Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Family Relations · Famiglia

L’esperienza materna dello stigma e della colpevolizzazione: il punto di vista delle madri di persone che usano sostanze

Quando una persona adulta fa uso di alcol o droghe, i suoi genitori si trovano ad affrontare sia il discredito che ricade su tutta la famiglia sia il rimprovero di averla educata male. A partire da interviste con otto madri scozzesi e inglesi, un gruppo di ricerca di Glasgow distingue queste due forme di giudizio, descrive l’autocolpevolizzazione e l’isolamento che producono e mostra che cosa i gruppi di sostegno alle famiglie aiutano a sciogliere.

Autrici e autori Edith O’Dowd (EVA Psychology, NHS Lanarkshire, Coatbridge), Simon C. Hunter (Glasgow Caledonian University; University of Western Australia, Perth) e Martha Canfield (Glasgow Caledonian University), Regno Unito e AustraliaPrima pubblicazione Family Relations, 3 ottobre 2024Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Mothers' experiences of stigma and blame: The views of mothers of people who use substances, di Edith O’Dowd, Simon C. Hunter e Martha Canfield, pubblicato in Family Relations (Wiley) (2025), doi: 10.1111/fare.13093, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Lo stigma e la colpevolizzazione fanno sentire le madri giudicate e sole mentre si muovono in dinamiche familiari complesse.

Edith O’Dowd, Simon C. Hunter e Martha Canfield

Abstract

Obiettivo. L’obiettivo di questo studio è distinguere tra lo stigma di cortesia e la colpevolizzazione dei genitori, due forme di giudizio collegate ma distinte, ed esplorare le conseguenze dello stigma di cortesia e della colpevolizzazione dei genitori.

Contesto. Avere un figlio o una figlia che usa sostanze è stato associato a numerose ripercussioni negative sulla salute mentale e fisica dei familiari. I genitori, in particolare, corrono un rischio elevato di subire conseguenze negative, tra cui lo stigma di cortesia e la colpevolizzazione.

Metodo. Abbiamo condotto interviste in profondità con otto madri di persone che usano sostanze. I dati sono stati esaminati mediante analisi tematica.

Risultati. Sono stati individuati tre temi principali: l’impatto pervasivo dello stigma, la colpevolizzazione dei genitori e il modo di far fronte allo stigma e alla colpevolizzazione.

Conclusione. In questo studio abbiamo potuto distinguere tra stigma di cortesia e colpevolizzazione dei genitori esaminando le esperienze delle madri di persone che usano sostanze. I risultati suggeriscono che lo stigma e la colpevolizzazione fanno sentire le madri giudicate e sole mentre si muovono in dinamiche familiari complesse.

Implicazioni. Le organizzazioni di sostegno alle famiglie offrono spazi accoglienti che contrastano il giudizio e generano un senso di connessione. I nostri risultati sottolineano l’importanza che chi lavora in ambito professionale sviluppi una consapevolezza delle conseguenze dello stigma e della colpevolizzazione quando lavora con madri di persone che usano sostanze.

Il World Drug Report evidenzia un aumento costante del numero di persone che usano droghe e soffrono di disturbi da uso di droghe (Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine [UNODC], 2023). Il rapporto osserva inoltre che, sebbene nel 2021 nel mondo vi fossero 39,5 milioni di persone con disturbi da uso di droghe, solo 1 su 5 ha ricevuto un trattamento. Allo stesso modo, anche le stime mondiali sui disturbi da uso di alcol sono allarmanti: i dati mostrano che 283 milioni di persone adulte convivono con questo disturbo (Organizzazione mondiale della sanità [OMS], 2018). Nel Regno Unito il consumo di alcol e di droghe resta un problema rilevante, e i decessi legati alle droghe sono aumentati in modo significativo negli ultimi 20 anni (National Records of Scotland, 2023; Office for National Statistics, 2023). Per quanto riguarda l’alcol, in Scozia 1 persona su 5 beve a livelli dannosi e, nel Regno Unito, i tassi di dipendenza da alcol associati alle visite dal medico di medicina generale sono di 171 su 100.000 per gli uomini e di 76 su 100.000 per le donne (Birtwistle et al., 2022; Thompson et al., 2017).

L’uso problematico di sostanze è spesso associato a disturbi di salute mentale, può danneggiare la salute fisica e può aggravare le disuguaglianze per chi usa sostanze (UNODC, 2023; WHO, 2018). Tuttavia, le conseguenze dell’uso di sostanze possono andare oltre la salute e il benessere della persona. L’uso di sostanze può avere conseguenze sociali ed economiche per la società (cioè costi legati al settore della giustizia e costi legati alla perdita di produttività e alla disoccupazione), ed è riconosciuto come uno dei principali fattori di carico di malattia nei familiari (Mattoo et al., 2013; Orford et al., 2013). Questo carico deriva da numerosi problemi legati al ruolo di chi si prende cura di un familiare che usa sostanze, tra cui, per esempio, difficoltà economiche, litigi frequenti, sconvolgimenti della vita quotidiana, sensazione di trascuratezza, sentimenti di solitudine e violenza domestica (Bortolon et al., 2016; Di Sarno et al., 2021; Richert et al., 2018). Sebbene il numero esatto di familiari colpiti nel Regno Unito dall’uso di sostanze di un congiunto sia incerto, a livello mondiale oltre 100 milioni di familiari risentono del comportamento di dipendenza di un congiunto (Orford et al., 2013).

Le donne della famiglia sono particolarmente esposte a questi gravosi problemi (Di Sarno et al., 2021; Richert et al., 2018). Ciò dipende in parte dal fatto che le donne assumono più spesso degli uomini i compiti principali di cura (National Alliance for Caregiving, 2009) e in parte dal fatto che adottano spesso strategie di coping per affrontare l’uso di sostanze in famiglia (per esempio l’autocolpevolizzazione e l’evitamento delle interazioni sociali come risposta alla vergogna associata al problema di uso di sostanze in famiglia; Orford, 2017).

Gli effetti negativi, fisici e mentali, dell’uso di sostanze sulla salute dei familiari sono stati dimostrati in modo costante. Tra questi rientrano, tra gli altri, tassi più elevati di disturbi dell’umore e d’ansia, livelli elevati di stress, uno stato di salute fisica complessivamente scarso e un elevato ricorso ai servizi sanitari (Bischof et al., 2022; Orford, 2017). Tuttavia, nonostante l’elevata vulnerabilità di questi familiari a una serie di conseguenze negative, essi restano in larga misura trascurati dalle politiche nazionali e dai programmi sanitari (Di Sarno et al., 2021).

Riconoscendo la famiglia come un potenziale sistema di sostegno al cambiamento, i suoi membri possono svolgere un ruolo importante nel processo di trattamento e di recupero delle persone che usano sostanze (Orr et al., 2014). Occorre tuttavia riconoscere che sostenere un familiare che usa sostanze comporta sfide notevoli e che spesso la situazione è aggravata dalla presenza e dall’esperienza dello stigma e della discriminazione che si possono incontrare a causa dell’uso di sostanze del proprio familiare (Wilkens & Foote, 2019).

Lo stigma di cortesia

Goffman (1963) ha definito lo stigma come un «attributo profondamente screditante» che porta la persona in questione a essere vista come un’estranea al gruppo e come socialmente meno desiderabile (p. 4). Link e Phelan (2001) hanno ampliato questa definizione suggerendo che lo stigma sia la convergenza di stereotipi, etichettamento, discriminazione e perdita di status sociale, elementi che si rafforzano all’interno di una specifica struttura di potere. Inoltre, è riconosciuto che lo stigma non colpisce solo la persona ma può riguardare anche chi è in contatto con una persona appartenente a un gruppo screditato, un fenomeno che Goffman ha definito «stigma di cortesia» (Goffman, 1963).

Per i familiari di persone che usano sostanze, lo stigma di cortesia può assumere diverse forme, tra cui i pettegolezzi (McDonagh et al., 2019), l’esclusione dalle attività (Wangensteen et al., 2020) e gli insulti degradanti (O'Shay-Wallace, 2020). Di fronte a questo stigma, i familiari finiscono spesso per nascondere il problema di uso di sostanze in famiglia e per ritirarsi dalla vita sociale, il che può accrescere ulteriormente l’isolamento (McDonagh et al., 2019). Inoltre, quando una persona affronta ripetutamente lo stigma, questo può essere interiorizzato come autostigma; la persona, cioè, adotta una visione stigmatizzata di sé (Eaton et al., 2020). Il processo di autostigmatizzazione è stato descritto in relazione a un sentimento di vergogna e di imbarazzo (McCann & Lubman, 2018). Quando la percezione di sé ne è colpita in questo modo, può incidere sul senso di sé complessivo dei familiari, facendoli sentire attaccati, sulla difensiva e in qualche modo difettosi (Liahaugen Flensburg et al., 2023; O'Shay-Wallace, 2020).

Una delle conseguenze più preoccupanti dello stigma di cortesia nel contesto dell’uso di sostanze in famiglia è la barriera che può creare quando i familiari cercano e accettano il sostegno di professionisti della salute (McDonagh et al., 2019). Una ricerca condotta in Brasile ha rilevato che in media i familiari impiegano circa 3 anni per cercare e ricevere sostegno dopo aver scoperto un problema di uso di sostanze (Sakiyama et al., 2015). L’impatto negativo dello stigma sociale legato all’uso di sostanze è stato indicato come una possibile ragione di questo ritardo nella ricerca di sostegno, poiché i familiari possono essere inclini a minimizzare o nascondere il problema per evitare la vergogna che vi è associata. Allo stesso modo, McDonagh et al. (2019) hanno suggerito che per molte famiglie l’uso di sostanze resta un argomento tabù, e che la paura del giudizio e il conseguente imbarazzo costituiscono una barriera per molte persone che trarrebbero beneficio da un sostegno.

Sebbene resti limitata, esiste una letteratura internazionale sulla tensione e sullo stress che l’uso di sostanze impone ai familiari, che fornisce una conoscenza dettagliata delle difficoltà che affrontano (Fotopoulou et al., 2015; McCann & Lubman, 2018; Orford et al., 2019). Sebbene si sappia che queste difficoltà sono vissute in tutto il mondo, la ricerca ha anche suggerito che il modo in cui i familiari affrontano il problema di uso di sostanze in famiglia può essere influenzato da fattori come il legame con la persona che usa sostanze (per esempio genitori, partner, fratelli e sorelle; O'Shay-Wallace, 2020). Si sa invece meno dell’esperienza dello stigma di cortesia nei diversi gruppi di familiari e di come essa sia collegata ad altre esperienze negative come la colpevolizzazione dei genitori.

La colpevolizzazione dei genitori

Sebbene lo stigma di cortesia possa colpire tutti i membri della famiglia, sono in genere i genitori delle persone che usano sostanze a subire le critiche più severe e a portare spesso il peso aggiuntivo della colpa (O'Shay-Wallace, 2020). La nozione di giudizio e di colpa riguardo al ruolo genitoriale, e in particolare materno, costituisce un campo di ricerca indipendente dallo stigma di cortesia, ma a esso connesso (Francis, 2012). Sebbene stigma di cortesia e colpevolizzazione dei genitori si sovrappongano, il primo è lo stigma vissuto a causa della vicinanza dei genitori a una persona stigmatizzata, mentre la seconda è l’esperienza di essere stigmatizzati direttamente perché ritenuti colpevoli degli attributi screditanti della propria prole (Francis, 2012).

Malle et al. (2014) propongono la teoria della colpa, secondo cui la colpevolizzazione è una serie sfaccettata di processi cognitivi ed emotivi ed è considerata un atto sociale che regola le norme e ne critica le violazioni. La loro teoria delinea uno schema comunicativo della colpevolizzazione in cui chi attribuisce la colpa affronta direttamente la persona che ha violato la norma e in seguito condivide informazioni su di lei con altre persone del gruppo, avvertendole così di tenersi a distanza. In termini evolutivi, ciò dovrebbe far sì che la persona colpevolizzata provi disagio, reagisca e si conformi per restare all’interno della propria comunità, perché altrimenti verrebbe ostracizzata, il che minaccerebbe la sua capacità di sopravvivere.

La teoria della colpa (Malle et al., 2014) può essere considerata in relazione al giudizio e al conseguente grado di accettazione che i genitori percepiscono da parte dei membri dei vari gruppi a cui appartengono. Per quanto riguarda la genitorialità, il ruolo individuale dei genitori nella crescita dei figli è diventato sempre più oggetto di scrutinio. Quando si producono esiti che si discostano dalle norme sociali, a essere colpevolizzati sono i genitori, e non la società (Francis, 2012; Jensen, 2018). Francis (2012) ha infatti suggerito che il grado di colpevolizzazione percepita dai genitori varia a seconda della natura delle difficoltà del figlio o della figlia. In particolare, i genitori di minori di 18 anni i cui problemi erano inquadrati in termini di «fallimento morale» (come chi era entrato in contatto con il sistema della giustizia penale o usava sostanze) erano quelli che con maggiore probabilità si sentivano colpevolizzati dalla società. Nella ricerca che esplora l’esperienza dei genitori di persone che usano sostanze, la sensazione di essere presi di mira e colpevolizzati a causa della condizione del figlio o della figlia è stata riconosciuta e collegata a sentimenti di insicurezza, di vergogna e alla paura del giudizio (Earnshaw et al., 2019; McCann & Lubman, 2018; O'Shay-Wallace, 2020). Ciò, a sua volta, può portare a interiorizzare la colpa sotto forma di autocolpevolizzazione (Francis, 2012) che, nel contesto della genitorialità, indica la tendenza ad attribuire a sé stessi la colpa di essere la causa, un fattore concorrente o un fattore aggravante delle difficoltà della propria prole (Moses, 2010).

L’esperienza dello stigma di cortesia e della colpevolizzazione non riguarda solo i singoli familiari, ma anche le dinamiche familiari nel loro insieme. La ricerca indica che queste esperienze possono indurre i familiari a provare una serie di emozioni complesse verso la persona che usa sostanze, tra cui imbarazzo, paura, stress e risentimento (Dallos & Draper, 2015; McDonagh et al., 2019; O'Shay-Wallace, 2020). Questi sentimenti possono portare gli stessi familiari a colpevolizzare la persona che usa sostanze, creando in famiglia un clima di paura, critica e rifiuto. Ciò, a sua volta, può amplificare i sentimenti di vergogna e di isolamento (Dallos & Draper, 2015).

Questo studio

Sapendo che lo stigma di cortesia può costituire una barriera per i familiari che cercano sostegno per sé (McDonagh et al., 2019), questo studio si propone di esplorare la natura e l’impatto dello stigma di cortesia e della colpevolizzazione vissuti dai genitori di persone che usano sostanze, e il modo in cui i genitori affrontano queste esperienze. Raccogliere queste informazioni è importante perché può aiutare chi lavora con i genitori di persone che usano sostanze a comprendere meglio le possibili barriere psicologiche che questi possono incontrare nel cercare e ricevere un sostegno adeguato. Basandoci sulla teoria della colpa, che descrive sia la natura e lo scopo della colpevolizzazione sia la successiva reazione della persona colpevolizzata, abbiamo progettato lo studio per cogliere sia la natura sia le conseguenze della colpevolizzazione e dello stigma. In particolare, la ricerca affronta le seguenti domande: come vivono i genitori lo stigma di cortesia in relazione all’uso di sostanze della propria prole? Come vivono la colpevolizzazione in relazione a quest’uso? Quali sono le conseguenze psicologiche e sociali dello stigma di cortesia? Quali sono le conseguenze psicologiche e sociali della colpevolizzazione vissuta dai genitori in relazione all’uso di sostanze del figlio o della figlia? Come affrontano i genitori lo stigma di cortesia e la colpevolizzazione percepiti?

METODO

Lo studio si è basato su interviste qualitative con madri di persone adulte (dai 18 anni in su) con problemi di uso di sostanze in Scozia e in Inghilterra. Abbiamo utilizzato interviste semistrutturate per esplorare in dettaglio l’esperienza di ciascuna persona. L’approvazione etica è stata concessa dal Comitato etico della School of Health and Life Sciences della Glasgow Caledonian University.

Reclutamento e partecipanti

Per raggiungere i genitori che soddisfacevano i criteri di inclusione dello studio si è fatto ricorso a un campionamento di convenienza. L’intento iniziale della ricerca era reclutare sia madri sia padri, ma hanno partecipato solo madri. I criteri di ammissibilità erano: essere genitori di figli adulti (18 anni e oltre) con una storia di uso problematico di sostanze (per esempio, che avessero avuto bisogno di trattamento o di sostegno per il loro uso di sostanze) e parlare correntemente l’inglese. Ai fini di questo studio, e durante il reclutamento, abbiamo definito l’uso di sostanze come comprendente l’uso di droghe illegali e di alcol. Abbiamo reclutato online tramite il social network Twitter e attraverso organizzazioni che sostengono i familiari di persone che usano sostanze in Scozia e in Inghilterra (tramite l’e-mail delle organizzazioni o distribuendo volantini nelle loro sedi). Il volantino illustrava lo scopo dello studio, i dettagli del processo di intervista, i criteri di inclusione e un link a un questionario che raccoglieva i dati delle partecipanti. Le partecipanti seguivano il link per completare una verifica di ammissibilità e mettersi in contatto con l’autrice EOD. Le interviste sono state fissate via e-mail negli orari più comodi per le partecipanti. Le partecipanti sono state reclutate tra dicembre 2022 e gennaio 2023.

Allo studio hanno partecipato otto madri. Sei partecipanti si sono identificate come scozzesi bianche e due come britanniche bianche. L’età dei figli e delle figlie delle madri era compresa tra 22 e 38 anni. Tutte le partecipanti avevano avuto contatti con servizi specializzati nel sostegno ai familiari colpiti dall’uso di sostanze.

Raccolta dei dati

Per condurre le interviste in profondità sono state utilizzate tracce di intervista semistrutturata, ispirate a studi precedenti di Cohen-Filipic e Bentley (2015) e di O'Shay-Wallace (2020) sulla percezione e sull’esperienza dello stigma e della colpevolizzazione da parte dei genitori. L’intervista riguardava la comprensione e le percezioni delle partecipanti sull’uso di sostanze, sulle sue cause e sui suoi effetti, le strategie di coping adottate e le percezioni delle reazioni e dei pensieri altrui sull’uso problematico di sostanze del figlio o della figlia. Ecco alcuni esempi di domande: «Come reagiscono le persone quando Lei parla dell’uso di sostanze di Suo figlio o di Sua figlia?», «Secondo Lei, quali sono per le altre persone le ragioni per cui Suo figlio o Sua figlia ha avuto problemi con le sostanze?», «In che modo sente che le esperienze di stigma La toccano personalmente?» e «Com’è stata la Sua esperienza nella ricerca di sostegno?». Tutte le interviste sono state condotte a distanza (per telefono o in videochiamata, secondo la preferenza della partecipante) e, semplicemente perché alcune partecipanti si dilungavano nelle risposte, sono durate tra i 30 e gli 80 minuti. Sebbene alcune partecipanti abbiano scelto di svolgere l’intervista in videochiamata, è stato registrato solo l’audio. Durante tutto il processo di raccolta dei dati, il nostro gruppo di ricerca ha verificato regolarmente la qualità dei dati in relazione agli obiettivi dello studio. Dopo aver intervistato sei partecipanti, eravamo vicini ad avere dati sufficienti per rispondere alle domande di ricerca, e le interviste 7 e 8 non hanno introdotto idee nuove, il che ha aiutato a stabilire quando interrompere la raccolta dei dati.

Analisi dei dati

Le interviste sono state trascritte alla lettera e ne è stata verificata l’accuratezza. Per garantire l’anonimato, tutte le informazioni identificative sono state rimosse dalle trascrizioni e alle partecipanti sono stati assegnati pseudonimi. L’analisi tematica, facilitata dall’uso di NVivo 1.7.1, è stata condotta secondo le fasi descritte da Braun e Clarke (2006). Dopo la fase iniziale di familiarizzazione con i dati e una discussione approfondita con il gruppo di ricerca, l’autrice EOD ha elaborato una griglia di codifica descrittiva nella seconda fase. Durante la terza fase, i codici delle otto interviste che rappresentavano concetti simili sono stati raccolti e organizzati in temi e sottotemi provvisori. In linea con la quarta fase, questi raggruppamenti sono stati poi sottoposti alla revisione del gruppo di ricerca per garantirne la coerenza. La revisione dei temi ha comportato la rilettura dei codici e degli estratti in relazione ai temi proposti, il perfezionamento dei codici e la valutazione della validità dei temi proposti rispetto all’insieme dei dati. Nel corso del processo, il gruppo di ricerca ha discusso le discrepanze e apportato revisioni ove necessario. Infine, durante la quinta fase, temi e sottotemi sono stati denominati in modo da descriverne chiaramente il contenuto e da poter servire a costruire una narrazione attorno alle domande di ricerca.

RISULTATI

L’analisi ha prodotto tre temi con relativi sottotemi: (1) l’impatto pervasivo dello stigma; (2) la colpevolizzazione dei genitori: destreggiarsi tra la pressione sociale e le sue conseguenze; (3) le reazioni allo stigma, alla colpevolizzazione e alla tensione.

Tema 1. L’impatto pervasivo dello stigma

Marchiate e contaminate

A causa del modo in cui venivano trattate, diverse partecipanti hanno espresso la percezione che avere un figlio o una figlia con problemi di uso di sostanze fosse come essere contaminate. Hanno raccontato di sentire che le persone attorno a loro le vedevano come qualcuno affetto da una malattia, il che portava altri membri della società, ma anche la loro stessa famiglia e le loro amicizie, a provare ed esprimere una serie di emozioni, tra cui imbarazzo, disagio, paura e rabbia. Così come un’infezione può dissuadere le persone dall’avvicinarsi a qualcuno, le madri avevano la sensazione che la gente le evitasse per proteggersi. Come ha osservato Shona: «Lo vedi proprio fisicamente, la gente che si tira indietro. La gente non vuole essere associata a te per questo. Immagino perché pensano che sia una specie di cosa contagiosa, capisci». Anche Eva ha riflettuto sul fatto che le persone provavano repulsione per il problema di uso di sostanze del figlio o della figlia, perché lo vedevano come qualcosa di «sporco, lercio e sgradevole». Inoltre, lo stigma vissuto a causa del legame delle partecipanti con il figlio o la figlia era spesso percepito come un marchio visibile contro di loro. Kathy lo ha descritto «come se andassi in giro con un campanaccio al collo», evidenziando quanto le madri si sentissero segnate per sempre, esposte e piene di vergogna.

Mancanza di comprensione e di empatia

Riflettendo sulle origini e sulla natura dello stigma di cortesia che vivevano, tutte le madri hanno descritto come la mancanza di comprensione nei confronti dell’uso di sostanze alimentasse spesso l’insensibilità e la mancanza di empatia di amici, familiari e persone comuni. Hanno descritto come la loro prole fosse stata etichettata, accusata, discriminata e maltrattata a causa dell’uso di sostanze.

Poiché l’uso di sostanze viene inquadrato come una questione morale, la maggior parte delle madri ha descritto la scarsa empatia ricevuta dalle persone a cui accennava la situazione del figlio o della figlia. Come ha raccontato Kathy: «Gli appiccicano subito questa etichetta. Non si interessano. Non sostengono più nemmeno te. È tipo: be’, sai, se l’è cercata lui». In questo racconto Kathy suggerisce che, invece di riconoscere una persona che sta attraversando un momento difficile, la gente tende a concentrarsi solo sul suo comportamento e a giudicarlo, negando a lei e ai suoi familiari il sostegno di cui hanno bisogno. Diverse madri hanno raccontato esperienze di mancanza di attenzione, sottolineando il contrasto con le reazioni suscitate quando si parla di familiari con altri problemi di salute che non attirano lo stigma, il che non faceva che intensificare il dolore causato dalla mancanza di empatia.

Respinte ed emarginate

Nel corso dei loro racconti, le donne hanno espresso costantemente la sensazione che la loro famiglia e le loro amicizie evitassero attivamente di riconoscere il problema, lasciandole sole ad affrontare una vita estremamente stressante. La maggior parte delle madri ha raccontato come le loro famiglie evitassero di parlare delle difficoltà del figlio o della figlia, offrendo diverse spiegazioni, come la vergogna, l’imbarazzo, il disagio, la paura e la resistenza ad affrontare i propri problemi. Come ha spiegato Shona: «La gente non vuole vederlo. Be’, i parenti stretti non vogliono. Vogliono solo nascondere la polvere sotto il tappeto e dimenticarsene, invece di provare a capire o ad avere un po’ di compassione».

Inoltre, due delle madri hanno raccontato come alcuni familiari non solo evitassero il problema, ma avessero addirittura escluso del tutto il figlio dalla famiglia. Kathy ha esclamato: «È come se non fosse mai esistito. È come se avessimo due figli e non tre, e che sia stigma o no, voglio dire, fa male e basta!». Per molte delle madri, l’impatto emotivo causato dal fatto che la famiglia non riconoscesse il figlio o la figlia, o le sue difficoltà, sembrava peggiore della discriminazione diretta o dello stigma che vivevano. La maggior parte delle madri provava un senso di esclusione all’interno della propria famiglia e delle cerchie di amicizie, dove sentiva di non avere alcuno spazio sicuro per parlare apertamente delle proprie difficoltà. Ciò non solo generava sentimenti di rifiuto, ma le lasciava anche senza alcuno sbocco, nella cerchia più stretta, per esprimere le difficoltà che stavano incontrando.

Tutte le donne hanno espresso l’intensa tensione che l’uso di sostanze comportava per loro e per la loro famiglia. Hanno descritto la vita che conducevano come drammatica, imprevedibile e traumatica. Cinque di loro hanno raccontato di sentirsi spesso come se stessero appena sopravvivendo o fossero vicine al punto di rottura; eppure la maggior parte ha descritto la difficoltà di trovare, nelle proprie cerchie sociali, persone che offrissero loro l’occasione di parlare.

Oltre al problema di essere ignorate dai familiari, due delle partecipanti hanno riflettuto sul fatto di sentirsi invisibili agli occhi dei professionisti con cui lavoravano i loro figli. Nonostante il ruolo spesso cruciale delle madri nel prendersi cura dei figli e nel lottare per loro (e spesso per i nipoti), le madri hanno raccontato di sentire che i genitori «non avevano voce» e venivano «messi da parte» (Mary) nelle interazioni con i professionisti. Anche in questo caso hanno riflettuto su come ciò le facesse sentire insignificanti, ancora più emarginate e con le proprie esperienze ignorate.

Tema 2. La colpevolizzazione dei genitori: destreggiarsi tra la pressione sociale e le sue conseguenze

Oltre allo stigma vissuto a causa del legame con l’uso di sostanze della propria prole, le madri hanno descritto una persistente sensazione di colpevolizzazione.

Colpevolizzate in quanto madri

Le madri hanno descritto la sensazione di essere giudicate come madri e colpevolizzate per i problemi di uso di sostanze del figlio o della figlia. Hanno raccontato che questa sensazione proveniva dalla loro stessa famiglia, dalle amicizie, da professionisti con cui erano state in contatto e dal pubblico in generale. Jo ha descritto un’interazione con il personale del pronto soccorso dell’ospedale in cui suo figlio era stato portato dopo una lesione fisica subita mentre era sotto l’effetto dell’alcol:

Quindi devi tenere presente che ero in uno stato di agitazione fortissima. E io sentivo questa cosa [la valutazione clinica] come un interrogatorio. Come se avessi fatto qualcosa di sbagliato. Mi facevano tutte quelle domande, ma io sentivo solo «perché non ha visto Suo figlio?… non è stata una buona madre per lui»… avevo proprio la sensazione che ci stessero… come se fosse colpa nostra, e avessimo fatto qualcosa di sbagliato.

Con il senno di poi, Jo ha riconosciuto che probabilmente il personale ospedaliero non la stava colpevolizzando direttamente. Ha però descritto come le precedenti esperienze di giudizio e di colpevolizzazione creino un «filtro di come percepisci che il mondo ti vede» e aumentino la sensibilità alla sensazione di essere colpevolizzate.

Le partecipanti non solo hanno descritto come si sentissero colpevolizzate per il modo in cui avevano cresciuto i figli, ma hanno raccontato che la gente faceva anche supposizioni sul loro stesso comportamento. Come ha suggerito Kathy: «La gente dà automaticamente per scontato che sia perché ti sei distratta mentre crescevi tuo figlio, o che forse è qualcosa che fa perché è quello che ha visto a casa». Ciò esprime la percezione di Kathy che la gente giudichi che lei abbia trascurato le proprie responsabilità genitoriali o che il comportamento del figlio sia la conseguenza diretta di un ambiente familiare disfunzionale. Le parole di Kathy riflettono la sensazione di essere presa di mira ingiustamente e la frustrazione che nasce dalle narrazioni anguste e giudicanti che circondano la genitorialità e l’uso di sostanze.

Infine, in modo meno diretto, diverse partecipanti hanno riflettuto sul fatto che altre persone offrivano consigli fuori luogo e inutili su come gestire la situazione e sul loro ruolo di madri. Ciò non faceva che lasciarle con la sensazione di essere giudicate, guardate dall’alto in basso e sempre più sole, perché mostrava che le altre persone non capivano la loro situazione e continuavano a presumere che loro avrebbero potuto gestirla meglio.

Aspettative diverse per madri e padri

Cinque delle madri hanno riflettuto sulle diverse aspettative che, a loro avviso, la società impone alle madri rispetto ai padri, e su come ciò accrescesse la sensazione di essere ritenute responsabili e colpevoli del comportamento e dell’uso problematico di sostanze della propria prole.

È un po’ uno stereotipo, e non lo dico in quel senso… ma il papà non deve fare così tanto per i figli. Può uscire e divertirsi. Va benissimo così. Li va a prendere a scuola due giorni a settimana ed è tutto un «oh mamma mia, il papà fa questo e il papà fa quello»… Io penso solo che la società abbia aspettative diverse sulle mamme rispetto ai papà. E penso che sulle madri gravi un peso maggiore. (Jo)

In questo contesto, Jo riflette sulla propria esperienza personale e sul proprio punto di vista circa l’esistenza di uno squilibrio nelle aspettative sociali che gravano sulle madri. Ha raccontato di sentire che, rispetto alle madri, i padri sono meno esposti alle critiche o a essere ritenuti responsabili di determinati esiti o comportamenti, come l’uso di sostanze del figlio o della figlia. In effetti, sebbene le madri sottolineassero di essere spesso quelle che dovevano «raccogliere i cocci dei disastri di tutti gli altri» (Shona), il che, a loro dire, significava gestire le conseguenze dell’uso di sostanze del figlio o della figlia ed essere spesso il principale punto di contatto con i diversi professionisti, come i servizi sociali e l’équipe di trattamento, il giudizio e la colpevolizzazione rivolti alle donne erano vissuti con particolare intensità, e si chiedevano se i padri avrebbero vissuto la stessa cosa.

L’impatto della colpevolizzazione

La maggior parte delle partecipanti ha raccontato come i sentimenti di colpa e di essere sotto esame le portassero a cercare continuamente di comprendere e analizzare i fattori del passato familiare che avevano contribuito ai problemi di uso di sostanze. In questo senso, la colpevolizzazione dei genitori si trasformava in autocolpevolizzazione, poiché le madri cercavano di individuare in che cosa fossero in colpa. Eva ha descritto gli interrogativi che l’hanno attraversata:

L’ho perso di vista? Mi è sfuggito qualcosa? Perché in tutte le terapie che puoi fare, l’unica cosa che senti dire è che tutto risale all’infanzia, e penso… che cosa c’era nella loro infanzia che li rendeva così infelici?

Ciò mette in luce il persistente pensiero introspettivo e i dubbi su di sé di Eva in relazione all’uso di sostanze del figlio o della figlia. Il riferimento alla terapia suggerisce che riconoscesse l’esistenza, nella società, di una convinzione diffusa secondo cui le esperienze infantili negative o traumatiche possono influire sul successivo uso di sostanze di una persona. Di conseguenza, le madri passano al setaccio l’infanzia della propria prole nel tentativo di individuare possibili fonti di infelicità che potrebbero aver contribuito alla situazione attuale. Nel complesso, la citazione riflette la consapevolezza di Eva di un discorso pubblico dominante che potrebbe alimentare la colpevolizzazione, un profondo desiderio di comprendere e di trovare spiegazioni per l’uso di sostanze del figlio o della figlia, e la sua lotta con i sentimenti di responsabilità personale.

Sebbene alcune madri abbiano riconosciuto la propria capacità di resistere al giudizio e abbiano espresso la consapevolezza di non essere responsabili delle scelte dei figli, due madri hanno parlato in modo specifico del disagio emotivo duraturo causato dal persistente senso di colpa. Come ha commentato Ruby: «Mi fa sentire una nullità, come se non riuscissi a fare niente di giusto o stessi sbagliando tutto. Mi sento decisamente così la maggior parte del tempo». Qui Ruby riflette su come la colpevolizzazione che vive, insieme alla difficoltà costante di sostenere il figlio o la figlia in difficoltà, le lasci il doloroso senso di fallire come madre, una causa persistente di sofferenza nella sua vita.

Tema 3. Far fronte allo stigma, alla colpevolizzazione e alla tensione

In risposta allo stress quotidiano e allo stigma e alla colpevolizzazione che avvertivano, le madri hanno descritto diverse strategie per affrontare questi problemi.

L’evitamento

Tutte le donne hanno descritto la necessità di tacere i dettagli sul problema di uso di sostanze del figlio o della figlia e di fare attenzione alle persone con cui condividevano informazioni. Ciò comprendeva l’evitare di parlare con i professionisti per paura di un intervento dei servizi sociali o perché sapevano che ne sarebbero potuti derivare commenti insensibili o offensivi. Come ha raccontato Barbara: «Semplicemente non entravo in certe conversazioni, perché non sopportavo che mi dicessero cose che fanno male, capisci. È come ricevere una coltellata. Quindi, immagino, alla fine sono pochissime le persone con cui mi apro». In questo contesto, Barbara descrive i suoi sforzi per evitare il disagio e il dolore delle conversazioni difficili, filtrando con cura ed evitando le discussioni che potessero dar luogo a commenti stigmatizzanti e offensivi. Jo, del resto, ha raccontato di temere i pettegolezzi e che i dettagli «trapelassero», e di essere quindi prudente nella scelta delle persone di cui fidarsi e a cui confidarsi. La maggior parte delle madri ha spiegato di deviare le conversazioni o di astenersi dal condividere informazioni per proteggere sé stesse e la propria prole da commenti dolorosi. Una partecipante, invece, ha riflettuto sulla sua scelta di evitare certi argomenti di conversazione con le amiche e gli amici per proteggerli e risparmiare loro qualsiasi disagio.

Oltre a evitare le conversazioni, due delle madri hanno raccontato di essersi del tutto ritirate dalla vita sociale, con la conseguente perdita di amicizie e un isolamento crescente. Lo attribuivano al sentirsi esposte e piene di vergogna, riconoscendo di essere diventate oggetto di pettegolezzi persino tra le persone più vicine della loro vita.

Combattere il giudizio

Dopo essersi sentite colpevolizzate e stigmatizzate a causa dell’uso di sostanze della propria prole, diverse partecipanti hanno descritto situazioni in cui avevano protestato quando altre persone usavano un linguaggio offensivo o si comportavano in modo giudicante. Di fronte a consigli spesso fuori luogo e a persone che le dicevano come crescere il figlio o la figlia, Ruby ha raccontato quanto fosse diventato importante per lei acquisire fiducia nelle proprie decisioni ed esprimere con fermezza la propria posizione: «È solo che è difficile, perché tutti hanno un’opinione, ma non lo stanno vivendo. Mi tiravano da tutte le parti, gli amici, la famiglia, e adesso sono tipo “no, faccio così e basta!”». Questa citazione riflette la stanchezza opprimente di essere giudicate e consigliate da persone che non comprendono appieno la situazione né conoscono per esperienza diretta che cosa significhi sostenere qualcuno che usa sostanze. Mette inoltre in luce quanto sia stato importante per Ruby sviluppare la capacità di resistere alle diverse pressioni.

Diverse madri hanno raccontato di aver notato un cambiamento in sé stesse e di essere diventate più comprensive e meno giudicanti verso le situazioni altrui. Non solo emergeva una crescente consapevolezza e sicurezza delle madri nell’affrontare le manifestazioni dello stigma sociale rivolto alla loro prole o a loro stesse, ma Kathy ha raccontato di essere «letteralmente diventata una guerriera contro lo stigma. Combatterò battaglie solo per ripulire il nome di una persona, perché è semplicemente orribile». Del resto, nella maggior parte dei colloqui si percepiva una forte passione per il riconoscimento dell’impatto dannoso dello stigma e un impegno condiviso a difendere i diritti di chi è stato emarginato, che si tratti di singole persone, di familiari o di comunità.

La cura di sé

Dato il livello di stress persistente nelle loro famiglie, le partecipanti avevano sviluppato strategie per tutelare il proprio benessere. Tra queste: cercare riconoscimento, adottare misure per mantenere un senso di struttura e di normalità, concentrarsi sulla speranza, individuare piccoli momenti positivi per controbilanciare le esperienze negative e dedicarsi ad attività capaci di generare un senso di piacere. Diverse madri hanno sottolineato l’importanza di ritagliarsi tempo e spazio lontano dalla situazione, in cui entrare in un ambiente solo loro; dove sapevano di non essere giudicate, potevano essere liberamente sé stesse e prendersi per un momento una pausa dalla fatica di essere genitori.

L’importanza dei gruppi di sostegno alle famiglie

Tutte le donne hanno descritto quanto fossero stati importanti i gruppi di sostegno alle famiglie per avere persone con cui parlare e uno spazio libero dal giudizio. Diverse donne hanno raccontato che i gruppi erano stati un luogo vitale in cui imparare e conoscere meglio la natura dell’uso di sostanze e i modi per affrontarlo. Inoltre, due di loro hanno raccontato di essere state affiancate da una persona di riferimento (key worker) in grado di offrire un sostegno individuale e contatti regolari, creando per loro uno spazio in cui sentirsi ascoltate. Soprattutto, le donne hanno concordato all’unanimità che lo straordinario successo dei gruppi risiedeva nella forza del legame tra pari e della solidarietà.

A differenza del giudizio fuori luogo a cui le donne erano spesso abituate, Barbara ha raccontato come il gruppo di sostegno alle famiglie che frequentava le fosse stato vicino durante un episodio particolarmente difficile con il figlio o la figlia. Ha raccontato che «erano lì subito per aiutare, solo per ascoltare e non prendere decisioni al posto mio, perché alle conclusioni ci sono arrivata da sola, ma non ci sarei arrivata se quel gruppo non ci fosse stato». La sua esperienza testimoniava il carattere accogliente del gruppo e la disponibilità a offrire un ascolto che molte delle donne non trovavano nella famiglia o nelle amicizie. Rispetto alla familiare sensazione di solitudine generata dal giudizio e dallo stigma, il gruppo ha aiutato le madri a rendersi conto che non era solo la loro famiglia a vivere situazioni simili, ma che anche altre persone attraversavano difficoltà analoghe. Questo riconoscimento ha dato loro un senso di solidarietà, rassicurandole di non essere sole in ciò che vivevano.

DISCUSSIONE

Sebbene ricerche precedenti che esploravano il punto di vista dei genitori di persone che usano sostanze avessero messo in luce la presenza di stigma e discriminazione, mancavano studi che distinguessero tra l’esperienza dello stigma di cortesia e quella della colpevolizzazione dei genitori. Questo studio ha quindi esplorato queste esperienze, collegate ma distinte, che le madri di persone che usano sostanze si trovano ad affrontare. I risultati suggeriscono che lo stigma e la colpevolizzazione fanno sentire le madri giudicate e sole mentre si muovono in dinamiche familiari complesse, ma che le organizzazioni di sostegno alle famiglie offrono spazi accoglienti che contrastano il giudizio e generano un senso di connessione.

Per quanto riguarda lo stigma di cortesia, le partecipanti hanno descritto come si sentissero marchiate e contaminate dall’associazione con il comportamento del figlio o della figlia. Hanno raccontato come l’incomprensione della natura dell’uso di sostanze portasse a una mancanza di empatia e hanno descritto come si sentissero guardate dall’alto in basso ed escluse. Questi risultati sono in linea con ricerche precedenti che esploravano lo stigma vissuto dai familiari di persone che usano sostanze (Mardani et al., 2023; McCann & Lubman, 2018; O'Shay-Wallace, 2020) e rispecchiano la posizione teorica originaria di Goffman (1963), secondo cui lo stigma si estende e si propaga verso l’esterno a partire dalla persona screditata.

Uno dei risultati chiave dello studio riguardo allo stigma subito dalle persone che usano sostanze è stata la percezione, da parte delle madri, che la gente giudicasse ingiustamente il loro familiare come immeritevole di sostegno. Analogamente, le madri hanno rilevato una corrispondente mancanza di attenzione o di cura nei loro confronti, a riprova di come lo stigma si estendesse fino a colpire il nucleo familiare. Il fatto di sentirsi o meno meritevoli di sostegno può influenzare la decisione di chiedere aiuto (McDonagh et al., 2019), e il nostro studio mette in luce come queste decisioni possano essere condizionate dalla percezione pubblica. È importante tenere conto di questi risultati quando si riflette sulle ragioni per cui le persone potrebbero non chiedere aiuto; essi possono inoltre orientare il primo contatto con familiari che possono aver interiorizzato o meno la convinzione di meritare cura.

La colpevolizzazione dei genitori, invece, rappresentava una sensazione di critica diretta verso le madri a causa del loro modo di crescere i figli. Le partecipanti hanno raccontato episodi in cui erano state colpevolizzate da familiari, amicizie e professionisti. Inoltre, l’interiorizzazione della colpa emergeva chiaramente quando diverse madri descrivevano come fossero diventate ipersensibili a questo tipo di giudizio, riflettendo sul modo in cui filtravano le conversazioni e anticipavano la colpevolizzazione. Sebbene ricerche precedenti abbiano anch’esse trovato prove di una colpevolizzazione rivolta ai genitori da familiari e professionisti (Cohen-Filipic & Bentley, 2015; Francis, 2012), i nostri risultati vanno oltre, mettendo in luce che le madri possono sentire che queste interazioni plasmano il loro comportamento futuro. Alla luce della teoria della colpa di Malle et al. (2014), secondo cui la persona colpevolizzata rischia di essere respinta dalla comunità, il che minaccia la sua sicurezza e le sue possibilità di sopravvivenza, questa ipersensibilità al giudizio è forse comprensibile. Del resto, la sensazione di rifiuto e di ostracismo è stata un tema chiave presente in tutte le esperienze delle madri, anche se resta da approfondire se fosse più legata allo stigma di cortesia, alla colpevolizzazione dei genitori o a una combinazione di entrambi.

Una delle risposte comportamentali alla colpevolizzazione più frequentemente riferite dalle madri era il continuo esame del proprio passato e il tentativo di individuare momenti della vita del figlio o della figlia in cui avrebbero potuto intervenire e prevenire l’inizio dell’uso problematico di sostanze. Ciò è stato riportato anche altrove (Eaton et al., 2020; Jackson & Mannix, 2004), sebbene le madri del presente studio riconoscessero che questo esame continuo delle esperienze passate era intensificato dalla consapevolezza della percezione sociale prevalente secondo cui le persone con problemi di uso di sostanze hanno spesso avuto un’infanzia turbolenta. Come hanno osservato Corrigan e Miller (2004), quando si parla di gravi problemi di salute mentale la tendenza prevalente è attribuire la responsabilità a capacità genitoriali inadeguate, a carenze dei genitori e alla loro incompetenza. Poiché questo è il discorso dominante nella nostra società, le insicurezze delle madri e le loro esperienze di autocolpevolizzazione sono comprensibili.

Una delle risposte comuni allo stigma di cortesia e all’autocolpevolizzazione, descritta da tutte le donne, era la tendenza all’evitamento. Questo assumeva forme diverse, dalla cautela e selettività nel condividere informazioni fino al prendere le distanze dagli altri e all’evitare del tutto le interazioni sociali. Nascondere, mantenere il segreto ed evitare sono conseguenze comuni dello stigma e sono stati descritti in ricerche precedenti sull’esperienza dei familiari di persone che usano sostanze (Fotopoulou et al., 2015; McCann & Lubman, 2018; McDonagh et al., 2019). Nel nostro studio, le donne hanno descritto come ricorressero all’evitamento soprattutto come mezzo per proteggere sé stesse e le proprie famiglie dallo stigma di cortesia sotto forma di commenti denigratori e di atti discriminatori, che in ultima analisi causavano loro sofferenza.

Le partecipanti hanno raccontato lo stress, i drammi e la tensione continui derivanti dall’uso di sostanze del figlio o della figlia, sottolineando come lo stigma e la colpevolizzazione aggravassero queste difficoltà all’interno della famiglia. Ciò portava a sentimenti di imbarazzo, vergogna e isolamento. Dallos e Draper (2015) hanno sottolineato i vantaggi di coinvolgere le famiglie nel trattamento delle dipendenze, perché consente di esplorare emozioni intense e aiuta a ridurre la colpa e il disprezzo tra le diverse persone della famiglia. Questo approccio favorisce cambiamenti positivi nelle dinamiche familiari e garantisce cura a tutti i membri. Purtroppo, i nostri risultati suggeriscono che la voce dei familiari non sempre viene presa in considerazione, nonostante i potenziali benefici dell’attenzione ai bisogni di tutti i membri della famiglia. Sarebbe utile approfondire con ulteriori ricerche gli effetti dello stigma di cortesia e della colpevolizzazione dei genitori sulle dinamiche familiari e sugli esiti del trattamento.

La distinzione tra stigma di cortesia e colpevolizzazione dei genitori è delicata. Nei resoconti delle madri emergevano processi legati a entrambi i concetti, anche se la distinzione tra stigma e colpevolizzazione può talvolta apparire sottile. Riteniamo tuttavia che ciò rifletta la natura del comportamento qui esaminato, ossia l’uso di sostanze. L’uso eccessivo e problematico di sostanze come l’alcol e le droghe illegali è da tempo associato alla «devianza» (Kaplan, 1995; Reynolds et al., 2023) e Scambler (2006, 2009) ha sostenuto che lo stigma può essere attribuito quando un comportamento sfugge al controllo della persona e che la pietà è una reazione emotiva comune in tali contesti. Al contrario, quando un’attività si discosta dalle norme sociali, può essere più comune invocare la colpa. Può quindi darsi che colpevolizzazione dei genitori e stigma siano costrutti strettamente collegati quando li si considera nel contesto dei comportamenti di uso di sostanze.

Limiti, punti di forza e ricerca futura

Un limite importante di questo studio è il campione ridotto e relativamente omogeneo. Sebbene gli annunci di reclutamento cercassero il punto di vista di tutti i genitori, hanno risposto e partecipato solo madri. Questo squilibrio di genere non è raro nella ricerca che esplora questioni legate allo stigma e alla genitorialità (Eaton et al., 2016). Inoltre, Macfadyen et al. (2011) hanno ipotizzato che i padri possano essere meno propensi a partecipare perché sottovalutano il proprio punto di vista rispetto a quello delle madri, una tendenza che sembra accentuarsi nelle situazioni in cui sono le madri ad avere più interazioni con i professionisti della salute (Macfadyen et al., 2011).

Inoltre, tutte le partecipanti al presente studio avevano esperienza di gruppi di sostegno alle famiglie, e le esperienze dei genitori che non frequentano tali gruppi potrebbero differire da quelle delle partecipanti a questo studio. I nostri risultati mettono infatti in luce che le organizzazioni di sostegno alle famiglie, che offrono sia orientamento sia un senso di solidarietà, avevano contribuito a ridurre l’impatto dell’autocolpevolizzazione e dello stigma. Moses (2010) ha osservato che i genitori possono spesso attraversare un processo di decolpevolizzazione, in cui le percezioni iniziali di autocolpevolizzazione vengono riesaminate e modificate nel tempo, in relazione alla loro situazione e al sostegno esterno. Potrebbe essere utile che la ricerca futura includa anche il punto di vista dei genitori che non hanno beneficiato del sostegno dei gruppi per le famiglie, così da comprendere meglio il processo di decolpevolizzazione, il che può a sua volta aiutare chi sostiene i familiari a riformulare messaggi interiori dannosi.

Per quanto riguarda la metodologia, sebbene in tutte le interviste sia stato registrato solo l’audio, quelle condotte in video potrebbero aver beneficiato di una «presenza» visiva aggiuntiva rispetto alle interviste telefoniche. Tuttavia, dati recenti indicano che è improbabile che ciò abbia avuto un qualche impatto sull’equivalenza dei dati (Oates et al., 2022). Inoltre, sebbene il nostro studio non fosse concepito per esplorare le differenze nelle caratteristiche individuali delle madri (per esempio status socioeconomico, livello di istruzione), delle famiglie (per esempio convivenza con la persona che usa sostanze, madri sole) e dei figli e delle figlie (per esempio fascia d’età, tipo di uso di sostanze), riconosciamo che questi fattori potrebbero influire sull’esperienza dello stigma e della vergogna di sé.

Implicazioni

Tutte le partecipanti hanno parlato molto bene dei servizi già esistenti che sostenevano i familiari di persone che usavano sostanze. Ciò contrastava con gli altri servizi sanitari a cui i loro figli cercavano di accedere, che spesso descrivevano come inadeguati. Poiché le madri si sentivano costantemente escluse e ridotte al silenzio, ciò sottolinea l’importanza di trovare modi per includerle nel processo di trattamento e di mostrare empatia per la fatica che anch’esse stanno attraversando. La ricerca ha infatti dimostrato che gli interventi che coinvolgono i familiari non solo migliorano gli esiti del trattamento per la persona che usa sostanze, ma migliorano anche gli esiti di salute del resto della famiglia (Ventura & Bagley, 2017).

Chi lavora direttamente con le madri dovrebbe essere attento ai segnali di stigma di cortesia e di colpevolizzazione interiorizzati, così da aiutarle a riformulare la propria percezione della situazione in modo meno dannoso. Ciò potrebbe comportare l’individuazione dei momenti in cui si interrogano eccessivamente sulle cause dell’uso di sostanze del figlio o della figlia, osservando quando adottano nozioni esagerate di responsabilità o presentano distorsioni cognitive. In questo modo, i professionisti possono aiutare le madri a riconoscere l’autocolpevolizzazione e a confrontarsi con schemi di pensiero poco sani. Questi interventi, che sono stati utilizzati per affrontare schemi di pensiero distorti nei genitori di bambini e bambine con dolore cronico (Palermo et al., 2016) e nei genitori di minori che rifiutano di andare a scuola (Minamitani & Matsumoto, 2018), si sono dimostrati efficaci nel mitigare gli effetti negativi dell’autocolpevolizzazione.

Diverse madri della nostra ricerca hanno sottolineato non solo di aver subito il rifiuto di amicizie e familiari, ma anche di essersi sentite spesso ignorate nelle decisioni relative alla cura del loro familiare. E questo nonostante il loro contributo significativo nel sostenere i propri cari durante il percorso di recupero e il fatto di assumere spesso il ruolo di affidatarie dei nipoti all’interno della famiglia. Questi risultati sottolineano l’importanza di sviluppare un approccio olistico che possa includere, ove possibile, il punto di vista dei familiari.

Infine, la forza del sostegno tra pari nello smontare i sentimenti di stigma e di colpa, oltre che nell’aiutare le persone a sentirsi parte di una comunità e meno sole, è stata notevole. Accrescere la conoscenza e la disponibilità di queste preziose risorse contribuirà a rafforzare l’autonomia dei familiari colpiti dall’uso problematico di sostanze.

Conclusione

Questa ricerca ha esplorato l’esperienza dello stigma di cortesia e della colpevolizzazione dei genitori tra le madri di figli e figlie che usano sostanze. Le madri di questo studio hanno raccontato esperienze di stigma e di colpevolizzazione da parte di familiari e amicizie, oltre alla necessità di gestire il giudizio e le false supposizioni rivolte loro dal pubblico più ampio. In seguito a questi incontri, le madri interiorizzavano spesso tali esperienze, con conseguenti sentimenti di rifiuto, isolamento sociale e autocolpevolizzazione. Questi sentimenti erano particolarmente difficili da gestire in mezzo allo stress già intenso delle dinamiche familiari. I gruppi di pari e l’orientamento offerto dalle organizzazioni di sostegno alle famiglie hanno rappresentato un’ancora di salvezza per queste donne e hanno contribuito a ridurre l’impatto negativo dello stigma e della colpevolizzazione. Questi risultati dovrebbero orientare future ricerche che distinguano tra stigma di cortesia e colpevolizzazione dei genitori, e informare le decisioni pratiche relative agli interventi e ai messaggi che chi lavora con i genitori può adottare.

Complexe Systémique: punti chiave

Lo studio ha il merito di separare due cose che la clinica spesso confonde: il discredito che ricade sulla famiglia per semplice vicinanza e il processo intentato contro i genitori. Per chi pratica la terapia familiare l’avvertimento è diretto. Il racconto di Jo al pronto soccorso mostra che una normale valutazione clinica può essere sentita come un interrogatorio, e i modelli che cercano nella famiglia l’origine del sintomo possono alimentare, senza volerlo, l’interminabile revisione del passato descritta da queste madri. Una lettura sistemica invita invece a guardare il circuito: la colpevolizzazione porta al segreto e al ritiro, che isolano, il che a sua volta aumenta la tensione familiare. Ricorda inoltre il peso delle norme di genere, che fanno ricadere sulle madri la maggior parte della colpa. I limiti sono chiari: otto madri bianche, tutte già sostenute da organizzazioni, nessun padre, nessuna voce della persona direttamente interessata. E le risposte suggerite, centrate sulle distorsioni cognitive, restano individuali, mentre il testo mostra soprattutto la forza dei gruppi di pari. Da leggere insieme all’articolo sulla competenza familiare nella tossicodipendenza e allo studio sulla reputazione e la responsabilità dei genitori nel Dialogo Aperto.

Bibliografia

Bischof, G., Bischof, A., Velleman, R., Orford, J., Kuhnert, R., Allen, J., Borgward, S., & Rumpf, H.-J. (2022). Prevalence and self-rated health and depression of family members affected by addictive disorders: Results of a nation-wide cross-sectional study. Addiction, 117(12), 3140–3147. https://doi.org/10.1111/add.15960

Birtwistle, S., Deakin, E., Wildman, J., Maiolani, E., Martinin, O., Holman, E., & Rule, S. (2022). The Scottish Health Survey: 2022 Edition. Scottish Government.

Bortolon, C. B., Signor, L., Moreira, T. D. C., Figueiró, L. R., Benchaya, M. C., Machado, C. A., Ferigolo, M., & Barros, H. M. T. (2016). Family functioning and health issues associated with codependency in families of drug users. Ciencia Y Saude Coletiva, 21(1), 101–107. https://doi.org/10.1590/1413-81232015211.20662014

Braun, V., & Clarke, V. (2006). Using thematic analysis in psychology. Qualitative Research in Psychology, 3(2), 77–101. https://doi.org/10.1191/1478088706qp063oa

Cohen-Filipic, K., & Bentley, K. J. (2015). From every direction: Guilt, shame, and blame among parents of adolescents with co-occurring challenges. Child & Adolescent Social Work Journal, 32, 443–454. https://doi.org/10.1007/s10560-015-0381-9

Corrigan, P. W., & Miller, F. E. (2004). Shame, blame, and contamination: A review of the impact of mental illness stigma on family members. Journal of Mental Health, 13(6), 537–548. https://doi.org/10.1080/09638230400017004

Dallos, R., & Draper, R. (2015). An introduction to family therapy: Systemic theory and practice ( 4th ed.). Open University Press.

Di Sarno, M., De Candia, V., Rancati, F., Madeddu, F., Calati, R., & Di Pierro, R. (2021). Mental and physical health in family members of substance users: A scoping review. Drug and Alcohol Dependence, 219, Article 108439. https://doi.org/10.1016/j.drugalcdep.2020.108439

Earnshaw, V. A., Bogart, L. M., Menino, D., Kelly, J. F., Chaudoir, S. R., Brousseau, N., & Levy, S. (2019). Disclosure, stigma, and social support among young people receiving treatment for substance use disorders and their caregivers: A qualitative analysis. International Journal of Mental Health and Addiction, 17(6), 1535–1549. https://doi.org/10.1007/s11469-018-9930-8

Eaton, K., Ohan, J. L., Stritzke, W. G. K., & Corrigan, P. W. (2016). Failing to meet the good parent ideal: Self-stigma in parents of children with mental health disorders. Journal of Child and Family Studies, 25(10), 3109–3123. https://doi.org/10.1007/s10826-016-0459-9

Eaton, K., Stritzke, W. G., Corrigan, P. W., & Ohan, J. L. (2020). Pathways to self-stigma in parents of children with a mental health disorder. Journal of Child and Family Studies, 29, 1732–1744. https://doi.org/10.1007/s10826-019-01579-2

Fotopoulou, M., Munro, A., & Taylor, A. (2015). ‘Allowing the right’ and its currency in managing drug stigma in Greece. The International Journal on Drug Policy, 26(8), 723–730. https://doi.org/10.1016/j.drugpo.2015.04.005

Francis, A. (2012). Stigma in an era of medicalisation and anxious parenting: How proximity and culpability shape middle-class parents' experiences of disgrace. Sociology of Health & Illness, 34(6), 927–942. https://doi.org/10.1111/j.1467-9566.2011.01445.x

Goffman, E. (1963). Stigma: Notes on the management of spoiled Identity. Prentice-Hall.

Jackson, D., & Mannix, J. (2004). Giving voice to the burden of blame: A feminist study of mothers' experiences of mother blaming. International Journal of Nursing Practice, 10(4), 150–158. https://doi.org/10.1111/j.1440-172X.2004.00474.x

Jensen, T. (2018). Parenting the crisis: The cultural politics of parent-blame. Policy Press.

Liahaugen Flensburg, O., Richert, T., & Väfors Fritz, M. (2023). Parents of adult children with drug addiction dealing with shame and courtesy stigma. Drugs: Education, Prevention and Policy, 30(6), 563–572. https://doi.org/10.1080/09687637.2022.2099249

Link, B. G., & Phelan, J. C. (2001). Conceptualizing stigma. Annual Review of Sociology, 27, 363–385. https://doi.org/10.1146/annurev.soc.27.1.363

H. B. Kaplan (Ed.). (1995). Drugs, crime, and other deviant adaptations. Drugs, crime, and other deviant adaptations: Longitudinal studies. Plenum Press.

Macfadyen, A., Swallow, V., Santacroce, S., & Lambert, H. (2011). Involving fathers in research. Journal for Specialists in Pediatric Nursing, 16(3), 216–219. https://doi.org/10.1111/j.1744-6155.2011.00287.x

Malle, B. F., Guglielmo, S., & Monroe, A. E. (2014). A theory of blame. Psychological Inquiry, 25(2), 147–186. https://doi.org/10.1080/1047840X.2014.877340

Mardani, M., Alipour, F., Rafiey, H., Fallahi-Khoshknab, M., & Arshi, M. (2023). Challenges in addiction-affected families: A systematic review of qualitative studies. BMC Psychiatry, 23(1), Article 439. https://doi.org/10.1186/s12888-023-04927-1

Mattoo, S. K., Nebhinani, N., Kumar, B. A., Basu, D., & Kulhara, P. (2013). Family burden with substance dependence: A study from India. The Indian Journal of Medical Research, 137(4), 704–711.

McCann, T. V., & Lubman, D. I. (2018). Stigma experience of families supporting an adult member with substance misuse. International Journal of Mental Health Nursing, 27(2), 693–701. https://doi.org/10.1111/inm.12355

McDonagh, D., Connolly, N., & Devaney, C. (2019). “Bury don't discuss”: The help-seeking behaviour of family members affected by substance-use disorders. Child Care in Practice, 25(2), 175–188. https://doi.org/10.1080/13575279.2018.1448258

Minamitani, N., & Matsumoto, Y. (2018). Developmental trial of a cognitive behavior therapy program for parents of junior high students exhibiting school refusal. School Health, 14, 1–11. 10.20812/jash.SH_086

Moses, T. (2010). Exploring parents' self-blame in relation to adolescents' mental disorders. Family Relations, 59(2), 103–120. https://doi.org/10.1111/j.1741-3729.2010.00589.x

National Alliance for Caregiving. (2009). Caregiving in the U.S. 2009. https://www.caregiving.org/wp-content/uploads/2020/05/Caregiving_in_the_US_2009_full_report.pdf

National Records of Scotland. (2023). Drug-related deaths in Scotland in 2022. https://www.nrscotland.gov.uk/files/statistics/drug-related-deaths/22/drug-related-deaths-22-report.pdf

Oates, M., Crichton, K., Cranor, L., Budwig, S., Weston, E. J. L., Bernagozzi, B. M., & Pagaduan, J. (2022). Audio, video, chat, email, or survey: How much does online interview mode matter? PLoS ONE, 17(2), Article e0263876. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0263876

Office for National Statistics. (2023). Deaths related to drug poisoning in England and Wales: 2022 registrations. https://www.ons.gov.uk/peoplepopulationandcommunity/birthsdeathsandmarriages/deaths/bulletins/deathsrelatedtodrugpoisoninginenglandandwales/2022registrations/pdf

Orford, J. (2017). How does the common core to the harm experienced by affected family members vary by relationship, social and cultural factors? Drugs: Education, Prevention and Policy, 24(1), 9–16. https://doi.org/10.1080/09687637.2016.1189876

Orford, J., Padin, M. D. F. R., Canfield, M., Sakiyama, H. M., Laranjeira, R., & Mitsuhiro, S. S. (2019). The burden experienced by Brazilian family members affected by their relatives' alcohol or drug misuse. Drugs: Education, Prevention and Policy, 26(2), 157–165. https://doi.org/10.1080/09687637.2017.1393500

Orford, J., Velleman, R., Natera, G., Templeton, L., & Copello, A. (2013). Addiction in the family is a major but neglected contributor to the global burden of adult ill-health. Social Science & Medicine, 78, 70–77. https://doi.org/10.1016/j.socscimed.2012.11.036

Orr, L. C., Barbour, R. S., & Elliott, L. (2014). Involving families and carers in drug services: Are families ‘part of the problem’? Families, Relationships and Societies, 3(3), 405–424. https://doi.org/10.1332/204674313X669900

O'Shay-Wallace, S. (2020). “We weren't raised that way”: Using stigma management communication theory to understand how families manage the stigma of substance abuse. Health Communication, 35(4), 465–474. https://doi.org/10.1080/10410236.2019.1567443

Palermo, T. M., Law, E. F., Fales, J., Bromberg, M. H., Jessen-Fiddick, T., & Tai, G. (2016). Internet-delivered cognitive-behavioral treatment for adolescents with chronic pain and their parents: A randomized controlled multicenter trial. Pain, 157(1), 174–185. https://doi.org/10.1097/j.pain.0000000000000348

Reynolds, M., Kirisci, L., Zhai, Z. W., & Tarter, R. (2023). Substance use disorder is the outcome of deviant socialization: A prospective investigation spanning childhood to adulthood. Pharmacology Biochemistry and Behavior, 227, Article 173585. https://doi.org/10.1016/j.pbb.2023.173585

Richert, T., Johnson, B., & Svensson, B. (2018). Being a parent to an adult child with drug problems: Negative impacts on life situation, health, and emotions. Journal of Family Issues, 39(8), 2311–2335. https://doi.org/10.1177/0192513X17748695

Sakiyama, H. M. T., de Fatima Rato Padin, M., Canfield, M., Laranjeira, R., & Mitsuhiro, S. S. (2015). Family members affected by a relative's substance misuse looking for social support: Who are they? Drug and Alcohol Dependence, 147, 276–279. https://doi.org/10.1016/j.drugalcdep.2014.11.030

Scambler, G. (2006). Sociology, social structure and health related stigma. Psychology, Health and Medicine, 11(3), 288–295. https://doi.org/10.1080/13548500600595103

Scambler, G. (2009). Health-related stigma. Sociology of Health and Illness, 31(3), 441–455. https://doi.org/10.1111/j.1467-9566.2009.01161.x

Thompson A., Wright A. K., Ashcroft, D. M., van Staa, T. P., & Pirmohamed, M. (2017). Epidemiology of alcohol dependence in UK primary care: Results from a large observational study using the clinical practice research datalink. PLoS ONE, 12, Article e0174818.

United Nations Office on Drugs and Crime. (2023). World drug report 2023. United Nations.

Ventura, A. S., & Bagley, S. M. (2017). To improve substance use disorder prevention, treatment and recovery: Engage the family. Journal of Addiction Medicine, 11(5), 339–341. https://doi.org/10.1097/ADM.0000000000000331

Wangensteen, T., Halsa, A., & Bramness, J. G. (2020). Creating meaning to substance use problems: A qualitative study with patients in treatment and their children. Journal of Substance Use, 25(4), 382–386. https://doi.org/10.1080/14659891.2020.1715497

Wilkens, C., & Foote, J. (2019). “Bad parents,” “codependents,” and other stigmatizing myths about substance use disorder in the family. In J. D. Avery & J. J. Avery (Eds.), The stigma of addiction: An essential guide (pp. 33–53). Springer International Publishing. https://doi.org/10.1007/978-3-030-02580-9_3

World Health Organization. (2018). Global status report on alcohol and health 2018. https://iris.who.int/handle/10665/274603

Traduzione non ufficiale in italiano di Mothers' experiences of stigma and blame: The views of mothers of people who use substances, di Edith O’Dowd, Simon C. Hunter e Martha Canfield, Family Relations, vol. 74, n. 1 (2025), doi: 10.1111/fare.13093, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore sono responsabili di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Mothers' experiences of stigma and blame: The views of mothers of people who use substances», pubblicato in Family Relations (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo di chi firma l’articolo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

O’Dowd, E., Hunter, S. C., et Canfield, M. (2025). Mothers' experiences of stigma and blame: The views of mothers of people who use substances. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/mothers-experiences-of-stigma-and-blame-the-views-of-mothers-of-people-who-use-substances (Opera originale pubblicata nel 2024 in Family Relations, 74(1), 465-480 (2025); ripubblicata nel 2025 da Family Relations, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/fare.13093)

Carrello

Il tuo carrello è vuoto.