Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Red Sistémica · Terapia familiare
A lungo il territorio sistemico ha rifiutato di concentrarsi sulla personalità, percepita come una trappola intrapsichica. Superate queste dicotomie, Juan Luis Linares propone qui le prime pagine di una teoria ecologica della personalità: una definizione relazionale e i suoi cinque ingredienti, poi i due processi che la costruiscono – la narrativa, magma costitutivo fatto di un pensare, di un sentire e di un fare, e l’identità, quel piccolo nucleo di racconti sui quali il soggetto non accetta alcuna transazione e che alla terapia conviene aggirare.
«Quanto più la narrativa è abbondante e varia, tanto più la personalità è ricca e sana.»
Juan Luis Linares
Nota della redazione
Questo testo è un estratto del capitolo 5 di Terapia familiar ultramoderna. La inteligencia terapéutica, intitolato «Verso una teoria ecologica della personalità»; il titolo scelto da Red Sistémica riprende quello del libro. L’originale comprende due schemi, la figura n. 3 e la figura n. 4, che rappresentano il posto dei racconti identitari (cerchi neri) e non identitari (cerchi bianchi) all’interno della narrativa; non è stato possibile riprodurli, ma i rimandi dell’autore sono stati conservati e il testo ne esplicita il contenuto.
Per molto tempo, la sola formulazione del titolo di questo capitolo avrebbe potuto sembrare contraddittoria e, in ogni caso, sarebbe risultata inimmaginabile dal territorio sistemico, che, tutto preso dall’esplorazione del relazionale, si rifiutava di concentrarsi sulla personalità, percepita come una pericolosa trappola intrapsichica.
Superate fortunatamente tali dicotomie, oggi non solo è possibile, ma doppiamente allettante mettere in contatto i due concetti, nella certezza che l’individuo e i sistemi relazionali sono complementari e non antitetici. Una riflessione sulla dimensione relazionale della personalità costituisce, da questo punto di vista, un primo passo indispensabile per esplorare le basi relazionali della psicopatologia e un contributo al compito di dotare la mente umana di una coerenza ecologica.
Non c’è dubbio che gli individui siano concepibili soltanto come integrati in sistemi relazionali, il primo e più immediato dei quali è la famiglia d’origine e il più ampio, ma non meno influente, la società. Ma né i sistemi né, tanto meno, le relazioni astratte pongono di per sé problemi o chiedono un aiuto psicoterapeutico. Chi di solito lo fa? Gli individui in relazione, ed è per questo che qualsiasi modello psicoterapeutico deve mettere a punto strumenti concettuali, certamente coerenti con la propria epistemologia, adatti a rispondere a questa sfida.
Gold e Bacigalupe (1998) hanno condotto un’accurata rassegna delle teorie della personalità di natura interpersonale e sistemica e non hanno potuto trovare quasi nient’altro che la teoria interpersonale di Harry Stack Sullivan (1953) come proposta specifica, fonte d’ispirazione per molti lavori sistemici. Tra i suoi numerosi meriti teorici figura quello di aver coniato l’espressione «sistema del self» per designare una personalità plasmata nello sguardo degli altri. Ma Sullivan continuò a esercitare la sua pratica terapeutica in una relazione diadica con i pazienti, e la terapia familiare che gli è succeduta si è disinteressata della personalità in quanto concetto intrapsichico.
Che cos’è la personalità dal punto di vista relazionale? Ecco una possibile definizione: la personalità è la dimensione individuale dell’esperienza relazionale accumulata, in dialogo tra passato e presente, e inquadrata da un substrato biologico e da un contesto culturale. Vale la pena esaminarne a uno a uno gli ingredienti.
È necessario assumere che si tratta di un concetto individuale. In caso contrario, si continuerebbe a pensare in termini di schemi o pattern relazionali, ma non di personalità.
Si tratta di una riedizione del vecchio concetto batesoniano di schismogenesi, che, come è noto, ha sottolineato l’idea, rivoluzionaria ai suoi tempi, che le persone siano modellate e definite dalla relazione (Bateson, 1956), più che il contrario. In realtà, sembra sensato affermare che individui e relazione si definiscono reciprocamente in modo ricorsivo o, meglio ancora, elicoidale.
Siamo il prodotto di una storia e, da questo punto di vista, il passato in cui si è svolta l’esperienza relazionale definisce la personalità. Ma la storia viene continuamente riscritta o riformulata nel presente, a partire dal quale è possibile ridefinire il passato.
Un modello meccanicamente dipendente dal passato è, per esempio, una diga idraulica: tanti ettolitri persi, tanti da recuperare per ritrovare un determinato livello. E se concepissimo la personalità come un fenomeno energetico, la metafora sarebbe valida per comprenderne il funzionamento. L’intervento terapeutico dovrebbe allora adattare i propri ritmi alle necessità del recupero dell’energia potenziale richiesta.
Ma la personalità è un concetto comunicazionale, più simile a un modello informatico, in cui un semplice clic su un’icona riempie immediatamente e spettacolarmente tutto lo schermo con una nuova immagine. Per questo è anche possibile, a partire dal presente, indurre cambiamenti spettacolari nel passato, e per questo la tensione dialettica tra passato e presente è un elemento così importante nella definizione della personalità.
L’organismo umano, e in modo particolare il sistema nervoso centrale, sono l’hardware della personalità. La genetica svolge sicuramente un ruolo importante nella trasmissione di certe predisposizioni a sviluppare determinati tratti di personalità, e le recenti ricerche sui neuroni specchio (Rizzolatti et al., 1996) aprono un orizzonte illimitato sulla capacità della relazione di attivare il cervello umano.
Ma, inoltre, il corpo, che è biologia, svolge un ruolo fondamentale come veicolo di relazione. Tratti fisici come la statura, il peso, l’armonia o la disarmonia corporea, il colore della pelle, dei capelli e degli occhi, e tanti altri, definiscono, a volte in modo decisivo, il grado di sicurezza con cui si affronta lo sguardo dell’altro e possono risultare determinanti nella configurazione della personalità.
La cultura inquadra e sovradetermina la personalità, influendo in modo decisivo sulla sua definizione (Falicov, 1998). Essere estroversi non significa la stessa cosa in un paese nordico e nei Caraibi, o anche, all’interno dello stesso paese, sulla sierra o sulla costa peruviana. Le culture equivalgono a mitologie sociali che privilegiano alcuni tratti di personalità rispetto ad altri, condizionandone l’iscrizione nel patrimonio psicologico di chi ne fa parte.
In altre parole: nella personalità individuale svolge un ruolo fondamentale la storia relazionale del soggetto, che tuttavia riesce a sfuggire alla condizione di schiavo del passato grazie alla sua capacità quasi infinita di ridefinirlo a partire dal presente. E la biologia e la cultura, interagendo strettamente, partecipano in modo decisivo al processo.
Ma con quale materiale si costruisce la personalità? E in quali contesti precisi?
Da ricordare
La personalità, dal punto di vista relazionale, è «la dimensione individuale dell’esperienza relazionale accumulata, in dialogo tra passato e presente, e inquadrata da un substrato biologico e da un contesto culturale». Cinque ingredienti, dunque, il più decisivo dei quali per la clinica è il terzo: la personalità non è una diga che si svuota e si riempie meccanicamente, ma uno schermo che il presente può ricomporre con un clic. Il passato resta ridefinibile.
Intendiamo per narrativa l’attribuzione di significato all’esperienza relazionale. È qualcosa che l’essere umano fa ininterrottamente nel corso della sua esistenza, in un processo di complessità progressiva, dalla vita intrauterina fino a età adulta ben avanzata. Solo nella vecchiaia, e probabilmente non in tutti i casi, può arrivare un momento in cui tale complessità si congela o addirittura diminuisce. Per questo, e dato che la narrativa è – diciamolo subito – il magma costitutivo della personalità, è lecito affermare che il processo di costruzione di quest’ultima dura praticamente tutta la vita.
L’esistenza di un’attività psicologica prenatale è ben nota, poiché il feto reagisce a ogni sorta di stimoli sensoriali nel suo accogliente habitat amniotico. Un bagliore, un rumore, una pressione o un movimento brusco della madre, e perfino un odore intenso, bastano a farlo uscire dal riposo e a indurlo a compiere determinati movimenti. Il processo di attribuzione di significati è sicuramente in atto, e il feto comincia a costruire storie che riempiono la sua esistenza e le danno senso: luci, suoni, movimenti e odori che vanno e vengono, che stimolano o sedano, che inquietano o calmano. E che lo spingono a ritirarsi tranquillamente, a compiere intrepide incursioni o a stirare energicamente le membra. È probabile che alcuni tratti della personalità del bebè – quelli, soprattutto, che risultano più difficili da comprendere con le coordinate «extrauterine» disponibili – abbiano le loro radici in questo misterioso universo relazionale fetale.
Ma, data l’infinita complessità di ciò che accade dopo il parto, non sembra indispensabile speculare su quanto lo precede. Il bebè, senza dubbio, e il bambino o la bambina in modo travolgente, sono autentiche macchine narrative, che costruiscono infinite storie di tenerezza, di solitudine, di gioia, di tristezza, di paura, di consolazione e… di tante sfumature quante ce ne possano venire in mente. Di fronte a esse si reagisce con fiducia o con diffidenza, con abbandono o con ostilità, mettendo in gioco le componenti cognitive, emotive e pragmatiche della narrativa in un affascinante e variopinto panorama in cui si combinano ideazioni, affetti e comportamenti.
Le storie che costituiscono la narrativa comprendono dunque un pensare, armatura cognitiva che offre una struttura coerente all’attribuzione di significato; un sentire, risonanza affettiva che la fa vibrare conferendole una rilevanza specifica per il soggetto stesso; e un fare, che le apporta una dimensione pragmatica indispensabile sul piano relazionale. Solo perché sono pensate, sentite e agite, le storie diventano narrazioni psicologicamente operanti e trascendono il mero piano letterario.
Ci sono momenti in cui, nell’infanzia, si attraversa una fase di «mammite»: ci si aggrappa alla madre e si respinge chiunque si presenti come una minaccia per questa relazione privilegiata, padre compreso. Vi contribuisce la percezione della madre come figura di attaccamento incondizionato, avvolta di dolcezza e tenerezza, di fronte alla natura più ruvida e alla presenza fluttuante del padre e delle altre persone dell’ambiente. Per non parlare dei fratelli e delle sorelle, con cui bisogna condividere il tesoro. Se le circostanze sono propizie, questa narrazione «famiglia d’origine» si arricchirà e diventerà più complessa, incorporando il riconoscimento dell’incondizionalità del padre da posizioni forse fisicamente più distanti, e quello della solidarietà tra fratelli e sorelle nella difesa di interessi comuni o nella condivisione del piacere del gioco.
Questa complessificazione risulta fondamentale come garanzia dell’equilibrio, della maturità e della salute mentale future, che sono assicurate solo se l’individuo dispone di un’ampia gamma di narrazioni che offrono molteplici opzioni descrittive della sua realtà relazionale. Possiamo affermare che quanto più la narrativa è abbondante e varia, tanto più la personalità è ricca e sana.
Da ricordare
La narrativa – l’attribuzione di significato all’esperienza relazionale – si costruisce per tutta la vita e comprende sempre tre componenti: un pensare, un sentire e un fare. Solo a questa condizione una storia diventa psicologicamente operante e cessa di essere un semplice racconto. Il criterio di salute non è dunque la qualità di una storia, ma l’abbondanza e la varietà del repertorio.
Ma, parallelamente alla proliferazione della narrativa, fin dagli inizi dell’attività relazionale si sviluppa anche un secondo processo decisivo per la costituzione della personalità: la costruzione dell’identità.
La persona sceglie alcune narrazioni come definitorie di sé e, su di esse, non accetta certo transazioni né negoziazioni: questo sono io, prendere o lasciare, ma non pretendere di convincermi che sono un altro. Tale è la relazione di un individuo con la propria identità: una difesa chiusa e assoluta. Ed è comprensibile, perché vi è in gioco la sua esistenza psicologica, cioè l’integrità della sua personalità. Idem ens, lo stesso essere, cioè ciò che non cambia: ecco l’etimologia latina di identità, di per sé abbastanza espressiva del concetto che stiamo proponendo.
Non che l’identità non possa assolutamente cambiare; ma, nel migliore dei casi, i suoi cambiamenti avverranno lentamente e, di certo, non in risposta a un qualsiasi confronto diretto. Di fronte alle pressioni esterne, l’identità si comporta con la testardaggine dell’adolescenza: serra i ranghi e si trincera dietro una muraglia di rigida autoaffermazione. D’altra parte, come si vedrà a suo tempo, l’identità è molto vulnerabile a determinate situazioni relazionali negative, capaci di lederla in modo decisivo.
Da questa definizione derivano alcune conseguenze importanti. Da un lato, diventa evidente che l’identità non possiede, a differenza della narrativa nel suo insieme, un valore assoluto. In altre parole, non si può affermare, contrariamente a quanto può suggerire il linguaggio comune, che più identità ci sia, meglio sia. Anzi, forse siamo più vicini all’affermazione contraria. L’identità deve limitarsi a poche narrazioni, chiaramente definite e delimitate, corrispondenti in genere a temi come il genere e l’orientamento sessuale, l’appartenenza nazionale, l’affiliazione politica e religiosa… e poco altro. Il contrario, cioè una persona eccessivamente identitaria, rientra o nella psicosi, come vedremo più avanti, o in un fanatismo pericoloso e rigido che mette in gioco tutto il proprio essere per una qualsiasi delle proprie narrazioni.
In ogni caso, le narrazioni che il soggetto seleziona come identitarie non lo sono mai al cento per cento, così come la narrativa restante non è priva di un certo bagno identitario. Di fatto, la narrativa identitaria – così possiamo chiamare anche l’identità – funge da ormeggio o da ancora per l’insieme della personalità, e in modo particolare per la narrativa non identitaria, attraverso le sottili propaggini con cui si assicura una lieve presenza in essa. Il risultato è che il soggetto si riconosce in tutte le sue narrazioni, ma si impegna a fondo solo nella difesa di alcune di esse, ovviamente quelle identitarie (figura n. 3).
È evidente che, da questo punto di vista, l’identità non è un terreno propizio all’intervento terapeutico. La terapia dovrà aggirarla, pena l’incontro con un rifiuto frontale di qualsiasi suggerimento che possa essere interpretato come una messa in discussione.
Vignetta clinica
Nel corso della terapia di una coppia in cui entrambi insegnano da lunga data nella scuola secondaria, il terapeuta chiede al marito – poiché la lamentela della moglie riguarda la scarsa attenzione e disponibilità che lui le dedica, e la sua difesa è la mancanza materiale di tempo – se non potrebbe fare una prova chiedendo un congedo per malattia di quindici giorni. I motivi non mancano, perché il nostro uomo è così stressato da aver già avuto un episodio di dolore precordiale suggestivo di angina pectoris. Potrebbe così prendere due piccioni con una fava: concedersi un riposo più che meritato e necessario e, allo stesso tempo, aumentare la propria disponibilità a sostenere e accompagnare la moglie. La terapia disporrebbe inoltre di un nuovo materiale relazionale con cui lavorare sui vecchi conflitti.
Teoricamente impeccabile; ma il marito si irrigidisce visibilmente e afferma, imbronciato, che gli si potrà chiedere di suicidarsi piuttosto che «quello». Dopo vari tentativi infruttuosi di negoziare, facendo leva sulla portata limitata della misura e sulla sua innocuità, il terapeuta comprende che la consacrazione sacerdotale al lavoro è, per questa persona, un costrutto identitario; fa quindi marcia indietro e punta in un’altra direzione. Misura necessaria, se voleva salvare la terapia!
E non perdiamo di vista che, in quanto istanza della personalità, l’identità è un concetto individuale. L’identità dei popoli non esiste, e ciò che di solito si intende con questa espressione non è altro che cultura e, quindi, mitologia. I nazionalismi sono identitari non perché lo siano le nazioni, ma perché le persone che li professano hanno incorporato questa ideologia nella propria identità.
La figura n. 4 rappresenta con maggiore fedeltà la relazione esistente, all’interno della narrativa, tra storie e costrutti in larghissima misura identitari (cerchi neri) e non identitari (cerchi bianchi). Esistono molteplici sfumature di grigio che esprimono, in posizioni intermedie, l’infinita complessità della situazione. A fini pratici, tuttavia, continueremo a utilizzare la figura n. 3, molto semplificata.
Narrativa identitaria
Pochi racconti, chiaramente delimitati – il genere e l’orientamento sessuale, l’appartenenza nazionale, l’affiliazione politica e religiosa –, sui quali il soggetto non accetta alcuna transazione. Funge da ancora per l’insieme della personalità, ma non è un terreno di intervento: metterla in discussione espone a un rifiuto frontale.
Narrativa non identitaria
Tutto il resto del repertorio, la cui ricchezza e varietà fanno la salute della personalità. È lì che l’intervento terapeutico può lavorare; ed è lì anche che la narrativa identitaria si assicura, attraverso sottili propaggini, una lieve presenza.
Questo testo è una traduzione italiana non ufficiale, condotta sull’originale spagnolo «Fragmento del libro: Terapia Familiar Ultramoderna. La inteligencia terapéutica», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Terapia familiar ultramoderna. La inteligencia terapéutica, Herder, Barcellona, 2012). Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicato con l’accordo della rivista.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Linares, J. L. (2023). L’intelligence thérapeutique. Extrait de « Thérapie familiale ultramoderne » (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/l-intelligence-therapeutique-extrait-de-therapie-familiale-ultramoderne (Opera originale pubblicata nel 2012 in Terapia familiar ultramoderna. La inteligencia terapéutica, Herder, Barcellona, 2012; ripubblicata nel 2023 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2023/01/30/fragmento-del-libro-terapia-familiar-ultramoderna-la-inteligencia-terapeutica/)
Per approfondire
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