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Red Sistémica · Dipendenze
Il concetto di triade ecologica resta attuale per comprendere la farmacodipendenza, risultato dell’interazione fra tre attori: la persona che consuma, le droghe e l’ambiente. Assumendo la famiglia come ambiente microsociale, l’autore cerca di stabilire una correlazione fra competenza familiare, adolescenza e droghe, e di mettere in rilievo ciò che consente a una famiglia di sostenere lo sviluppo ottimale in adolescenza nonostante un ambiente nocivo: la resilienza.
«È il nucleo familiare, qualunque ne sia la struttura, ad avere il compito di fornire gli strumenti e le competenze grazie ai quali adolescenti e giovani potranno attraversare con successo il proprio processo di sviluppo, indipendentemente dall’ambiente in cui vivono.»
José Martín Zapata Aguilar
Sintesi dell’autore
Da quando è stato proposto, il modello della storia naturale della malattia ha ricevuto diverse critiche, in quanto pone l’accento sui fattori biologici come cause del fenomeno della malattia; tuttavia il concetto di triade ecologica conserva tutta la sua validità ai nostri giorni. Il fenomeno della farmacodipendenza può dunque essere spiegato in questa prospettiva, poiché la visione attuale lo considera il risultato dell’interazione di tre attori principali: chi consuma, le droghe e l’ambiente, intendendo quest’ultimo sia come ambiente macrosociale (la società nel suo insieme, la classe sociale, il contesto educativo o i gruppi di età), sia come ambiente microsociale, concretamente la famiglia.
È proprio quest’ultimo ambito, la famiglia, il campo di interesse delle riflessioni di questo lavoro, che cerca di stabilire una correlazione fra la competenza o funzionalità familiare, l’adolescenza e le droghe. Tali riflessioni intendono mettere in rilievo le caratteristiche che rendono una famiglia competente o funzionale rispetto allo sviluppo ottimale in adolescenza, anche di fronte a un ambiente nocivo, in particolare legato al consumo di droghe: una qualità che è stata definita resilienza.
Parole chiave: famiglia, competenza familiare, farmacodipendenza, adolescenza, funzioni familiari, sviluppo familiare, resilienza.
In una prospettiva sistemica (Eguiluz, 2003), la famiglia è concepita come un sistema aperto, un’unità interattiva reciproca, viva, formata a sua volta da unità ben differenziate che si influenzano a vicenda e influenzano l’esterno del sistema, venendone a loro volta influenzate; va inoltre ricordato che all’interno della famiglia operano tre sottosistemi, ossia quello coniugale, quello filiale e quello fraterno, spazi di interazione in cui l’individuo apprende e sviluppa competenze di comunicazione, di negoziazione e di gestione dei confini.
La famiglia è inoltre un sistema che opera all’interno di altri sistemi più ampi; è quindi un sistema socioculturale aperto, adattabile, che si sviluppa attraverso una serie di tappe segnate da crisi. Quest’ultima nozione di uno sviluppo familiare per tappe critiche è rafforzata dal quadro teorico formalizzato da Hill e Duvall (in Gracia Fuster e Musitu Ochoa, 2000), che propongono il concetto di ciclo di vita della famiglia come asse centrale della teoria dello sviluppo familiare: esso designa i cambiamenti sistematici che la famiglia attraversa man mano che avanza nei diversi stadi della sua esistenza.
Per quanto riguarda la condotta individuale e il funzionamento dei sistemi, è opportuno ricordare quanto propongono, a proposito dello sviluppo, Bagarozzi e Anderson, che scrivono:
«Lo sviluppo avviene in modo ordinato e prevedibile; attraversa una serie di tappe gerarchicamente ordinate, caratterizzate da una serie di compiti evolutivi che devono essere interamente risolti se l’individuo, la coppia o la famiglia devono avanzare senza ostacoli fino al livello superiore successivo. Questi compiti si costituiscono in quattro domini interrelati: biologico o maturativo, psicologico, di apprendimento e culturale. Quelli che non vengono felicemente padroneggiati persistono come problemi irrisolti e compromettono la soluzione di tutti i compiti successivi che si presentano lungo la vita dell’individuo o del sistema. Lo sviluppo non avviene nel vuoto. È il prodotto dell’interrelazione dinamica fra il sistema e il suo ambiente. Lo sviluppo consiste in processi simultanei e compatibili di differenziazione e di integrazione. Ogni sistema in sviluppo utilizza processi morfogenetici e omeostatici nel suo avanzare verso la maturità e verso una maggiore complessità.» (Bagarozzi e Anderson, 1996: 25)
In materia di competenza familiare, il quadro di riferimento è il modello proposto da Beavers e Hampson (1995), orientato da una visione sistemica della famiglia, che analizza sei parametri per determinare tale competenza, termine che si contrappone a quello di disfunzionalità familiare. Il modello valuta così i seguenti parametri:
Caratterizzata dal potere manifesto nella famiglia, il cui livello ideale è un potere egualitario e il più nocivo un potere caotico; e dalla coalizione genitoriale, il cui livello ottimale è una forte coalizione della coppia genitoriale, in contrapposizione alle coalizioni padre/madre – figlio del livello disfunzionale.
Determinata dalla definizione e dalla flessibilità dei confini fra i membri della famiglia.
Il modello vi valuta la percezione che la famiglia ha della realtà, che può essere congruente o incongruente.
La famiglia può collocarsi fra una risoluzione efficace dei problemi e una risoluzione inefficace.
Comprende la chiarezza di espressione, cioè l’espressione diretta di pensieri e sentimenti; la responsabilità, che si manifesta come capacità o incapacità di riconoscere la responsabilità delle proprie azioni; e la permeabilità, cioè l’apertura, o meno, alle opinioni altrui.
Valuta diversi item, fra cui: la gamma dei sentimenti, ampia (livello ottimale) o limitata (livello meno funzionale); l’umore e il tono, dove il livello ottimale è un umore aperto e ottimista e il meno funzionale un umore cinico e pessimista; il conflitto irrisolvibile, dove le famiglie ottimali sono quelle con un’elevata capacità di risolvere i conflitti, di fronte alle famiglie disfunzionali associate a conflitti cronicamente irrisolti; e infine l’empatia, determinata dalle risposte dei membri della famiglia ai sentimenti di ciascuno, dove il livello ottimale è rappresentato da risposte empatiche, di fronte alle risposte inappropriate del livello più inadeguato.
La somma dei parametri precedenti confluisce in una scala globale di salute, funzionalità o competenza familiare, che va dalla famiglia ottimale adattiva alla famiglia gravemente disfunzionale. In altre parole, il modello raggruppa le famiglie con il miglior livello di competenza o funzionalità in famiglie ottimali e famiglie adeguate. Le prime riuniscono qualità come un’elevata capacità di negoziazione, la chiarezza di espressione, il rispetto delle diverse opzioni, e sono composte da membri che generalmente raggiungono il successo e il riconoscimento, che trovano la fiducia necessaria per esprimere spontaneamente i propri sentimenti e che amano stare insieme. Va inoltre sottolineato che in esse i genitori esercitano una leadership chiara e si costituiscono come modelli per la prole in materia di rispetto e di intimità.
Le famiglie adeguate, d’altra parte, in cui secondo questo modello si colloca la maggior parte di questi raggruppamenti umani, incoraggiano e rispettano l’individualità, la chiarezza di espressione e la responsabilità; una parte dei loro membri dà prova di competenza, mentre il successo vi è il frutto di uno sforzo maggiore, e hanno più difficoltà nella negoziazione e nella spontaneità.
Da ricordare
In Beavers e Hampson la competenza familiare non è l’assenza di problemi ma una capacità: un potere egualitario sostenuto da una solida coalizione genitoriale, confini chiari e flessibili, una percezione congruente della realtà, una negoziazione efficace, un’autonomia che consente l’espressione diretta e la responsabilità, e un clima affettivo aperto ed empatico.
È inoltre opportuno analizzare l’evoluzione concettuale e i cambiamenti strutturali che la famiglia ha conosciuto nel tempo, poiché si è osservato che alcuni tipi di famiglia sono più frequentemente associati a diverse problematiche, come la farmacodipendenza. Occorre dunque ricordare come i cambiamenti macrosociali influenzino la struttura familiare: il Medioevo privilegiò la famiglia estesa, sia nei gruppi al potere, per rafforzarlo, sia negli strati sociali bassi, con finalità piuttosto produttive. E se ripensiamo a epoche più recenti, non possiamo dimenticare che le guerre hanno come conseguenza immediata una diminuzione dell’aspettativa di vita, soprattutto negli uomini; ciò, sommato agli elevati tassi di mortalità delle malattie contagiose prima dell’avvento degli antibiotici, provocava, come ricordano alcuni studi, un aumento del numero di vedove, vedovi e orfani, e portava, come strategia per porvi rimedio, alla fondazione di famiglie che oggi chiameremmo composte o ricomposte.
«Dal XVI al XIX secolo la ricomposizione della famiglia era molto diffusa. A quell’epoca la speranza di vita era molto breve e le difficoltà economiche costringevano vedovi e vedove a cercare rapidamente un nuovo matrimonio. Si stima per esempio che nel XVII secolo un matrimonio su tre fosse un secondo matrimonio.» (Saint-Jacques e Parent, 2002: 21)
L’industrializzazione, dal canto suo, ha provocato un cambiamento strutturale della famiglia, nel senso di un rafforzamento della famiglia nucleare, poiché con la migrazione dalla campagna alla città si riducevano gli spazi vitali disponibili per le famiglie estese. La vita attuale è stata associata a importanti cambiamenti nelle funzioni familiari tradizionali, come: le funzioni produttive, fra cui spiccano gli aspetti economici, amministrativi e la fornitura dell’abitazione e del vestiario; le funzioni educative, come la definizione delle norme e dei ruoli familiari, l’interiorizzazione delle funzioni della famiglia e la trasmissione di un’ideologia o di una religione; le funzioni assistenziali, come la cura della salute e l’istruzione (Ripoll Millet, 2002). Queste funzioni, come si diceva, sono cambiate a causa di una maggiore specializzazione, sicché oggi le funzioni familiari si raggruppano in due categorie: la socializzazione, che si manifesta nelle competenze comunicative, nell’autostima e nel rendimento scolastico e lavorativo; e il rafforzamento della personalità, attraverso la costruzione dell’identità e del senso di appartenenza.
Ripoll Millet (2002) segnala inoltre un altro gruppo di cambiamenti familiari, riuniti sotto ciò che chiama la democratizzazione della famiglia, che si traducono in: l’aumento del numero di divorzi, la diminuzione della durata del matrimonio e il rinvio del suo inizio, il calo degli indici di natalità, la diminuzione del numero di figli per famiglia, l’ingresso della donna nel mercato del lavoro, l’aumento delle unioni di fatto, l’aumento delle nascite fuori dal matrimonio e la crescita di una visione individualista della vita umana, che a sua volta accresce l’autonomia.
Tutto ciò fa sì che il ruolo protettivo della famiglia di fronte ai rischi dell’ambiente esterno si indebolisca, in particolare nelle famiglie degli strati socioeconomici inferiori (Medina Mora e coll., 2001). Il numero di nuclei monoparentali è così aumentato praticamente in tutto il mondo; si è stimato per esempio che in America Latina una famiglia su cinque abbia a capo una donna (Maddaleno e coll., 2003).
In Messico, secondo i dati del Consiglio nazionale della popolazione (Santos Preciado e coll., 2003), si calcola che il 22% della popolazione adolescente viva in nuclei monoparentali in cui, ancora una volta, prevale la guida della madre, che a sua volta trova minori opportunità di lavoro. Questa situazione, come già ricordato, è simile a quella osservata in altre regioni del pianeta, il che fa sì che questo tipo di famiglie viva in condizioni di maggiore avversità e vulnerabilità, al punto che il Parlamento europeo, riferendosi a questo tipo di famiglie, parla di femminilizzazione della povertà (Gracia Fuster e Musitu Ochoa, 2000).
La figura paterna assume caratteristiche particolari in Messico, anche se probabilmente questo fenomeno, al netto delle variazioni culturali, è abbastanza simile in altre parti del mondo; essa è, di fatto, il fattore determinante dell’esistenza del gran numero di famiglie monoparentali menzionato sopra, le cui cause concrete includono in primo luogo la mancata celebrazione del vincolo matrimoniale, cioè «le madri nubili», e l’abbandono della casa, che passi o meno per un procedimento formale di divorzio, seguiti dall’assenza temporanea dalla casa familiare per ragioni di lavoro, giudiziarie o mediche, e infine dalla possibilità di vivere in una famiglia monoparentale per vedovanza.
Dati citati dall’UNICEF (Medina Mora e coll., 2001) indicano che l’indice di consumo di droghe era più basso fra bambine, bambini e adolescenti che lavoravano quando la loro famiglia era intatta (con entrambi i genitori in casa), e che aumentava quando si trattava di famiglie monoparentali, quando la famiglia era stata ricomposta, quando il o la minore aveva formato la propria famiglia in strada, raggiungendo il massimo quando i minori non vivevano in famiglia.
Nel caso delle famiglie in cui la coppia genitoriale vive con la prole, diversi studi hanno segnalato che, in quelle che si trovano ad affrontare un problema di dipendenza di un figlio o di una figlia, il padre svolgeva un ruolo periferico o assente fino alla scoperta del fenomeno, e che, una volta scoperto, il padre si coinvolgeva di più nella cura dei figli, ma solo come rimprovero rivolto alla presunta mancanza della madre, a cui si associa tradizionalmente il ruolo di curante (Nuño Gutiérrez e González Corteza, 2004).
Tuttavia la farmacodipendenza non è prerogativa di un particolare tipo di famiglia; le diverse ricerche sul fenomeno e sul suo rapporto con la famiglia hanno messo in evidenza vari aspetti familiari rilevanti. Così, Selvini Palazzoli segnala (in Stefano Cirillo, 1999) che un certo tipo di organizzazione familiare doveva aver ostacolato, inconsapevolmente e da parte di qualcuno, i tentativi del figlio di compiere un autentico sviluppo adolescenziale e di «assumersi la responsabilità adulta di sé».
Il livello socioeconomico della famiglia è un fattore in relazione con la dipendenza da sostanze, qualunque sia tale livello: in altre parole, non esiste famiglia che, per il suo livello socioeconomico, sia esente dal conoscere il fenomeno della dipendenza; questo livello determina piuttosto il tipo di sostanze consumate, in funzione del potere d’acquisto, l’atteggiamento dei familiari nell’affrontare tale consumo, gli ostacoli sociali incontrati nella ricerca di aiuto e le risorse di cui si dispone per farlo (Stefano Cirillo, 1999; Medina Mora e coll., 2001).
Così le famiglie degli strati economici bassi si confrontano più spesso con il consumo, da parte dei propri membri, di sostanze inalanti e di alcol, indicandone come causa la ribellione e la fuga dalla realtà, mentre negli strati socioeconomici alti le sostanze più consumate sono la marijuana e la cocaina, associate alla permissività dei genitori e alla noia della prole.
Se si ricorda quanto esposto sopra a proposito delle funzioni attuali della famiglia, legate alla socializzazione e al rafforzamento dell’identità, acquistano rilievo i dati raccolti da Stefano Cirillo e collaboratori nel 1999 su ciò che egli chiama le ricerche sperimentali sulla famiglia del tossicodipendente. Vi cita, fra gli altri, Babst e coll. (1978), che hanno esaminato il grado di vicinanza emotiva e di fiducia fra genitori e figli in relazione a numerose variabili, fra cui il successo scolastico, la presenza di amicizie con persone tossicodipendenti, i comportamenti a rischio e l’uso di droghe. Lo studio ha mostrato che un alto grado di affinità familiare è correlato positivamente al successo scolastico e a un’acquisizione tempestiva dell’autonomia. All’inverso, un clima familiare caratterizzato dalla distanza e dalla diffidenza fra i diversi membri della famiglia comporta una maggiore frequenza di comportamenti a rischio e di tossicodipendenza. In questo caso sono i coetanei a occupare il posto dei genitori come riferimento per il bisogno di sostegno nei momenti di difficoltà e per la soluzione dei problemi personali. Un altro lavoro citato dallo stesso autore è quello di Selnow (1987), che ha trovato prove del fatto che nelle famiglie monoparentali l’incidenza di abuso e dipendenza da sostanze nel genitore è più frequente (soprattutto quando l’unico genitore è il padre), e che nelle famiglie in cui la relazione con i genitori è vissuta come intensa e gratificante la comparsa delle tossicodipendenze è meno probabile, anche nelle famiglie con un solo genitore.
Fra gli altri lavori citati dallo stesso autore figurano quelli di Coombs e Landsverk (1988), che, considerando anch’essi la qualità della relazione come determinante per impedire il coinvolgimento dei figli con la droga, hanno trovato che, se appaiono più esposti al rischio i giovani che si sentono investiti dalla sfiducia della madre, le madri più capaci di proteggere i figli dalle droghe sembrano essere quelle emotivamente vicine e inclini a offrire fiducia. Simons e Robertson (in Stefano Cirillo, 1999) hanno trovato una netta correlazione fra alcuni indicatori del comportamento dei genitori e il coinvolgimento della prole in gruppi di pari disadattati e, di conseguenza, nell’uso di droghe; fra questi indicatori spicca il rifiuto dei genitori verso i figli, che genera aggressività nei figli stessi; questo rifiuto mina la credibilità della funzione genitoriale come punto di riferimento per i «valori a lungo termine» (studio, lavoro, socializzazione), sicché i figli imparano ad affidarsi ai «valori a breve termine» offerti da coetanei anch’essi rifiutati.
Infine, sia Stefano Cirillo e coll. (1999) per l’Europa sia De la Garza, Mendiola e Rábago (1992) per il Messico indicano un’eziologia trigenerazionale del fenomeno della farmacodipendenza, richiamando aspetti come relazioni affettive non risolte fra la prima e la seconda generazione (i nonni e i genitori della futura persona farmacodipendente), l’adultizzazione precoce della persona che consuma, o la competizione per il suo affetto fra genitori e nonni, concretamente sul versante femminile.
Da ricordare
Le ricerche riportate da Cirillo convergono: non è la forma della famiglia a proteggere dalla droga, ma la qualità del legame. Vicinanza emotiva, fiducia offerta dai genitori e credibilità della funzione genitoriale come riferimento per i valori a lungo termine sono i fattori protettivi; distanza, diffidenza e rifiuto consegnano le persone giovani ai valori a breve termine del gruppo dei pari.
Allo stesso modo, si è scelta l’adolescenza perché diversi studi concordano nel ritenere che la tappa del ciclo di vita della famiglia con figli adolescenti sia quella che mette più alla prova la flessibilità e l’adattabilità del sistema familiare (Estrada Inda, 1997). È, per l’individuo, come già ricordato, il periodo di maggiore esposizione ai fattori di rischio per la salute, fra cui l’inizio del consumo di droghe; è stato inoltre dimostrato che quanto più precoce è l’età di questo primo consumo, tanto maggiore è la probabilità di sviluppare una dipendenza (Herrera Vázquez et al., 2004). L’uso di sostanze psicoattive è legato a un basso rendimento scolastico, a gravidanze indesiderate, a incidenti stradali e ad altri fatti violenti, nonché a condotte delinquenziali (Camarillo Santillán e coll., 2002).
L’Organizzazione mondiale della sanità considera adolescente ogni persona di età compresa fra i 10 e i 19 anni. L’adolescenza è precisamente una delle tappe più vulnerabili per lo sviluppo di abitudini e comportamenti a rischio per la salute, come i rapporti sessuali non protetti, il consumo di alcol, tabacco e droghe, un’alimentazione inadeguata e la sedentarietà, che determinano problemi in questa età e la comparsa di malattie cronico-degenerative in età adulta (De la Fuente, 2004; Celis de la Rosa, 2003).
Questa tappa è caratterizzata da una serie di cambiamenti che toccano tutte le sfere dell’essere umano, come la comparsa dei caratteri sessuali secondari, fra cui spiccano il menarca e la spermarca, segni della capacità fertile dell’individuo. Sul piano psicologico spiccano cambiamenti che includono la ricerca dell’identità, la messa in discussione dei valori familiari e l’instaurarsi dei primi legami affettivi a connotazione sessuale. Sul piano sociale, l’adolescente attraversa l’esperienza educativa dei diversi livelli scolastici, il raggiungimento della maggiore età e l’ingresso nel mercato del lavoro. Questo insieme di fenomeni dovrebbe arricchire l’adolescenza più che oscurarla; tuttavia, a causa della ricerca di identità e di individualità ricordata sopra, l’adolescenza è un tempo di esposizione alla sperimentazione, all’uso e all’abuso di droghe, da quelle socialmente accettate fino a quelle proibite.
A tutto ciò si aggiungono i cambiamenti sociodemografici che, come ricordato all’inizio, hanno provocato un aumento della popolazione giovane. Così, il 20% delle famiglie dell’America Latina e dei Caraibi ha figli di età compresa fra i 13 e i 18 anni (Maddaleno e coll., 2003). In Messico la popolazione adolescente è aumentata nella seconda metà del XX secolo. Secondo il censimento del 2000, il 21,3% della popolazione che vive nel nostro paese è adolescente, il che rappresenta quasi 21 milioni di persone fra i 10 e i 19 anni.
In America Latina, per quanto riguarda la distribuzione geografica, secondo i dati dell’OPS (in Maddaleno e coll., 2003), si calcola che l’80% della popolazione giovane fra i 10 e i 24 anni viva in aree urbane. In Messico, secondo il Consiglio nazionale della popolazione (in Santos Preciado e coll., 2003), la popolazione adolescente si concentra nelle città grandi e medie; per esempio, il 57% si trova in otto Stati della Repubblica messicana con le aree urbane più dense. Oltre il 90% della popolazione vive in nuclei familiari, di cui fra il 35 e il 40% in condizioni di povertà estrema. Si considera inoltre che l’86,8% dei maschi e l’88,8% delle femmine fra i 6 e i 14 anni sappia leggere e scrivere, mentre nei gruppi di 15 anni e oltre questa percentuale si collocava al di sopra del 92% nel 2000 (INEGI). L’indagine nazionale sulla gioventù (in Santos Preciado e coll., 2003) segnala che fra i 12 e i 14 anni oltre l’11% degli e delle adolescenti non va a scuola, che questa percentuale sale oltre il 40% per la fascia d’età fra i 15 e i 19 anni e che, superati i 19 anni, è superiore al 75%.
Per quanto riguarda le attività economiche, il tasso di partecipazione al lavoro varia secondo l’età e il sesso; è tuttavia rilevante che l’8% della popolazione adolescente fra i 12 e i 14 anni partecipi già al mercato del lavoro, tasso che sale fino al 35% nella fascia fra i 15 e i 19 anni, con una prevalenza di due a uno a favore del sesso maschile.
Per quanto riguarda poi il consumo di droghe, si è riscontrato che circa il 10% della popolazione adolescente in Messico fuma e che il 75% di chi studia ha cominciato a fumare prima dei 15 anni, mentre, per l’alcol, circa il 70% delle persone in Messico riconosce di aver bevuto almeno un bicchiere prima dei 18 anni. Per le droghe illegali, l’indagine nazionale sulle dipendenze ha mostrato che il 3,57% dei ragazzi fra i 12 e i 17 anni e l’1,3% delle ragazze della stessa fascia d’età avevano consumato una o più droghe, esclusi alcol e tabacco. La marijuana è la droga più consumata (rispettivamente 2,4% e 0,45%), seguita dagli inalanti (1,08% e 0,2%) e dalla cocaina (0,99% e 0,22%).
Inoltre, i fattori di rischio per il consumo di droghe includono l’essere di sesso maschile, l’età, il non studiare, il lavorare in giovane età, l’atteggiamento verso le pratiche religiose, il ritenere facile procurarsi droghe, il non disapprovare l’uso di droghe nella cerchia di amicizie, il fatto che questa cerchia ne faccia uso, il consumo all’interno della famiglia, lo strato socioeconomico e la depressione (Medina Mora, 2003).
Accanto ai fattori di rischio sopra menzionati, sono stati indicati come cause del consumo di droghe (Stefano Cirillo et al., 1999) anche elementi costitutivi del substrato sociale che, insieme alle caratteristiche familiari, costituiscono i cofattori più importanti. L’autore li chiama coincidenze storico-sociali che contribuiscono allo sviluppo della farmacodipendenza; fra queste vengono menzionate:
L’aumento della disponibilità delle droghe.
L’uso delle droghe come moda.
L’uso delle droghe come condizione per l’accettazione sociale.
La tendenza esplorativa propria dell’adolescenza, motivata dalla curiosità e dalla sfida all’autorità.
L’eccesso di consumismo, che coincide con un aumento del tempo libero in adolescenza, dai confini sempre più ampi e incerti.
I modelli culturali che privilegiano l’avere sull’essere e che rifiutano la solidarietà e il dolore come condizione umana.
Il rinvio dell’indipendenza delle persone giovani.
L’ipercompetenza dei genitori, che non rinunciano al loro ruolo di protezione onnipresente verso i figli, li coinvolgono nelle vicissitudini genitoriali e ritardano così lo svincolo e l’assunzione di responsabilità di sé.
Per quanto riguarda il consumo di droghe, il Messico, nel contesto internazionale, si colloca fra i paesi con bassi tassi di consumo, ma che al tempo stesso segnalano un aggravarsi del problema (Medina Mora, Cravioto et al., 2003). Il quadro attuale è quello di un consumo che si manifesta a età sempre più precoci, con un ventaglio di opzioni costituito dalle droghe tradizionali, come gli inalanti o la marijuana, ampliato dal consumo di cocaina, che ha mostrato il maggiore aumento percentuale di consumatori negli ultimi anni e che colpisce l’infanzia e i settori poveri della popolazione, nonché dalla comparsa di nuove droghe come le metanfetamine o il crack, oltre al consumo di eroina, particolarmente rilevante alla frontiera settentrionale del paese.
Quanto alle modalità di iniziazione, si è constatato che gli inalanti sono le sostanze il cui consumo comincia più presto, seguiti dalla marijuana e dalla cocaina, con un primo consumo che avviene fra gli 11 e i 12 anni. Le strade e i parchi sono i luoghi in cui ci si procura più spesso marijuana e inalanti, mentre la cocaina si ottiene più spesso alle feste o in discoteca (Medina Mora e coll., 2003), a differenza dell’alcol e del tabacco, il cui primo consumo avviene in casa (Amaya, 2004).
Le ragioni del consumo di droghe includono generalmente la curiosità, la pressione dell’ambiente sociale, la ricerca di tranquillità e perfino il non avere nient’altro da fare.
Come ricordato sopra, il consumo di droghe è più frequente fra ragazze e ragazzi, giovani e adolescenti, che non vanno a scuola o hanno un basso rendimento scolastico (Camarillo Santillán e coll., 2002), nonché fra le persone giovani che percepiscono un reddito.
Sugli aspetti legati al genere, è importante ricordare che il consumo di alcol, tabacco e droghe illegali è aumentato in modo rilevante fra le donne negli ultimi decenni; si è perfino constatato che le modalità di consumo, per esempio di alcol, tendono a essere più intense fra le donne che fra gli uomini (Medina Mora e coll., 2001).
Il fenomeno della farmacodipendenza ha conosciuto un aumento rilevante negli ultimi decenni, situazione a cui il Messico non sfugge. Allo stesso modo, l’aumento della popolazione giovane nel nostro paese ha fatto sì che anche la crescita del mercato del consumo sia rilevante. Parallelamente a questo aumento percentuale della popolazione giovane, la società messicana assiste a un numero crescente di donne che lavorano e che, di conseguenza, riducono il tempo dedicato ai figli. Gli e le adolescenti dispongono così di più tempo al di fuori della supervisione genitoriale, sia sul piano fisico sia su quello emotivo, il che accresce la loro esposizione ai mezzi di comunicazione di massa come la televisione e soprattutto internet, che danno loro accesso a modelli di vita spesso decontestualizzati rispetto alla loro realtà immediata, cioè la loro famiglia.
A ciò si aggiunge che la curiosità propria della fase adolescenziale è esasperata dall’accumularsi di messaggi che mostrano modelli di vita in cui compare, in modo implicito o esplicito, il consumo di droghe. Il fenomeno è sempre più frequente, al punto che è quotidiano che la persona in crescita entri in contatto con aspetti a esso legati; i genitori non possono quindi evitare in modo permanente il contatto con le droghe. Da qui la necessità di accompagnare l’adolescente nello sviluppo di competenze per affrontare la realtà in modo positivo senza lasciarsi condizionare dall’ambiente: è la resilienza.
Va ricordato che questa qualità è in realtà una proprietà intrinseca dei metalli, che consente loro di non deformarsi quando sono sottoposti ad alte temperature; applicata agli individui, si forma e si rafforza nelle prime relazioni sociali della persona, che avvengono generalmente in famiglia. È dunque il nucleo familiare, qualunque ne sia la struttura, ad avere il compito di fornire gli strumenti e le competenze grazie ai quali adolescenti e giovani potranno attraversare con successo il proprio processo di sviluppo, indipendentemente dall’ambiente in cui vivono. Naturalmente l’ambiente, in quanto elemento rilevante del triangolo che produce la farmacodipendenza, dovrà essere modificato in modo positivo.
Tuttavia, le famiglie sono chiamate a cercare spazi di vita comune, tanto fisica quanto emotiva, per tutti i loro membri e per ciascuno di essi, cercando un equilibrio fra il coinvolgimento attivo nella crescita e nello sviluppo delle persone che le compongono e il permettere ai membri più giovani di assumere progressivamente l’autonomia propria dell’età adulta.
Un’attenzione particolare va rivolta a bambine, bambini e adolescenti che lavorano, nonché al loro ambiente quotidiano, cioè le amicizie, la scuola e il luogo di lavoro. È inoltre necessario che madri e padri non rinuncino al proprio ruolo educativo, con la parola come con l’esempio, e sviluppino competenze per la negoziazione dei conflitti propri della famiglia, ergendosi a principale fonte di sostegno emotivo, da cui la prole potrà partire per sviluppare nuove e più profonde relazioni personali, che la porteranno necessariamente a lasciare la propria famiglia per fondarne una nuova, mantenendo però sempre la possibilità di tornare alla famiglia d’origine per trovarvi sostegno, e ripartire ancora una volta.
Chi è José Martín Zapata Aguilar
Il dott. José Martín Zapata Aguilar è medico di medicina generale, ha conseguito un master in servizio sociale orientato alla consulenza familiare e insegna all’Università Autonoma di Tamaulipas, a Ciudad Victoria (Tamaulipas, Messico), nei corsi di laurea in servizio sociale e in psicologia. È membro collaboratore del corpo accademico di studi di psicologia, con linee di ricerca sulle dipendenze, la psicologia clinica e la psicologia della salute. Contatto: jzapata@uat.edu.mx.
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Traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «La competencia familiar, el adolescente y la farmacodependencia», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Red Sistémica). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e pubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Zapata Aguilar, J. M. (2023). La compétence familiale, l’adolescent et la pharmacodépendance (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/la-competence-familiale-l-adolescent-et-la-pharmacodependance (Opera originale pubblicata nel 2023 in Red Sistémica; ripubblicata nel 2023 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2023/02/10/la-competencia-familiar-el-adolescente-y-la-farmacodependencia/)
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