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Red Sistémica · Terapia familiare
La tradizione sistemica è stata poco sensibile alle emozioni: Bateson ne faceva un «concetto dormitivo», l’ortodossia strategica e strutturale preferiva chiedere che cosa si pensa o che cosa si fa. Juan Luis Linares ricorda tuttavia che la psicoterapia si fa lavorando con le emozioni – quelle delle famiglie come quelle di chi conduce la terapia – e propone un quadro concettuale per questo uso: tre spazi relazionali (cognitivo, pragmatico, emotivo), tre canali (linguaggio digitale, condotta, linguaggio analogico) e, per l’ultimo, uno strumento ancora poco teorizzato, l’intelligenza emotiva in terapia, illustrata da tre situazioni cliniche.
«In tempi di complessità e di incertezza, quando è così difficile trovare la consolazione di un’oggettività impossibile, diventa indispensabile riconoscere la validità dell’emotività soggettiva della persona terapeuta, elaborata con intelligenza, come canale del suo intervento.»
Juan Luis Linares
La tradizione sistemica è stata poco sensibile all’importanza delle emozioni. Se Bateson (1973) arrivò a considerare le emozioni un concetto dormitivo, non c’è da stupirsi che la teoria comunicazionale le abbia ignorate e che figure come Virginia Satir siano state guardate, dalla stessa Palo Alto, con reticenza quando non con disprezzo. Anche Minuchin (1993), d’altra parte, ha evitato qualsiasi esplicitazione dell’emotivo in terapia, ricorrendo alla perifrasi «l’utilizzo del sé del terapeuta» per indicare l’evidenza che le reazioni affettive in seduta svolgono un ruolo importante. Chiedere che cosa prova la persona in terapia, o un membro del sistema, è stato considerato eretico e squalificato come banale dall’ortodossia sistemica, che ha insistito sull’opportunità di sostituirlo con che cosa pensa o che cosa fa, a seconda che si tratti della versione strategica o di quella strutturale di tale ortodossia.
Di fronte a questa realtà si pone l’evidenza che la psicoterapia si fa lavorando con le emozioni e, certamente, non solo con quelle della persona in terapia o della famiglia, ma anche con quelle di chi conduce la terapia. La sistemica europea vi è stata più sensibile, forse perché, collocandosi il nucleo della sua opera in date più recenti, non ha dovuto pagare il tributo che la sistemica americana ha pagato alla differenziazione dalla psicoanalisi. Di fatto, e per citarne solo alcuni, autori come Cancrini (1984) e Andolfi (1977) hanno esplicitato l’importanza del lavoro emotivo, ed Elkaïm (1995), coniando il concetto di risonanza, ha fornito un utile strumento come alternativa sistemica al gioco transfert / controtransfert.
Il recupero da parte di Selvini (1987) dell’attaccamento di Bowlby, così come la teorizzazione corrispondente all’ultima fase del suo pensiero, la colloca nella stessa linea di riconoscimento dello spazio emotivo che caratterizza gran parte della terapia familiare europea.
Ma non illudiamoci: la questione è lontana dall’essere risolta, e nel panorama attuale della psicologia si delineano posizioni su quella che potrebbe diventare una nuova polemica sulle emozioni. Da un lato, le ricerche sulla struttura cognitiva del fenomeno emotivo (Ortony, Clore e Collins, 1988) tendono a universalizzarlo e a definirlo in termini intrapsichici, differenziandolo radicalmente dal linguaggio.
Wierzbicka (1986) afferma a questo proposito che l’assenza, in una lingua, di un termine che designi l’emozione specifica a cui potrebbe riferirsi una parola di un’altra lingua non significa che le persone delle culture che parlano la prima lingua non possano provare quell’emozione, né che non la provino.
D’altra parte, per numerosi studi le emozioni sono inseparabili dal linguaggio, poiché sono costruite socioculturalmente e sentite in quanto espresse a partire da sistemi di credenze, ordini morali e norme sociali propri di determinate comunità (Harré, 1986).
Il costruzionismo sociale rifiuta il carattere fisiologico delle emozioni – un’idea, peraltro, difficilmente sostenibile oggi da qualsiasi posizione seria – e concorda con il cognitivismo nel rivendicare l’importanza del processo cognitivo, sotto forma di valori e credenze. Ma l’accordo finisce qui, perché ciò che interessa davvero al socioconstruzionismo sono le situazioni e i modi in cui vengono usate le parole che esprimono emozioni. Queste restano condannate alla condizione batesoniana di concetto dormitivo o, nella sprezzante espressione di Hoffman (1992), a quella di «vacca sacra della psicologia moderna».
Esistono tre grandi spazi rilevanti nel mondo relazionale, e di conseguenza in quello psicologico-individuale: il cognitivo, il pragmatico e l’emotivo. È rispetto a essi che si sono orientati i diversi modelli psicoterapeutici, combinando, in equazioni più implicite che esplicite, proporzioni diverse di che cosa pensare, che cosa fare e che cosa sentire. Come veicoli privilegiati di espressione hanno disposto del linguaggio e della condotta, canali idonei per la comunicazione cognitiva e per quella pragmatica. Ma quella emotiva? Al di là dell’evidenza che esiste una comunicazione emotiva, il comunicazionalismo di Palo Alto è riuscito a eluderla riferendo la sua distinzione fra linguaggio digitale e analogico a messaggi di contenuto e di processo relazionale.
Eppure è perfettamente legittimo attribuire il linguaggio analogico alla comunicazione emotiva in un legame preferenziale, così come il linguaggio digitale è il veicolo emblematico della comunicazione cognitiva e la condotta l’espressione più nitida della comunicazione pragmatica.
Ciò che si pensa. Nell’individuo, le percezioni e le rappresentazioni; nella famiglia, i valori e le credenze. Veicolo emblematico: il linguaggio digitale.
Ciò che si fa. Nell’individuo, l’azione; nella famiglia, i rituali. Veicolo emblematico: la condotta.
Ciò che si sente. Nell’individuo, l’emozione provata; nella famiglia, le emozioni condivise. Veicolo preferenziale: il linguaggio analogico.
La terapia sistemica ha posseduto due strumenti tecnici preziosissimi per muoversi agevolmente negli spazi pragmatico e cognitivo: la prescrizione e la riformulazione.
Con la prescrizione di comportamento, la terapia suggerisce a individui, a sottosistemi o alla famiglia nel suo insieme determinate condotte o determinati riti volti a modificarne la comunicazione pragmatica. Intende così introdurre un germe di cambiamento indipendente da qualsiasi insight – che sarebbe, in fin dei conti, un’elaborazione cognitiva – e, naturalmente, senza mettere a fuoco il riverbero affettivo. Le prescrizioni sono cadute in disuso nell’universo delle terapie postmoderne, e in particolare nel ramo conversazionalista del costruttivismo, sulla base di un’interpretazione parziale e ristretta di certe idee di Maturana (1980) che squalificherebbero la direttività strutturale in quanto tendente all’«interazione istruttiva». In realtà, suggerire ad altre persone schemi di condotta può essere, a seconda di molteplici circostanze, o un’intrusione intollerabile, destinata al rifiuto o, nel migliore dei casi, all’irrilevanza di un’impossibile istruzione interattiva, oppure una risorsa conversazionale di prim’ordine, tanto opportuna quanto ben accolta e accettata. Per non parlare delle inevitabili componenti cognitiva ed emotiva associate alla prescrizione, che possono agire come elementi perturbatori dell’equilibrio disfunzionale, indipendentemente dalla relativa banalità che rappresenta la sua esecuzione.
Mara Selvini ha dimostrato, con la prescrizione invariabile, l’infinita complessità di questa modalità di interventi, che in nessun modo dovrebbero scomparire dal patrimonio sistemico per un semplice capriccio della moda.
Le riformulazioni costituiscono l’altra grande risorsa tradizionale della terapia sistemica, saldamente ancorata nello spazio cognitivo. Modificare la percezione, la rappresentazione delle cose, in individui e famiglie, proponendo visioni alternative in cui i sintomi non trovano posto, è un esercizio importante: basta ricordare la spettacolarità degli effetti della connotazione positiva, capace di presentare alle famiglie realtà radicalmente diverse da quelle che fino a quel momento le colpevolizzavano e le attanagliavano. Le riformulazioni, in gran parte dipendenti dal linguaggio digitale, hanno avuto miglior sorte delle prescrizioni nel panorama attuale delle terapie sistemiche, poiché la loro struttura conversazionale si adatta meglio alle attese postmoderne. Lo stesso narrativismo socioconstruzionista maneggia con disinvoltura riformulazioni complesse, nell’ambito delle sue proposte di nuove opzioni narrative con cui contrastare la sovradeterminazione esercitata dal discorso del potere.
Ma è inimmaginabile un cambiamento cognitivo – o epistemologico, come il modello sistemico ha storicamente preferito chiamarlo – senza la corrispondente vibrazione emotiva, ed entrambi sarebbero irrilevanti se non fossero accompagnati da modificazioni pragmatiche. Per fortuna, i tre spazi psicologico-relazionali comunicano fra loro, sicché un cambiamento in uno qualsiasi di essi può estendersi agli altri, generando un’ondata trasformatrice dalle conseguenze imprevedibili. Imprevedibili… tranne che per una persona terapeuta consapevole del proprio potere e capace di controllarlo e di valutarlo: lei sì potrà anticipare ragionevolmente l’evoluzione degli eventi e adattarvi il seguito della terapia. Per questo un cambiamento minimo avvenuto in uno qualsiasi dei tre spazi, dotato di sufficiente capacità perturbatrice, cioè capace di generalizzarsi in modo significativo agli altri, può costituire un risultato più che soddisfacente per una terapia.
Una coppia che segue il suggerimento terapeutico di fare alcune uscite serali può ritrovarsi, nel mezzo dell’apparente banalità della propria azione, a percepire l’uno nell’altra aspetti che prima le sfuggivano. Per la prima volta da molti anni sono usciti dalla routine per passare un momento piacevole insieme, e questo ha permesso loro di scoprirsi prospettive inedite: quello che per lui era un insopportabile e asfissiante gusto del controllo da parte di lei diventa espressione di fragilità e di bisogno di appoggio; e quello che per lei era irresponsabilità ed egoismo da parte di lui diventa legittimo bisogno di uno spazio proprio. Entrambi diventano tolleranti, mentre provano una tenerezza ormai dimenticata. L’ordine può variare. La comparsa di una visione nuova in cui, su impulso della terapia, una persona adolescente comincia a considerare i genitori goffi ma pieni d’affetto, anziché arbitrari e repressivi, le porta distensione e sollievo, facendo diminuire le sue condotte provocatorie e aumentare la sua collaborazione nelle faccende domestiche.
E lo scatto del cambiamento può prodursi nello spazio emotivo, sotto forma di un turbamento ineffabile, quando si avverte la vergogna del padre che chiede perdono, l’angoscia della moglie che teme per la propria vita o l’impotenza del figlio che si crede un fallito. Anche allora potranno seguire nuove rappresentazioni cognitive e nuovi modi di comportarsi. Tutto ciò, ovviamente, se l’ecosistema si mostra favorevole e se la persona terapeuta, come suo elemento significativo, si assume le proprie responsabilità in modo ragionevole.
Da ricordare
I tre spazi – cognitivo, pragmatico, emotivo – comunicano fra loro. Un cambiamento minimo in uno di essi, purché abbia sufficiente capacità perturbatrice per generalizzarsi agli altri due, basta per una terapia riuscita. Poco importa dunque da dove si entra: da un’uscita serale prescritta a una coppia, da un’immagine nuova proposta a una persona adolescente o da un’emozione condivisa in seduta.
Intervenire nel campo emotivo rappresenta una sfida seria per una pratica sistemica formata al culto della prescrizione e, soprattutto, della riformulazione e della narrazione, quando non, esplicitamente, al disprezzo dottrinario delle emozioni. Eppure queste possiedono nel linguaggio analogico uno strumento raffinatissimo, capace di singolarizzarne l’espressività fino a estremi inimmaginabili in qualsiasi altro canale comunicativo.
L’intelligenza emotiva è un concetto coniato di recente per indicare la capacità delle persone di utilizzare le proprie emozioni relazionalmente, in modo controllato (Goleman, 1995). Si è sempre saputo che il successo nello svolgimento di compiti concreti, come nelle imprese più ambiziose, dipende da qualcosa di più della capacità intellettiva misurata dal Q.I., ma ora si dispone di uno strumento opportuno per concettualizzare questo fenomeno. La persona che mobilita e mette in gioco la propria intelligenza emotiva ha un maggiore potere di convinzione, risulta più credibile e accresce considerevolmente la propria capacità di influenzare gli altri. Tutte qualità preziose per chi esercita la terapia. Vediamo alcuni esempi.
Pablo è un bambino che non parla, se non nella più stretta intimità familiare, e anche lì il meno possibile. I genitori si sono preoccupati sempre di più man mano che i silenzi del figlio hanno cominciato a ostacolarne la scolarità e a gettare un’ombra sul suo futuro professionale e sociale. Lo iperproteggono, non permettendogli di andare in colonia «per evitargli situazioni difficili» ed esonerandolo da qualsiasi compito che comporti contatti extrafamiliari. Pablo è un ragazzo intelligente, capace di brillanti esercizi scolastici purché non implichino di entrare attivamente in relazione con insegnanti o compagni. Durante le sedute di terapia resta muto, contemplando il mondo con i suoi grandi occhi spaventati e seguendo con interesse ciò che accade intorno a lui. I tentativi del terapeuta di modificare la situazione, suggerendo alla famiglia schemi meno rigidamente protettivi, hanno avuto scarsa eco.
Finché un giorno la madre racconta un episodio della sua vita che fino ad allora aveva tenuto nascosto. Anche lei da piccola era molto timida e parlava quasi poco quanto Pablo. Da adulta ha attraversato diverse depressioni che l’hanno fatta soffrire molto. Dopo l’ultima, i medici le hanno consigliato di avere un figlio per guarire e lei, infatti, è rimasta incinta e ha avuto Pablo. Da allora non ha più saputo che cosa fosse una depressione e, in effetti, il suo carattere è molto migliorato: è diventata più aperta e socievole. Man mano che racconta questi fatti si commuove visibilmente, e lo stesso accade a Pablo, mentre il resto della famiglia – il padre e una figlia un po’ più grande – li osserva con serena comprensione. Il terapeuta sente di essere stato contagiato anche lui dall’intensa atmosfera affettiva che regna: gli occhi gli si inumidiscono leggermente e un lieve nodo gli stringe la gola. Schiarendosi la voce con un leggero colpo di tosse, comincia a parlare con voce vibrante. Anche lui si è commosso, dice, tanto lo ha colpito la storia di questa relazione così privilegiata fra Pablo e sua madre:
«Ora posso capire meglio questo silenzio solidale di un figlio aggrappato a quella che crede sia la sua missione nel mondo: guarire sua madre.»
Seguono alcune riflessioni sull’opportunità di dimettere la malata, ormai guarita, e di rassicurarsi a vicenda a proposito di rischi inesistenti. Nemmeno il ragazzo corre pericoli, anche se somiglia tanto alla madre, poiché ha compiuto la sua missione ben oltre ogni aspettativa e questo lo ha dotato di risorse potenti.
È soprattutto il padre che potrà rassicurarli, assumendo le funzioni di chi si prende cura della madre durante la convalescenza e mostrando al figlio quante altre missioni affascinanti esistono nella vita.
La famiglia se ne va visibilmente rinfrancata, e il terapeuta spiega all’équipe che ciò che ha provato durante quella seduta gli è stato molto utile, perché ogni volta che prova emozioni di questo tipo sa che un cambiamento positivo sta per prodursi nell’evoluzione della terapia. «Questo mi permette di seguire la pista in tutta tranquillità, perché so che sto andando nella direzione giusta.»
Alcuni segnali nel corpo – gli occhi umidi, il nodo alla gola – fanno sapere alla persona terapeuta emotivamente intelligente che ciò che sta accadendo è buono, che non c’è motivo di vergognarsene e che occorre, piuttosto, permettere al linguaggio analogico di comunicare alla famiglia un messaggio positivo. Il canale emotivo così creato permette agli elementi cognitivi e pragmatici che in altre occasioni non erano stati registrati di avere ora una buona occasione per essere elaborati.
Una coppia è invischiata nell’ennesima lite, questa volta in piena seduta, in presenza del terapeuta. Fra loro quasi non si parlano, ma entrambi si rivolgono a lui argomentando con foga l’eccellenza dei rispettivi punti di vista. La situazione di fondo non è troppo cattiva: si amano, desiderano avere figli insieme e non hanno ancora avuto il tempo di accumulare molto rancore, ma una feroce simmetria li contrappone continuamente per delle inezie. Quando, come in questo momento, attraversano un brutto periodo, lei soffre di crisi d’ansia e lui tende a bere troppo.
Il terapeuta ha cercato di mettere in luce aspetti inediti di ciascuno, che potrebbero aprire loro nuove prospettive, ma i suoi suggerimenti si sono persi nel fragore del combattimento. Il tempo passa senza che si produca alcun progresso e il terapeuta comincia a spazientirsi. Guarda discretamente l’orologio e, aiutandosi con la mano, accenna educatamente uno sbadiglio. La discussione si interrompe e il marito dice con tono cupo: «siamo terribilmente noiosi, vero?» Lei conferma: «mortalmente». Il terapeuta sentenzia sorridendo: «siete giunti a un accordo notevole». Da quel momento la seduta cambia segno e diventa possibile avanzare in una negoziazione.
Non negare, non dissimulare e non nascondere le proprie emozioni di terapeuta non significa esibirle o imporle senza riguardo. L’intelligenza emotiva esige che la persona amministri con la massima delicatezza l’espressione dei propri affetti, in modo da informare senza fare violenza. Se, nel caso della coppia litigiosa, il terapeuta si fosse lasciato andare a uno sbadiglio fragoroso, avrebbe corso un rischio eccessivo di squalificarsi come maleducato, il che avrebbe probabilmente invalidato il suo lavoro.
La famiglia Martínez è composta dal padre e dalla madre, sulla quarantina, e da quattro figli fra i venti e i tredici anni. Il motivo dell’invio in terapia familiare è la violenza fisica che il padre esercita sui figli, che ha maltrattato uno dopo l’altro in ordine di età. La vittima attuale è Carlos, il terzo, unico maschio, quindici anni. Durante la prima seduta emerge una situazione complessa: il padre e la madre, dall’aspetto curato e attraente, rivaleggiano duramente fra loro, senza peraltro nascondere troppo che fra loro esiste un gioco di seduzione e di attrazione intensamente sensuale. Il discorso esplicito della madre è tuttavia molto critico verso il marito, e difensivo e protettivo verso i figli. Stimolato da questa farsa, Carlos sferra un attacco al padre, che accusa di essere un dittatore cercando di ridicolizzarlo davanti a tutti, mentre la madre, ridente, osserva il marito con la coda dell’occhio.
Il terapeuta prova dapprima un vago malessere, che lascia gradualmente il posto a una sorda indignazione man mano che il gioco relazionale si definisce e acquista significato. Alla fine interviene interrompendo il ragazzo: «Carlos, non ti rendi conto che è così che finisci sempre per prenderle? Tuo padre e tua madre litigano e tu credi che questo ti dia il diritto di intervenire attaccando tuo padre. Certo, visto che tua madre ti difende con le sue parole… Ma se riuscissi a controllarti un po’ e a guardarla in faccia, vedresti che in quei momenti lei ha occhi solo per tuo padre. Per questo sei tu quello che finisce per prendersi le botte, mentre loro alla fine fanno pace…»
Le parole del terapeuta sgorgano ferme e calde, mentre i suoi occhi guardano intensamente il ragazzo e il suo corpo si protende verso di lui. Quando allude ai genitori, il suo volto si indurisce. Alla fine del commento, questi appaiono pieni di vergogna, con lo sguardo fisso a terra, mentre Carlos sembra sorpreso e sconcertato. Dopo alcuni minuti di silenzio, il terapeuta annuncia alcuni suggerimenti per aiutarli a cambiare certe cose. Lo fa con serenità, guardando a turno ciascuno negli occhi e mostrandosi gentile con tutti.
Se la persona terapeuta rileva una qualsiasi forma di abuso nel corso della seduta – intendendo con ciò l’uso del potere in modo distruttivo al servizio degli interessi di chi lo esercita –, è normale che si arrabbi o si irriti, ed è altrettanto normale che lo esprima in modo controllato. Se nelle relazioni interpersonali, nel senso più ampio, ci si aspetta una reazione, in un modo o nell’altro, di fronte all’abuso, non può essere diversamente per la persona terapeuta, dotata di strumenti sensibili per rilevarlo, in situazioni che – come le sedute familiari – lo facilitano straordinariamente. In tali circostanze sarebbe artificioso ignorare che, nella loro complessità, le relazioni umane, e in particolare quelle familiari, comportano la disuguaglianza e, quindi, la possibilità dell’abuso.
La persona terapeuta deve sapere che il potere abusivo può esercitarsi con la forza fisica, ma anche con la seduzione, il ricatto affettivo, la coercizione e la capacità verbale di creare realtà minacciose, e deve essere pronta a reagire di fronte a ciascuna di queste forme. Se lo fa in modo controllato e ponderato, offrirà da un lato la sua imprescindibile testimonianza etica, professionale e civica e, al tempo stesso, creerà un canale emotivo per sviluppare il proprio intervento terapeutico.
Esistono molteplici situazioni in cui la persona terapeuta può fare uso della propria intelligenza emotiva. Di fatto, tante quanti sono i momenti significativi in ogni processo terapeutico, poiché il vissuto emotivo è una realtà continua. Potrà così manifestare entusiasmo per un progetto espresso da un membro della famiglia, o ammirazione per il modo di fare di qualcuno. Potrà mostrare la propria delusione davanti a un fallimento o la propria speranza davanti a una prospettiva di progresso, il proprio scoramento di fronte alle difficoltà o il proprio slancio di fronte alle possibilità, la propria irritazione davanti a una provocazione o il proprio divertimento davanti a un’altra. Dovrà sempre fare attenzione a non mistificare la propria espressività per proteggersi dai propri fantasmi, restando onesta nell’uso che ne fa.
Nella tradizione sistemica esistono già potenti risorse legate alle emozioni della persona terapeuta: dichiararsi impotente, congratularsi calorosamente, criticare e rimproverare, parlare della propria intimità… Si tratta di spogliarle di un’eccessiva carica strategica, restituendole allo spazio che è loro proprio, che non è altro che l’esercizio legittimo e inevitabile dell’intelligenza emotiva.
Se la persona terapeuta può usare indifferentemente i canali cognitivo, pragmatico ed emotivo, ricorrendo a tal fine, rispettivamente, alla propria capacità narrativa per creare storie, al proprio spirito pratico per costruire strategie e alla propria intelligenza emotiva per sintonizzare gli affetti, è evidente che gli individui e le famiglie con cui lavora possono, dal canto loro, elaborare il suo intervento in questi stessi spazi.
Gli individui percepiscono e pensano a livello cognitivo, agiscono a livello pragmatico e sentono a livello emotivo. Le famiglie, dal canto loro, hanno valori e credenze come equivalente cognitivo e compiono rituali come equivalente pragmatico. Quanto allo spazio emotivo, è evidente che le famiglie non «sentono», poiché non sono raggruppamenti di individui clonati, ma condividono senz’altro emozioni, di segno diverso e in misura variabile.
Per questo, se lavorando con individui la persona terapeuta ha l’occasione di agire direttamente sulle rappresentazioni cognitive e sulla condotta con l’aiuto delle riformulazioni e delle prescrizioni, quando si tratta di famiglie questi due strumenti interverranno sui valori e sulle credenze e sui rituali. Quanto all’intelligenza emotiva, agirà direttamente sulle emozioni delle persone, inducendone alcune e diluendone o rafforzandone altre, mentre a livello familiare modificherà lo spazio in cui le emozioni si condividono, cambiandone la composizione e l’equazione secondo cui si combinano.
In ogni caso, se le circostanze ecosistemiche sono propizie e l’intervento riesce, il cambiamento si generalizzerà ai tre spazi e toccherà, in misura maggiore o minore, gli individui e la famiglia. È allora che si potrà affermare che le narrazioni individuali e i miti familiari sono cambiati (Linares, 1996) e che, se in questo cambiamento i sintomi e le disfunzionalità precedenti non trovano più posto, la terapia ha raggiunto risultati ragionevoli.
In definitiva, gli interventi fondati sull’intelligenza emotiva non possono pretendere di essere un’alternativa agli altri, ma un complemento. Offrire un quadro concettuale all’utilizzo terapeutico dell’intelligenza emotiva, con l’aiuto del canale privilegiato che è il linguaggio analogico, significa facilitare l’impiego di risorse tanto potenti quanto legittime.
La psicoterapia, se vuole avere credibilità nel campo della psicologia e della psichiatria, deve fuggire l’arbitrarietà che rappresenta il rifugio in argomenti giustificativi come «io la vivo così» o «è quello che sento», usati, questa volta sì, in modo tautologico e dormitivo.
Tuttavia, in tempi di complessità e di incertezza, quando è così difficile trovare la consolazione di un’oggettività impossibile, diventa indispensabile riconoscere la validità dell’emotività soggettiva della persona terapeuta, elaborata con intelligenza, come canale del suo intervento.
Forse è proprio qui che risiede uno dei segni più chiari di una psicoterapia postmoderna.
Nota dell’originale
(*) Questo articolo è stato pubblicato nel n. 56 di Perspectivas Sistémicas («Vínculos y Emociones»), maggio-giugno 1999.
Chi è Juan Luis Linares
(**) Il dott. Linares è dottore in psichiatria, presidente dell’Associazione europea di terapia familiare, direttore della Scuola di terapia familiare dell’Ospedale Sant Pau di Barcellona, autore di numerosi libri e articoli.
Bibliografia
ANDOLFI, Maurizio (1977) – La terapia con la famiglia. Un approccio relazionale. Roma: Astrolabio Ubaldini Ed.
BATESON, Gregory (1973) – Mind / Environment. Social Change, n° 1, pgs. 6-21. Reeditado en A Sacred Unity (1991).
CANCRINI, Luigi (1984) – Quattro prove per un insegnamento della psicoterapia. Roma: La Nuova Italia Scientifica.
ELKAÏM, Mony (1995) – Panorama des thérapies familiales. Paris: Seuil.
GOLEMAN, Daniel (1995) – Emotional Intelligence. New York: Bantam Books.
HARRÉ, Rom (1986) – The Social Construction of Emotions. Basil Blackwell Ltd. Edition Ital.: La costruzione sociale delle emozioni. 1992. Milano: Giuffré.
HOFFMAN, Lynn (1992) – Una postura reflexiva para la terapia familiar. En: La terapia como construcción social. Barcelona: Paidós. 1996. Edition Angl.: Therapy as Social Construction. London: Sage Pub.
LINARES, Juan Luis (1996) – Identidad y Narrativa. La terapia familiar en la práctica clínica. Barcelona: Paidós.
MATURANA, Humberto and VARELA, Francisco (1980) – Autopoiesis and Cognition. Pays Bas: D. Reidel Publ. Comp.
MINUCHIN, Salvador and NICHOLS, Michael P. (1993) – Family healing. Tales of hope and renewal from family therapy. New York: The Free Press.
ORTONY, Andrew, CLORE, Gerald L. and COLLINS, Allan (1988) – The Cognitive Structure of Emotions. Cambridge: Cambridge University Press.
SELVINI PALAZZOLI, Mara et al. (1987) – I giochi psicotici nella famiglia. Edition Fran.: Les jeux psychotiques dans la famille. 1990. Paris: ESF.
WIERZBICKA, A. (1986) – Human emotions: Universal or culture-specific? American Anthropologist, n. 88, pp. 584-594.
Traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «El uso de la inteligencia emocional en la construcción de la terapia», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 56, maggio-giugno 1999). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e pubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Linares, J. L. (2022). L’usage de l’intelligence émotionnelle dans la construction de la thérapie (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/l-usage-de-l-intelligence-emotionnelle-dans-la-construction-de-la-therapie (Opera originale pubblicata nel 1999 in Perspectivas Sistémicas, n. 56, maggio-giugno 1999; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/28/el-uso-de-la-inteligencia-emocional-en-la-construccion-de-la-terapia/)
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