Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Red Sistémica · Intervista
Anna Nicolò è neuropsichiatra infantile e terapeuta familiare del mitico gruppo di Roma formato con M. Andolfi, C. Saccu e P. Menghi. Rappresentante dell’ala del gruppo «più attenta alle emozioni», la sua linea di lavoro, la psicoanalisi, si compone di un’interessante intersezione con elementi del modello sistemico, che ne fanno una figura creativa nel campo della terapia familiare.
«La personalità è come un organo di percezione e deve essere usata come tale.»
Anna Nicolò
Quando ha cominciato a interessarsi alla terapia familiare?
Negli anni Settanta la terapia familiare in Italia era sospinta dai movimenti antipsichiatrici, e me ne sono interessata perché significava la rivalutazione del contesto ambientale, l’accento posto sul sintomo e il decentramento del paziente designato. Insieme a Carmine Saccu abbiamo cominciato nel servizio di neuropsichiatria infantile dell’università. Minuchin non era ancora stato tradotto! Nel 1975 organizzammo il primo congresso di terapia familiare in Europa. Quel congresso creò una divisione e il mio gruppo risultò composto da Saccu, Menghi, Andolfi e me; cominciammo a lavorare con la schizofrenia e ci trovammo d’accordo sulla necessità di usare tecniche nuove. Fu così che il gruppo si avventurò nella provocazione.
Io rappresentavo l’ala del gruppo più aperta alle emozioni. Stavo facendo un’analisi personale e cominciai a esplorare queste due linee che sembravano poco integrabili: la psicoanalisi e la sistemica; l’influenza intrapsichica degli affetti mi portò a interessarmi alla metafora, e così mi concentrai più sul suo studio che sulla provocazione.
Il ricorso alla metafora risponde allo stesso disegno che in Erickson?
Non esattamente; ero influenzata dal lavoro di Whitaker e di Bateson, che è stato l’autore che più ha suscitato il mio interesse. Tra i membri del gruppo ero quella che prestava più attenzione agli aspetti simbolici della dimensione interpersonale, sia nella famiglia sia nell’individuo o nel gruppo. Il modo in cui il sintomo può rappresentare un simbolo – sia all’interno del funzionamento dell’individuo, sia come dimensione simbolica di un mondo non comunicato dalla famiglia – poteva trovare nell’oggetto metaforico un veicolo d’espressione. Si operava una traduzione tra due linguaggi: da una parte dal linguaggio dell’individuo al sistema, dall’altra dal linguaggio patologico, in quanto tale incomprensibile, al linguaggio comunicato dalla famiglia, che è condiviso.
E, in quanto tale, qual è la sua incidenza sul piano degli affetti…?
Per me, oggi, è altissima.
Ma da allora a oggi sia il modello sistemico sia quello psicoanalitico si sono evoluti. Che cosa ne pensa…?
Senz’altro. Con l’impatto rivoluzionario dell’approccio sistemico, nel corso degli anni si sono prodotti cambiamenti molto rilevanti; alcuni temi sono stati rimessi in discussione, come l’attenzione centrata sul comportamento o sul sintomo, o il non osservare la continuità storica; così la storia della famiglia, la dimensione pluridimensionale, ha acquistato molta importanza.
Bateson non ha dato importanza soltanto alla comunicazione e al linguaggio, ma anche al gioco, alla metafora e alla dimensione delle emozioni, aspetti spesso trascurati.
E in ambito psicoanalitico?
Almeno per quanto è arrivato in Europa e anche negli Stati Uniti, si tratta di una serie di lavori centrati sul qui e ora, in cui gli aspetti relazionali acquistano grande importanza; si sono persi quegli aspetti classici della psicoanalisi che ne facevano un modello passato di moda. Per me la relazione tra l’analista e la persona in analisi nel qui e ora è molto importante, e l’intervento nasce da questa relazione. Oggi esistono correnti che parlano della fantasia condivisa della coppia analista-paziente, e perfino l’interpretazione stessa arriva a strutturarsi all’interno del lavoro su questa relazione. Mi sembra una «grossa», una grande trasformazione della prospettiva della psicoanalisi.
Anna, adotta anche i concetti di transfert e controtransfert?
Esistono due modi di concepire entrambi i concetti: quello classico, come trasposizione del passato nel presente del soggetto – penso che sia una concezione restrittiva. C’è un’altra posizione, che vede il transfert come una situazione globale, cioè all’interno del transfert si può osservare tutto ciò che appartiene alla relazione terapeutica. Possiamo immaginare che ogni persona sia portatrice di modelli relazionali: fin dalla nascita, l’essere umano decodifica, apprende ogni successiva esperienza della realtà. Per esempio: una madre accompagna il figlio il primo giorno alla scuola dell’infanzia. È un’esperienza importante, perché vi si può vedere come viene affrontata la separazione. Potrà accompagnarlo con il padre, o lasciarlo in fretta, potrà commuoversi davanti al pianto del bambino; un’altra madre gli dirà che è grande e non deve piangere. Il bambino imparerà da quell’esperienza, che avrà un effetto non solo sul piano cognitivo ma anche su quello emotivo; questi affetti, questo modo di codificare la realtà, segneranno quindi il seguito della sua vita – ma non in modo rigido, perché impariamo da molte esperienze.
E come entra in gioco nel sistema terapeutico l’apprendimento di queste esperienze?
Quando si costituisce il sistema terapeutico, chi conduce la terapia, la persona in cura e la famiglia ripropongono modelli relazionali e contrattano un nuovo modo di funzionamento relazionale. Per esempio, una famiglia cerca di collocare chi conduce la terapia nella funzione relazionale che le è complementare, e questa persona può diventare un elemento trasformatore per la famiglia nella misura in cui sa decodificare dentro di sé la funzione che la famiglia vuole attribuirle e che cercherà di modificare, sia nel senso del suo essere nel qui e ora, sia sul piano cognitivo, cioè elaborando l’esperienza con la famiglia.
Come si tradurrebbe questa posizione in un esempio…?
Una famiglia mi chiama d’urgenza: «Deve ricevermi con urgenza, perché mi succede una cosa terribile…»; la prima domanda che mi pongo è se devo reagire all’urgenza con l’urgenza o fissare una seduta dopo un certo tempo. Già dal primo incontro osservo come si presenta questa famiglia: potrà focalizzare il problema, chiedermi cose specifiche che posso considerare non urgenti. Penso di aver dato una risposta ritardando la seduta, ma posso anche pensare che questo non basti, che occorra collegarlo a un’analisi di ciò che vedo; oppure posso fare un intervento dopo aver ascoltato la famiglia, segnalandole «che in questa famiglia si viene ascoltati solo quando le cose sono gravi o urgenti». L’importante è accompagnare sempre questo studio dell’angoscia e della difesa che la famiglia presenta, sviluppandolo nel qui e ora della seduta. Devo quindi intervenire su due livelli: uno con la mia risposta nell’atteggiamento terapeutico, l’altro con la spiegazione di ciò che vedo.
Da ricordare
Per Nicolò il transfert non è soltanto la ripetizione del passato: è la situazione globale della relazione terapeutica. La famiglia cerca di assegnare a chi conduce la terapia una funzione complementare alla propria; è decodificando dentro di sé questa funzione, e rispondendovi sia con il proprio atteggiamento sia con la spiegazione di ciò che vede, che la persona terapeuta diventa un elemento trasformatore.
È evidente che in ogni relazione umana, in misura maggiore o minore, circola l’affetto. Che differenza vede con il concetto di «risonanze» proposto da Mony Elkaïm?
Penso che possiamo cambiare il nome a tante cose, ma le cose non sono sempre quelle; l’importante è che comprendiamo il concetto. Io mi riferisco a una complementarità naturale che nasce nelle relazioni umane, in cui ogni persona è portatrice di modelli relazionali che vengono messi in atto nell’interazione con gli altri, i quali a loro volta rispondono con i propri modelli.
Le scelte, quindi, non sarebbero frutto del caso…
In un matrimonio non è per caso che una persona ne sceglie un’altra, in base ai propri bisogni, alle proprie esigenze; la scelta del partner è una scelta di complementarità inconscia, per questo non è casuale: è un contratto inconscio che si realizza, una dimensione di accordo reciproco. Laing osservava che «ognuno gioca il gioco dell’altro senza rendersene conto». Da una parte è un gioco comunicativo esplicito, dall’altra un gioco implicito, costituito da proiezioni reciproche, fantasie, paure, sentimenti. Il concetto di «risonanze» mi evoca chiaramente il controtransfert. Nella terapia familiare si è parlato spesso più di questo concetto che di quello di transfert, perché è più facile da delimitare. Esiste una dimensione generale delle emozioni che chi conduce la terapia prova durante la seduta; decodificandola si comprende qual è il problema, il conflitto, l’emozione del membro della famiglia che sta comunicando, e questo avviene attraverso la persona terapeuta, perché la personalità è come un organo di percezione e deve essere usata come tale.
Quello che capisco è che, secondo Lei, non ci sarebbe differenza…
Per me no; ma mi sembra che Mony sottolinei… Comunque penso che sia estremamente interessante che la terapia familiare si avvicini a questo concetto. Potrei aggiungere un’altra idea: credo che in molte figure della terapia familiare sistemica che teorizzano sugli aspetti prescrittivi o mettono l’accento sul linguaggio il potenziale risieda nella personalità. Nel mio gruppo avevamo invitato molte figure della formazione, per esempio Minuchin, Whitaker, e ciò che era straordinario in questi terapeuti era l’impatto emotivo. La terapia non è fatta soltanto di concettualizzazioni teoriche, ma anche di emotività e di capacità di modificare le situazioni problematiche. Ciò che cerco di capire è questa dimensione dell’impatto emotivo.
Potremmo pensare, in una prospettiva costruttivista, che l’interpretazione diventi efficace perché la terapia introduce nel sistema cognitivo della persona un’informazione nuova che ridimensiona la sua realtà, piuttosto che pensare che il suo effetto dipenda dal rendere conscio l’inconscio?
Certamente, è esatto. Credo che la concettualizzazione dell’interpretazione come rivelazione di qualcosa di nascosto, rivelazione dell’inconscio, non la confermi più nessuno, in psicoanalisi, al mondo. L’interpretazione è un’ipotesi che l’analista formula attorno a una narrazione costruita da una parte con ciò che racconta la persona in analisi e dall’altra con ciò che si è raccontato durante la seduta attraverso il processo terapeutico, in base al suo comportamento nel corso della seduta stessa. Questa ipotesi, che è discutibile, viene offerta e nasce dalla relazione terapeuta-paziente.
Evidentemente si offre un altro modo di concettualizzare non solo il problema, ma anche la teoria che la persona ha di sé e del proprio funzionamento con il mondo; si cerca anche di riconcettualizzarla all’interno di un contesto diverso: il contesto terapeutico.
Non è importante soltanto offrire uno strumento cognitivo, ma che questo sia vissuto in modo diverso nella relazione; per esempio, ogni famiglia arriva con il suo mito, ma potrò conoscerlo solo nella misura in cui ogni membro me ne racconta un pezzo; il prodotto finale sarà il risultato della mia co-costruzione del mito con gli altri, che sarà sempre diverso dal mito originario; quest’ultimo non mi interessa, perché in sé non è conoscibile. Costruisco qualcosa di vecchio, ma che si colloca in modo nuovo; ogni costruzione, co-costruzione o ricostruzione porta qualcosa di nuovo; l’operazione con cui costruisco un nuovo mito riconcettualizza il mito antico e provoca nella famiglia l’apertura di una nuova possibilità, di uno sguardo diverso sul mito di cui i suoi membri sono portatori. Il passato in sé non è conoscibile.
Interpretazione classica
Rivelare ciò che è nascosto, rendere conscio l’inconscio: una concezione che, secondo Nicolò, nessuno sostiene più in psicoanalisi.
L’interpretazione come co-costruzione
Un’ipotesi discutibile, nata dalla relazione terapeuta-paziente, che riconcettualizza il mito familiare e apre uno sguardo nuovo.
Allora dov’è la psicoanalisi, se l’interpretazione non rivela l’inconscio e il passato non è importante…?
Per me il passato è sempre presente e si manifesta nel qui e ora in forma trasformata; siamo portatori del nostro passato e lo riattualizziamo continuamente. Così ci sono momenti della nostra vita in cui, grazie alle nostre esperienze particolari, possiamo riconcettualizzare e ricordare cose di cui prima non conoscevamo nemmeno l’esistenza, e che ci permettono di guardare da una nuova prospettiva. L’inconscio è una teoria; non è mai stato dimostrato sul piano neurofisiologico, è un costrutto. La parola inconscio significa ciò che non è conosciuto; è evidente che portiamo con noi molte cose di cui non abbiamo conoscenza, che sono depositate dentro di noi e che si attivano in certi momenti e non in altri; oppure si può passare tutta la vita senza prenderne coscienza, oppure possono essere depositate in una sorta di memoria familiare. Per esempio, il concetto di transgenerazionale: esistono aspetti o caratteristiche che passano da una generazione all’altra, di cui non siamo consapevoli ma di cui siamo portatori.
Posso riproporre la modalità che aveva mia madre senza averne conoscenza; eppure la metto in gioco. Si tratta di una concezione diversa, in cui l’inconscio è concepito come un grande sacco in cui si conservano le cose. È composto di ricordi e di stili relazionali che cambiano continuamente, che si modellano e si modificano.
La psicoanalisi freudiana d’inizio secolo era sicuramente molto diversa… Che cosa pensa di questa divisione così strutturata tra l’osservazione delle famiglie in un’ottica sistemica e in una visione psicoanalitica?
Ho ripercorso un po’ la storia del mio gruppo perché l’opposizione che abbiamo avuto all’inizio, quando la terapia familiare si definiva tra la psicoanalisi e il mondo sistemico, non era un’opposizione all’epistemologia sistemica, ma a quella che consideravamo la sua declinazione comportamentista. Quella non dice da nessuna parte che non esistano gli affetti o dimensioni che non conosciamo affatto. Il comportamentismo, invece, parla della scatola nera e afferma che possiamo conoscere soltanto le interazioni visibili – soprattutto in certe figure di orientamento strategico, che sostenevano che si potesse agire solo sulle interazioni osservabili, ciò che si poteva vedere sulla videocassetta e commentare…
Se parliamo di affetti, emozioni, risonanze, siamo di fronte a interazioni non visibili; esistono molteplici interazioni impercettibili che passano tra le persone. L’importante è che arriviamo a osservare che nella realtà esistono diversi livelli di lettura.
Quali sarebbero…?
I livelli di lettura sono molti, tutti presenti e tutti validi; il problema è adottare un’epistemologia di maggiore complessità che porti a integrarli. Un livello potrebbe essere quello dell’interazione comunicativa visibile, la terapia familiare classica, come l’ha in parte insegnata la «pragmatica della comunicazione umana». Un altro sarebbe concepire la famiglia attraverso confini e gerarchie, lo studio delle alleanze e delle coalizioni, ecc. Ricordo un articolo di Sluzki che raccomanda, nel trattamento di una coppia con il figlio, di osservare chi guarda il marito mentre il terapeuta parla con la moglie, e se esiste una coalizione o un’alleanza espressa in modo visibile; il livello della ridondanza non verbale è molto importante, perché ci permette di vedere un primo disegno del sistema e delle sue regole.
Dove colloca, in questi livelli di lettura, il piano degli affetti?
Sarebbe un secondo livello; per esempio, l’angoscia che ognuno porta con sé.
Ci sono famiglie che si costituiscono sulla base di un’angoscia di separazione, o del lutto che ha segnato i genitori, della difesa contro quel lutto, per cui «di questo non si parla», oppure, quando si parla di separazione, si fa come se tutto andasse bene. Ma in realtà c’è da una parte l’angoscia propriamente detta e dall’altra l’angoscia che si differenzia in ciascuno dei membri, che la mette in atto in modo diverso. La famiglia potrà difendersi come gruppo o individualmente. Lo si potrà vedere nel processo terapeutico: quando si parlerà di separazione, la famiglia si difenderà dall’angoscia che ne deriva; è un secondo livello di interazione non visibile, che si esprime nell’analogico del setting, nella fantasia, nel vissuto, nelle libere associazioni, nei sogni.
L’interazione comunicativa osservabile, la terapia familiare classica ereditata dalla pragmatica della comunicazione.
Confini, gerarchie, alleanze e coalizioni; la ridondanza non verbale disegna un primo schema del sistema e delle sue regole.
L’angoscia portata da ciascun membro e le sue difese, di gruppo o individuali, leggibili nell’analogico del setting, nella fantasia, nelle associazioni, nei sogni.
Integra la tecnica dell’interpretazione dei sogni nel suo lavoro?
Sì, lavoro molto sui sogni della famiglia. Ogni membro della famiglia associa sul sogno portato da un altro membro. Cerco di vedere quali sono i sogni complementari comuni della famiglia, quali cose sono condivise e quali sono le difese che ciascun membro ha in modo differenziato.
Nel sogno lavora sul piano del simbolico, del metaforico?
Sì, ma non solo: lavoro anche su come si costruisce. Ho scritto da poco un articolo intitolato «A chi appartiene il sogno del sognatore?», che presentava il caso molto interessante di una paziente obesa, che raccontava un sogno che la terrorizzava, il cui contenuto principale erano dei serpenti che uscivano da sotto il letto e volevano morderla… Parallelamente c’era il sogno di suo padre, che raccontava che qualcuno gli dava un cesto da cui uscivano serpenti che si agitavano al calore delle sue mani. Il sogno era più lungo, ma la cosa interessante è che l’angoscia era la stessa nel padre e nella figlia. Questo padre sosteneva di non avere alcun problema riguardo all’individuazione della figlia, dato che lei aveva cominciato a vivere da sola, era autonoma. In realtà esisteva una grande complementarità, espressa nel sogno a livelli incestuosi, che la portava a non poter vivere il proprio corpo di donna come un corpo eccitante, erotico, sessuato. Il sintomo diventa la metafora di un problema che coinvolge tutta la famiglia; Le ho parlato solo del padre e della figlia, ma ne fanno parte anche altri membri.
Secondo la sua linea di lavoro, passato e presente sono continui, l’interpretazione non rivela l’inconscio, e non si tratta nemmeno di trovare l’effetto presente nelle cause del passato. Dov’è allora l’epistemologia lineare in tutto il suo modello psicoanalitico?
Esatto! Non esiste un’epistemologia lineare; ma non sono la sola a dirlo, sono passati quarant’anni, molti la pensano così, per esempio Bion. Penso che la storia sia importante, perché siamo costituiti in base all’esperienza del nostro passato e al contesto in cui agiamo nel presente.
Ognuno di noi può avere traumi in senso lineare; tuttavia non possiamo parlare semplicemente di trauma, dobbiamo parlare di responsabilità, di risposta soggettiva, del fatto che la nostra storia è organizzata in un certo modo, che siamo il frutto dell’interazione con la nostra famiglia, che esiste un livello di specularità tra il funzionamento individuale e quello familiare. Portiamo in noi la nostra famiglia interna, che è la trasformazione soggettiva della nostra famiglia reale. Siamo portatori di un passato come della sua trasformazione. La patologia blocca la possibilità di trasformazione, ostacola la normale capacità di apprendere cose nuove dall’esperienza, che porta al cambiamento.
Nel nostro passato si trovano i nostri modelli relazionali familiari, ma anche altri modelli, e nell’incontro li andiamo modificando.
Per finire, integra nel suo lavoro le prescrizioni di comportamento? In generale, qual è la sua forma di intervento?
Il mio stile si basa sulla relazione terapeutica e sulla possibilità di usare l’interpretazione. Poiché nella famiglia si attivano dinamiche primitive, non uso soltanto questa tecnica. Per esempio, lavoro con i confronti tra i contenuti che possiede ciascun membro della famiglia e faccio circolare questa informazione in tutta la famiglia. Attualmente non uso più prescrizioni.
Chi è Anna Nicolò
Anna Nicolò è neuropsichiatra infantile, psicoanalista e terapeuta familiare a Roma. Cofondatrice, con Maurizio Andolfi, Carmine Saccu e Paolo Menghi, del gruppo romano di terapia familiare, ne ha rappresentato l’ala più attenta alle emozioni e ha sviluppato una pratica che coniuga psicoanalisi e approccio sistemico: lavoro sulla metafora, sul mito familiare, sui sogni della famiglia e sulla relazione terapeutica nel qui e ora.
Questa intervista è la traduzione italiana non ufficiale, dallo spagnolo, di «Entrevista de Anna Nicoló ¿Es posible encontrar el punto de encuentro?», pubblicata da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 42, luglio-agosto 1996). Realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Rodríguez Ceberio, M. (2022). Est-il possible de trouver un point de rencontre ? Entretien avec Anna Nicolò (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/est-il-possible-de-trouver-un-point-de-rencontre-entretien-avec-anna-nicolo (Opera originale pubblicata nel 1996 in Perspectivas Sistémicas, n. 42, luglio-agosto 1996; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/27/entrevista-de-anna-nicolo-es-posible-encontrar-el-punto-de-encuentro/)
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