Traduzione assistita dall'IA

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Red Sistémica · Psicopatologia

La coppia, al crocevia tra coniugalità e genitorialità

I miti di un sistema relazionale sono gli spazi di consenso delle narrazioni individuali dei suoi membri; e la cultura non è altro che la mitologia del più vasto sistema relazionale esistente, la società. Partendo dalla mitologia della coppia fondatrice, Adamo ed Eva, Juan Luis Linares incrocia le due grandi dimensioni relazionali della famiglia d’origine – la coniugalità e la genitorialità – per descrivere le atmosfere in cui si plasma la personalità dei figli: triangolazioni, deprivazioni, caotizzazioni. Sei combinazioni, sei letture possibili della morte di Abele, ciascuna illustrata da una vignetta clinica.

Autore Juan Luis Linares, psichiatra e terapeuta familiarePrima pubblicazione Red Sistémica, 2023Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Al crocevia tra genitorialità e coniugalità, là dove si genera l’atmosfera relazionale della famiglia d’origine, si trovano gli elementi che definiranno la futura personalità dei figli.»

Juan Luis Linares

Introduzione

I miti di un sistema relazionale sono gli spazi di consenso delle narrazioni individuali dei suoi membri. In essi si distinguono elementi cognitivi, emotivi e pragmatici, che riguardano rispettivamente i processi condivisi a livello ideativo, affettivo e comportamentale. I consensi ideativi sono rappresentati principalmente dai valori e dalle credenze, mentre i consensi pragmatici consistono nei rituali che vi si associano. A loro volta, le risonanze affettive evocate – e anch’esse condivise – costituiscono il clima emotivo.

La terapia sistemica è abituata a lavorare con le mitologie familiari: vi si appoggia quando le sono utili e si adopera per modificarle quando si rivelano disfunzionali. In questo consiste gran parte del lavoro terapeutico da svolgere con le famiglie che hanno membri sintomatici. Quanto più gravi sono i sintomi e quanto più disfunzionale si mostra la famiglia, tanto più problematici saranno i processi di consenso e tanto più dissociate o irrigidite si presenteranno le mitologie. Inoltre, il ciclo di vita ha una grande importanza nel definire la validità dei miti. Il mito «siamo una grande famiglia unita» può risultare utile nella fase di cura dei bambini piccoli e diventare un ostacolo quando i figli raggiungono l’adolescenza.

La cultura, dal canto suo, può essere definita come la mitologia del più vasto sistema relazionale esistente: la società. E, da questo punto di vista, i miti culturali costituiscono la massima espressione della capacità di una società di creare consenso. Tutte le culture sono ricche di miti ma, come accade nelle famiglie, le società più mature e integrate possiedono mitologie più flessibili e meglio condivise. Le religioni, in quanto produzioni culturali, costituiscono mitologie straordinariamente complesse, che possono essere funzionali in alcuni momenti storici e disfunzionali in altri. Così, per esempio, i dogmi di una religione del libro «rivelato» possono essere integratori per una società colonizzata o minacciata dall’esterno e, invece, rivelarsi disgregatori per una società multietnica impegnata a incorporare armoniosamente le proprie minoranze.

Per questo può essere interessante fare tappa presso la versione occidentale della coppia umana, attraverso alcuni approcci mitologici che la riguardano, come, per esempio, quelli relativi alla coppia fondatrice, Adamo ed Eva.

La coniugalità

È vero che la scienza moderna ha stabilito che i primati pre-ominidi furono gli inventori delle relazioni di coppia. Grazie alla stazione eretta si aprì la strada perché gli esseri umani si avvicinassero all’amore coniugale a partire da rapporti sessuali morfologicamente adatti ad adottare la rivoluzionaria posizione ventro-ventrale. Una postura, sia detto per inciso, ingiustamente screditata come posizione del missionario, che permette tuttavia una comunicazione molto più ricca e, soprattutto, il riconoscimento individualizzato e inequivocabile del partner sessuale.

Sono però i nostri progenitori, Adamo ed Eva, a incarnare meglio il ruolo di coppia mitologica. La storia è nota: Geova, dopo aver creato Adamo, intuì che non era bene che l’uomo fosse solo, sicché inmisit Dominus soporem in Adam et tulit una de costis eius… Vale a dire che il Signore fece addormentare Adamo e gli tolse una costola, con la quale creò poi Eva.

Eccoli dunque nel Paradiso terrestre; ma, come è ben noto, nemmeno lì sono soli: sono piuttosto in cattiva compagnia. La relazione privilegiata di Eva con il serpente creerà seri problemi a entrambi i membri della giovane coppia, al punto da rovinare la non meno privilegiata relazione di Adamo con Geova. Le nefaste conseguenze saranno pienamente condivise: espulsione sommaria, obbligo di lavorare e instaurazione della mortalità.

Possiamo immaginare la prima conversazione di Adamo ed Eva fuori dal Paradiso. Di certo c’erano molti problemi pratici di cui occuparsi, tante questioni legate alla sopravvivenza da risolvere; ma, conoscendo la condizione umana, quella prima conversazione deve aver riguardato la natura della loro relazione di coppia, cioè la coniugalità.

La coniugalità può essere definita in diversi modi. Uno rimanderebbe all’amore complesso o nutrimento relazionale, applicato alla relazione tra i due membri della coppia genitoriale. Comprenderebbe componenti cognitive (per esempio riconoscimento e valorizzazione), componenti emotive (affetto, tenerezza…) e componenti pragmatiche (desiderio, sessualità e gestione della vita quotidiana, tra le altre). In modo più semplice e operativo, la coniugalità equivarrebbe alla capacità di risolvere i conflitti che sorgono nell’ambito della coppia.

Se dunque accettiamo i fondamenti di base del mito, Adamo ed Eva dovettero ridefinire la loro coniugalità nelle nuove circostanze sorte dalla loro espulsione dal paradiso. E si possono formulare due ipotesi su come lo fecero: negoziando armoniosamente la risoluzione dei conflitti, oppure soccombendo al rancore e alla disarmonia.

1a ipotesi di coniugalità: armoniosa

Eva. – Adamo, amore mio, ho fatto una sciocchezza…

(Silenzio)

Eva. – Perdonami, amore mio, so che ho rovinato tutto. Quel maledetto serpente mi ha raggirata, ma io non avrei mai dovuto… (Piange.)

Adamo (commosso). – Su, basta, non tormentarti, anche il vecchio ha esagerato parecchio… In fondo, una mela…

2a ipotesi di coniugalità: disarmonica

Eva. – Be’, e adesso?

Adamo. – Adesso? È quello che mi chiedo anch’io. Adesso suppongo che il tuo amico serpente ci darà da mangiare, vero?

Eva. – No, ma magari il tuo amichetto, il vecchio, ci spiega che cosa vuol dire guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, visto che sa tutto lui…

Adamo. – Sai che ti dico? Vattene con il serpente!

Eva. – E tu con il vecchio!

(Ma, ovviamente, non se ne vanno.)

Poiché non disponiamo quasi di alcuna informazione attendibile su ciò che accadde in seguito, entrambe le ipotesi sono sostenibili, perché da entrambe si può arrivare alla terribile tragedia di Caino e Abele. Della quale sappiamo alcune cose, non molte.

La genitorialità

Sappiamo che Caino, il figlio maggiore di Adamo ed Eva, divenne agricoltore e Abele, il minore, pastore. E che i sacrifici di Abele erano graditi a Dio, mentre quelli di Caino non lo erano. L’intervento di Geova, che triangola i due fratelli, risulta dunque decisivo nella loro disgrazia, come lo era stato in quella dei loro genitori. Ma questi sono eventi che influiscono sullo scatenarsi della disgrazia, non sulla sua origine né sulla sua gestazione, che risalgono certamente a molti anni prima e affondano le radici nella famiglia d’origine, nei tempi che seguirono l’espulsione di Adamo ed Eva dal paradiso.

Com’erano le personalità di Caino e di Abele? Sappiamo che entrambi incarnano i personaggi mitici del cattivo e del buono, ma quali modi di essere si nascondevano dietro questi stereotipi? La Genesi ci dice che la morte di Abele fu un crimine deliberato, l’assassinio di un innocente da parte di un colpevole; ma abbiamo ottimi motivi per dubitare dell’imparzialità di una Bibbia scritta a maggior gloria di Geova. È dunque legittimo speculare sul profilo psicologico dei nostri primi fratelli, per cercare di comprendere un atto tanto terribile e che, inevitabilmente, ci riguarda come inquietante precedente.

A tal fine, vale la pena riflettere su come possa essere stata la relazione dei ragazzi con i loro genitori, perché il buon senso dice che deve aver avuto un ruolo nello sviluppo delle loro personalità. Certo, si potrebbe obiettare che il vero genitore fu Geova, ma l’ipotesi non sembra molto consistente. Geova non rinunciava certo a esercitare un’influenza determinante sulle sue creature, ma solo nei momenti decisivi, quando faceva una delle sue apparizioni spettacolari… senza bussare alla porta, come un nonno onnipotente che sa che la casa gli appartiene. Il resto del tempo preferiva restare distante, esercitando un’autorità poco coinvolta nelle decisioni quotidiane. Non si può dunque immaginare che fosse Lui a stabilire i criteri educativi di Caino e Abele, né che raccomandasse a quale asilo nido affidarli.

La genitorialità definisce il modo in cui si esercitano le funzioni genitoriali, cioè l’amore complesso o nutrimento relazionale nel suo versante genitori-figli. Come la coniugalità, la genitorialità possiede componenti cognitive, emotive e pragmatiche; e se le prime e le seconde non differiscono molto da quelle della coniugalità (riconoscimento e valorizzazione da un lato, affetto e tenerezza dall’altro), le terze ne sono radicalmente distinte. Infatti, le componenti pragmatiche della genitorialità consistono principalmente nella socializzazione, con il suo duplice versante, protettivo e normativo: proteggere il bambino dai pericoli presenti nel suo ambiente e insegnargli a rispettarlo per essere, a sua volta, rispettato.

Costretti ad abbandonare il paradiso, Adamo ed Eva si ritrovarono anche con dei figli, il che richiese loro con ogni probabilità di definire la propria genitorialità. Diedero la priorità alla coppia? Risposero in modo adeguato ai bisogni relazionali dei figli? Riguardo alla genitorialità dei nostri «progenitori» si possono formulare tre ipotesi.

1a ipotesi di genitorialità: buona con Caino e con Abele

Eva. – Ah, allora era questo che voleva dire il vecchio con quel «crescete e moltiplicatevi»! Guarda, Adamo, guarda che cosa carina, sembra una di quelle scimmiette così giocherellone che vivono laggiù, nel burrone.

Adamo. – Ma è vero! Guarda come si attacca al tuo seno. Senti, ne faremo altri, eh?

Eva. – Be’, fa un po’ male, ma ne vale la pena.

2a ipotesi di genitorialità: cattiva con Caino e con Abele

Eva. – Accidenti, ci mancava solo questa! Quando è arrivato il primo moccioso te l’avevo già detto che questa storia non faceva per me. E adesso che ho ancora quel bavoso attaccato al seno, ecco… di nuovo.

Adamo. – Ssst, zitta! Se riusciamo a non farlo scoprire al vecchio, appena nasce lo possiamo buttare giù dal dirupo delle capre…

(Ma il vecchio, ovviamente, se ne accorse.)

3a ipotesi di genitorialità: cattiva con Caino e buona con Abele

Eva. – Oh, guarda, Adamo, questo sì che sorride, non come quella bestiolina che non ha fatto altro che grugnire da quando è nato! Non voglio nemmeno ripensarci. Noi appena cacciati, con addosso solo quello che avevamo, e lui che pensava solo a ingozzarsi e a piangere…

Adamo. – Com’è bello! Potremmo chiamarlo Adamo.

Eva. – Ah no, con due Adami mi confondo! Semmai un nome che cominci per A.

L’atmosfera relazionale

Coniugalità e genitorialità sono le due dimensioni relazionali più importanti presenti in ogni famiglia d’origine. Pur essendo indipendenti l’una dall’altra, si influenzano anche reciprocamente, producendo, attraverso le loro diverse combinazioni, le atmosfere relazionali che bambine e bambini possono incontrare. Il risultato sarà di importanza decisiva per la costruzione della loro personalità.

La tabella n. 1 mostra le quattro grandi modalità combinatorie, tre delle quali rappresentano situazioni disfunzionali: le triangolazioni, le deprivazioni e le caotizzazioni.

Tra le molteplici accezioni del termine triangolazione nella letteratura sistemica, proponiamo qui quella che la definisce come l’inclusione dei figli, attraverso diverse modalità di coalizione, nei giochi relazionali disfunzionali dei genitori. La genitorialità, primariamente conservata, si deteriora secondariamente sotto l’impatto di una coniugalità disarmonica, che spinge i genitori a cercare alleanze per risolvere i loro conflitti. Diversi tipi di triangolazione sono alla base di patologie come i disturbi nevrotici o le psicosi.

Le deprivazioni sono state descritte dall’autore a proposito dei disturbi da depressione maggiore, ma sono anche alla base delle patologie borderline. Genitori ragionevolmente affiatati sul piano coniugale, che falliscono nell’esercizio delle funzioni genitoriali e finiscono avvolti in un circolo vizioso di squalifica e di rifiuto dei figli. Il modello depressogeno è composto da iperesigenza e mancanza di valorizzazione, mentre il modello che favorisce sviluppi borderline consiste essenzialmente in una miscela di rifiuto e iperprotezione.

Le caotizzazioni sono il risultato del fallimento simultaneo della coniugalità e della genitorialità nella famiglia d’origine, che genera condizioni di base di grande povertà in materia di nutrimento relazionale, ma che stimola anche l’ecosistema a intervenire fornendo risorse compensative. Il caos relazionale è caratteristico delle famiglie multiproblematiche, nonché di patologie come il disturbo della condotta o il disturbo antisociale di personalità.

Coniugalità armoniosa e buona genitorialità

Buona atmosfera relazionale. Le responsabilità di un’eventuale tragedia vanno cercate fuori dalla famiglia nucleare.

Coniugalità armoniosa e genitorialità deteriorata

Deprivazioni. A seconda che prevalgano l’iperesigenza e la mancanza di valorizzazione o il binomio rifiuto-iperprotezione: depressione maggiore o disturbo borderline.

Coniugalità disarmonica e genitorialità conservata

Triangolazioni. I figli vengono arruolati nei giochi relazionali dei genitori. Substrato dei disturbi nevrotici e delle psicosi.

Coniugalità disarmonica e genitorialità deteriorata

Caotizzazioni. Famiglie multiproblematiche, disturbi della condotta e disturbi antisociali di personalità.

Tabella n. 1

La tabella n. 2 mostra alcune correlazioni tra le ipotesi di coniugalità e quelle di genitorialità, con l’intento di comprendere l’atmosfera relazionale che regnò nella casa di Adamo ed Eva. Esamineremo ogni combinazione, speculando sulle ripercussioni che può aver avuto sulla personalità di Caino e Abele. E vi aggiungeremo vignette tratte dalla pratica terapeutica, per dare all’insieme una consistenza clinica.

1

Armoniosa / buona genitorialità

Buona atmosfera relazionale. Le responsabilità della tragedia vanno cercate fuori dalla famiglia nucleare.

2

Armoniosa / cattiva genitorialità

Figli deprivati: Caino, borderline, uccide Abele, depresso.

3

Armoniosa / cattiva con Caino, buona con Abele

Abele è un bravo ragazzo, ma Caino, deprivato e borderline, lo uccide in un accesso di gelosia.

4

Disarmonica / buona genitorialità

Figli triangolati: Caino, alleato di Eva, uccide Abele, alleato di Adamo, in un episodio di perdita di controllo.

5

Disarmonica / cattiva genitorialità

Figli caotizzati: entrambi sono antisociali, si picchiano e Caino uccide Abele perché è il più forte.

6

Disarmonica / cattiva con Caino, buona con Abele

Abele, triangolato, alleato di Eva, è il fratello prestigioso, un po’ nevrotico. Caino, caotizzato e antisociale, lo uccide.

Tabella n. 2

Sei combinazioni, sei atmosfere

1a combinazione: coniugalità armoniosa e buona genitorialità

I poveri Adamo ed Eva riescono a superare la tempesta dell’espulsione dal Paradiso conservando una buona relazione di coppia e un buon esercizio delle funzioni genitoriali. In queste circostanze, relazionalmente privilegiate, i fratelli dovrebbero crescere in buona armonia, senza gravi contenziosi che minaccino la loro intesa reciproca. Tuttavia, l’ecosistema, nella sua infinita complessità, può esercitare influenze negative attraverso altri fattori extrafamiliari. Per esempio, Geova potrebbe scavalcare i genitori e servirsi delle proprie risorse per triangolare i ragazzi, facendo dell’uno il cattivo e dell’altro il buono, e favorendo il sacrificio di quest’ultimo per mano del primo.

Vignetta clinica: Luisa ed Eduardo

Luisa ha 21 anni e vive con i genitori, Enrique e Margarita, e con il fratello Eduardo, di 23. I genitori si rivolgono alla consultazione angosciati, perché la relazione tra i due figli è pessima; confessano persino di aver temuto, a volte, che Eduardo potesse fare davvero del male a Luisa.

Enrique e Margarita sono professionisti molto impegnati che, soprattutto ora che i figli sono grandi, passano poco tempo a casa e viaggiano continuamente. Ma hanno la fortuna che Eloísa, la sorella nubile di Margarita, abiti nell’appartamento di sopra, abbia molto tempo libero e abbia sempre mostrato una grande disponibilità ad aiutare.

«Mia sorella è una persona straordinaria», dice Margarita, «di una grande generosità. Non so che cosa ne sarebbe stato di noi senza di lei… eppure… insomma… poverina…» Margarita esita e arrossisce. «Il fatto è che anche lei era innamorata di Enrique quando eravamo ragazze, e da allora non le si è più conosciuta una relazione seria. Per questo ha doppio merito a non serbarci rancore e ad aiutarci tanto.»

Quando si convoca tutta la famiglia, zia Eloísa compresa, si cominciano a sapere più cose. Lei ha una particolare predilezione per la nipote.

«Io voglio bene a tutti e due allo stesso modo, ma Luisa è così affettuosa…»

«Sarà con te», la interrompe Eduardo, «perché con me è un’arpia, e lo è sempre stata… E che tu ci voglia bene allo stesso modo, non ci crede nessuno.»

Eloísa è sempre attenta al minimo desiderio di Luisa. (Che coincidenza, la somiglianza dei nomi! Vero?) La disposizione della casa fa sì che, attraverso il cortile interno, si senta tutto ciò che si dice nell’altro appartamento.

«Soprattutto quando si alza la voce. E questa (dice Eduardo indicando la sorella) strilla come una furia.»

Se la zia si accorge che alla nipote la cena non piace, scende subito con un piatto di spaghetti, il suo piatto preferito. Se Margarita la sgrida perché ha la camera in disordine, Eloísa gliela riordina senza farsi notare.

«Ma porta gli spaghetti anche a Eduardo!», esclama Luisa. Ed Eduardo, con lo sguardo perso nel vuoto e un’aria infinitamente triste, aggiunge:

«Sì, anche a me…»

Enrique e Margarita hanno fatto quello che hanno potuto per occuparsi dei figli, senza smettere di andare ragionevolmente d’accordo. La loro assenza forzata ha però messo nelle mani di Eloísa gran parte delle risorse relazionali della famiglia. Non che lei sia la strega perfida della fiaba; ma la sua frustrazione storica come donna e come la madre che non ha potuto essere l’ha spinta ad appropriarsi di Luisa, creando tra fratello e sorella una dinamica dalle conseguenze imprevedibili.

2a combinazione: coniugalità armoniosa e cattiva genitorialità

Benché come coppia resistano alla crisi, la genitorialità crolla, almeno durante gli anni in cui vengono al mondo i loro primi due figli. Il legame con loro ne risulta irrimediabilmente compromesso, anche se in modi diversi. Caino, che percepiscono come irrequieto e fastidioso, cresce sotto un modello definito dal rifiuto e dall’iperprotezione. Il bambino li sfinisce, provocando in loro un intenso fastidio, e gli danno tutto ciò che è in loro potere soprattutto perché non li importuni. In questo contesto relazionale, Caino sviluppa una personalità socialmente instabile, impulsiva, con episodi depressivi e altri di aggressività incontrollata. Abele, invece, è percepito dai genitori come responsabile e tranquillo; perciò, molto presto, gli delegano funzioni di aiuto nelle faccende domestiche. Il messaggio è che questo è il suo destino, e che quindi non deve aspettarsi né valorizzazione né gratitudine. Sottoposta a tali tensioni, la personalità di Abele si tinge di depressione, il che lo rende il destinatario naturale degli scoppi di violenza di Caino, borderline.

Vignetta clinica: Gemma e María

Antonio e Rosario erano una coppia felice, con un figlio che adoravano, quando inaspettatamente il mondo crollò loro addosso. Nel giro di poche settimane entrambi persero il lavoro e morì la madre di Rosario, una figura di grande aiuto nella gestione delle loro faccende domestiche. Incalzati da difficoltà economiche insormontabili, dovettero cambiare casa, con la conseguente perdita di una parte importante della loro rete sociale. Per giunta, Rosario si ritrovò incinta… e nientemeno che di due gemelle.

La nascita delle bambine li trovò nelle peggiori condizioni psicologiche immaginabili; per contrasto, e per ragioni misteriose, la loro relazione di coppia non ne risentì e anzi si rivelò più solida che mai. Ma, in un vero e proprio crollo della genitorialità, la presenza delle piccole divenne loro intollerabile, al punto da attribuire loro la responsabilità del proprio fallimento come famiglia.

Solo una tenue luce permise loro di orientarsi verso l’uscita dal tunnel: essendo gemelle, Gemma e María si sarebbero autoregolate come sottosistema. Questa soluzione fu facilitata dal fatto che le due bambine, pur restando nella normalità, si rivelarono molto diverse.

Gemma era forte e sana, mangiava e dormiva bene e non si ammalava quasi mai. María, invece, anch’essa sostanzialmente sana, era più delicata rispetto ai problemi tipici dell’infanzia: prendeva tutte le malattie, dormiva male, piangeva spesso e rifiutava capricciosamente il cibo. La soluzione trovata dai genitori fu fare in modo che la forte Gemma si prendesse cura della più debole María.

I modelli relazionali destinati a regolare la vita delle bambine si formularono dunque in coerenza con questo principio. Gemma doveva consacrare la propria vita alla cura della sorella, compito arduo per il quale, trattandosi del suo destino, non doveva aspettarsi gratitudine né valorizzazione proporzionate ai suoi sforzi, peraltro condannati al fallimento. Quanto a María, quella girina fastidiosa e sgradevole, non c’era altro rimedio che sopportarla, concedendole tutti i capricci alla portata dei genitori, con l’evidente obiettivo che non desse troppo fastidio.

Inutile dire che la personalità delle gemelle si forgiò in sintonia con modelli relazionali così divergenti. María conobbe molto presto l’insuccesso scolastico, il consumo di ogni genere di droghe e la promiscuità sessuale. E, naturalmente, i genitori, ormai ripresisi dalla crisi che aveva accompagnato la nascita delle bambine, seguirono con stupore, orrore e totale incomprensione il processo autodistruttivo della figlia. Processo che culminò tragicamente quando, a quindici anni, María morì investita da un’auto davanti a casa.

Gemma, da parte sua, ha portato per tutta la vita il peso della sua missione impossibile. È stata seria, studiosa e lavoratrice, paziente e responsabile. E, a trentacinque anni, in seguito a un grave tentativo di suicidio, le è stata diagnosticata una depressione maggiore che si è rivelata resistente agli antidepressivi.

La deprivazione può seguire i due sentieri percorsi dalle vite di Gemma e di María. Gemma è stata sottoposta a un modello relazionale di iperesigenza e mancanza di valorizzazione, che ha plasmato la sua personalità predisponendola alla depressione (Linares e Campo, 2000). Le norme sociali vengono allora trasmesse con pieno successo, dando luogo allo sviluppo di dinamiche ipernormative e, in definitiva, ipersociali. La pressione a dare il massimo di sé, al di là delle sue reali possibilità, ha generato in Gemma un enorme senso di responsabilità, mescolato a una grande colpa per non essere all’altezza delle circostanze. Ma sotto ribolliva un’intensa ostilità, prodotto della consapevolezza di essere trattata ingiustamente. Il suicidio, espressione suprema della depressione, avrebbe alleviato entrambe le tensioni: autopunizione contro la colpa e lascito ostile e colpevolizzante per chi resta.

Il modello a cui è stata sottoposta María ha combinato rifiuto e iperprotezione, un cocktail per nulla propizio alla trasmissione delle norme sociali e propizio, invece, alla loro sfida (Linares, 2006). Il disturbo borderline di personalità che si genera in tali circostanze unisce dinamiche iponormative trasgressive e tendenze iposociali, espressione di una profonda sfiducia nelle relazioni interpersonali. Non perdiamo di vista che alle evidenti conseguenze destabilizzanti del rifiuto si aggiungono quelle di un’iperprotezione che a malapena nasconde la sua natura di inganno: l’eccesso di protezione è una falsa protezione, poiché si esercita più in funzione dei bisogni delle persone presumibilmente protettive che di quelli delle persone presumibilmente protette.

Da ricordare

La deprivazione segue due sentieri. Iperesigenza e mancanza di valorizzazione producono un’ipersocialità normativa che predispone alla depressione maggiore. Rifiuto e iperprotezione producono invece un’iponormatività trasgressiva che predispone al disturbo borderline. In entrambi i casi la coniugalità dei genitori resta armoniosa: è la genitorialità, e soltanto essa, ad aver fallito.

3a combinazione: coniugalità armoniosa e genitorialità cattiva con Caino, buona con Abele

Caino arrivò in un brutto momento, quando il trauma dell’espulsione aveva messo i genitori con le spalle al muro. Con la coppia miracolosamente indenne, la genitorialità fu per loro un compito troppo grande e il legame ne risentì. Il bambino crebbe sentendosi rifiutato e viziato, senza la minima ricettività alle norme sociali e, di conseguenza, candidato a una diagnosi di personalità borderline. Al contrario Abele, nato quando la ripresa dei genitori, ormai adattati alle avversità, era in corso, trovò circostanze molto più favorevoli e crebbe sano e maturo. Purtroppo, i suoi tentativi di migliorare la relazione con il fratello non facevano che aumentarne la rabbia, mentre Caino veniva progressivamente relegato nel ruolo del cattivo. Finché, dopo uno dei tanti gesti di pacificazione (per esempio, Abele potrebbe essersi offerto di presentare lui stesso i sacrifici di Caino), sopraggiunse la tragedia.

Vignetta clinica: Jorge e Vicente

Jorge nacque in un momento poco opportuno. I suoi genitori, Andrés e Asunción, provenienti da famiglie contadine, si erano sposati appena nove mesi prima e si stavano adattando alla convivenza nella casa dei nonni paterni. Non che costoro fossero cattive persone; ma si sa che le persone anziane sono piene di manie, e ancor più quando si vedono entrare in casa una nuora che non conosce le usanze della famiglia.

Asunción si sentiva come una gallina in un pollaio altrui, e ancor più dopo la nascita di Jorge, che con la sua sola presenza alterava l’equilibrio della vita tranquilla dei suoceri. Per questo cercava di reprimere il bambino e si disperava con lui, il che le impediva di godersi la maternità. Andrés, quasi sempre assente da casa, aveva una buona relazione con la moglie ma si vedeva incapace di modificare la relazione con il piccolo, che irritava anche lui perché ai suoi occhi rappresentava il principio della disarmonia familiare. Jorge, da parte sua, confermò i pregiudizi di tutti sviluppando una personalità turbolenta e un profondo disadattamento, sia alla famiglia sia agli altri ambienti sociali.

Due anni dopo nacque Vicente, il secondo figlio della giovane coppia. Nel frattempo Asunción aveva definito il proprio ruolo di donna indispensabile nella famiglia del marito, guadagnando in sicurezza e autostima tutto ciò che le era mancato prima. La sua relazione con Vicente fu serena e felice, e il bambino crebbe maturo e sano.

Ma questo non diminuì le difficoltà di Jorge: anzi, le aumentò. E non giovò molto neppure alla relazione tra i due fratelli, che fu sempre tesa e fredda.

Una cattiva relazione tra fratelli non finisce sempre in tragedia biblica, ma molto spesso si genera a partire da situazioni relativamente banali come quella che questo esempio rispecchia. Il legame deteriorato con un figlio, a causa di circostanze biografiche dei genitori che fanno parte della loro vita quotidiana, risente ancora di più dell’ingiustizia comparativa rappresentata dalla buona relazione con un altro figlio, beneficiario di una congiuntura storica più favorevole.

4a combinazione: coniugalità disarmonica e buona genitorialità

La cattiva relazione di coppia, unita al sincero interesse di Adamo ed Eva per i figli, fece sì che i genitori volessero averli come alleati. Dati l’isolamento e l’inesistenza di una famiglia allargata, per i ragazzi fu difficile resistere alle proposte triangolanti. La madre, con più risorse relazionali e inizialmente più motivata, conquistò il primo, mentre il padre ebbe la sua occasione con il secondo. Entrambi crebbero insicuri e ansiosi in mezzo a continue battaglie familiari e conflitti di lealtà, anche se l’alleanza con Eva diede più forza a Caino. Di fronte alle frequenti assenze di Adamo, Abele cercò in Geova un rinforzo per la propria coalizione, ma neppure così riuscì a controbilanciare la potenza di quella della madre e del fratello. Quest’ultimo, perso il controllo durante l’ennesima lite, colpì Abele con la prima cosa che gli capitò sotto mano… qualcosa di assurdo come una mascella d’asino.

Vignetta clinica: Alfredo e Roberto

Alfredo e Roberto, di 21 e 18 anni rispettivamente, erano sempre stati fratelli molto litigiosi ma, secondo Berta, la loro madre, da due anni la situazione era allarmante e continuava a peggiorare. Roberto, in particolare, era capace di una violenza sfrenata, tanto da tirare fuori coltelli contro il fratello e minacciare di ucciderlo. Era anche vero che Alfredo, con il suo sangue freddo, lo provocava in modo raffinato fino a fargli perdere le staffe.

Berta si era separata da Antonio, il padre dei ragazzi, poco più di un anno prima e ciò che lei aveva creduto avrebbe migliorato le cose non aveva fatto che aggravarle. Alfredo era sempre stato «il suo bambino», mentre Roberto si era mantenuto equidistante tra padre e madre; ma negli ultimi tempi la forza dei conflitti lo aveva avvicinato ad Antonio. Questi, dalla separazione, non riusciva a rialzarsi: il suo alcolismo era peggiorato e ora era ricoverato in una clinica per disintossicarsi; sembrava però che avesse il fegato molto compromesso…

La tempestosa relazione di coppia di Berta e Antonio, praticamente da quando si erano conosciuti, ha favorito la triangolazione dei figli. Alfredo, in quanto primogenito, ha avuto l’opportunità di stabilire una relazione privilegiata con la madre, che consolava delle pene causate dalla sua conflittuale vita coniugale. Roberto ha occupato una posizione meno definita, tentato sia di allearsi con il padre sia di avvicinarsi al valore più positivo rappresentato dalla madre. Alla fine ha propeso per il padre, spinto soprattutto dalla rabbia per l’atteggiamento prepotente di Alfredo. Ma il padre era il cavallo perdente, e lui si sentiva sempre più frustrato e furioso.

5a combinazione: coniugalità disarmonica e cattiva genitorialità

La nostra prima famiglia non fu un modello di nutrimento relazionale. I continui litigi tra i genitori, gli abbandoni del focolare da parte di entrambi (e sì che non avevano molte alternative!) e l’intensa trascuratezza in cui erano immersi i figli crearono un’atmosfera caotica. I bambini assistevano ai giochi sessuali dei genitori, e a volte vi partecipavano; questi, senza soluzione di continuità, degeneravano di solito in scontri violenti. Sistematicamente abbandonati e imprevedibilmente abusati e maltrattati, Caino e Abele crebbero senza rispetto né quasi conoscenza di alcuna norma, considerando gli altri, da buoni predatori, un semplice sollievo occasionale ai loro infiniti bisogni e carenze. La morte di Abele fu quasi casuale, perché Caino fu più rapido. E Abele fu santificato a posteriori, per effetto di un processo di idealizzazione del morto.

Vignetta clinica: Rosario e Carlos

Rosario e Carlos convivevano praticamente dall’adolescenza di entrambi, prima a casa della madre di lui e poi in un precario alloggio tutto loro. Erano due creature indifese: lei veniva da comunità di accoglienza in cui era stata abbandonata dalla famiglia, e lui era obeso grave, giocatore compulsivo e poco socievole.

Avevano quattro figli, che crescevano spontaneamente, esposti a ogni tipo di rischio proveniente tanto dall’esterno quanto dall’interno della famiglia. Ben presto comparvero episodi di violenza coniugale, che Rosario denunciò senza per questo interrompere la convivenza con Carlos. Da parte sua, la madre di Carlos lo spinse a denunciare a sua volta Rosario, mentre la convivenza familiare restava sempre tempestosa. I bambini, con una frequenza scolastica molto irregolare, attirarono l’attenzione dei servizi sociali.

Ma ciò che motivò infine l’allontanamento dei minori da parte dell’ente di tutela dell’infanzia fu un incidente drammatico: il maggiore dei figli, di 10 anni, distrusse un occhio al fratello di 9 aggredendolo con una bottiglia di vetro rotta mentre giocavano in un parco.

Nel caos generato dalla combinazione di una coniugalità disarmonica e di una genitorialità deteriorata, senza che intervengano meccanismi compensativi che apportino risorse nutritive provenienti dall’ecosistema (poiché, in questo caso, i servizi sociali e le istituzioni di tutela dei minori si limitano a controllare), i bambini crescono in caduta libera. Manca loro tanto un vissuto solido di che cosa sia l’amore quanto, naturalmente, l’interiorizzazione delle norme sociali. Il risultato è ciò che più si avvicina all’idea del male: il disturbo antisociale di personalità.

6a combinazione: coniugalità disarmonica e genitorialità cattiva con Caino, buona con Abele

Adamo ed Eva sono sempre andati poco d’accordo, ma la loro relazione con i figli, invece, si è modificata con il tempo. Se, quando arrivò Caino, il sovraccarico e l’angoscia causati dall’espulsione fecero loro perdere le staffe con il bambino, qualche tempo dopo Abele trovò circostanze più favorevoli. Di conseguenza, Caino non fu di nessuno, e l’assenza di legami segnò la sua esistenza con un’impronta antisociale. Abele, da parte sua, fu oggetto di contesa tra Adamo ed Eva e finì per propendere per quest’ultima. Il profilo ansioso della sua personalità si tinse di tocchi distimici, il che non offuscò la sua condizione di fratello prestigioso ma lo rese più vulnerabile di fronte a Caino. Conosciamo il seguito.

Vignetta clinica: Lucas e Ahmed

Quando Verónica arrivò in Spagna dal suo Ecuador natale, portava con sé Lucas, un bambino di 10 anni nato da una relazione finita, in cui il padre non conobbe mai il piccolo né, probabilmente, seppe della sua esistenza. Verónica era così depressa e la sua genitorialità così malridotta che, per diversi anni, non si sentì in grado di toccare il figlio. Qualche tempo dopo la sua situazione migliorò; ma, a quel punto, Lucas era già un piccolo delinquente, capace di qualunque cosa. Per esempio di trasportare droga tra l’Ecuador e la Spagna con documenti falsi, al servizio di una banda di trafficanti. Fu arrestato diverse volte e passò alcuni anni in istituti penali per minorenni.

Verónica, nel frattempo, conviveva con Alí, un giovane marocchino con il quale ebbe un secondo figlio, Ahmed. La relazione tra la latinoamericana dai costumi spregiudicati e il musulmano rigoroso non poteva essere un modello di stabilità. I litigi erano continui e arrivavano a estremi di violenza verbale, e talvolta persino fisica.

Alí non voleva sapere nulla di Lucas, che dava per perso, ma lottava strenuamente per Ahmed, di cui voleva fare un buon musulmano. Naturalmente questo non rientrava nei piani di Verónica, che in fin dei conti era quella che si occupava del bambino durante le lunghe assenze di Alí, e che alla lunga vinse la battaglia, poiché lui finì per abbandonarla lasciandole il suo alleato.

Lucas aveva sempre guardato il fratello come una bestia rara ma, quando Alí scomparve, si mise a torturarlo impunemente e, di fronte all’impotenza di Verónica, il piccolo dovette essere ricoverato diverse volte, finché non intervennero i servizi sociali.

Anche in questo caso il caos relazionale svolge un ruolo importante, anche se colpisce direttamente Lucas. Ahmed, triangolato dai genitori, diventa vittima indiretta del caos, aggredito selvaggiamente dal fratello maggiore.

Altre combinazioni possibili

Queste sono le combinazioni più verosimili, ma si potrebbe speculare anche su altre, come per esempio:

  • Coniugalità armoniosa e genitorialità buona con Caino e cattiva con Abele. In tal caso sarebbe stato il sano (Caino) a uccidere il borderline (Abele).
  • Coniugalità disarmonica e genitorialità buona con Caino e cattiva con Abele. Anche qui il più sano (un Caino triangolato e nevrotico) avrebbe fatto fuori l’antisociale (Abele).
  • Coniugalità armoniosa alla nascita di Caino e disarmonica alla nascita di Abele, combinata con diverse modalità di genitorialità.
  • Coniugalità disarmonica alla nascita di Caino e armoniosa alla nascita di Abele, combinata con diverse modalità di genitorialità.
  • E così via…

Conclusioni

Non si tratta, ovviamente, di esaurire tutte le possibilità combinatorie. Quelle che abbiamo passato in rassegna bastano ampiamente a illustrare quello che è l’obiettivo fondamentale di queste riflessioni: al crocevia tra genitorialità e coniugalità, là dove si genera l’atmosfera relazionale della famiglia d’origine, esistono elementi per definire la futura personalità dei figli. E, eventualmente, per comprendere alcuni degli eventi che possono esercitare un’influenza decisiva sulla loro vita.

Al tempo stesso, queste idee permettono di rivisitare il vecchio concetto sistemico di equifinalità dal punto di vista della complessità. Certo, si può arrivare a una stessa situazione da punti di partenza molto diversi, ma né il significato relazionale dell’esito sarà lo stesso, né lo sarà il processo che vi conduce. Non è la stessa cosa che la morte di Abele per mano di Caino sia stata il risultato di uno scontro tra psicopatici, l’aggressione impulsiva di un soggetto borderline fuori controllo o un atto di legittima difesa… Anche se, in ogni caso, è stata presentata dalla storia ufficiale come l’assassinio di un innocente perpetrato da un malvagio. E abbiamo visto che dietro ciascuna di queste opzioni, e di molte altre ancora possibili, esiste un substrato relazionale coerente e distinto.

In ogni caso, poiché i miti sono una fonte inesauribile di materiale relazionalmente sensibile, torniamo per un momento alla Genesi per constatare che Adamo ed Eva ebbero un terzo figlio, che chiamarono Set. E che la missione di questi era sostituire Abele, poiché la stirpe di Caino era in qualche modo maledetta. Sostituire un fratello morto e un altro condannato! Che pesante fardello dovette portare il povero Set! E che eredità gli toccò trasmettere ai suoi discendenti!

Ma questa, evidentemente, è un’altra storia.

Da ricordare

Coniugalità e genitorialità sono due variabili relazionali indipendenti, ma che si influenzano a vicenda. Dalle loro combinazioni nascono le atmosfere della famiglia d’origine: buona atmosfera quando entrambe reggono, triangolazioni quando fallisce soltanto la coniugalità, deprivazioni quando fallisce soltanto la genitorialità, caotizzazioni quando crollano entrambe. È lì, e non solo nella scena finale, che si gioca la personalità dei figli. Per approfondire: una visione relazionale dei disturbi di personalità.

Chi è Juan Luis Linares

Il Dr. Linares è psichiatra e terapeuta familiare, professore ordinario di psichiatria all’Universitat Autònoma de Barcelona. Dirige l’Unità di psicoterapia e la Scuola di terapia familiare dell’Hospital de la Santa Creu i Sant Pau.

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, dallo spagnolo, di «La pareja, en la encrucijada de la conyugalidad y la parentalidad», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Red Sistémica, 2023). Realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Linares, J. L. (2023). Le couple, à la croisée de la conjugalité et de la parentalité (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/le-couple-a-la-croisee-de-la-conjugalite-et-de-la-parentalite (Opera originale pubblicata nel 2023 in Red Sistémica; ripubblicata nel 2023 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2023/01/30/la-pareja-en-la-encrucijada-de-la-conyugalidad-y-la-parentalidad/)

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