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Journal of Child and Family Studies · Famiglia
Quando un figlio o una figlia rivela in adolescenza di essere trans o non binario, come imparano i genitori a sostenerlo? L’équipe di Shannon L. Dunlap ha intervistato in California 20 giovani e uno dei loro genitori, separatamente e nello stesso momento. I loro racconti mostrano uno scarto di prontezza tra le generazioni, un lutto genitoriale spesso taciuto e gruppi di genitori che fanno da ancora di salvezza senza essere sempre sufficienti.
Traduzione non ufficiale in italiano di “How in God’s Name Are We Going to Navigate This?”: Parent Support for Transgender Adolescents, di Shannon L. Dunlap, Jeremy T. Goldbach, Johanna Olson-Kennedy e Jordan Held, pubblicato in Journal of Child and Family Studies (Springer) (2023), doi: 10.1007/s10826-023-02649-2, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
I genitori non disponevano di una mappa familiare e affermativa nelle loro famiglie e comunità; per questo il contatto con altri genitori di ragazzi e ragazze trans era un’ancora di salvezza.
Shannon L. Dunlap, Jeremy T. Goldbach, Johanna Olson-Kennedy e Jordan Held
Sintesi
La letteratura esistente ha dimostrato con chiarezza che le persone adolescenti transgender e non binarie (TNBA) affrontano uno stress estremo legato alla gestione dell’identità e dell’espressione di genere nei diversi ambienti sociali. Inoltre, i genitori costituiscono forse l’elemento di sostegno più decisivo per le persone TNBA, e la ricerca ha ripetutamente individuato i benefici del sostegno genitoriale per la salute mentale in adolescenza. Pochi studi, tuttavia, mettono in luce come adolescenti TNBA e genitori di una stessa famiglia percepiscano il sostegno genitoriale dopo che l’adolescente ha rivelato di essere transgender o non binario. Il presente studio qualitativo si avvale di un approccio di intervista basato sul calendario della storia di vita (life history calendar, LHC) con 20 diadi adolescente TNBA–genitore (40 interviste individuali) per esplorare le percezioni di adolescenti e genitori riguardo al sostegno genitoriale e all’adattamento legati all’identità di genere e all’affermazione di genere delle persone TNBA. I risultati hanno prodotto tre punti principali sul sostegno genitoriale alle persone TNBA. In primo luogo, il tempo intercorso tra la rivelazione a un genitore e la pubertà contava per il sostegno genitoriale e per i processi di adattamento. In secondo luogo, i genitori che sono entrati nel percorso di genere del figlio o della figlia durante l’adolescenza si sono confrontati con sentimenti di lutto e di perdita mentre prendevano decisioni per sostenerne l’affermazione di genere. Per molte di queste famiglie, le paure legate allo stigma e la sofferenza dell’adolescente hanno inciso sul sostegno genitoriale al percorso di genere. In terzo luogo, i genitori non disponevano di una mappa familiare e affermativa nelle proprie famiglie e comunità e, sebbene si siano messi in contatto con altri genitori di ragazzi e ragazze trans per ricevere sostegno, per alcuni queste risorse di sostegno hanno presentato delle difficoltà. Ulteriori ricerche potranno approfondire i complessi fattori che determinano il sostegno e il possibile impatto di questi processi sul benessere di adolescenti e genitori.
Parole chiave: Transgender e non binario, Sostegno genitoriale, Adattamento genitoriale, Perdita ambigua, Salute mentale in adolescenza
Punti salienti
Le persone adolescenti transgender e non binarie (TNBA) presentano, rispetto ai pari cisgender, disparità in termini di depressione, suicidalità, autolesionismo, vittimizzazione e accesso inadeguato alle cure sanitarie (Clark et al., 2013; Nuttbrock et al., 2010; J. Olson et al., 2015; Reisner et al., 2015; Shipherd et al., 2019; Thoma et al., 2019; Toomey et al., 2018; Veale et al., 2017). La letteratura esistente che si rifà alla teoria dello stress da minoranza (Minority Stress Theory, MST) (Meyer, 2003) ha chiaramente stabilito un forte legame tra questi esiti e fattori di stress da minoranza come la discriminazione e le molestie in molteplici contesti sociali, tra cui la famiglia, il gruppo dei pari, la scuola e i sistemi sanitari (Delozier et al., 2020; Goldbach & Gibbs, 2017; Kosciw et al., 2018; Meyer, 2003; Testa et al., 2015). Il sostegno sociale è quindi decisivo mentre le persone TNBA sviluppano, esprimono e gestiscono la propria identità di genere in mezzo ai fattori di stress da minoranza presenti in molteplici contesti sociali (Clark et al., 2013; Meadow, 2011; Simons et al., 2013).
In particolare, la famiglia rappresenta per ogni adolescente un sistema cruciale, al tempo stesso di stress e di sostegno. A differenza delle relazioni tra pari, la relazione genitore–figlio non è volontaria, ma è legata da un vincolo emotivo e giuridico, vincolato a sua volta dalle aspettative sociali di armonia e di cameratismo (Becker & Useem, 1942). Un disallineamento nella relazione genitore–figlio può tradursi in sofferenza e cattiva salute mentale dell’adolescente (ad es. Collins et al., 1997; Dimler et al., 2016; Steinberg & Morris, 2001), mentre fiducia, rispetto e intesa tra genitore e adolescente proteggono dai problemi di salute comportamentale (Armsden & Greenberg, 1987; Ryan et al., 2010). Per le persone TNBA, il rifiuto da parte dei genitori o delle principali figure di accudimento (d’ora in poi «genitori») è stato associato a disagio psicologico (Bockting et al., 2016), mentre il sostegno genitoriale sembra alleviare la sofferenza e rafforzare il concetto di sé in ogni adolescente (Meadow, 2011; Ryan et al., 2009, 2010). Esprimere una non conformità di genere o fare coming out come persona transgender si accompagna spesso all’isolamento rispetto a sistemi di sostegno familiari impreparati a offrire sostegno (Burgess, 2000). Questo sostegno è decisivo perché un elevato sostegno genitoriale protegge dallo stigma sociale e dal disagio psicologico, come depressione e ansia (Bockting et al., 2016; Grossman et al., 2021; Simons et al., 2013), soprattutto durante il primo sviluppo dell’identità di genere (trans) (Olson et al., 2016). Nonostante l’ampio consenso sull’importanza del sostegno genitoriale nella vita delle persone TNBA, la ricerca sul tema si è finora concentrata sugli aspetti funzionali, come l’uso dei pronomi corretti, l’accesso alle cure mediche e ad altre forme di sostegno legate alla transizione (Hale et al., 2021; Johnson et al., 2020), l’informarsi e informare gli altri, il sostegno emotivo e l’espressione di amore e affetto (Hale et al., 2021).
In effetti, tutti i genitori esercitano la genitorialità in mezzo alle aspettative poste dai propri sistemi personali di sostegno sociale e dai quadri culturali, religiosi e sociali. Questi contesti possono però porre sfide specifiche ai genitori di adolescenti TNBA, che cercano al tempo stesso di accompagnare l’identità di genere e l’affermazione di genere del figlio o della figlia di fronte a norme e aspettative sociali cisgender, senza una mappa chiara da seguire. Molti genitori di adolescenti trans attraversano le fasi del lutto mentre si distaccano dall’idea di chi sia e di chi diventerà il proprio figlio o la propria figlia (McGuire et al., 2016; Meadows, 2011), arrivando forse persino a ritenersene responsabili (Riley et al., 2011), e intanto imparano a conoscere il sé affermato del proprio figlio o della propria figlia e vi si adattano (McGuire et al., 2016; Meadows, 2011; Olson et al., 2011). In questo periodo i genitori possono sentirsi isolati, esclusi, emarginati e molestati (Riley et al., 2011). Anche mentre l’adolescente sviluppa l’autoefficacia necessaria per contestare gli assunti rigidi legati al genere, i genitori vivono la propria confusione e il proprio adattamento (Olson et al., 2011; Simons et al., 2013). Si sa tuttavia poco di come i genitori affrontino la crescita di un figlio o di una figlia transgender e dei fattori che incidono sulla loro capacità di offrire sostegno, al di là delle migliori intenzioni. Comprendere il sostegno e l’adattamento genitoriali nei diversi contesti sociali è necessario se vogliamo sviluppare interventi che sostengano non solo le persone TNBA ma anche i loro genitori, che sono probabilmente determinanti per il benessere delle persone TNBA.
La maggior parte della ricerca sul sostegno genitoriale alle persone TNBA si è concentrata sui genitori oppure sull’adolescente, ma non su entrambe le prospettive all’interno della stessa famiglia. La scarsa ricerca disponibile ha esplorato separatamente un ventaglio ristretto di temi, tra cui (a) la reazione iniziale dei genitori alla rivelazione e il loro adattamento (Alegría, 2018; Grossman et al., 2006, 2021; Sansfaçon et al., 2020); (b) il vissuto dei giovani rispetto alle reazioni dei genitori (Meadow, 2011; Simons et al., 2013); oppure (c) i comportamenti di sostegno dal punto di vista di adolescenti e genitori (Hale et al., 2021). Restano quindi poco studiate le seguenti lacune: (a) le percezioni di adolescenti TNBA e genitori riguardo ai comportamenti e ai processi di sostegno genitoriale nella stessa famiglia, (b) l’adattamento dei genitori e le motivazioni che li spingono a sostenere il proprio figlio o la propria figlia TNBA, e (c) la ricerca di sostegno da parte dei genitori dopo il coming out trans del figlio o della figlia. Attraverso un disegno di ricerca qualitativo narrativo e un approccio di intervista basato sul calendario della storia di vita (LHC), il presente studio si è proposto di esplorare il sostegno genitoriale dal punto di vista di genitori e adolescenti trans della stessa famiglia. Le seguenti domande di ricerca hanno guidato questo studio esplorativo: (a) Come si presenta il sostegno genitoriale all’affermazione di genere delle persone TNBA dal punto di vista di adolescenti trans e genitori? e (b) Come affrontano i genitori di persone TNBA il percorso verso il sostegno al proprio figlio o alla propria figlia adolescente trans? Questa ricerca può spiegare importanti processi familiari, utili sia per la ricerca futura sia per lo sviluppo di interventi centrati sulla famiglia e fondati sul piano teorico.
Il presente studio ha adottato un approccio narrativo alla raccolta e all’analisi di dati diadici, basato su interviste qualitative LHC individuali e simultanee con adolescenti trans e i loro genitori. Chi fa ricerca definisce due persone una diade «quando relazioni intime e faccia a faccia tra loro sono durate per un tempo sufficiente a stabilire un modello riconoscibile di personalità in interazione» (Becker & Useem, 1942, p. 13). La raccolta di dati con diadi genitore–figlio riduce al minimo la distorsione soggettiva e arricchisce la comprensione grazie alla raccolta di due prospettive su un fenomeno condiviso (Thompson & Walker, 1982). Le interviste diadiche hanno offerto l’occasione di esplorare e comprendere a fondo le prospettive, divergenti e sovrapposte, di adolescenti TNBA e genitori sul fenomeno del sostegno genitoriale. Inoltre, il ricorso a due persone intervistatrici per condurre interviste separate e simultanee con genitore e adolescente ha limitato la contaminazione da un membro della diade all’altro e ha così migliorato l’affidabilità dei nostri dati. All’interno di un approccio narrativo, abbiamo utilizzato le interviste LHC per esplorare il contesto e le transizioni importanti dei processi di sostegno genitoriale durante il percorso di genere delle persone TNBA.
Prima dello studio, la ricercatrice principale (PI) ha trascorso un anno nei nostri tre siti di reclutamento, incontrando genitori di giovani adulti trans, giovani adulti trans e clinici, per comprendere i bisogni di adolescenti TNBA e genitori e le loro precedenti esperienze con la ricerca, e per costruire intesa e fiducia. Le diadi adolescente TNBA–genitore (N = 20 diadi) sono state reclutate intenzionalmente in questi tre siti della California meridionale: (a) un ambulatorio sanitario per bambini e adolescenti dedicato alle persone trans, (b) un gruppo di sostegno per famiglie transgender e (c) un centro LGBTQ. I volantini dello studio sono stati affissi negli uffici di case management di questi siti, e le persone che facilitano i gruppi di genitori li hanno approvati e pubblicati online sulle mailing list dei loro gruppi di sostegno. Durante il reclutamento, la ricercatrice principale (PI) ha presentato lo studio e risposto alle domande all’inizio di diversi incontri dei gruppi di sostegno per adolescenti e famiglie e durante gli orari di accesso libero di uno spazio di un centro LGBTQ dedicato ai giovani. Le famiglie e gli adolescenti interessati hanno chiamato, inviato un messaggio o scritto un’e-mail alla PI, che ha condotto un breve screening per verificarne l’idoneità. La PI e la diade genitore–adolescente hanno fissato un appuntamento in un luogo confortevole di loro scelta, a casa della famiglia (n = 16) o in uffici universitari riservati (n = 4), per condurre le interviste separate ma simultanee. Le interviste si sono svolte tra il 2017 e il 2019.
Il presente studio è stato approvato dal North General Institutional Review Board (NGIRB) della UCLA. La PI e assistenti sociali con formazione di livello magistrale (MSW) hanno condotto le interviste separate e simultanee con le diadi: per ogni intervista diadica, la PI e una persona intervistatrice con formazione MSW. Riconoscendo che chi fa ricerca è uno strumento primario nella ricerca qualitativa, la PI alternava la persona intervistata (genitore o adolescente) da un’intervista diadica all’altra, per accrescere l’affidabilità e ridurre al minimo possibili distorsioni legate a chi intervista. Per due famiglie, a causa del calendario e della disponibilità di una seconda persona intervistatrice, la PI ha intervistato separatamente i due membri della diade in due giorni consecutivi. Per queste due diadi la PI non poteva controllare la contaminazione da un membro della diade all’altro; ha tuttavia redatto note di campo approfondite per essere consapevole di qualsiasi domanda suggestiva derivante da conoscenze ricavate dall’intervista dell’altro membro della diade e ridurne al minimo l’uso.
Prima dell’inizio di ogni intervista, le due persone intervistatrici hanno incontrato insieme la diade per la procedura di consenso informato verbale con genitori e adolescenti. Dopo aver svolto la procedura di consenso informato con la diade riunita, la PI e l’altra persona intervistatrice si sono separate in due spazi distinti per condurre le interviste separate e simultanee. Abbiamo poi raccolto individualmente l’assenso verbale di ogni partecipante prima dell’intervista, per dare a ogni partecipante la possibilità di porre domande in modo indipendente e di scegliere se partecipare o meno a titolo individuale. Ogni membro delle diadi ha accettato di partecipare e di essere registrato in audio per lo studio. Subito dopo il consenso informato e l’assenso, le persone intervistatrici hanno acceso un registratore audio e condotto interviste individuali separate e simultanee con adolescenti (n = 20) e genitori (n = 20). Le interviste sono durate tra 90 min e 3 h.
Le persone adolescenti transgender partecipanti (a) avevano tra i 12 e i 17 anni; (b) si identificavano come transgender, non binarie o di un genere diverso dal sesso assegnato alla nascita; e (c) avevano iniziato bloccanti della pubertà od ormoni di affermazione di genere nei 12 mesi precedenti l’intervista. Con «genitore» si intende la figura di accudimento principalmente coinvolta nelle cure sanitarie trans e nelle cure di salute mentale del figlio o della figlia. Il presente studio ha reclutato i genitori principalmente coinvolti nelle cure mediche trans-specifiche del figlio o della figlia, partendo dal presupposto che questi genitori potessero conoscere meglio i processi di affermazione di genere. Nei casi in cui entrambi i genitori erano coinvolti nelle cure trans-specifiche, i padri sono stati incoraggiati a partecipare, perché durante tutto il reclutamento le madri che si sono autoselezionate per lo studio erano più numerose dei padri. Tutte le persone partecipanti parlavano inglese e hanno fornito il consenso verbale dei genitori e l’assenso dei giovani.
Ci siamo basati sul metodo del calendario della storia di vita (LHC) per organizzare i processi di intervista (Baltes et al., 1980). Nella ricerca, l’orientamento del corso di vita allo studio delle esperienze e dello sviluppo umano può essere applicato all’intero arco della vita o a periodi di sviluppo specifici come l’adolescenza (Baltes et al., 1980). Questa prospettiva del corso di vita si accordava inoltre con il nostro approccio narrativo alla raccolta e all’analisi dei dati qualitativi, perché l’LHC come strumento ci ha permesso di esplorare l’affermazione di genere dell’adolescente e il sostegno genitoriale come una serie di eventi che si intersecano nel tempo e si verificano in un’ampia gamma di ambiti (per questo studio, principalmente famiglia, scuola, cure sanitarie e comunità culturale) (Yoshihama et al., 2005). Ogni LHC era adattato all’arco di vita dell’adolescente (dalla nascita all’età attuale). Le domande dell’intervista LHC esploravano temi (ad es. rivelazioni, sostegno, espressione, affermazione, legame con la comunità) all’interno di ciascun ambito, organizzati anche nel tempo in base all’età dell’adolescente e al calendario scolastico (dall’autunno all’estate) (Yoshihama et al., 2005), poiché le famiglie ripercorrevano in modo più naturale le proprie esperienze nei diversi ambiti seguendo questi riferimenti temporali. L’LHC del presente studio aveva il formato di un poster ed era plastificato per potervi scrivere durante l’intervista (con pennarelli cancellabili). Le persone partecipanti erano invitate a segnare gli eventi sul calendario durante l’intervista, per aiutare a collegare visivamente e cognitivamente esperienze temporali e intersezionali (Freedman et al., 1988).
Ogni intervista LHC iniziava con un punto di riferimento, ovvero una domanda su un evento specifico posta da chi intervista per avviare l’intervista. La domanda su un evento specifico posta da chi intervista è una strategia di raccolta di dati qualitativi usata per incoraggiare le persone partecipanti a riflettere su un periodo della vita carico di emozioni o memorabile (Fiese and Spagnola, 2005; Yoshihama et al., 2005). Le persone intervistatrici hanno avviato l’intervista LHC principale con ogni partecipante usando la stessa domanda su un evento specifico, leggermente adattata per adolescenti e genitori: «Ripensando alla prima infanzia, qual è un’esperienza o un ricordo che per te è particolarmente memorabile? Alcune persone pensano a un compleanno in particolare, a un trasloco o a un momento delle elementari (oppure, per i genitori, a un momento della gravidanza o a quando il figlio o la figlia è entrato nella loro vita). Può riguardare, ma non necessariamente, il tuo genere (o quello di tuo figlio o di tua figlia). Che cosa ti viene in mente?». Le persone intervistatrici si sono servite di questa prima esperienza per ancorare il calendario a un ricordo precoce e saliente, il che ha permesso loro di muoversi con fluidità in avanti e all’indietro per comprendere lo sviluppo e i cambiamenti nel tempo a partire da quel primo evento. Nel presente studio, l’uso di un approccio LHC per comprendere le prospettive di adolescenti TNBA e genitori sull’identità di genere e sull’affermazione di genere dell’adolescente è stato importante per due ragioni. In primo luogo, ha permesso di individuare processi chiave dell’infanzia che informano esperienze e percezioni durante l’adolescenza. In secondo luogo, ha consentito a chi intervistava di raccogliere informazioni importanti da due prospettive distinte durante l’adolescenza, approfondendo la nostra comprensione dello stress, del sostegno e del benessere di adolescenti trans e genitori.
La PI ha trascritto parola per parola ciascuna delle 40 interviste audioregistrate con il software di trascrizione Express Scribe. Abbiamo adottato un approccio narrativo per comprendere il vissuto di adolescenti TNBA e genitori nel contesto della rivelazione e dell’affermazione di genere. Questo approccio era necessario perché ci ha aiutato a collegare le narrazioni sia nel tempo sia nel contesto di fasi significative del percorso di genere delle famiglie. Promemoria di prima impressione sui file audio trascritti, caricati in ATLAS.ti 8, hanno fornito informazioni cruciali sulle riflessioni iniziali relative a ciascuna intervista (Creswell, 2013). Una codifica induttiva riga per riga, compresa la codifica in vivo, abbinata a una codifica deduttiva a priori derivata dagli ambiti dell’intervista LHC, ha guidato il processo di codifica iniziale delle prime due interviste diadiche (quattro interviste individuali). I codici sono stati associati a segmenti di testo per comprendere come le singole persone vivessero un fenomeno (Eisikovits & Koren, 2010). Verifiche e discussioni tra due persone codificatrici indipendenti e la PI sulle prime due trascrizioni diadiche sono servite a garantire rigore e affidabilità. Abbiamo utilizzato promemoria analitici, come descritto da Miles et al. (2014), per approfondire la comprensione interpretativa dei codici e del modo in cui potevano raggrupparsi. In seguito alle discussioni di codifica, abbiamo elaborato un manuale di codifica con definizioni e regole da applicare alle trascrizioni restanti. Inoltre, man mano che la codifica procedeva, le definizioni di alcuni codici sono leggermente cambiate per tenere conto di ulteriori fenomeni. Abbiamo ripreso le trascrizioni precedenti per stabilire se e come i codici ridefiniti si applicassero ai dati già codificati, e ne abbiamo poi verificato la salienza.
Abbiamo utilizzato la codifica assiale per determinare la salienza e il significato concettuale dei codici relativi allo stress da minoranza, al sostegno genitoriale e all’affermazione di genere dell’adolescente (Boyatzis, 1998; Malterud, 2001); i codici sono stati raggruppati in ambiti più ampi e significativi in base a somiglianze concettuali e di significato. Il manuale di codifica iniziale comprendeva 222 codici e 15 ambiti analitici. Al termine del processo di analisi, il manuale di codifica finale comprendeva 42 codici e 6 ambiti. Mediante i promemoria, questi ambiti sono stati raggruppati in temi salienti che si adattavano ai dati delle diverse trascrizioni e davano significato ai vissuti nel tempo (Creswell, 2013; Miles et al., 2014).
Abbiamo utilizzato il manuale di codifica e i codici individuali, insieme ai promemoria, per costruire un foglio di calcolo delle somiglianze e delle differenze descrittive e interpretative all’interno delle diadi e tra le diadi (Eisikovits & Koren, 2010). Poi, come metodo per comprendere la diade come unità di analisi, abbiamo confrontato le prospettive di adolescenti e genitori su ciascun ambito e redatto promemoria interpretativi e tematici. In ogni promemoria abbiamo esplorato somiglianze e differenze nelle percezioni del sostegno genitoriale nei diversi ambiti di vita (Eisikovits & Koren, 2010). I temi sono stati organizzati in base alla tempistica (prima e dopo la pubertà; prima e dopo la rivelazione ai genitori). Abbiamo inoltre colto queste esperienze secondo tre periodi di sviluppo (scuola elementare, scuola media e scuola superiore). Abbiamo esaminato i temi emersi dai dati per determinare la centralità del sostegno genitoriale e dell’affermazione di genere dell’adolescente. La struttura del calendario ha fornito un metodo organizzato per individuare specifici processi di sostegno nel tempo e le somiglianze e differenze all’interno delle diadi. Sovrapposizioni e divergenze all’interno di una diade non implicano connessione o disconnessione tra adolescente e genitore (Eisikovits & Koren, 2010). Per questo è stata prestata grande attenzione al modo in cui le persone partecipanti descrivevano e interpretavano i fenomeni (Eisikovits & Koren, 2010). Una comprensione narrativa dei risultati ha incluso citazioni delle persone partecipanti, come metodo per creare racconti ricchi e descrittivi dei vissuti (Miles et al., 2014).
La PI è una donna bianca, istruita, cisgender, ed è anche madre. Ha lavorato per oltre 15 anni come assistente sociale e ricercatrice con giovani senza dimora, nella salute mentale di bambini e famiglie, con giovani LGBTQ, giovani transgender e giovani donne LGBT e donne in gravidanza che vivono con l’HIV. Le persone intervistatrici con formazione MSW/LCSW lavoravano tutte nel campo della salute mentale (n = 4) e della salute e della salute mentale LGBTQA+ e transgender (n = 3). Poiché i nostri vissuti e le nostre identità influenzano il nostro sguardo e le nostre rappresentazioni, ci è sembrato importante segnalare che le persone intervistatrici MSW/LCSW erano bianche (n = 3), cisgender (n = 2), transgender o non binarie (n = 2), nere (n = 1), LGBTQA+ (n = 3) e genitori (n = 1). Una delle persone coautrici ha intervistato diadi e ha lavorato con la PI all’analisi dei dati per questo specifico articolo. Se i nostri sguardi ed esperienze collettivi hanno ispirato le domande di ricerca, i nostri metodi hanno determinato il modo in cui abbiamo compreso e analizzato i dati delle interviste. Abbiamo inoltre utilizzato tracce di audit per rendere trasparenti questi metodi di ricerca (Creswell, 2013). A tal fine, la PI ha documentato ogni fase del processo di intervista, ha tenuto note di campo dettagliate, ha conservato in modo sicuro le interviste trascritte e i promemoria analitici. Chi firma l’articolo si è riunito regolarmente per garantire il rigore analitico del processo di analisi diadica e ha discusso il rapporto tra i risultati e le conoscenze teoriche e sostanziali.
Le famiglie che hanno partecipato a questo studio vivevano nella California meridionale. Tutti i 20 genitori della presente analisi avevano in precedenza dato il consenso alle cure sanitarie di affermazione di genere del figlio o della figlia, compresi bloccanti ormonali e/o ormoni di affermazione di genere. La maggior parte dei genitori intervistati per questo studio si identificava come bianca (65%, n = 13) ed erano madri (80%, n = 16). Tra le persone TNBA, il 60% era transmaschile (n = 12), e il 15% (n = 3) si identificava come non binario (vedi Tabella 1). Le persone partecipanti hanno sottolineato l’importanza delle cure di salute mentale e dei sistemi educativi come componenti importanti dei sistemi di sostegno di adolescenti TNBA e genitori. Mentre la maggior parte frequentava una scuola pubblica tradizionale (n = 11) o una scuola privata (n = 2), cinque partecipanti seguivano programmi di istruzione parentale o di studio indipendente e due risiedevano in scuole terapeutiche fuori dallo Stato. La metà degli adolescenti intervistati (n = 10) disponeva di un IEP o di un piano 504 per adattamenti relativi all’apprendimento e al comportamento o alle emozioni. Per quanto riguarda la salute mentale, nove (45%) delle persone adolescenti intervistate hanno riferito un precedente tentativo di suicidio, e 5 di loro hanno rivelato precedenti ricoveri psichiatrici. Nel nostro campione, 8 delle 9 persone che hanno riferito un tentativo di suicidio passato si erano rivelate ai genitori dopo la pubertà, e tutti i tentativi di suicidio sarebbero avvenuti prima degli interventi di affermazione di genere (cioè bloccanti della pubertà od ormoni). I bisogni educativi e di salute mentale di adolescenti trans sono sempre più complessi, e l’attenzione alla salute mentale in adolescenza è decisiva, ma esula dall’ambito del presente articolo. Tuttavia, l’importanza di collocare il sostegno genitoriale nel contesto più ampio del sostegno educativo, della salute mentale e del clima sociale non può essere sottovalutata.
Tabella 1 — Caratteristiche sociodemografiche delle persone partecipanti
Frequenze, n (%).
Nel contesto di questo studio, la rivelazione e la pubertà sono state due tappe importanti vissute dalle diadi. In cinque famiglie i genitori sapevano che la figlia era trans già in terza elementare, e si trattava in tutti e cinque i casi di ragazze trans. Le altre 15 famiglie comprendevano adolescenti che avevano rivelato ai genitori di essere trans durante la pubertà. Il sostegno genitoriale si è sviluppato in mezzo a norme sociali e all’interno di sistemi comunitari e familiari che di solito non offrivano una via per comprendere la varianza di genere in adolescenza come qualcosa di normale. Abbiamo individuato due temi che racchiudono il modo in cui adolescenti TNBA e genitori hanno vissuto i processi di sostegno genitoriale all’affermazione di genere (vedi Tabella 2): (1) Lo scarto di conoscenze e di prontezza tra genitore e adolescente; e (2) I genitori si adattano (in silenzio) al processo di affermazione dell’identità di genere del figlio o della figlia mentre ne diventano (super) sostenitori.
Tabella 2 — Temi e sottotemi delle interviste diadiche con adolescenti (n = 20) e genitori (n = 20)
Lo scarto di conoscenze e di prontezza indica il divario, tra genitori e adolescenti, nelle conoscenze sulle questioni trans e nella prontezza rispetto all’affermazione di genere dell’adolescente, dopo che quest’ultimo aveva rivelato ai genitori di essere trans. Il tempo trascorso tra la rivelazione dell’identità di genere e la pubertà contava rispetto allo scarto di conoscenze e di prontezza e, in definitiva, rispetto ai processi di sostegno genitoriale. In questo tema abbiamo individuato i seguenti sottotemi: (a) «Nessuno ti dà il manuale per questo»: genitori che cercano di capire e di recuperare terreno; (b) «Ero semplicemente stanca di dare ascolto a tutti»: i genitori si rivolgono a fonti familiari di conoscenza e di sostegno; e (c) «La gente se ne accorgeva e faceva qualcosa»: i vantaggi di avere tempo.
Nelle diadi in cui l’adolescente si era rivelato durante o dopo la pubertà, genitori e adolescenti TNBA partivano di solito da punti diversi rispetto all’affermazione di genere. Quando la rivelazione era avvenuta nella prima infanzia, prima della pubertà, le diadi genitore–adolescente TNBA tendevano ad affrontare all’unisono l’affermazione di genere in adolescenza. Chi aveva rivelato ai genitori di essere trans durante l’adolescenza aveva trascorso, prima della rivelazione, mesi o anni a esplorare la propria identità in termini di genere e di sessualità, ad acquisire conoscenze specifiche sulle questioni trans e a entrare in contatto online con narrazioni trans familiari. Al momento della rivelazione, i genitori erano impreparati, si sentivano confusi e spaventati, si aspettavano il rifiuto di altri membri della famiglia e della comunità e sperimentavano una mancanza di conoscenze su un percorso sconosciuto per sostenere il figlio o la figlia.
Adolescente G, una giovane donna trans di 16 anni, aveva fatto coming out con la mamma dopo che il suo corpo aveva cominciato a cambiare durante la pubertà. La mamma di Adolescente G collegava la disforia della figlia allo sviluppo corporeo della pubertà maschile e allo stress dell’attesa di trasferirsi dalla costa orientale a quella occidentale per darle l’opportunità di fare la transizione. Qui la madre usava pronomi maschili per riferirsi alla figlia, il che poteva riflettere le sue complesse percezioni e i suoi legami sia con il ruolo assegnato alla figlia, quello di figlio, sia con il ruolo ora affermato di figlia. «Gli ho detto di avere pazienza e che dovevamo parlarne, e gli facevo: “Sai, possiamo trasferirci da un’altra parte, in uno Stato completamente nuovo, e tu lì potresti cominciare a vivere come una donna. Potresti semplicemente cominciare la tua vita lì come una ragazza.”»
Adolescente G ricordava il proprio senso di urgenza di andare avanti con l’affermazione di genere e le cure mediche, e la sofferenza legata all’attesa.
Anche se adesso ho fatto coming out, mi sembra di averlo fatto troppo tardi. Perché volevo farlo prima della pubertà. Non volevo tipo avere la mia voce e i piedi grandi, le braccia grosse, cioè, non volevo niente di tutto questo. Ma poi crescendo sono diventata più alta, sono cresciuta, e io non volevo crescere.
Adolescente A, un giovane uomo trans di 15 anni, si era rivelato ai genitori dopo che il suo corpo aveva cominciato a cambiare con la pubertà femminile. La mamma di Adolescente A non disponeva di una mappa familiare su come sostenere l’affermazione di genere del figlio.
Nessuno ti dà il manuale per questo, ma io so soltanto che voglio che mio figlio sia felice, che è quello che vuole qualsiasi genitore. Voglio solo un figlio vivo e felice. E sai, preferisco mille volte avere un [Adolescente A] felice e vivo che una [nome di nascita dell’adolescente] morta. Per me è stato questo l’essenziale, è stato il mio motto per ogni passo successivo. E non che io sia contraria, ma a prescindere da quello che provo riguardo alla perdita.
Questa madre si chiedeva come sostenere il figlio tra paure, sentimenti di perdita e mancanza di conoscenze sulle questioni trans, e al tempo stesso sentiva l’urgenza di alleviare la disforia del figlio e di proteggerlo dal rischio suicidario. Nel periodo che aveva preceduto la rivelazione, Adolescente A aveva acquisito conoscenze sulle questioni trans e si sentiva pronto per la transizione; lo scarto di conoscenze e di prontezza era quindi marcato.
Sì, mi ero già documentato su queste cose prima e quando finalmente ho fatto i conti con questo, non fatto i conti con i miei genitori, ma a quel punto, mi ha sorpreso che non sapessero niente di queste cose. Perché avevo passato così tanto tempo da solo online che pensavo che tutti le sapessero. (Adolescente A)
La madre di Adolescente E (14 anni, agender) ha raccontato come l’urgenza di essere affermato manifestata dal figlio avesse amplificato ulteriormente l’incertezza della madre e del padre. Contemporaneamente si isolavano dai sistemi di sostegno, cercavano di usare i nuovi pronomi e riflettevano sulla decisione di iniziare gli ormoni. La loro sofferenza iniziale come genitori era aggravata, in parte, dalla mancanza di conoscenze sulle cure sanitarie di affermazione di genere, dal proprio vissuto di perdita e dal timore che gli ormoni fossero un errore. Come la mamma di Adolescente G, la mamma di Adolescente E usava il pronome «lei», riflettendo forse il suo legame complesso con due generi che, per lei, rappresentavano il suo figlio:
Ci correggeva continuamente. E io dicevo: «OK, ci stiamo provando, ci stiamo provando, provando». Ed era davvero difficile. E ovviamente non lo dici a nessuno. Cioè, [nome del marito] e io abbiamo passato tre o quattro mesi di depressione totale per conto nostro, senza parlarne con nessuno. E tutti continuavano a dire che [ci vuole] tempo e che avevamo sostegno. E poi siamo arrivati alla conclusione che dovevamo smetterla di pensare a noi stessi, che non si tratta di noi. Si tratta di tenere nostro figlio al sicuro e in vita.
In mancanza di una mappa familiare che li aiutasse a comprendere e ad accettare il percorso di genere del figlio, è stata in definitiva la paura per la sua sicurezza a spingere questi genitori a compiere il primo passo verso l’affermazione del suo percorso di genere. Allo stesso tempo, nutrivano forti preoccupazioni sull’inizio del testosterone. Pur avendo dato il consenso ai bloccanti per arrestare la progressione della pubertà, al momento dell’intervista Genitore E si chiedeva se il testosterone fosse il giusto passo successivo nella vita del figlio.
Sai, lo sosterremo al 100% in qualsiasi cosa. Ma noi siamo un po’ nervosi all’idea di precipitarci, perché lui dice: «Quando possiamo tornare da [nome del medico specialista di genere]?» e «Quando posso prendere il T? Quando possiamo iniziare? Quando possiamo iniziare?». E noi: «Aspetta un attimo». E poi comincia a deprimersi quando le cose non vanno avanti spedite. Perché come genitori dobbiamo esserne sicuri, perché se per qualsiasi motivo è sbagliato, il testosterone non si può far tornare indietro. E poi ti ritrovi con la voce profonda e i peli sul viso. È una decisione importante. E so che è depresso e la disforia è davvero orribile, è terribile, e noi come genitori non possiamo farci mettere fretta, dobbiamo essere responsabili. È davvero dura.
Adolescente E aveva provato inizialmente sollievo per l’arresto della progressione della pubertà femminile, e allo stesso tempo collegava il ritardo nell’inizio del testosterone, e quindi della pubertà maschile, a una sofferenza crescente.
Speravo che la mia transizione andasse molto più veloce e di arrivare al T molto prima. Perché di recente mi è tornato in mente che, tipo, quando abbiamo avuto i primi due appuntamenti con [nome del medico specialista di genere], sui bloccanti e sul testosterone e tutto il resto, all’inizio avevamo in programma di cominciare con i bloccanti e una dose molto bassa di testosterone. Ma poi abbiamo deciso di non farlo. In pratica sono stati i miei genitori a convincermi a non iniziare subito il testosterone e a cominciarlo fra un anno. Ma non ce la faccio a stare senza testosterone per tanto tempo. Mi fa stare davvero male non attraversare nessun cambiamento.
I genitori hanno parlato della ricerca di sostegno all’interno della propria cerchia di fiducia, tra familiari e amicizie, per elaborare le decisioni e le esperienze legate all’affermazione di genere sociale e medica del figlio o della figlia. Alcuni genitori si sono tuttavia sentiti rifiutati, giudicati e isolati all’interno di una rete ristretta di sostegno le cui presunte conoscenze non si traducevano in empatia o in apertura verso i processi di affermazione di genere sociale e medica delle persone TNBA.
La madre di Adolescente M (giovane uomo trans di 15 anni) era una madre sola e descriveva le sue amicizie come informate ma incapaci di comprendere.
Lo sento da amici di lunga data, sai. Cioè, le persone con cui sono amica sono piuttosto informate, ma nessuno capisce davvero. Mi dicono: «Sei sicura?». La mastectomia spaventa tutti, tipo: «Stai scherzando?». Cioè, mi sento dire: «Ma scherzi?». Sai, non capiscono che è una questione di salute, non è una questione sociale; viene talmente schiacciata dentro la parte dello stigma sociale che non è più quello che è. Ricevo un sacco di cose negative, tipo: «Sei una madre orribile».
Suo figlio, Adolescente M, che aveva 15 anni e si identificava come ragazzo trans, comprendeva l’impatto della chirurgia e dell’affermazione di genere sul proprio benessere. Riconosceva anche che, pur non guarendo la sua disforia, la chirurgia avrebbe fatto una differenza significativa e positiva per il suo benessere.
Penso che sarò sempre disforico riguardo ad alcune cose. Tipo la mia altezza, e prima o poi avrò delle cicatrici, ma non credo che sarà insopportabile, sarà solo una cosa con cui vivo. Non credo che sarà invalidante come lo è stato in passato. Andrà bene, sai. Chi mi segue in terapia dice che [la disforia] sparirà. Io non ci credo. Sarà solo minore.
La mamma di Adolescente M doveva difendere gli interventi medici che aveva richiesto per garantire la salute del figlio e alleviarne la sofferenza. Allo stesso modo, la mamma di Adolescente G si chiedeva come sostenere l’affermazione di genere della figlia senza una mappa familiare da seguire. La madre di Adolescente G si identificava come lesbica, era una giovane madre sola e aveva cresciuto i figli in una famiglia portoricana con forti legami intergenerazionali.
E mia madre è così prevenuta, sai. «OK, sei lesbica, va bene. E se lui fosse stato semplicemente un gay normale», come dice lei, «perché non può essere un gay normale, sai, semplicemente un gay normale che si veste da uomo ma a cui piacciono gli uomini?». E io: «Non si tratta di che tipo di gay vuoi che sia. Non è la sua vita». [La madre della mamma diceva:] «È troppo giovane, non sa cosa vuole. Da adolescenti non sanno cosa vogliono essere. Aspetta che cresca, potrà prendere quella decisione a 18 anni, quando sarà adulto e se ne andrà di casa». Ero semplicemente stanca di dare ascolto a tutti. Perché a quel punto avevo così tanti rimpianti. Mi dico: accidenti, se avessi ascoltato me stessa, avrebbe potuto fare la transizione prima, e non avrebbe dovuto attraversare questa fase in cui odia il suo corpo, e forse non avrebbe tutti questi tratti maschili che odia di sé. Sai, me ne pento. Mi pento di non aver pensato con la mia testa.
Si era rivolta a una fonte di sostegno familiare, sua madre, che respingeva l’idea che la nipote fosse trans e abbastanza grande da sapere di cosa aveva bisogno. Senza accesso a conoscenze e a un sostegno affermativi per le persone trans nella propria famiglia e comunità, questa madre non sapeva con chiarezza quali passi compiere per sostenere la figlia. Alla fine si è trasferita dall’altra parte del Paese per offrire alla figlia la possibilità di fare la transizione. Adolescente G sentiva che la sua affermazione di genere era arrivata troppo tardi e, allo stesso tempo, comprendeva la pressione che la mamma aveva vissuto nel processo di sostegno.
Sento che non dovrebbe essere colpa sua, perché io non l’ho fatto, non era compito suo farlo, sai? Ma mi sentivo tipo… oddio, sto per piangere, ma [piange]… non voglio farle sentire che è stata colpa sua se l’ho fatto così tardi. … Ha avuto figli da giovane, ha dovuto lasciare la scuola, ha dovuto fare tre lavori. E sentivo che non era colpa sua.
Se alcuni sistemi di sostegno creavano ostacoli al sostegno genitoriale, altri, come le stesse persone TNBA, offrivano una mappa per sostenere. Adolescente I era una persona non binaria di 16 anni che durante l’intervista usava i pronomi they/them, ma in pubblico e in famiglia usava i pronomi he/him. L’infanzia di Adolescente I si era svolta negli Stati Uniti; la madre era cresciuta in un altro Paese e il padre, cresciuto negli Stati Uniti, era morto 3 anni prima dell’intervista. La prontezza della madre ad acconsentire al testosterone era condizionata dalla mancanza di informazioni facilmente disponibili e culturalmente significative sull’essere transgender e sui processi di affermazione di genere.
Allora, il dottore prepara per il testosterone. Mi sembra che a ottobre siamo andati la seconda volta e mi sembra che [nome del medico] ha detto: «Allora, è pronta per cominciare?». E io non ero pronta. Il dottore ha spiegato che, siccome lui è minorenne, devo firmare io. «Quindi, quando è pronta, può cominciare, e penso che sia una cosa sana». E io ho detto: «Non ce la faccio questa volta, adesso». A novembre ero pronta ma è solo che, qualcosa [il testosterone] lui si inietta e, ehm, mi fa solo paura. Non so. È un farmaco, ma siccome cambia il suo corpo, non so. Ho detto alla mia terapeuta, tipo: «Ci sono quasi, ma manca un altro 10%». Non so, forse se mio marito era qui a dire: «Andiamo». Ho parlato con la mia famiglia e con le amicizie, ma penso che non capiscono. (Genitore I)
Adolescente I temeva che l’esitazione e la confusione della mamma si sarebbero aggravate se avesse saputo che la sua creatura era non binaria. Mettere in scena un genere maschile binario è stato il modo in cui Adolescente I ha guidato la mamma verso il consenso al testosterone.
Cioè, con me che sono genderqueer, tipo, mentre lei cercava di arrivare a capire cosa fosse l’essere trans e, tipo, perché mi sento un ragazzo, quindi non le parlo molto di queste cose perché non voglio confonderla di più. Quindi, prima di prendere il T, non volevo dirle che mi sento, tipo, a metà tra i due poli del binario, perché, cioè, e se questo la portasse a chiedersi, tipo: «Il T è davvero un percorso giusto per te?»
Mentre si chiedeva come sostenere al meglio la sua creatura, questa madre doveva gestire consigli contrastanti provenienti da fonti di fiducia molto diverse: (a) il medico curante, che aveva conoscenze specifiche sulle questioni trans e riteneva che per Adolescente I fosse il momento giusto e che fosse sicuro; (b) amicizie e familiari, che rappresentavano la sua cultura ma non erano percepiti come fonti informate di informazioni e di sostegno sulle questioni trans; e (c) Adolescente I, che possedeva le conoscenze e la cui suicidalità e la cui espressione di genere binaria l’hanno spinta a sostenerne l’affermazione di genere.
Adolescente D, un giovane uomo trans di 15 anni, si aspettava di iniziare subito il testosterone dopo aver rivelato alla mamma di essere trans, ma la mamma non era pronta per quella tappa del suo percorso di genere.
All’inizio non era del tutto d’accordo con l’idea. Tipo, faceva più o meno: «Aspetta, cosa? Ci informeremo». Era frustrante perché io volevo le cose subito, tipo, mi aspettavo di dirlo ai miei genitori e il giorno dopo avrei fatto la mia prima iniezione di testosterone.
Sebbene lui avesse le idee chiare sul proprio genere, la mamma faticava con l’ambiguità del fatto che suo figlio fosse transgender. Senza un percorso familiare, la madre di Adolescente D si è appoggiata al processo del figlio per farsi guidare verso l’accettazione.
Una delle cose che mi hanno colpita quando ho più o meno capito che era vero è stato il pianto che ha fatto, e lui diceva: «Se potessi scegliere, non sarei transgender». E poi, quando ho sentito questo e ho cominciato a pensarci, mi sono detta: ha ragione, perché all’inizio pensavo che stesse facendo una scelta. Ed è quello che ho visto nella comunità e parlando con altre persone di queste cose: pensano che facciano delle scelte. Ma non è una scelta.
Le famiglie in cui si sapeva fin dalla prima infanzia che il figlio o la figlia era transgender (n = 5) hanno potuto adattarsi lentamente alla genitorialità di una persona trans prima dell’adolescenza. Tre delle cinque adolescenti (Adolescenti B, N e R) inizialmente hanno lasciato il quartiere o l’ambiente comunitario per esercitare in sicurezza la propria espressione di genere fuori casa, prima di rivelarsi fuori dalla famiglia. Prima che Adolescente N facesse coming out a scuola, la mamma ricordava le vacanze come un momento per esercitare il suo genere.
Mi sembra che siamo andati a [nome di una città statunitense]. Le ho detto: «Se andiamo a [nome di una città statunitense], vuoi andarci come ragazza o come ragazzo?». Lei ha detto: «Come ragazza». Be’, tipo: «OK, non hai vestiti da ragazza. Andiamo a comprarti giusto quello che basta per questo fine settimana». E abbiamo comprato solo un paio di completi, e lei non si è portata niente da ragazzo per il fine settimana. È stata una ragazza per tutto il fine settimana. E poi, dopo, ogni volta che era a casa, si metteva questi vestiti.
Adolescente N non ha parlato delle vacanze e ha invece descritto la propria prima espressione di genere attraverso i racconti dei genitori.
È stato sicuramente prima di quanto riesca a ricordare. I miei genitori mi hanno anche detto che usavo i pronomi femminili da quando avevo 5 o 6 anni, ma ho cominciato a comportarmi da ragazza a 3 anni. Andavo in giro con i vestitini, e mia mamma dice che le prendevo le sciarpe, le sue belle sciarpe, e ci giocavo.
Sebbene la mamma ricordasse il periodo del genere maschile assegnato alla nascita, Adolescente N non ricordava consapevolmente di aver fatto una transizione sociale, perché si era sempre vista come una ragazza e aveva ricordi da ragazza. Adolescente R, invece, ricordava le vacanze come un momento in cui esprimeva liberamente il proprio genere e i genitori si esercitavano ad adattarsi allo sviluppo dell’identità di genere della figlia.
Durante l’estate tra la prima e la seconda elementare, i miei genitori mi hanno detto che a [nome della località di vacanza] potevo essere chi volevo, e chiunque fosse, ne avremmo parlato e ci avremmo pensato al ritorno. E mia mamma mi ha permesso di mettere i vestitini. E poi, in seconda elementare, è stato un nuovo inizio.
Il padre di Adolescente R ha raccontato come aveva vissuto la prima affermazione di genere della figlia e i fattori che avevano contribuito ai suoi primi processi di sostegno come genitore.
È tornata a casa da scuola [nell’inverno della prima elementare], era sconvolta e piangeva, si è seduta sul divano e ha detto: ‘Io proprio non so come si fa a essere un maschio’. E quella è stata una cosa grossa. Vederla così sconvolta spezzava il cuore. Era così disperata. A quel punto non sapevamo cosa fosse l’essere transgender. Poi abbiamo fatto ricerche su internet e cose del genere e ci siamo messi in contatto con [nome della terapeuta specializzata in identità di genere]. E quello che [nome della terapeuta] ci ha detto è che, se le dici che non può mettersi vestiti da femmina ed essere una femmina, le stai dicendo che chi è è qualcosa di cui vergognarsi. Così, quando è finita la scuola, in prima elementare, stavamo per andare in [nome del Paese] e le abbiamo chiesto se le sarebbe piaciuto provare a essere una ragazza, abbiamo cominciato a chiederle se si sentiva più una ragazza e le abbiamo spiegato che esisteva una cosa chiamata transgender.
Dopo la rivelazione, la mamma di Adolescente B ricordava che la terapeuta della figlia aveva suggerito ad Adolescente B di esercitare la propria espressione di genere femminile fuori casa, in ambienti sconosciuti, come via per arrivare a esprimere il proprio genere in ambienti sociali più familiari, come la scuola.
Poi [la terapeuta] ha anche suggerito, sai: «[Adolescente B], se vuoi, dove ti sentiresti a tuo agio? Lo so, non nel tuo quartiere, ma dove?». E [Adolescente B] ha detto: «Be’, magari se fosse tipo a 2 h di distanza». Così abbiamo cominciato, tipo il sabato, a guidare per 2 h.
Adolescente B non ha parlato dei lunghi viaggi per esercitarsi a essere una ragazza, ma ha descritto come esprimeva l’essere una ragazza all’interno della costruzione sociale del modo in cui le altre persone percepivano il suo genere: «Mi ricordo che andavo dal parrucchiere e cominciavano a giudicarmi perché ero un maschio e volevo lo smalto rosa sulle unghie, ma alla fine mi facevo sempre fare i piedi perché nessuno li avrebbe visti»
La mamma di Adolescente Q sapeva che la sua creatura era una bambina da quando aveva 3 anni. Quando Adolescente Q aveva 6 anni, ricordava di aver incontrato il suo medico e una terapeuta per essere sostenuta rispetto all’ansia e al processo di affermazione di genere.
Ero ansiosa quando andavo alla scuola pubblica. Ero sempre molto ansiosa. In realtà mia mamma voleva che prima vedessi una terapeuta. Ma, ehm, se adesso volessi smettere non potrei, perché ora [nome del medico specialista per le persone transgender], finché ho il bloccante nel braccio, mi obbliga a continuare con la terapeuta.
Quando Adolescente Q aveva sei anni, la mamma ha cominciato la propria transizione come genitore, che ha comportato l’eliminazione di ciò che ricordava la figlia come maschio.
Le abbiamo fatto fare la transizione letteralmente da un giorno all’altro. Qualsiasi cosa specificamente da maschio l’abbiamo messa via in scatoloni, qualsiasi cosa specificamente da maschio, abbiamo tolto tutte le sue foto, ed è stato davvero difficile per me, quelle con i vestiti da maschio, e le abbiamo messe tutte in scatoloni. Ne tengo ancora un paio di nascosto, ma da nessuna parte dove qualcuno possa vederle. Ho una scatola dei ricordi da maschio che conservo, con dentro cose da maschio. L’altra cosa difficile erano i pronomi. Avevamo un barattolo del genere per quando sbagliavamo, e lei si teneva i soldi del barattolo.
Questa famiglia ha avviato rapidamente una transizione sociale e si è messa in contatto con una terapeuta e un medico anni prima che Adolescente Q iniziasse il bloccante della pubertà, il che testimonia l’importanza del tempo per evitare un ulteriore aggravamento della sofferenza e sostenere presto l’affermazione di genere. In quel periodo la mamma ha creato in segreto una «scatola del maschio» con oggetti ricordo, per aiutarsi ad adattarsi a questa transizione e ricordare i primi anni della figlia, quando la si considerava un maschio.
Adolescente B, che aveva detto apertamente ai genitori di essere una ragazza fin dalla seconda elementare, e la sua mamma hanno entrambe sottolineato l’importanza di essere in contatto con il proprio medico per prepararsi alla pubertà. «Avevo 11 anni. E non mostravo segni di niente. Semplicemente non volevano che cominciasse niente perché volevano vedere se così avrebbe funzionato meglio. E così è stato. Ehm, perché non è cominciato proprio niente» (Adolescente B). Mentre Adolescente B sottolineava l’importanza di un accesso precoce alle cure per evitare la pubertà maschile, la mamma ricordava la sofferenza estrema legata all’attesa della pubertà maschile da parte della figlia e l’importanza di essere in contatto con le cure di affermazione di genere per avere sostegno mentre si preparavano ai bloccanti della pubertà.
Cioè, non si può avere il bloccante fino allo stadio 2 di Tanner [una scala dello sviluppo fisico]. Quindi c’erano crisi in continuazione, perché spuntava un pelo e noi correvamo da [nome della dottoressa specialista in salute delle persone transgender], e lei diceva che non era il momento. È stata la cosa più difficile. Mi sorprende soltanto che non sia stata ricoverata. Cioè, urlava. Distruggeva le cose. Gridava: «Portatemi all’ospedale!». Era in uno stato di sofferenza estrema.
Quando Adolescente N ha parlato della pubertà, ha chiarito di essersi sempre vista come una ragazza, il che le rendeva difficile parlare di pubertà maschile o di transizione. Durante l’intervista ad Adolescente N è stato chiesto: «Nel periodo che ha portato a questa fase, quando hai preso i bloccanti, cosa pensavi della pubertà? Quali pensieri ti venivano in mente quando pensavi al tuo corpo che cambiava in quel modo?». Adolescente N ha risposto: «Penso solo di essere una ragazza, e voglio ottenerlo come voglio io». Allo stesso tempo, la mamma ha descritto il valore di aver avuto anni per adattarsi emotivamente e acquisire conoscenze, il che ha permesso loro di anticipare la pubertà e pianificare una transizione medica.
Se guardo quest’altro caso, di chi adesso lo sta facendo in piena pubertà, mi dico: «Oddio. Grazie a Dio l’abbiamo fatto a 5 anni. Grazie a Dio abbiamo avuto abbastanza tempo». Come sarebbe stato se all’improvviso, a 14 anni, mi fossi trovata a fare le pratiche, tipo, subito? Cioè, abbiamo avuto tutti anni e anni in cui lei ha vissuto come una ragazza e poi finalmente abbiamo fatto le pratiche. E poi i bloccanti della pubertà. C’è stato così tanto tempo perché tutti ci abituassimo.
Adolescente Q, seguita sia in terapia sia da un medico specialista per le persone trans fin dall’età di 6 anni, provava sofferenza all’idea della pubertà maschile e riconosceva l’importanza di aver pianificato con il medico i bloccanti per arrestarla.
L’idea della pubertà mi faceva paura, ma sono andata dalla persona che si occupa della mia salute e lei ha detto che era il momento di prendere il bloccante e di bloccare l’arrivo degli ormoni maschili. È stato davvero bello. Ero felice perché tutto cominciava a succedere, e la gente se ne accorgeva e faceva qualcosa.
Tutti i genitori dello studio hanno dovuto affrontare ostacoli sia familiari sia istituzionali ai processi di affermazione di genere del figlio o della figlia. Abbiamo individuato i seguenti sottotemi che rappresentano queste esperienze: (a) «Capovolgilo una volta e io lo capovolgerò di nuovo»: un sostegno genitoriale strenuo e dietro le quinte; (b) «È un processo di lutto per me»: il sostegno genitoriale attraverso il lutto; (c) «Volevo comunque qualcuno che mi capisse»: i gruppi di sostegno sono stati decisivi nel loro percorso di genitori; e (d) «La sostanza» del sostegno genitoriale.
Molti genitori si sono attivati per difendere e proteggere il figlio o la figlia in un mondo che non è strutturato per permettere alle persone trans di prosperare. La madre di Adolescente P, un giovane uomo trans di 14 anni, ha raccontato quanto fosse emotivamente difficile lasciare che il figlio si muovesse negli spazi pubblici, come i bagni, e come gli offrisse sostegno dietro le quinte per garantirne la sicurezza.
Una volta è andato in bagno da [nome del supermercato], e io gironzolavo lì vicino, non che gli stessi addosso, ma solo… ci metteva un’eternità, tipo, erano passati 15 min e non usciva. Scrivo a [nome del padre] tipo: «Entro?». Cioè, sto per sfondare la porta e vedo tutti questi uomini che entrano ed escono. E mi dico: ma che diavolo? Un’ansia. Stavo letteralmente per sfondare la porta e poi lui mi scrive: «Scusa, c’è una fila lunga», e io tipo, OK, nessun problema, niente di che [fa un respiro profondo, sospira e ride], io sono qui, sai.
Alcuni genitori hanno posto un ultimatum ai propri familiari e hanno stabilito presto norme e regole in famiglia perché il figlio o la figlia si sentisse sostenuto e affermato. I genitori erano chiari su questo limite, e alcuni hanno «tracciato una linea sulla sabbia» in materia di sostegno e di affermazione. La madre di Adolescente H (un giovane uomo trans di 13 anni) ha descritto la discriminazione e lo stigma sociale che suo fratello e sua cognata le rivolgevano a proposito del figlio e del suo modo di fare la madre.
Ad agosto ho pranzato con mia cognata. Sono state 2 h di prediche su come quello che sto facendo stia facendo del male a mio figlio, su quanto fosse sbagliato, e perché, e che esiste un manuale per la vita e si chiama Bibbia. E, sai, mi fa: «Cosa significa questo per il futuro? Che non possiamo stare insieme?». Le ho detto: «Be’, non metterò mio figlio in una stanza piena di gente in cui non si sentirà accettato». … Quindi il resto della mia famiglia non ha fatto altro che sostenere noi e [Adolescente H], e non invitano più mio fratello, mia cognata e i loro figli a nessuna festa né a nient’altro. È come se avessero tutti tracciato una linea sulla sabbia.
Il lavoro emotivo compiuto dalla mamma di Adolescente H per nascondere il rifiuto familiare rappresentava un processo di sostegno nascosto per proteggere il figlio. Quando gli è stato chiesto di parlare ancora del sostegno della mamma, ha detto: «Non mi piace molto parlarne [dell’essere trans]. Non ho davvero bisogno di sostegno». Per Adolescente H il sostegno della mamma era importante, ma si collocava nel contesto più ampio, e forse più saliente e incisivo, del rifiuto del padre: «Mia mamma è davvero comprensiva. E a mio papà semplicemente non importa… quando avevo tipo 12 anni, è stato lì che ho detto: “Ehi papà, credo di essere un ragazzo”. E lui tipo: che stupidaggine». Quando gli è stato chiesto che cosa vorrebbe fosse diverso, ha detto: «Che mio papà non facesse parte della mia vita».
La madre di Adolescente C (17 anni, giovane donna trans), che si era rivelata ai genitori a 16 anni, era il genitore che aveva sostenuto principalmente, sul piano emotivo e pratico, il primo periodo dell’affermazione di genere della figlia. Questa madre ha tracciato una linea sulla sabbia con il padre, ponendo un limite che in seguito ha motivato il padre a sostenere l’identità di genere della figlia.
Gli ho detto che se non si fosse convinto, l’avrei lasciato. Ehm, quindi abbiamo semplicemente tenuto questa tensione, perché lui non era pronto a fare le cose diversamente. E poi c’è stato di nuovo il gruppo successivo delle famiglie [trans], e non ricordo perché ma non potevo andarci, e gli ho detto: «Devi accompagnarla tu. E se non entri e non ti fai vedere, tipo…»; non so cosa ho detto, ma tipo, gli ho fatto capire chiaramente che per me sarebbe stato un momento decisivo.
La mancanza di prontezza di questo padre a sostenere la figlia ha spinto la madre a minacciare di lasciare il marito perché si presentasse a un gruppo di sostegno. Dopo aver rivelato ai genitori di praticare il ‘travestitismo’, Adolescente C ha raccontato che il padre inizialmente aveva cercato di entrare in relazione con lei come uomo: «E in effetti [papà] ha fatto un sacco di lavoro con me per attraversare cerimonie di iniziazione all’età adulta maschile. Facevo parte tipo di gruppi di ragazzi e ho fatto un sacco di lavoro, tipo, per diventare un uomo con lui». Alla fine Adolescente C percepiva entrambi i genitori come sostenitori, il che può testimoniare gli sforzi della mamma dietro le quinte per incoraggiare il sostegno del papà.
Penso che accettarmi, ehm, con il mio genere diverso sia stato in realtà molto facile, perché tutto quello che dovevano fare era sostenermi nell’essere più felice. Ehm, tipo, vedevano che avevo una luce sul viso. Usavano i pronomi. È stato facile, e ne sapevano qualcosa, erano informati.
Adolescente F, un giovane uomo trans di 13 anni, ha invece riflettuto sull’impatto di un genitore che lo rifiutava.
Non fa davvero granché parte della mia vita. Cioè, dovrebbe. Cioè, vive nella mia stessa casa, fa davvero tutto per me, ma mi sento egoista a dirlo, ma non sento che mi sostenga così tanto. … A volte li sento [i genitori] litigare. Proprio su di me. Proprio sulla mia transizione. Tipo, mio papà dice: «Non credo che [Adolescente F] sia trans». E mia mamma: «Ma l’ha detto più volte», e lui: «Non credo…»; … non mi vede come un ragazzo. Quindi mia mamma e altri adulti dicono che è piuttosto difficile perdere una bambina, che dovrei capirlo. Ma io non lo capisco più.
Il rifiuto di un genitore poteva ostacolare del tutto il processo di affermazione di genere dell’adolescente. La mamma di Adolescente F si è servita delle sue conoscenze mediche sulla pubertà e sulle questioni trans per trasmettere un senso di urgenza, affinché il padre acconsentisse alle cure mediche di affermazione di genere, anche se non riusciva a vedere e a riconoscere il genere del figlio.
Penso che avere un genitore che lo sostiene abbia aiutato molto. Ma penso che sia molto dura per [Adolescente F]. Lui [il padre] è molto lento ad adattarsi alle situazioni nuove. Penso che anche solo l’idea, penso che fosse dubbioso. E penso che credesse che fosse solo una fase che stavamo attraversando. Ehm, non voleva iniziare né i bloccanti né il testosterone. Ehm, e dopo aver parlato con [nome del medico specialista per le persone transgender] ed essere stata nel gruppo, sai, gli ho detto: «Guarda, la realtà è che [Adolescente F] ha iniziato la pubertà molto presto, a 9 anni, le sue cartilagini di accrescimento si chiuderanno presto, e se non ci muoviamo adesso potrebbe essere qualcosa di dannoso». Lui [il padre] aveva acconsentito molto a malincuore.
La madre di Adolescente L (un giovane uomo trans di 13 anni) prevedeva molestie nella scuola media pubblica del figlio, e questa paura l’ha spinta a consolidare presto il sostegno.
Me lo aspettavo: «Ecco un ragazzo che non rientra nella norma, sarà vittima di bullismo?». Poi, a partire dalla prima media, sapevamo dell’educazione fisica e degli spogliatoi, e ho incontrato in anticipo il consulente scolastico per assicurarmi che avesse un altro posto dove cambiarsi, perché sapevo che non si sarebbe sentito a suo agio nello spogliatoio delle ragazze.
Interpellato sulla scuola media, Adolescente L ha descritto la propria esperienza con maggiore serenità.
È andata bene, è andata benissimo. Non ho avuto nessun problema. E tutto è stato relativamente facile. Gli insegnanti, molti sono molto gentili. Ehm, e tipo, la dirigenza è davvero gentile. Gli studenti, la maggior parte sono gentili e alcuni sono un po’ stronzi. Ma sapevo che gli insegnanti mi avrebbero accettato e agli studenti semplicemente non importava, tipo, non era un problema.
Sebbene i genitori possano avere un controllo limitato sul clima sociale di non accettazione, hanno fatto il possibile per ottenere degli adattamenti. Altri genitori, come la madre di Adolescente N, hanno riconosciuto che sia la perseveranza della figlia sia il loro sostegno incrollabile come genitori avevano aperto la strada alla sua affermazione di genere.
Si tratta davvero solo di cercare di rendere il mondo accettabile per [Adolescente N]. E tutti dicevano sempre: «E se tornasse indietro? E se non fosse d’accordo? Altri ragazzi l’hanno deciso». Basta. Capovolgi di nuovo il mondo. Capovolgilo una volta e io lo capovolgerò di nuovo. Farò in modo che vada bene. Era il meglio che potessi fare per lei.
Alcuni genitori mettevano in atto comportamenti di sostegno e, allo stesso tempo, faticavano ad adattarsi. Per Adolescente O, 15 anni, transmaschile, l’accettazione ambigua rappresentava la contraddizione tra il forte coinvolgimento dei genitori nei gruppi di sostegno e nell’attivismo comunitario e la loro persistente difficoltà ad adattarsi e ad accettare il figlio come persona trans. Adolescente O ha parlato della vicinanza dei genitori ai gruppi di sostegno per famiglie e del sostegno che sentiva mentre compivano accanto a lui i passi verso una transizione medica. Allo stesso tempo, continuava a sentirsi invisibile, perché percepiva la mamma alle prese con la «perdita di una figlia».
Mia mamma è stata un po’ difficile. Diceva: «Sto ancora piangendo la morte di mia figlia», e OK, vai al funerale e torna. Cioè, gli ho dato il tempo e tutto, e mia mamma è ancora suscettibile su questo. … Sono fanatici dei gruppi di sostegno. Vanno a ogni singolo incontro.
Suo padre, invece, ha parlato della sofferenza che lui e la mamma di Adolescente O avevano vissuto per il fatto che il figlio fosse trans. Entrambi i genitori frequentavano regolarmente i gruppi di sostegno e al tempo stesso lottavano con la propria transnegatività interiorizzata, che creava ostacoli all’accettazione. Al momento della rivelazione, il padre ha raccontato di aspettarsi un insieme di esperienze stigmatizzanti per loro stessi e per il figlio.
Penso che per [la mamma dell’adolescente] fosse un po’ più profondo. È cresciuta come cattolica piuttosto devota, e penso che in generale, nel profondo, sapesse che i suoi genitori non l’avrebbero accettato. Quindi c’era di mezzo la vergogna. C’era di mezzo il nascondersi. C’era di mezzo l’imbarazzo. C’era la sensazione di mancanza di accettazione. Cioè, potrei riempire tutta la lavagna di aggettivi. Quindi ti mette proprio paura, che tutto il nostro mondo stia per essere capovolto. E se era così, come diavolo avremmo fatto ad affrontare tutto questo?
Adolescente O vedeva quanto i genitori traessero beneficio personale dal coinvolgimento nei gruppi di sostegno e, allo stesso tempo, continuava a sperimentare la loro mancanza di legame con lui in quanto figlio. I genitori di Adolescente O spesso nascondevano al figlio il proprio stress e le proprie difficoltà per proteggerlo e sostenerlo, ma al tempo stesso erano diventati super sostenitori nel gruppo di sostegno.
Esperienze di perdita che si intersecavano amplificavano il vissuto di perdita di alcuni genitori. La mamma di Adolescente D, che aveva già descritto il lutto per la perdita del figlio, ha descritto anche il legame precario con la propria fede e con le proprie comunità di riferimento lungo il percorso di affermazione di genere del figlio.
Andavamo regolarmente in chiesa, loro hanno fatto, ehm, il catechismo. Dopo che aveva fatto coming out, mi ha mostrato una cosa su papa Francesco, che stava parlando a una folla e diceva: «Riuscite a credere che dei genitori lascino scegliere ai figli il loro genere?». E mi ha mostrato quel discorso, e a quel punto ho pensato: ah. Quindi non andiamo più molto in chiesa. Ho ancora la mia fede, credo davvero che Dio sia giusto e buono. È solo difficile quando senti cose del genere. Io voglio stare dalla parte di mio figlio. Ti isola (piange) perché nessuno sa davvero com’è (piange), e la chiesa, ed è tipo, OK, be’, neanche loro possono sostenere questo.
Molte persone adolescenti di questo studio comprendevano che l’adattamento dei genitori era un fattore del sostegno e dell’accettazione che ricevevano. Adolescente G ha parlato della reazione emotiva della madre nel guardare le foto del periodo in cui la si considerava un maschio: «Lo tiene per sé. Sento che tiene di più le emozioni per sé. Tipo, non me le esprime così tanto. Perché sente di non volermi deludere». La mamma ha descritto il proprio adattamento emotivo al processo di affermazione di genere della figlia:
«Vorrei solo parlare con una madre che sta passando attraverso questo. E, ovviamente, per tutto quel tempo, ci sono giorni in cui mi mettevo semplicemente a piangere perché, cioè, sì, sono accogliente e sono aperta ma allo stesso tempo ho perso mio figlio, [piange], sai.»
Allo stesso modo, Adolescente A comprendeva che probabilmente la mamma continua ad aggrapparsi all’idea di una figlia.
Sento che la mia famiglia ha molto più legame con lei di quanto ne abbia io. Cioè, ho qualche bel ricordo e cose così. I miei genitori si ricordano tutto questo [della sua infanzia], ma per via del loro atteggiamento e del loro ruolo di sostegno non tirerebbero mai fuori niente di tutto ciò.
La mamma di Adolescente A sosteneva le tappe del processo di affermazione di genere del figlio e, allo stesso tempo, provava un lutto legato alla perdita ambigua del sesso assegnato alla nascita del figlio. Inoltre, sebbene i gruppi di sostegno offrissero uno spazio per entrare in contatto con persone nella stessa situazione e sviluppare un senso di comunità e di orgoglio, non sempre erano uno spazio in cui i genitori si sentissero al sicuro nel parlare del proprio lutto e dei propri dubbi.
Quindi, quando vado al gruppo di sostegno, faccio: «Sì, evviva!». Ma in privato [piange], tengo molto dentro perché non voglio che [Adolescente A] veda [piange] la fatica che faccio. Non per chi è, ma la perdita di chi sapevo che era quando era [nome di nascita del figlio; piange]. Comunque, di recente ho capito per conto mio che è un lutto. È un processo di lutto per me. Ma è una cosa che non dirò mai a [Adolescente A], quanto sto facendo fatica con questo [piange].
Nel loro ambiente sociale i genitori non avevano in genere accesso ad altri genitori con figli trans; per questo la maggior parte delle famiglie sentiva che nessuno potesse capirle. Se alcuni genitori non sentivano il gruppo di sostegno come un luogo in cui mettere in discussione i processi di affermazione di genere o vivere il lutto, molti hanno trovato conforto nei gruppi di genitori di persone trans. Per molti, avere accesso a un gruppo di sostegno con altri genitori di persone trans è stato un’ancora di salvezza. La mamma di Adolescente B ha descritto come la sorella fosse accogliente, ma il suo sostegno le sembrasse scollegato da ciò di cui aveva bisogno.
Mia sorella ha cinque figli e quattro sono maschi. [Diceva:] «Oddio, avrà quattro ragazzi tra cui scegliere, perché sai che li costringerò tutti ad accompagnarla al ballo di fine anno o qualcosa del genere e sarà fantastico. Faremo un sacco di foto, non preoccuparti». Sembra una persona empatica, ma per me era tipo la cosa peggiore che qualcuno potesse dire. Ma non potevo dirglielo, tipo: «Dio, sta’ zitta. La tua consolazione sono i tuoi figli, cioè i suoi cugini?». Quindi non ci sono andata a parare, ma dove potevo andare era nei gruppi di sostegno. Sono andata a [nome del gruppo di sostegno per famiglie]. Sono andata a PFLAG. E solo sentire… magari non intervenivo nemmeno. Ma sentire altri genitori e sapere che stavano passando la stessa cosa. Perché nessuno che conoscevo, sai; lei è l’unica a scuola, nessuna famiglia… nessuno sa cosa passo ogni singolo giorno.
La mamma di Adolescente P ha cominciato a cercare online quando si è resa conto che il figlio stava abbracciando un’espressione di genere maschile.
Quando ho visto l’espressione esteriore, tipo completamente maschile, è lì che mi si è accesa una lampadina. Sono andata online e mi sono scatenata a cercare su Google e ho trovato genderspectrum.org, grazie a Dio, e ho trovato [nome del gruppo di sostegno per famiglie transgender] e tipo, OK, qui c’è tutto un mondo per noi.
Allo stesso modo, il padre di Adolescente O ha riflettuto sull’importanza della formazione nel loro percorso di genitori e, allo stesso tempo, ha descritto il persistente adattamento emotivo, e forse la vergogna, suoi e della moglie, nonostante ciò che avevano imparato sulle questioni trans nel gruppo di sostegno.
Paura. [Nome della mamma] usava la parola «vergogna». Molto. Io non provo vergogna per questo. Non è una cosa che ho scelto. Non credo di doverne provare vergogna. Non provo vergogna perché mio figlio è nato nel corpo sbagliato. Nessuno ha fatto niente di male, è solo una circostanza sfortunata. Che stiamo semplicemente cercando di affrontare in modo costruttivo, facendo del nostro meglio. Voglio essere di sostegno, e così abbiamo cominciato ad andare agli incontri di [nome del gruppo di sostegno]. E non lo dimenticherò mai: uscivamo da quell’incontro e vedevo che mia moglie era molto emozionata. Ci siamo fermati a un semaforo rosso. E lei mi ha guardato e ha detto: «Ti prego, Dio, dicci che non è questa la nostra strada. Accetterò qualsiasi cosa tranne questa». Così abbiamo deciso di impegnarci molto nella comunità transgender … e ci siamo formati molto in fretta. Quindi sembra davvero semplice e non lo è, perché è molto contorto e complicato ed emotivo. Ma se ci pensi nel senso più ampio, è piuttosto semplice. Devi solo sostenere tuo figlio quando sei in sua presenza.
Per il padre di Adolescente O e per la madre di Adolescente A, entrare in contatto con un gruppo di sostegno ha aiutato ad acquisire conoscenze e a imparare come sostenere l’affermazione di genere del figlio, ma continuavano a faticare ad adattarsi emotivamente, ad affrontare la perdita ambigua e a gestire la vergogna. La mamma di Adolescente H era una madre sola e ha trovato nelle fonti formali di sostegno, presso professionisti e altri genitori di persone trans, un elemento fondamentale del suo percorso e del suo sostegno come genitore.
Basta un genitore. Devi solo trovare un genitore che si trova in questa situazione, e ti darà tutte le informazioni di cui hai bisogno e le risorse di cui hai bisogno. Ehm, anche andare online ha aiutato un po’. Ehm, il gruppo di sostegno è stato fondamentale per tutti noi. Ehm, avere accesso ai medici. [Nome della dottoressa specialista per le persone transgender] è fenomenale. Ha passato un’ora al telefono con me la settimana in cui ho scoperto tutto questo. Ed è una persona molto impegnata. Ha passato un’ora al telefono a spiegarmi tutto, ed è stato straordinario.
Per la maggior parte dei genitori, il gruppo di sostegno ha offerto riconoscimento e una via per sostenere il processo di affermazione di genere del figlio o della figlia. Nonostante le conoscenze acquisite nei gruppi, alcuni genitori hanno incontrato ostacoli strutturali nell’accedervi e nel trovarvi un legame.
Lo sguardo culturale della mamma di Adolescente J è plasmato dalla sua educazione e dal suo sistema di sostegno, che si trova in un altro Paese, fuori dagli Stati Uniti. Ha parlato della dissonanza tra le percezioni e le pressioni della propria comunità culturale, che le chiedeva di aspettare che il figlio compisse 18 anni, e quelle del gruppo di sostegno, che le chiedeva perché mai avrebbe dovuto aspettare i 18 anni per iniziare le cure di affermazione di genere.
Era stressante. Sì, per un po’. E, ehm, almeno la mia famiglia [l’incontro del gruppo]. Perché la zia di [nome dell’adolescente] dire: «Perché non aspetti 18 anni quando lui decide». Sappiamo già che lui compie 18 anni, quindi allora sai vado all’incontro e perché io aspetto 18 anni?
La madre di Adolescente G, una madre sola, inizialmente non aveva accesso, nella sua comunità della costa orientale, a risorse informative né ad altri genitori di figli transgender, prima di trasferirsi sulla costa occidentale.
Quando ha cominciato a raccontarmi delle cose, ho cominciato a cercare gruppi di sostegno, tipo, per me o per lui, e programmi, e non c’era niente. Era in terza media, quando per me ha cominciato a diventare più una ragazza. Era semplicemente opprimente, perché anche se [nome del partner] mi sosteneva tantissimo, volevo comunque qualcuno che mi capisse. Sento che dovrebbe esserci di più per aiutare i genitori che passano attraverso questo. Perché tanti genitori fanno fatica. Ho sofferto molto perché ero sola.
Sebbene il padre di Adolescente K abbia trovato nei gruppi di sostegno un’ancora di salvezza, riconosceva le difficoltà delle famiglie che non avevano accesso a questo sostegno.
E penso che se vivi in una piccola città o se sei lontano da questo tipo di gruppi, non riesco a immaginare quanto sia dura non avere gruppi del genere. Puoi leggere cose online o libri, ma non è lo stesso che avere altre persone in carne e ossa, perché la cosa migliore è fare una domanda e poi ci sono 30 persone che possono darti le risposte.
Sebbene alcuni genitori continuassero a vivere un lutto o a sentirsi incerti, alla fine delle interviste tutti i genitori hanno detto di desiderare che il figlio o la figlia fosse felice, si sentisse al sicuro, sviluppasse relazioni intime e si costruisse una vita. I genitori, inoltre, guardavano ai figli con ammirazione e sentivano che l’esperienza di crescere un figlio o una figlia transgender li aveva trasformati. Le madri di Adolescente G e di Adolescente P hanno espresso gratitudine per il proprio percorso di genitori e hanno ribadito l’importanza del loro sostegno: «Sono sicuramente più compassionevole. Lei mi ha dato questo. Sinceramente adesso vivo la vita in modo completamente diverso» (Genitore G). «Sono solo grata per l’esperienza che abbiamo avuto e che lui stia così bene. Significa molto. È la cosa più gratificante per noi come genitori, vederlo felice, e quindi è questa la sostanza» (Genitore P). Le persone adolescenti hanno riflettuto sulla propria affermazione di genere nel contesto del sostegno ricevuto dai genitori. Adolescente L ha riflettuto sul significato del sostegno dei genitori: «Penso che sia piuttosto importante sapere che mi è andata molto meglio che alla maggior parte delle persone e che la mia transizione è stata molto più agevole, dato che i miei genitori mi accettano e sono stati in grado di spingere e ottenere tutto in fretta, e penso che sia l’unica cosa».
Il percorso di genere di una famiglia è complesso, e al sostegno genitoriale concorrono fattori interpersonali e strutturali vari e concomitanti. Abbiamo intervistato le famiglie entro i primi 12 mesi dall’inizio dei bloccanti e/o degli ormoni da parte dell’adolescente. La maggior parte delle diadi, indipendentemente dal momento in cui i genitori avevano saputo che il figlio o la figlia era trans, si è confrontata con uno stress prossimale legato ad aspettative negative e a uno stigma interiorizzato, e con uno stress distale legato alla discriminazione, al rifiuto (Goldbach & Gibbs, 2017; Meyer, 2003) e alla mancata affermazione (Testa et al., 2015) all’interno della propria comunità e dei propri sistemi di sostegno sociale. Abbiamo intervistato le famiglie in un periodo particolare, in cui i diritti della comunità transgender e le politiche sociali venivano apertamente contestati e rovesciati, segno di un clima comunitario potente, rumoroso e ostile nei confronti delle persone transgender (Jones, 2018). Il lavoro di Jones, che esamina i progressi transnazionali in relazione al rovesciamento dei diritti civili delle persone transgender nell’era Trump e ai gruppi potenti che demonizzano gli «altri» transgender, ha rilevato che queste narrazioni hanno contribuito a un clima ostile verso la comunità trans negli Stati Uniti (Jones, 2018), clima che oggi si traduce in politiche legislative che bloccano l’accesso legale a cure di affermazione di genere necessarie dal punto di vista medico per bambini e adolescenti in tutti gli Stati Uniti. È importante sottolineare che le nostre interviste si sono svolte in uno Stato in cui i diritti delle persone trans sono tutelati, eppure le famiglie hanno comunque vissuto stigma sociale, isolamento e ostacoli al sostegno, all’accettazione e alle cure. L’adozione della prospettiva dello stress da minoranza ci ha aiutato a comprendere la complessità del sostegno genitoriale ad adolescenti trans in questo panorama sociale. I nostri risultati sono quindi radicati in questo contesto e hanno prodotto tre punti principali sull’esperienza specifica del sostegno genitoriale alle persone TNBA. In primo luogo, il tempo intercorso tra la rivelazione a un genitore e la pubertà contava per il sostegno genitoriale e per i processi di adattamento. In secondo luogo, per i genitori entrati nel percorso di genere del figlio o della figlia durante l’adolescenza, la perdita ambigua ha inciso in modo particolare sull’adattamento e sul sostegno. In terzo luogo, i genitori non disponevano di una mappa familiare e affermativa nelle loro famiglie e comunità; per questo il contatto con altri genitori di ragazzi e ragazze trans era un’ancora di salvezza. Questi punti sono approfonditi qui di seguito.
Le famiglie i cui figli TNBA si erano rivelati nella prima infanzia hanno attraversato il loro percorso di genere per anni prima di qualsiasi intervento medico, mentre altre famiglie hanno scoperto che il figlio o la figlia era trans e si sono trovate subito a prendere decisioni sui processi di affermazione di genere. Il sostegno genitoriale rifletteva fattori complessi e intrecciati che incidevano sullo scarto di conoscenze e di prontezza all’interno della diade. I genitori, indipendentemente dal momento in cui avevano saputo che il figlio o la figlia era trans, hanno dovuto dare un senso a due mappe nel decidere come e quando sostenerlo: (1) una mappa affermativa per le persone trans, proveniente dal figlio o dalla figlia e dal medico o dalla rete sociale specializzati nelle questioni trans, centrata sull’affermazione di genere, e (2) una mappa dominante cisgender, quella delle loro famiglie e comunità, in cui il percorso di genere [trans] era invisibile. Per le persone adolescenti che avevano fatto coming out nell’infanzia, prima della pubertà, il processo di affermazione di genere all’interno della diade si svolgeva di solito all’unisono, con i genitori che lavoravano accanto al figlio o alla figlia per sostenerne l’affermazione di genere. Una ricerca precedente, basata su interviste con cinque madri di giovani ragazze transgender tra gli 8 e gli 11 anni, ha rilevato che le ragazze avevano avuto il tempo di affermare intenzionalmente il proprio genere in molteplici contesti sociali prima della pubertà (Kuvalanka et al., 2014). Ciò comprendeva esercitare il proprio genere in casa, fare viaggi per esercitare la propria espressione di genere in pubblico, farsi crescere i capelli per apparire più stereotipicamente femminili, cambiare nome e indossare abiti femminili (Kuvalanka et al., 2014). Secondo la ricerca di Kuvalanka et al., durante la prima infanzia dei figli i genitori avevano avuto il tempo di acquisire conoscenze e di adattarsi al fatto di essere genitori di una bambina trans.
Sebbene tutte le persone TNBA del presente studio si siano confrontate con la pubertà associata al genere assegnato, chi era stato riconosciuto come transgender nell’infanzia era entrato nella pubertà vivendo da anni nel genere affermato. Questa affermazione di genere precoce, anteriore alla pubertà, ha offerto ai genitori l’opportunità di sviluppare consapevolezza e conoscenze sulle questioni trans, raccogliere risorse, sviluppare la propria identità di genitori di una persona trans ed entrare in contatto con altri genitori e con risorse di cura sanitaria e di salute mentale, per prepararsi intenzionalmente agli interventi medici legati al genere quando il figlio o la figlia fosse pronto. Al di là della pubertà, questi genitori avevano visto e compreso presto, nell’infanzia, che il figlio o la figlia era trans e quindi non si chiedevano se il suo genere fosse reale mentre prendevano decisioni per sostenere le tappe successive del suo percorso. Molti genitori che avevano compreso e accettato nella prima infanzia che il figlio o la figlia era trans contrapponevano nettamente questo processo di affermazione di genere più lungo, e il contatto precoce con cure e sostegno, alla situazione di altre famiglie i cui figli avevano fatto coming out durante o dopo la pubertà.
Le diadi in cui l’adolescente aveva rivelato di essere transgender durante l’adolescenza e la pubertà hanno vissuto uno scarto di conoscenze e di prontezza, che rifletteva i due estremi di uno spettro di prontezza rispetto all’affermazione di genere dell’adolescente. Prima di rivelarsi ai genitori, le persone adolescenti avevano passato del tempo online ad acquisire conoscenze sulle questioni trans, a entrare in contatto con modelli di riferimento trans e a sviluppare un senso di sé più solido. Quando le persone TNBA del nostro studio hanno rivelato la propria identità ai genitori, essere affermate nel proprio genere era per loro non negoziabile e una necessità emotiva, sociale e medica. I genitori, invece, hanno cominciato il proprio percorso di genere come genitori solo dopo la rivelazione. I genitori che affrontavano per la prima volta rivelazione e affermazione di genere durante l’adolescenza dovevano contemporaneamente sviluppare un’alfabetizzazione e una consapevolezza sulle questioni trans, costruire identità e ruoli genitoriali in trasformazione, entrare in contatto con le cure, confrontarsi con le idee familiari e culturali sul genere e sull’affermazione di genere, affrontare il peso dello stigma verso le persone trans, gestire gli ostacoli assicurativi e prepararsi emotivamente all’affermazione di genere medica e sociale, chiedendosi [in silenzio] se fosse la strada giusta.
La perdita ambigua è una perdita poco chiara o percepita, studiata inizialmente in relazione (a) alle famiglie di militari, in cui un genitore o un partner è psicologicamente presente ma fisicamente assente; oppure (b) a un familiare con demenza, fisicamente presente ma psicologicamente assente (Adams et al., 2008; Boss, 2004; Huebner et al., 2007). Di recente la ricerca ha utilizzato la perdita ambigua per comprendere le perdite percepite legate all’affermazione di genere di un familiare (McGuire et al., 2017; McGuire et al., 2016). Un risultato importante di uno studio recente sulla perdita ambigua indica che le famiglie transgender hanno vissuto perdite sia fisiche sia emotive legate allo sviluppo e all’espressione dell’identità di genere di un familiare, ma anche un senso di guadagno, di sostegno e di accettazione (McGuire et al., 2016). I genitori del nostro studio che sapevano fin dalla prima infanzia che il figlio o la figlia era trans avevano parlato con emozione delle difficoltà legate allo stigma, ma al momento dell’intervista non stavano vivendo attivamente il lutto per la perdita percepita del figlio o della figlia. I genitori del nostro studio che avevano vissuto e affrontato la perdita ambigua prima, prima dell’adolescenza, non dovevano gestire contemporaneamente la perdita ambigua, lo stigma, le lacune di conoscenza e le decisioni sull’affermazione di genere sociale e medica. Per questi genitori, il peso emotivo della perdita ambigua non era un fattore rilevante nelle decisioni relative all’affermazione di genere del figlio o della figlia durante l’adolescenza.
In linea con i lavori precedenti sulla perdita ambigua nelle famiglie transgender (McGuire et al., 2016), la perdita ambigua per le diadi del presente studio era legata alla perdita emotiva percepita dai genitori e a una reimmaginazione del genere e dell’identità culturale del figlio o della figlia, della propria identità genitoriale e culturale e della relazione futura immaginata con il figlio o la figlia. Nel nostro studio, i genitori che vivevano una perdita ambigua presentavano di solito due processi di sofferenza a essa legati: uno iniziato subito dopo la rivelazione e un altro dopo che l’adolescente aveva cominciato gli interventi medici di affermazione di genere. I genitori di adolescenti che si erano rivelati nell’infanzia non hanno parlato di perdita o di lutto, probabilmente perché, al momento dell’intervista, vedevano soprattutto il figlio o la figlia nel suo genere affermato fin dalla prima infanzia e si erano visti come genitori di una persona trans molto presto nella loro genitorialità. Per questi genitori, l’affermazione di genere medica è stata un sollievo. Le esperienze di perdita ambigua legate all’affermazione di genere erano più frequenti tra i genitori che avevano compreso che il figlio o la figlia era transgender a partire dall’adolescenza. Molti di loro hanno descritto questo processo come il lutto per una perdita profonda, spesso legata all’attaccamento a un genere assegnato alla nascita e all’idea di ciò che esso rappresentava per loro. D’altra parte, e in linea con la ricerca sulla perdita ambigua (McGuire et al., 2016, 2017), tutti i genitori intervistati hanno abbracciato una nuova visione e una nuova speranza per il futuro del figlio o della figlia, centrate sull’identità affermata e sulla costruzione di nuovi ricordi di esperienze condivise.
La ricerca ha rilevato che l’affermazione di genere attenua il rumore della disforia di genere nella vita delle persone adolescenti e permette loro di concentrarsi su altri compiti sociali, educativi e orientati al futuro (Kreukels & Cohen-Kettenis, 2011; Rafferty & Committee on Psychosocial Aspects of Child and Family Health, 2018). Per alcuni genitori, tuttavia, la nostra ricerca suggerisce che l’affermazione di genere rende inizialmente più forte il rumore della perdita ambigua. Attraverso questo processo di affermazione, i genitori vivevano comunemente una perdita ambigua legata a idee persistenti sul figlio o sulla figlia e sulla propria identità di genitori, risalenti a prima che l’adolescente rivelasse di essere trans. Nel presente studio, i genitori che si stavano adattando emotivamente e attraversavano un processo di lutto e di perdita hanno compiuto i primi passi per sostenere l’affermazione di genere del figlio o della figlia non perché fossero pronti, ma perché volevano tenerlo in vita. Nove adolescenti avevano già compiuto un tentativo di suicidio e tutte le diadi hanno parlato di stigma e/o di dissonanza tra il genere e le credenze dominanti cisgender. Le famiglie si muovevano quindi in una tensione di spinte opposte rispetto all’affermazione di genere del figlio o della figlia: da un lato, lo stigma esplicito e interiorizzato e la dissonanza accentuavano l’esitazione, la confusione e i ritardi dei genitori; dall’altro, la paura per la vita e per la sicurezza emotiva del figlio o della figlia motivava il sostegno. Questi genitori si interrogavano su aspetti del genere e dell’affermazione di genere del figlio o della figlia, non erano emotivamente preparati a questo cambiamento e non avevano, nella loro comunità o famiglia, una strada affermativa per le persone trans né modelli di riferimento su come e quando offrire sostegno; eppure hanno sostenuto le tappe successive.
Per i genitori del nostro studio, la perdita ambigua iniziava dopo la rivelazione e rappresentava (a) la perdita percepita, o il cambiamento, della relazione con il figlio o la figlia e/o con membri della propria famiglia o comunità, (b) una perdita percepita legata alla propria identità genitoriale (compresa quella culturale) e (c) la perdita percepita dei progetti per il futuro del figlio o della figlia e delle idee sulla relazione con lui o con lei. Una ricerca precedente ha rilevato che anche le persone transgender vivono una perdita ambigua, non necessariamente legata alla propria identità ma connessa al timore del rifiuto da parte dei genitori, o al rifiuto effettivo, e a una relazione con i genitori che cambia (McGuire et al., 2016). Le persone adolescenti del nostro studio i cui genitori si interrogavano in silenzio, si stavano adattando emotivamente e/o vivevano una perdita ambigua continuavano a percepire come incerta l’accettazione dei genitori, pur ricevendo da loro aiuto nelle tappe dell’affermazione di genere sociale e medica. Il sostegno genitoriale era percepito come ambiguo anche quando era guidato dalla sofferenza dei genitori e dall’urgenza di tenere in vita il figlio o la figlia, o quando il [super] sostegno e l’attivismo dei genitori erano percepiti dall’adolescente come interessati o in contrasto con il loro persistente adattamento. Per molte diadi, quindi, il rapporto tra sostegno genitoriale e accettazione era fragile nel periodo iniziale dei processi di affermazione di genere dell’adolescente.
Nel presente studio, le persone adolescenti sono entrate in contatto con modelli di riferimento transgender online e con alleati tra i pari nelle proprie comunità, sia prima sia dopo la rivelazione ai genitori. I genitori, invece, sono entrati in contatto con i gruppi di sostegno per genitori di persone transgender solo dopo la rivelazione, in un momento in cui l’adolescente non solo era pronto, ma desiderava ardentemente andare avanti con la transizione. A differenza delle persone adolescenti, e in linea con la ricerca precedente, i gruppi di sostegno erano lo spazio principale o l’unico in cui i genitori potevano entrare in contatto con persone nella stessa situazione (Hidalgo & Chen, 2019; Riley et al., 2011) e imparare a sostenere il figlio o la figlia trans.
I gruppi di sostegno erano un percorso personale e non andavano bene per tutti. I gruppi di sostegno per genitori hanno aiutato le famiglie a costruire conoscenze, acquisire risorse, sentirsi riconosciute ed entrare in contatto con esperienze condivise. Molti genitori si sono appoggiati alla loro comunità di genitori di persone trans e di salute trans nel prendere decisioni complesse per sostenere i figli in mezzo agli stigmi. Alcuni genitori hanno trovato la forza di «tracciare una linea sulla sabbia» con reti sociali che non li sostenevano, famiglia compresa, ponendo ultimatum per garantire sicurezza emotiva e affermazione. Altri hanno imparato a difendere i figli a scuola e presso i servizi sanitari perché fossero affermati. Questi sforzi erano emotivamente gravosi e spesso nascosti. Allo stesso tempo, alcuni genitori non si sentivano al sicuro nel mettere in discussione le cure di affermazione di genere all’interno del gruppo di sostegno e si sentivano esclusi da narrazioni maggioritarie che non rappresentavano intersezioni significative di valori culturali, identità e stigma. Alcuni genitori hanno quindi taciuto il proprio processo di adattamento e il proprio lutto e hanno lottato in modo [in]visibile con paura, vergogna e perdita, diventando al tempo stesso sostenitori dichiarati e appoggiando le tappe successive del percorso del figlio o della figlia. Per alcune persone adolescenti, le difficoltà [in]visibili dei genitori erano percepibili e contraddicevano il loro attivismo; per loro il sostegno genitoriale appariva quindi incerto e fragile. Altri genitori non avevano accesso a gruppi di sostegno per genitori nella propria comunità. Per Adolescente G e Adolescente I, il gruppo di sostegno o il servizio medico più vicino si trovava a ore di distanza dal loro quartiere. Lo scarso accesso a professionisti della salute e della salute mentale e a risorse di sostegno vicini (Oswald & Culton, 2003), che conoscano gli ostacoli complessi al sostegno e all’accettazione e sappiano affrontarli con competenza, e che siano formati e attrezzati per sostenere e curare adolescenti trans, rappresenta uno stigma strutturale per la comunità trans (Cruz, 2014), genitori compresi. Questi ostacoli strutturali incidono sull’adattamento dei genitori e sul conseguente processo di sostegno e di accettazione del figlio o della figlia, influenzando così i tempi e le forme del sostegno che i genitori offrono alle persone TNBA, anche nei momenti di crisi.
In generale, ascoltando le storie degli altri membri del gruppo, i genitori hanno cominciato a entrare in relazione con il figlio o la figlia, a sviluppare un’alfabetizzazione sulle questioni trans, ad accedere a risorse e a imparare a sostenerne il percorso di genere nei diversi ambiti sociali. Per molti genitori, frequentare questi gruppi di sostegno ha cominciato a colmare lo scarto di conoscenze e di prontezza tra adolescente e genitore rispetto all’affermazione di genere. Lo studio di Riley e colleghi (2013) con persone adulte transgender ha indicato che la mancanza di conoscenze e di consapevolezza dei genitori sulla diversità di genere non solo contribuiva ai fattori di stress da minoranza in adolescenza, ma ostacolava anche l’accettazione e il sostegno genitoriali. Come suggerito dalla ricerca di Meadow (2011) con genitori di bambini con varianza di genere e transgender, i saperi istituzionalizzati hanno plasmato i modi in cui l’identità e lo sviluppo di genere vengono regolati e, allo stesso tempo, questi campi, compresa la sociologia, hanno anche alimentato le conoscenze dei genitori sulla complessità del genere. Sebbene le diadi non abbiano parlato esplicitamente dell’impatto storico della produzione istituzionalizzata di saperi sul genere, hanno però raccontato come i gruppi di sostegno e i medici specializzati nelle questioni trans abbiano contribuito a scardinare i saperi sul genere dominati dalla prospettiva cisgender. Le narrazioni diadiche vanno nella direzione indicata da Meadow (2011): diverse forme di sapere e di discorso hanno aiutato i genitori a costruire idee alternative sull’espressione di genere del figlio o della figlia e a co-creare con lui o con lei una nuova realtà condivisa del suo genere. Nella stessa linea, la ricerca precedente suggerisce che la perdita ambigua offre l’opportunità di ridefinire e co-creare narrazioni alternative condivise e una nuova via di legame (McGuire et al., 2017). Grazie ai gruppi di sostegno, i genitori hanno riferito che le proprie esperienze venivano normalizzate e che, per la prima volta, avevano accesso a una mappa su come offrire sostegno e adattarsi alla loro nascente identità di genitori di una persona transgender.
I risultati del presente studio vanno interpretati tenendo conto dei limiti legati al disegno dello studio e al campionamento. L’approccio qualitativo retrospettivo ha richiesto ad adolescenti e genitori di riflettere sulla prima infanzia e di ricordarne episodi. Le esperienze passate sono inquadrate dalla prospettiva del presente, il che probabilmente distorce il modo in cui gli eventi vengono ricordati o compresi. Inoltre, le persone intervistatrici hanno chiesto alle diadi di riflettere su esperienze delicate legate all’identità e all’affermazione dell’adolescente e al sostegno e all’accettazione genitoriali. Il metodo di intervista può aver accresciuto il rischio di una distorsione da desiderabilità sociale, qualora le persone partecipanti ritenessero che le loro risposte potessero essere viste in una luce negativa. Di conseguenza, le diadi possono aver taciuto o mascherato tali esperienze per proteggersi da un giudizio percepito da parte di chi intervistava.
Inoltre, abbiamo reclutato le famiglie in gruppi di sostegno per famiglie transgender, in un centro LGBTQ della California meridionale e in un ambulatorio sanitario per adolescenti dedicato alle persone transgender. Il campione era limitato ad adolescenti tra i 12 e i 17 anni che si trovavano nei primi 12 mesi dall’inizio dei bloccanti della pubertà o degli ormoni di affermazione di genere; i genitori avevano quindi già compiuto passi importanti per sostenere l’affermazione di genere del figlio o della figlia. Questi risultati rappresentano le esperienze di famiglie consapevoli, pronte e in grado, sul piano pratico ed economico, di sostenere l’affermazione sociale e l’affermazione di genere medica, o la transizione, del figlio o della figlia. Abbiamo intervistato famiglie in California, una regione considerata più dotata di risorse affermative per le persone trans e caratterizzata da un clima sociale e politico più accogliente verso le famiglie trans rispetto a molte regioni degli Stati Uniti. Sono quindi necessarie ricerche che esplorino ulteriormente il sostegno genitoriale in presenza di ostacoli giuridici e punitivi alle cure affermative per le persone trans, per mettere in luce come lo stigma strutturale e i fattori facilitanti incidano sulle famiglie di persone TNBA. Sebbene questi risultati vadano considerati nel contesto di questo campione ristretto di famiglie che avevano accesso a cure sanitarie affermative per le persone transgender e i cui ostacoli non ne impedivano l’accesso, molte famiglie hanno lottato contro ostacoli interpersonali e strutturali alle cure, all’accettazione e al sostegno.
La maggior parte delle famiglie in cui l’adolescente TNBA si era rivelato ai genitori durante l’adolescenza ha vissuto uno scarto di conoscenze e di prontezza, e questi genitori erano spesso privi di una mappa per sostenere il figlio o la figlia trans. Le professioni d’aiuto che operano nelle scuole, nella salute mentale e nei contesti sanitari mancano spesso di opportunità formative incentrate sul sostegno a bambini e adolescenti con diversità di genere e transgender (Collazo et al., 2013). I giovani trans e le famiglie con molteplici identità minorizzate vivono senza dubbio forme complesse di stigma, di oppressione e di resilienza. Le professioni d’aiuto, compresi i gruppi di sostegno, possono trarre beneficio da una psicoeducazione sulle questioni trans e da un sostegno informato sul trauma che integri in modo significativo le percezioni di adolescenti e genitori riguardo a norme, tradizioni e valori culturali nel contesto dei processi di affermazione di genere dell’adolescente. Inoltre, utilizzando il quadro della perdita ambigua come fonte di empowerment (McGuire et al., 2017), le professioni d’aiuto possono lavorare con le famiglie per riconoscere l’incertezza e l’ambiguità nelle relazioni e nei legami di attaccamento nei periodi di cambiamento. Basandosi sul presente studio e sulla letteratura esistente sulla perdita ambigua (McGuire et al., 2016), sulla crescita e sull’adattamento delle famiglie trans (Meadows, 2011) e sullo stress da minoranza (Hidalgo & Chen, 2019, Meyer, 2003), le professioni d’aiuto possono sostenere le famiglie nel ridefinire sé stesse e nel creare nuovi significati relativi alle relazioni e all’identità, dimostrando ulteriormente la capacità di adolescenti e genitori di affrontare le transizioni future e di crescere attraverso di esse.
Gli ostacoli strutturali legati all’accesso a spazi fisici e a una rappresentazione diversificata contribuiscono alla mancata affermazione e all’invisibilità delle persone trans, perpetuando così l’isolamento dal sostegno. L’isolamento sociale e la mancanza di umiltà culturale contribuiscono agli scarti di conoscenze e di prontezza tra genitori e adolescenti e tra famiglie trans e servizi. Le professioni d’aiuto e le persone che facilitano i gruppi di sostegno per genitori hanno l’opportunità di applicare approcci di cura informati sul trauma che riconoscano e affrontino in modo significativo i bisogni e le esperienze intrecciati delle famiglie trans esposte a molteplici assi simultanei e intersecanti di stigma e di oppressione. I nostri risultati indicano che le disparità sia nell’accesso ai gruppi di sostegno sia nella rappresentazione culturale al loro interno hanno avuto un impatto significativo sui processi di sostegno e di adattamento genitoriali. I genitori del nostro studio hanno offerto sostegno spinti dall’urgenza di proteggere il figlio o la figlia dallo stigma, di prevenire il suicidio e di garantirgli accettazione. Un sostegno genitoriale guidato dalla sofferenza piuttosto che dall’accettazione sottolinea quindi, potenzialmente, l’importanza di continuare a studiare i fattori complessi che determinano il sostegno e il possibile impatto di questi processi complessi sul benessere di adolescenti e genitori.
Complexe Systémique: punti chiave
L’interesse di questo studio è che ascolta, all’interno della stessa famiglia, il figlio o la figlia e il genitore, separatamente e nello stesso momento. Ne emerge un’asimmetria di tempi: quando la rivelazione arriva alla pubertà, l’adolescente ha spesso già percorso per mesi un cammino da solo, online, mentre il genitore si mette in viaggio senza mappa e deve decidere in fretta, talvolta sotto la minaccia del suicidio. Il sostegno può allora precedere l’accettazione: i genitori vanno avanti per paura per la vita del figlio o della figlia, portando in silenzio una perdita ambigua che i giovani percepiscono e leggono come un’accettazione incerta. Per una lettura sistemica, due insegnamenti. Primo, accompagnare il sottosistema genitoriale come un sistema in transizione a pieno titolo, con un luogo in cui il lutto possa essere detto senza essere vissuto come un tradimento. Secondo, guardare ai terzi, una nonna, una cognata, una chiesa o un gruppo di genitori, che possono tracciare un confine protettivo attorno al figlio o alla figlia oppure isolare ulteriormente la famiglia. I limiti risiedono in un piccolo campione californiano già inserito in un percorso di cura e nel carattere retrospettivo dei racconti. Da leggere insieme a l’articolo sul trattamento centrato sulla famiglia per giovani LGBTQ+ a rischio suicidario e a l’articolo su perdita ambigua e rituali.
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Traduzione non ufficiale in italiano di “How in God’s Name Are We Going to Navigate This?”: Parent Support for Transgender Adolescents, di Shannon L. Dunlap, Jeremy T. Goldbach, Johanna Olson-Kennedy e Jordan Held, Journal of Child and Family Studies, vol. 32, no 12 (2023), doi: 10.1007/s10826-023-02649-2, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione, tabelle presentate sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
L’articolo originale è «“How in God’s Name Are We Going to Navigate This?”: Parent Support for Transgender Adolescents», pubblicato in Journal of Child and Family Studies (2023) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Dunlap, S. L., Goldbach, J. T., Olson-Kennedy, J., e Held, J. (2023). “How in God’s Name Are We Going to Navigate This?”: Parent Support for Transgender Adolescents. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/how-in-god-s-name-are-we-going-to-navigate-this-parent-support-for-transgender-adolescents (Opera originale pubblicata nel 2023 in Journal of Child and Family Studies, 32(12), 3926-3946 (2023); ripubblicata nel 2023 da Journal of Child and Family Studies, https://link.springer.com/article/10.1007/s10826-023-02649-2)
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