d’arresto, ma tutti ne hanno.» (Minore 10).
Per quanto riguarda il funzionamento genitoriale, tre genitori hanno riferito in modo positivo sul proprio benessere attuale.
«Ho deciso di ricominciare a studiare. Ho contattato io stessa l’UWV (l’ente olandese per le assicurazioni dei lavoratori dipendenti) e ho detto: sono stata dichiarata inabile al lavoro al 100%, ma voglio davvero tornare a far parte della società, non essere solo una persona messa da parte, che va ai colloqui psicologici e si occupa continuamente del passato e dei problemi. (…) Voglio solo partecipare di nuovo, concentrarmi su cose sane.» (Genitore 11).
Oltre alla maggioranza dei genitori e dei minori che hanno riferito esiti positivi duraturi, le interviste hanno rivelato anche vulnerabilità persistenti nel funzionamento sia del minore sia del genitore. Per quanto riguarda il funzionamento del minore, si tratta soprattutto della persistenza di problemi che continuavano ad avere un impatto nonostante la conclusione della presa in carico.
«Quello (gestire le interazioni sociali) era davvero il suo principale ostacolo: trova molto difficile partecipare ai momenti di gioco libero. È lì che sta la difficoltà per lui. In realtà è ancora difficile. Ha ancora bisogno di essere accompagnato per giocare a calcio, e durante le ore di educazione fisica di solito serve un insegnante in più, perché spesso è lì che le cose vanno storte.» (Genitore 7).
Ha fatto molta strada, ma non è ancora arrivata. Così bisogna vederla. E non credo che ci arriverà mai del tutto. (…). Porterà sempre con sé delle domande e avrà sempre bisogno di attenzione e sostegno continui.» (Genitore 8).
Quanto al funzionamento genitoriale, il tema predominante della vulnerabilità riguardava il senso di benessere del genitore, ad esempio il carico genitoriale e il fatto di essere mentalmente assorbiti dal benessere del figlio o della figlia e dal proprio.
«Quando parlavo con [professionista], dovevo seguire un percorso psicologico, anche per me stessa, perché, come ho detto, non stavo bene, e ancora non sto bene. In questo momento semplicemente non ho tempo di prendere quegli appuntamenti. Ma lei non voleva sentirlo. Diceva: “Come sarebbe a dire che non ha tempo per fare qualcosa per sé? Deve trovarlo, il tempo.” Ora che non viene più, quella parte si è calmata. Ma ancora non ho spazio per questo: ho la testa troppo piena, troppo occupata. Quando le cose riprenderanno, credo che qui andrà tutto più liscio. Perché lo sento: dentro di me non sto bene.» (Genitore 3).
«Sento davvero di avere il serbatoio vuoto adesso, soprattutto da quando ho ricominciato a lavorare. Dopo 10, no, 13 anni, ora che a casa c’è più pace, tutto viene a galla. Mi stanco più in fretta, mi stresso più facilmente. E per lei (la figlia) è come se non potesse venire da me, lo dice lei stessa. Cerco di esserci per lei, ma ho anche un figlio che ha bisogno di me: anche lui comincia a scontrarsi con delle difficoltà. Quindi ora devo essere più presente per lui. Sento che lei mi lascia lo spazio per farlo, ma allo stesso tempo sento che lo spazio per me stessa si sta esaurendo.» (Genitore 8).
La vulnerabilità nel funzionamento familiare era legata a questioni complesse di separazione e a relazioni familiari complesse persistenti, che incidono anche sul carico genitoriale.
«A volte sono arrivata a un punto in cui non so più che cosa fare con lei, in cui penso: adesso sei davvero insopportabile. Le dico cose del genere. Non succede ogni settimana o ogni giorno, ma ogni tanto sì. (…). Sono costantemente in allerta per lei.» (Genitore 10).
Oltre al benessere positivo attuale e alle vulnerabilità, alcune risposte dei genitori hanno rivelato una ricaduta nel funzionamento. Ciò è stato tuttavia riferito meno spesso del benessere positivo e della vulnerabilità. Non sono state riferite ricadute nel funzionamento del minore. Una madre ha descritto una ricaduta vissuta dall’altro genitore, legata all’uso di sostanze, che ha inciso sul funzionamento familiare, e due genitori hanno riferito un peggioramento del funzionamento familiare.
«Ora che [professionista] non viene più, noto che loro (i figli) cominciano a opporsi un po’ di più a mamma e papà. Ma, a dire il vero, anch’io tendo a ricadere nel brontolare e nel comunicare con loro in quel modo.» (Genitore 3).
La Tabella 3 offre una panoramica della sostenibilità degli esiti in termini di funzionamento attuale del minore, del genitore e della famiglia.
Tabella 3 — Sostenibilità degli effetti percepiti
I numeri 1–14 si riferiscono alle persone rispondenti. -M indica il minore come rispondente
Elementi efficaci. Riflettendo sui fattori che hanno contribuito a esiti positivi o negativi, genitori e minori hanno formulato sia fattori facilitanti sia ostacoli. La Figura 1 offre una panoramica di questi fattori facilitanti e ostacoli per tema, come indicati da genitori e minori. Il quarto sottotema individuato tra gli elementi che contribuiscono riguardava le caratteristiche individuali delle persone assistite. Tutti e quattro i fattori sono descritti di seguito.

Alleanza terapeutica. Gli elementi terapeutici sono stati spesso citati come fattori facilitanti degli effetti percepiti, ad esempio una buona sintonia con la figura professionale e un contatto piacevole e caloroso.
«R: Sì, avevo davvero un legame con quella donna. (…). All’inizio pensavo: “Non ho proprio voglia di raccontare la mia storia.” Ma quando qualcuno viene regolarmente a casa tua, cominci a costruire un legame. Era davvero gentile, ed era anche lei madre sola con due figli. Sa di che cosa parla, capisce?» (Genitore 2).
Il processo decisionale condiviso contribuisce al processo terapeutico:
«Tutto veniva discusso molto con noi, tipo: “Che cosa vi pesa di più?” e “Che cosa vorreste affrontare per primo?” Quindi davvero, tutto è stato fatto d’accordo con noi.» (Genitore 12).
«Mi faceva molte domande, e se non volevo rispondere potevo scegliere di non farlo, o se era troppo difficile.» (Minore 10).
Anche un atteggiamento rispettoso e non giudicante e la fiducia nelle risorse della persona assistita sono stati citati come fattori facilitanti.
«Quello che ha reso la collaborazione così piacevole è stato il rispetto reciproco per il lavoro che svolgono come figure professionali e per me come padre. Il mio ruolo di padre non è stato messo in discussione: è stato semplicemente riconosciuto.» (Genitore 4).
Il genitore 7 ha percepito un atteggiamento non giudicante verso il figlio: «Credo che [nome] sia stato davvero visto per quello che è, e non considerato un bambino difficile. A scuola gli mettono spesso un’etichetta: è visto come un piantagrane, un bambino problematico. Viene continuamente tolto dal gruppo. Ma presso [organizzazione] non era così.»
Il genitore 1 ha riassunto tutti gli aspetti precedenti in uno: «La persona seduta di fronte a me era semplicemente molto simpatica. Abbiamo subito trovato delle cose in comune, e lei ha detto: “Non sono qui per giudicarLa”; è stata una delle prime cose che ha detto. “Sono qui solo per guardare insieme a Lei e per aiutarLa.” E questo arriva già in modo molto diverso da: “Siamo qui per farLe notare i Suoi errori.”»
Nessun elemento dell’alleanza terapeutica menzionato da genitori e minori è stato formulato esclusivamente come ostacolo. Alcuni elementi sono stati percepiti sia come facilitanti sia come ostacolanti, a seconda dell’esperienza individuale della persona rispondente. L’elemento citato più spesso con questa doppia funzione era la collaborazione tra genitore e figura professionale. Nella maggior parte dei racconti, ciò si riferiva alla misura in cui le due parti erano allineate sugli obiettivi e sugli approcci della presa in carico.
«Ci siamo trovati spesso in disaccordo con [organizzazione]: quando lì aveva una crisi, noi a casa imponevamo delle conseguenze per mostrare che eravamo allineati con [organizzazione] e che non tolleriamo comportamenti aggressivi. Ma [organizzazione] non era d’accordo con questo approccio.» (Genitore 14).
«Ricevi consigli e suggerimenti e sì, sei guidato fino a un certo punto, ma sempre nell’ottica del rispetto reciproco. Quello che contava di più per me era che fossimo tutti concentrati su [figlia]. Era lei il punto centrale: non io, non l’équipe. Mia figlia era al centro di tutto, e per me questa era la parte più importante della collaborazione.» (Genitore 4).
Fattori legati all’intervento. Parlando della loro esperienza delle cure ricevute, genitori e minori hanno individuato diversi elementi legati all’intervento, per lo più percepiti come facilitanti. Il rinforzo positivo è stato citato in nove interviste.
«Ho più fiducia in me stessa. Sono una brava madre: ho dato a [figlio] una buona educazione. In passato potevo sentirmi una cattiva madre, ma il sostegno domiciliare di [organizzazione] mi ha detto: “No, senta, Lei sta facendo davvero un ottimo lavoro.” Mi hanno detto che posso sempre indossare le “lenti dell’autismo” e che so esattamente di che cosa ha bisogno mio figlio.» (Genitore 5).
«Potevo condividere tutto con lei, e parlavamo molto di quello che avevo fatto durante la settimana. Lei (la professionista) mi diceva che potevo essere fiera di me e cose del genere.» (Minore 10).
La psicoeducazione e la comprensione dei bisogni individuali e degli schemi comportamentali del minore sono state indicate come fattori facilitanti dell’efficacia percepita delle cure.
«Riguardava soprattutto [figlia], che all’epoca aveva 14 anni. Può sembrare che ne abbia 18, ma emotivamente e socialmente è più vicina ai 6-9 anni. E come si gestisce questo? Perché è anche un’adolescente: vuole superare i limiti come gli altri adolescenti. Ma in realtà dobbiamo imporle dei limiti, contenerla, perché emotivamente non riesce proprio a gestirli. È soprattutto su questo che abbiamo lavorato: come gestiamo questo, come genitori?» (Genitori 12).
Alcuni elementi dell’intervento sono stati vissuti sia come facilitanti sia come ostacolanti, ad esempio l’approccio sistemico. La maggior parte dei genitori ha descritto di essere stata coinvolta attivamente nell’assistenza ricevuta.
«Fin dall’inizio siamo stati messi in contatto con chi ci faceva da consulente familiare, e veniva a casa ogni settimana o ogni due settimane, a seconda delle nostre esigenze e dei problemi da affrontare. Questi incontri offrivano un sostegno su misura attraverso colloqui regolari.» (Genitori 13).
Il genitore 6 ha invece fatto notare di aver sentito la mancanza di un approccio sistemico. «Credo che siano più orientati a sostenere i bambini, ad esempio tramite servizi di assistenza e psichiatria. Ma per i genitori è molto limitato. In pratica devi prendere tu l’iniziativa, come ho fatto io a un certo punto, quando mi sono rivolto a un servizio di psichiatria. Ma era davvero solo per me.»
Altri elementi di un approccio sistemico, come il coinvolgimento della rete sociale e le questioni intergenerazionali, sono stati definiti utili.
«E soprattutto come il nostro stesso passato abbia plasmato le cose fino a oggi, e che il nostro passato non deve per forza definire il nostro futuro. Per entrambi è stato un apprendimento importante, e lo è ancora, perché nella testa gioca sempre un ruolo.» (Genitori 13).
«C’è stato un periodo in cui (la professionista e io) abbiamo avuto un incontro a scuola con la mia tutor, perché ero spesso molto stanca. Abbiamo discusso se la scuola potesse fare qualcosa per aiutarmi, e da lì è nata una serie di colloqui a scuola.» (Minore 10).
Fattori organizzativi. Diversi elementi percepiti esclusivamente come ostacoli erano legati a strutture e processi organizzativi, ad esempio la burocrazia, leggi e regolamenti complessi e le liste d’attesa.
«Sì, ma loro (l’organizzazione) non hanno la capacità per farlo (la valutazione psicologica). Allora deve passare per un altro canale, un altro livello e ogni genere di cose, ed è esattamente quello che manca loro. Potrebbero farlo, ma solo se si tratta di un caso acuto.» (Genitore 6).
«In sostanza stavamo gridando aiuto, e tutto quello che ci dicevano era: “Siete in lista d’attesa.” (…). E allora ti chiedi: che cosa si dovrebbe fare nel frattempo? Bambini e genitori sono lasciati a cavarsela da soli. Serve davvero qualcosa per colmare quel vuoto durante l’attesa.» (Genitori 13).
Dal punto di vista di diversi genitori, la collaborazione interdisciplinare coordinata tra le figure professionali che seguono la famiglia era percepita per lo più come un ostacolo.
«Il filo conduttore era davvero la comunicazione (tra le diverse figure professionali coinvolte), che anche lei (la professionista) trovava pessima. Diceva: “È Lei che tira tutti i fili, è Lei che regge l’intero sistema, e tutti gli altri se ne stanno comodi, compreso chi ha la tutela. È Lei a chiedere: quando verranno fissati gli appuntamenti, quando qualcun altro prenderà finalmente l’iniziativa?” Anche lei faceva fatica con questo.» (Genitore 1).
La durata del percorso di assistenza e il passaggio alle cure successive sono stati percepiti sia come facilitanti sia come ostacolanti. Anche l’influenza dei membri del gruppo residenziale è stata vissuta sia come sostegno positivo tra pari sia come influenza negativa sul comportamento e sul benessere del minore. Inoltre, le conoscenze e le competenze della figura professionale sono state citate specificamente come fattore facilitante.
«Il comportamento che mostravano i minori (nel gruppo terapeutico): lui (il figlio) spesso si arrabbiava o aveva delle crisi. Non significa che fosse tollerato, ma il personale restava calmo. E forse, in un certo senso, a loro (i minori) era permesso esprimere la rabbia. Potevano mostrare di essere sconvolti, e il personale sapeva esattamente come riportare [nome] al momento giusto, dicendo qualcosa come: “[Nome], che cosa è successo? Come potresti gestirlo diversamente la prossima volta?”» (Genitore 7).
Fattori individuali. I genitori hanno descritto caratteristiche individuali proprie o del figlio o della figlia come facilitanti od ostacolanti per gli esiti. In particolare, hanno fatto riferimento a fattori come la motivazione a impegnarsi nelle cure, la perseveranza e la capacità di autoriflessione.
«Doveva incontrare una figura professionale una volta alla settimana, ma non l’ha mai fatto. Semplicemente non vuole. Quando gli chiedo perché, dice: “Che cosa dovrei andarci a fare?” Gli dico: “[Figlio], sei obbligato ad andarci. Se prendi l’appuntamento, chi ti segue ti spiegherà che cosa farete e di che cosa parlerete.” Ma non gli interessava proprio. Voleva solo stare con i suoi amici.» (Genitore 9).
«Sono sempre stata molto coinvolta, molto costante con la terapia: non ho mai saltato un appuntamento. Ho sempre riflettuto, sono rimasta aperta all’aiuto, ai consigli, ai suggerimenti. E quando le cose si bloccavano, ho cercato di rimettere il treno sui binari. Non mi sono mai sottratta alle responsabilità, né ai problemi. E anche se abbiamo affrontato molta sfiducia e molte battute d’arresto nel sistema di cura, sono comunque riuscita a ritrovare fiducia in qualcosa di nuovo, a dire: “Va bene, proviamoci.” In quel processo mi sono anche concessa di essere vulnerabile.» (Genitore 11).
Punti di svolta. Dieci famiglie hanno riferito di aver vissuto un chiaro punto di svolta durante il percorso di assistenza. Inoltre, tre famiglie, in parte sovrapposte al gruppo precedente, hanno descritto un punto di svolta indiretto: pur non definendolo esplicitamente così, i loro racconti indicavano un momento che aveva segnato un cambiamento significativo nel corso della presa in carico. Tre famiglie, invece, non hanno riferito alcun punto di svolta netto, descrivendo piuttosto cambiamenti avvenuti gradualmente nel tempo.
Dopo la codifica dei punti di svolta, i codici sono stati suddivisi negli stessi temi dei fattori facilitanti e degli ostacoli percepiti: (1) alleanza terapeutica, (2) fattori legati all’intervento e (3) fattori organizzativi. Anche i fattori individuali sono stati individuati come tema all’interno dei punti di svolta.
Gli elementi legati all’alleanza individuati come punti di svolta comprendevano interazioni rispettose e di sostegno, la sensazione di essere ascoltati e la percezione che la figura professionale non si arrendesse con la persona assistita. In alcuni casi queste qualità erano evidenti fin dal primo contatto, il che ha contribuito a trasformare la riluttanza o la resistenza iniziali in fiducia e coinvolgimento.
«La paura e lo stigma legati alla richiesta di aiuto erano notevoli. Ma la nostra professionista è riuscita a dissiparli completamente fin dalla prima visita. Ci ha dato una vera fiducia nel percorso di sostegno, (…) semplicemente essendo onesta, diretta e senza girarci intorno.» (Genitori 13).
Sperimentare il sostegno, il riconoscimento e la risolutezza della figura professionale è stato indicato come punto di svolta:
«Lei (la professionista) ha detto: “È una riunione importante, vengo con Lei.” In tutto il percorso, è stata la prima a prendere la parola e a dire: “Siamo seduti qui in tantissimi e continuate a discutere di questa relazione. L’ho letta, con il mio gruppo l’abbiamo esaminata sette volte, e ancora non riusciamo a darle un senso. Come potete continuare a discutere di una relazione del tutto incoerente?” (…) Sembrava che nella stanza fosse esplosa una bomba. È stato il momento in cui siamo davvero entrati in dialogo: non solo parlare, ma avere davvero una conversazione significativa.» (Genitore 4).
I punti di svolta legati all’intervento andavano dai risultati di una valutazione psicologica che forniva indicazioni preziose sullo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale del minore, all’avvio di una terapia farmacologica per regolare il comportamento, fino a un intervento specifico volto a rafforzare la sicurezza. Sia i genitori sia i minori sono stati in grado di descrivere questi punti di svolta:
«R1: Sì, i farmaci. Hanno fatto davvero la differenza. (…) Sono diventato molto più calmo. Il farmaco che prendo ora mi aiuta a concentrarmi meglio, faccio meno errori.» R2: «A scuola, giusto. Meno errori, meno rabbia, ecco. Meno drammi.» (Genitore e minore 2).
«A un certo punto diverse figure professionali, [organizzazione], Safe at Home (l’agenzia olandese contro la violenza domestica e per la tutela dei minori) e la polizia hanno inviato un messaggio al padre in cui si affermava che qualsiasi forma di contatto, in qualsiasi modo, sarebbe stata dannosa per la bambina e per me. La richiesta era quindi di lasciarci in pace e di non avviare alcun ulteriore contatto. (…). Non lo vediamo più, e questo ci dà un grande senso di pace.» (Genitore 11).
«Hanno (le figure professionali) anche mandato una lettera in cui dicevano che lui (il padre) non può più vedermi, e che se io voglio vederlo devo dirlo io. Da quando hanno mandato quella lettera va molto meglio.» (Minore 11).
I fattori organizzativi non sono stati percepiti tanto come punti di svolta. Tuttavia, come illustra la citazione precedente, anche la collaborazione interdisciplinare è emersa come punto di svolta critico.
«Alla fine [organizzazione] ha contattato sia la polizia sia Safe at Home per dire: “Uniamo le forze: bisogna fare qualcosa.” È lì che ti senti davvero rafforzata.» (genitore 11).
Fattori individuali. L’adolescente dell’intervista 8 ha descritto un punto di svolta dentro di sé.
«Ho avuto davvero una svolta. È stato verso giugno, credo. (…). Ero bloccata in una spirale negativa, e a un certo punto qualcosa è scattato. Ho capito che se continuavo così, le cose non sarebbero finite bene. Non volevo più vivere così: era tutto negativo. E allora ho pensato: cavolo. Ne ho davvero abbastanza. È stato il momento in cui ho capito che dovevo cambiare qualcosa. Da lì ho avuto quel momento di svolta. Non è andata bene subito, ma ho cominciato a cercare di riportare le cose in una direzione più positiva.» (Minore 8).
Fattori extraterapeutici che influenzano benessere ed esiti. Oltre ai fattori legati alla presa in carico che influenzano esiti positivi o negativi, genitori e minori hanno riferito eventi o condizioni al di fuori dell’ambito dell’assistenza ai minori che hanno comunque influito sul benessere del minore, del genitore o del sistema familiare, influenzando così positivamente o negativamente gli esiti delle cure. Durante il processo di codifica, questo tema è stato individuato come ulteriore fattore di influenza sugli effetti percepiti delle cure e sul benessere del minore, del genitore o della famiglia. Sono stati individuati quattro sottotemi principali: (1) questioni complesse di separazione, (2) problemi economici e povertà, (3) scuola e collaborazione tra scuola e genitori e (4) la rete sociale della famiglia, comprese le relazioni di coppia e i contatti con i pari.
In diverse famiglie, questioni complesse di separazione hanno influito sul benessere del minore o della famiglia durante e dopo la presa in carico.
«Ancora non credo che lui (il figlio) abbia superato il suo problema. (…). La paura c’è ancora. Dice che non vuole più dormire là (dal padre). La paura è che, se non c’è nessuno, papà possa ricominciare a bere: anche se dice che non lo farà, lo farà lo stesso. “Quando vado a letto, è allora che comincia”, dice. Quindi non si è liberato di quella paura, e di sicuro non ha ritrovato la fiducia. Quella parte non è ancora dove dovrebbe essere. E credo che possa cambiare solo se la situazione si ripresenta.» (Genitore 1).
«Quella sera lui (il figlio) ha chiamato il mio compagno per chiedergli se poteva chiamarlo “papà”. Credo che fosse il suo modo di chiudere quel capitolo per sé. Da allora non ne ha più parlato. Non sono mai davvero cresciuti con lui, quindi non lo conoscono veramente. Credo che senta che ormai non importa più. È quello che ha appena detto anche lui (nell’intervista). Fa ancora male, ovviamente, perché è suo padre.» (Genitore 2).
I problemi economici e la povertà sono un fattore extraterapeutico che influenza il funzionamento familiare.
«Economicamente siamo in difficoltà da anni. Non lavoro, sono stata dichiarata inabile al lavoro, ma ora sto cercando di ricominciare. Le preoccupazioni economiche hanno avuto un ruolo importante, soprattutto per [figlia]. Probabilmente anche per [figlio], ma lui lo esprime meno. Ma [figlia] ne è davvero colpita. Vuole lavorare, anche se in realtà non ne è in grado. Anch’io ho ricominciato a lavorare, anche se fisicamente non ne sono davvero capace. Quindi sì, è un fattore importante che porta molta inquietudine nelle nostre vite.» (Genitore 8).
La scuola e la collaborazione tra scuola e genitori sono state citate sia come fattore positivo sia come fattore negativo.
«Lui (il figlio) è passato da una scuola ordinaria a una scuola speciale, e questo gli ha dato molta più fiducia in sé. Prima era il più debole della classe, e ora è il primo della classe. Questo lo ha davvero aiutato a prendere fiducia e a diventare più assertivo: quindi sì, ha fatto una vera differenza.» (Genitore 1).
«Il problema era che dopo (dopo l’EMDR) lui (il figlio) veniva ancora spesso mandato fuori dalla classe o tolto dal gruppo. Quindi, in un certo senso, stava accumulando un nuovo trauma. Ogni volta si ritrovava di fronte a quel vecchio dolore. A volte penso che dovremmo ricominciare da capo, perché possa ritrovare un po’ di fiducia in sé stesso. In questo momento è spesso visto come quello che crea problemi. In questo senso è davvero piuttosto segnato.» (Genitore 7).
Le reti sociali che circondano il minore o la famiglia sono importanti per il sostegno emotivo e pratico.
«Abbiamo una coppia di amici molto cari. Sono anche i tutori legali dei miei figli e i padrini di [figlia]. Fin dall’inizio lui è stato una figura paterna per i miei figli e un sostegno fondamentale. Quando [figlia] è tornata a vivere a casa e io facevo fatica a farcela, lei poteva andare da loro. Mangiavano con lei e le davano sostegno emotivo. Si sono fatti carico di molto, anche per mio figlio. Ogni volta che lui affronta delle difficoltà, ne parla con loro. Sono davvero una rete di sicurezza per entrambi i miei figli.» (Genitore 8).
«Mia zia, perché in quel periodo [professionista] se ne era andata, è diventata una persona a cui potevo rivolgermi. Insieme a [professionista] ho cercato qualcuno nel mio ambiente con cui mi sentissi a mio agio a parlare, qualcuno da contattare quando ero in difficoltà. Ho parlato con mia zia e abbiamo deciso di fare qualcosa insieme ogni due settimane o una volta al mese, come portare a spasso il cane o passare del tempo insieme.» (Minore 10).
Le relazioni della rete sociale possono però essere anche un ostacolo, come ha riferito il genitore 14.
«È una situazione difficile con i nonni di Rotterdam, i genitori del mio ex compagno. In questo momento siamo in forte conflitto (…). In particolare il loro stile educativo, un approccio molto permissivo, è qualcosa su cui sono fondamentalmente in disaccordo, soprattutto perché con [figlio] semplicemente non funziona.»
Come parte della rete sociale, una (nuova) relazione per il genitore o per il minore e contatti positivi con i pari sono stati fattori citati spesso, per lo più indicati come facilitanti.
«Lui (il figlio) ha un amico molto stretto. All’inizio aveva diversi amici, ma si vede che ora si concentra su un’amicizia in particolare, che ha su di lui un effetto calmante e positivo.» (Genitore 7).
«Sto con lui (il nuovo compagno) da circa tre anni e mezzo. È una persona molto calma ed equilibrata, e i bambini traggono da lui un grande sostegno: è qualcosa di cui hanno davvero bisogno.» (Genitore 2).
Gli obiettivi di ricerca di questo studio erano tre. In primo luogo, approfondire la comprensione degli effetti percepiti dell’assistenza ai minori centrata sulla famiglia e, in secondo luogo, degli elementi efficaci percepiti. Un terzo obiettivo era esplorare i punti di svolta come vissuti retrospettivamente da genitori e minori. Le conclusioni sugli effetti percepiti vanno interpretate come esplorative, dato che i dati quantitativi si limitavano a una misurazione di fine presa in carico nata dalla pratica e che il campione di giovani era ridotto.
I risultati sia quantitativi sia qualitativi indicano che la maggioranza dei genitori ha riferito esiti positivi dell’assistenza ricevuta. La maggior parte degli effetti percepiti riguarda il funzionamento del minore e della famiglia e, in misura minore, il funzionamento genitoriale. Nei dati quantitativi, i resoconti di genitori e giovani erano in larga misura concordanti, con proporzioni comparabili di punteggi di effetto positivi nei due gruppi. Analogamente, i dati qualitativi hanno mostrato una notevole sovrapposizione tra i resoconti di genitori e giovani riguardo ai miglioramenti, agli elementi utili dell’intervento e ai principali punti di svolta.
Sono state tuttavia osservate anche differenze tra le prospettive dei genitori e quelle dei giovani. In particolare, vulnerabilità e ricadute nel funzionamento sono state riferite dai genitori ma non dai minori. Una possibile spiegazione è che i minori tendano ad adottare una prospettiva più orientata al presente e siano meno inclini ad anticipare le conseguenze future, mentre i genitori sono più propensi ad assumere una prospettiva a più lungo termine e attenta ai rischi (Steinberg et al., 2009).
I nostri risultati sugli effetti percepiti corrispondono a ricerche precedenti, sia quantitative (ad es. Blankenstein et al., 2018; Damen et al., 2021; Nuntavisit & Porter, 2022) sia qualitative (ad es. Hurley et al., 2020; Paradisopoulos et al., 2015), che hanno anch’esse riscontrato effetti positivi comparabili dell’assistenza ai minori centrata sulla famiglia sul funzionamento del minore, del genitore o della famiglia.
Quanto alla sostenibilità degli effetti percepiti, gli esiti positivi nel funzionamento del minore e della famiglia sembravano in generale mantenersi. Diversi genitori e minori hanno riferito miglioramenti evidenti e duraturi nell’autostima e nel funzionamento quotidiano del minore, tra cui una frequenza scolastica regolare e interazioni positive con i pari.
Nonostante i cambiamenti positivi, i genitori hanno riferito anche vulnerabilità nel funzionamento del minore e della famiglia. Per quanto riguarda il funzionamento del minore, i problemi evolutivi o comportamentali non sono scomparsi ma sono diventati più gestibili, grazie a un’attenuazione dei problemi comportamentali o emotivi del minore oppure perché i genitori sono stati aiutati a riconoscere meglio i bisogni del figlio o della figlia e a rispondervi. Aiutare i genitori a comprendere i bisogni evolutivi del minore è un obiettivo importante dell’assistenza ai minori, poiché la psicoeducazione delle figure di accudimento e il miglioramento delle loro capacità di coping portano a esiti positivi delle cure (Pedersen et al., 2019). Questo intervento mira a rafforzare ulteriormente l’empowerment delle famiglie, costruendo un maggiore senso di controllo sulla vita familiare e riducendo il carico genitoriale (Damen et al., 2021). Altre difficoltà persistenti riguardavano le interazioni sociali del minore, il funzionamento scolastico o traumi non risolti. La vulnerabilità nel funzionamento familiare è stata indicata per lo più come relazioni reciproche fragili o questioni complesse di separazione ancora aperte, che incidono sul benessere del minore e della famiglia. Va notato che i genitori hanno riferito soprattutto vulnerabilità nel proprio funzionamento relative al senso di benessere, tra cui livelli elevati di stress genitoriale e il bisogno di un sostegno terapeutico per sé. Ciò suggerisce che, se l’assistenza ai minori tende ad avere effetti positivi sul funzionamento del minore e della famiglia, il suo impatto sul benessere individuale dei genitori è più limitato.
Oltre ai problemi comportamentali persistenti del minore, le vulnerabilità nel funzionamento dei singoli membri della famiglia e del sistema familiare nel suo insieme erano influenzate da fattori extraterapeutici, come questioni complesse di separazione e difficoltà economiche. I fattori più citati erano la perdita di contatto tra un minore e un genitore dopo la separazione, i problemi di cogenitorialità, l’uso di sostanze da parte di un genitore e la violenza continuata. Oltre ai rischi intrinseci che il divorzio comporta per lo sviluppo dei minori (Caksen, 2022; D'Onofrio & Emery, 2019), un conflitto genitoriale persistente o problemi di cogenitorialità dopo la separazione aggravano ulteriormente i livelli di stress, con un impatto negativo sul benessere sia dei minori sia dei genitori (Van der Valk et al., 2020). Anche la povertà e le difficoltà economiche sono fattori di rischio per esiti positivi del minore e della famiglia (Chaudry & Wimer, 2016). Al contrario, tra i fattori protettivi citati per il benessere del minore, del genitore e della famiglia figuravano l’accesso a un ambiente scolastico adeguato, una nuova relazione di sostegno e la presenza di una rete di sostegno informale coinvolta, sia per il minore sia per i genitori. Una rete sociale di sostegno può contribuire a ridurre lo stress genitoriale e a migliorare il funzionamento emotivo e comportamentale dei minori (Negi & Sattler, 2024; Nunes et al., 2022). L’attivazione della rete sociale si è dimostrata un elemento efficace della presa in carico (Visscher et al., 2022).
Le vulnerabilità genitoriali persistenti mettono in discussione l’approccio sistemico dell’assistenza ai minori centrata sulla famiglia erogata. Sebbene i genitori fossero strettamente coinvolti in quasi tutti i percorsi, i temi trattati sembravano concentrarsi soprattutto sul miglioramento del funzionamento del minore e della famiglia e sull’aiutare i genitori a comprendere i bisogni evolutivi del minore. Le questioni complesse di separazione sono state affrontate ma spesso non è stato possibile risolverle, cosicché il loro influsso negativo sul funzionamento del minore e della famiglia è rimasto. Altri fattori che influenzano il funzionamento dell’intero sistema, come i bisogni individuali del genitore o i problemi economici della famiglia, non facevano esplicitamente parte del processo di cura. Sebbene un approccio sistemico sia centrale nell’assistenza ai minori centrata sulla famiglia, i presenti risultati suggeriscono che la sua attuazione nella pratica possa restare parziale. La vulnerabilità persistente dei genitori riguardo al proprio benessere può costituire un fattore di rischio di ricaduta nel funzionamento del minore e della famiglia, poiché il funzionamento genitoriale è legato a entrambi (Crnic, 2024; Packerd et al., 2020; Schleider et al., 2015). Inoltre, l’attivazione della rete sociale della famiglia è ampiamente considerata una componente chiave per rafforzare la resilienza familiare e, di conseguenza, per migliorare la sostenibilità degli esiti delle cure. Tuttavia, i risultati delle presenti interviste suggeriscono che questa componente non sia stata affrontata in modo sufficientemente esplicito nei percorsi di cura. La ricerca futura potrebbe quindi esaminare in modo più sistematico in che misura il coinvolgimento della rete sociale sia attuato nella pratica e come ciò si relazioni con gli effetti percepiti a più lungo termine dell’assistenza ai minori.
I risultati di questo studio sono in linea con gli elementi efficaci dell’assistenza ai minori individuati in precedenza, e rafforzano così le evidenze esistenti su ciò che contribuisce a esiti positivi negli interventi centrati sulla famiglia (Soenen et al., 2013; Todd et al., 2025; Visscher et al., 2022). Considerando gli elementi efficaci percepiti, la maggior parte dei fattori facilitanti era legata all’alleanza terapeutica e al contenuto dell’intervento. Genitori e giovani si sono sentiti in generale ben sostenuti, e le cure ricevute corrispondevano per lo più ai loro bisogni. Al contrario, i fattori ostacolanti erano associati principalmente a questioni organizzative come le liste d’attesa, le procedure burocratiche e il coinvolgimento di molteplici figure professionali, dovuto a percorsi successivi o al turnover del personale. Un concetto percepito sia come ostacolante sia come facilitante è la validazione di genitori e giovani («essere ascoltati»). Quando era percepita positivamente, genitori e giovani si sentivano riconosciuti, compresi e presi sul serio (Wasson Simpson et al., 2022), grazie a figure professionali che mostravano empatia, rispetto e un interesse autentico per le esperienze e le prospettive di genitori e giovani (Persson et al., 2016). Al contrario, quando i genitori vivono un’invalidazione («non essere ascoltati»), ciò indica una mancanza di riconoscimento della loro competenza e della loro preoccupazione per il figlio o la figlia (Nooteboom et al., 2020), che può portare a visioni divergenti tra genitori e figure professionali, ostacolando così la collaborazione tra genitori e figure professionali (Barnhoorn-Bos et al., 2025) e, di conseguenza, gli effetti delle cure. L’allineamento e il coinvolgimento tra genitore e figura professionale e tra minore e figura professionale sono essenziali per individuare i bisogni di cura e garantire interventi efficaci (De Greef et al., 2016; Roest et al., 2023).
I punti di svolta (tipping o turning points) riferiti da genitori e minori erano associati principalmente a fattori legati all’alleanza terapeutica e al contenuto dell’intervento. L’atteggiamento della figura professionale, caratterizzato da cordialità, empowerment, rispetto e un approccio non giudicante, è stato vissuto più di una volta come punto di svolta positivo all’inizio della presa in carico. La valutazione diagnostica e il riconoscimento dei bisogni evolutivi del minore sono stati citati come punti di svolta legati all’intervento. Tuttavia, anche altre influenze, come i farmaci per il comportamento, una nuova relazione di sostegno o la motivazione individuale di una persona, hanno contribuito a questi cambiamenti, pur essendo meno direttamente sotto il controllo dei servizi. Nel complesso, non è stato possibile individuare temi o elementi univoci riguardo ai punti di svolta. Ciò concorda con O’Brien (2020), secondo cui l’esperienza di un punto di svolta è soggettiva e viene individuata e interpretata in modo diverso da persone diverse, anche quando parlano della stessa situazione.
Per comprendere meglio i punti di svolta critici nei percorsi di assistenza ai minori, è essenziale coinvolgere direttamente minori e famiglie, alla fine della presa in carico, in una riflessione su se, quando e come abbiano vissuto tali momenti cruciali durante il loro percorso di cura.
Sebbene quasi tutte le famiglie siano state coinvolte attivamente nel processo e abbiano sperimentato un approccio centrato sulla famiglia, il metodo sistemico nell’assistenza ai minori resta un punto critico. Sembra necessario un approccio olistico che integri nell’intervento fattori sistemici come la povertà, l’influenza della scuola e le reti sociali. Ricerche precedenti hanno evidenziato un legame tra il coinvolgimento dei genitori in un trattamento di salute mentale e il ricorso all’assistenza ai minori (Batterink & Van Plaggenhoef, 2022). L’attenzione al benessere dei genitori, alla povertà e alle questioni complesse di separazione è quindi cruciale, poiché questi fattori influenzano il funzionamento del minore, che a sua volta può influenzare la sostenibilità degli esiti delle cure. La collaborazione con le scuole e le reti informali dovrebbe essere parte integrante di questo approccio. Sebbene alcuni casi possano mostrare tale integrazione, non sembra ancora essere prassi corrente. È necessaria un’équipe di cura multidisciplinare per affrontare questi fattori, sostenere le famiglie che presentano vulnerabilità persistenti e rafforzare l’impatto a lungo termine.
Il numero di famiglie con questioni complesse di separazione è notevole. Ciò concorda con i risultati di Batterink & Van Plaggenhoef (2022), che mostrano come i figli di genitori divorziati ricorrano all’assistenza ai minori significativamente più spesso di quelli provenienti da famiglie unite. Le interviste di questo studio rivelano che l’impatto di queste questioni persiste oltre la fine della presa in carico, poiché entrambi i genitori restano, in modo visibile o invisibile, legati al minore (Harman et al., 2022; Xerxa et al., 2020). È quindi essenziale che la capacità di affrontare queste difficoltà legate alla separazione sia monitorata o trattata nei servizi successivi alla presa in carico, sia per i minori sia per i genitori.
Sebbene i genitori si siano detti soddisfatti delle cure ricevute e abbiano osservato esiti positivi, permanevano vulnerabilità che incidevano sul funzionamento del minore, del genitore e della famiglia e comportavano rischi di peggioramento. Un sostegno o un monitoraggio continuativi sembrano essenziali per prevenire le ricadute. Un nuovo invio all’assistenza ai minori non è di per sé problematico, poiché nuove fasi dello sviluppo del minore possono richiedere un aiuto rinnovato. Tuttavia, un grave peggioramento può essere attenuato se le famiglie restano visibili per i servizi e se, quando necessario, è possibile intervenire tempestivamente.
L’importanza di comprendere il comportamento e i bisogni del minore come elemento dell’intervento era evidente sia nei dati quantitativi sia in quelli qualitativi. Ciò appare particolarmente importante e di valore aggiunto nell’assistenza ai minori, per genitori e minori, in vista dell’empowerment e della sostenibilità degli effetti (Damen et al., 2021; Pederson et al., 2019).
Questo studio indica l’importanza di un’alleanza terapeutica positiva e di un contenuto dell’intervento appropriato. Per le future figure professionali, la formazione dovrebbe concentrarsi esplicitamente sullo sviluppo delle competenze di costruzione dell’alleanza e delle competenze metodologiche. Sollecitare un feedback intermedio attraverso un trattamento informato dal feedback favorisce l’allineamento e il consenso tra genitori, minori e figure professionali, migliorando così gli esiti delle cure (Tam & Ronan, 2017).
Come ultima implicazione, le politiche e le strutture organizzative devono affrontare gli ostacoli alle cure, legati principalmente a fattori organizzativi. Si raccomanda di migliorare la collaborazione tra i servizi di salute mentale per adulti rivolti ai genitori e i servizi di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza rivolti ai loro figli, affrontando al tempo stesso altri fattori di contesto (Stolper et al., 2024). Inoltre, offrire un’assistenza provvisoria durante i periodi di attesa può rafforzare nei genitori e nei giovani il senso di sostegno, la disponibilità e la motivazione per l’intervento successivo.
In questo studio sono stati utilizzati metodi sia quantitativi sia qualitativi per comprendere gli effetti percepiti dell’assistenza ai minori. Alla componente qualitativa è stata intenzionalmente data priorità rispetto a quella quantitativa. Nella valutazione di interventi a più componenti, le esperienze soggettive delle persone che ricevono le cure sono essenziali accanto ai dati quantitativi, poiché un approccio narrativo qualitativo fa emergere aspetti della presa in carico che le misure quantitative non colgono, come i sentimenti di fiducia e di riconoscimento vissuti (Busetto et al., 2020; Verheijen et al., 2025).
Il campione rifletteva prospettive diverse, comprese famiglie con figli più piccoli e più grandi che ricevevano assistenza ambulatoriale, residenziale o semiresidenziale. Erano rappresentate esperienze di presa in carico sia volontaria sia obbligatoria. Questo approccio mirava a cogliere un’ampia gamma di esperienze di genitori e giovani riguardo agli esiti e agli elementi efficaci percepiti delle cure.
Reclutare un numero sufficiente di famiglie per i dati qualitativi si è rivelato difficile, poiché molte non hanno risposto all’invito o hanno rifiutato di partecipare. Ciononostante, quattordici famiglie hanno accettato di condividere la propria esperienza, per lo più positiva quanto a effetti percepiti ed elementi efficaci. Ciò potrebbe suggerire un bias di campionamento, che rifletterebbe forse uno stress genitoriale minore ed esiti più favorevoli tra le famiglie partecipanti. Diversi aspetti sembrano tuttavia attenuare questo bias. In primo luogo, per ampliare in anticipo il quadro, accanto alle interviste è stato utilizzato un questionario, che ha prodotto una gamma di risposte più ampia. Anche i dati quantitativi indicavano effetti positivi riferiti da genitori e giovani. Inoltre, nel reclutamento sono state esplicitamente invitate famiglie con esperienze sia positive sia negative. Diverse famiglie hanno condiviso non solo esiti positivi ma anche difficoltà nella presa in carico e vulnerabilità persistenti dopo l’intervento, il che suggerisce una rappresentazione equilibrata delle esperienze. Infine, il campione qualitativo rifletteva tendenze più ampie osservate nei dati sull’assistenza ai minori, come le storie di presa in carico precedenti e i bisogni di cura persistenti tra le famiglie seguite dai servizi per minori (Statistics Netherlands, 2024). È tuttavia necessaria cautela quanto alla rappresentatività del campione rispetto alla popolazione più ampia delle famiglie in assistenza ai minori centrata sulla famiglia.
Oltre alle esperienze dei genitori, si è ritenuto importante includere le prospettive dei giovani su effetti percepiti, elementi efficaci e punti di svolta. Tuttavia, il campione di giovani era ridotto sia per la componente quantitativa sia per quella qualitativa. Sebbene si siano ottenute indicazioni preziose sulle loro esperienze, le dimensioni limitate del campione suggeriscono che questi risultati vadano interpretati con cautela e considerati preliminari.
Dato l’impatto limitato dell’assistenza ai minori sul funzionamento genitoriale, nonostante la relazione ben documentata tra il benessere dei genitori e gli esiti del minore (Batterink & Van Plaggenhoef, 2022; Crnic, 2024), la ricerca futura dovrebbe indagare ulteriormente come l’assistenza ai minori incida sui genitori a livello individuale. Una domanda chiave è perché l’assistenza ai minori sembri meno benefica per il senso di benessere dei genitori. Per una comprensione più approfondita, è importante esaminare i casi in cui i genitori ricevono cure individuali accanto all’assistenza ai minori, e determinare come entrambe incidano sul funzionamento genitoriale.
In particolare, la ricerca dovrebbe individuare i fattori facilitanti e ostacolanti nelle cure individuali dei genitori quando sono erogate in combinazione con l’assistenza ai minori, e determinare se tali fattori siano legati all’alleanza terapeutica, all’intervento stesso o ad aspetti organizzativi (ad es. liste d’attesa, tempistica o contenuto dell’intervento rivolto ai genitori). Anche la tempistica delle cure ai genitori rispetto all’assistenza ai minori merita attenzione. In via ipotetica, affrontare i fattori di stress dei genitori, come problemi di salute mentale o difficoltà economiche, prima dell’avvio dell’assistenza ai minori potrebbe favorire esiti più positivi per i genitori, creando così condizioni che sostengono la crescita nei percorsi di assistenza ai minori. In alternativa, iniziare prima con l’assistenza ai minori potrebbe alleviare il carico genitoriale, migliorando così il funzionamento dei genitori e aumentando gli effetti delle successive cure individuali.
Ulteriori ricerche dovrebbero indagare quale sequenza, cure individuali ai genitori seguite dall’assistenza ai minori o viceversa, produca gli esiti più duraturi per minori e famiglie. Inoltre, il valore aggiunto dell’assistenza integrata a genitori e giovani avviata di recente nei Paesi Bassi (Stolper et al., 2024) dovrebbe essere esaminato in termini di impatto sul funzionamento del minore, del genitore e della famiglia nel suo insieme.
Questo studio ha esplorato l’impatto vissuto dell’assistenza ai minori centrata sulla famiglia dal punto di vista di genitori e minori, concentrandosi sugli effetti percepiti, sugli elementi facilitanti e ostacolanti e sui punti di svolta. I risultati quantitativi indicano che la maggioranza delle persone partecipanti percepisce le cure come efficaci, in particolare in termini di miglioramenti nel funzionamento del minore e della famiglia e nelle competenze genitoriali. I dati qualitativi rivelano che, sebbene la maggior parte delle famiglie viva cambiamenti significativi, le vulnerabilità nel funzionamento del minore e della famiglia, e soprattutto nel benessere dei genitori, persistono oltre il percorso di cura. Gli elementi efficaci sono legati principalmente all’alleanza terapeutica e al contenuto dell’intervento, mentre ostacoli organizzativi come le liste d’attesa e leggi e regolamenti complessi frenano gli esiti. I punti di svolta percepiti sono legati a interazioni rispettose con le figure professionali, a chiarimenti diagnostici e a eventi extraterapeutici. I risultati di questo studio sottolineano l’importanza di un approccio sistemico che includa l’attenzione ai bisogni dei genitori e ai fattori di contesto. Per comprendere meglio gli effetti percepiti e i punti di svolta, è essenziale coinvolgere direttamente minori e famiglie nella riflessione sull’assistenza ai minori.
Complexe Systémique: i punti chiave
Questo studio ricorda opportunamente che «approccio sistemico» e «genitori coinvolti» non sono la stessa cosa. Le famiglie olandesi intervistate dicono che la presa in carico ha funzionato per il minore e per il clima familiare, e che a contare di più è stata la qualità della relazione: essere presi sul serio, decidere insieme, una figura professionale che non si arrende, una valutazione che finalmente dà un senso al minore. Eppure, mesi dopo la fine della presa in carico, sono i genitori a essere in difficoltà: esausti, bisognosi di cure per sé, presi in separazioni conflittuali, debiti o nonni in disaccordo, tutti elementi rimasti fuori dal quadro. I punti di svolta, dal canto loro, si trovano spesso al di là del servizio: un farmaco, un nuovo compagno, una lettera congiunta di diversi servizi, un’adolescente che «ne ha abbastanza». Per la pratica sistemica, la lezione è trattare il genitore come parte del sistema che ha bisogno di cure, e non solo come leva. I limiti sono quelli di un piccolo campione autoselezionato, probabilmente più favorevole della media, e di un’unica misurazione quantitativa. Da leggere insieme a lo studio sulla presa in carico su misura per le famiglie multiproblematiche e l’articolo sul contributo di terapeute e terapeuti all’alleanza nel trattamento familiare a domicilio.
Note dell’originale
Finanziamento. Questo studio è stato finanziato dalla Netherlands Organisation for Health Research and Development (ZonMw), con il contributo n. 10190022010007, e da Sterk Huis e Combinatie Jeugdzorg, numeri di contributo n.d.
Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere interessi finanziari concorrenti noti né relazioni personali che possano essere sembrati influenzare il lavoro riportato in questo articolo.
Approvazione etica. Il progetto di ricerca «What happens afterwards?» è stato approvato dal comitato etico della Tilburg University (numero di riferimento RP 245).
Consenso delle persone partecipanti. Tutti i genitori e i minori che hanno partecipato al progetto «What happens afterwards?» hanno firmato un consenso informato alla partecipazione al progetto.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Understanding the Impact of Family-Focused Youth Care: Examining Outcomes, Effective Elements and Tipping Points as Experienced by Parents and Youth, di Bernadette M. Janssen, Jolanda J. P. Mathijssen, Heleen I. J. Sillekens, Judith P. M. van Vugt e Hedwig J. A. van Bakel, Child and Adolescent Social Work Journal, pubblicazione online anticipata (2026), doi: 10.1007/s10560-026-01164-9, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (due tabelle sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Understanding the Impact of Family-Focused Youth Care: Examining Outcomes, Effective Elements and Tipping Points as Experienced by Parents and Youth», pubblicato in Child and Adolescent Social Work Journal (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in apertura di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Janssen, B. M., Mathijssen, J. J. P., Sillekens, H. I. J., van Vugt, J. P. M., e van Bakel, H. J. A. (2026). Understanding the Impact of Family-Focused Youth Care: Examining Outcomes, Effective Elements and Tipping Points as Experienced by Parents and Youth. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/understanding-the-impact-of-family-focused-youth-care-examining-outcomes-effective (Opera originale pubblicata nel 2026 in Child and Adolescent Social Work Journal (2026), pubblicazione online anticipata; ripubblicata nel 2026 da Child and Adolescent Social Work Journal, https://link.springer.com/article/10.1007/s10560-026-01164-9)
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