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Red Sistémica · Clinica e società
Per accadere e sorgere come sé stesso, l’essere umano ha bisogno di cominciare da qualche parte: non in un luogo fisico, ma nella soggettività di un altro. Che cosa pensare, allora, di un mondo in cui la tecnica, la velocità e il digitale organizzano la vita comune senza più dovere nulla alla misura del corpo umano? Gilberto Safra parte da questa domanda per descrivere quattro forme di sofferenza psichica nate da fratture etiche: l’umiliazione, lo sradicamento, l’invisibilità e la tecnologia oppressiva.
«Non è possibile parlare di qualcuno senza che si parli di un altro.»
Gilberto Safra
L’essere umano, per poter accadere e sorgere come sé stesso, ha bisogno di avviare il proprio processo di costituzione a partire da una posizione, da un luogo. Questo luogo non è un luogo fisico, è un luogo nella soggettività di un altro. Non è vero che il semplice fatto che un bambino sia nato garantisca che abbia avuto un inizio come essere partecipe del mondo umano. È molto grande il numero di persone che vivono nel mondo senza appartenervi, che vi vivono senza aver avuto un inizio come essere di fronte a un altro. Perché l’umano accada, è necessario che il bambino sia accolto e incontrato da un altro essere umano, che gli dia quel luogo, che gli procuri l’inizio di sé. Non è possibile parlare di qualcuno senza che si parli di un altro.
Winnicott (1951) ha affermato che «non esiste un bambino senza sua madre». Ciò indica un principio fondamentale per la comprensione dell’essere umano: non esiste l’essere umano senza l’altro, l’essere umano accade nel mondo. Questo evento originario introduce il bambino in un processo di temporalizzazione, poiché, nel momento in cui nasce nella soggettività di qualcuno, il bambino comincia ad avere una storia personale. Evidentemente, la storia personale è preceduta da concezioni fondate su tradizioni e miti, ma questo momento originario significa che il bambino nasce in un mondo umano trovandovi un senso della temporalità, derivato dall’incontro del suo corpo con la corporeità dell’altro. Troviamo qui un avvicinamento al concetto russo di sobornost, secondo il quale ogni essere umano è singolarizzazione di tutta la storia umana. In ogni persona accade l’incontro tra chi ci ha preceduto, chi ci è contemporaneo e chi deve ancora venire.
L’accadere umano richiede la presenza di un altro. Le prime organizzazioni psichiche del bebè, l’ingresso nella temporalità, l’apertura della dimensione spaziale, la personalizzazione si costituiscono e trovano realizzazione soltanto grazie alla presenza di qualcuno di significativo. La temporalizzazione avviene, inizialmente, attraverso il gioco reciproco tra le persone dell’ambiente e il bambino. È un tempo che accade a partire dal ritmo della corporeità umana. La presenza umana significa il respiro, il battito cardiaco, il ciclo dell’allattamento. È qui che compaiono il senso temporale e la soggettività. Sono ritmi che indicano la presenza di un altro, che bagnano il corpo del bambino di presenza umana. Il corpo del bambino, attraverso variazioni di temperature, consistenze, luci e forme, trova nello stesso gesto o in forme estetiche la presenza di sé e la presenza materna (Safra, 1999).
Con ciò voglio segnalare che l’origine della soggettività umana si dà in quel registro degli scambi sensoriali che raggiungono il registro di codici significanti, elementi che indicano la presenza umana e che danno origine all’idioma della coppia madre-bebè. Questo idioma è importante non solo perché è un campo di codificazione, ma anche perché è un’organizzazione che accade nel corso del tempo. Man mano che l’esperienza estetica di questa coppia prosegue, il bebè ha l’opportunità di esistere in forme sensoriali e diventa un essere vivente nel mondo umano. Un bambino che non dispone ancora degli strumenti che gli permettano di mediare la relazione con il mondo attraverso il campo simbolico è estremamente toccato dai sensi della temporalità e dalle organizzazioni spaziali che gli vengono offerte esteticamente.
Hannah Arendt (1958) ci insegna che la realtà del mondo è garantita dalla presenza degli altri. Il mondo consiste nelle cose, che devono la loro esistenza agli esseri umani e che, a loro volta, condizionano anche chi le ha prodotte. Così, tutto ciò che entra nel mondo umano diventa parte della condizione umana. Il lavoro e il suo prodotto, gli artefatti umani, conferiscono permanenza e durata al carattere effimero del tempo umano. A ogni nascita, il nuovo inizio può farsi sentire nel mondo, perché chi arriva possiede la capacità di iniziare qualcosa di nuovo: agire. Entriamo nel mondo nascendo e lo lasciamo morendo. Il mondo trascende la durata della nostra vita, tanto nel passato quanto nel futuro. Preesisteva al nostro arrivo e sopravvivrà alla nostra breve permanenza. La nascita umana e la morte degli esseri umani non sono avvenimenti semplici e naturali, ma si riferiscono a un mondo nel quale si viene e dal quale si parte, come individui unici, entità singolari, non permutabili e irripetibili.
Nella situazione clinica, innumerevoli volte ho sentito persone in consultazione parlare di un tipo di sofferenza in un modo molto vicino alle formulazioni che Arendt utilizza per riferirsi alla condizione umana.
Senza dubbio si può affermare che è necessario entrare nel mondo perché l’individuo si senta vivo ed esistente, ma ciò deve avvenire in modo singolare e personale. Non basta, per l’umanizzazione del bebè, che il mondo sia pronto con le sue estetiche, i suoi codici, i suoi miti. Il bambino ha bisogno, con il suo gesto, di trasformare quel mondo in sé stesso. È necessario che il mondo, inizialmente, sia il bambino stesso, perché questi possa appropriarsi del mondo e condividerlo con un altro.
La realtà condivisa è costruzione di molti, è il campo in cui esiste la costruzione di tutti. Con Arendt, potremmo affermare che l’Esistenza è ciò che appare a tutti.
Attraverso l’esperienza di onnipotenza, il bebè crea sua madre, e ciò gli rende possibile l’ingresso nel mondo. È un momento in cui, con il suo gesto, ricrea il mondo preesistente a propria immagine e somiglianza, trasformandolo per il tramite della madre. È anche il punto in cui si costituisce la dimensione etnica del suo essere, poiché, nella misura in cui il bebè prende il corpo materno come proprio, si organizza secondo gli aspetti etnici della comunità in cui è nato. Questi elementi etnici si sviluppano e si affinano nel corso dello sviluppo, attraverso la convivenza del bambino con le persone del suo ambiente, attraverso l’appropriazione dell’ethos, riflesso nella corporeità, nelle emozioni e negli atteggiamenti di queste altre persone significative. La situazione che non avviene di fronte all’altro essere umano sorge e svanisce come uno sguardo privo della realtà del mondo condiviso. È questo il punto di partenza perché l’individuo giunga, nel corso della sua storia, a raggiungere le diverse sfumature dell’abitare il mondo condiviso con gli altri.
Con la maturazione del bebè umano, man mano che la persona procede verso il campo sociale, sorge la necessità che l’individuo possa articolare, al tempo stesso, la vita privata e la vita sociale, per trovare nel campo sociale inserimenti che preservino il suo stile di essere e la sua storia. È il momento della partecipazione alla società attraverso il lavoro, il discorso, l’opera, l’azione politica: in altre parole, della capacità creativa che accade nel mondo con gli altri. Attraverso l’azione creativa nel mondo, l’essere umano collabora alla durata del mondo e al processo storico della società.
Simone Weil (1943) ha formulazioni molto lucide su queste questioni. Ci insegna che l’essere umano ha una radice grazie alla sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conserva vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro. Ci mette in guardia sulle conseguenze dello sradicamento, che può prodursi per la disoccupazione, la cattiva qualità delle situazioni di lavoro, l’immigrazione, la mancanza di istruzione. Per lei, lo sradicamento è la più pericolosa malattia delle società umane, perché si moltiplica da sé. Le persone sradicate, secondo Weil, hanno soltanto due comportamenti possibili: o cadono in un’inerzia dell’anima, equivalente alla morte, o si lanciano in un’attività che perpetua lo sradicamento, il che può dare origine a situazioni di intensa violenza.
Nella nostra epoca, questo tipo di problematica è molto serio. La nostra cultura si manifesta oggi in un modo che non riflette più la misura umana. Ricreare il mondo e il campo sociale diventa più complicato poiché, a causa dell’invasione della tecnica come fattore egemonico dell’organizzazione sociale, l’essere umano trova solo raramente la misura del proprio essere, quella che gli permetterebbe di stabilire il senso di sé in ciascuno dei livelli di realtà necessari alla costituzione e al divenire del suo essere.
Al giorno d’oggi, i mezzi di comunicazione di massa ci forniscono un mondo di informazioni attraverso organizzazioni estetiche. L’estetica dei mass media poggia sul mondo dell’informatica e ci presenta una temporalità sempre più veloce e sempre più lontana dal tempo della corporeità e della soggettività umane. I mass media ci procurano anche lo spazio virtuale. Sono queste prospettive estetiche che traboccano nei diversi ambiti della vita umana. È il mondo della comunicazione. Per l’essere umano è fondamentale la possibilità di comunicare con l’altro, ma anche quella di non avere comunicazione. È importante, per l’essere umano, avere visibilità nel mondo, ma anche nascondersi dal mondo. Il mondo organizzato dalla digitalizzazione favorisce organizzazioni estetiche in cui le condizioni necessarie alla comparsa della soggettività umana vengono spezzate.
La cittadinanza, in questa prospettiva, si instaura grazie alla possibilità che l’essere umano ha di inserire la propria singolarità attraverso il suo gesto. Qual è la porosità del mondo attuale nell’accogliere un gesto capace di creare l’inedito nel campo del medesimo? La creatività celebrata dai mass media, il più delle volte, seduce l’essere umano con ciò che è già stabilito, con un’immanenza senza trascendenza, il che lo porta all’oblio del suo gesto, all’oblio di sé e delle proprie radici. Il risultato di questo fenomeno è la comparsa di nuove forme di soggettivazione e della violenza come espressione di fratture etiche subite e non riconosciute dall’altro. L’arte e la cultura hanno una possibilità molto feconda di guarire l’umanità contemporanea, attraverso un’azione resistente che apra la memoria dell’ethos umano e della sua etica.
Da ricordare
Il filo dell’articolo è quello di una continuità: ciò che comincia nell’incontro tra il corpo del bambino e la corporeità di un altro prosegue nell’appartenenza a una collettività, poi nella possibilità di inserire il proprio gesto singolare nel campo sociale. Là dove questa continuità si spezza — per l’esclusione, per la disoccupazione, per organizzazioni estetiche e temporali prive di rapporto con il ritmo del corpo —, non è soltanto un legame a mancare: è l’ethos stesso a frammentarsi. La violenza appare allora come l’espressione di fratture etiche subite e non riconosciute.
Oggi siamo testimoni di innumerevoli forme di sofferenza psichica derivate da fratture della cittadinanza, da fratture dell’etica. Tuttavia, ogni modalità di frattura etica esige da chi vi lavora una gestione specifica della situazione di sofferenza che si intende curare.
Per contribuire alla discussione del tema, presenterò le diverse forme di sofferenza psichica, potenzialmente generatrici di comportamenti violenti, che ho incontrato nella clinica.
Questa situazione deriva da un processo di esclusione sociale in cui l’essere umano non solo è impedito nel partecipare al campo sociale nel suo insieme, ma è fondamentalmente visto dalle persone delle classi dominanti come inferiore e spregevole. Il risultato è un sentimento di vergogna di sé, che interdice i gesti della persona — quelli che potrebbero mettere in moto il suo divenire con gli altri, così come la possibilità di un’azione politica capace di trasformare la sua situazione sociale. Questa condizione soggettiva si aggrava quando attraversa diverse generazioni poiché, in tal caso, la persona può aver già perso la memoria dell’evento che ha dato origine all’umiliazione. Non è raro che questo quadro venga confuso con un problema di narcisismo, il che costituisce un equivoco deplorevole. In questi casi, il transfert che si stabilisce nella situazione analitica riproduce l’esperienza di umiliazione, e spesso la persona procede nel percorso finché un gesto che metta in discussione la situazione del lavoro non possa essere riconosciuto come il gesto che cerca di instaurare la dignità.
Questo fenomeno si produce con intensità sempre maggiore nel mondo contemporaneo. La cosa più abituale è considerare che lo sradicamento avvenga nel registro etnico. In verità, si tratta di qualcosa che ha un’ampiezza molto maggiore, poiché lo sradicamento avviene nel registro etnico, in quello estetico, in quello etico.
2.1. Lo sradicamento etnico si produce con la perdita del legame con gli elementi sensoriali e culturali che rimandano l’essere umano alla memoria della sua origine. Sorge qui un tipo specifico di solitudine, che appare fenomenologicamente come un’impossibilità di appartenere e di incontrare i propri «simili». In questi casi è fondamentale che chi cura non confonda questa situazione con quadri derivati dall’uso di meccanismi di tipo schizoide. Qui l’analista, nel transfert, sarà il mediatore possibile del legame con gli elementi che ristabiliscono l’etnia frammentata.
2.2. Lo sradicamento estetico si produce frequentemente nel mondo attuale. Avviene per il fatto che le organizzazioni estetiche della nostra epoca hanno poco rapporto con l’organizzazione corporea umana. Il corpo richiede organizzazioni ritmiche, temporali e spaziali affini ai suoi ritmi e alle sue dimensioni. Organizzazioni estetiche eccessivamente astratte, derivate dall’estetica delle macchine o del mondo digitale, conducono a un tipo di malattia vissuta come una sorta di impazzimento, in cui il corpo cessa di essere il luogo che ospita la psiche. È frequente, in questi casi, che nella persona compaia il bisogno di arrivare a organizzare le dimensioni temporali e spaziali nella situazione di consultazione psicoterapeutica, per poter trovare l’esperienza del riposo, della non invasione, con la conseguente appropriazione del corpo come proprio.
2.3. Lo sradicamento etico sorge in un mondo che non sempre è retto dal rispetto e da una responsabilità verso l’umano. La condizione umana informa il bambino, prima di qualsiasi acquisizione intellettuale, sull’ethos umano. Tutto ciò che non è allineato con questa prospettiva viene vissuto dal bambino come una situazione traumatica e violenta, che però non può essere rappresentata, a causa della sua immaturità. Questi bambini finiscono per avere una prospettiva di vita senza speranza e spesso, nell’adolescenza, adottano un’ideologia nichilista, con il rischio di sviluppare un comportamento antisociale. Queste persone hanno bisogno che chi le cura soffra con loro il terrore della violenza che hanno vissuto, e desiderano che si possa riconoscere che ciò che hanno vissuto non è stato etico. Anche qui conviene sottolineare l’importanza di non confondere questi casi con una semplice depressione affettiva, o con presunte personalità costituite con una bassa tolleranza alla frustrazione.
Queste persone vivono l’esperienza di non essere viste nel campo sociale. Si tratta di una situazione spesso accompagnata dal sentimento di umiliazione, ma in cui l’esperienza di non essere visti acquista preponderanza. Nel nostro mondo, le persone che occupano posizioni di scarso prestigio sociale passano abitualmente inosservate agli occhi degli altri. Il malessere che deriva da questa situazione è grande: può generare disperazione e amarezza o, nei casi estremi, sfociare in comportamenti violenti come unico modo per raggiungere una qualche visibilità. Nella clinica, sono persone che, avendo vissuto un impedimento a esistere, cercano di non occupare spazio nella situazione della consultazione clinica. A volte temono di essere viste in psicoterapia e si turbano quando si sentono osservate: la fantasia è quella di godere di qualcosa di indebito.
Nel nostro tempo conviviamo con un grande sviluppo tecnologico che, se da un lato ha reso la vita più confortevole per l’essere umano, dall’altro ha portato a un’organizzazione del mondo in cui le stesse relazioni interumane sono mediate tecnologicamente. Esiste un’abbondanza di tecniche diverse: pedagogiche, psicologiche, mediche. Il bambino tende fin da presto ad avere la vita organizzata da specialisti, tanto che oggi assistiamo a bambini con agende piene quanto quelle di chi dirige una multinazionale. Nella clinica contemporanea incontriamo persone che, in reazione a un mondo costituito in questo modo, si organizzano fuori dal mondo. Vediamo qui sorgere un’afflizione che deriva dal fatto che l’essere umano incontra situazioni di vita antiumane. Per esempio: oggi abbiamo la presenza di temporalità antiumane che regolano la vita umana, perché non hanno risonanza con il ritmo della corporeità umana. Ci sono relazioni umane che non sono più mediate da codici umani, ma da codici digitali. Questo fenomeno comporta per l’essere umano un tipo di sofferenza che gli manda in schegge l’ethos. Quando un bambino si imbatte in questo tipo di esperienza, si sente attraversato da un enigma, che fa impazzire. Sono soggettività antitecniche, che soffrono di non sentirsi partecipi del mondo umano e che, d’altra parte, non sopportano di vivere in un mondo che ha dimenticato il gesto semplice. Spesso si descrivono come ombre o spettri. In un altro articolo ho cercato di caratterizzare questo tipo di problematica e ho chiamato queste persone spettrali. Chi è stato imprigionato in un’esperienza enigmatica si trova in una situazione che lo incarcera in un’esperienza confusionale. Queste persone hanno bisogno che la relazione con chi le cura le riconduca al semplice e all’originario della condizione umana. Hanno bisogno di parole fresche che indichino loro che un dire è ancora possibile. Molte volte vengono confuse con persone schizoidi, ma le persone spettrali sono i profeti del nostro tempo: custodiscono la memoria dell’umano e la speranza di un avvenire.
«Queste modalità di sofferenza possono insegnarci molto sui fondamenti della condizione umana, perché possiamo essere aperti a un sapere che viene dal dolore vissuto nel mondo contemporaneo e che ci mette in contatto con i grandi elementi di guarigione dell’anima umana: la cultura, il sacro, la poesia!»
Gilberto Safra
Bibliografia
ARENDT, H. (1958). A condição humana. Rio de Janeiro: Forense Universitária, 1997.
SAFRA, G. A face estética do Self. Unimarco: São Paulo, 1999.
WEIL, S. (1943). O enraizamento. In: Bosi, E. (org.). Simone Weil. A condição operária e outros estudos sobre a opressão. Rio de Janeiro: Paz e Terra, 1996.
WINNICOTT, D. (1951). Objetos e fenômenos transicionais. In: Textos selecionados: da pediatria à psicanálise. Rio de Janeiro: Francisco Alves, 1993.
Questo articolo è una traduzione italiana non ufficiale, condotta sull’originale spagnolo «La fragmentación del Ethos en el mundo contemporáneo», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Red Sistémica). Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicato con l’accordo della rivista.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Safra, G. (2022). La fragmentation de l’ethos dans le monde contemporain (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/la-fragmentation-de-l-ethos-dans-le-monde-contemporain (Opera originale pubblicata nel 2022 in Red Sistémica; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/08/08/la-fragmentacion-del-ethos-en-el-mundo-contemporaneo/)
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