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Clinical Social Work Journal · Migrazione

Luchando Junt@s Por Una Familia Unida (Lottare insieme per una famiglia unita): ricostruire il Sé coeso dei genitori immigrati e guarigione comunitaria dopo una separazione familiare negli Stati Uniti – Una prospettiva della psicologia del Sé

Nel 2018 la politica di «tolleranza zero» ha separato migliaia di famiglie centroamericane che chiedevano asilo alla frontiera degli Stati Uniti. Partendo da una storia migratoria personale e dalla pratica clinica, Cheryl Aguilar si serve di Kohut per leggere il colpo inferto al Sé dei genitori da un governo che ha punito anziché proteggere, e descrive poi gruppi in lingua spagnola nei quali gemellarità, rispecchiamento e idealizzazione ricostruiscono a poco a poco un Sé genitoriale coeso.

Testo di Cheryl Aguilar (Smith College School for Social Work, Northampton, Massachusetts, e Hope Center for Wellness, Washington, DC, USA)Prima pubblicazione Clinical Social Work Journal, 17 febbraio 2024Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Luchando Junt@s Por Una Familia Unida (Fighting Together for a United Family): Rebuilding the Cohesive Self of Immigrant Parents and Community Healing after a Family Separation in the United States – A Self Psychology Perspective, di Cheryl Aguilar, pubblicato in Clinical Social Work Journal (Springer) (2025), doi: 10.1007/s10615-024-00923-4, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

In quel momento i loro sentimenti avevano bisogno di risonanza, non di soluzioni.

Cheryl Aguilar

Abstract

La politica di Tolleranza Zero attuata dall’amministrazione Trump ha portato alla separazione di migliaia di famiglie centroamericane che chiedevano asilo alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Questa politica ha avuto un impatto devastante sulla salute mentale dei genitori e delle loro figlie e dei loro figli. Sebbene la maggior parte della letteratura sulla separazione familiare forzata legata all’immigrazione e sul ricongiungimento si concentri sulle risposte traumatiche dell’infanzia, è essenziale ampliarla fino a includere l’impatto sui genitori, che possono contribuire a mitigare le conseguenze negative degli eventi avversi e dello stress traumatico sulla prole. Quando ai genitori non vengono offerti interventi di cura adeguati e culturalmente sensibili, il loro disagio e i loro bisogni emotivi possono compromettere la capacità di sostenere efficacemente bambine e bambini. Attraverso la lente della psicologia del Sé, questo articolo teorico fa luce sulle esperienze psicologiche dei genitori centroamericani che hanno subìto la separazione familiare forzata. Contribuisce inoltre alla teoria della psicologia del Sé e alla sua integrazione nel lavoro di gruppo con persone centroamericane. L’articolo attinge alla letteratura, alla mia esperienza clinica con persone immigrate e rifugiate e al mio lavoro con famiglie centroamericane richiedenti asilo colpite dalla politica migratoria di «tolleranza zero» per sostenere che la psicologia del Sé offre una chiave per comprendere l’impatto del fallimento empatico del governo sui genitori al loro ingresso negli Stati Uniti, che ha inferto un colpo al loro Sé coeso. Il Sé coeso dei genitori può essere ricostruito grazie a sufficienti esperienze collettive di gemellarità, rispecchiamento e idealizzazione, che nella psicologia del Sé sono bisogni psicologici primari da soddisfare per costruire e mantenere un Sé solido.

Parole chiave: Persone immigrate e rifugiate, Salute mentale delle persone immigrate, Separazione e ricongiungimento familiare legati all’immigrazione, Popolazioni centroamericane, Richiedenti asilo, Interventi di gruppo con persone immigrate, Psicologia del Sé e gruppi

«Tutti parlano del sogno americano, ma nessuno parla dell’incubo americano» – Persona richiedente asilo.

Alla fine del 2021 le persone sfollate con la forza nel mondo erano 89,3 milioni (United Nations High Commissioner for Refugees, 2023). L’America centrale è una regione con una lunga storia di migrazioni forzate e, negli ultimi due decenni, milioni di persone centroamericane sono emigrate negli Stati Uniti per sfuggire alla violenza, alla corruzione dei governi, alle persecuzioni, alle catastrofi naturali, alla pandemia di COVID-19, alla povertà estrema e ad altre difficoltà sociopolitiche e ambientali (Babich & Batalova, 2021), da sole, con le proprie famiglie o in carovane (Rechitsky & Hoekstra, 2020; Kenix & Lopez, 2021). L’aumento dell’immigrazione, in particolare attraverso la frontiera tra Stati Uniti e Messico, è stato affrontato con politiche di controllo dure e oppressive, come la politica migratoria di «tolleranza zero» attuata dall’amministrazione Trump nel 2018 (Refugees International, 2018), che ha portato alla straziante separazione forzata di famiglie richiedenti asilo appena arrivate (Olivares, 2019). Le separazioni hanno inflitto un profondo trauma emotivo e gravi ripercussioni sulla salute mentale, e hanno negato alle famiglie diritti umani fondamentali, tra cui il diritto a un giusto processo (Baker & Timm, 2020).

La separazione di bambine e bambini dai genitori è una pagina oscura della storia americana. Questa pratica ha colpito migliaia di bambine e bambini ridotti in schiavitù e nativi americani, separati con la forza dai genitori dal governo degli Stati Uniti, causando un trauma e un dolore immensi alle loro famiglie (Burrison, 2007; Curtin, 2017; Williams, 2018). Secoli dopo, la politica di tolleranza zero è uno degli esempi più recenti di una politica razzista e xenofoba concepita per separare le famiglie nonostante le prove delle ferite psicologiche traumatiche che avrebbe causato (Hampton et al., 2021). Analizzare l’impatto della politica di tolleranza zero è cruciale: in quanto misura governativa dei nostri giorni, ha letteralmente e psicologicamente lacerato le famiglie e ha inflitto stress traumatico e danni duraturi ai legami di attaccamento. Le separazioni familiari forzate prodotte da questa politica sono state definite tortura, crimine contro l’umanità (Arreaga, 2022) e trauma sistemico1 (Domínguez, 2022).

Con la politica di tolleranza zero, le persone sorprese ad attraversare la frontiera tra Messico e Stati Uniti come immigrate non autorizzate2 vengono perseguite penalmente come criminali anziché essere sottoposte a procedimenti civili o amministrativi (Famulari, 2020). Quando l’allora procuratore generale Sessions presentò la politica, annunciò che probabilmente avrebbe comportato la separazione della prole dai genitori affinché questi potessero essere perseguiti (Olivares, 2019). Di conseguenza, genitori immigrati provenienti soprattutto dall’America centrale sono stati separati dalle figlie e dai figli al loro arrivo o espulsi, mentre la prole veniva inviata per lunghi periodi in diverse strutture del paese, tra cui centri di detenzione e di accoglienza (American Civil Liberties Union, 2019). La politica di Tolleranza Zero ha portato alla separazione di oltre 5.000 famiglie immigrate (Bruzzone, 2021) senza alcun piano di ricongiungimento (Olivares, 2019). La maggior parte delle famiglie proveniva da Guatemala, Honduras ed El Salvador, e la maggior parte dei minori separati erano ragazzi tra i 5 e i 17 anni (American Civil Liberties Union, 2019). Ad aprile 2023, quasi 1.000 famiglie non erano ancora state ricongiunte (Department of Homeland Security, 2023).

Gli effetti della politica di tolleranza zero si faranno sentire per anni. È documentato che le separazioni legate all’immigrazione possono avere conseguenze a lungo termine sulla salute mentale, tra cui sintomi traumatici, ansia, depressione e disturbi del comportamento (Delgado et al., 2021). Esiste anche un rischio di trauma intergenerazionale. La separazione familiare tra un bambino o una bambina e un genitore ha conseguenze di rottura dell’attaccamento che possono interferire con la relazione con la persona che se ne prende cura, e con gli altri, fino all’età adulta (Cohen & Mannarino, 2019). La separazione familiare incide negativamente anche sui genitori ed è associata a una maggiore prevalenza del disturbo da stress post-traumatico e del disturbo depressivo maggiore tra i caregiver separati con la forza dalla prole (Bruzzone, 2021).

Le difficoltà genitoriali successive alla separazione e al ricongiungimento legati all’immigrazione restano poco esplorate in letteratura. Interventi di servizio e di policy tempestivi, efficaci e culturalmente sensibili a sostegno dei genitori centroamericani richiedono una sintonizzazione con le loro esperienze psicologiche. La ricerca ha mostrato che i genitori possono mitigare le conseguenze negative degli eventi avversi e dello stress traumatico sulla prole. Williamson et al. (2018) sostengono che la risposta genitoriale ai sintomi traumatici svolge un ruolo importante nel favorire o nell’ostacolare l’adattamento psicologico; tuttavia, senza un sostegno adeguato, il disagio e i bisogni emotivi dei genitori possono compromettere la loro capacità di sostenere efficacemente figlie e figli.

Questo articolo teorico esamina le difficoltà psicologiche che i genitori colpiti dalla politica di tolleranza zero affrontano dopo un ingresso traumatizzante negli Stati Uniti. Le loro esperienze vengono spiegate attraverso la lente della psicologia del Sé, una teoria psicodinamica che servirà anche da cornice per un intervento di gruppo culturalmente informato. La psicologia del Sé è una teoria e un approccio psicoanalitici volti a comprendere lo sviluppo umano e il funzionamento psicologico. È stata elaborata da Heinz Kohut, eminente psicoanalista, alla metà del XX secolo. La psicologia del Sé si concentra sulla formazione e sullo sviluppo del Sé, sottolineando l’importanza della sintonizzazione empatica (Kohut, 1971). È una teoria adatta al lavoro con richiedenti asilo perché consente di comprendere l’impatto dell’ambiente esterno sulla psiche e perché è stata estesa al lavoro di gruppo.

In questo articolo sostengo che la psicologia del Sé offre una chiave per comprendere l’impatto del fallimento empatico del governo sui genitori al loro ingresso negli Stati Uniti, che ha inferto un colpo al loro Sé coeso, ossia al loro senso di interezza e di continuità dell’identità. Ipotizzo che il Sé coeso di un genitore possa essere ricostruito grazie a sufficienti esperienze collettive di gemellarità, rispecchiamento e idealizzazione, che nella psicologia del Sé sono bisogni psicologici primari per costruire e mantenere un Sé solido. Comincio l’articolo delineando brevemente il contesto migratorio centroamericano e discutendo l’impatto psicosociale dell’immigrazione, della migrazione forzata, della separazione familiare e del ricongiungimento. Proseguo con una sintesi dei concetti chiave della psicologia del Sé ed esploro il modo in cui chi conduce il gruppo, i membri del gruppo e il gruppo stesso possono soddisfare i bisogni psicologici del genitore colpito. Infine, approfondisco il concetto di internalizzazione trasmutante, ossia l’internalizzazione di un’esperienza, e propongo che il gruppo nel suo insieme, una volta internalizzato, possa svolgere una funzione cruciale di coping. Un caso composito tratto dalla mia pratica individuale e di gruppo con genitori centroamericani servirà a illustrare le tesi teoriche.

Posizionamento

Come persona immigrata dall’Honduras, mi accosto a questo tema con l’esperienza vissuta di una separazione e di un ricongiungimento familiare legati all’immigrazione, un’esperienza che non riguarda solo me o il caso composito che presento in questo articolo. Molti percorsi migratori prevedono che i membri della famiglia migrino separatamente e si ricongiungano in seguito; tuttavia, le esperienze di separazione migratoria variano a seconda delle circostanze che accompagnano la separazione e il ricongiungimento. La mia familiarità con la questione guida la mia curiosità clinica nell’esplorare, comprendere e sostenere le famiglie immigrate le cui situazioni di separazione e ricongiungimento portano a lotte e sofferenze, ma anche a speranza e determinazione.

Perché vengono? Il contesto della migrazione forzata dall’America centrale agli Stati Uniti

Storicamente, l’immigrazione dall’America centrale verso gli Stati Uniti è stata il risultato di un’interazione sfaccettata di fattori di spinta e di attrazione3 profondamente radicati in contesti socioeconomici, politici e storici (Rosenblum & Brick, 2011), ed è strettamente intrecciata con il contesto storico del coinvolgimento statunitense nella regione (Organista, 2023; Zayas, 2023). Negli ultimi due decenni, le popolazioni centroamericane hanno continuato a confrontarsi con condizioni di vita difficili, segnate da una crisi sociopolitica persistente caratterizzata da una crescente violenza delle gang, povertà estrema, mancanza di opportunità educative, corruzione e instabilità dei governi, che hanno spinto le famiglie a cercare protezione e migliori opportunità altrove (Gerschutz-Bell, 2022; Meyer & Taft-Morales, 2019) e hanno determinato un’impennata delle domande di asilo negli Stati Uniti (Edyburn & Meek, 2021). Numerosi lavori accademici sono stati pubblicati sui fattori fondamentali che contribuiscono alla diffusione della disuguaglianza e della violenza in America centrale, tra cui l’eredità persistente del colonialismo e l’impatto delle politiche economiche e commerciali di sfruttamento degli Stati Uniti, le catastrofi naturali, il cambiamento climatico e il malgoverno (Eckler, 2020; Edyburn & Meek, 2021; Main, 2020; Meyer & Taft-Morales, 2019). Il coinvolgimento degli Stati Uniti ha esercitato un’influenza significativa sul panorama politico, economico e sociale di paesi come Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua. In particolare, durante la guerra civile guatemalteca, dal 1960 al 1996, il sostegno statunitense al regime militare guatemalteco ha contribuito ad aggravare instabilità e violenza, provocando in ultima analisi vasti spostamenti di popolazione e migrazioni forzate (Rabe, 2012). Analogamente, in El Salvador e in Honduras, il coinvolgimento statunitense nei conflitti interni e il sostegno a regimi autoritari hanno contribuito allo sfollamento di centinaia di migliaia di persone (D’Haeseleer, 2017; LeoGrande, 1998; Montgomery, 1995). Le conseguenze di questi interventi storici continuano a farsi sentire ancora oggi, mentre i paesi centroamericani fanno i conti con l’eredità duratura della violenza, della povertà e dell’instabilità politica. Questi fattori hanno spinto molte persone e famiglie a cercare rifugio e sicurezza economica negli Stati Uniti, contribuendo alle continue difficoltà migratorie alla frontiera tra Stati Uniti e Messico.

Le persone migranti internazionali che arrivano alla frontiera tra Stati Uniti e Messico, costrette a lasciare i propri paesi d’origine e in fuga da situazioni che mettono a rischio la loro vita, hanno spesso i requisiti per essere considerate rifugiate bisognose di protezione giuridica. Questo movimento migratorio con un elemento di coercizione, che comprende minacce alla vita e ai mezzi di sussistenza derivanti da cause sia naturali sia umane, è comunemente noto anche come migrazione forzata (Reed et al., 2016). La protezione giuridica delle persone rifugiate è riconosciuta dal 1951, quando la Convenzione delle Nazioni Unite sullo status dei rifugiati stabilì che nessuno dovesse essere rimandato in un paese in cui corre dei pericoli (Chin & Cortes, 2015; Hatton, 2020). Tuttavia, questi diritti vengono spesso violati e sono minacciati dai divieti di asilo voluti dai governi.

La migrazione forzata dall’America centrale riflette un fenomeno profondamente preoccupante e complesso, alimentato da fattori che si intrecciano, come la violenza persistente, la criminalità organizzata e l’instabilità politica, che creano un ambiente in cui la sicurezza è gravemente compromessa. Un esempio di persone migranti costrette a partire a causa dei disordini si ebbe negli anni Ottanta, quando oltre 300.000 persone colpite dalle guerre civili regionali in America centrale, soprattutto provenienti da El Salvador, Nicaragua e Guatemala, fuggirono dai loro paesi d’origine. Tra gli anni Ottanta e Novanta la migrazione dall’America centrale è più che triplicata (Babich & Batalova, 2021). Dal 2014 si stima che circa 400.000 persone l’anno, con nuove tendenze migratorie che riguardano donne e minori, siano emigrate da El Salvador, Guatemala e Honduras (Cheatham & Roy, 2020). L’escalation della violenza in questi paesi, che hanno tra i tassi di omicidio più alti al mondo, è stata documentata come il motivo più frequente associato alla migrazione forzata (Roth et al., 2022).

In un altro esempio di tendenza violenta con implicazioni di trauma storico e intergenerazionale (Cerdeña et al., 2021), alcune famiglie centroamericane colpite dalla politica di tolleranza zero sono fuggite dai loro paesi d’origine dopo essere state prese di mira dalla violenza delle gang, per paura di continue persecuzioni e per impedire che figlie e figli venissero reclutati, stuprati o uccisi dalle gang (Hampton et al., 2021). Le persecuzioni commesse dalle gang violente della regione ricalcano la tirannia delle guerre civili del passato, quando i bambini venivano reclutati come soldati per combattere nella guerra civile di El Salvador (Courtney, 2010), costringendo le famiglie a fuggire per sottrarre i figli al reclutamento. In un sistema di riforma migratoria statunitense che vacilla, le famiglie centroamericane colpite da queste condizioni dispongono di vie limitate verso la cittadinanza statunitense a causa dei tetti ai visti, della riduzione dei visti di lavoro e temporanei e dei lunghi arretrati nell’esame dei visti di immigrazione, che possono arrivare fino a 20 anni. Questi ostacoli spingono le famiglie in situazioni precarie a chiedere asilo negli Stati Uniti come una delle poche opzioni legali per sottrarsi a situazioni pericolose (Bier, 2022).

L’impatto psicologico della migrazione forzata

Un’ampia letteratura ha approfondito l’impatto psicologico della migrazione. Che si fugga dalla violenza, ci si ricongiunga con familiari o si perseguano opportunità economiche o educative, il percorso migratorio è un percorso di separazione, cambiamento, adattamento, emozioni, lutto, guadagni e perdite, e di rielaborazione dell’identità e della narrazione di sé (Akhtar, 1999; Falicov, 2011; Grinberg & Grinberg, 1989; Zayas, 2015). Le persone richiedenti asilo in fuga da violenze e persecuzioni si trovano di fronte a eventi traumatici cumulativi e nuovi, vissuti prima, durante e dopo il percorso migratorio e nel paese di accoglienza.

L’entità dell’impatto psicologico dell’immigrazione dipende anche da diversi fattori legati alle circostanze della migrazione, al tipo di esperienza migratoria, alla fase dello sviluppo in cui è avvenuta, al sostegno disponibile prima e dopo la migrazione e al fatto che la persona migrante sia arrivata da sola o con familiari (Akhtar, 1999; Falicov, 2011; Lijtmaer, 2017; Tummala-Narra, 2019).

Di fronte a un contesto sociale, culturale e politico sconosciuto e diverso, migrare in un nuovo paese può provocare uno shock culturale (Lijtmaer, 2020). Akhtar (1999) sostiene che questa esperienza è aggravata dal clima politico e sociale, dall’accoglienza riservata dal paese ricevente e dalle narrazioni sulle persone immigrate nel paese ospitante, che incidono sull’immagine di sé e sul senso di sé di chi immigra. Nel corso della storia, le popolazioni immigrate si sono costantemente scontrate con percezioni negative e stereotipi persistenti. Questi pregiudizi hanno conseguenze rilevanti: influenzano il trattamento riservato alle persone immigrate, orientano le politiche migratorie e incidono profondamente sul loro benessere psicologico. Le rappresentazioni negative delle persone immigrate le dipingono spesso come una minaccia per la sicurezza, l’identità e il tessuto culturale del paese ospitante (Gonzales et al., 2019). Queste narrazioni dannose tendono a inasprirsi, in particolare quando l’immigrazione proviene da determinate regioni geografiche, riguarda persone razzializzate o è percepita come non autorizzata. Ad esempio, le persone immigrate centroamericane e messicane sono state additate come criminali, portatrici di malattie e intenzionate a sfruttare le opportunità economiche degli Stati Uniti (Massey, 2020). La ricerca indica che la diffusione di sentimenti radicati nel risentimento verso le persone latinx e l’ascesa del nazionalismo bianco contribuiscono in modo significativo alla percezione delle persone immigrate come soggetti criminali (Baranauskas & Stowell, 2022). Questi pregiudizi nascono spesso da timori legati all’ignoto e alla concorrenza economica, e sono esacerbati da tendenze nativiste e sentimenti xenofobi. Tali rappresentazioni, perpetuate dai media, dal discorso politico e dall’opinione pubblica, hanno contribuito congiuntamente a una narrazione disumanizzante che corrode l’autostima delle persone immigrate e ne accresce il senso di emarginazione (Morey, 2018). Il costo psicologico è considerevole, poiché le persone immigrate si confrontano con una vergogna interiorizzata, un’ansia accentuata e un senso di appartenenza indebolito.

Le alterazioni dell’identità e della continuità del Sé hanno implicazioni importanti per il senso di capacità di una persona. Lijtmaer (2017) afferma che le persone richiedenti asilo subiscono rifiuto, disumanizzazione e vergogna, e provano sentimenti di impotenza, perdita di dignità, frustrazione e rabbia quando si percepiscono come indesiderate. Sostiene che le persone richiedenti asilo soffrono già, o soffriranno presto, di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) a causa del trauma psichico, e suggerisce che un simile assalto traumatico porti spesso alla perdita della coesione fisica e della continuità del Sé.

Altre difficoltà che le persone migranti affrontano sono i sentimenti contrastanti, come il senso di colpa per aver lasciato le persone care, la paura del futuro, la solitudine e la tristezza che possono prevalere dopo la migrazione, insieme a esperienze di gioia, a un maggiore senso di sicurezza e alla speranza nel futuro. A questi sentimenti contraddittori si aggiungono il desiderio di tornare in un luogo familiare (cioè il paese d’origine) quando si vive il rifiuto o si avverte una mancanza di appartenenza, e la perdita e il lutto legati all’impossibilità di tornare nel proprio paese senza mettere a rischio la procedura di asilo o una volta ottenuto lo status di rifugiato.

L’impatto psicologico della separazione familiare

L’impatto traumatico sui bambini e sulle bambine allontanati con la forza dalle loro famiglie è ben documentato in letteratura (Monico et al., 2019). Sebbene esuli dagli obiettivi di questa ricerca passare in rassegna l’intera storia dell’impatto delle separazioni familiari e della teoria dell’attaccamento, è essenziale riconoscere i contributi psicodinamici storici alla comprensione dell’impatto della separazione familiare forzata. Monico et al. (2019) hanno sintetizzato le ricerche condotte nel Regno Unito dallo psicologo John Bowlby, preoccupato per l’infanzia che il governo britannico aveva allontanato dai pericoli dei bombardamenti di Londra durante la Seconda guerra mondiale per metterla al sicuro in campagna. Bowlby, che elaborò la teoria dell’attaccamento genitore-figlio, studiò l’infanzia che visse queste evacuazioni. Osservò che chi subiva separazioni prolungate dalle principali figure di accudimento mostrava i livelli di trauma più marcati. Le sue osservazioni lo portarono a concludere che l’infanzia che aveva stabilito un profondo attaccamento emotivo e un senso di fiducia con le persone adulte della propria vita era più capace di far fronte alla situazione. Concluse che le separazioni dai genitori portavano a un attaccamento perturbato con la figura di accudimento, a difficoltà di attaccamento nelle fasi successive della vita e alla delinquenza giovanile. Se questa prima letteratura ha documentato bene l’impatto della separazione sull’infanzia, gli effetti sui genitori sono stati poco studiati.

Le separazioni dai genitori o dalle principali figure di accudimento sono state documentate come uno dei fattori di stress traumatico più gravi che un bambino o una bambina possa vivere, con un impatto nefasto sull’attaccamento, soprattutto quando avvengono in circostanze improvvise, caotiche, spaventose e prolungate (The National Child Traumatic Stress Network, 2022). Separazioni di questo tipo aumentano il rischio di sviluppare depressione, ansia e disturbo da stress post-traumatico legato alla separazione, condizioni che sono state documentate anche nei genitori (de la Peña et al., 2019). La letteratura e le evidenze cliniche suggeriscono che le madri esposte al trauma rispondono meno al disagio della prole, il che le porta a distaccarsene (Kim et al., 2014). Inoltre, il trauma genitoriale può incidere direttamente sul benessere psicologico di figlie e figli. In uno studio sulla trasmissione del trauma nelle famiglie rifugiate, Dalgaard et al. (2016) hanno rilevato che la storia traumatica dei genitori e i successivi sintomi di PTSD possono influenzare negativamente la prole e portarla a sviluppare disagio psicologico. Inoltre, la separazione familiare forzata in un contesto di detenzione è stata direttamente correlata a esiti di salute mentale come la depressione, i sintomi di PTSD e la qualità di vita psicologica (de la Peña et al., 2019).

Realtà vs. aspettativa: le esperienze psicologiche dei genitori centroamericani

Le aspettative delle persone richiedenti asilo riguardo alla loro transizione migratoria si scontrano spesso con una realtà molto diversa da quella immaginata. Come mi disse una volta una persona che avevo seguito in terapia, ex richiedente asilo: «Tutti parlano del sogno americano, ma nessuno parla dell’incubo americano.» Con la politica di Tolleranza Zero, le famiglie in cerca di sicurezza hanno vissuto il governo statunitense come ostile e punitivo, un governo che le considerava «cattive» e le trattava come criminali. In netto contrasto, i genitori centroamericani con cui ho lavorato considerano la loro decisione di chiedere asilo un atto di coraggio e di sacrificio per il benessere di figlie e figli. Pur restando convinti che migrare sia stato un atto di coraggio, molti dei genitori con cui ho lavorato lottano al tempo stesso con l’interiorizzazione di alcuni degli stereotipi negativi dominanti.

Nella mia pratica clinica individuale e di gruppo ho osservato almeno due stati affettivi iniziali nelle persone adulte in seguito alla separazione e al ricongiungimento familiare: ansia e depressione, seguite dall’attivazione di sintomi traumatici. L’ansia è legata a ciò che i genitori hanno provato durante la separazione, mentre erano in detenzione, e la depressione a ciò che provano dopo il ricongiungimento con la prole. Le esperienze traumatiche passate si riattivano durante il periodo del ricongiungimento, quando i genitori si confrontano con le ragioni della loro fuga e con i propri sentimenti di colpa, autoaccusa e rabbia. Queste ultime emozioni sono amplificate dall’impatto della separazione familiare su figlie e figli e dai rimproveri che questi rivolgono ai genitori. Le esperienze affettive dei genitori sono complicate dalla regressione a stati più arcaici, dalla perdita permanente delle loro capacità di autocalmarsi e di autoconsolarsi e da un senso di impotenza intollerabile. Questi stati psicologici sono aggravati dai continui ostacoli che i genitori incontrano nel cercare di soddisfare i bisogni fondamentali di alloggio, lavoro, servizi legali e sanitari, dalla pressione aggiuntiva dei limiti legati al loro status migratorio e dall’esposizione alla discriminazione e al razzismo.

Un caso composito che illustra le esperienze psicologiche dei genitori separati dalla prole

I genitori separati, come Silvia, hanno riferito un’angoscia intensa dovuta alla mancanza di informazioni su dove si trovassero figlie e figli, che generava continue preoccupazioni per il loro benessere e confusione sul processo di separazione e di detenzione. «Estaba desesperada» («Ero disperata»), ricordava Silvia. Era emigrata dall’Honduras all’inizio del 2018 con le sue due figlie e il figlio, che avevano tra i 5 e i 14 anni. In diversi periodi della sua vita era stata vittima di più stupri, l’ultimo dei quali nel 2016. L’aggressore aveva minacciato di fare ancora del male a lei e ai suoi figli una volta uscito di prigione, e le minacce erano proseguite per diversi mesi dopo la sua incarcerazione e si erano intensificate poco prima della sua scarcerazione. Persone sconosciute si presentavano a casa di Silvia per avvertirla: «Ten cuidado, algo va a pasar, él va a buscar revancha» («Stai attenta, sta per succedere qualcosa. Cercherà vendetta.»). I timori di Silvia che la violenza contro di lei continuasse erano fondati. L’Honduras ha i tassi di femminicidio più alti dell’America latina (United Nations Sustainable Development Group, 2021), e Silvia aveva sentito parlare di alcune persone della sua comunità scomparse senza lasciare traccia.

Terrorizzata da ciò che l’aggressore avrebbe potuto fare, Silvia fuggì con i figli attraverso le frontiere del Guatemala e del Messico, come avevano già fatto altre persone in situazioni di minaccia simili. Sperava di trovare sicurezza e protezione negli Stati Uniti. Con suo sgomento, e in quello che lei chiama il suo incubo, il giorno dopo aver attraversato la frontiera il governo le portò via i figli e lei fu arrestata. «No hice nada malo. Nunca le he hecho nada malo a nadie y me trataron como una criminal. Lo único que quería hacer era protegerlos» («Non ho fatto niente di male. Non avevo mai fatto del male a nessuno, eppure sono stata trattata come una criminale. Volevo solo proteggerli»). Silvia ricorda ancora vividamente la figlia più piccola che piangeva e tendeva le braccia verso di lei mentre un funzionario dell’immigrazione la portava via.

Durante la detenzione amministrativa per motivi di immigrazione, Silvia faceva fatica a dormire e, quando finalmente riusciva ad addormentarsi, aveva incubi su circostanze traumatiche del passato e sul futuro della sua famiglia. Soffriva di attacchi di panico e riferiva di sentirsi irrequieta la maggior parte del tempo. Raccontava di pensare al peggio e di temere di non rivedere mai più i suoi figli. Quando cercò sostegno presso il personale del centro di detenzione e chiese dove fossero i suoi figli, il personale si mostrò disinformato e indifferente. Si sentì derisa, incompresa e senza nessuno a cui rivolgersi per avere aiuto.

Silvia fu espulsa dopo cinque mesi di detenzione, e i suoi figli furono affidati al padre, che era emigrato negli Stati Uniti in precedenza. Circa tre anni dopo l’espulsione, nell’ambito della Task Force sul ricongiungimento delle famiglie dell’amministrazione Biden (Olivares, 2023), Silvia si ricongiunse con i figli. Nonostante la gioia iniziale, Silvia sentiva che qualcosa era cambiato radicalmente. «Ya no me quieren. Se alejan de mí y ya no me escuchan. Es como que ya no existo» («Non mi vogliono più bene. Mi respingono e non mi ascoltano nemmeno. È come se non esistessi»), raccontava tra i singhiozzi. Questo doloroso distacco la fece sprofondare in un profondo stato depressivo, con ideazione suicidaria. Pur essendosi finalmente ricongiunta con i figli, si sentiva più sola di quando erano separati. Negli anni della separazione i figli di Silvia erano cresciuti molto, parlavano correntemente l’inglese e avevano sviluppato gusti diversi in fatto di cibo, abbigliamento e passatempi. Avevano anche costruito un forte legame con il padre, diventato per loro una fonte di sostegno e di orientamento, e Silvia sentiva di non riuscire a entrare in sintonia con loro. Ancora più doloroso, però, era per Silvia il sentirsi rifiutata dalla prole. Questo rifiuto è legato ai sintomi traumatici dei figli, che li avevano portati a percepirsi abbandonati. Si chiedevano che cosa fosse successo, perché lei non ci fosse stata per loro e se avesse lottato per riaverli. Per Silvia era difficile da accettare perché, nonostante i ripetuti tentativi di spiegare alle figlie che la separazione non era colpa sua, si sentiva incompresa e ferita dalle loro reazioni. Le vecchie ferite della violenza sessuale cominciarono a riaprirsi mentre ricordava le ragioni della sua fuga, ma non poteva condividerle fino in fondo a causa della vergogna.

Alcuni genitori e alcune famiglie vivono la classica luna di miele che segue il ricongiungimento. Questo periodo felice si interrompe quando i fattori di stress accumulati durante la separazione e il ricongiungimento si manifestano sotto forma di problemi psicosociali (Lu et al., 2020). I genitori separati dalla politica di tolleranza zero hanno riferito di non riuscire più a entrare in relazione con figlie e figli come un tempo, di cominciare a dubitare delle proprie decisioni migratorie e di provare una profonda tristezza quando percepivano il loro rifiuto. Dopo il ricongiungimento, quando incontrano difficoltà a ristabilire il legame, perdono la speranza che la situazione possa migliorare, il che porta a un’inadeguatezza genitoriale percepita e reale. Si trovano in un dilemma: cercano di consolare la prole senza capire con precisione che cosa non va, mentre tentano al tempo stesso di spiegare come sia avvenuta la separazione familiare, il che può ridurre la loro capacità di convalidare il dolore di figlie e figli perché sono occupati a curare la propria sofferenza. Spesso vivono il loro dolore in solitudine, senza nessuno in grado di capirli. Dopo il ricongiungimento, i genitori descrivono sintomi di stress traumatico e descrivono la prole come cambiata, provocatoria e distante. La risposta traumatica di figlie e figli e la loro espressione (comportamenti verbali e non verbali) di irritabilità e rabbia vengono interpretate come «malcriados» (maleducati, sgarbati, monelli). La capacità dei genitori di gestire la nuova situazione incide sul loro senso di competenza. Sentendosi senza speranza e rifiutati, possono smettere di cercare un contatto con la prole per una paura inconscia, e talvolta consapevole, del rifiuto e della frustrazione di vedere fallire i propri tentativi. Silvia smise di provarci dopo alcuni mesi di tentativi di riavvicinarsi ai figli, perché sentiva che i suoi sforzi erano inutili, per quanto si impegnasse. Smise di abbracciare, baciare e stringere a sé le figlie, che a loro volta smisero di provarci. Silvia ricorda di essersi sentita tra estranei. Quando si sentì incapace di fare la madre, la sua autostima andò in frantumi, con ripercussioni su altri aspetti della sua vita, tra cui la capacità di stringere nuove amicizie, per vergogna e per paura di essere giudicata se avessero saputo dei suoi problemi familiari.

Sebbene Silvia si sentisse spesso sconfitta nei primi tentativi di riavvicinarsi ai figli, nei momenti di dolore non smise mai di pregare per avere conforto, guida e perché la situazione migliorasse. Leggeva la Bibbia ogni giorno e diceva: «Esto me alimenta el espíritu y me ayuda en momentos difíciles» («Questo nutre il mio spirito e mi aiuta nei momenti difficili»). Si collegava inoltre in videochiamata con la madre in Honduras alcune volte alla settimana. Queste risorse e queste azioni contribuirono ad attenuare la depressione di Silvia.

Trovare forza, connessione e guarigione attraverso gli interventi di gruppo

Mentre offrivo terapia individuale a genitori che avevano vissuto la separazione familiare forzata, ho cominciato a individuare temi ricorrenti in quelle sedute. I genitori esprimevano confusione di fronte ai nuovi comportamenti di figlie e figli e faticavano a comprenderli e a calmarli, mentre affrontavano le proprie emozioni legate all’esperienza della separazione e del ricongiungimento. Dalle sedute individuali sono emerse diverse domande centrali, tra cui: «¿Qué hago para ayudar a mis hijos? ¿Cómo hago para que las cosas sean como antes? ¿Por qué no me entienden? ¿Por qué no me hacen caso y se alejan de mí?» («Cosa faccio per aiutare i miei figli? Cosa faccio perché le cose tornino come prima? Perché non mi capiscono? Perché non mi ascoltano più? E perché si allontanano da me?»).

Sullo sfondo di queste domande incombevano gli effetti della rottura dell’attaccamento, che si manifestavano nel ritiro reciproco della prole e dei genitori. L’impatto della rottura dell’attaccamento e la risposta traumatica del governo, che aveva punito i bisogni di sicurezza, sostegno e rifugio dei genitori, hanno portato a un calo dell’autostima e a un senso di sé genitoriale ostacolato. I genitori cominciavano a sentire di aver fallito nei loro tentativi di proteggere la prole e a dubitare della propria capacità di gestire la situazione in casa. Tra i fattori di stress schiaccianti dell’essere persone appena immigrate e del far fronte agli effetti del trauma, i genitori avevano un accesso ridotto alle proprie risorse interiori, alle proprie qualità e alla propria capacità di sopravvivere a situazioni precarie. Oltre a occuparmi delle difficoltà emotive dei genitori, ho visto la necessità di offrire psicoeducazione sull’impatto traumatico delle separazioni e sui loro effetti sull’attaccamento. Nonostante alcuni progressi che osservavo nella terapia individuale, l’entità del dolore dei genitori sembrava richiedere una risposta forte e collettiva da parte di persone con esperienze simili (gemellarità), anch’esse desiderose di comprensione e di rispecchiamento di sofferenze, risorse e obiettivi mai rispecchiati.

Avendo ideato e realizzato numerosi gruppi terapeutici per persone immigrate, come Emotions and Politics, un gruppo in lingua spagnola per persone immigrate in ansia per il clima politico, e avendo visto in prima persona l’impatto positivo che aveva sulle persone partecipanti il fatto di stare in comunità con altre colpite dallo stesso problema, ho deciso di creare un gruppo terapeutico per genitori centroamericani nell’ambito della mia attività di salute mentale di comunità. I gruppi sono durati tra le 8 e le 12 sedute settimanali; sono gruppi chiusi che si riuniscono online su Zoom e sono condotti in spagnolo, la mia lingua madre e la lingua madre e d’elezione delle persone partecipanti. Per ogni gruppo vengono reclutati fino a 12 genitori. I requisiti per partecipare al gruppo sono: (a) aver vissuto la separazione dalla prole, (b) aver vissuto in seguito il ricongiungimento e (c) incontrare difficoltà nel relazionarsi con figlie e figli. Non era richiesto di aver seguito una terapia prima di entrare nel gruppo, ma alcune persone partecipanti avevano seguito una terapia individuale.

Con lo slogan Conéctate, Aprende y Sana con Mi Familia Unida! (Connettiti, impara e guarisci con la mia famiglia unita), il gruppo viene presentato ai genitori come uno spazio sicuro in cui apprendere strategie per affrontare la transizione del ricongiungimento, le emozioni e le esperienze traumatiche derivanti dalla separazione familiare. Le idee per i temi sono nate da questioni osservate nelle sedute individuali e da argomenti su cui i genitori desideravano saperne di più. Le sedute hanno affrontato i seguenti temi: Orientamento al gruppo e finalità, Il percorso migratorio come fattore di stress, Che cosa significa essere immigrati, Psicoeducazione sul trauma, Fasi dello sviluppo infantile e trauma, Ruolo dell’attaccamento nello sviluppo infantile, Strategie di connessione e di costruzione dell’attaccamento, I linguaggi dell’amore, Strategie educative informate sul trauma, Cura di sé dei genitori, Orientarsi tra scuole e risorse della comunità, Riflessioni conclusive. Ogni seduta comprende tre componenti terapeutiche: elaborazione, psicoeducazione e sviluppo di capacità di coping.

Finora la maggior parte delle persone partecipanti sono state madri tra i venti e i quarant’anni passati. Ho condotto finora tre gruppi terapeutici per famiglie centroamericane, due dei quali basati sui principi della psicologia del Sé.

Pur disponendo di un elenco di temi che a mio avviso rispondeva ai bisogni dei genitori che vedevo emergere nelle sedute individuali, il gruppo che ho condotto nella primavera del 2022 mi ha permesso di cogliere più da vicino, e di sintonizzarmi con, la profondità delle ferite narcisistiche4 dei genitori. A differenza di altri gruppi che avevo condotto, in cui informazione e convalida erano sembrate utili alle persone partecipanti, questa metodologia basata sull’informazione non ha trovato risonanza in questo nuovo gruppo di genitori, violentemente strappati dalla prole per mano del governo. La «psicoeducazione» sui sintomi traumatici di figlie e figli e sulle strategie per aiutarli ad affrontarli era difficile da accettare quando i genitori avevano le proprie delusioni, la propria rabbia e la propria perdita di cui occuparsi. Questo approccio psicoeducativo potrebbe aver inflitto un’ulteriore ferita sulle loro ferite. Ho anche cominciato a osservare che i bisogni individuali passavano in secondo piano rispetto ai bisogni del gruppo nel suo insieme. A quel punto ho deciso di mettere da parte il mio elenco di temi e di rispondere al gruppo man mano che i temi emergevano spontaneamente nelle sedute, attraverso la lente della psicologia del Sé, una teoria che stavo approfondendo. Prima di informazioni e strumenti, i genitori avevano bisogno di connessione e di una maggiore sintonizzazione empatica per sentirsi visti, ascoltati e compresi. In quel momento i loro sentimenti avevano bisogno di risonanza, non di soluzioni. L’enfasi della teoria sulla sintonizzazione empatica ha reso del tutto naturale il mio nuovo orientamento teorico per i gruppi.

Una rassegna dei concetti chiave della psicologia del Sé

In The Restoration of the Self, Heinz Kohut, pioniere della psicologia del Sé, una teoria che sottolinea il ruolo dell’empatia nello sviluppo e nel mantenimento di un Sé coeso, affermò che un neonato nasce potente grazie a un ambiente di risposte empatiche (Kohut, 1977). Thomas Kohut, che ha ampliato il lavoro del padre nella psicologia del Sé, sottolinea il ruolo dell’ambiente esterno nel plasmare la psiche. Sostiene che il Sé è il prodotto dell’internalizzazione delle risposte dell’ambiente (Kohut, 2023).

Kohut sosteneva che il Sé in via di sviluppo di una persona, o il senso dell’«io», si forma attraverso la sintonizzazione empatica degli altri con i suoi bisogni emergenti (Harwood & Pines, 1998). Kohut e Wolf (1978) hanno inoltre concettualizzato un Sé sano come un Sé coeso, vitale, creativo e amorevole, che sperimenta vigore, armonia interiore e autostima: un Sé che rimane stabile anche di fronte alle minacce alla propria identità. Il Sé coeso si sviluppa e si mantiene attraverso la sintonizzazione empatica con tre poli che interagiscono, quello che Kohut ha postulato come il Sé tripolare, i cui bisogni psichici vengono soddisfatti da altre persone e dall’ambiente, considerati oggetti-Sé (Kohut & Wolf, 1978). Questi bisogni sono: il rispecchiamento della vitalità, della grandezza, della perfezione e dei talenti; l’idealizzazione di altre persone percepite come forti, rassicuranti e degne di ammirazione; e i bisogni di gemellarità, ossia di trovare somiglianza e affinità con gli altri. Kohut considerava questi bisogni come bisogni narcisistici sani, insiti in ciascuno di noi, che diventano patologici quando gli altri non si sintonizzano a sufficienza con i bisogni di oggetto-Sé, il che porta le persone a restare eccessivamente investite su sé stesse (Kohut & Wolf, 1978).

Sebbene le esperienze di oggetto-Sé siano inizialmente rese possibili da genitori, caregiver e da un ambiente di accudimento, i bisogni di oggetto-Sé vengono continuamente soddisfatti, appagati e frustrati da altre persone e dall’ambiente esterno nel corso dell’intera vita. Secondo Kohut, un oggetto-Sé svolge una funzione particolare nel soddisfare i bisogni altrui e rappresenta l’esperienza che una persona fa di un’altra, la quale diventa parte del Sé ed è vitale quanto l’ossigeno (Kohut, 1984). Sintetizzando la definizione kohutiana degli oggetti-Sé, Melano Flanagan (2016) ha riassunto che gli oggetti-Sé possono essere qualsiasi cosa del mondo esterno che fornisca nutrimento psicologico, compresi la cultura, l’arte, la religione e la politica. Harwood e Pines (1998) hanno sviluppato questo concetto osservando che le nozioni di cultura, politica, religione e circostanze storiche devono essere considerate costitutive del Sé individuale.

Bisogno di oggetto-Sé fondamentale, l’imago parentale idealizzata, o funzione dell’oggetto-Sé idealizzante, viene internalizzata dal bambino o dalla bambina tramite l’internalizzazione trasmutante, ossia l’assunzione della funzione che fornisce il senso di sicurezza, calma, competenza e onnipotenza della figura idealizzata, la quale diventa una capacità propria della persona (Goldstein, 2001).

Il gesto con cui una madre calma il proprio piccolo svolge la funzione di consolare il neonato che piange, il quale si sente al sicuro e accudito grazie alle sue cure. Questa sensazione di calma e di conforto viene internalizzata dal neonato, che col tempo impara a calmarsi da sé. In età adulta, gli oggetti-Sé possono assumere la forma di relazioni strette, del lavoro, di passatempi e di attività che danno un senso di realizzazione, di conforto e di valore personale.

La ferma concezione dello sviluppo come un continuum propria della psicologia del Sé (Harwood, 1992), e il fatto che essa estenda l’influenza sulla formazione del Sé ad altre persone oltre ai genitori o ai caregiver — mentori, insegnanti, amicizie, familiari o la comunità stessa —, ampliano le opportunità di ricevere il rispecchiamento necessario, l’idealizzazione di altre persone e la gemellarità, apporti che in questa teoria sono un indicatore di salute e il fulcro dello sviluppo psicologico. L’interconnessione del Sé con le esperienze e le risposte degli altri rende questo senso del noi culturalmente pertinente nel lavoro con le persone centroamericane, che coltivano tra gli altri valori culturali il familismo (importanza della famiglia e della comunità) e il personalismo (importanza delle relazioni) (Añez et al., 2005), importanti fattori di protezione associati a una buona salute mentale.

Patologia e riparazione secondo la psicologia del Sé

Kohut coniò l’espressione uomo tragico per descrivere un Sé che riflette ambizioni non rispecchiate, un Sé profondamente triste e sofferente (Goldstein, 2001). Nella psicologia del Sé, i disturbi affettivi, come l’ansia e la depressione vissute dai genitori centroamericani, sono considerati il risultato di una serie ripetuta di fallimenti empatici nei confronti del Sé tripolare. La mancanza di rispecchiamento ostacola lo sviluppo di obiettivi e ambizioni sani. I bisogni di idealizzazione insoddisfatti riducono le opportunità di fondersi con un altro rassicurante, forte e degno di ammirazione, e possono compromettere la capacità di calmarsi, lasciando la persona esausta e vuota. La mancanza di gemellarità può portare a sentimenti di isolamento e solitudine. Nella psicologia del Sé l’ansia è vissuta come angoscia di disintegrazione, una minaccia di dissoluzione o di perdita del Sé (Rowe & Mac Isaac, 2000). La mancanza di sintonizzazione empatica e di responsività da parte degli altri porta a vulnerabilità narcisistiche, che si mobilitano di fronte a delusioni, rifiuti, incomprensioni, critiche, mancanza di riconoscimento, ferite traumatiche e altri fallimenti ambientali (Melano Flanagan, 2016).

Kohut e Wolf (1978) hanno formulato diversi tipi di transfert legati a bisogni di oggetto-Sé insoddisfatti, nei quali le persone proiettano su altri le proprie emozioni, aspettative e bisogni evolutivi passati. In terapia, questi transfert di oggetto-Sé possono aiutare a ravvivare e riparare bisogni precoci insoddisfatti di rispecchiamento, idealizzazione e gemellarità attraverso la sintonizzazione empatica e le risposte ottimali di chi conduce la terapia. Questo processo rafforza la struttura del Sé della persona in terapia e si realizza anche nelle interazioni e nelle relazioni al di fuori della terapia. Inoltre, Goldstein (2001) sostiene che i fallimenti empatici di chi conduce la terapia provocano rotture del transfert, e raccomanda un atteggiamento di autoesame per comprendere le ragioni della mancata sintonizzazione con la persona in terapia, ad esempio esaminando i propri sentimenti controtransferali. Nella psicologia del Sé, il controtransfert è inteso come l’insieme delle vulnerabilità della persona terapeuta che derivano dai suoi bisogni di oggetto-Sé e che vengono esacerbate dal lavoro con una determinata persona in terapia.

I genitori e i caregiver che non riescono a soddisfare i bisogni di oggetto-Sé della prole possono aver subìto o subire carenze di oggetto-Sé, oppure possono essere colpiti da fattori di stress attuali che li costringono a ripiegarsi su sé stessi per soddisfare i propri bisogni narcisistici, rendendo difficile soddisfare i bisogni altrui o sintonizzarsi con essi. Nei gruppi di sostegno, i membri possono trasferire i propri bisogni psicologici frustrati su altri membri del gruppo o su chi conduce la terapia attraverso il transfert.

Il Sé e i gruppi

Sebbene Kohut si sia dedicato al lavoro di gruppo solo quando cominciò a esplorarlo negli ultimi anni di vita, nei suoi scritti alluse all’influenza della dimensione sociale, arrivando infine a richiamare l’attenzione sul Sé di gruppo. Kohut affrontò per la prima volta il Sé di gruppo nel 1976 nel saggio «Creativeness, Charisma, and Group Psychology: Reflections on the Self-Analysis of Freud» (Karterud & Stone, 2003). In questo articolo fondamentale, Kohut sostenne che, quando le persone fanno parte di un gruppo, la loro individualità si riduce per fare spazio a un Sé di gruppo, ossia al senso di sé del gruppo. Kohut teorizzò che il Sé di gruppo rappresenta le ambizioni e gli ideali centrali del gruppo e ne spiega la continuità e la coesione (Karterud & Stone, 2003).

Diverse figure della clinica e della ricerca orientate alla psicologia del Sé, tra cui Rosemary Segalla (2021) e Irene Harwood (1992), hanno sviluppato i concetti della psicologia del Sé per integrarli nel lavoro terapeutico di gruppo. La letteratura sulla psicologia del Sé e sui gruppi suggerisce che, nella terapia di gruppo, le persone sono considerate come costituite a partire da una rete di altre persone, e traggono un senso di identità personale da ciò che gli altri e il loro ambiente offrono (Harwood & Pines, 1998). Ogni membro del gruppo influenza gli altri, e i loro bisogni, obiettivi e desideri si intrecciano fino a diventare le ambizioni e il senso di sé del gruppo. Schermer (2000), che ha anch’egli richiamato l’attenzione sulla formazione di un Sé di gruppo e sottolineato i bisogni collettivi che emergono nel gruppo, sostiene che, se il gruppo ha un Sé, questo Sé dispone di un insieme di funzioni volte a mantenere la coesione e l’integrazione del Sé di gruppo, a favorire l’iniziativa del gruppo e a orientarne gli obiettivi.

Il processo di gruppo è facilitato attivamente da chi conduce la terapia di gruppo, che attraverso risposte transferali soddisfa i bisogni di oggetto-Sé delle persone partecipanti. Tuttavia, a differenza della terapia individuale, le esperienze e i bisogni intrapsichici vanno oltre i bisogni del singolo e comprendono l’esperienza intrapsichica del gruppo (Segalla, 1998). Riconoscendo i molteplici bisogni di oggetto-Sé che emergono nei gruppi terapeutici, Segalla (2021) ha coniato l’espressione bisogni di oggetto-gruppo. I bisogni di oggetto-gruppo riconoscono anche le diverse funzioni che sostengono l’organizzazione del Sé di gruppo (Segalla, 1998, citato in Karterud, 1998).

La forza dei gruppi risiede nelle risposte e negli scambi transferali che i membri si offrono reciprocamente, in ciò che il gruppo rappresenta e nel modo in cui il gruppo può essere internalizzato come una forza positiva che si integra come parte del Sé, consentendo così nuovi principi organizzatori. Ipotizzo che, per i genitori centroamericani, il gruppo simboleggi una collettività da cui trarre forza e sicurezza, simile a la familia (la famiglia), ai gruppi e alle comunità a cui appartenevano e a cui si rivolgevano per avere sostegno nei loro paesi d’origine.

Applicazione della psicologia del Sé ai gruppi con genitori centroamericani

Soddisfacendo i bisogni di gemellarità (somiglianza), rispecchiamento e idealizzazione, i gruppi terapeutici orientati alla psicologia del Sé offrono opportunità molteplici e continue di interazioni riparative tra partecipanti e terapeuta e tra partecipanti, che contribuiscono a ricostruire il Sé coeso favorendo al tempo stesso la comunità. Nei gruppi terapeutici, il Sé di gruppo e i bisogni di oggetto-gruppo hanno la precedenza sul Sé e sui bisogni individuali (Karterud, 1998). Man mano che gli oggetti-gruppo si attivano, chi conduce e i membri del gruppo soddisfano questi bisogni attraverso risposte transferali. Poiché i bisogni di oggetto-gruppo si attivano di continuo, chi conduce può involontariamente frustrarne il soddisfacimento. Tuttavia, queste frustrazioni possono essere attenuate dai membri del gruppo e non solo da chi conduce la terapia. Pur dovendo restare vigile rispetto ai molteplici bisogni che emergono, chi conduce il gruppo svolge anche un altro ruolo: fare da modello di risposte empatiche, invitando così per via vicaria le persone partecipanti a rispondersi reciprocamente allo stesso modo. Segalla (2021) ha affermato che i membri del gruppo internalizzano gradualmente la capacità di empatia nel corso della vita del gruppo. Ricorrendo all’analogia della direzione d’orchestra, Paparo (1984), citato in Paparo e Nebbiosi (1998), suggerisce che chi conduce il gruppo (chi dirige l’orchestra) «catalizza e mantiene un’atmosfera che consente la mobilitazione e l’elaborazione dei bisogni di oggetto-Sé» (p. 71).

La gemellarità nei gruppi

L’ingresso traumatico di Silvia negli Stati Uniti, la risposta aggressiva di un governo a cui si era rivolta per chiedere aiuto e il rifiuto da parte dei figli in seguito alla rottura dell’attaccamento hanno prodotto una vulnerabilità narcisistica che ha intaccato il suo senso di capacità come madre. Dopo alcuni mesi di terapia individuale, Silvia ha deciso di entrare nel mio gruppo di sostegno. La prima sensazione di Silvia di trovarsi in un ambiente accogliente è nata quando gli altri membri del gruppo hanno cominciato a parlare dei piatti tradizionali dei rispettivi paesi d’origine che amavano mangiare. Il suo linguaggio non verbale e il suo affetto lasciavano trasparire sorpresa e conforto. Le conversazioni su temi più leggeri hanno creato un ambiente sicuro e stabile per addentrarsi nelle esperienze traumatiche. Durante le sedute, osservava in silenzio le altre persone raccontare le proprie esperienze. La prima volta che è stata pronunciata la parola «separazione», il dolore e le lacrime dei genitori sono emersi, e Silvia si è rapidamente identificata con la frustrazione, la tristezza e le preoccupazioni degli altri membri, cominciando a partecipare e a condividere le proprie esperienze nel gruppo. «Pensé que yo era la única que se sentía así» («Pensavo di essere l’unica a sentirmi così»). Togashi e Kottler (2015) affermano che il trauma genera un profondo bisogno di somiglianza. Pur mostrandosi all’inizio timide e caute, Silvia e le altre persone hanno trovato un forte cameratismo nelle loro esperienze di centroamericane e nei loro punti in comune, tra cui le ragioni della fuga e la speranza nel futuro.

In questo gruppo di sostegno, avere partecipanti provenienti dalla stessa area geografica, che avevano vissuto esperienze traumatiche simili e avevano anche aspirazioni simili, ha generato vicinanza, appartenenza e un senso di identità condivisa. A un certo punto delle sedute, il Sé di gruppo ha cominciato a prendere forma quando una partecipante ha pronunciato «Somos fuertes» («Siamo forti»), collegando le proprie risorse a quelle degli altri membri e del gruppo nel suo insieme. C’erano anche elementi di gemellarità tra le persone partecipanti e me. In quanto persone centroamericane originarie dell’Honduras, parlavamo la stessa lingua, provavamo un grande piacere nel trovare nella nostra zona i cibi centroamericani di conforto e sapevamo che cosa significhi lasciare il proprio paese e separarsi dalle persone care. Sebbene i gruppi fossero incentrati sulle esperienze delle persone partecipanti, il mio legame con loro come persona immigrata e la mia esperienza di separazione familiare mi hanno fornito preziosi sentimenti controtransferali attraverso i quali potevo accedere al loro senso di perdita. A volte credevo di sapere esattamente come si sentissero i membri del gruppo e avevo una gran voglia di convalidarne il vissuto. Tuttavia, l’urgenza che avvertivo nel corpo di voler far sapere subito alle persone partecipanti che comprendevo le loro esperienze era anche un segnale del bisogno di fermarmi e comprendere i miei impulsi alla luce dei miei bisogni di mostrare più comprensione ed empatia del governo. Riconoscere questi sentimenti controtransferali mi ha permesso di mettere da parte i miei desideri e di sintonizzarmi meglio con ciò di cui le persone partecipanti avevano bisogno in quel momento.

Rispecchiamento

Durante le sedute di gruppo, Silvia ha cominciato a sentirsi più a suo agio nel condividere quanto le fosse difficile entrare in relazione con i figli e il crescente senso di fallimento che ne derivava. Nelle nostre sedute individuali, la sua vergogna per la relazione spezzata era palpabile.

Silvia si copriva spesso il viso quando parlava di quanto fossero state difficili le cose con le figlie, ma nel gruppo parlò con coraggio, scoprendo il volto e permettendosi di essere vista. Le persone partecipanti intervennero subito per consolarla, raccontarono i propri tentativi falliti con figlie e figli e le diedero dei consigli. Silvia vide il proprio dolore rispecchiato e accolto attraverso i racconti delle altre persone partecipanti. Anche quando il gruppo non convalidava sempre direttamente le sue esperienze, i loro racconti simili bastavano da soli a offrire uno specchio in cui Silvia poteva vedersi riflessa. Non doveva più nascondersi. Forse nella terapia individuale, attraverso l’attivazione del transfert, Silvia sentiva inconsciamente da parte mia una pressione a fare le cose per bene, la stessa pressione che sentiva da parte della madre, che la consolava al di là delle frontiere tramite WhatsApp. Tra pari con le stesse esperienze vissute, invece, la pressione a ottenere risultati sembrava diminuire. Le risposte empatiche delle persone partecipanti alle difficoltà di Silvia e la loro convinzione che potesse riallacciare il legame con i figli, come lei desiderava, ravvivarono il suo senso di capacità. Silvia veniva con entusiasmo settimana dopo settimana, condividendo ogni volta un tentativo diverso di riparare il rapporto con le figlie. «Ya vienen a donde mí para preguntarme consejos» («Adesso vengono da me a chiedermi consigli»). Bacal (1985) e Stern (1985), citati in Jackson (1994), suggeriscono che le risposte empatiche attenuano l’affetto doloroso e aiutano a reagire a stati coesi preesistenti.

Imago parentale idealizzata

Considerando che gli oggetti-Sé possono essere qualsiasi cosa del mondo esterno che funga da nutrimento psicologico, compresi la cultura, l’arte, la religione e la politica, e date le aspettative che i genitori immigrati nutrivano sul modo in cui il governo statunitense li avrebbe sostenuti, questo sistema ha svolto la funzione di imago parentale idealizzata, ma ha fallito nelle sue funzioni di fornire aiuto, conforto e un senso di sicurezza. I genitori centroamericani hanno invece subìto la deplorevole punizione della separazione familiare, della carcerazione e dell’abbandono da parte di una nazione che si è intromessa negli affari dei loro paesi ma non ha saputo rispondere umanamente ai bisogni crescenti delle persone richiedenti asilo. Per alcuni dei genitori con cui ho lavorato, il trattamento ricevuto dal governo statunitense ha attivato un transfert dell’esperienza vissuta con un governo indifferente nei paesi d’origine, che non li aveva protetti dal male. Jackson (1994) ha suggerito che i fallimenti dell’imago parentale idealizzata portano a un Sé debole e frammentato, e che attraverso l’esperienza vicaria della vitalità e della forza del gruppo il Sé individuale indebolito delle persone partecipanti si rafforza. Le persone partecipanti hanno vissuto il gruppo nel suo insieme come un’imago parentale idealizzata rassicurante, empatica e convalidante.

Sebbene sia essenziale soddisfare tutti i bisogni di oggetto-Sé per ottenere specifici benefici psicologici, sostengo che nel lavoro di gruppo con genitori richiedenti asilo le funzioni di forza, sicurezza e calma offerte dall’imago parentale idealizzata (chi conduce, le persone partecipanti, il gruppo nel suo insieme) siano essenziali per l’autoregolazione e la riparazione del Sé genitoriale coeso. Quando queste funzioni sono oggetto di internalizzazione trasmutante come parte del Sé (ad esempio: siamo forti, siamo al sicuro), forniscono risorse interne ed esterne a cui i genitori immigrati possono attingere quando si sentono soli, insicuri e bisognosi di sostegno. Durante una seduta, una madre ha raccontato di aver pensato al gruppo e ai suoi membri quando aveva paura di cominciare un nuovo lavoro: «Pensé, todos estamos pasando por lo mismo. Si todas hemos podido llegar aquí y sobrepasar lo que hemos vivido, yo puedo hacer esto» («Stiamo vivendo tutte la stessa esperienza. Se siamo riuscite tutte ad arrivare qui e a superare quello che abbiamo vissuto, posso farcela anch’io»). Questa partecipante ha potuto accedere alla forza del gruppo e connettersi con essa come se fosse la propria. Ricordava le affermazioni che gli altri membri del gruppo le avevano rivolto e che alla fine sono diventate le sue affermazioni. Ha potuto fondersi con l’onnipotenza del gruppo, internalizzando infine quel potere come proprio.

Come risorsa esterna, i genitori dell’ultimo gruppo che ho condotto hanno cominciato a frequentarsi al di fuori del gruppo, condividendo risorse e consigli e stringendo amicizie. Paparo e Nebbiosi (1998) affermano che tra le esperienze più potenti dell’appartenenza a un gruppo vi è l’intensità con cui i gruppi regolano gli stati affettivi dei loro membri. Il Sé non rispecchiato di Silvia, che ricorda l’uomo tragico di Kohut, ha preso coraggio e si è riempito di speranza e di possibilità attraverso le risorse, le ambizioni e gli obiettivi condivisi del gruppo. Oggi Silvia lavora, frequenta corsi di inglese e una chiesa del quartiere dove ha stretto alcune amicizie, e continua con coraggio i suoi tentativi di rafforzare i legami con i figli verso una famiglia unita.

Discussione

Di fronte a una domanda crescente di servizi di salute mentale culturalmente informati, la terapia di gruppo può colmare il divario nei servizi e incarnare una risposta culturalmente sensibile, poiché può essere in sintonia con culture interconnesse che danno priorità ai gruppi, alla famiglia e alle cerchie di amicizie. I gruppi di sostegno terapeutico offrono inoltre una piattaforma per spezzare il ciclo di silenzio e stigma che accompagna spesso il trauma storico (Ortega-Williams et al., 2021), consentendo alle persone di affrontare ed elaborare collettivamente il proprio dolore. I gruppi orientati alla psicologia del Sé, in particolare, offrono molteplici opportunità di riparazione e possono favorire un senso di comunità e l’internalizzazione della forza e dei benefici di sostegno di una collettività. Questa internalizzazione trasmutante della sicurezza e della forza collettive può essere particolarmente benefica per le persone immigrate appena arrivate, che possono vivere l’isolamento a causa di esperienze migratorie traumatiche e di un’accoglienza frustrante nel nuovo paese. I gruppi orientati alla psicologia del Sé sono anche in una posizione privilegiata per offrire un’assistenza informata sul trauma, poiché entrambi gli approcci riconoscono l’importanza della sicurezza, della collaborazione e della sintonizzazione empatica. Il rispecchiamento di gruppo può essere particolarmente utile per affrontare i sentimenti di vergogna e di isolamento che spesso accompagnano il trauma, rafforzando la connessione e promuovendo un ambiente di sostegno.

Considerazioni cliniche

Nel lavoro con persone richiedenti asilo che presentano un trauma preesistente, è fondamentale tenere conto non solo delle perdite e dello stress traumatico associati alla fuga dai paesi d’origine e al percorso migratorio; altrettanto importante è riconoscere le ripercussioni delle perdite e delle aspettative frustrate al momento della migrazione, unite a nuove esperienze traumatiche. Ciò comprende le interazioni con sistemi ed enti governativi che possono attivare vulnerabilità narcisistiche e intaccare il Sé coeso.

Condurre una terapia di gruppo richiede di considerare la composizione del gruppo, le sue dimensioni e le esperienze pertinenti dei suoi membri. Le persone partecipanti all’ultimo gruppo di sostegno che ho condotto per genitori richiedenti asilo si trovavano in fasi diverse del loro percorso di guarigione e avevano livelli diversi di coinvolgimento in sistemi di sostegno di matrice culturale, come le reti parrocchiali. Sebbene un precedente sostegno terapeutico e una certa durata del soggiorno negli Stati Uniti non fossero requisiti per entrare nel gruppo, la presenza di membri con esperienze diverse ma pertinenti ha arricchito la comprensione e l’apprendimento di tutte le persone partecipanti. In particolare, la presenza di persone più avanti nel loro percorso di guarigione o più integrate nelle nuove comunità ha rafforzato il rispecchiamento e la dinamica del gruppo.

Nella mia esperienza di lavoro in videoconferenza con gruppi grandi e piccoli di richiedenti asilo con esperienze traumatiche, i gruppi più piccoli, in media da 6 a 8 persone, consentivano un maggiore senso di sicurezza e più condivisione ed elaborazione rispetto ai gruppi più numerosi. I gruppi più piccoli possono quindi offrire maggiori opportunità di sintonizzazione empatica con i bisogni di oggetto-gruppo in corso e possono ridurre la frustrazione empatica che può insorgere nei gruppi più numerosi. Quando si conducono sedute di gruppo in videoconferenza, è essenziale considerare i vincoli e le opportunità insiti nell’uso della tecnologia, nel rispetto delle linee guida stabilite. Nei miei gruppi ho usato la chat di Zoom, che permetteva alle persone partecipanti di comunicare le proprie esperienze per iscritto se faticavano a verbalizzarle. Questo accorgimento ha ricevuto riscontri positivi, il che sottolinea il valore di offrire diverse vie per condividere e rafforzare il rapporto. Va tuttavia notato che le nostre sedute in videoconferenza hanno incontrato dei limiti, dovuti principalmente a problemi di connessione di alcuni membri del gruppo. Queste interruzioni hanno talvolta ostacolato la sintonizzazione complessiva tra le persone partecipanti.

Sebbene questo articolo si sia concentrato principalmente sulle difficoltà psicologiche che i genitori centroamericani affrontano in relazione alla separazione e al ricongiungimento familiare, è essenziale riconoscere che esistono ulteriori complessità, come le dinamiche di gruppo, da considerare quando si conducono gruppi. Le dinamiche di gruppo comprendono una serie di fattori come i modelli di comunicazione, le dinamiche di potere, i contesti culturali e i ruoli individuali all’interno del gruppo. Questi elementi influenzano in modo significativo il modo in cui il gruppo interagisce e progredisce.

Inoltre, chi conduce un gruppo dovrebbe prestare attenzione ai possibili conflitti, ai bisogni individuali e al clima generale all’interno del gruppo. Creare un ambiente sicuro e inclusivo, promuovere la partecipazione attiva e favorire una comunicazione efficace sono aspetti fondamentali per garantire un’esperienza di gruppo positiva.

Infine, in linea con un approccio basato sulle risorse, assistenti sociali, figure terapeutiche e altre figure professionali della salute mentale che lavorano con famiglie richiedenti asilo dovrebbero integrare in modo proattivo la valutazione delle risorse e incorporare questi punti di forza nel tessuto delle loro strategie di intervento. Nonostante le sfide e gli ostacoli interni ed esterni che le persone immigrate affrontano nel perseguire i propri obiettivi e sogni, il processo migratorio è segnato anche dalla speranza, dalla determinazione e dalle risorse di chi lo intraprende, come illustra il caso composito. Come si è già osservato, le persone immigrate lasciano spesso dietro di sé ambienti familiari, reti di sostegno e contesti culturali, intraprendendo un percorso carico di incertezze e di adattamenti. Che sia motivata da aspirazioni economiche o dalla ricerca di sicurezza, la decisione di migrare richiede un profondo coraggio. Questo ottimismo e questa determinazione consentono spesso alle persone immigrate di orientarsi in contesti sconosciuti e di contribuire in modo significativo alle nuove comunità.

Implicazioni per la formazione

Fin dalla comparsa dei gruppi terapeutici negli anni Quaranta, è stato dimostrato che i gruppi producono esiti terapeutici equivalenti a quelli della terapia individuale (Yalom & Leszcz, 2020). Tuttavia, le istituzioni educative e formative offrono scarse opportunità di apprendimento del lavoro di terapia di gruppo. Con una domanda crescente di servizi terapeutici, le istituzioni educative devono dare priorità alla formazione al lavoro di gruppo per preparare adeguatamente chi eserciterà la psicoterapia. Inoltre, ampliare gli studi psicodinamici nei corsi di laurea magistrale è fondamentale per mettere la popolazione studentesca in condizione di addentrarsi nell’intricato funzionamento inconscio della mente e di affrontare efficacemente le questioni di transfert e controtransfert, insite in ogni attività clinica e centrali nell’esplorazione delle dinamiche di gruppo nel lavoro con persone immigrate. Assistenti sociali, figure terapeutiche e altre figure professionali della salute mentale che desiderano condurre gruppi dovrebbero inoltre ricorrere alla supervisione o alla consulenza e frequentare le formazioni esistenti, oppure attingere all’ampia letteratura sui gruppi per trarne orientamento e conoscenze.

Implicazioni per la ricerca

La ricerca futura sull’impatto della separazione familiare forzata dovrebbe esplorare l’impatto a lungo termine sull’attaccamento tra genitori e prole e l’effetto dei fattori di stress biopsicosociali esterni sul processo di ricostruzione di tale attaccamento. Sebbene questo articolo si sia concentrato sugli aspetti traumatici delle esperienze di separazione familiare forzata e sulle risposte di salute mentale dei genitori, la ricerca futura dovrebbe esplorare le risorse, la resilienza e la crescita post-traumatica delle famiglie attraverso cornici come quella trauma storico-crescita post-traumatica. Per continuare a comprendere le esperienze delle persone richiedenti asilo e offrire un sostegno di gruppo in un’ottica psicodinamica, l’esplorazione futura può includere l’esame della terapia di gruppo alla luce della teoria della psicologia del Sé intersoggettiva, per esplorare l’influenza delle soggettività dei membri del gruppo e di chi conduce la terapia nella co-creazione dell’esperienza terapeutica e della guarigione.

Implicazioni per le politiche

La politica di tolleranza zero è una delle tante politiche governative deleterie che minano il benessere fisico e psicologico delle persone immigrate. Dato il notevole impatto dei fattori sociopolitici sulla psiche individuale, è fondamentale che chi fornisce servizi di salute mentale si tenga aggiornato sulle nuove politiche migratorie che possono provocare una risposta traumatica. Le politiche che minano il diritto delle persone richiedenti asilo a chiedere asilo, come la separazione familiare forzata o la detenzione delle famiglie, devono essere affrontate e contestate per mitigarne gli effetti dannosi sulla salute mentale delle persone immigrate. In quanto comunità della salute mentale, è essenziale non solo rispondere con i servizi, ma anche difendere i diritti delle persone richiedenti asilo e impegnarsi nell’analisi critica e nell’attivismo per contestare queste politiche e promuovere pratiche migratorie più umane e giuste.

Conclusione

I genitori centroamericani richiedenti asilo separati nell’ambito della politica di tolleranza zero hanno sopportato un dolore e un disagio psicologico considerevoli, compreso il trauma, in seguito alla separazione forzata voluta dal governo e al successivo ricongiungimento con la prole. È necessaria una maggiore attenzione all’impatto della separazione sui genitori per curarne adeguatamente le cicatrici psicologiche. Le loro ferite profonde richiedono interventi in linea con la loro familiarità culturale e informati sul trauma, che offrano convalida, vie di elaborazione e opportunità di internalizzare gli aspetti positivi di una collettività dopo un’accoglienza traumatizzante negli Stati Uniti. Riconoscere il legame intrinseco delle persone con gruppi come la famiglia e la comunità, in cui l’identità collettiva influenza l’identità personale, mette in luce il potenziale della terapia di gruppo per le persone richiedenti asilo segnate da esperienze traumatiche che ne hanno incrinato la coesione del Sé.

Offrendo un ambiente sicuro e di sostegno e l’alchimia delle narrazioni condivise, delle connessioni empatiche e dell’affermazione di un’esperienza collettiva, i gruppi terapeutici orientati alla psicologia del Sé, in particolare, possono favorire la ricostruzione del senso della propria identità e dell’appartenenza.

Inoltre, la sinergia tra i principi della psicologia del Sé e il setting della terapia di gruppo risuona profondamente con le complesse sfide con cui le persone richiedenti asilo si confrontano spesso. L’enfasi della psicologia del Sé sull’empatia, sul rispecchiamento, sulla gemellarità, sull’idealizzazione e sull’internalizzazione trasmutante si accorda perfettamente con alcuni dei bisogni di guarigione fondamentali dei genitori richiedenti asilo. Per i genitori centroamericani il cui Sé coeso ha subìto un colpo, l’internalizzazione trasmutante del gruppo di sostegno può simboleggiare una forza e una sicurezza simili a quelle di la familia (la famiglia) o di la comunidad (la comunità), che rappresentano valori culturali familiari.

Assistenti sociali, figure terapeutiche e altre figure professionali della salute mentale interessate a realizzare gruppi basati sulla psicologia del Sé possono familiarizzarsi con l’ampia letteratura sulla psicologia del Sé e sulla sua estensione ai gruppi, e ricorrere alla consulenza e alla supervisione quando necessario. Sostenere le famiglie richiedenti asilo va oltre una risposta clinica. Assistenti sociali, figure terapeutiche e altre figure professionali della salute mentale sono incoraggiate a impegnarsi per la giustizia sociale, per smantellare i sistemi oppressivi, promuovere politiche eque e informate sul trauma e mobilitare le comunità.

Complexe Systémique: i punti chiave

L’articolo ha il merito di collocare lo Stato all’interno del sistema: la separazione forzata non è solo un evento di vita, è una decisione politica che si iscrive nella relazione tra genitori e prole, fino al rifiuto che Silvia legge nelle figlie. Il risultato clinico più utile è probabilmente il fallimento della psicoeducazione: spiegare il trauma della prole a genitori già feriti aggiungeva un’altra ferita; prima doveva venire la risonanza, ed è stato il gruppo, più che la persona terapeuta, a offrirla. Per la pratica sistemica, due piste: pensare il gruppo come una famiglia allargata sostitutiva che restituisce ai genitori un senso di competenza, e lavorare sul ricongiungimento come su una ridistribuzione di posizioni e lealtà (il padre già negli Stati Uniti, la lingua, i nuovi gusti di figlie e figli), non solo come una questione di attaccamento. Limiti: un caso composito, un’unica prospettiva clinica, per di più militante, nessuna valutazione formale, e un’infanzia che non ha voce. Da leggere insieme a l’articolo su Padres Ayudando a Padres, un intervento costruito con genitori centroamericani, e a l’articolo su migrazione, perdita ambigua e rituali.

Note dell’originale

1 Dominguez (2022) descrive il trauma sistemico inflitto alle persone richiedenti asilo come tentativi orchestrati di nuocere a gruppi specifici in contesti, istituzioni e amministrazioni politiche diversi.

2 L’espressione immigrato non autorizzato, nota anche come immigrato privo di documenti, indica una persona immigrata che entra nel paese senza i documenti richiesti dalle leggi sull’immigrazione di quel paese (Capps et al., 2020).

3 I fattori di spinta sono condizioni o circostanze del paese d’origine di una persona che la inducono a partire. I fattori di attrazione sono condizioni di un paese di destinazione che incoraggiano le persone a trasferirvisi (Rosenblum & Brick, 2011).

4 Nella psicologia del Sé, le ferite narcisistiche indicano situazioni o esperienze che provocano un’alterazione o un danno al senso di valore personale e all’autostima di una persona (Kohut, 2013).

Ringraziamenti. Provo una profonda ammirazione per le famiglie centroamericane separate dalla politica di Tolleranza Zero. Nonostante abbiano sopportato un trauma e un dolore immensi, queste famiglie mostrano una forza, un coraggio, una determinazione, una fede e una speranza incrollabili. Desidero esprimere la mia gratitudine a chi, tra colleghe, colleghi e mentori, mi ha offerto un sostegno essenziale durante la stesura di questo articolo. Un ringraziamento speciale a chi ha guidato la mia ricerca, Dr. Ora Nakash, per l’eccezionale orientamento, le intuizioni e il sostegno incrollabile. Desidero inoltre ringraziare la mia supervisora clinica, la Dra. Lourdes Mattei, e la mia amata tutor accademica, la compianta Dra. Maria Oliva, per i loro riscontri incoraggianti e le preziose intuizioni che hanno influenzato il mio modo di pensare nella pratica clinica e nella ricerca. Un profondo grazie va anche ai membri di ALIVE, il laboratorio di ricerca del mio tirocinio guidato da Dr. German Cadenas, al mio gruppo di mentoring e di scrittura, alla mia coorte di Health Policy Research Fellows e a chi mi ha fatto da coach, Dr. Gabriela Gonzalez-Barajas, per il loro sostegno, la loro gemellarità e il loro rispecchiamento.

Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interessi da segnalare.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Luchando Junt@s Por Una Familia Unida (Fighting Together for a United Family): Rebuilding the Cohesive Self of Immigrant Parents and Community Healing after a Family Separation in the United States – A Self Psychology Perspective, di Cheryl Aguilar, Clinical Social Work Journal, vol. 53, no 3 (2025), doi: 10.1007/s10615-024-00923-4, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore sono responsabili di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Luchando Junt@s Por Una Familia Unida (Fighting Together for a United Family): Rebuilding the Cohesive Self of Immigrant Parents and Community Healing after a Family Separation in the United States – A Self Psychology Perspective», pubblicato in Clinical Social Work Journal (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in apertura di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Aguilar, C. (2025). Luchando Junt@s Por Una Familia Unida (Fighting Together for a United Family): Rebuilding the Cohesive Self of Immigrant Parents and Community Healing after a Family Separation in the United States – A Self Psychology Perspective. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/luchando-junt-s-por-una-familia-unida-rebuilding-the-cohesive-self-of-immigrant-parents (Opera originale pubblicata nel 2024 in Clinical Social Work Journal, 53(3), 336-350 (2025); ripubblicata nel 2025 da Clinical Social Work Journal, https://link.springer.com/article/10.1007/s10615-024-00923-4)

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