Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Terapia breve centrata sulla soluzione · Articolo
Nel 1982, al Brief Family Therapy Center di Milwaukee, una famiglia elencò ventisette preoccupazioni in una sola seduta, ripartì con un compito che non aveva nulla a che fare con nessuna di esse e tornò quindici giorni dopo dicendo che era tutto risolto. Da quell’incidente è nata la terapia breve centrata sulla soluzione. Larry Hopwood e Steve de Shazer raccontano la storia di quella svolta, espongono le tre premesse che ne sono derivate e le seguono dall’inizio alla fine attraverso un caso: una donna diventata cieca, a cui era stato appena diagnosticato il lupus, e che dice di non voler vivere così.
Traduzione non ufficiale in italiano di From Here to There to Who Knows Where: The Continuing Evolution of Solution-Focused Brief Therapy, di Larry Hopwood e Steve de Shazer, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2021), doi: 10.59874/001c.74983, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Nota sulla pubblicazione
È stata ottenuta l’autorizzazione a pubblicare in inglese. Il manoscritto, scritto originariamente in inglese, era stato tradotto e pubblicato soltanto in francese, in Therapies Familiales: Les Principales Approaches, M. Elkaim (a cura di), Éditions du Seuil, Parigi, 1994.
Nota degli autori
Gli autori desiderano ringraziare i colleghi Insoo Kim Berg, Scott D. Miller e Ron Wilgosh per il loro contributo a questo saggio.
A partire dal 1982, Insoo Kim Berg, Steve de Shazer e il loro gruppo di lavoro al BFTC (insieme alle persone che vi si rivolgevano) hanno sviluppato un approccio alla terapia centrato sulla soluzione, significativamente diverso da altri approcci (Berg & Miller, 1992; de Shazer, 1985, 1988, 1991). Rispetto ad altri approcci vi sono differenze nella teoria, nei presupposti e nella pratica, e di conseguenza nel modo di condurre le sedute: le sedute sono meno numerose1 e gli intervalli tra una seduta e l’altra più lunghi (de Shazer, 1991). L’approccio comporta una visione diversa della terapia, una visione diversa delle persone in terapia e quindi una visione diversa di chi fa terapia e dei suoi compiti.
Prima del 1982 utilizzavamo un modello di terapia di risoluzione dei problemi basato sull’idea che l’intervento terapeutico dovesse adattarsi agli schemi del problema della persona in modo molto particolare e specifico (de Shazer, 1982). Come la maggior parte dei modelli di terapia, ci concentravamo sulla descrizione del problema o della lamentela della persona, partendo dal presupposto che la natura del problema (o almeno la descrizione dei suoi schemi) determinasse come doveva essere l’intervento e, di conseguenza, come doveva essere la risoluzione finale. Come molti altri modelli, ritenevamo che le lamentele delle persone (compresi gli schemi che le circondano) continuassero a presentarsi perché sembravano seguire regole simili a quelle che, come si può osservare, governano e strutturano tutte le interazioni umane.
«Il problema non è cercare di adattare la terapia a una particolare classificazione [diagnostica], ma: quali potenzialità vi rivela il paziente della sua capacità di fare questo o quello?»
Milton H. Erickson (Haley, 1985, p. 126)
Mentre in molte terapie i problemi vengono raggruppati in categorie – per esempio 1) problemi psicologici di origine oscura, 2) problemi psicologici di origine evidente, 3) disturbi organici, oppure 4) secondo le categorie diagnostiche standard –, noi tendevamo a raggruppare i casi in base alla loro risposta al nostro intervento iniziale, in particolare ai compiti a casa che assegnavamo alla fine della seduta. La forma che assumeva l’intervento dipendeva dalle sequenze comportamentali intorno alla lamentela e dai significati che le persone davano alla loro situazione.
A metà del 1982 avemmo un caso che ci costrinse a cambiare radicalmente il nostro modo di pensare la terapia, le persone in terapia, chi fa terapia, i problemi, le lamentele e le soluzioni (un processo che ha richiesto diversi anni ed è tuttora in corso). Dopo che il terapeuta ebbe chiesto «Che cosa vi porta qui oggi?», la madre cominciò a descrivere le sue preoccupazioni ma, prima che il terapeuta potesse iniziare a ottenere una descrizione degli schemi intorno a quella lamentela, il padre la interruppe. Lui aveva le sue preoccupazioni ma, prima che il terapeuta potesse tornare a quelle della madre o ottenere una descrizione di quelle del padre, la figlia maggiore intervenne con le proprie. Nel corso della seduta i membri della famiglia proseguirono con questo schema e, alla fine, in cinque avevano elencato 27 preoccupazioni diverse. Nessuna di esse, però, era descritta abbastanza bene da permettere al terapeuta e alla sua équipe di usarla come base per un compito di intervento. (Chiunque abbia condotto colloqui con più di due o tre famiglie ha vissuto un’esperienza simile.)
Per l’équipe dietro lo specchio unidirezionale era chiaro che questa famiglia aveva un «problema»: avevano evidentemente qualcosa di cui lamentarsi e la loro richiesta di terapia sembrava appropriata. Tuttavia nessuna delle loro preoccupazioni era ancora stata messa in una forma utilizzabile come guida per un intervento. Fortunatamente, una parte dell’équipe era stata influenzata dai lavori di Milton H. Erickson (Haley, 1967), il quale suggerisce che, se gli sforzi compiuti da chi fa terapia per dissipare la vaghezza della persona hanno portato soltanto a una vaghezza maggiore, allora occorre fare qualcosa di diverso ed essere almeno altrettanto vaghi quanto lei, e questo finirà per portare almeno a un po’ di chiarezza. L’équipe elaborò così questo compito, che divenne noto come compito di formula della prima seduta (FFST, dall’inglese):
«Da qui alla prossima volta che ci vedremo, vorremmo che osservaste, in modo da potercene parlare la prossima volta, che cosa succede nella vostra vita che desiderate continui a succedere» (de Shazer, 1985).
Due settimane dopo, quando la famiglia tornò, il mio gruppo di lavoro e io restammo sorpresi nel sentirla descrivere 27 cose diverse che erano accadute e che desiderava continuassero ad accadere. 25 delle 27 erano direttamente legate alle 27 preoccupazioni elencate nella prima seduta. Alla domanda, i membri della famiglia dissero di ritenere risolto il problema che li aveva portati in terapia e che, quindi, non servivano altre sedute. Sei mesi dopo, 20 delle 27 cose elencate nella seconda seduta risultavano continuare ad accadere.
Secondo il nostro modello di risoluzione dei problemi, questo intervento non avrebbe dovuto funzionare, poiché non era collegato agli schemi di nessuna delle lamentele elencate dai membri della famiglia. E invece funzionò! Ci trovammo quindi di fronte a una scelta: a) potevamo fingere che non fosse successo, ignorarlo e descriverlo così come una sorta di colpo di fortuna, oppure b) potevamo indagarlo, rischiando così di modificare o addirittura di rifiutare il modello e la teoria che stavamo costruendo da 15 anni. Scegliemmo la seconda strada.
Nei due anni successivi assegnammo questo stesso compito a centinaia di persone (individui, coppie, famiglie) e constatammo che, nel 90% circa dei casi, le persone riferiscono che tra la prima e la seconda seduta è successo qualcosa che desiderano continui a succedere. (In effetti, la nostra regola era di assegnare questo compito alla fine della prima seduta, a meno di avere ottime ragioni per non farlo: durante questa indagine assegnammo il compito di formula della prima seduta a due terzi delle persone che seguivamo. Più spesso elencavano da 7 a 11 cose nella seconda seduta.) Spesso questi eventi non erano collegati ai problemi e alle lamentele delle persone, e tuttavia esse ritenevano che migliorassero le cose in modo significativo: imparammo che i criteri con cui le persone giudicavano che le cose fossero significativamente migliorate erano spesso molto diversi da quelli che userebbe chi ha una formazione professionale in terapia o in ricerca, o da quelli che penserebbe che le persone dovrebbero usare.
A quel punto perdemmo il legame, per noi tanto prezioso, tra lamentela e soluzione. Chiaramente, se questo compito generico può portare a descrizioni di un miglioramento significativo indipendentemente dalle lamentele in gioco, allora la lamentela non determina il processo di soluzione. Il processo di costruzione delle soluzioni può iniziare senza che chi fa terapia sappia, o senza che le persone in terapia concordino, quale fosse il problema o di che cosa abbiano da lamentarsi.
Questa indagine ci confermò l’idea che ciò che fa la persona in terapia e ciò che fa chi conduce la terapia mentre lavorano insieme, ciò che avviene in terapia, conta di più per il successo della terapia del problema, della diagnosi, della situazione o della personalità della persona.
La filosofia centrale della terapia breve centrata sulla soluzione (de Shazer, 1985, 1988, 1991) si può riassumere così:
1
2
3
Queste tre premesse possono sembrare eccessivamente semplici, o perfino semplicistiche, quando si tratta di fare terapia, cioè del lavoro comune tra chi fa terapia e la persona in terapia (dubitiamo dell’utilità di chiamare «terapia» il nostro lavoro, ma non si vede facilmente un’alternativa praticabile). Ovviamente, una tradizione basata su premesse così semplici sarà spesso considerata profondamente difettosa. Di sicuro la risoluzione di problemi umani schiaccianti e cronici non può essere così semplice. È interessante notare che applicarle nel «mondo reale» della pratica terapeutica non è affatto facile.
Questa premessa è così centrale nella vita da sembrare ovvia. In effetti non dovrebbe esserci alcun bisogno di enunciarla; tra le altre cose, la intendiamo nel modo seguente: se qualcosa non è un problema per la persona e, quindi, la persona non se ne lamenta, allora – per quanto quel qualcosa possa apparire palesemente problematico agli occhi di chi fa terapia o della «società» – non è affare della terapia. A differenza della maggior parte degli altri tipi di terapia, o almeno di molti, la terapia breve centrata sulla soluzione non è normativa: di qui la necessità di enunciare esplicitamente questa premessa.
In superficie, questa premessa dovrebbe essere così ovvia che enunciarla sembra stupido. Al BFTC abbiamo scoperto per caso che, se interrogate nel modo giusto e/o al momento giusto, molte persone, forse la maggior parte, riferiscono che ci sono momenti in cui la lamentela o il problema non si presenta, anche se avevano tutte le ragioni per aspettarselo! E che ci sono momenti in cui, in generale, le cose vanno piuttosto bene, date le circostanze della loro vita. Qualunque cosa le persone facciano in questi momenti eccezionali è esattamente ciò che hanno bisogno di fare di più: devono continuare a fare ciò che funziona.
Benché la premessa in sé dovrebbe essere scontata, le sue implicazioni sono in realtà più ampie e si applicano anche alla pratica della terapia. Per chi pratica la terapia breve significa che a) se conosci una soluzione che funziona, non cercare inutilmente un’altra strada: non dimenticare mai ciò che funziona; e b) se ciò che hai fatto nella seduta precedente è stato efficace a giudizio della persona, allora devi rifarlo. Inoltre, chi fa terapia dovrebbe resistere alla tentazione di fare qualcosa in più.
Poiché la situazione problematica è stata descritta in modo semplice e chiaro come «la stessa dannata cosa ancora e ancora», sembra che anche questa terza premessa dovrebbe essere ovvia. Tuttavia, data l’idea popolare secondo cui «se non riesci al primo colpo, prova e riprova», non si insisterà mai abbastanza su questa premessa, soprattutto perché sembra andare contro il senso comune.
Chiaramente i problemi hanno proprietà autoperpetuanti, tra cui le (cosiddette) ripetizioni degli stessi vecchi tentativi di soluzione falliti. Ovviamente le cose non funzionano, e la premessa 3 della filosofia centrale suggerisce che, in una situazione problematica di questo tipo, qualcuno deve fare qualcosa di diverso perché possa succedere qualcosa di diverso. In effetti, quando una qualsiasi persona coinvolta nella situazione problematica fa qualcosa di diverso, qualunque cosa non possa essere vista come «la stessa dannata cosa ancora una volta», allora il problema è avviato a soluzione: ciò che era problematico diventa semplicemente un altro esempio di «una dannata cosa dopo l’altra», che costituisce di fatto la normale vita quotidiana.
Se non si sono ottenuti progressi entro poche sedute, riteniamo che anche chi fa terapia sia diventato parte della situazione problematica e debba a sua volta fare qualcosa di diverso, poiché studi su tutte le forme di terapia hanno mostrato che, se non si registrano progressi entro 5-8 sedute, è improbabile che se ne registrino mai. Poiché non usiamo diverse sedute per una valutazione, riteniamo che, se la persona non riconosce alcun progresso entro la terza seduta, chi fa terapia debba prestare attenzione alla premessa 3. Esempi di qualcosa di diverso da parte di chi fa terapia sono cambiare équipe, cambiare stanza, cambiare chi si siede dove, cambiare quale terapeuta (dell’équipe) è nella stanza, variare radicalmente date e orari degli appuntamenti, cambiare chi viene invitato alla seduta, ecc. Spesso la differenza più efficace consiste nell’ammettere con le persone che non sembriamo aiutarle e che quindi sono loro a dover aiutare noi.
I presupposti influenzano ciò che chi fa terapia fa o non fa. Il caso seguente aiuta a mostrare come i presupposti del terapeuta orientino il suo pensiero e le domande che pone. La cliente è una donna sposata con due figli adulti. Era diventata cieca dieci anni prima a causa del diabete e da poco aveva saputo di avere il lupus.
Prima seduta, apertura
T: Che cosa l’ha portata qui oggi?
C: Mi sento davvero depressa. Non riesco a usare la mano e ho le gambe tutte intorpidite. Sono intorpidita in tutto il corpo. Riesco a controllare la mano sinistra, ma non la sento per niente.
T: Certo.
C: Non riesco a telefonare. Devo chiedere al centralino di fare le chiamate per me. Tutte queste cose sono brutte perché sono abituata a fare tutto da sola.
T: Sì, sta dovendo fare molti adattamenti, ed è dura.
C: Non voglio vivere così. Davvero no. Non ho pensieri di uccidermi, ma non voglio nemmeno vivere così.
T: Sì. Le stanno succedendo molte cose in questo momento, ed è tutto nuovo per lei e duro. Come sta affrontando tutto questo?
C: Non lo affronto. È che non… Non riesco a prepararmi da mangiare…
T: Che cosa dovrebbe succedere oggi perché lei senta che le siamo stati d’aiuto?
C: Non potete, perché non potete far tornare la sensibilità.
In genere le persone hanno bisogno di un motivo per venire in terapia: un problema o una lamentela che hanno riguardo a sé stesse o a qualcun altro, oppure un problema o una lamentela che qualcun altro ha riguardo a loro. Se non avessero un motivo o una giustificazione per essere lì, starebbero solo guardando le vetrine. Ma quella lamentela o quel problema è semplicemente il loro biglietto d’ingresso. Allo stesso modo, se l’auto fa un rumore, si ha un buon motivo per andare in officina. Magari non si sa esattamente che cosa si vuole far riparare. Già che si è lì, si può chiedere al meccanico di dare un’occhiata anche allo sterzo. Forse non si è sicuri che i due problemi siano collegati, e così si cerca di descrivere nei dettagli i sintomi per aiutare il meccanico. Chi viene in psicoterapia fa più o meno lo stesso: descrive nei minimi dettagli problemi abbastanza pesanti da far sentire il bisogno di aiuto. Spesso chi fa terapia presuppone che la persona sia lì per ottenere sollievo dai sintomi e vive con frustrazione l’impossibilità di darglielo.
In questo caso specifico la cliente si lamenta dei sintomi del lupus diagnosticato di recente. Non può continuare certe attività della sua vita, come lavorare a maglia e nuotare. Non ha sensibilità negli arti. E non vuole continuare a vivere così. Poiché soffre evidentemente moltissimo per la combinazione di cecità e lupus, chiunque faccia terapia, con un minimo di compassione, vorrebbe aiutare questa donna. Molte persone si sentirebbero in dovere di mostrare questa compassione e di dare suggerimenti per aiutarla ad alleviare i sintomi. Ma sappiamo davvero che tipo di aiuto lei vuole da noi? Spesso chi fa terapia sente il bisogno di buttarsi subito ad aiutare. Potremmo fare domande per saperne di più sui suoi disturbi fisici. Potremmo fare una valutazione del rischio suicidario, ecc. In questo caso il terapeuta (Ron Wilgosh)4 non esplorò quelle strade. Ascoltò invece con grande attenzione ogni indizio di ciò che la cliente voleva, anziché di ciò che non voleva, e, cosa importante, non diede per scontato di sapere che cosa lei volesse. Lei si era concentrata su ciò che sapeva già di non poter fare. Ovviamente questo accresceva la sua frustrazione e limitava la sua speranza di cambiamento. Se il terapeuta avesse continuato a prestare attenzione a questo, avrebbe solo accresciuto quella frustrazione; facendolo, si sarebbe unito a lei nel fare ancora di più qualcosa che non funziona. In effetti, la cliente non pensa che il terapeuta possa aiutarla ad alleviare i sintomi. Così il suo terapeuta si limitò a riconoscere di aver capito ciò che lei diceva.
Alla maggior parte di chi fa terapia (almeno negli Stati Uniti) è richiesto di fissare obiettivi per ciascun caso, se non altro per le assicurazioni. Per ragioni di rendicontazione questi obiettivi devono essere misurabili, il che significa che di solito vanno descritti in termini comportamentali. Tuttavia poche forme di terapia specificano la procedura per definire gli obiettivi o le qualità di obiettivi ben formulati (Berg & Miller, 1992; de Shazer, 1991). I moduli assicurativi prevedono uno spazio per gli obiettivi, su cui la persona e chi fa terapia dovrebbero accordarsi insieme. Perché allora non chiedere semplicemente alle persone quali sono i loro obiettivi? La nostra esperienza è che questo non è molto produttivo, per diverse ragioni. Le persone sono spesso così concentrate sul problema che gli obiettivi vengono espressi come assenza di quel problema o come cessazione di qualcosa. Il primo caso è difficile da misurare e il secondo non può davvero essere raggiunto se non con la morte. In effetti, definire gli obiettivi in questo modo spesso peggiora le cose, perché porta la persona a concentrarsi ancora di più sui comportamenti indesiderati e/o sul problema. Spesso questi obiettivi comportano salti molto grandi rispetto alla realtà attuale e di solito implicano che sia qualcun altro a dover cambiare perché l’obiettivo venga raggiunto. Inoltre, siamo convinti che, se la persona potesse esprimere ciò che vuole in un modo diverso, sarebbe molto più facile non solo raggiungere quell’obiettivo, ma anche sapere quando la terapia è conclusa. Questo si collega alla nostra terza premessa, nel senso che la «cosa» che non funziona può essere il modo in cui la persona pensa alle cose.
Come aiutare al meglio la persona a pensare in modo diverso per riuscirci? Abbiamo constatato che l’uso di quella che chiamiamo domanda del miracolo (de Shazer, 1985, 1988, 1991) libera la persona e le permette di pensare a soluzioni nel futuro senza il peso dei problemi del passato e del presente. È più indicata quando la persona ha avuto tempo a sufficienza per descrivere il motivo (o i motivi) per cui si trova nello studio del terapeuta, cioè la lamentela o il problema. Abbiamo constatato che, se chi fa terapia cerca di risolvere il problema troppo in fretta (spesso unendosi alla persona nel fare di più ciò che non funziona), la persona continuerà a cercare di convincerlo di avere buoni motivi per essere lì, continuando a descrivere il problema. Allo stesso modo, se chi fa terapia insiste nel porre molte domande sulle lamentele, la persona continuerà a rendersi utile rispondendo ancora sui problemi. Se invece chi fa terapia si limita ad ascoltare e a riconoscere di aver sentito ciò che la persona dice, di solito arriva un momento in cui la persona comincia a ripetersi o guarda il terapeuta in cerca di un’indicazione su dove andare: fare ancora la stessa cosa o fare qualcosa di diverso? È questo il momento in cui riteniamo più appropriato porre la domanda del miracolo.
La domanda del miracolo
T: Le chiedo una cosa. Immagini che stanotte vada a letto e che, mentre dorme, succeda un miracolo, e che per effetto del miracolo i problemi per cui è venuta qui oggi siano risolti. Che cosa ci sarebbe di diverso al mattino? Come se ne accorgerebbe?
C: Sentirei le gambe e le mani. Avrei di nuovo la sensibilità. Potrei lavarmi i denti. Potrei scrivere. Potrei leggere il braille. Potrei fare le cose da sola.
T: Mhm. Che altro succederebbe che le farebbe capire che questo miracolo sta avvenendo?
C: Mi sveglierei e basta, e lo sentirei…
T: Che cosa noterebbe suo marito che lei fa di diverso, tanto da fargli capire che durante la notte è successo qualcosa?
C: Preparerei la colazione, farei il numero di telefono da sola, premerei da sola i tasti del videoregistratore, mi laverei i denti, mi pettinerei, farei tutte le cose che facevo prima.
T: Che cosa cambierebbe per lui, se lei riuscisse a fare tutte queste cose?
C: Non dovrebbe tirarmi fuori le medicine, prepararmi la colazione, versarmi il caffè, imburrarmi il pane.
T: Mhm. E che cosa cambierebbe per lei, se lui non dovesse fare tutte queste cose?
C: Sarei contenta, perché le farei da sola.
T: Certo. Da che cosa capirebbe lui che lei è contenta?
C: Probabilmente avrei un gran sorriso stampato in faccia e ne parleremmo.
La domanda del miracolo non sostituisce necessariamente la domanda sull’obiettivo: è un modo per aiutare le persone a pensare diversamente, così da arrivare a soluzioni che, concentrandosi sui problemi, forse non sarebbe stato possibile immaginare. Lo scopo di chi fa terapia non è costringere la persona a realizzare il miracolo che descrive, ma aprire molte nuove possibilità che potrebbero portare a soluzioni. A questo punto né la persona né chi fa terapia sanno quale possibilità potrebbe portare a una soluzione. Non sanno che cosa funziona, quindi non sanno di che cosa fare di più: questo verrà dopo. Perciò chi fa terapia non si aggrappa a nessuna idea in particolare né cerca di stabilire priorità. Più gli esempi sono numerosi, più la descrizione è dettagliata e più le risposte alla domanda del miracolo sono piccole, maggiore è la probabilità che questi comportamenti o queste percezioni si siano già verificati in qualche misura, possano verificarsi in futuro o possano essere notati come già avvenuti. Per massimizzare le possibilità, chi fa terapia deve porre ulteriori domande che aiutino la persona a trovare possibilità più numerose e più piccole. Quando le persone danno risposte grandi o impossibili (per esempio: «Tornerò a sentire le gambe e le mani»), invece di contestare quella possibilità, il che non può che riportare la persona al problema irrisolvibile, chi fa terapia può semplicemente accettarla come un desiderio del tutto legittimo e proseguire chiedendo: «Che altro?». Man mano che la conversazione prosegue, la persona riesce a pensare a sempre più cose perché, dopotutto, sta solo facendo finta.
Poiché cerchiamo soltanto un piccolo cambiamento in un punto qualsiasi della vita della persona, non limitiamo la conversazione alla sola persona presente nella stanza: dopotutto, la sua vita non è limitata in questo modo. Poniamo quindi quelle che chiamiamo domande relazionali: che cosa la persona noterebbe fare alle altre persone significative della sua vita, o che cosa queste noterebbero fare a lei. In alcuni casi la persona designata potrebbe non volere o non aspettarsi alcuna differenza da parte propria, ma volere che sia qualcun altro a cambiare. Anche qui, più le risposte sono numerose e minuziose, più è probabile che siano reali. In questo caso il terapeuta continuò a esplorare le differenze successive al miracolo che lei avrebbe notato con il marito e con la figlia.
Parliamo di ricerca di soluzioni perché lo scopo di chi fa terapia non è riuscire a definire la soluzione per la persona. Sarà piuttosto la persona a sapere quando la soluzione è stata trovata, perché sarà lei a decidere che la terapia non è più necessaria. Ma poiché di solito non pensa di aver trovato la soluzione prima di venire da noi, la domanda è: «Come possiamo aiutarla?»
Riteniamo importante aiutare le persone a costruire un’immagine ricca della vita senza problemi perché, qualunque sia il mezzo che scelgono per arrivarci, devono sapere quando ci sono riuscite. Analogamente, se qualcuno vuole andare a Chicago, deve avere un’idea di come riconoscerà Chicago. Se è riconoscendo certi edifici, potrebbe dover viaggiare in auto anziché in aereo. Le varie risposte alla domanda del miracolo forniscono una direzione o una visione su cui la persona può concentrarsi. Con questo nuovo focus la persona riesce a vedere meglio esempi di cambiamento passati, presenti e futuri. In altre parole, a questo punto né la persona né chi fa terapia devono decidere di fare qualcosa di nuovo.
In che modo, allora, questo aiuta? Poiché ora la persona ha un’immagine più chiara di ciò che lei e gli altri faranno una volta risolti i problemi, presumiamo che vi sia una certa probabilità che parti di questa immagine del miracolo si stiano verificando o si siano già verificate. Se chi fa terapia non lo chiede, non lo scoprirà mai.
In uno studio abbiamo posto la domanda: «Che cosa ha notato di diverso nella sua situazione da quando ha telefonato per l’appuntamento?» Due terzi delle persone hanno risposto che qualcosa era cambiato in senso positivo, e tutte hanno detto che i cambiamenti erano legati ai motivi per cui erano venute in terapia e che desideravano che continuassero (Weiner-Davis, de Shazer, and Gingerich, 1987). Per certi versi il risultato non sorprende, dato che altri studi hanno mostrato che le persone in lista d’attesa risolvono i loro problemi senza l’aiuto di una terapia (fino al 50% dei casi). Sapere che il cambiamento prima della seduta avviene così spesso ci aiuta a prestarvi ascolto e a chiederne in un modo e in un momento diversi: dopo la domanda del miracolo chiediamo «Ci sono momenti, adesso, in cui si verificano piccoli pezzi di questo miracolo?». Ponendo questa domanda a questo punto troviamo non solo esempi di eccezioni ai problemi, ma anche casi di soluzioni parziali, cioè eccezioni legate all’obiettivo. In questo caso la cliente ricordò il suo precedente adattamento alla cecità.
Le eccezioni
C: È stata la cosa più difficile che ho dovuto affrontare quando ho perso la vista. È stato un adattamento davvero enorme per me.
T: Accidenti!
C: Voglio dire, se non fosse successo a me non avrei creduto che fosse possibile adattarcisi davvero, perché è stato molto, molto difficile.
T: Certo. Quindi, se non fosse successo a lei, non avrebbe creduto di potersi adattare a una cosa del genere.
C: Esatto.
T: Come si è adattata a una cosa del genere? Come ci è riuscita?
C: Per un anno intero non ho fatto niente… Non mangiavo molto… Non facevo altro che dormire. … L’unica volta che facevo qualcosa era se dovevo andare in bagno. Se avevo una visita dal medico, mi alzavo, ci andavo e tornavo. In pratica, non facevo altro che stare a letto.
T: Dopo quel primo anno, che cosa ha cominciato a fare che le ha mostrato che stava iniziando ad adattarsi?
C: Sono andata a un programma per persone ipovedenti e ho cercato di uscire e di andare in giro da sola, e andavo a piedi al negozio a fare la spesa.
T: Ha dovuto imparare tutto questo?
C: Sì.
T: Caspita!
C: E ogni volta che riuscivo a fare qualcosa ero proprio contenta di me. Lo facevo finché non sapevo di riuscirci da sola. Non dovevo continuare a farlo. Poi passavo a qualcos’altro.
T: Che altro ha dovuto imparare a fare da sola, che prima non era abituata a fare?
C: Ho dovuto cambiare il mio modo di vivere.
Un altro modo in cui chi fa terapia può aiutare la persona a cercare soluzioni è porre domande di scala già nella prima seduta: su una scala da uno a dieci, dove 10 è quando questi problemi sono risolti e 0 quando sono al loro peggio, dove direbbe che si trovano le cose oggi? Chi fa terapia potrebbe essere restio a porre questa domanda nella prima seduta per timore di sentirsi dare una risposta bassa. Tuttavia l’attenzione non è sul numero in sé: il numero effettivo non è importante. L’accento è sulla direzione positiva; qualunque sia la risposta, si chiede come la persona sia passata da zero a quel numero. (Anche se la risposta è «0», chiederemmo come mai non sia «-1» o «-2»: come mai le cose non sono peggiorate? Il che implica che la persona abbia fatto qualcosa per impedire che peggiorassero.) Chiaramente, l’indicazione è che ha già cominciato a risolvere il suo problema. Inoltre è utile scoprire come sarà il piccolo passo successivo. Non è necessario chiedere alla persona, né dirle, come arrivare a quel passo. Anche con chi dice che la propria vita è al punto più basso in assoluto, immaginare il piccolo passo successivo dà un po’ di speranza, perché questo piccolo passo è forse più alla sua portata del tentativo di eliminare il problema presentato.
La domanda di scala
T: Le chiedo: su una scala da zero a 10, dove zero è la situazione al suo peggio e 10 è come la sua vita può realisticamente essere perché lei si senta bene e non abbia più bisogno di venire qui, dove direbbe di trovarsi oggi?
C: Probabilmente a uno.
T: A uno… Come ci è riuscita, come è passata da zero a uno?
C: Be’, forse dovrei dire che sono a zero.
T: Certo, certo, va bene. Ne è sicura; ci ha pensato e si trova a zero.
C: Sì.
T: Se suo marito fosse qui e gli facessi la stessa domanda, dove pensa che lui la collocherebbe su quella scala? Che cosa direbbe?
C: Direbbe zero anche lui.
T: Sembra un punto davvero difficile in cui trovarsi. Come sarebbe un mezzo punto: che cosa succederebbe a mezzo punto che adesso non succede?
C: Forse riuscirei a fare un pochino da sola.
T: Che cosa pensa che potrebbe essere?
C: Fare il numero di telefono.
T: Fare il numero di telefono. Ci sarebbe qualcos’altro che le direbbe che è salita un pochino?
C: Lavarmi i denti con la mano destra, perché sono destrorsa e non riesco a fare niente con la destra. Ho provato a fare le cose con la sinistra, ma è davvero difficile.
Anche qui, la tendenza abituale di chi fa terapia sarebbe cercare di aiutare questa donna dicendole che cosa fare o trovando qualcun altro che la aiuti. Ma è davvero questo che vuole dal terapeuta? Se si ascolta con attenzione, l’indicazione è che vuole fare da sola e non è del tutto sicura di che cosa voglia dalla terapia, se non parlare.
Ciò che vuole
T: Come possiamo aiutarla rispetto alle cose che sta affrontando?
C: Non lo so. Forse, credo, esserci perché io possa parlare.
T: D’accordo, in che modo le sarà d’aiuto parlare con noi? Che differenza farà per lei?
C: Non lo so. Siete persone di cui non devo pensare «magari mi compatiscono».
T: Mhm, sembra una cosa importante.
C: Sì, è molto importante.
Così, nel messaggio di fine seduta, dopo una breve pausa, le chiediamo di aiutarci a riflettere su come il parlare possa essere utile per produrre i cambiamenti che desidera. Le facciamo anche dei complimenti per il modo in cui ha cercato di adattarsi a questo e ad altri eventi della sua vita. Questo messaggio non si chiama più messaggio di intervento, perché la parola «intervento» suggerisce che il nostro scopo sia intervenire o interferire nella vita delle persone anziché aiutarle a trovare le proprie soluzioni.
Il messaggio di fine seduta
T: Prima di concludere, vorrei condividere con lei alcune riflessioni dell’équipe. Tutti volevamo dirle che la situazione che sta vivendo in questo momento è molto difficile e molto dura. Siamo rimasti tanto colpiti quanto lei è rimasta sorpresa dal modo in cui si è adattata ai cambiamenti che le sono capitati; ha detto di essere stata, in famiglia, la più sorpresa di come si è adattata alla cecità. Ci ha colpito il modo in cui è riuscita a fare i conti con ciò che le è successo e ad affrontare ciò che sta succedendo. È molto, molto dura. Pensiamo che sia stata una buona idea venire qui oggi. È un buon inizio per noi, e dobbiamo capire meglio che cosa le sta succedendo. Vorremmo rivederla presto. Le piacerebbe tornare?
C: Sì.
Come sappiamo che questo approccio apparentemente minimalista funziona? Poiché manteniamo il presupposto che le persone dispongano di tutti gli strumenti necessari per costruire i propri obiettivi e le proprie soluzioni, dobbiamo lasciare che siano loro a giudicare i propri progressi. Se ci sono stati progressi verso i loro obiettivi, ci aspettiamo che la loro vita vada meglio. Perciò iniziamo la seconda seduta e le successive chiedendo:
Seconda seduta
T: Dalla settimana scorsa, che cosa è andato meglio? Che cosa ha notato che è successo e che è andato meglio?
C: Niente è andato meglio. Be’, mi lavo i denti.
T: Si lava i denti?
C: Sì, con lo spazzolino.
T: Caspita!
C: E adesso lavoro sempre di più con questa mano sinistra.
T: Mhm, e in che modo le è stato d’aiuto?
C: Credo di essermela cavata meglio con lo spazzolino che con il panno… E cerco di mangiare di più con la mano sinistra, e mi sembra di riuscire a mettere un po’ più di cibo sulla forchetta o sul cucchiaio.
T: Accidenti, mangia anche con quella mano. Sembra che dalla settimana scorsa abbia lavorato sodo.
C: Sì.
T: Quando suo marito si accorgerà dei cambiamenti che sta facendo, che cosa cambierà per voi due?
C: Semplicemente ci saranno meno cose che deve fare per me.
T: Mhm. E che cosa cambierà per voi due quando lui avrà meno cose da fare?
C: Non lo so. Potremo dedicare più tempo ad altre cose.
T: Che altro è successo di diverso?
C: Non credo di essere così depressa.
T: Sono curioso di sapere come mai non è depressa come prima. Che cosa ha fatto di diverso che l’ha aiutata?
C: Credo cercare di fare più cose da sola.
T: E questo le è stato d’aiuto?
C: Sì.
Non è insolito che all’inizio una persona risponda «niente». Data la sua iniziale visione centrata sul problema, questa risposta non è né inattesa né sorprendente. Dopotutto, per le persone pensare al cambiamento positivo e notarlo è uno spostamento piuttosto grande. Ci vuole un po’ di tempo perché riescano a pensare in questo modo diverso. Chi fa terapia può essere d’aiuto essendo paziente (parola interessante, dato che di solito si usa per indicare chi è in cura in ambito medico: forse suggerisce un’inversione dei ruoli) e lasciando alla persona il tempo di pensare diversamente. La nostra esperienza è che circa metà delle persone risponde affermativamente a questa domanda e un altro quarto risponde affermativamente dopo che chi fa terapia ha ascoltato per un po’, lasciando che si sviluppi una descrizione positiva, o ha posto una domanda aggiuntiva come «Qual è stato il giorno migliore della settimana?». In particolare, la risposta iniziale di questa cliente non è inattesa nemmeno perché alla fine della prima seduta si trovava a zero sulla scala dei progressi. Ciò significa che, in quel momento, vedeva il 100% della sua vita consumato dai problemi. Non possiamo quindi aspettarci che veda il piccolo cambiamento relativo se si fosse concentrata sui problemi: per esempio, un passaggio dal 100% al 99% è solo un cambiamento relativo dell’1%. Invece un passaggio dallo 0% all’1% in direzione positiva tende matematicamente all’infinito. Anche qui le domande di chi fa terapia possono incoraggiare la persona a pensare in modo diverso, così da vedere i cambiamenti, suscitando più discorsi sul cambiamento positivo, amplificando quei cambiamenti e rafforzandoli.
In genere poniamo domande di scala dopo questa discussione iniziale per stabilire se i cambiamenti siano o no legati all’obiettivo: la vita potrebbe andare meglio, ma questo è legato alla soluzione dei problemi che hanno portato la persona qui? In questo caso c’era un miglioramento piccolo ma percepibile sia nei progressi verso l’obiettivo (la cliente disse di essere passata da 0 a 1,5) sia nella fiducia di raggiungere alla fine l’obiettivo. Le domande di scala aiutano spesso la persona a ricordare ulteriori cambiamenti positivi. In questo caso la cliente raccontò di aver preso un appuntamento per la manicure e di esserci andata completamente da sola.
E la persona sa in genere come sarà il passo successivo. Chi fa terapia non ha bisogno di sommergerla di suggerimenti, ma deve semplicemente sostenerla nell’andare nella direzione che sceglie. Naturalmente, quella direzione può cambiare nel corso della terapia. Pretendere che le persone sappiano esattamente fin dall’inizio della terapia dove vogliono andare non è realistico: se lo sapessero, probabilmente non avrebbero bisogno della terapia. Per questo non riteniamo necessario stabilire con le persone un contratto a) per un numero preciso di sedute, b) per obiettivi specifici o c) per misurare i progressi su obiettivi specifici. Farlo significherebbe di nuovo vincolare e limitare le possibilità di cambiamento.
Alla fine le persone compiranno abbastanza passi verso la costruzione di una soluzione per loro soddisfacente (risolvere i problemi e raggiungere gli obiettivi) da non sentire più il bisogno di continuare la terapia. In questo caso specifico ciò avvenne alla terza seduta. A quel punto la cliente si diede un 3,5 sulla scala dei progressi. Disse che andava «abbastanza meglio» e che non sentiva il bisogno di continuare la terapia. Questo «abbastanza meglio» comprendeva uscire e fare più cose da sola. Benché il suo «abbastanza meglio» fosse solo a 3,5 sulla scala, il terapeuta deve accettare il suo giudizio anche se potrebbe volere di più per lei: poiché solo la persona può giudicare che le cose vanno «abbastanza meglio», qualsiasi tentativo di aiutarla di più sarebbe invadente e probabilmente destinato al fallimento (premessa 2). È importante ricordare che, mentre il suo precedente adattamento alla cecità aveva richiesto un anno solo per uscire di casa, questo adattamento richiese appena qualche settimana. Sperimentare i diversi cambiamenti che aveva compiuto le diede la fiducia di poter essere indipendente. Naturalmente, «indipendenza» per lei significava non aver bisogno della terapia e tornare a fare alcune delle cose che avevano funzionato in passato. Per esempio, aveva cominciato a frequentare regolarmente un gruppo di sostegno e a lavorare come volontaria al telefono per una linea d’ascolto locale.
La terapia breve centrata sulla soluzione può essere descritta come un modo di sviluppare soluzioni ai problemi umani, e c’è un presupposto (fin troppo spesso implicito) secondo cui chiunque si trovasse nella stessa situazione descritta dalla persona avrebbe lo stesso problema. In altre parole, i problemi sono considerati principalmente situazionali e radicati nel linguaggio: i problemi sono più il risultato della situazione in cui le persone si trovano e della loro definizione della situazione (cioè di come se ne parla) che non di disadattamenti sottostanti causali, di psicopatologie o di disfunzioni sistemiche (de Shazer, 1991). Inoltre, ciò che vale come «soluzione» dipende dal giudizio delle persone, cioè dal fatto che dicano che le cose vanno «abbastanza meglio» perché la terapia si possa concludere. Questo modo di pensare suggerisce che dobbiamo guardare a come abbiamo ordinato il mondo nel nostro linguaggio e a come il nostro linguaggio (che ci precede) ha ordinato il nostro mondo. In altre parole, invece di guardare dietro e sotto il linguaggio usato dalle persone in terapia e da chi fa terapia, il linguaggio che usano è tutto ciò su cui possiamo basarci.
Così come il «problema» ha significati diversi da una persona all’altra a seconda delle loro diverse situazioni, il «problema» ha significati diversi anche per la stessa persona, perché la situazione non è mai la stessa: perfino i contesti variano nel tempo. Benché il nostro approccio venga talvolta criticato perché non arriverebbe a trattare «il problema» e non potrebbe quindi avere effetti duraturi, il nostro punto di vista è che sia improbabile che un qualsiasi approccio possa curare «il problema», perché «il problema» non è mai lo stesso. Quindi nemmeno la soluzione può essere sempre la stessa. Spesso le persone ce lo dicono proprio quando chiediamo che cosa abbia funzionato quando avevano già avuto questo problema: ci danno le ragioni per cui ciò che «funzionava prima» non può funzionare adesso. I nostri studi di follow-up ci hanno detto che le persone hanno acquisito la capacità di pensare in modo diverso, così da poter continuare a risolvere i problemi, che li riconoscano come gli stessi o come nuovi. Questa differenza è per noi una misura di un effetto duraturo.
Note dell’originale
1. Benché molti modelli di terapia breve siano definiti in parte da vari limiti di tempo o da limiti al numero di sedute, noi non usiamo alcun limite di tempo. Quando ce lo chiedono, rispondiamo: il minor numero possibile di sedute, e non una di più del necessario. Negli ultimi cinque anni abbiamo avuto una media di 4,5 sedute per caso, e il 97% dei casi viene per meno di 10 sedute. Non abbiamo criteri di selezione e riceviamo chiunque venga da noi.
2. Il simbolo <> è usato in chimica per descrivere una reazione che procede in entrambe le direzioni. A volte la velocità è maggiore in una direzione che nell’altra; altre volte si raggiunge un equilibrio in cui entrambe (tutte) contribuiscono in egual misura. L’interazione tra ricerca, pratica e teoria sembra variare in modo simile nel nostro centro.
3. In un inglese più corretto e meno colloquiale: «If it is not broken, do not fix it». Oppure: se funziona, non aggiustarlo.
4. Ron ha seguito questa cliente durante un periodo di residenza di un mese al BFTC e può essere contattato presso il Social Work Department, St. George’s Hospital, Sutton’s Lane Hornchurch, Essex, England, RM12 6RS.
Bibliografia
References not listed in bibliography
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Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo «From Here to There to Who Knows Where: The Continuing Evolution of Solution-Focused Brief Therapy», pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2021) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Hopwood, L., & de Shazer, S. (2021). From Here to There to Who Knows Where: The Continuing Evolution of Solution-Focused Brief Therapy. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/from-here-to-there-to-who-knows-where-the-continuing-evolution-of-solution-focused-brief-therapy (Opera originale pubblicata nel 2021 nel Journal of Solution Focused Practices, vol. 5, n. 1, articolo 9; ripubblicata nel 2026 da Complexe Systémique, https://journalsfp.org/article/74983)
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