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Red Sistémica · Psichiatria e istituzioni
«La libertà è terapeutica» era il titolo dell’articolo e del primo numero di Perspectivas Sistémicas, nel 1988. Diciannove anni dopo, Marcelo Rodríguez Ceberio torna sulla deistituzionalizzazione psichiatrica italiana, di cui aveva coordinato il gruppo di volontari a Trieste, e su ciò che ne è stato; la mette a confronto con lo stato dei manicomi argentini e poi con il posto che occupa l’approccio sistemico in questa storia, a partire dalle prime ricerche del gruppo di Bateson sulla schizofrenia.
I muri della segregazione si innalzano nella società in tre luoghi: le carceri, i manicomi e i cimiteri.
Franco Basaglia, citato dall’autore
«La libertà è terapeutica» era il titolo dell’articolo e del primo numero di Perspectivas Sistémicas, in quel lontano 1988. In quell’articolo sviluppavo un resoconto critico, e anche ammirato, del modello italiano della deistituzionalizzazione psichiatrica, la cui evoluzione si è sviluppata a partire dall’esperienza di Trieste guidata dallo psichiatra Franco Basaglia. Ero appena rientrato dall’Italia, dove avevo coordinato il gruppo di volontari del modello a Trieste, nel quale si lavorava — senza appiccicarle l’etichetta — in modo sistemico.
In quell’esperienza si intrecciavano reti sociali: il lavoro interdisciplinare che riuniva medicina, servizio sociale, assistenza infermieristica, psicologia, arti, e molte altre professioni che convenzionalmente non si associano al lavoro con la follia. Diverse istituzioni governative, municipali, private, tanto educative quanto della ristorazione o dell’assistenza, tra le altre, cercavano di unire i propri sforzi per mettere in pratica un’ideologia di superamento del manicomio. Sedute terapeutiche, con o senza la cornice di riferimento dello studio, potevano svolgersi nelle piazze, nei caffè, durante passeggiate lungo l’Adriatico.
Laboratori di teatro, cucito, scultura, pittura, cucina, un salone da parrucchiere, un ristorante e un caffè, un centro di salute mentale, una scuola materna e un grande parco si trovano dietro i muri dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni, nel centro di Trieste. Muri che ancora si conservano come prova che lì, un tempo, c’era un manicomio. Un’idea che oggi va spiegata alle nuove generazioni di bambine, bambini e adolescenti come un mito o un’antica leggenda. Muri a cui alludeva Basaglia dicendo che le pareti della segregazione si innalzavano nella società in tre luoghi: le carceri, i manicomi e i cimiteri.
Anni dopo, in questo 2007, l’esperienza continua. Contestata, criticata, forse più ostacolata, poiché agli inizi fu sostenuta dai partiti di sinistra e oggi la recrudescenza di gruppi di destra in Europa attenta alla rottura istituzionale, dedicandosi a rivendicare le istituzioni totali, gerarchiche e piramidali che in Italia avevano condannato all’ostracismo le persone psichiatrizzate. Resta il fatto che la messa in discussione permanente delle funzioni fu uno dei bastioni originari del movimento: questa critica allo sviluppo del ruolo impedisce che i suoi limiti si irrigidiscano e fa sì che la plasticità sia parte della dinamica del modello.
Ciò che costituì, in modo incipiente ma energico, la prima deistituzionalizzazione nella città di Gorizia nel 1961 — un processo riuscito, ma abortito con l’allontanamento di Basaglia dalla funzione di direttore — fu seguito, dieci anni dopo, dalla sua nomina allo stesso incarico, ma nella città-provincia di Trieste, dove l’ideologo tentò di sviluppare la stessa metodologia.
Influenzato dai precedenti del Maggio ’68 francese, dai movimenti dei lavoratori in Italia, dai partiti della sinistra italiana, dalle esperienze dell’antipsichiatria inglese di Ronald Laing e David Cooper, dai concetti della Comunità terapeutica di Maxwell Jones, dalle concettualizzazioni dei francesi Félix Guattari e Robert Castel, tra gli altri, Basaglia centrò sostanzialmente il processo di deistituzionalizzazione su una serie di punti. Anzitutto il reinserimento sociale delle persone ricoverate, a volte in appartamenti condivisi, a volte in famiglia, a volte in un alloggio individuale; l’eliminazione di qualsiasi metodo coercitivo, come il farmaco punitivo, l’insulinoterapia o l’elettroshock (e questo metodo fu creato da Cerletti e Bini proprio in Italia); il recupero dei diritti civili e umani delle persone internate; il superamento del manicomio, cioè l’abolizione degli ospedali psichiatrici in Italia e il divieto di costruire nuovi luoghi di reclusione psichiatrica; sussidi sanitari dignitosi e coerenti con la realtà socioeconomica delle persone dimesse: furono queste le componenti centrali del processo.
Un processo che, a partire dalla prassi concreta, sfociò nella legge 180 che, come legge nazionale, concedeva circa venticinque anni allo Stato italiano per sopprimere totalmente il sistema manicomiale — il che mostra un’evoluzione interessante: mentre la maggior parte delle leggi introduce una certa dose di ordine e detta regole all’organizzazione sociale, in modo parziale o totale, questa legge viene a dare una cornice legale a ciò che si stava già sviluppando nelle province del nord Italia. Viene dalla pratica regionale sostenuta dalla teoria e va verso la pratica generale sostenuta dalla legge.
Come si vede bene, la soppressione del manicomio è solo una parte del processo. Qui in Argentina si è identificata la deistituzionalizzazione con la chiusura dei manicomi. Deistituzionalizzare è molto più che abolire l’ospedale psichiatrico: implica destrutturare la piramide gerarchica oppressiva che scarica tutto il suo peso sull’ultimo anello della sua catena, la persona malata; e per farlo l’artefice del movimento si basò su tutti i punti descritti per portare avanti la gestione. Purtroppo Basaglia morì nel mezzo del processo. Morì — come avrebbe osservato Miguel Mofatt in un’intervista al quotidiano argentino Página 12 (1987) — per un tumore nell’organo che più aveva difeso in vita: il cervello. Il suo genio, tuttavia, è perdurato negli anni, perché è l’eredità a rendere immortali gli esseri umani.
L’immagine del risultato dell’istituzione manicomiale si è fatta pateticamente presente quando sono tornato a Buenos Aires con il gruppo triestino per un congresso Alternative alla psichiatria (1986), al quale partecipavano diverse figure di riferimento internazionali e nazionali di esperienze di deistituzionalizzazione e di antipsichiatria; alcune di queste esperienze erano lavori svolti all’interno stesso degli ospedali psichiatrici, grazie alla creatività, all’iniziativa e all’audacia di alcuni membri delle équipe curanti che, all’epoca della «guerra sporca», erano stati bollati come sovversivi.
Avevo fatto i miei primi tirocini, al secondo anno di università, in un vecchio reparto dell’ospedale Borda che accoglieva bambini e adolescenti. Lì c’era Palazzo**, un bambino di tredici anni che, con la testa rasata e una bottiglia di vetro vuota in mano, girovagava per il reparto e per i corridoi dell’ospedale chiedendo soldi per comprarsi una Coca-Cola. Quel bambino simpatico e affettuoso si conquistava la tenerezza di quasi tutta l’équipe. Più di una volta, e in genere, ci sorprendeva seduto per terra, tirandoci per i pantaloni per segnalare la sua presenza e reclamare l’immancabile moneta.
Alla fine di quel 1986 arrivavo con la delegazione italiana all’ospedale Borda e aspettavamo nell’atrio centrale per entrare a una delle presentazioni del congresso che vi si teneva. Eravamo presi da un’animata conversazione quando ho sentito che qualcuno mi tirava per i pantaloni. Ho abbassato lo sguardo e, all’improvviso, dieci anni dopo il mio passaggio in quell’ospedale, mi sono ritrovato davanti Palazzo. Sono rimasto pietrificato a osservarlo, e in quella dialettica di sguardi potevo ancora intravedere quel bambino desolato che vagava nel vecchio reparto. Certo, quel ragazzino di allora era ora un uomo con la testa rasata; aveva sostituito la bottiglia di Coca-Cola con un bollitore annerito e un mate vuoto, e chiedeva soldi per comprare la yerba mate. Era ancora seduto per terra, ma con un atteggiamento quasi strisciante. Ho fatto molta fatica a uscire dallo stupore in cui mi aveva gettato quella situazione. Perché quella era l’immagine viva e rappresentativa degli effetti istituzionalizzanti e segreganti del manicomio: dieci anni dopo, Palazzo era ancora nello stesso stato, aveva solo cambiato la bibita con il bollitore e il mate.
Diciannove anni dopo quel primo articolo e quel primo numero di Perspectivas Sistémicas, lo stato degli ospedali psichiatrici in Argentina è cambiato poco. A eccezione dell’esperienza di Río Negro, nella maggior parte di essi non sono stati realizzati cambiamenti sostanziali, e ancor meno deistituzionalizzanti. Qualche modifica estetica, cosmetica, ma nulla sul piano dell’ideologia né di pratiche improntate ad atteggiamenti orizzontali e di reinserimento sociale. Molte figure professionali lavorano isolatamente per un trattamento più umanizzante e antisegregazionista, ma, nella cornice del contesto istituzionale, i loro sforzi vengono divorati dalla sistematizzazione dell’istituzione.
E questo gioco istituzionale attorno alla malattia mentale riguarda anche noi, sul versante sistemico. Forse — ed è probabilmente il motivo principale — perché il modello sistemico e cibernetico applicato alle scienze umane è nato con la psicosi e da lì si è costituito come genesi ideologica e teorica dei gruppi antipsichiatrici e deistituzionalizzanti. Quelle prime ricerche ideate dal gruppo di Bateson, senza negare altre teorie, cercarono di rispondere al fenomeno della schizofrenia osservando ciò che chiamarono «doppio legame», principalmente tra la madre e il membro psicotico. «Verso una teoria della schizofrenia» (1962) fu il primo articolo a sintetizzare tali risultati, e servì da appoggio perché il geniale psichiatra inglese Ronald Laing, insieme a David Cooper, desse corpo al movimento antipsichiatrico.
La teoria, chiaramente, decentrava il ruolo da protagonista della persona designata come malata e attribuiva alla dinamica familiare la responsabilità dei suoi comportamenti bizzarri. Perché, allora, si doveva ricoverare soltanto il paziente designato? A questa domanda l’antipsichiatria e l’équipe basagliana, tra gli altri, risposero con azioni alternative e deistituzionalizzanti; e da noi fu il dott. Mario Tisminetzky2 che, all’ospedale di La Matanza, arrivò a ricoverare l’intera famiglia.
In questo periodo, dalla nascita di Perspectivas Sistémicas a oggi, la corrente sistemica ha cominciato a rettificare alcuni termini che generavano confusione. Anzitutto ha smesso di litigare con la psicoanalisi e di svalutarla per difesa; cioè ha cominciato a costruirsi un’identità propria. Non ha più avuto bisogno, come agli inizi, di «essere differenziandosi da», anche se ha dovuto farsi spazio a gomitate, di fronte a un netto primato della psicoanalisi come unico modello di psicoterapia valido ed etico. Dal canto suo, il mondo psicoanalitico, inizialmente squalificante, è diventato più rispettoso della pratica di altri modelli terapeutici, anche se si ripete ancora l’errore di confondere la psicoanalisi o il farsi psicoanalizzare con la psicoterapia, e l’analista con lo psicoterapeuta.
Note dell’originale
(*) «La libertà è terapeutica?» fu il titolo di copertina del n. 1 di Perspectivas Sistémicas, nel maggio 1988; in quel n. 1, l’articolo del dott. Ceberio si intitolava: «L’Italia e il processo di deistituzionalizzazione psichiatrica: la libertà è terapeutica?».
(**) Il nome reale è stato modificato per evidenti ragioni di segreto professionale.
(2) Il dott. Tisminetzky è stato un pioniere della terapia familiare in Argentina e in America Latina. Il suo lavoro ospedaliero, riconosciuto e originale, è ben illustrato dagli articoli «Educazione, salute e comunità», di Mario Tisminetzky, Nélida Bessutti, Silvia Turchetto e Iris Solá, Perspectivas Sistémicas n. 20 (Ecologia della salute), marzo-aprile 1992, e «La risposta sistemico-cibernetica costruttivista alle situazioni di crisi in un servizio di salute mentale di un ospedale generale della Grande Buenos Aires», Perspectivas Sistémicas n. 48, settembre-ottobre 1997. Questi articoli si possono leggere tra gli articoli online di Red Sistémica: redsistemica.ar.
Chi è Marcelo Rodríguez Ceberio
(1) Il dott. Ceberio è psicologo clinico. Ha conseguito il dottorato in psicologia all’Università di Barcellona e all’Università Kennedy di Buenos Aires. Ha un master in terapia familiare conseguito all’Università Autonoma di Barcellona. Si è formato al modello sistemico presso il Mental Research Institute di Palo Alto, di cui è docente e rappresentante per l’Argentina. È stato coordinatore del gruppo di volontari dell’esperienza di deistituzionalizzazione psichiatrica di Trieste (Italia). Codirige la Scuola sistemica argentina ed è stato codirettore del corso di laurea in psicologia dell’Università Maimónides di Buenos Aires. È professore ordinario all’Università Kennedy di Buenos Aires e in diverse università dell’Argentina e dell’estero. Tiene seminari ed è docente invitato in diverse istituzioni sistemiche e università d’Europa, degli Stati Uniti e dell’America Latina. È editore associato della rivista Perspectivas Sistémicas. Ha pubblicato numerosi articoli e libri, tra cui: Locura, marginación y libertad (ECUA, 2000), in coautorato con Juan Luis Linares; La construcción del universo (Herder, 1998), in coautorato con Paul Watzlawick; Quién soy y de dónde vengo: el taller de genograma (Tres Haches, 2004); Ser y hacer en terapia sistémica: la construcción del estilo terapéutico (Paidós, 2005), in coautorato con Juan Luis Linares; La buena comunicación (Paidós, 2006); Ficciones de la realidad, realidades de la ficción. Estrategias de la comunicación humana (di prossima pubblicazione presso Paidós, 2007), in collaborazione con Paul Watzlawick.
Un estratto
Red Sistémica pubblica online solo un estratto di questo articolo: il testo integrale è apparso nel numero speciale n. 94/95 della rivista Perspectivas Sistémicas. La nostra traduzione riprende la totalità dell’estratto pubblicato online, e nient’altro; il seguito del testo non ci è accessibile. Leggi l’estratto originale in spagnolo.
Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, realizzata dallo spagnolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di «La libertad es terapéutica. Otro elogio de la locura», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, numero speciale n. 94/95, 2007). Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Rodríguez Ceberio, M. (2022). La liberté est thérapeutique. Un autre éloge de la folie (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/la-liberte-est-therapeutique-un-autre-eloge-de-la-folie (Opera originale pubblicata nel 2007 in Perspectivas Sistémicas, numero speciale n. 94/95, 2007; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/08/01/la-libertad-es-terapeutica-otro-elogio-de-la-locura/)
Per approfondire
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