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Attachment & Human Development · Tutela dei minori

L’attaccamento va in tribunale: questioni di tutela dei minori e di affidamento

Che cosa può dire la teoria dell’attaccamento ai tribunali quando devono decidere su un collocamento o su un affidamento? Settanta specialiste e specialisti dell’attaccamento di una ventina di paesi rispondono con una dichiarazione di consenso. Il testo smonta i malintesi che circolano nei tribunali, enuncia tre principi semplici e mette in guardia dall’uso delle classificazioni dell’attaccamento per decidere la sorte di un singolo minore.

Autrici e autori Tommie Forslund (Department of Psychology, Stockholm University, e SUF Resource Center, Region Uppsala, Svezia), Pehr Granqvist (Department of Psychology, Stockholm University, Svezia), Robbie Duschinsky (Department of Public Health and Primary Care, University of Cambridge, Regno Unito) e altre 67 persone firmatarie, specialiste dell’attaccamento e dello sviluppo infantile presso università e istituzioni in Europa, America del Nord e del Sud, Africa, Asia e Oceania (elenco completo delle affiliazioni nell’articolo originale)Prima pubblicazione Attachment & Human Development, 11 gennaio 2021Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Attachment Goes to Court: Child Protection and Custody Issues, di Tommie Forslund, Pehr Granqvist, Marinus H. van IJzendoorn, Avi Sagi-Schwartz, Danya Glaser, Miriam Steele, Mårten Hammarlund, Carlo Schuengel, Marian J. Bakermans-Kranenburg, Howard Steele, Phillip R. Shaver, Ulrike Lux, John Simmonds, Deborah Jacobvitz, Ashley M. Groh, Kristin Bernard, Chantal Cyr, Nancy L. Hazen, Sarah Foster, Elia Psouni, Philip A. Cowan, Carolyn Pape Cowan, Anne Rifkin-Graboi, David Wilkins, Blaise Pierrehumbert, George M. Tarabulsy, Rodrigo A. Carcamo, Zhengyan Wang, Xi Liang, Maria Kázmierczak, Paulina Pawlicka, Lilian Ayiro, Tamara Chansa, Francis Sichimba, Haatembo Mooya, Loyola McLean, Manuela Verissimo, Sonia Gojman-de-Millán, Marlene M. Moretti, Fabien Bacro, Mikko J. Peltola, Megan Galbally, Kiyomi Kondo-Ikemura, Kazuko Y. Behrens, Stephen Scott, Andrés Fresno Rodriguez, Rosario Spencer, Germán Posada, Rosalinda Cassibba, Neus Barrantes-Vidal, Jesus Palacios, Lavinia Barone, Sheri Madigan, Karen Mason-Jones, Sophie Reijman, Femmie Juffer, R. Pasco Fearon, Annie Bernier, Dante Cicchetti, Glenn I. Roisman, Jude Cassidy, Heinz Kindler, Peter Zimmerman, Ruth Feldman, Gottfried Spangler, Charles H. Zeanah, Mary Dozier, Jay Belsky, Michael E. Lamb e Robbie Duschinsky, pubblicato in Attachment & Human Development (Taylor & Francis) (2022), doi: 10.1080/14616734.2020.1840762, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le note a piè di pagina, la dichiarazione sui conflitti di interessi, i ringraziamenti e i finanziamenti sono raggruppati nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Dal punto di vista dell’attaccamento, è un errore spezzare i legami affettivi per timore di un «attaccamento insicuro».

Tommie Forslund, Pehr Granqvist, Marinus H. van IJzendoorn et al.

Riassunto

La teoria e la ricerca sull’attaccamento sono utilizzate in molti contesti applicativi, compresi i tribunali per la famiglia, ma i malintesi sono diffusi e talvolta portano ad applicazioni errate. Lo scopo di questa dichiarazione di consenso è quindi migliorare la comprensione, contrastare la disinformazione e orientare l’uso della teoria dell’attaccamento nei tribunali per la famiglia in una direzione di sostegno e fondata sulle evidenze, in particolare per quanto riguarda le decisioni di tutela dei minori e di affidamento. L’articolo è diviso in due parti. Nella prima affrontiamo i problemi legati all’uso della teoria e della ricerca sull’attaccamento nei tribunali per la famiglia e ne discutiamo le ragioni. A tal fine esaminiamo le applicazioni della teoria dell’attaccamento nei tribunali per la famiglia nel contesto attuale del criterio dell’interesse superiore del minore, discutiamo i malintesi sulla teoria dell’attaccamento e individuiamo i fattori che ne hanno ostacolato un’attuazione corretta. Nella seconda parte formuliamo raccomandazioni per l’applicazione della teoria e della ricerca sull’attaccamento. A tal fine enunciamo tre principi dell’attaccamento: il bisogno del minore di caregiver familiari e non maltrattanti; il valore della continuità di cure sufficientemente buone; e i benefici delle reti di relazioni di attaccamento. Discutiamo inoltre l’idoneità delle valutazioni della qualità dell’attaccamento e del comportamento di accudimento a orientare le decisioni dei tribunali per la famiglia. Concludiamo che le valutazioni del comportamento dei caregiver dovrebbero occupare il centro della scena. Sebbene vi sia dissenso tra noi sull’uso delle valutazioni della qualità dell’attaccamento per orientare le decisioni di affidamento e di tutela dei minori, tali valutazioni sono attualmente più adatte a individuare e indirizzare interventi di sostegno. Infine, indichiamo alcune direzioni per guidare la futura collaborazione di ricerca interdisciplinare.

La teoria e la ricerca sull’attaccamento hanno un’enorme utilità pratica per chiunque si occupi del benessere dell’infanzia, dell’accudimento e del funzionamento familiare. Ciò è evidente fin dai primi lavori di Bowlby sugli effetti avversi delle separazioni importanti tra minore e caregiver, che hanno contribuito a cambiare le pratiche ospedaliere e hanno permesso a bambine e bambini un maggiore accesso ai genitori quando ne avevano più bisogno (Bowlby et al., 1952). Inoltre, la sensibilità del caregiver è da tempo riconosciuta come un importante predittore della qualità dell’attaccamento infantile (Ainsworth et al., 1978; De Wolff & van IJzendoorn, 1997) in molte culture (Posada et al., 2016). La qualità dell’attaccamento infantile è stata a sua volta ripetutamente collegata allo sviluppo del minore (Groh et al., 2017a; Vaughn et al., 2019). Infine, la teoria e la ricerca sull’attaccamento hanno generato numerosi interventi sull’accudimento fondati sulle evidenze, con esiti benefici per i minori e per chi se ne prende cura (Steele & Steele, 2017). Di conseguenza, la teoria e la ricerca sull’attaccamento sono diventate molto influenti e sono oggi messe in pratica in molti contesti applicativi, comprese le valutazioni e le decisioni dei tribunali per la famiglia1 (Alexius & Hollander, 2014; Crittenden & Baim, 2017). Tuttavia, la disinformazione sulla teoria e sulla ricerca sull’attaccamento è diffusa e talvolta porta ad applicazioni errate, con conseguenze negative potenzialmente gravi (per una discussione, vedi Granqvist et al., 2017; Kelly & Lamb, 2000; Nielsen, 2014).

Parole chiave: teoria dell’attaccamento; interesse superiore del minore; affidamento dei minori; tutela dei minori; tribunale per la famiglia; dichiarazione di consenso

Scopo e obiettivi

Il nostro obiettivo con questa dichiarazione di consenso è quindi contrastare la disinformazione e contribuire a orientare le applicazioni della teoria dell’attaccamento nei tribunali per la famiglia in una direzione di sostegno e fondata sulle evidenze nelle questioni relative alla tutela dei minori e alle decisioni di affidamento. Esistono già vari articoli che offrono indicazioni per la pratica giudiziaria basate sulla teoria e sulla ricerca sull’attaccamento (ad es., Byrne et al., 2005; Smith et al., 2012a), ma talvolta opinioni marginali sono state presentate come se riflettessero una posizione di consenso (ad es. Hacker & Halperin Kaddari, 2013; Schore & McIntosh, 2011). In quanto persone attive nella ricerca accademica e nella pratica professionale, con una lunga storia di studio e di utilizzo della teoria dell’attaccamento, il nostro obiettivo è offrire una posizione di consenso ponderata, basata sull’insieme concertato della ricerca sull’attaccamento. Consideriamo sia la tutela dei minori sia l’affidamento perché, nonostante differenze importanti, le somiglianze quanto ai principi di base in gioco dal punto di vista dell’attaccamento sono sufficienti a consentirne un esame congiunto. L’articolo si compone di due parti.

La Parte I, articolata in tre sezioni principali, affronta i problemi legati all’uso della teoria e della ricerca sull’attaccamento nei tribunali per la famiglia.

  • Esaminiamo le applicazioni della teoria dell’attaccamento nei tribunali per la famiglia nel contesto attuale del criterio dell’interesse superiore del minore.
  • Discutiamo i malintesi centrali riguardanti: (a) la natura dell’attaccamento, (b) l’interazione tra molteplici relazioni di attaccamento e (c) le implicazioni delle classificazioni della qualità dell’attaccamento.
  • Individuiamo i fattori che hanno ostacolato una ricezione e un utilizzo corretti della teoria dell’attaccamento tra chi opera nei tribunali per la famiglia, tra cui la pressione affinché le decisioni appaiano fondate sulle evidenze e la circolazione di resoconti inesatti della teoria dell’attaccamento.

La Parte II, anch’essa articolata in tre sezioni principali, formula raccomandazioni per l’applicazione della teoria e della ricerca sull’attaccamento nei tribunali per la famiglia.

  • Proponiamo tre principi fondamentali sull’attaccamento che chi opera nei tribunali può utilizzare nei singoli casi: (a) il bisogno di caregiver familiari e non maltrattanti; (b) il valore della continuità di cure sufficientemente buone; e (c) i benefici delle reti di relazioni di attaccamento.
  • Discutiamo l’idoneità delle valutazioni della qualità dell’attaccamento a orientare le decisioni dei tribunali per la famiglia, concludendo che tali valutazioni dovrebbero essere utilizzate principalmente per indirizzare interventi di sostegno.
  • Delineiamo alcune domande importanti per guidare la futura ricerca collaborativa tra chi opera nei tribunali per la famiglia, chi fa ricerca in questo ambito e chi studia l’attaccamento.

Sebbene tra noi vi sia consenso sulla maggior parte di questi temi, su alcune questioni le opinioni divergono. Tali divergenze possono essere una risorsa per la scienza e per le sue applicazioni: una diversità di prospettive può favorire lo sviluppo di teorie, ricerche e applicazioni sempre più valide. Abbiamo cura di indicare dove le nostre opinioni divergono e dove, di conseguenza, ulteriori ricerche possono essere particolarmente importanti. In tutto il testo offriamo le nostre riflessioni in uno spirito di apprezzamento per il difficile lavoro della pratica nei tribunali per la famiglia, e con la speranza di contribuire a un ulteriore dialogo e a un apprendimento reciproco.

Parte I: problemi legati all’applicazione della teoria e della ricerca sull’attaccamento nelle decisioni di tutela dei minori e di affidamento

Prima di proporre la sua teoria fondativa dell’attaccamento, John Bowlby aprì la sua classica trilogia (1969/1982, 1973, 1980) con un titolo, «osservazioni da spiegare» (p. 24). Analogamente, la Parte I di questa dichiarazione di consenso è dedicata alle nostre osservazioni sui problemi nell’applicazione della teoria e della ricerca sull’attaccamento nei contesti dei tribunali per la famiglia. Per aiutare a spiegare queste osservazioni, esaminiamo come il criterio dell’«interesse superiore del minore» abbia messo la teoria dell’attaccamento al proprio servizio. Mettiamo in luce i malintesi comuni che ne sono derivati e discutiamo fattori più specifici che possono aver contribuito a questi malintesi.

1 La teoria dell’attaccamento e il criterio dell’interesse superiore del minore

Il criterio dell’«interesse superiore del minore» è diventato onnipresente nelle decisioni dei tribunali per la famiglia in materia di tutela dei minori e di affidamento. Tuttavia, la sua formulazione ampia ha creato la necessità di un significato più specifico per guidare la pratica giudiziaria. Discutiamo come la dipendenza del criterio dalla teoria e dalla ricerca psicologiche abbia contribuito a portare la teoria e la ricerca sull’attaccamento nel contesto giudiziario.

1.1 La dipendenza del criterio dell’interesse superiore del minore dalla teoria e dalla ricerca psicologiche

Il Novecento ha visto lo sviluppo di un approccio all’educazione e alla genitorialità centrato sul minore. Da allora l’infanzia è ampiamente considerata preziosa in sé: si ritiene che i minori abbiano bisogno di cure affettuose per svilupparsi in modo favorevole, e si pone l’accento sulla responsabilità genitoriale di rispondere ai loro bisogni (Kohm, 2007). L’ultimo secolo e mezzo ha visto anche la graduale affermazione del criterio dell’«interesse superiore del minore», elaborato inizialmente negli Stati Uniti ma oggi generalmente associato all’articolo 3 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (UNCRC; UN General Assembly, 1989). L’UNCRC stabilisce che «in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente» (articolo 3, paragrafo 1). Questo criterio è spesso richiamato nelle decisioni relative alla tutela dei minori e all’affidamento. Il principio è stato importante per contrastare la trascuratezza dei diritti e dei punti di vista dei minori, di per sé non favorisce nessuno dei due genitori in base al genere ed è in linea con un movimento verso la discrezionalità giudiziaria, che lascia ai tribunali la libertà di valutare che cosa possa essere nell’interesse superiore di ogni minore (Schneider, 1991).

Tuttavia, la formulazione ampia del principio genera la necessità di un significato più specifico nella pratica giudiziaria. In particolare, il principio sembra richiedere resoconti delle pratiche educative ottimali e adeguate e dello sviluppo infantile, sia in generale sia nei casi specifici. Di conseguenza, il principio ha contribuito al bisogno di figure peritali e testimonianze esperte con conoscenze sull’accudimento e sullo sviluppo infantile (Mnookin, 1975), e alla richiesta che le valutazioni si basino su teorie dello sviluppo dotate di un elevato statuto scientifico.

Eppure, raccogliere e interpretare le evidenze scientifiche si è rivelato difficile in questo contesto. Sebbene le linee guida di buona pratica abbiano chiesto metodi e procedure su base empirica, molti strumenti mancano di una validità sufficiente (Emery et al., 2005). Anche l’interpretazione delle evidenze è intrinsecamente complicata. Talvolta le figure professionali della salute mentale formulano affermazioni predittive che la ricerca nelle scienze sociali non può giustificare, e chi giudica può riporre in queste affermazioni una fiducia mal riposta (Scott & Emery, 2014). In effetti, la magistratura può avere difficoltà a valutare il merito scientifico dei metodi psicologici, e i tribunali possono ammettere prove di valore scientifico scarso o sconosciuto (Neal et al., 2019). Una sfida importante riguardo ai dati scientifici deriva inoltre dalle aspirazioni contrastanti della scienza e dei tribunali: mentre la scienza generalizza (di solito dai casi individuali ai principi generali), il tribunale particolarizza (talvolta dai principi generali di nuovo ai casi individuali). Un problema comune nella pratica giudiziaria riguarda quindi il rischio di inferenze non valide sui casi individuali, tratte da tendenze e medie della ricerca a livello di gruppo (Faigman et al., 2016).

Determinare l’interesse superiore dei minori è anche molto difficile nella pratica, perché occorre soppesare i numerosi fattori che possono influenzare lo sviluppo infantile, senza perdere di vista il probabile sviluppo futuro del minore (Salter, 2012). Ad esempio, le valutazioni dovrebbero includere i fattori che influenzano lo sviluppo fisico, cognitivo e socioemotivo del minore, con la possibilità di un danno che prevale sugli altri fattori. La capacità dei caregiver di proteggere e accudire il minore è, naturalmente, importante per uno sviluppo infantile sano. Tuttavia, l’accudimento comprende una varietà di ambiti, e ambiti diversi possono avere un’importanza diversa per aspetti diversi dello sviluppo infantile. Inoltre, i fattori legati all’accudimento possono essere difficili da valutare oggettivamente e possono variare nel tempo (ad esempio per l’impatto temporaneo di problemi di salute mentale, di abuso di droghe e alcol e di fattori di stress ambientali), e le loro implicazioni a lungo termine per lo sviluppo futuro del minore sono spesso incerte. Si è quindi sostenuto che l’interesse superiore del minore possa essere indeterminabile (Mnookin, 2014) e che il principio sia applicato in modo incoerente (Emery et al., 2005; Font & Gershoff, 2020). Inoltre, chi opera nei tribunali per la famiglia può non riuscire a seguire gli sviluppi della teoria e della ricerca sullo sviluppo infantile, e le decisioni volte a promuovere l’interesse superiore dei minori possono quindi essere influenzate più dalle opinioni personali e da forze storiche e culturali che da una comprensione aggiornata della base di evidenze scientifiche (Kelly & Lamb, 2000).

1.2 L’ascesa della teoria dell’attaccamento nei tribunali per la famiglia

Il criterio dell’«interesse superiore del minore» ha portato a frequenti riferimenti alla teoria e alla ricerca sull’attaccamento, e a tentativi di valutare la qualità dell’attaccamento per orientare le decisioni di tutela dei minori e di affidamento (Aitani, 2015; Crittenden & Baim, 2017; Gauthier et al., 2004). L’interesse per la teoria e la ricerca sull’attaccamento può derivare in parte dall’enfasi dell’UNCRC sul diritto del minore a una famiglia e sull’importanza della famiglia, che indicano la centralità delle relazioni tra minore e genitori. L’attenzione all’attaccamento può derivare in parte anche dai tentativi di rendere operativo il criterio dell’interesse superiore, che in molti paesi hanno messo in evidenza l’importanza delle interazioni e delle relazioni tra minore e caregiver (per una panoramica vedi Skivenes & Sørsdal, 2018). Ad esempio, lo U.S. Marriage and Divorce Act include la relazione del minore con i genitori tra i cinque fattori su cui si basa la valutazione dell’interesse superiore del minore (Raub et al., 2013). Tuttavia, di solito non si specifica quali aspetti delle interazioni e delle relazioni tra minore e caregiver siano i più importanti, né come debbano essere valutati (Harmer & Goodman-Delhauntry, 2014). L’attaccamento può quindi sembrare di particolare rilevanza in questo contesto, in quanto rifletterebbe l’intera relazione tra minore e caregiver, o i suoi aspetti socioemotivi più importanti.

L’attenzione alle relazioni tra minore e caregiver in generale, e alla teoria dell’attaccamento in particolare, può derivare dalla presunta importanza di un solo «genitore psicologico» (ad es. la principale fonte di sicurezza e protezione del minore), e della relazione tra il minore e questo caregiver, un’idea emersa parallelamente all’introduzione del discorso sull’interesse superiore (per una discussione iniziale, vedi Goldstein et al., 1973). Da questa prospettiva si è estrapolato che il caregiver principale dovesse avere la priorità sulle altre relazioni, e alcuni Stati degli USA hanno persino imposto che il genitore psicologico fosse riconosciuto nelle determinazioni dell’interesse superiore (Jacobs, 1997).2 Le prime ricerche sull’attaccamento esaminavano di solito l’attaccamento solo in relazione al genitore che restava a casa, in genere la madre, e questo ha probabilmente fatto apparire la teoria dell’attaccamento in linea con l’idea di un unico genitore psicologico. La portata delle ricerche successive sull’attaccamento può aver rafforzato questa impressione: la grande maggioranza degli studi si è concentrata sulle madri, e i padri non sono ancora stati inclusi a sufficienza (Cowan & Cowan, 2019; Lux & Walper, 2019).

Un’altra probabile ragione dell’ascesa della teoria dell’attaccamento nei tribunali per la famiglia è che la teoria – collegando la sensibilità del caregiver alla qualità dell’attaccamento infantile (Fearon & Belsky, 2016; Lucassen et al., 2011) e la qualità dell’attaccamento infantile allo sviluppo successivo (Groh et al., 2017a) – è sembrata offrire una solida base empirica a cui ancorare le valutazioni sull’interesse superiore. In sintesi, la teoria dell’attaccamento ha chiaramente prodotto ricerche che possono essere molto pertinenti per sostenere i minori e chi se ne prende cura (Steele & Steele, 2017). Poiché l’interesse superiore del minore è il criterio delle decisioni di tutela e di affidamento (Raub et al., 2013), e poiché le decisioni dovrebbero essere fondate empiricamente e tenere conto delle relazioni tra minore e caregiver, la teoria e la ricerca sull’attaccamento sono comprensibilmente apparse pertinenti per rispondere all’esigenza dell’interesse superiore.

Un’applicazione corretta della teoria dell’attaccamento e delle valutazioni dell’attaccamento in questo contesto è stata però ostacolata da diversi fattori. In primo luogo, circola molta disinformazione sull’attaccamento in vari contesti, compresi i tribunali per la famiglia. Essa riguarda questioni fondamentali come che cosa sia l’attaccamento, la natura delle molteplici relazioni di attaccamento dei minori e che cosa si possa inferire – a livello del singolo minore – dalle valutazioni della qualità dell’attaccamento (Granqvist et al., 2017). In alcuni casi il risultato è stato un rifiuto disinformato della rilevanza dell’attaccamento da parte di chi opera nei tribunali. Ad esempio, l’High Court di Inghilterra e Galles ha recentemente stabilito che l’attaccamento non è altro che l’enunciazione dell’ovvio e si basa su una premessa centrale insostenibile, e ha dichiarato inammissibile come prova peritale una relazione di valutazione che invocava concetti legati all’attaccamento (GM v. Carmarthenshire County Council, 2018). In altri casi si è assistito a un uso eccessivo delle idee e delle misure dell’attaccamento, con una pratica sganciata dalle evidenze (per una discussione, vedi White et al., 2019).

2 Malintesi principali

La traduzione della ricerca nella pratica dipende da una comprensione corretta dei concetti e dei risultati della ricerca. Per quanto riguarda la ricerca sull’attaccamento, esistono tuttavia diversi malintesi comuni che ne hanno ostacolato una traduzione corretta nella pratica dei tribunali per la famiglia. A nostro avviso, i più importanti riguardano: 1) la natura dell’attaccamento, 2) l’interazione tra molteplici relazioni di attaccamento e 3) le implicazioni pratiche delle classificazioni della qualità dell’attaccamento.

2.1 Malintesi sulla natura dell’attaccamento

Esistono malintesi diffusi sulla natura dell’attaccamento, tra cui le convinzioni che i minori nascano già attaccati; che l’attaccamento coincida con la qualità dell’attaccamento; che singoli comportamenti rivelino la qualità dell’attaccamento; e che la qualità dell’attaccamento coincida con la qualità della relazione, con la sensibilità del caregiver o con la «forza» dell’attaccamento.

2.1.1 L’assunto che l’attaccamento coincida con la qualità dell’attaccamento

L’attaccamento non è la stessa cosa della qualità dell’attaccamento, ma i due concetti vengono spesso confusi. L’attaccamento si riferisce a un legame affettivo in cui un individuo è motivato a cercare e mantenere la vicinanza e il conforto di particolari persone familiari (Bowlby, 1969/1982). I minori nascono con una predisposizione a sviluppare questa motivazione nei confronti di altre persone significative («figure di attaccamento») che siano state sufficientemente presenti e responsive. Per i minori, queste persone sono di solito i loro caregiver. Si ritiene che la motivazione sia regolata da un sistema comportamentale di attaccamento. Questo sistema cerca di mantenere un certo grado di vicinanza tra il minore e le figure di attaccamento, e la soglia del livello desiderato cambia dinamicamente in risposta a segnali interni ed esterni. La motivazione ad aumentare la vicinanza si attiva quando una persona è allarmata da segnali interni (ad es. dolore, malattia) e/o esterni (ad es. stimoli che suscitano paura, separazione), e si manifesta in una tendenza a cercare la disponibilità di una figura di attaccamento. Quando il sistema di attaccamento è fortemente attivato, si cerca in genere una qualche forma di contatto fisico con una figura di attaccamento, soprattutto nella prima infanzia, anche se più avanti nello sviluppo questo contatto può essere ottenuto anche con mezzi non fisici. Tra le condizioni più importanti per la disattivazione del sistema di attaccamento vi è la percezione che una figura di attaccamento sia accessibile e responsiva, capace cioè di offrire un porto sicuro quando il piccolo è allarmato. I caregiver che hanno regolarmente interagito con il piccolo e lo hanno protetto quando era allarmato finiscono di solito per essere rappresentati come qualcuno a cui potersi rivolgere nel bisogno (cioè come un porto sicuro). È importante notare che anche i caregiver più sensibili e responsivi necessariamente «si sintonizzano altrove» di tanto in tanto: per andare in bagno, preparare un tè o persino affidare temporaneamente l’accudimento a un’altra persona di fiducia, familiare al piccolo, mentre si occupano di altre faccende. Il fatto che un caregiver offra un porto sicuro non implica dunque che questa persona sia costantemente accessibile per il piccolo, fisicamente o anche solo psicologicamente, né che il minore abbia un attaccamento sicuro con quel caregiver. Al contrario, essere fisicamente presenti non significa necessariamente che un caregiver sia emotivamente disponibile.

Nella ricerca sull’attaccamento nella prima infanzia, lo sviluppo di una relazione di attaccamento si misura di solito osservando se il minore mostra selettività nell’indirizzare i propri segnali specificamente verso i propri caregiver, in particolare quando è allarmato.

Altri indici dell’avvenuta instaurazione di una relazione di attaccamento sono la protesta del minore contro le separazioni involontarie dal caregiver, spesso accompagnata dallo sviluppo della diffidenza verso gli estranei (Bowlby, 1969/1982).

La qualità dell’attaccamento, invece, si riferisce alle variazioni nelle aspettative dei minori circa la disponibilità (accessibilità e responsività) della loro figura di attaccamento nei momenti di bisogno (Ainsworth et al., 1978). La qualità dell’attaccamento presuppone che il minore abbia innanzitutto sviluppato una relazione di attaccamento, e la qualità dell’attaccamento è colta dal modo in cui la motivazione del minore a cercare e mantenere la disponibilità del caregiver si esprime nella relazione. Quasi tutti i minori formano almeno una relazione di attaccamento e la maggior parte ne forma molteplici (Posada et al., 2013); ciò che varia è la qualità di queste relazioni di attaccamento. Nella ricerca sull’attaccamento, codificatrici e codificatori formati e certificati colgono la qualità dell’attaccamento attraverso osservazioni standardizzate della capacità relativa del minore di usare il caregiver come porto sicuro a cui rivolgersi per avere protezione, e come base sicura da cui esplorare l’ambiente. Le relazioni di attaccamento sicuro sono indicate da comportamenti che suggeriscono che il minore si aspetta che la figura di attaccamento sia disponibile nei momenti di bisogno; l’attaccamento insicuro, da comportamenti che suggeriscono l’aspettativa di una relativa indisponibilità.

2.1.2 L’assunto che la qualità dell’attaccamento infantile coincida con la sensibilità del caregiver

Si pensa spesso che la qualità dell’attaccamento infantile costituisca l’immagine speculare della «sensibilità» del caregiver, ossia la capacità di notare i segnali del minore, interpretarli correttamente e rispondervi in modo tempestivo e appropriato (Ainsworth et al., 1974). Questa percezione è stata probabilmente rafforzata dalla teoria e dalla ricerca che sottolineano l’associazione tra la sensibilità del caregiver e la qualità dell’attaccamento infantile (Ainsworth et al., 1978). In effetti, l’associazione è stata replicata in molti studi condotti in numerosi paesi e culture, e la ricerca meta-analitica ha mostrato che l’attaccamento infantile sicuro è associato a un comportamento di accudimento più sensibile sia nelle madri (r = .24 [d = .49]; De Wolff & van IJzendoorn, 1997) sia nei padri (r = .12; Lucassen et al., 2011). Inoltre, si è constatato che l’attaccamento infantile è modificabile, da insicuro a sicuro, negli interventi che portano a una maggiore sensibilità del caregiver (Bakermans-Kranenburg et al., 2003). Tuttavia, sebbene l’associazione tra sensibilità del caregiver e attaccamento infantile sia significativa e degna di nota, la sua entità è da piccola a moderata, e occorre cautela nell’inferire la sensibilità del caregiver dalla qualità dell’attaccamento del minore. Certo, diversi fattori possono aumentare l’errore di misura nella ricerca e quindi attenuare le associazioni (ad es. osservazioni molto brevi della sensibilità del caregiver). Ciononostante, anche altri comportamenti di accudimento oltre alla sensibilità possono essere importanti per la qualità dell’attaccamento infantile. Potrebbero, ad esempio, avere un ruolo fattori contestuali più ampi e le disposizioni biologiche del minore nel modellarne la suscettibilità all’accudimento (Belsky et al., 2007). L’associazione più debole per i padri riflette probabilmente, in parte, il minor tempo che in media trascorrono con i piccoli nei campioni studiati finora. Inoltre, sebbene i minori possano sviluppare relazioni di attaccamento sicuro con i padri come con le madri, si è ipotizzato che altri fattori favoriscano lo sviluppo della sicurezza dell’attaccamento con i padri (Grossmann et al., 2008; Zimmerman, 2017). Presumibilmente a causa di norme di genere diverse, le misure della sensibilità e della funzione di porto sicuro possono avere, in media, minore acutezza per i padri che per le madri, mentre le misure della funzione di base sicura possono essere relativamente più importanti per la sicurezza dell’attaccamento ai padri.

2.1.3 L’assunto che la qualità dell’attaccamento coincida con la qualità della relazione

Si è sostenuto (ad es., Shemmings, 2018) che il termine «attaccamento» possa essere fuorviante e che chi opera nei tribunali dovrebbe sostituirlo con la parola «relazione» nei propri atti e nelle proprie relazioni. Il termine relazione è utile di per sé, perché le relazioni comprendono molteplici ambiti di interazione e molteplici qualità, e i tribunali per la famiglia dovrebbero voler ottenere una visione ampia della qualità dell’accudimento. Tuttavia, usare relazione come sostituto di attaccamento comporta rischi seri. In particolare, rischia di alimentare l’assunto errato che la qualità della relazione e la qualità dell’attaccamento siano concetti equivalenti. La qualità dell’attaccamento costituisce un aspetto importante delle relazioni per i minori, ma sollecitiamo il riconoscimento di molti altri aspetti importanti delle relazioni, come le cure fisiche di base, il gioco, la supervisione, l’insegnamento/apprendimento, la definizione di norme di condotta, la disciplina e il sostegno strumentale (Zeanah et al., 2000). La qualità dell’attaccamento non dovrebbe quindi essere equiparata alla qualità complessiva della relazione.

2.1.4 L’assunto che singoli comportamenti rivelino la sicurezza dell’attaccamento

Talvolta si è frettolosamente presunto che un minore avesse un attaccamento insicuro se piangeva, o se non piangeva, in presenza del caregiver (Bullens, 2003). Eppure la qualità dell’attaccamento non può essere determinata da comportamenti isolati come il pianto. In primo luogo, le manifestazioni di comportamento di attaccamento come il pianto dipendono dal fatto che il minore sia stato allarmato o meno. In secondo luogo, i minori possono usare comportamenti diversi in situazioni diverse per cercare la disponibilità del caregiver, a seconda dei vincoli situazionali. Così, un piccolo con attaccamento sicuro, esposto a un rumore minaccioso, può piangere per aumentare la vicinanza al caregiver quando è seduto su un seggiolone, ma avvicinarsi al caregiver per ricevere conforto (piangendo o meno) quando è libero di muoversi. Inoltre, un comportamento isolato come il pianto può dipendere da fattori diversi dall’attaccamento. Ad esempio, il fatto che un minore vada o meno in difficoltà è legato a differenze individuali di temperamento (cioè differenze individuali di reattività e di regolazione a base biologica; Belsky & Rovine, 1987; Groh et al., 2017b). Nelle valutazioni della qualità dell’attaccamento si esamina quindi con cura come i vari comportamenti si collegano tra loro al servizio dell’uso del caregiver come porto sicuro e base sicura, tenendo debitamente conto del contesto di questi comportamenti (Ainsworth et al., 1978).

2.1.5 L’assunto che i minori nascano già attaccati

I minori nascono con la capacità di comportamenti di ricerca di cura e con una predisposizione a formare relazioni di attaccamento. Tuttavia, le relazioni di attaccamento si costruiscono nel tempo, attraverso interazioni ricorrenti con i caregiver, e dipendono dalla possibilità di sviluppare aspettative sull’accessibilità e sulla responsività della figura di attaccamento. In effetti, le relazioni di attaccamento si osservano di solito solo a partire dall’ultimo trimestre del primo anno di vita. Prima di allora è senza dubbio possibile valutare aspetti dell’accudimento, ad esempio la sensibilità nell’accudimento (Pederson & Moran, 1995). Tuttavia, attualmente non è consigliabile valutare la qualità dell’attaccamento del minore prima dell’età di circa un anno.

2.1.6 L’assunto che la qualità dell’attaccamento coincida con la forza dell’attaccamento

L’attaccamento insicuro viene talvolta caratterizzato in modo inesatto come attaccamento «debole» (per una discussione, vedi Schofield & Walsh, 2010). I piccoli della specie umana sono molto vulnerabili e dipendono a lungo dal sostegno di chi se ne prende cura, e la capacità di sviluppare relazioni di attaccamento sembra universale negli esseri umani (Bowlby, 1969/1982; Mesman et al., 2016). In effetti, i minori sviluppano relazioni di attaccamento anche se i loro caregiver sono rifiutanti, sensibili in modo incostante o maltrattanti (Simpson & Belsky, 2016). Inoltre, sebbene alcuni tipi di relazioni di attaccamento siano definiti «insicuri», sono comunque considerati strategie adattive per il minore, che possono massimizzare la disponibilità potenziale di un caregiver (Main, 1990). E una relazione di attaccamento insicuro non significa che il caregiver non sia mai un porto sicuro per il minore.

Per queste ragioni, è fuorviante parlare di attaccamento forte o debole come equivalente di attaccamento sicuro e insicuro. In effetti, alcuni minori con relazioni di attaccamento insicuro mostrano forti tentativi di cercare un caregiver familiare, mescolati a rabbia verso quel caregiver. Inoltre, alcuni minori con relazioni di attaccamento sicuro fanno pochi tentativi di cercare il caregiver, anche quando sono moderatamente allarmati, perché sono fiduciosi nella sua disponibilità. I termini «forte» e «debole» non sono quindi in genere usati da chi fa ricerca sull’attaccamento, e mai in riferimento a minori che hanno avuto tempo e interazioni sufficienti con un caregiver per sviluppare un attaccamento. L’assenza di attaccamento verso i caregiver è estremamente rara e si osserva di solito solo nei minori che non hanno avuto tempo sufficiente per sviluppare relazioni di attaccamento (ad es. a causa di un recente collocamento in una nuova situazione di accudimento, come l’affido familiare) o nei pochissimi minori che non hanno avuto occasioni sufficienti per riconoscere un caregiver come familiare (ad es. a causa di una crescita in istituto; Zeanah et al., 2005).

2.2 Malintesi sull’interazione tra molteplici relazioni di attaccamento

In questa sezione discutiamo i malintesi sull’importanza di sviluppare un attaccamento verso un particolare caregiver («il genitore psicologico») anziché verso più di uno. Esaminiamo come questi malintesi si siano espressi dopo il divorzio dei genitori, influenzando potenzialmente sia (1) le decisioni di affidamento sia (2) le disposizioni sui pernottamenti. Sosteniamo che, per giungere a decisioni legittime su queste questioni, i tribunali debbano prestare attenzione al contesto di sviluppo del singolo minore.

2.2.1 Molteplici relazioni di attaccamento e decisioni di affidamento

Si presume spesso che una relazione di attaccamento con una persona vada a scapito delle altre relazioni di attaccamento, e che le decisioni sull’interesse superiore debbano massimizzare la probabilità di un attaccamento sicuro con un unico «caregiver principale». Ad esempio, le decisioni di affidamento sono state descritte come un modo di «bilanciare il beneficio di un attaccamento sicuro a un genitore con il beneficio di formare attaccamenti con entrambi i genitori» (Tornello et al., 2013, p. 871). Tuttavia, i minori possono sviluppare e mantenere relazioni di attaccamento sicuro con più caregiver contemporaneamente, se trascorrono abbastanza tempo insieme e se i caregiver rispondono in modi che offrono al minore un porto sicuro nei momenti di bisogno (Kelly & Lamb, 2000). Sebbene attualmente non sappiamo quanto tempo sia necessario per lo sviluppo e il mantenimento delle relazioni di attaccamento, le decisioni di dare categoricamente la priorità a un solo genitore possono ostacolare la possibilità del minore di formare e conservare attaccamenti con altri caregiver.

Va notato che, mentre un contatto scarso tra i minori piccoli e i loro caregiver non affidatari (di solito i padri) predice un contatto scarso o nullo anche in futuro (Cheadle et al., 2010), l’affidamento fisico condiviso è associato a relazioni più durature con il genitore non convivente (Steinbach, 2019). Tuttavia, come osserva Steinbach (2019), la maggior parte delle ricerche che hanno rilevato effetti positivi dell’affidamento fisico condiviso è stata condotta in contesti di basso conflitto tra i genitori e con minori più grandi provenienti da famiglie di status socioeconomico elevato. Sono quindi necessarie ricerche in altri contesti. Eppure, con l’aumento del tempo e della varietà del coinvolgimento paterno nella crescita dei minori in tutto il mondo, gli studi hanno messo in evidenza gli effetti benefici e specifici del padre sulla maturazione neurobiologica del minore (Feldman et al., 2019) e sullo sviluppo delle competenze sociali, in particolare sulla capacità del minore di gestire l’aggressività (Bacro & Macario de Medeiros, 2020; Feldman et al., 2013). Privare i minori della possibilità di relazioni con i loro padri non è quindi, in genere, nel loro interesse superiore. In effetti, anche nelle famiglie tradizionali con un coinvolgimento paterno da basso a moderato, studi longitudinali hanno mostrato effetti positivi della sensibilità paterna sullo sviluppo del minore (Grossmann et al., 2008).

Le prime affermazioni di Bowlby indicavano che una relazione primaria avesse un’importanza speciale. Tuttavia, Bowlby cambiò in seguito idea a questo riguardo (Bowlby, 1984), e in effetti da decenni non è questa la posizione della grande maggioranza di chi fa ricerca sull’attaccamento (Duschinsky, 2020). Chi fa ricerca sull’attaccamento ritiene in genere che gli esseri umani si siano evoluti con l’aspettativa di una rete limitata di relazioni di attaccamento con persone particolari e familiari a cui rivolgersi nei momenti di bisogno (Abraham & Feldman, 2018; van IJzendoorn, 2005). Questo fenomeno dei caregiver multipli è infatti la norma in molti contesti culturali (Hrdy, 2011). Si è inoltre constatato che la presenza di più caregiver e di una rete di relazioni di attaccamento costituisce un fattore protettivo nello sviluppo infantile, poiché un attaccamento sicuro con una persona attenua le implicazioni dell’insicurezza in altre relazioni (Bacro et al., 2020; Boldt et al., 2014; Egeland et al., 1988; Saunders et al., 2011; van IJzendoorn et al., 1992). Analogamente, nelle culture in cui la convivenza con la famiglia allargata è la norma, i minori non solo traggono beneficio da molteplici attaccamenti extragenitoriali con i parenti, ma tali attaccamenti possono attenuare alcune delle difficoltà osservate nella relazione tra madre e minore, ad esempio quando la madre è depressa (Feldman & Masalha, 2007). Evidenze convergenti suggeriscono quindi che ogni relazione di attaccamento è importante, e che i minori traggono beneficio dall’avere più di un porto sicuro (Dagan & Sagi-Schwartz, 2018).

Sarebbe un errore dedurre da questa discussione che un minore possa formare innumerevoli attaccamenti di pari importanza; esistono certamente dei limiti, anche se non ben specificati (van IJzendoorn et al., 2020). Inoltre, il minore (soprattutto nei primi anni) può comunque preferire uno o alcuni caregiver rispetto ad altri quando si tratta di soddisfare i bisogni di attaccamento (Bacro et al., 2020). Ciononostante, il significato psicologico ed evolutivo di tale preferenza non è evidente. Ad esempio, questa preferenza si osserva di solito solo quando più di un caregiver è accessibile in quel momento, e non sembra dipendere dalla qualità dell’attaccamento ai rispettivi genitori (Umemura et al., 2013; Zimmerman, 2017). Inoltre, le preferenze momentanee del minore possono dipendere da fattori contestuali (Lamb, 2018). Va tuttavia notato che attualmente non vi sono conoscenze scientifiche sufficienti sulle preferenze dei minori nei contesti di conflitto tra i genitori e di controversie sull’affidamento.

Sulla base dell’insieme concertato delle ricerche, la maggior parte di chi studia l’attaccamento concorda sul fatto che le relazioni di attaccamento del minore con tutti i suoi caregiver abituali sono importanti e vanno sostenute. Ciò su cui le posizioni divergono – anche tra chi firma il presente articolo – è se la relazione con il caregiver «più familiare» possa avere un’importanza particolare come porto sicuro nei primissimi anni di vita, e se a questo caregiver – nel contesto delle decisioni di affidamento – debba di conseguenza essere assegnato più tempo con il minore finché lo sviluppo cognitivo di quest’ultimo non renda più tollerabili le separazioni dal caregiver più familiare (ad es. Main et al., 2011; Sroufe & McIntosh, 2011; questa posizione è stata criticata da Lamb, 2012, 2018). Le ricerche attuali sono tuttavia troppo scarse per dare una risposta empirica definitiva e lineare a questa domanda. Ciò dipende in parte dal fatto che la risposta probabilmente varia a seconda del contesto, come la cultura (ad es. orientamenti prevalentemente individualistici, interdipendenti o collettivistici), i fattori familiari (ad es. una ripartizione paritaria o meno delle responsabilità di accudimento tra i coniugi, il conflitto tra i genitori dopo il divorzio) e lo sviluppo del minore (ad es. la prima infanzia rispetto a un’età un po’ più avanzata). Esortiamo chi opera nei tribunali a considerare queste circostanze contestuali pertinenti nel definire le disposizioni di affidamento dei minori, ma a perseguire, ove possibile, un contatto continuo con entrambi i caregiver.

Quando un «secondo» caregiver – per qualsiasi ragione – è stato marcatamente poco coinvolto nell’accudimento e nelle altre forme di interazione con il minore prima del divorzio, è importante che il minore abbia la possibilità di abituarsi gradualmente a ricevere le cure di quel caregiver dopo il divorzio, prima che a quest’ultimo venga assegnato un tempo pressoché paritario di responsabilità di accudimento (Kelly & Lamb, 2000, 2003; Warshak, 2014). Ciò vale in particolare per i lattanti e i bambini ai primi passi che stanno per formare, o hanno appena formato, attaccamenti selettivi con il caregiver o i caregiver con cui hanno avuto una storia di interazione continuativa. Va notato che questa discussione riguarda specificamente la funzione di porto sicuro, e non altri aspetti della relazione. Come osservano Main e il suo gruppo (2011), un caregiver non convivente può svolgere altre importanti funzioni relazionali per il minore (ad es. l’interazione ludica), per cui avere un contatto regolare con questo caregiver giova di solito allo sviluppo del minore ben oltre il graduale adattamento alle sue cure.

È un peccato che talvolta si ritenga che la teoria e la ricerca sull’attaccamento offrano un sostegno indiscriminato a una forma di affidamento rispetto a tutte le altre. Talvolta la teoria è stata descritta come favorevole a privilegiare un unico genitore psicologico, di solito la madre. In altri casi, si è sostenuto che la teoria prescriva categoricamente l’affidamento fisico condiviso, con una ripartizione paritaria del tempo indipendentemente dall’età del minore, compresi passaggi tra le due case ogni giorno o a giorni alterni. Un esempio particolare della prima posizione si trova nella Tender Years Doctrine, in base alla quale l’affidamento spetta automaticamente alla madre per i minori al di sotto di una certa «tenera» età. Sebbene sia stata formalmente sostituita dal criterio dell’interesse superiore del minore nella maggior parte dei paesi, si è sostenuto che la Tender Years Doctrine continui a influenzare le decisioni di affidamento (per una discussione, vedi Artis, 2004). Inoltre, è ancora attivamente applicata in alcuni paesi, con o senza riferimento alla teoria dell’attaccamento (Aitani, 2015; The National People’s Congress of the People’s Republic of China, 2020).

Uno di questi paesi è Israele, dove l’affidamento dei minori di età inferiore ai sei anni spetta automaticamente alla madre, salvo circostanze del tutto particolari in cui la madre è ritenuta inidonea. In Israele la Doctrine è stata difesa da voci influenti del mondo giuridico, sostenute da riferimenti disinformati alla teoria dell’attaccamento (Hacker & Halperin Kaddari, 2013). In risposta a chi aveva sostenuto che la responsabilità genitoriale paritaria fosse implicata dalla teoria e dalla ricerca sull’attaccamento (Joels & Sagi-Schwartz, 2012), Hacker e Halperin Kaddari (2013) hanno citato un numero speciale di Family Court Review con contributi di un gruppo selezionato di figure della ricerca sull’attaccamento (McIntosh, 2011). Sostenevano che vi fosse un consenso generale sul fatto che nella prima infanzia si formi un attaccamento primario con un solo caregiver e che le disposizioni genitoriali nelle situazioni di divorzio dovessero riflettere questo consenso (per una discussione, vedi Warshak, 2014, vs McIntosh et al., 2015). Come discusso sopra, questa non è una posizione di consenso. Ma, cosa ancora più importante, siamo pienamente concordi sul fatto che l’instaurazione finale di una rete di relazioni di attaccamento sia in genere un fattore protettivo a lungo termine e quindi un esito auspicabile dello sviluppo infantile. Siamo inoltre pienamente concordi sul fatto che le perdite e le separazioni permanenti dalle figure di attaccamento siano di per sé fattori di rischio da prevenire, ove possibile, nello sviluppo infantile.

2.2.2 Molteplici relazioni di attaccamento e pernottamenti

Una questione collegata è l’argomento secondo cui i pernottamenti presso caregiver non conviventi sarebbero intrinsecamente dannosi per i minori più piccoli e andrebbero scoraggiati nelle disposizioni di affidamento. Tali affermazioni derivano in parte da un eccessivo affidamento su uno studio precoce e male interpretato di Solomon e George (1999). Lo studio concludeva che le disposizioni di cogenitorialità che includevano pernottamenti presso l’altro genitore erano associate a un’insicurezza dell’attaccamento verso il genitore convivente. Tuttavia, i loro stessi dati indicavano in realtà una differenza non significativa e che il conflitto tra i genitori era un predittore migliore dell’insicurezza (van IJzendoorn et al., 2019; vedi anche Lamb, 2018). Solomon (2013) ha in seguito criticato l’uso del loro studio per argomentare contro i pernottamenti presso i genitori non conviventi. Inoltre, la maggior parte delle evidenze attuali non indica effetti negativi sulla sicurezza dell’attaccamento (Lamb, 2018; vedi anche Fabricius & Suh, 2017). Ciononostante, lo studio di Solomon e George (1999) viene spesso citato per dimostrare i potenziali pericoli dei pernottamenti presso il genitore non convivente (ad es. Tornello et al., 2013; McIntosh et al. 2013; per una discussione vedi Pruett et al., 2016).

A proposito del modo in cui i piccoli trascorrono la notte, uno studio condotto nei kibbutz israeliani (Sagi et al., 1994) ha rilevato che i pernottamenti con sorveglianti notturne non familiari, in sistemazioni di sonno collettivo, erano associati a tassi elevati di insicurezza dell’attaccamento verso le madri. Pur essendo importanti, questi risultati non dicono nulla sulla questione se i pernottamenti presso genitori non conviventi abbiano effetti avversi sulle relazioni di attaccamento con i genitori conviventi. Più precisamente, lo studio sui kibbutz suggeriva che le sistemazioni notturne in cui il minore non ha accesso ad alcun porto sicuro familiare potrebbero avere un impatto negativo sulla sicurezza dell’attaccamento, a causa di effetti negativi sulle aspettative del minore circa la disponibilità delle proprie figure di attaccamento.

Da un punto di vista puramente legato all’attaccamento, una parte di noi ipotizza che la casa sia dove si trovano i caregiver familiari del minore, e ipotizza inoltre che la sicurezza dell’attaccamento dei minori regolarmente accuditi da entrambi i caregiver prima del divorzio difficilmente venga compromessa dai pernottamenti presso l’uno o l’altro di questi caregiver dopo il divorzio, indipendentemente dall’età del minore. Altre persone tra noi ipotizzano che l’eventualità che i pernottamenti presso un genitore non convivente abbiano effetti avversi sullo sviluppo dipenda probabilmente dallo stesso insieme di fattori contestuali discussi sopra (cioè evolutivi, familiari, culturali). Sebbene non esista una letteratura scientifica su cui basare raccomandazioni precise legate all’età, ipotizziamo di comune accordo che i pernottamenti non dovrebbero porre problemi a partire dall’età prescolare, se entrambi i caregiver si sono regolarmente presi cura del minore prima del divorzio. Al contrario, un lattante o un bambino ai primi passi che abbia avuto pochissime occasioni di sviluppare aspettative di porto sicuro nei confronti di uno dei caregiver può trovare più difficile, almeno all’inizio, trascorrere la notte con quel caregiver dopo il divorzio. Naturalmente i minori possono anche incontrare difficoltà iniziali legate a fattori diversi da aspettative di porto sicuro insufficientemente sviluppate, come la scarsa familiarità con il nuovo ambiente fisico di un caregiver. Tuttavia, i minori che hanno sviluppato chiare aspettative di porto sicuro verso entrambi i caregiver probabilmente si adatteranno in tempi relativamente brevi e affronteranno bene i pernottamenti in entrambe le case. Sono comunque necessarie ulteriori ricerche per stabilire quale grado di familiarità sia necessario perché il minore senta di avere a disposizione un porto sicuro quando trascorre la notte con un caregiver non convivente, o del resto con qualsiasi altro caregiver di una rete di attaccamento.

Molte persone che fanno ricerca sull’attaccamento ritengono che l’affidamento fisico a un dato caregiver e i pernottamenti presso di lui o di lei possano facilitare lo sviluppo di una relazione di attaccamento del minore con quel caregiver (Lamb et al., 1997). Una ragione è che il sistema di attaccamento del minore sarebbe completato da un sistema di accudimento nei caregiver, che – come il sistema di attaccamento del minore – è malleabile e aperto agli input dell’ambiente (George & Solomon, 2008). Privare gravemente un caregiver del tempo con il proprio figlio o la propria figlia e delle responsabilità di accudimento può quindi influire non solo sulla capacità del minore di sviluppare e mantenere una relazione di attaccamento con quel caregiver. Può anche avere effetti sfavorevoli sul sistema di accudimento del caregiver, che può risultarne ostacolato. Tuttavia, nessuna ricerca empirica suggerisce che i pernottamenti siano essenziali (cioè una condizione necessaria) per lo sviluppo di una relazione di attaccamento.

Infine, le decisioni relative all’affidamento e alla ripartizione del tempo, comprese le sistemazioni per la notte, dovrebbero tenere conto anche della capacità dei caregiver di cooperare dopo il divorzio. In alcuni paesi la teoria dell’attaccamento viene invocata per giustificare categoricamente l’affidamento fisico condiviso, con scarsa considerazione per fattori contestuali come il conflitto tra i genitori e la capacità di cooperare. Il conflitto tra i genitori dopo il divorzio è stato collegato a una serie di effetti negativi sull’adattamento del minore (Tan et al., 2018; van IJzendoorn, 2019), anche sul suo attaccamento (Brown et al., 2010; Solomon & George, 1999). Il conflitto e l’ostilità tra i genitori possono minare non solo le proprie competenze genitoriali, ma anche la propria capacità di lasciare che l’altro genitore si prenda cura del minore (Grossmann, 2013), con ripercussioni negative per il minore che si trova nel mezzo. Per affrontare queste difficoltà sono stati sviluppati interventi che sostengono il coinvolgimento dei caregiver e riducono il conflitto tra i genitori dopo il divorzio, con risultati promettenti (Pruett et al., 2016).

2.3 Le implicazioni delle classificazioni della qualità dell’attaccamento

Le classificazioni dell’attaccamento sono spesso fraintese e usate in modo improprio nei contesti applicativi, e riconosciamo che la comunità di ricerca sull’attaccamento, compresi molti di noi, ha talvolta contribuito involontariamente a questa situazione (Duschinsky, 2020). Abbiamo occasionalmente promosso i nostri metodi di valutazione della qualità dell’attaccamento ed esagerato le implicazioni dei risultati pertinenti senza riconoscerne esplicitamente i vincoli e i limiti. Con il senno di poi, è evidente che avremmo dovuto essere più cauti. Le misure di valutazione della qualità dell’attaccamento, quando sono usate da codificatrici e codificatori formati e certificati in contesti validati, sono strumenti notevoli per la ricerca a livello di gruppo. Sorgono però interrogativi sulla trasferibilità della validità di queste misure ai contesti dei tribunali per la famiglia e ai singoli minori (e caregiver). La questione chiave è naturalmente se le valutazioni della qualità dell’attaccamento forniscano informazioni utili per orientare le decisioni di affidamento e di tutela dei minori. Informazioni valide sulla qualità dell’attaccamento di un singolo minore possono offrire indicazioni preziose sulla sua relazione con un dato caregiver e potrebbero, in linea di principio, aumentare la capacità delle figure professionali di prevederne il probabile sviluppo. Tuttavia, come discusso più avanti, le dimensioni degli effetti delle associazioni tra la qualità dell’attaccamento infantile, i comportamenti di accudimento pertinenti e lo sviluppo successivo del minore sono da piccole a moderate. Di conseguenza, le misure dell’attaccamento non hanno un potere predittivo sufficiente per fungere da «indicatori» autonomi della storia di accudimento dei singoli minori o del loro sviluppo futuro.

2.3.1 L’assunto che le classificazioni dell’attaccamento forniscano informazioni affidabili e valide sulla storia di accudimento e sulle prospettive di sviluppo del singolo minore

Talvolta si tenta di valutare la qualità dell’attaccamento per orientare le valutazioni dell’accudimento e le decisioni dei tribunali per la famiglia in materia di tutela dei minori e di affidamento (Aitani, 2015; Crittenden & Baim, 2017; Gauthier et al., 2004). Le misure dell’attaccamento sono state però sviluppate e validate per la ricerca a livello di gruppo, e la validità per la ricerca a livello di gruppo non si traduce automaticamente in una validità sufficiente per la diagnosi o la previsione a livello individuale (Neal et al., 2019; van IJzendoorn et al., 2018a). Nelle scienze mediche e nei contesti clinici, gli strumenti diagnostici devono avere una «sensibilità» e una «specificità» elevate per essere considerati utili. Mentre la sensibilità si riferisce alla proporzione di «veri positivi» identificati correttamente (ad es. minori con attaccamento sicuro correttamente classificati come sicuri), la specificità si riferisce alla proporzione di «veri negativi» (ad es. minori con attaccamento insicuro correttamente identificati come non sicuri). I test possono avere una sensibilità e una specificità entrambe elevate, anche se un test con un’alta sensibilità può avere una specificità ridotta se produce molti «falsi positivi» (ad es. identificando come sicuri la maggior parte dei minori con attaccamento sicuro, ma identificando come sicuri anche molti minori con attaccamento insicuro). Per quanto riguarda le valutazioni dell’attaccamento nel contesto attuale, le considerazioni su sensibilità e specificità possono essere estese alla capacità retrodittiva e predittiva degli strumenti; ad esempio, la capacità di identificare i minori con attaccamento sicuro che hanno ricevuto cure sensibili e che si sviluppano in modo favorevole, così come i minori con attaccamento insicuro che non hanno ricevuto cure sensibili e che non si sviluppano in modo favorevole.

Pochi strumenti psicologici – o, del resto, biomedici – sviluppati per la ricerca a livello di gruppo hanno una sensibilità e una specificità sufficienti per un uso diagnostico valido e per la previsione dello sviluppo a livello individuale (Neal et al., 2019). I problemi di precisione psicometrica e di potere predittivo sono forse particolarmente evidenti per le valutazioni nella prima infanzia. Le valutazioni dell’attaccamento sono infatti tra le misure della prima infanzia più potenti nel predire lo sviluppo successivo del minore nella ricerca a livello di gruppo (Groh et al., 2017a). Che la maggior parte degli strumenti psicologici abbia da sola un potere predittivo insufficiente non dovrebbe sorprendere: lo sviluppo umano è davvero complesso, per cui non ci si dovrebbe aspettare che uno strumento spieghi la maggior parte della varianza degli esiti evolutivi. È comunque importante notare che le attuali misure dell’attaccamento hanno una sensibilità e una specificità limitate per predire lo sviluppo dei singoli minori o per ricostruire retrospettivamente le cure da loro ricevute (van IJzendoorn et al., 2018a). In particolare, un’alta proporzione dei minori classificati come insicuri si sviluppa in modo favorevole e ha ricevuto cure almeno sufficienti (se non costantemente sensibili).

La capacità predittiva delle misure dell’attaccamento a livello di gruppo, insieme alla loro limitata sensibilità e specificità per la previsione a livello individuale, ha contribuito a opinioni diverse tra noi, che facciamo ricerca sull’attaccamento, sulla loro utilità per orientare le decisioni dei tribunali per la famiglia, in particolare in materia di tutela dei minori. Una parte di noi vorrebbe vedere una validità più elevata (soprattutto in termini di sensibilità e specificità) per la previsione a livello individuale prima di sostenere l’uso di queste misure per orientare le decisioni di collocamento fuori dalla famiglia. Altre persone tra noi ritengono che le misure dell’attaccamento possano essere utili come contributo al «quadro più ampio», se usate insieme ad altre misure. Queste divergenze di opinione, che discutiamo più avanti, dipendono in parte da visioni diverse su quanto debbano essere elevati gli standard perché uno strumento scientifico sia ritenuto utile per orientare le decisioni dei tribunali per la famiglia.

2.3.2 L’assunto che l’attaccamento sicuro equivalga alla salute psicosociale, preveda la salute psicosociale a livello individuale e fornisca un indice dell’interesse superiore del minore

La ricerca meta-analitica ha mostrato che l’attaccamento sicuro nell’infanzia è associato in seguito a una maggiore competenza sociale (d = .39) e a minori problemi esternalizzanti (d = .31) e internalizzanti (d = .15; Groh et al., 2017a). Queste dimensioni degli effetti sono degne di nota e hanno rilevanza in termini di effetti mediati su molti minori e molti studi (Funder & Ozer, 2019). L’attaccamento sicuro è in genere un fattore protettivo nello sviluppo umano (Scott et al., 2011), e ne consegue che le politiche e gli interventi che favoriscono un accudimento sensibile e l’attaccamento sicuro hanno un’utilità pratica (Bachmann et al., 2019). Queste dimensioni degli effetti potrebbero anche essere considerate pragmaticamente adeguate per giustificare l’uso delle misure della sicurezza dell’attaccamento nei tribunali per la famiglia, soprattutto considerando che molti altri strumenti disponibili hanno una validità predittiva inferiore o sconosciuta. Le valutazioni validate dell’attaccamento, se condotte da codificatrici e codificatori formati e certificati, possono fornire informazioni che aumentano la capacità delle figure professionali di prevedere il probabile sviluppo futuro del minore almeno al di sopra del livello del caso. Tuttavia, gli effetti non hanno un’entità tale da implicare che lo sviluppo futuro di un minore possa essere previsto con sicurezza basandosi soltanto sulle valutazioni della sicurezza dell’attaccamento. Se i tribunali usano le valutazioni dell’attaccamento per orientare le decisioni, il peso attribuito alle classificazioni dell’attaccamento deve riflettere questa difficoltà.

Comunicare le complessità connesse alla traduzione della ricerca a livello di gruppo nella valutazione dei singoli minori e caregiver si è rivelato difficile, e nelle linee guida del servizio sociale l’importanza dell’attaccamento sicuro è spesso esagerata o comunicata in altri modi fuorvianti. Queste rappresentazioni possono suscitare o alimentare la percezione errata che l’attaccamento sicuro sia necessario per uno sviluppo favorevole del minore. Ciò, a sua volta, può contribuire a un’enfasi eccessiva sull’attaccamento sicuro nelle decisioni dei tribunali per la famiglia. Un esempio di comunicazione poco chiara si trova in una guida pratica del Department of Health britannico che, pur non essendo più vincolante, è stata ed è tuttora molto influente: «Ciò che accade a bambine e bambini nei primi anni di vita è il fondamento dello sviluppo successivo e ne influenzerà gli esiti. Di questo occorre tenere conto nel processo di valutazione. Ecco perché gli attaccamenti sicuri sono così importanti nei primi anni. Quando questi attaccamenti sono assenti o spezzati, le decisioni di fornire loro nuove figure di attaccamento devono essere prese il più rapidamente possibile per evitare danni allo sviluppo» (Department of Health, 2000, p. 3).

Questa guida è poco chiara e fuorviante perché comincia affermando l’importanza dell’attaccamento sicuro; poi crea un contrasto estremo tra l’attaccamento sicuro e l’«assenza» di attaccamento o gli attaccamenti «spezzati»; e infine sostiene la necessità di fornire rapidamente ai minori nuove figure di attaccamento. Il tono deterministico trascura il fatto che anche le esperienze successive influenzano le relazioni di attaccamento (ad es. Waters et al., 2000). Inoltre, nella guida pratica del Department of Health non ci sono zone grigie: nessuna menzione dell’attaccamento insicuro, né alcun riferimento a quanto sia rara la mancanza di attaccamento. Presumibilmente ben al di là delle intenzioni di chi l’ha redatta, questa guida può aver suscitato o rafforzato la percezione che qualsiasi forma di attaccamento diversa da quella sicura sia associata a un rischio elevato di sviluppo sfavorevole, e che si debba prendere in considerazione l’allontanamento dei minori dai loro caregiver in assenza di attaccamento sicuro (White et al., 2019). Tali percezioni costituirebbero un grave fraintendimento della teoria e della ricerca sull’attaccamento, e implicherebbero che quasi la metà di tutti i minori debba essere allontanata dai genitori, poiché questo è il tasso medio di attaccamento insicuro nella popolazione generale (van IJzendoorn et al., 1999).

2.3.3 L’assunto che l’attaccamento insicuro organizzato implichi danno e patologia

Si distinguono due tipi di attaccamento insicuro «organizzato», valutati da codificatrici e codificatori formati in una procedura di separazione e riunione nota come Strange Situation Procedure (Ainsworth et al., 1978). Nelle relazioni di attaccamento insicuro-evitante, il minore non cerca la persona familiare quando è lievemente allarmato, pur restandole vicino. Nell’attaccamento insicuro-resistente, il minore cerca la vicinanza ma non si lascia confortare facilmente, e alterna la ricerca di vicinanza a manifestazioni di rabbia verso il caregiver. Questi schemi di minimizzazione e di massimizzazione dei segnali dei bisogni di attaccamento sono considerati «organizzati» perché il comportamento è coerente e può servire ad aumentare la disponibilità di caregiver meno sensibili. Le meta-analisi hanno rivelato associazioni significative e robuste, ma modeste, tra l’attaccamento evitante e una minore competenza sociale (d = .17), livelli più alti di problemi internalizzanti (d = .17) e livelli più alti di problemi esternalizzanti (d = .12); e tra l’attaccamento resistente e una minore competenza sociale (d = .29; Groh et al., 2017a).

Queste dimensioni degli effetti non implicano che l’attaccamento insicuro organizzato possa di per sé essere usato come indicatore di cure inadeguate o per prevedere uno sviluppo sfavorevole del minore. Sebbene le dimensioni degli effetti suggeriscano che l’attaccamento insicuro, se valutato in modo valido, possa contribuire a una debole previsione del probabile sviluppo futuro del minore, ci si può legittimamente chiedere quanto peso attribuire a questa previsione e quale sia la sua rilevanza pratica. Gli effetti dell’attaccamento insicuro sono inoltre di gran lunga inferiori agli effetti avversi associati all’assenza di occasioni di formare attaccamenti con caregiver familiari, come si osserva nei minori cresciuti in istituto (van IJzendoorn et al., 2020). In effetti, la capacità di sviluppare schemi di attaccamento diversi (compresi quelli insicuri) si è probabilmente evoluta perché contribuiva alla sopravvivenza del minore e all’adattamento a condizioni di accudimento e di contesto variabili (Belsky, 1997). A meno che il mondo non venga trasformato con successo in un luogo responsivo e sicuro, con risorse in abbondanza per chiunque lo abiti, potrebbe non essere giustificato considerare adattive per ogni individuo soltanto le relazioni di attaccamento sicuro. Infine, la qualità dell’attaccamento interagisce sempre con altri fattori di rischio e di protezione. Ad esempio, una relazione di attaccamento insicuro può avere un’importanza diversa a seconda di fattori come la qualità del servizio per l’infanzia, il sostegno sociale della famiglia e il temperamento del minore (van IJzendoorn & Bakermans-Kranenburg, 2012), che possono tutti aumentare o attenuare il rischio.

2.3.4 L’assunto che l’attaccamento insicuro-disorganizzato implichi invariabilmente danno e psicopatologia

L’attaccamento disorganizzato è una terza categoria insicura, identificata da codificatrici e codificatori formati sulla base di comportamenti conflittuali, confusi o apprensivi verso un caregiver familiare in condizioni standardizzate di allarme lieve o moderato (Main & Solomon, 1986). L’attaccamento disorganizzato è predetto da comportamenti del caregiver spaventanti, spaventati e dissociativi (Main & Hesse, 1990; Schuengel et al., 1999), da comportamenti di accudimento atipici come l’ostilità e il ritiro (Lyons-Ruth & Jacobvitz, 2016) e dal maltrattamento (Carlson et al., 1989; Cyr et al., 2010). Inoltre, la ricerca meta-analitica sulla distribuzione delle classificazioni dell’attaccamento tra i minori cresciuti in istituto ha rilevato un attaccamento sicuro in meno di un quinto dei casi e un attaccamento disorganizzato in più della metà (Lionetti et al., 2015; van IJzendoorn et al., 2020).

Il legame tra attaccamento disorganizzato e maltrattamento ha portato alcune figure accademiche del servizio sociale a raccomandare l’uso dell’attaccamento disorganizzato come indicatore di maltrattamento nella pratica della tutela dei minori (Shemmings & Shemmings, 2011; Wilkins, 2012 [ma vedi Wilkins 2020]). Il problema è che, anche se i minori maltrattati hanno una probabilità nettamente maggiore degli altri di sviluppare relazioni di attaccamento disorganizzato (lo fa circa il 50% dei minori maltrattati; van IJzendoorn et al., 1999), una quota notevole di minori maltrattati non lo sviluppa. Allo stesso modo, una quota significativa dei minori dei campioni comunitari (10-15%), molti dei quali non hanno subito maltrattamenti, mostra un attaccamento disorganizzato durante la Strange Situation (van IJzendoorn et al, 1999). È importante notare che esistono molti percorsi verso l’attaccamento disorganizzato, diversi dei quali non includono il maltrattamento (Bernier & Meins, 2008; Solomon et al., 2017). Come proposto da Main e Hesse (1990), i caregiver possono ad esempio mostrare sottili comportamenti spaventanti/spaventati disorganizzanti in assenza di maltrattamento, a causa di traumi non risolti derivanti dalle loro stesse esperienze di lutto o di abuso (Jacobvitz et al., 2006; Madigan et al., 2006). La ricerca meta-analitica ha rilevato che i piccoli le cui famiglie sono esposte a cinque o più fattori di rischio socioeconomico presentano tassi di attaccamento disorganizzato statisticamente indistinguibili da quelli dei piccoli dei campioni di maltrattamento (Cyr et al., 2010). L’attaccamento disorganizzato può anche essere più frequente dopo separazioni importanti, come può accadere durante i processi di divorzio e di affidamento, soprattutto nel contesto di passaggi di consegne e di visite conflittuali (Solomon & George, 2011).

I minori possono anche mostrare comportamenti disorganizzati senza che ciò significhi un attaccamento disorganizzato e la storia relazionale che vi è associata. Molti minori normalmente «organizzati» manifestano comportamenti disorganizzati se sono abbastanza sotto stress. Di conseguenza, uno stress eccessivo durante le valutazioni dell’attaccamento può dare luogo a manifestazioni di comportamento disorganizzato che non riflettono un attaccamento disorganizzato né una storia relazionale disorganizzante (Granqvist et al., 2016). Anche le difficoltà di autoregolazione neonatali (Padrón et al., 2014; Spangler et al., 1996) e i sintomi di ADHD nei minori sono stati associati a comportamenti/classificazioni di tipo disorganizzato, e possono rappresentare «falsi positivi» per diverse ragioni (Forslund et al., 2019).

Va notato che la ricerca a livello di gruppo ha stabilito che l’attaccamento disorganizzato nella prima infanzia è uno dei predittori più forti dello sviluppo successivo del minore. Ad esempio, l’associazione meta-analitica tra attaccamento disorganizzato e problemi di comportamento esternalizzante (d = .34) non è affatto trascurabile. L’attaccamento disorganizzato è quindi un fenomeno rilevante che non va trascurato. Tuttavia, le associazioni tra attaccamento disorganizzato e rischio di esiti avversi (compresi i problemi di comportamento esternalizzante) non sono ancora abbastanza forti perché l’attaccamento disorganizzato in sé possa essere considerato un’indicazione di patologia nelle decisioni dei tribunali per la famiglia sui singoli casi (Fearon et al., 2010). Riconoscendo la complessità che circonda il fenomeno dell’attaccamento disorganizzato e la sua eziologia, alcune figure della ricerca hanno rivisto le proprie posizioni precedenti e sottolineano ora che l’attaccamento disorganizzato non è di per sé un indicatore di maltrattamento (Wilkins, 2020).

2.3.5 L’assunto che l’attaccamento insicuro o disorganizzato significhi disturbo dell’attaccamento

L’espressione «disturbo dell’attaccamento» è stata talvolta usata nella pratica giudiziaria nel senso di «attaccamento problematico», che a sua volta connota vagamente relazioni di attaccamento non conformi all’interesse superiore del minore (White et al., 2019). Tuttavia, «disturbo dell’attaccamento» è un termine tecnico, dal significato del tutto distinto da quello di attaccamento insicuro o disorganizzato. Ha origine nel Diagnostic and Statistical Manual dell’American Psychiatric Association (DSM, attualmente alla quinta edizione) e si riferisce a due condizioni specifiche e molto rare, che si osservano soprattutto in minori cresciuti in istituto (Zeanah et al., 2005). La prima condizione, il «Disturbo reattivo dell’attaccamento (RAD)», è caratterizzata dal fatto che il minore, quando è allarmato, non mostra alcuna ricerca di cura verso nessun caregiver, e può essere diagnosticata solo se vi è stato un accudimento estremamente inadeguato e se i sintomi sono comparsi dopo i 9 mesi e prima dei 5 anni di età (Zeanah et al., 2016). La seconda condizione, il «Disturbo da impegno sociale disinibito», è caratterizzata dal fatto che il minore è socialmente non selettivo ed eccessivamente amichevole con persone sconosciute (Zeanah et al., 2016).

È stato documentato un ampio abuso delle diagnosi di disturbo dell’attaccamento, così come un abuso dell’espressione «disturbo dell’attaccamento» in assenza di diagnosi (Allen & Schuengel, 2020; Woolgar & Baldock, 2015). Nella grande maggioranza dei minori con disturbo reattivo dell’attaccamento, i sintomi scompaiono con il collocamento in un ambiente di accudimento stabile che consenta lo sviluppo di relazioni di attaccamento selettive (Smyke et al., 2012) e che sostenga la disponibilità emotiva dei caregiver (Barone et al., 2019). Va notato che circolano «terapie dell’attaccamento» per i disturbi dell’attaccamento che si dichiarano efficaci ma che in realtà non hanno alcuna base di evidenze scientifiche (Allen, 2018; Chaffin et al., 2006; Mercer, 2019). Ciò contrasta nettamente con i programmi di intervento e di prevenzione basati sull’attaccamento per l’attaccamento disorganizzato, che hanno mostrato effetti positivi solidi (Bernard et al., 2012; Facompré et al., 2018).

3 Fattori che contribuiscono ai malintesi nella traduzione della ricerca sull’attaccamento nella pratica giudiziaria

Chi opera nei tribunali ha riconosciuto una discrepanza tra le promesse talvolta fatte sulla rilevanza della teoria dell’attaccamento e la realtà della sua rilevanza per il proprio lavoro (Robertson & Broadhurst, 2019). Sebbene il personale del servizio sociale consideri in genere la ricerca sull’attaccamento potenzialmente preziosa, spesso non si sente sicuro nel collegare i principi dell’attaccamento a casi particolari, e teme che la magistratura e l’avvocatura possano reagire con scetticismo alle rivendicazioni di competenza in materia di attaccamento (Duschinsky, 2020; North, 2019). Manca, ed è un punto critico, un’infrastruttura formalizzata che aiuti le figure professionali a far corrispondere le considerazioni sull’attaccamento alle esigenze dei tribunali e a sostenere i legami tra ricerca e pratica. Ciò contrasta con il campo della medicina, dove le infrastrutture comprendono, ad esempio, diagnosi cliniche reciprocamente accettate, protocolli per la pratica valutativa, finanziamenti per la ricerca sul tema e borse che aiutano il personale clinico a diventare clinico-ricercatore. Al di là di questa osservazione generale, abbiamo individuato sette ulteriori fattori specifici che, a nostro avviso, hanno contribuito ai problemi di traduzione nella pratica giudiziaria e che finora hanno ricevuto attenzione e interesse insufficienti (un’eccezione è Garber, 2009).

3.1 L’uso delle «evidenze» scientifiche

Nelle valutazioni dell’interesse superiore si fa talvolta riferimento a evidenze scientifiche attribuendo un peso inappropriato a singoli studi (Nielsen, 2014). Sebbene siano superiori alle evidenze aneddotiche o non scientifiche (ad es. chi valuta l’attaccamento «sa e basta» che un certo genitore è maltrattante), i singoli studi comportano rischi elevati di falsi positivi e falsi negativi, in particolare quando i campioni sono piccoli, come accade spesso nella ricerca su temi applicati come l’attaccamento. Le evidenze della ricerca vanno considerate credibili quando più studi di alta qualità convergono sulla stessa conclusione, in particolare se condotti da gruppi di ricerca diversi. La cautela resta comunque necessaria perché, se la letteratura non viene analizzata con rigore, la convergenza percepita può derivare dal fatto che risultati contrari o complessi vengano ignorati o sminuiti. Purtroppo, le indicazioni destinate alle figure professionali hanno talvolta selezionato ad arte gli studi sull’attaccamento disorganizzato con i risultati più forti, concentrandosi su di essi (ad es. Brown & Ward, 2013), anziché dare un resoconto rappresentativo della ricerca esistente.

Le meta-analisi sono quindi importanti, perché comprendono una ricerca sistematica di tutti gli studi pertinenti, seguita da analisi statistiche per calcolare gli effetti medi. Possono rispondere alle domande se esistano davvero associazioni replicabili tra variabili, quanto siano forti e se siano influenzate da altre variabili. Dimensioni degli effetti meta-analitiche molto grandi possono essere considerate indicative di una probabilità chiaramente maggiore che gli effetti si applichino ai singoli casi, ma anche le meta-analisi hanno dei limiti: i risultati restano a livello di gruppo, e dimensioni degli effetti molto grandi si trovano raramente, il che rende in genere difficile estrapolarle ai singoli casi (Funder & Ozer, 2019). Inoltre, talvolta vi è ragione di sospettare un bias di pubblicazione a sfavore dei risultati nulli; anche i risultati meta-analitici possono essere gonfiati (Kvarven et al., 2019). Le evidenze sono quindi rafforzate quando i risultati meta-analitici sono sostenuti da evidenze su ampi campioni e dalla ricerca sperimentale, come gli studi randomizzati controllati sugli interventi, che consentono evidenze ordinate nel tempo e inferenze causali (van IJzendoorn et al., 2020).

Va riconosciuto che gli elevati «ideali» scientifici sopra delineati possono spesso essere difficili da attuare in modo coerente nella pratica giudiziaria. Possono mancare, ad esempio, meta-analisi e/o studi randomizzati controllati sui temi pertinenti. In effetti, la comunità di ricerca sull’attaccamento non ha condotto abbastanza ricerche su temi e con campioni rilevanti per la pratica giudiziaria (ad es. la ripartizione del tempo, i pernottamenti e il conflitto tra i genitori in relazione all’attaccamento del minore). Anziché escludere qualsiasi applicazione della ricerca sull’attaccamento, le figure professionali devono allora trarre conclusioni responsabili dalla ricerca disponibile, individuando gli studi di alta qualità e i punti su cui tali studi convergono. È anche probabile che nessun gruppo di studi possa mai soddisfare tutte le particolarità di una singola controversia sull’affidamento o sulla tutela di un minore. A un certo punto, cioè, le figure peritali e chi giudica possono dover passare dal generale al particolare, e talvolta persino andare oltre i dati esistenti. La discussione precedente non intende escludere qualsiasi applicazione della teoria dell’attaccamento in assenza di meta-analisi con grandi dimensioni degli effetti sostenute da studi randomizzati controllati. Esortiamo però i tribunali e le figure peritali che consultano a restare attenti al reale stato delle evidenze scientifiche, che dovrebbe determinare il peso attribuito a tali evidenze.

3.2 La pressione affinché le decisioni appaiano fondate sulle evidenze e il bisogno di competenze psicologiche

Sebbene i tribunali debbano essere pragmatici rispetto ai fondi e al tempo di cui dispongono, cresce la pressione affinché le decisioni appaiano fondate sulle evidenze, giustificabili e verificabili (Huntington, 2018). Poiché le decisioni sull’interesse superiore riguardano il probabile futuro dei minori, la prognosi formulata da figure esperte di psicologia risulta attraente. Come si è detto, ciò ha aperto la strada all’ingresso della teoria dell’attaccamento nelle aule di tribunale (Mnookin, 2014). In effetti, la teoria dell’attaccamento è risultata di gran lunga la teoria più popolare tra le figure professionali che lavorano con minori e famiglie bisognosi di sostegno (Department for Education, UK, 2018). Inoltre, sebbene il compito della magistratura, che dispone di discrezionalità e si trova in una posizione dominante, sia accertare i fatti, essa dipende da figure peritali che collegano fonti di conoscenza credibili alla situazione e al probabile futuro dei minori (Schneider, 1991). Si può sospettare che la pressione a trovare evidenze pertinenti per le valutazioni dell’interesse superiore abbia contribuito a un cortocircuito tra le considerazioni sulla qualità dell’attaccamento e le valutazioni dell’interesse superiore, e a un eccesso di fiducia nel valore prognostico delle classificazioni dell’attaccamento nei singoli casi.

3.3 Resoconti divulgativi della teoria dell’attaccamento

Nelle linee guida destinate al personale del servizio sociale e a chi opera nei tribunali sono talvolta circolati resoconti semplificati della teoria dell’attaccamento, basati sulle connotazioni quotidiane di termini come «sicurezza», «disorganizzazione» e «attaccamento». Ad esempio, l’attaccamento disorganizzato è spesso descritto in modo errato come un vissuto di pericolo e di abbandono psicologico in relazione a un caregiver, e come fortemente prognostico di un successivo disturbo mentale (ad es. Brown & Ward, 2013). Analogamente, un’agenzia svedese per i diritti dell’infanzia scrive in tono allarmistico della disorganizzazione infantile come fattore di rischio «grave» per i problemi di comportamento esternalizzante, osservando che «… la paura è presente nella relazione tra chi si prende cura e il minore. Il minore è spaventato dal caregiver, oppure chi se ne prende cura ha paura del minore» (Barnombudsmannen, 2007, p. 84). Descrizioni del genere porterebbero a identificare sistematicamente in modo errato l’attaccamento disorganizzato (Granqvist et al., 2017). Allo stesso modo, le indicazioni per le figure professionali cilene che lavorano nella tutela dei minori (Departamento de Protección de Derechos Servicio Nacional de Menores, 2019) suggeriscono l’uso di uno strumento di valutazione dell’accudimento che fa riferimento a un «attaccamento sano» e che confonde l’attaccamento disorganizzato con il disturbo dell’attaccamento (Barudy & Dantagnan, 2010). Queste descrizioni sembrano modellate più dalle rappresentazioni culturali della salute e della malattia mentale, quest’ultima intesa come caos e imprevedibilità, che da una reale comprensione dell’attaccamento, compreso quello disorganizzato (Reijman et al., 2018). La pratica scientifica è naturalmente sempre in una certa misura modellata dai valori sociali, ma i resoconti divulgativi della teoria dell’attaccamento sono stati particolarmente esposti al rischio di presentare valori sociali come fatti scientifici, come mostrano i giudizi di valore sui ruoli delle madri e dei padri (per una discussione, vedi Duschinsky, 2020).

3.4 Costrutti accademici sganciati dalle loro avvertenze

Passando nella pratica giudiziaria, i costrutti accademici vengono talvolta sganciati dalle loro avvertenze (Nielsen, 2014), e ciò può portare a un eccesso di fiducia nelle implicazioni delle differenze individuali nella qualità dell’attaccamento. Ad esempio, l’«Attachment Styles Interview» (ASI; Bifulco et al., 2008) è talvolta utilizzata per stabilire l’idoneità all’affido familiare. Come discusso da Granqvist (2016), questa misura non è stata sufficientemente validata per valutare la capacità di accudimento, e chi l’ha elaborata lo afferma esplicitamente. Eppure questa avvertenza si è persa nella pratica giudiziaria, come si è visto in un recente caso svedese in cui una coppia di minori gemelli è stata allontanata dalla famiglia affidataria destinata a diventare permanente, dopo un anno trascorso con essa, unicamente sulla base delle ASI «insicure» della coppia affidataria (Bunnvik, 2016). In realtà, la coppia affidataria aveva ottenuto buoni risultati in tutte le altre valutazioni e i minori sembravano svilupparsi bene. Per riprendere un esempio dalla pratica della tutela dei minori, alcune figure accademiche hanno esagerato la sovrapposizione tra maltrattamento e attaccamento disorganizzato, legittimando il personale del servizio sociale a identificare comportamenti disorganizzati, in contesti naturalistici e senza una formazione all’attendibilità, come indicatore di maltrattamento (Shemmings & Shemmings, 2011).

3.5 La credibilità delle classificazioni dell’attaccamento

Le classificazioni dell’attaccamento nascono nella scienza dello sviluppo e in questo contesto godono giustamente di buona reputazione. Tuttavia, talvolta non si è riconosciuto a sufficienza il bisogno di una formazione per attribuirle correttamente, comprenderne il significato e garantirne un uso appropriato. Questa sfortunata combinazione ha probabilmente contribuito alla popolarità delle classificazioni dell’attaccamento nelle professioni della protezione dell’infanzia. Ad esempio, il Consiglio nazionale svedese della salute e del welfare (Swedish National Board of Health and Welfare, 2018a, b) chiede alle figure professionali, la maggior parte delle quali non ha una formazione formale nella teoria e nella valutazione dell’attaccamento, di prestare attenzione ai possibili segni di insicurezza e di problemi di attaccamento, esemplificati da minori ansiosi e appiccicosi che vogliono sapere dove sono i genitori e che cosa fanno. Con descrizioni così imprecise, ampie e seriamente problematiche, un’ampia gamma di comportamenti può essere erroneamente identificata come insicura.

Sebbene le basi della teoria dell’attaccamento facciano di solito parte obbligatoria della formazione delle figure professionali, la formazione specialistica alla valutazione della qualità dell’attaccamento non ne fa parte. Una parte di chi opera nei tribunali non ha quindi fiducia nella rilevanza della teoria dell’attaccamento e ne trascura il potenziale; un’altra parte si richiama con eccessiva sicurezza alle classificazioni dell’attaccamento nelle proprie valutazioni; un’altra ancora cerca una formazione specialistica (North, 2019). Sebbene gli strumenti dell’attaccamento non siano stati sviluppati per la ricerca diagnostica e debbano ancora essere validati per tali scopi, cercare una formazione specialistica può comunque rappresentare la migliore di queste tre posizioni. La formazione specialistica trasmette in genere anche conoscenze sui limiti degli strumenti (ad es. la loro capacità limitata di fornire diagnosi e previsioni a livello individuale). In assenza di un’infrastruttura che colleghi efficacemente ricerca e pratica, come valutazioni validate a fini diagnostici, le figure professionali che ritengono che classificare l’attaccamento aiuterebbe a orientare il proprio lavoro si trovano attualmente in un vicolo cieco.

3.6 Scambiare l’advocacy per una valutazione equilibrata

L’advocacy può talvolta creare problemi quando viene scambiata per, o presentata come, una valutazione equilibrata o un consenso scientifico (Emery et al., 2016). Esempi del genere si trovano nell’acceso dibattito sull’attaccamento infantile, sulle decisioni di affidamento e sui pernottamenti, discusso in precedenza. Un numero speciale di Family Court Review (McIntosh, 2011) ha innescato quel dibattito. In quel numero, a un piccolo gruppo di figure note della ricerca sull’attaccamento è stato chiesto di commentare come si potesse utilizzare la teoria dell’attaccamento, il che ha prodotto alcune affermazioni incaute. Ad esempio, alcuni contributi sostenevano che la scienza suggerisca che un unico caregiver principale debba essere la fonte costante delle routine della buonanotte (Schore & McIntosh, 2011). Come discusso sopra, le evidenze scientifiche convergenti non lo confermano (Lamb, 2012, 2018). I richiami all’attaccamento nei tribunali per la famiglia sarebbero probabilmente meno di parte, più equilibrati e più in linea con le evidenze convergenti se fosse il tribunale a nominare le figure peritali anziché le parti in causa (ad es. i loro legali), per le quali vincere la causa può talvolta oscurare l’attenzione all’interesse superiore del minore.

3.7 Gli standard probatori delle decisioni giudiziarie

Se un caregiver è accusato di aver commesso un reato, il tribunale penale applica lo standard giuridico della presunzione di innocenza fino a prova della colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Questo standard non è però applicato nei tribunali per la famiglia nei casi di tutela dei minori, anche se la posta in gioco per i genitori e i minori coinvolti può essere almeno altrettanto alta che in qualsiasi causa penale (van IJzendoorn et al., 2018b). Le decisioni si basano invece sul bilanciamento delle probabilità e su varie soglie di rischio (Burns et al., 2016). Sebbene la prova al di là di ogni ragionevole dubbio possa essere insostenibile, sorgono interrogativi su come debbano essere bilanciate le probabilità, su quando e come la valutazione psicologica possa orientare questo processo, e su quanto nettamente debba pendere la bilancia per decisioni come l’allontanamento di un minore dai genitori. In effetti, alcune figure della ricerca hanno sottolineato che questo bilanciamento non è sufficientemente rigoroso e che può portare ad allontanamenti di minori non necessari (Mnookin, 2014).

È stato riferito che gli investimenti nel sostegno alle famiglie sono sempre più sovrastati dagli investimenti nelle indagini di tutela dei minori e nei servizi di affido familiare (Bilson & Martin, 2016; Granqvist, 2016). In effetti, le difficoltà nel soppesare le probabilità e le applicazioni disinformate della teoria dell’attaccamento per orientare le indagini di tutela hanno talvolta portato ad allontanamenti di minori senza indicazioni fondate di rischio per lo sviluppo né segni di maltrattamento. Ad esempio, uno studio ha rilevato, nelle relazioni di tutela dei minori che hanno contribuito ad allontanare minori da madri con lieve disabilità intellettiva, un’abbondanza di preoccupazioni sull’attaccamento insicuro e sui problemi di attaccamento, e ha constatato che i tribunali non hanno messo in discussione né la pertinenza delle raccomandazioni basate sull’attaccamento né la mancanza di evidenze a loro sostegno (Alexius & Hollander, 2014). Va notato che all’epoca non esisteva alcuna ricerca pubblicata sulla qualità dell’attaccamento dei minori figli di madri con lieve disabilità intellettiva, e che le ricerche successive hanno in realtà rilevato una distribuzione delle classificazioni dell’attaccamento in linea con quella che si osserva di solito nelle famiglie esposte a considerevoli fattori di rischio socioeconomico (Granqvist et al., 2014). Inoltre, la sensibilità di queste madri si è rivelata marcatamente eterogenea e modificabile dall’esperienza, con l’esposizione a traumi e abusi molto più importante per le variazioni della sensibilità materna di quanto lo siano i lievi deficit intellettivi in sé (Lindberg et al., 2017). Dal punto di vista dell’attaccamento, è un errore spezzare i legami affettivi per timore di un «attaccamento insicuro». A giudicare dalle loro conseguenze, il primo (ad es. l’allontanamento del minore) è in genere un fattore di rischio molto più profondo per lo sviluppo infantile del secondo. Queste questioni sono aggravate anche dalla scarsità di figure peritali disponibili per valutare l’attaccamento. Di conseguenza, le linee guida di buona pratica vengono seguite di rado, e la validità delle valutazioni risulta insufficiente.

Parte II: proposte per l’uso della teoria e della ricerca sull’attaccamento nelle decisioni di tutela dei minori e di affidamento

Dopo aver delineato i problemi legati all’applicazione della teoria e della ricerca sull’attaccamento nei tribunali per la famiglia, e alcune loro probabili ragioni, passiamo ora alle applicazioni che proponiamo. Avanziamo tre principi dell’attaccamento, fondati su più di mezzo secolo di ricerca, che riteniamo possano servire da base a chi opera nei tribunali. Discutiamo inoltre l’utilità delle valutazioni dell’attaccamento e dei comportamenti pertinenti del caregiver per orientare gli interventi di sostegno e le decisioni di affidamento e di tutela dei minori. Infine, suggeriamo alcune piste per una ricerca collaborativa interdisciplinare.

4 Tre principi dell’attaccamento rilevanti per la pratica giudiziaria

La teoria e la ricerca sull’attaccamento sono di grande rilevanza per comprendere i fattori che contribuiscono al benessere e allo sviluppo socioemotivo dei minori, nonché per orientare gli interventi di sostegno. In particolare, la teoria e la ricerca sull’attaccamento sono pertinenti per inferire a che cosa somigliano tipicamente le cure sufficientemente buone e come tali cure possano essere raggiunte (van IJzendoorn et al., 2019).

4.1 Il bisogno del minore di caregiver familiari, non maltrattanti e non trascuranti

Lo sviluppo delle relazioni di attaccamento, e i benefici per lo sviluppo psicosociale che possono derivarne, dipendono da esperienze di porto sicuro offerte da caregiver particolari, familiari e non maltrattanti.

Lo sviluppo e il mantenimento dell’attaccamento richiedono tempo e interazione. Una prima implicazione, per i contesti di affidamento, è che un contatto limitato con un caregiver rende più difficile per il minore formare, rafforzare e mantenere le proprie aspettative sulla disponibilità di quel caregiver nei momenti di bisogno (Lamb et al., 1997). Una seconda implicazione, per i contesti di tutela dei minori, è che quasi qualsiasi accoglienza in ambito familiare non maltrattante e non trascurante è probabilmente migliore dell’accoglienza in istituto, che è legata a un accudimento estremamente instabile, con deficit associati nello sviluppo e nella salute mentale dei minori (van IJzendoorn et al., 2020). In effetti, questi deficit si riscontrano spesso anche quando gli istituti forniscono un’alimentazione e cure mediche sufficienti. Questi risultati sottolineano quanto sia importante per i minori poter sviluppare aspettative sulla disponibilità, come porto sicuro, di caregiver particolari, familiari e non maltrattanti, presenti con una costanza affidabile.

Il bisogno di continuità con i caregiver familiari va soppesato rispetto ad altre esigenze. I sistemi di «alloparenting», in cui le cure genitoriali sono fornite da persone diverse dai genitori biologici (ad es. sotto forma di affido familiare), possono essere decisivi per tutelare i diritti e gli interessi dei minori. Un affido familiare d’urgenza ben funzionante è quindi della massima importanza quando il benessere del minore è in grave pericolo, e in circostanze eccezionali può essere necessaria persino un’accoglienza terapeutica residenziale temporanea e di breve durata in istituto, quando la terapia è urgente e non può essere erogata in contesti non residenziali (Dozier et al., 2014). Inoltre, l’affido temporaneo può essere importante quando l’obiettivo finale è il ricongiungimento del minore con i genitori, e il collocamento permanente (compresa la tutela legale o l’adozione) quando il ricongiungimento è ritenuto improbabile. Tuttavia, ipotizziamo che mantenere il contatto con i caregiver sia spesso benefico, quando ciò è sicuro per il minore e non contrario al suo benessere e alla sua volontà esplicita. In definitiva, la teoria e la ricerca sull’attaccamento sottolineano come principio generale l’importanza di una disponibilità sufficientemente continua di caregiver familiari, non maltrattanti e non trascuranti (Bowlby, 1958).

4.2 Il valore della continuità di cure «sufficientemente buone»

Le aspettative sulla disponibilità di un porto sicuro nascono da relazioni particolari e non sono semplicemente trasferibili. Occorre quindi la massima cautela nell’interrompere le relazioni di attaccamento dei minori.

La funzione di porto sicuro è una proprietà di relazioni particolari e familiari, e richiede un’interazione sufficientemente continua tra il minore e i caregiver. Pertanto, anche se un altro ambiente di accudimento può essere migliore di quello attuale del minore sotto qualche aspetto, le decisioni dovrebbero attribuire un peso considerevole al valore della continuità di cure «sufficientemente buone». Ne deriva un paradosso: misurare le famiglie sul metro dell’interesse superiore apparente del minore può rischiare di danneggiarne l’interesse superiore reale, a meno che tale interesse non includa il valore della continuità delle cure. Di conseguenza, van IJzendoorn e il suo gruppo (2019) hanno sostenuto che le cure sufficientemente buone possano essere un criterio più adatto dell’interesse superiore del minore per valutare la qualità genitoriale nei contesti giudiziari. Il concetto di cure «sufficientemente buone», elaborato a partire da Winnicott (1971), indica un livello adeguato di soddisfazione dei bisogni del minore nel tempo. Questo livello può non essere «ottimale», ma è sufficiente a soddisfare i bisogni evolutivi di base del minore, compresi, ma non solo, i bisogni legati all’attaccamento, come avere un porto sicuro familiare. Questo ragionamento è simile a quello di Goldstein e il suo gruppo (1973) che, introducendo il concetto di interesse superiore del minore, precisavano di intendere che i tribunali dovessero scegliere l’opzione disponibile «meno dannosa». Non è però così che l’idea di «interesse superiore» è stata in genere interpretata in seguito. Un altro approccio al problema si riflette in diverse leggi degli Stati Uniti e di altri paesi (ad es., Aitani, 2015; The Supreme People’s Court of the People’s Republic of China, 1993), che stabiliscono espressamente che la «continuità delle cure con i genitori» è un fattore da considerare nel determinare l’interesse superiore del minore (USDHHS, 2016).

Naturalmente, le decisioni di allontanare un minore dai genitori dovrebbero richiedere prove convincenti di un pericolo sostanziale per la sua salute e il suo benessere, e del fatto che non esistono mezzi ragionevoli per proteggerlo senza allontanamento. Di conseguenza, chi opera nei tribunali per la famiglia riconosce da tempo il delicato equilibrio tra il rischio di trauma legato all’allontanamento e il rischio di danno legato alla permanenza nella famiglia d’origine.

Va notato che un’accoglienza familiare sicura, continua e sufficientemente buona può essere sostenuta in vari modi, e la ricerca sull’attaccamento ha sviluppato interventi che possono aiutare i genitori a garantirla (Dozier et al., 2017; Steele & Steele, 2017). Diversi di questi interventi sono stati valutati con studi randomizzati controllati, che consentono conclusioni chiare sui nessi causali tra interventi ed esiti. I risultati sono incoraggianti: numerosi studi e meta-analisi dimostrano effetti favorevoli degli interventi sia su alcuni aspetti della qualità dell’accudimento (ad es. la sensibilità; Juffer et al., 2017; Moss et al., 2011) sia sulla qualità dell’attaccamento infantile (Bernard et al., 2012; Stronach et al., 2013). Gli interventi sono inoltre efficienti in termini di tempo, con una durata del trattamento compresa di solito tra 6 e 10 sedute (Bakermans-Kranenburg et al., 2003). Sono però necessarie ulteriori ricerche per valutare se gli interventi basati sull’attaccamento possano ridurre la probabilità che i minori vengano collocati fuori dalla famiglia (Cyr et al., 2020).

I potenziali benefici degli interventi di sostegno possono essere messi a confronto con le traiettorie di sviluppo avverse spesso associate all’accoglienza fuori famiglia di lunga durata (ad es. in istituto o in famiglie affidatarie instabili) (Berlin et al., 2011). L’adozione e il collocamento permanente in un’unica famiglia affidataria fanno eccezione (Palacios et al., 2019), perché possono offrire, e spesso offrono, un’accoglienza familiare sicura, continua e sufficientemente buona. Altre forme di accoglienza fuori famiglia di lunga durata sono invece state solidamente collegate a un’ampia gamma di problemi, tra cui «maltrattamento, abuso di droghe, comportamenti suicidari, morbilità psichiatrica, disoccupazione, scarso rendimento scolastico, genitorialità adolescenziale… anche dopo il controllo dei fattori confondenti pertinenti» (van IJzendoorn et al., 2018b, p. 653).

Le traiettorie di sviluppo negative associate all’accoglienza fuori famiglia di lunga durata non dovrebbero essere attribuite automaticamente all’allontanamento in sé. A comportare il rischio possono essere vari fattori spesso associati all’accoglienza fuori famiglia. Ad esempio, gli esiti avversi sono probabilmente dovuti in parte all’alto rischio di sistemazioni di accudimento instabili e di interruzioni del collocamento (ad es. il minore viene in seguito riportato nella casa d’origine, per poi esserne allontanato ancora una volta). Con variazioni tra paesi, tra un quinto e due terzi di tutti i collocamenti di lunga durata si interrompono prematuramente (Konijn et al., 2018; Oosterman et al., 2007; Sallnäs et al., 2004; Wulczyn et al., 2003), e alcune ricerche riportano risultati simili per i fallimenti adottivi (Palacios et al., 2019). Ciò costituisce un’ulteriore rottura legata all’attaccamento per questi minori già vulnerabili, e tale instabilità lascia loro l’esperienza di un accesso inaffidabile a un porto sicuro familiare. In effetti, si è constatato che i minori con molteplici cambi di collocamento sono particolarmente esposti a effetti avversi sullo sviluppo, tra cui tassi nettamente più elevati di problemi di comportamento esternalizzanti e internalizzanti (Newton et al., 2000; Toussaint et al., 2018) e un funzionamento esecutivo più scarso (Lewis et al., 2007). Dal punto di vista dell’attaccamento, i tribunali dovrebbero cercare di dare la priorità alla continuità di cure sufficientemente buone ed essere consapevoli dei rischi che comportano i collocamenti temporanei.

Il valore della continuità di cure sufficientemente buone può anche essere attentamente considerato quando si pone la questione, frequente in molti paesi, di riportare i minori da un affido stabile di lunga durata ai genitori biologici, una volta che la capacità di questi ultimi di prendersene cura sia giudicata migliorata (di solito di poco). Il diritto dei genitori biologici sulla propria prole non dovrebbe prevalere automaticamente sul diritto dei minori a cure continue e sufficientemente buone, soprattutto quando i minori hanno trascorso un tempo considerevole in un affido stabile e ben funzionante fin da piccoli.

Per evitare malintesi, riconosciamo volentieri che i collocamenti fuori famiglia (compresi, di nuovo, quelli temporanei) sono talvolta necessari, pienamente giustificati e salvavita. Quando il collocamento in affido è inevitabile, è imperativo che la famiglia affidataria riceva interventi di sostegno fondati sulle evidenze fin dalle prime fasi del collocamento, per ridurre il rischio di interruzioni. In effetti, un sostegno insufficiente alle famiglie affidatarie costituisce probabilmente un’altra ragione degli effetti negativi associati ad alcune forme di affido. I minori maltrattati possono comportarsi in modi che suscitano nelle figure affidatarie comportamenti poco accudenti e poco sensibili, che a loro volta aumentano il rischio di conflitto, rifiuto e interruzione del collocamento. La ricerca disponibile suggerisce che gli interventi basati sull’attaccamento possono essere efficaci nell’aumentare la sensibilità delle famiglie affidatarie ai segnali dei minori in affido (Bick & Dozier, 2013; Dozier et al., 2009) e favorire in vari modi uno sviluppo positivo dei minori in affido (Bernard et al., 2017; Dozier et al., 2008; Lind et al., 2017). Va tuttavia notato che finora la ricerca non è riuscita a dimostrare che tali interventi da soli riducano le interruzioni del collocamento (Schoemaker et al., 2019).

La decisione di collocare un minore in affido dovrebbe comportare anche un sostegno al minore e alla sua famiglia biologica per tutto il processo di allontanamento. Tali interventi dovrebbero iniziare nel momento in cui viene presa la decisione di allontanamento e dovrebbero concentrarsi sulla preparazione della separazione, sull’aiutare il minore e la sua famiglia a comprenderne le ragioni e sul rassicurarli circa la possibilità di mantenere i contatti (Cassibba & Cavanna, 2018). In termini di attaccamento, questi interventi possono non solo ridurre lo stress del minore e del caregiver; il mantenimento dei contatti durante il collocamento dovrebbe anche garantire al minore la disponibilità di un porto sicuro mentre impara a conoscere la famiglia affidataria.

Vogliamo anche richiamare l’attenzione sui fattori strutturali che possono attualmente comportare un maggiore rischio di collocamenti instabili. In alcuni paesi, i minori collocati fuori famiglia passano a una nuova famiglia se il loro status di collocamento cambia, ad esempio dall’affido temporaneo all’affido permanente, o dall’affido permanente all’adozione. Ciò avviene perché le famiglie sono registrate o valutate per un determinato tipo di accoglienza. Ci preoccupa inoltre che sapere che un minore in affido può cambiare improvvisamente status ed essere collocato in un’altra famiglia possa involontariamente ridurre la capacità o la disponibilità delle figure affidatarie a investire su di lui o su di lei.

Infine, gli sforzi per preservare e sostenere le famiglie dipendono da un impegno finanziario sufficiente e da strutture sociali che sostengano i caregiver e le famiglie in senso più ampio, perché la capacità di offrire cure sufficientemente buone va considerata nel suo contesto. Problemi di salute mentale, abuso di sostanze, disoccupazione, mancanza di accesso all’istruzione o all’assistenza sanitaria e mancanza di un alloggio sicuro rendono difficile per i caregiver offrire cure sufficientemente buone, soprattutto se queste condizioni si sommano. Sebbene questi fattori di complicazione sfuggano al controllo dei tribunali per la famiglia, possono comunque influenzarne le decisioni. Sono ad esempio pertinenti quando si valuta la probabilità che un caregiver riesca a garantire un accudimento sufficientemente buono. Chi elabora le politiche pubbliche farebbe quindi bene a seguire l’ammonimento di Bowlby (1951): «Così come l’infanzia dipende in modo assoluto dai genitori per il loro sostentamento, così, in tutte le comunità tranne le più primitive, i genitori… dipendono da una società più ampia per i mezzi economici. Se una comunità ha a cuore la sua infanzia, deve prendersi cura dei genitori» (p. 84).

4.3 Una rete di relazioni di attaccamento come risorsa per i minori

Ulteriori relazioni di attaccamento possono essere una risorsa per i minori. Di solito non disturbano gli attaccamenti esistenti, a meno che non rappresentino una fonte di minaccia o non blocchino l’accesso alle relazioni esistenti.

Il principio secondo cui una rete di relazioni di attaccamento è preziosa per i minori ha implicazioni per le decisioni di affidamento: suggerisce che sia auspicabile un tempo sufficiente per lo sviluppo e il mantenimento delle relazioni di attaccamento con entrambi i caregiver, salvo quando vi sia una minaccia al benessere e alla sicurezza del minore o quando uno dei genitori voglia «tirarsi fuori». Al tempo stesso, vanno considerati l’età evolutiva del minore e il coinvolgimento precedente di ciascun genitore nella cura del minore. In quanto tali, la teoria e la ricerca sull’attaccamento non suggeriscono alcuno standard «ottimale» netto per la ripartizione del tempo, né alcuna quantità minima ben definita di tempo necessaria con ciascun caregiver. In parole semplici, non vi è abbastanza ricerca empirica per dare una risposta semplice a queste domande, e le risposte dipenderebbero probabilmente, ancora una volta, dai contesti di sviluppo del singolo minore.

La teoria e la ricerca sul valore di una rete di relazioni di attaccamento suggeriscono che i minori possano trarre beneficio da un tempo pressoché paritario. Presumendo che entrambi i genitori vogliano un tempo paritario e che non vi siano livelli elevati di conflitto tra loro, una ripartizione paritaria del tempo può costituire un obiettivo a lungo termine (Bacro et al., 2020). Questa conclusione è ulteriormente sostenuta dal risultato di ricerca secondo cui la frequenza dei contatti con il «secondo genitore» dopo il divorzio predice i contatti e la qualità della relazione più avanti nello sviluppo (Steinbach, 2019). Il principio sottolinea anche il valore di soluzioni creative per mantenere l’accesso ai caregiver. Un genitore adolescente in difficoltà può ad esempio trasferirsi in una famiglia affidataria insieme al proprio figlio o alla propria figlia, con la possibilità che entrambi ricevano cure insieme (Child Welfare Information Gateway, 2017).

Il principio secondo cui una rete di relazioni di attaccamento è preziosa è rilevante anche per la tutela dei minori. Mantenere le relazioni di attaccamento sia con la famiglia affidataria sia con i genitori biologici costituisce spesso uno degli obiettivi principali dell’affido, e la ricerca suggerisce che i minori in affido possano essere sostenuti nello sviluppare e mantenere relazioni di attaccamento sia con i genitori biologici sia con la famiglia affidataria senza conflitti di lealtà (Maaskant et al., 2016). Le famiglie affidatarie possono aiutare i minori a esplorare le proprie aspettative sulle relazioni di attaccamento e a sviluppare maggiori capacità di ricorrere ad altre persone nei momenti di bisogno, grazie a esperienze di disponibilità del caregiver (Cassibba & Cavanna, 2018). Il principio può anche orientare il passaggio dei minori dalle famiglie affidatarie alle famiglie adottive. Questo processo è oggi fin troppo spesso brusco, e il contatto con la famiglia affidataria viene spesso interrotto per lungo tempo (Boswell & Cudmore, 2017). Al contrario, le transizioni dovrebbero prevedere un’ampia sovrapposizione dell’accudimento tra famiglia affidataria e famiglia adottiva, e il mantenimento dei contatti con la famiglia affidataria, così che la disponibilità del porto sicuro non si interrompa mentre il minore sviluppa aspettative sulla disponibilità dei genitori adottivi. Salvo nei casi di rischio imminente di danno, è difficile immaginare circostanze in cui il passaggio brusco di un minore da un collocamento in affido a un altro sia nel suo interesse. Lo stesso vale per i passaggi dalla famiglia affidataria ai genitori biologici.

Un’altra implicazione riguarda i nonni, i genitori acquisiti e le relazioni non genitoriali con la fratria e con altri membri della famiglia allargata. In Cina, ad esempio, il contatto del minore con i nonni può essere utilizzato per decidere l’affidamento (The Supreme People’s Court of the People’s Republic of China, 1993). Ciò che conta in primo luogo dal punto di vista dell’attaccamento è se il minore abbia sviluppato aspettative di porto sicuro nei confronti di queste persone, il che può verificarsi o meno. Le relazioni tra figure affidatarie e minore possono svolgere una funzione di regolazione emotiva simile a quella delle relazioni tra genitori e figli (Oosterman & Schuengel, 2007), e si è constatato che i minori in affido sono in grado di sviluppare relazioni di attaccamento sicuro con la famiglia affidataria entro 6-12 mesi (Lang et al., 2016). Occorrono però ulteriori ricerche su quanto rapidamente si instauri una funzione di regolazione emotiva della relazione, e non sappiamo se una familiarità preesistente con una zia, uno zio o una persona della generazione dei nonni, rispetto a figure affidatarie e adottive non familiari, possa dare al minore un vantaggio iniziale nello sviluppo di relazioni di attaccamento sicuro. Sappiamo inoltre poco su come e quando i membri più grandi della fratria possano offrire un porto sicuro, se ciò abbia gli stessi benefici evolutivi del porto sicuro offerto da persone adulte e se vi sia un prezzo per lo sviluppo di chi, nella fratria, è più grande. In un raro studio sull’attaccamento nella fratria, condotto in Zambia, dove i membri più grandi della fratria hanno un ruolo importante nella cura dei più piccoli, la maggior parte dei minori aveva sviluppato un attaccamento verso il membro più grande della fratria (72%), ma l’attaccamento insicuro era più frequente di quello sicuro (Mooya et al., 2016).

L’affido a parenti e le decisioni di collocare insieme i membri di una stessa fratria possono certamente essere giustificati per molteplici ragioni oltre all’attaccamento (ad es. la conservazione dell’identità culturale). Si stima che circa due terzi dei minori in accoglienza fuori famiglia abbiano una fratria (Wulczyn & Zimmerman, 2005), e i legami fraterni tendono ad avere un forte significato emotivo e costituiscono spesso le relazioni più durature nella vita di una persona. Che abbiano o meno sviluppato relazioni di attaccamento reciproche, nella fratria esistono di solito forti relazioni affiliative, e il collocamento congiunto può plausibilmente offrire ai minori sia un senso di continuità con la propria famiglia sia un senso di sicurezza nell’attraversare l’esperienza dell’affido. Il collocamento congiunto corrisponde inoltre, di solito, al desiderio esplicito dei minori (Hill et al., in press).

5 Uso delle valutazioni della qualità dell’attaccamento e della funzione di porto sicuro

La maggior parte di chi fa ricerca sull’attaccamento concorda sul fatto che le valutazioni della qualità dell’attaccamento possano essere utili per orientare gli interventi di sostegno. Vi sono però opinioni diverse – anche tra chi firma il presente articolo – sulla loro utilità per orientare le decisioni di tutela dei minori e di affidamento. In particolare, le opinioni divergono sulla validità delle misure dell’attaccamento per tali valutazioni. Una ragione di questa mancanza di consenso deriva probabilmente dalle nostre diverse esperienze di come le misure dell’attaccamento vengano attualmente usate per orientare valutazioni e decisioni nei nostri rispettivi paesi. Queste variazioni internazionali derivano probabilmente dalle differenze nelle infrastrutture di sostegno ai tribunali per la famiglia e alle figure professionali associate, e dalle differenze nei fattori che contribuiscono ai malintesi discussi in precedenza. Concordiamo tuttavia unanimemente sul fatto che le valutazioni della capacità del caregiver di offrire un porto sicuro debbano avere una priorità maggiore rispetto alle valutazioni dell’attaccamento del minore.

5.1 Valutazioni della qualità dell’attaccamento e tutela dei minori

Mentre alcune voci della ricerca sull’attaccamento hanno sostenuto l’uso delle misure dell’attaccamento nei tribunali per la famiglia (ad es. Crittenden et al., 2013; Isaacs et al., 2009), altre hanno messo in guardia dal loro uso in questo contesto (van IJzendoorn et al., 2018a, b). La mancanza di consenso dipende da diversi fattori. Innanzitutto, dipende da posizioni diverse sulle attuali proprietà psicometriche delle misure dell’attaccamento. Come discusso sopra, le misure dell’attaccamento, come molti altri strumenti psicologici, hanno attualmente una sensibilità e una specificità insufficienti per scopi diagnostici e più ampiamente predittivi a livello individuale. Più precisamente, gli strumenti dell’attaccamento, usati da soli, non sono adatti a determinare le cure che il singolo minore riceve, come il singolo minore si svilupperà o quali disposizioni di accudimento il singolo minore dovrebbe avere (van IJzendoorn et al., 2018).

Di conseguenza, una parte di noi ritiene che i tribunali per la famiglia debbano essere cauti nell’ammettere come prova qualsiasi valutazione della qualità dell’attaccamento di una singola relazione tra minore e caregiver. Nel frattempo, occorrono ulteriori ricerche per migliorare le proprietà diagnostiche (sensibilità e specificità) degli strumenti dell’attaccamento e valutarne l’utilità per orientare le decisioni dei tribunali per la famiglia. A giudicare dalle evidenze scientifiche disponibili, in realtà non sappiamo se le misure dell’attaccamento migliorino le valutazioni e le decisioni dei tribunali per la famiglia rispetto alla «valutazione abituale» (che varia molto tra regioni e paesi). Promuovere le valutazioni dell’attaccamento in questo contesto (Marvin & Schutz, 2009; Spieker & Crittenden, 2018) appare quindi prematuro (van IJzendoorn et al., 2018a). Allo stesso modo, attualmente non sappiamo se le valutazioni dell’attaccamento siano migliori della valutazione abituale nel distinguere gli effetti dell’accudimento da fattori confondenti pertinenti come la malnutrizione, i disturbi dello sviluppo, la disabilità intellettiva e l’uso di farmaci. La validità incrementale è quindi un punto urgente dell’agenda di ricerca.

D’altra parte, i tribunali per la famiglia devono prendere decisioni difficili, con o senza l’uso di valutazioni psicologiche. La valutazione psicologica può certamente essere preferibile alla totale assenza di valutazioni standardizzate, che può aumentare il rischio di decisioni influenzate da pregiudizi professionali. Un’altra parte di noi ritiene quindi che le valutazioni dell’attaccamento possano essere informative, se usate in modo responsabile. Occorre cioè adottare varie misure per massimizzarne la validità e garantire che non ricevano un peso inappropriato a scapito di altre considerazioni. Più precisamente, le misure dell’attaccamento non dovrebbero mai essere usate da sole, ma far parte di una batteria di valutazione più ampia che includa anche la valutazione diretta del comportamento di accudimento. In effetti, la valutazione dell’accudimento dovrebbe essere l’obiettivo principale, con le valutazioni dell’attaccamento come possibile complemento: dovremmo innanzitutto valutare la capacità del genitore di comprendere i bisogni del minore e di rispondervi efficacemente, di conoscere e valorizzare il minore e di mantenere costantemente la guida nella relazione. È fondamentale ricordare che, sebbene il fenomeno dell’attaccamento riceva spesso ampia attenzione, la teoria dell’attaccamento è nella sua essenza una teoria che sottolinea l’importanza di un accudimento sensibile (Bowlby & Ainsworth, 1991).

Inoltre, se le valutazioni dell’attaccamento vengono usate per orientare le deliberazioni del tribunale, dovrebbero essere condotte in più di un’occasione, da persone osservatrici con una formazione formale. Le figure professionali prive di formazione formale non dovrebbero tentare di ideare proprie valutazioni dell’attaccamento o usare metodi insufficientemente validati sviluppati da altri, per poi richiamarsi alla presunta qualità dell’attaccamento del minore nelle raccomandazioni ai tribunali per la famiglia. La validità delle misure dell’attaccamento si fonda sul rispetto dei protocolli standardizzati di somministrazione e di codifica. Poiché sia la somministrazione sia la codifica dell’attaccamento sono difficili, l’uso delle misure dell’attaccamento richiede di solito una formazione approfondita e il superamento di un test di attendibilità per la codifica. Nella ricerca sull’attaccamento si ricorre di solito anche a una seconda persona che codifica, per garantire l’attendibilità della codifica. Come discusso sopra, diversi fattori possono inoltre portare il minore a comportarsi occasionalmente in modi non rappresentativi (ad es. malattia, separazioni recenti e stress eccessivo). Lo standard sopra indicato, che prevede l’uso delle misure dell’attaccamento insieme ad altre misure e l’esame dell’attaccamento in più di un’occasione, è in linea con le linee guida per la valutazione psicologica nelle questioni di tutela dei minori (ad es., American Psychiatric Association [APA], 2013).

Infine, le figure professionali dovrebbero fare attenzione a non concentrarsi troppo sulle classificazioni categoriali in sé (sicurezza vs insicurezza, organizzazione vs disorganizzazione), che pongono problemi simili a quelli della diagnosi categoriale in psicologia e in psichiatria, in quanto riducono le sfumature. Ad esempio, minori a cui è stata attribuita la stessa classificazione di attaccamento disorganizzato possono differire notevolmente tra loro quanto a intensità (ad es. un punteggio di 5 o di 9 sulla scala continua di disorganizzazione) e quanto al sottotema dei comportamenti disorganizzati che manifestano (ad es. movimenti asimmetrici vs apprensione verso il caregiver). Al di là delle classificazioni, sono state sviluppate e validate diverse scale osservative che utilizzano una codifica continua più fine del comportamento del minore e del caregiver, come l’Attachment Q Sort (AQS; Waters & Deane, 1985; van IJzendoorn et al., 2004), il Maternal Behavior Q Sort (MBQ; Pederson et al., 1990) e il Coding Interactive Behavior system (CIB; Feldman, 1998).

È importante sottolineare che le misure dell’attaccamento sono progettate e validate per contesti standardizzati. Inoltre, sia le valutazioni dell’attaccamento sia quelle dell’accudimento sono state usate di solito in contesti di stress al massimo lieve o moderato. Le valutazioni in ambito forense si svolgono invece spesso in circostanze ad alta carica emotiva per i caregiver e i minori, talvolta nel pieno di una separazione tra minore e caregiver. La differenza di stress vissuto tra questi contesti è un importante potenziale fattore confondente (Smith et al., 2012b), e attualmente non esiste alcuna ricerca sulla validità delle misure dell’attaccamento in queste condizioni. Sottolineiamo quindi che la validità delle valutazioni della qualità dell’attaccamento e del comportamento di accudimento è sconosciuta in tali circostanze. Siamo consapevoli che le valutazioni devono talvolta essere condotte in circostanze stressanti, e che alcune misure dell’accudimento attualmente insufficientemente validate per questo contesto possono rappresentare la migliore alternativa disponibile. Tuttavia, queste lacune di conoscenza dovrebbero incidere sul peso attribuito a tali evidenze e, secondo una parte di noi, le osservazioni non standardizzate di figure professionali esperte offrono una conoscenza credibile almeno equivalente, e forse maggiore.

La valutazione della capacità di un caregiver di migliorare il proprio accudimento può costituire una soluzione a questo dilemma. Più precisamente, l’esito ricercato è il potenziale del caregiver di offrire cure sufficientemente buone, e le valutazioni possono quindi stabilire se un caregiver sia probabilmente in grado di portare il proprio accudimento a tale livello. Le famiglie possono ad esempio ricevere un intervento volto a evitare una disciplina dura e a promuovere un accudimento coerente e sensibile, e l’accudimento e il comportamento del minore possono essere valutati prima e dopo l’intervento come indicazione di come il caregiver risponderà probabilmente a un sostegno futuro. È importante notare che questi interventi possono essere brevi, il che rende l’approccio praticabile in tempi ridotti. I primi risultati di questo approccio della «capacità di cambiamento» hanno indicato una validità predittiva migliore, per gli esiti dei genitori e dei minori, rispetto alla valutazione abituale (Cyr et al., 2012). Va tuttavia notato che l’efficacia di tali interventi può dipendere da fattori contestuali che influenzano la ricettività del caregiver. Ad esempio, i caregiver che vivono livelli di stress molto elevati, a causa di un rischio acuto di perdere l’affidamento dei figli, potrebbero non riuscire a trarne beneficio. In effetti, un recente studio randomizzato controllato su famiglie studiate alla fine del procedimento forense, che avevano ricevuto un intervento di questo tipo come ultima possibilità dopo un lungo percorso di sostegno a domicilio, non ha riportato alcuna differenza nella previsione rispetto alla valutazione abituale (Van der Asdonk et al., in press).

Sebbene occorrano ulteriori evidenze, gli interventi dovrebbero avere la priorità nelle prime fasi del processo di indagine ed essere offerti in modo compassionevole e di sostegno, anziché come «ultima spiaggia». Inoltre, va riconosciuto che la risposta di un caregiver a un determinato intervento può dipendere anche dalla sua adeguatezza e dalla qualità della sua erogazione: se un caregiver non risponde a un intervento fondato sulle evidenze, può rispondere a un altro, tenendo presenti l’età del minore, il suo bisogno di stabilità e la sua capacità di attendere.

5.2 Valutazioni della qualità dell’attaccamento e affidamento

Alcune voci della ricerca hanno suggerito che le valutazioni dell’attaccamento possano aiutare a decidere sull’affidamento e sulla ripartizione del tempo, o hanno osservato l’uso di queste valutazioni a tale scopo da parte dei tribunali (ad es. Aitani, 2015; Kohm, 2007). Questa posizione è sconsigliabile perché attualmente non si sa se, o in quali modi, i minori traggano beneficio dal trascorrere più tempo con un genitore con cui hanno un attaccamento sicuro che con un genitore con cui hanno un attaccamento insicuro. Inoltre, privare considerevolmente un minore del tempo con un genitore è di per sé un fattore di rischio di insicurezza e disorganizzazione in quella relazione (Hazen et al., 2015; Umemura & Jacobvitz, 2014). Tornando alla distinzione tra qualità dell’attaccamento e qualità complessiva della relazione, l’insicurezza non significa che il minore non tragga beneficio dalla relazione con un genitore. L’insicurezza comporta svantaggi probabilistici a lungo termine per alcuni aspetti dello sviluppo infantile, ma non è patologica. Un’enfasi eccessiva sull’attaccamento sicuro può quindi privare i minori del tempo con caregiver da cui traggono beneficio in altri ambiti. Infine, non sappiamo in che misura le valutazioni dell’attaccamento siano valide durante le controversie sull’affidamento, quando genitori e minori possono apparire più ansiosi a causa del conflitto in corso e delle sue ripercussioni.

Nelle controversie sull’affidamento, i tribunali per la famiglia lavorano spesso con persone adulte ferite, concentrate sui propri bisogni e talvolta motivate a infliggere dolore all’altro genitore. I minori possono trovarsi nel mezzo di questi conflitti aspri, e i procedimenti contenziosi possono infiammare ulteriormente i conflitti e peggiorare la situazione. In effetti, si ritiene da tempo che uno degli aspetti più dannosi del divorzio per i minori possa essere il conflitto tra i genitori a cui assistono prima, durante e dopo il divorzio (Amato & Keith, 1991; Kalmijn, 2016). Il conflitto coniugale cronico è stato infatti collegato a un aumento del rischio di attaccamento infantile disorganizzato (Owen & Cox, 1997). I tribunali possono svolgere un ruolo importante nel plasmare la dinamica tra i caregiver, e il procedimento giudiziario dovrebbe incoraggiare i caregiver a trovare soluzioni proprie senza bisogno di una decisione formale (Mnookin, 2014; Pruett et al., 2016). La chiarezza delle decisioni sull’affidamento e sulla ripartizione del tempo, compreso il modo in cui vengono valutati i fattori legati all’attaccamento del minore, può quindi migliorare la capacità dei caregiver di privilegiare la cooperazione rispetto al conflitto e influire sul fatto che si battano o meno per l’affidamento esclusivo. Ad esempio, se viene reso chiaro che i tribunali si basano sui principi dell’attaccamento sopra illustrati, compresa l’importanza di una rete di relazioni di attaccamento e del contatto continuo con ciascuna figura di attaccamento, ciò può accrescere la consapevolezza dei caregiver dell’importanza dell’altro caregiver per il minore. Questo, a sua volta, può migliorare la motivazione dei caregiver a cooperare e dissuaderli dal battersi per l’affidamento esclusivo. Inoltre, sapere che i tribunali non basano le decisioni sull’affidamento e sulla ripartizione del tempo sulla presunta qualità dell’attaccamento del minore a ciascun caregiver può ridurre le battaglie per l’affidamento esclusivo fondate su tali argomenti.

Se il conflitto dopo il divorzio non può essere risolto e i caregiver non riescono a trovare un modo sufficientemente buono di cooperare, l’affidamento esclusivo può essere inevitabile come ultima risorsa. Le decisioni sulla ripartizione del tempo possono comunque garantire che il minore trascorra abbastanza tempo con entrambi i genitori per lo sviluppo e il mantenimento delle relazioni di attaccamento. Seguendo la nozione di «genitorialità cooperativa» (Boyan & Termini, 1999), alcuni paesi come la Svezia tengono conto, nelle decisioni relative all’affidamento, della capacità dei genitori di cooperare attorno ai figli. Quando si è costretti a decidere sull’affidamento, si dà importanza alla misura in cui ciascun genitore ha facilitato o ostacolato il contatto del minore con l’altro genitore. Ad esempio, se un genitore ha ostacolato il contatto del minore con l’altro genitore e i passaggi verso di lui o di lei, mentre l’altro genitore ha facilitato contatti e passaggi, l’affidamento viene spesso attribuito al genitore che ha dimostrato la capacità di agire nell’interesse del minore. Naturalmente, anche questo principio va comunicato e applicato con discernimento, per evitare che i caregiver divorziati rinuncino ad avviare discussioni reciproche sulle pratiche di accudimento per paura di essere percepiti come non cooperativi.

5.3 Valutazione dell’attaccamento e della funzione di porto sicuro, e individuazione e mirata attivazione del sostegno futuro

Se in una relazione tra minore e caregiver sembra presente un attaccamento insicuro, non lo si dovrebbe ignorare, perché può orientare gli interventi di sostegno. Riteniamo tuttavia che le valutazioni della capacità di un caregiver di offrire al minore un porto sicuro quando è allarmato siano più preziose, per mirare gli interventi di sostegno, delle informazioni sulla classificazione dell’attaccamento del minore in sé, soprattutto quando la questione centrale è un accudimento più efficace. Valutazioni del porto sicuro di questo tipo sono state sviluppate per minori di varie età e possono essere usate in contesti naturalistici (Farnfield & Holmes, 2014; Madigan, 2019), anche se la loro applicazione nella pratica deve ancora essere adeguatamente validata. Gli ostacoli alla funzione di porto sicuro hanno inoltre un’importanza particolare nell’individuare e mirare il sostegno (ad es. interventi sull’accudimento) per le famiglie nei contesti di tutela dei minori e di affidamento. Inoltre, i problemi di precisione diagnostica delle valutazioni sono considerevolmente meno gravi quando esse servono a mirare gli interventi di sostegno che quando lo scopo è decidere se collocare o meno un minore fuori dalla famiglia (per un argomento simile, vedi Faigman et al., 2014). Anche se i caregiver possono comunque temere che il minore venga infine collocato fuori dalla famiglia, chiarire che lo scopo è orientare il lavoro di sostegno può aiutare a ottenere i contesti di difficoltà lieve o moderata, o i contesti naturalistici, per i quali le misure sono state sviluppate e validate.

Per esempio, le indicazioni di una relazione di attaccamento evitante possono offrire uno spiraglio sulle probabili aspettative del minore riguardo a quella relazione. Sapere che vi è una probabilità elevata che un minore si aspetti di essere respinto da un caregiver quando è turbato (cioè un attaccamento insicuro-evitante) può aiutare a stabilire le priorità dell’intervento di sostegno con la famiglia, che si tratti di genitori biologici o di una famiglia affidataria (Brumariu et al., 2018; Green et al., 2000). Ancora più utile sarebbe una valutazione dell’accudimento da cui risulti che la funzione di porto sicuro del caregiver è limitata dal rifiuto dei tentativi del minore di ottenerne la disponibilità. Questa valutazione è più diretta, e quindi più pertinente, di una valutazione della qualità dell’attaccamento del minore.

Con queste informazioni, le figure professionali possono aiutare la famiglia a riconoscere quando il minore è turbato, anche se non lo mostra apertamente, e come rispondere in modo appropriato. Inoltre, cosa particolarmente importante nei contesti di affido, spiegare ai caregiver come la storia di accudimento del minore possa predisporlo a certi comportamenti può aiutarli a regolare il sentimento di essere respinti quando il minore non cerca sostegno, e a restare disponibili per lui o per lei (Stovall & Dozier, 2000). Al contrario, sapere che vi è una probabilità elevata che un minore si aspetti che le persone adulte siano disponibili soprattutto se manifesta livelli elevati di disagio e ricerca alti gradi di disponibilità (cioè un attaccamento insicuro-resistente) suggerisce una strada diversa. Anche in questo caso, però, una valutazione dell’accudimento effettivo in cui questa dinamica sia osservata direttamente fornirebbe informazioni più solide e meno inferenziali. Le figure professionali possono allora aiutare la famiglia a rispondere in modo coerente e a trasmettere che la disponibilità non è subordinata alle manifestazioni di disagio. Anche la valutazione delle rappresentazioni di attaccamento dei caregiver può essere utile per mirare il sostegno. Ad esempio, rappresentazioni di attaccamento sicure nei genitori adottivi di minori cresciuti in istituto sono state collegate a una maggiore probabilità di attaccamento sicuro nel minore (Barone et al., 2017).

6 Ricerca futura

Esistono senza dubbio ambiti di ricerca futura che possono essere individuati più facilmente da chi opera sul campo. Come comunità, siamo desiderosi di dialogare con chi esercita nella pratica e cerchiamo occasioni per iniziative di ricerca collaborative e co-costruite. Da parte nostra, avvertiamo un bisogno particolare di ricerca collaborativa negli ambiti seguenti. La ricerca collaborativa che immaginiamo qui può idealmente contribuire a colmare il divario tra ricerca e pratica e a costruire infrastrutture che sostengano un corretto trasferimento delle conoscenze (Nicolini et al., 2012).

6.1 Decisioni giudiziarie e qualità successiva dell’attaccamento del minore

Vi sono buone ragioni per ritenere che le decisioni di affidamento e di tutela dei minori abbiano un impatto sulla qualità dell’attaccamento del minore, ma attualmente le conoscenze empiriche sono molto scarse. Per quanto riguarda i casi di affidamento, occorrono ricerche per stabilire se le differenze nella ripartizione del tempo siano associate a differenze nell’attaccamento del minore. Ad esempio, l’affidamento legale condiviso con una ripartizione paritaria del tempo è associato a tassi di attaccamento sicuro più elevati rispetto all’affidamento esclusivo con una ripartizione non paritaria? Queste ricerche dovrebbero esaminare anche i fattori che possono influenzare l’associazione tra ripartizione del tempo e attaccamento del minore, come il conflitto tra i genitori.

Per quanto riguarda la tutela dei minori, la ricerca dovrebbe esaminare se, e in quali circostanze, gli allontanamenti siano associati a livelli di sicurezza dell’attaccamento più elevati rispetto alla permanenza dei minori nella famiglia d’origine. Sebbene diversi studi abbiano esaminato le relazioni di attaccamento dei minori con le famiglie affidatarie (ad es., Gabler et al., 2014; Van der Dries et al., 2009), la ricerca potrebbe confrontare l’attaccamento del minore alla famiglia affidataria con l’attaccamento ai genitori biologici che ricevono un intervento di sostegno. Andrebbe esaminata la possibile rilevanza del tipo di maltrattamento e del momento evolutivo. Allo stesso modo, occorrono ricerche per stabilire se, e in quali circostanze, il ritorno dei minori ai genitori biologici dopo un periodo di accoglienza fuori famiglia sia associato a tassi di sicurezza dell’attaccamento più elevati rispetto alla permanenza in affido. Le risposte a queste domande sono di importanza cruciale per l’obiettivo dei tribunali di sostenere l’interesse superiore del minore e/o di garantire cure sufficientemente buone; anche se la sicurezza dell’attaccamento è solo una parte di una relazione positiva tra minore e caregiver, ne è una parte importante.

6.2 I tre principi dell’attaccamento e la pratica giudiziaria

Abbiamo sottolineato il bisogno del minore di caregiver familiari, non maltrattanti e non trascuranti, la continuità di cure sufficientemente buone e una rete di relazioni di attaccamento come principi fondamentali della teoria dell’attaccamento e della scienza dello sviluppo. La conoscenza di questi principi può migliorare la pratica giudiziaria e le valutazioni del servizio sociale rispetto a indicatori chiave come la qualità delle cure, la continuità di cure sufficientemente buone, i successivi maltrattamenti o trascuratezze e il benessere del minore? Oltre ad affrontare queste questioni chiave, chiediamo ricerche che rispondano alle seguenti domande, collegate ma più specifiche:

  • Le misure dell’attaccamento sono adatte a orientare gli interventi di sostegno, e l’inclusione delle valutazioni dell’attaccamento è migliore della valutazione abituale? Ad esempio, gli interventi di sostegno orientati dalla valutazione dell’attaccamento sono migliori degli interventi non orientati da tali valutazioni? Allo stesso modo, gli interventi orientati dalle valutazioni dell’accudimento e dell’attaccamento sono più efficaci, nel migliorare la qualità dell’accudimento e lo sviluppo del minore, degli interventi non orientati da tali valutazioni?
  • Le valutazioni della capacità genitoriale di cambiamento (risposta all’intervento) dopo interventi brevi sono sufficientemente attendibili e valide? In che modo la paura e la disperazione dei genitori influiscono sulla validità di tali valutazioni?
  • Valutazioni multiple dell’accudimento in ambito forense hanno un valore predittivo più elevato di una singola valutazione? In caso affermativo, le valutazioni multiple hanno un rapporto costo-efficacia migliore delle valutazioni singole? Le valutazioni dell’accudimento (e dell’attaccamento) sono costose. Tuttavia, anche gli interventi inefficaci e i collocamenti in affido sono costosi. Sarebbe importante una valutazione economico-sanitaria, informata dalla prospettiva evolutiva, dei potenziali benefici economici delle valutazioni multiple.
  • In che modo l’alternanza tra due case genitoriali dopo la separazione dei genitori nei primi anni di vita influisce sullo sviluppo dell’attaccamento? Lo sviluppo dell’attaccamento e la sua qualità dipendono dalla frequenza dei contatti e/o dai pernottamenti con un caregiver? Le disposizioni in cui il minore resta in un’unica casa familiare e sono i genitori separati ad alternarsi per stare con lui o con lei favoriscono lo sviluppo e il mantenimento di relazioni di attaccamento sicuro? Inoltre, queste associazioni sono moderate dal conflitto e dalla cooperazione tra i genitori e dall’età evolutiva del minore? Come si possono usare queste conoscenze nelle decisioni giudiziarie?
  • La funzione di porto sicuro svolta da un membro più grande della fratria, nel contesto di un affido o di un’adozione congiunti, è associata nel tempo a danni e/o benefici per chi è più grande, ed è benefica e/o dannosa nel tempo per chi è più piccolo?
  • Le figure di accudimento familiari e/o parenti offrono un vantaggio iniziale per lo sviluppo dell’attaccamento sicuro del minore e di altri indici di sviluppo sano (compresa la tutela dell’identità culturale), rispetto a figure affidatarie e adottive non familiari?

Rispondere a queste e ad altre domande pertinenti, individuate da chi opera e fa ricerca nel servizio sociale e nel diritto di famiglia, sarebbe probabilmente più facile con una maggiore collaborazione tra le nostre rispettive discipline. Domande di ricerca sviluppate congiuntamente e la co-costruzione di standard per un’applicazione appropriata dei risultati della ricerca possono apportare grandi benefici sia alla ricerca sia alla pratica (Madigan, 2019; van IJzendoorn, 2019). In breve, invitiamo al dialogo e all’avvio di sforzi co-costruiti.

Conclusione

I tribunali per la famiglia si trovano in una posizione molto difficile, dovendo prendere decisioni ardue, che cambiano la vita e possono salvarla. Tali decisioni richiedono di soppesare probabilità riguardanti lo sviluppo futuro del minore. Abbiamo sostenuto la rilevanza della teoria e della ricerca sull’attaccamento per il sostegno ai minori e a chi se ne prende cura. Più precisamente, abbiamo sottolineato tre principi fondamentali dell’attaccamento che possono orientare le deliberazioni dei tribunali: il bisogno del minore di caregiver familiari e non maltrattanti; il valore della continuità di cure sufficientemente buone; e i benefici delle reti di relazioni di attaccamento. Abbiamo inoltre messo in luce le potenzialità delle valutazioni sia dell’accudimento sia dell’attaccamento per orientare gli interventi di sostegno. Gli studi controllati hanno anche dimostrato che le relazioni di attaccamento rispondono agli interventi sull’accudimento fondati sulle evidenze.

È imperativo offrire alle famiglie un sostegno che favorisca cure sufficientemente buone, e non minacciare la continuità delle cure senza le più serie giustificazioni. Abbiamo inoltre sostenuto che, sebbene l’allontanamento sia talvolta giustificato, rompere legami di attaccamento consolidati comporta dei rischi, e l’allontanamento porta spesso a sistemazioni instabili fuori famiglia, con conseguenze avverse per lo sviluppo del minore. Pertanto, quando l’allontanamento è inevitabile, come naturalmente talvolta è, è imperativo realizzare collocamenti stabili caratterizzati da cure sufficientemente buone. Quando l’allontanamento non è inevitabile, l’interesse superiore del minore può essere sostenuto accontentandosi di cure continue e sufficientemente buone e aiutando i caregiver a garantirle.

Abbiamo sottolineato che le misure di valutazione della qualità dell’attaccamento, sviluppate per la ricerca a livello di gruppo, hanno una sensibilità e una specificità limitate a livello del singolo minore e del singolo caregiver. Molte persone che fanno ricerca sull’attaccamento ritengono quindi che le classificazioni dell’attaccamento non debbano essere usate per orientare le decisioni di affidamento e di tutela dei minori, che dovrebbero invece concentrarsi sul comportamento di accudimento. Altre ritengono invece che le valutazioni dell’attaccamento possano essere utili in questo contesto, sottolineando – tra altre considerazioni importanti – che tali osservazioni debbano allora far parte di una batteria di valutazione più ampia che includa anche osservazioni del comportamento di accudimento.

Infine, abbiamo suggerito piste di lavoro collaborativo tra chi fa ricerca sull’attaccamento e chi studia e pratica il diritto di famiglia. Attraverso la collaborazione interdisciplinare, speriamo di accelerare il lavoro in questo ambito estremamente importante della scienza applicata.

Complexe Systémique: punti chiave

Il testo è prezioso perché viene dall’interno: sono specialiste e specialisti dell’attaccamento a riconoscere di aver talvolta sopravvalutato i propri strumenti. La sua lezione centrale è una distinzione: la qualità dell’attaccamento di un minore non è né la qualità della relazione, né la sensibilità genitoriale, né una prognosi individuale. Le classificazioni, valide a livello di gruppo, non dicono che cosa accadrà a questo minore in particolare; l’attaccamento «insicuro» riguarda quasi un minore su due e non è una patologia; nemmeno la disorganizzazione è una prova di maltrattamento. Per la pratica sistemica, i tre principi proposti hanno una forte risonanza: caregiver familiari e non maltrattanti, continuità di cure «sufficientemente buone» anziché un interesse superiore idealizzato, e una rete di relazioni anziché un unico genitore. Invitano a guardare all’accudimento, al contesto e ai legami da preservare, anche con la famiglia affidataria quando il minore la lascia. Il limite sta nei disaccordi che il testo espone onestamente, in particolare sui pernottamenti presso il genitore non convivente e sull’uso delle valutazioni nella tutela dei minori. Da leggere insieme all’articolo sul divorzio ad alta conflittualità e all’articolo sulle interruzioni dell’affido familiare.

Note dell’originale

Conflitti di interessi: chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interessi.

1 Non tutti i paesi hanno tribunali per la famiglia: alcuni ricorrono invece ad altre istituzioni (ad es. i tribunali per i minorenni) per decidere nei casi qui considerati. Ciononostante, in tutto l’articolo usiamo «tribunali per la famiglia», in mancanza di un termine generico più adatto, per indicare le istituzioni sociali responsabili delle decisioni giuridiche in materia di tutela dei minori e/o di affidamento.

2 Secondo l’articolo 12 dell’UNCRC (1989), l’opinione del minore deve essere tenuta in debita considerazione. Nel contesto del divorzio dei genitori e delle valutazioni sull’affidamento, un modo per conoscere l’opinione del minore è naturalmente chiedergli di esprimerla, e ciò avviene spesso quando è ritenuto adeguato al suo sviluppo (ad es. a partire dai 10-12 anni circa). È però difficile con i minori più piccoli, che sono l’oggetto principale del presente articolo; in questo caso, osservare come rispondono ai loro caregiver può rappresentare un modo per comprenderne il punto di vista.

Ringraziamenti. Desideriamo esprimere la nostra gratitudine a Katarina Alexius per un’accurata revisione del manoscritto dal punto di vista giuridico e a Joshua Juvrud per la revisione linguistica. Questo lavoro è stato sostenuto da finanziamenti dello Swedish Research Council (Grant 2017-03315) e dello Swedish research Council for Health, Working Life, and Welfare (Grant 2017-01182) assegnati a Pehr Granqvist e Tommie Forslund, e da un Medical Humanities Investigator Award del Wellcome Trust (Grant WT103343MA) assegnato a Robbie Duschinsky.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Attachment Goes to Court: Child Protection and Custody Issues, di Tommie Forslund, Pehr Granqvist, Marinus H. van IJzendoorn, Avi Sagi-Schwartz, Danya Glaser, Miriam Steele, Mårten Hammarlund, Carlo Schuengel, Marian J. Bakermans-Kranenburg, Howard Steele, Phillip R. Shaver, Ulrike Lux, John Simmonds, Deborah Jacobvitz, Ashley M. Groh, Kristin Bernard, Chantal Cyr, Nancy L. Hazen, Sarah Foster, Elia Psouni, Philip A. Cowan, Carolyn Pape Cowan, Anne Rifkin-Graboi, David Wilkins, Blaise Pierrehumbert, George M. Tarabulsy, Rodrigo A. Carcamo, Zhengyan Wang, Xi Liang, Maria Kázmierczak, Paulina Pawlicka, Lilian Ayiro, Tamara Chansa, Francis Sichimba, Haatembo Mooya, Loyola McLean, Manuela Verissimo, Sonia Gojman-de-Millán, Marlene M. Moretti, Fabien Bacro, Mikko J. Peltola, Megan Galbally, Kiyomi Kondo-Ikemura, Kazuko Y. Behrens, Stephen Scott, Andrés Fresno Rodriguez, Rosario Spencer, Germán Posada, Rosalinda Cassibba, Neus Barrantes-Vidal, Jesus Palacios, Lavinia Barone, Sheri Madigan, Karen Mason-Jones, Sophie Reijman, Femmie Juffer, R. Pasco Fearon, Annie Bernier, Dante Cicchetti, Glenn I. Roisman, Jude Cassidy, Heinz Kindler, Peter Zimmerman, Ruth Feldman, Gottfried Spangler, Charles H. Zeanah, Mary Dozier, Jay Belsky, Michael E. Lamb e Robbie Duschinsky, Attachment & Human Development, vol. 24, no 1, p. 1-52 (2022), doi: 10.1080/14616734.2020.1840762, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (dichiarazioni raggruppate nelle note). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Attachment Goes to Court: Child Protection and Custody Issues», pubblicato in Attachment & Human Development (2022) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Forslund, T., Granqvist, P., van IJzendoorn, M. H., Sagi-Schwartz, A., Glaser, D., Steele, M., Hammarlund, M., Schuengel, C., Bakermans-Kranenburg, M. J., Steele, H., Shaver, P. R., Lux, U., Simmonds, J., Jacobvitz, D., Groh, A. M., Bernard, K., Cyr, C., Hazen, N. L., Foster, S., … Duschinsky, R. (2022). Attachment Goes to Court: Child Protection and Custody Issues. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/attachment-goes-to-court-child-protection-and-custody-issues (Opera originale pubblicata nel 2021 in Attachment & Human Development, 24(1), 1-52 (2022); ripubblicata nel 2022 da Attachment & Human Development, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/14616734.2020.1840762)

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