Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Child and Family Studies · Famiglia
Dal medico, una vicina chiede alla giovane Sorraya di tradurre che dà degli schiaffi a suo figlio. Che cosa dovrebbe dire? Un gruppo di ricerca londinese ha sottoposto questo dilemma a 29 giovani tra i 13 e i 16 anni che ogni settimana fanno da interpreti per la propria famiglia: la maggior parte tacerebbe o attenuerebbe l’informazione, prenderebbe tempo, proteggerebbe l’adulta, e tutte queste persone giovani misurano il peso di un potere affidato loro troppo presto.
Traduzione non ufficiale in italiano di Child Language Brokering in Healthcare: Exploring the Intersection of Power and Age in Mediation Practices, di Humera Iqbal e Sarah Crafter, pubblicato in Journal of Child and Family Studies (Springer) (2023), doi: 10.1007/s10826-022-02376-0, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. I punti salienti sono raggruppati nel riquadro dell’abstract. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
I risultati mostrano che queste persone giovani svolgono un ruolo fondamentale nel proteggere coloro per cui fanno da interpreti.
Humera Iqbal e Sarah Crafter
Abstract
Questo articolo intende esplorare le prospettive di giovani su uno scenario reale di mediazione linguistica dei minori in ambito sanitario (lo studio medico), quando l’argomento trattato è delicato e potenzialmente conflittuale. Chi svolge la mediazione linguistica in età minore è una persona giovane con background migratorio che traduce e interpreta per familiari, pari e comunità locale. Spesso gli spazi in cui i minori fanno da interpreti (per esempio la sanità, le banche), qui definiti «zona di contatto», sono dominati da persone adulte in posizioni di autorità e da differenziali di potere diseguali. La persona giovane interprete e coloro per cui interpreta possono trovarsi in una posizione di minor potere a causa del loro status migratorio e/o della loro età. La ricerca esistente ha adottato soprattutto il punto di vista delle persone adulte, e le prospettive di giovani su questa pratica sono poco esplorate. Ci basiamo sulla letteratura esistente per esplorare come queste persone giovani comprendano il contesto sociale più ampio e quali strategie adottino per gestire il conflitto. Si presentano i risultati di 29 interviste qualitative individuali basate su vignette con giovani interpreti (di 13–16 anni) nel Regno Unito, analizzate qualitativamente. I risultati mostrano che queste persone giovani svolgono un ruolo fondamentale nel proteggere coloro per cui interpretano, muovendosi spesso tra interazioni sociali e tattiche sofisticate (come il rinvio e la modifica selettiva). Al tempo stesso, portano il peso della responsabilità nel tentativo di gestire situazioni complicate, forse moralmente discutibili. Chiedendo a giovani interpreti di riflettere su uno scenario sanitario reale, facciamo avanzare la comprensione della gioventù migrante che svolge la mediazione linguistica e delle famiglie che sostiene nella vita quotidiana.
Parole chiave: mediazione linguistica dei minori, migrazione, famiglia, lingua, mediazione culturale
Punti salienti
Questo articolo intende esplorare le prospettive di giovani sulla mediazione linguistica dei minori in un contesto sanitario, ossia lo studio di un medico di medicina generale, quando l’argomento trattato è delicato e potenzialmente conflittuale. Nel Regno Unito il general practitioner è il medico di famiglia. In altre parti del mondo si usano i termini medicina di famiglia, cure primarie o medicina interna generale. Chi svolge la mediazione linguistica in età minore è una bambina, un bambino o una persona giovane che, in seguito alla migrazione, traduce e fa da tramite per i genitori, i pari e altre persone della comunità locale (Tse, 1996; Orellana, 2009; Weisskirch, 2007). Le evidenze empiriche delle ricerche precedenti suggeriscono che in molti Paesi sia considerato inaccettabile ricorrere a giovani come interpreti in ambito sanitario, un’opinione condivisa nel piccolo numero di studi condotti con il personale sanitario (si veda Abreu & O’Dell, 2017; Cohen et al., 1999; Giordano, 2007). Eppure le evidenze mostrano anche che sia le persone giovani sia il personale sanitario confermano che la mediazione linguistica avviene di frequente negli studi medici, negli ambulatori e negli ospedali (Katz, 2014; García-Sánchez, 2018). Le prospettive personali di giovani su questa pratica sono poco esplorate perché la sua «illegalità» suggerisce che si tratti di un’attività che rimane invisibile (Antonini, 2010).
La mediazione linguistica è stata descritta come un processo triadico di scambio di informazioni (Hall, 2004), perché la comunicazione a tre coinvolge spesso la persona giovane interprete, il familiare (o la persona della comunità locale) e un’altra persona adulta, spesso una figura professionale in posizione di potere. Queste persone giovani possono fungere da mediatrici culturali tra la cultura di accoglienza e le culture della propria casa e della propria comunità. Sviluppano competenze per orientarsi tra i valori culturali e le norme sociali e comprenderli, il che può aiutarle a far valere i propri interessi e quelli della famiglia in tali contesti (Hall, 2004; Weisskirch, 2007). È importante notare che questo processo triadico (Hall, 2004) spesso non si svolge ad armi pari in termini di dinamiche di potere. Chi fa da interprete può vivere una doppia vulnerabilità: in quanto giovane, è soggetto al potere e al controllo delle persone adulte; in quanto migrante, può subire esclusione e discriminazione (Massaroni, 2020; Reynolds & Orellana, 2009). Inoltre, la pratica della mediazione linguistica dei minori è stata segnalata come motivo di preoccupazione perché conferisce alla persona giovane «troppo» potere all’interno della famiglia (si veda Crafter & Iqbal 2021). Ciò vale in particolare quando si tratta di questioni di salute.
È stato suggerito che, durante la mediazione linguistica in ambito sanitario, esistano tre tipi di consulto: consulti semplici, complessi e delicati (Cohen et al., 1999; Abreu & O’Dell, 2017). Nei consulti semplici per malattie comuni, giovani interpreti hanno descritto la traduzione come priva di problemi (Free et al., 2003; Katz, 2014). I consulti complessi riguardano di solito la diagnosi di patologie e pongono difficoltà di lessico e di espressione culturale. I consulti delicati riguardano discorsi su condizioni intime del corpo, come la salute riproduttiva, e difficoltà emotive personali. Questo articolo amplia il tipo «delicato» di consulto esplorando un dilemma moralmente ambiguo e potenzialmente conflittuale che una persona giovane interprete affronta durante una visita dal medico di medicina generale. Attraverso interviste qualitative con vignette rivolte a ventinove giovani interpreti (di 13–16 anni) nel Regno Unito, questo articolo utilizza il quadro teorico della zona di contatto per esplorare le risposte di chi fa da interprete a una situazione delicata e conflittuale ambientata nello studio medico. La situazione di conflitto coinvolgeva tre attori: un medico (professionista), un’adulta vicina di casa della giovane interprete e la giovane interprete stessa. La vignetta si basa su un episodio reale di mediazione.
Chi svolge la mediazione linguistica in età minore è definito come una bambina, un bambino o una persona giovane «che interpreta e traduce tra persone culturalmente e linguisticamente diverse e media le interazioni in una varietà di situazioni» (Tse, 1996, p. 226). È stato osservato che già a 3 anni l’infanzia fa da interprete o pratica una forma di traduzione naturale per la propria famiglia (Harris, 1977). Il concetto di mediazione linguistica rimanda a qualcuno che fa da tramite, sia culturalmente sia linguisticamente, tra famiglia, pari e persone della comunità locale da un lato e altre persone della cultura di accoglienza o locale dall’altro (Kam & Lazarevic, 2014; Jones & Trickett, 2005). Il termine riconosce che la persona interprete può prendere l’iniziativa di negoziare o modificare il messaggio a vantaggio della propria situazione o di quella della propria famiglia.
Con un accesso variabile ai servizi professionali di traduzione, in contesti linguistici sempre più diversificati in molti Paesi, le persone minori che fanno da interpreti sono spesso le principali mediatrici linguistiche e culturali delle famiglie migranti tra la casa e le istituzioni professionali (Crafter & Iqbal, 2020; Reynolds & Orellana, 2009). Facilitano l’integrazione sociale e culturale della famiglia nel nuovo contesto di accoglienza (Foner & Dreby, 2011) in un’ampia gamma di spazi, tra cui banche, negozi, sanità, ambito legale, servizi sociali, uffici pubblici e polizia, attraverso la traduzione di testi (per esempio e-mail, documenti legali, comunicazioni scolastiche) e l’interpretazione di conversazioni (Dorner et al., 2007; Tse & McQuillan, 1995; Valdés, 2003). La varietà di attività e di contesti in cui giovani fanno da interpreti fa sì che le loro esperienze possano andare da scambi quotidiani o di routine a situazioni più complesse o conflittuali (Iqbal, 2019). La ricerca sugli effetti sociali e psicologici della mediazione linguistica dei minori presenta un quadro complesso e contrastante, che va da associazioni con stress e ansia a sentimenti di orgoglio e di realizzazione (Chao, 2006; Kam & Lazarevic, 2014). Il contesto fisico e culturale in cui avviene la mediazione, le influenze familiari e relazionali, il tipo di compito svolto e gli obiettivi delle persone coinvolte sono tutte variabili che possono svolgere un ruolo di mediazione nell’esperienza della persona giovane (Kam & Lazarevic, 2014).
Comprensibilmente, la mediazione linguistica in contesti come lo studio del medico di medicina generale o altri ambienti sanitari ha suscitato preoccupazioni tra chi lavora nei servizi di prima linea (Gustafsson et al., 2019; Cohen et al., 1999). In mancanza di persone adulte qualificate come interpreti, tradurre in ambito medico può essere un’esperienza frequente per molte persone giovani che fanno da interpreti. Ciò può richiedere conoscenze tecniche e del funzionamento dei sistemi, oltre all’interazione con una figura professionale (Gustafsson et al., 2019; Martinez, 2019; Katz., 2014). La maggior parte della ricerca in ambito sanitario adotta la prospettiva delle persone adulte, e poche ricerche esaminano direttamente le prospettive dell’infanzia e della gioventù (Martinez, 2019). Per esempio, Cohen et al. (1999) hanno esplorato, nel contesto britannico, le opinioni del personale medico sulle persone minori che fanno da interpreti quando traducono per pazienti in età adulta (di solito familiari) durante il consulto. Sostengono che, sebbene il personale medico accetti minori come interpreti per la mancanza di persone adulte disponibili come interpreti comunitarie, tale accettazione dipende dalla natura del consulto: se è semplice, complicato o delicato. L’esitazione e l’opposizione espresse dal personale medico erano associate principalmente alla sua visione tradizionale dell’infanzia come innocente, priva di capacità di agire e bisognosa di vivere un’infanzia spensierata (Cohen et al., 1999), ma anche all’idea che l’infanzia non possieda le conoscenze necessarie per trasmettere concetti medici. Ciò si rifletteva nelle interviste con il personale sanitario di Los Angeles (Stati Uniti), preoccupato per il superamento dei limiti adeguati all’età, anche quando vedeva alcuni vantaggi nel ricorrere a giovani interpreti (Katz, 2014). Riteneva che la qualità dell’assistenza ne risultasse compromessa e che le interazioni diventassero più difficili. Anche la competenza linguistica e il superamento dei limiti adeguati all’età venivano indicati come motivi di preoccupazione. Inoltre, possono esistere divergenze di opinione sul trattamento tra la persona in cura (per cui la persona minore traduce) e la figura professionale medica, lasciando a chi fa da interprete il compito di mediare e gestire tali tensioni (García-Sánchez, 2014). Tuttavia, non tutte le ricerche hanno riscontrato una simile opposizione. In uno studio condotto in Italia, una persona dirigente dell’azienda sanitaria ha espresso un’opinione diversa, suggerendo che la mediazione linguistica svolta da minori non dovesse essere del tutto scartata (Antonini, 2010).
Le ricerche che includono le prospettive dell’infanzia e della gioventù sulla mediazione linguistica in ambito sanitario concludono in genere che fare da interpreti in questo contesto è più impegnativo che in contesti come la scuola, a causa dell’incertezza di fronte a procedure non familiari, del linguaggio complesso e della varietà di questioni che possono dover essere affrontate, dalle situazioni di emergenza a quelle non urgenti (Katz, 2014). Tuttavia, sia nel lavoro di Katz sia nel nostro (Crafter & Iqbal, 2021) abbiamo riscontrato che le persone minori non sempre agivano da sole e che spesso definivano con i genitori una strategia su che cosa si sarebbe discusso e in che modo. García-Sánchez (2014), nel suo lavoro sull’infanzia immigrata marocchina dal medico in Spagna, descrive come queste persone giovani ricorressero a strategie di «modifiche selettive» (p. 232). García-Sánchez distingue tra i casi in cui l’infanzia aveva difficoltà a comprendere le informazioni e quindi le ometteva involontariamente, e i casi in cui le modificava deliberatamente. Scrive (p. 232): «l’infanzia immigrata marocchina impiega strategicamente queste modifiche nelle proprie traduzioni quando si trova di fronte a universi morali, credenze e pratiche in conflitto riguardo all’educazione dei figli e alle questioni di salute». Alcune delle ragioni di queste modifiche riecheggiano le idee di Bauer (2013) sulle identità morali. Esse si riferiscono al modo in cui l’infanzia gestisce e crea particolari identità positive delle persone per conto delle quali fa da interprete, attraverso la trasmissione attenta del loro messaggio. Altre erano legate alla tutela degli interessi della famiglia nel muoversi tra strutture e sistemi diversi, in modo da presentare la propria famiglia sotto una certa luce all’«altro» adulto.
Esiste un’interazione complessa tra la pratica della mediazione linguistica dei minori, l’intreccio di relazioni di potere asimmetriche nel contesto di mediazione e le comprensibili preoccupazioni riguardo all’età di chi fa da interprete. C’è chi ha sostenuto che le richieste contrastanti delle persone adulte nel processo triadico possano lasciare la persona giovane intrappolata «nel mezzo» (Hall, 2004). Ciò significa che, pur trovandosi in una posizione di potere perché può influire sul messaggio o modificarlo, la persona minore può trovare il terreno difficile da percorrere, tanto da faticare talvolta a gestire questo potere. Le relazioni di potere sono fluide in questo contesto perché, a differenza di quanto accade nell’interpretariato professionale, la persona giovane ha legami stretti con una delle persone adulte, il che fa temere che queste appaiano «dequalificate» (Hall, 2004, p. 12), ignare del fatto che la propria figlia o il proprio figlio stia modificando il contenuto del messaggio durante la traduzione (Hall & Sham, 2007; Wagner, 1993) o che stia difendendo i loro interessi con troppa veemenza (Katz, 2014). Le persone minori hanno un posizionamento diverso rispetto a chi fa da interprete in età adulta, perché vivono con le persone per cui svolgono questi compiti e ne ricevono le cure, il che fa sì che alcune figure professionali, anche quando guardano positivamente al ruolo della gioventù, possano rappresentare i genitori come passivamente protetti dalla prole (Katz, 2014).
Altre ricerche hanno utilizzato espressioni come «parentificazione» e «adultizzazione» per descrivere uno spostamento delle dinamiche tra genitori e prole dovuto all’aumento delle responsabilità che chi fa da interprete assume all’interno della famiglia (Vasquez et al., 1994; Weisskirch, 2007). In un altro articolo (Crafter & Iqbal, 2021) sosteniamo che tali termini suggeriscono una relazione di potere molto statica tra genitori e prole. Altri lavori hanno sostenuto che la mediazione linguistica possa essere intesa come «interpretariato familiare», mettendo in evidenza le famiglie come una squadra che agisce insieme (Valdés, 2003) o impegnata in atti di cura che consentono alle famiglie di funzionare in contesti migratori talvolta difficili (García-Sánchez, 2018). Ciò ha implicazioni politiche, nella misura in cui queste persone giovani facilitano l’accesso delle famiglie all’assistenza sanitaria, alla tecnologia, ai servizi finanziari e alle risorse (da cui le famiglie immigrate appena arrivate possono essere spesso escluse). Può anche significare che le persone minori migranti che fanno da interpreti si trovino direttamente esposte al razzismo quotidiano e alle microaggressioni (Nash, 2017) negli spazi pubblici della società di accoglienza, come i contesti sanitari (Reynolds & Orellana, 2009).
Il nostro articolo si concentra sulle prospettive di giovani interpreti riguardo a una situazione moralmente ambigua e conflittuale che si verifica in un contesto sanitario permeato da disuguaglianze legate al potere e all’età. Sul piano concettuale, questo articolo si rifà al lavoro di Mary Pratt (1991) sulla zona di contatto, un «termine per indicare gli spazi sociali in cui le culture si incontrano, si scontrano e si confrontano corpo a corpo, spesso in contesti di relazioni di potere fortemente asimmetriche, come il colonialismo, la schiavitù o le loro conseguenze così come vengono vissute oggi in molte parti del mondo» (p. 33). L’idea è stata inizialmente impiegata in riferimento alle teorie dell’alfabetizzazione, ma è stata in seguito utilizzata in diverse discipline, tra cui la psicologia e l’educazione (Crafter & Iqbal, 2019; Hermans, 2001; Malsbary, 2014). Si collega particolarmente bene alla mediazione linguistica dei minori, pratica che è una manifestazione della globalizzazione e della migrazione e che può porre famiglie e comunità in una posizione marginale per la mancanza di conoscenze linguistiche e culturali sulla società di accoglienza.
La lingua è al centro della zona di contatto e può essere vista come un codice sociale che crea un senso condiviso di comunità e di patrimonio all’interno di un mondo sociale omogeneo e unitario. Tuttavia, questo presupposto diventa escludente quando parlanti di classi sociali e origini culturali diverse entrano in differenti contesti di zona di contatto, come le aule scolastiche e gli spazi sanitari e burocratici. Dierkheimer e Helbrect (2015) sostengono che, negli incontri conflittuali tra persone estranee, possa verificarsi tra gli attori sociali una lotta per il prestigio e per il dominio della situazione. Tuttavia, quando uno degli attori di uno scambio sociale è una persona giovane, lo status e il dominio che può portare in un incontro possono essere diversi da quelli di una persona adulta professionista (come un medico). In effetti, giovani interpreti migranti e le loro famiglie possono non disporre dei codici sociali e degli insiemi di norme o regole necessari a una comunicazione condivisa (Pratt, 1991). Ciò può portare una delle parti (in questo caso la figura professionale in ambito sanitario) a esercitare la propria autorità sull’altra.
La zona di contatto è uno spazio che può essere dinamico, fatto di confronto e di conflitto — (uno spazio non sicuro, costituito da relazioni di potere diseguali) — ma anche rassicurante e conforme (ciò che Pratt chiama safe house, un rifugio, costituito da relazioni di potere più paritarie) (Atari, 2013). È importante notare che il rapporto tra spazi sicuri e non sicuri non è fisso ma fluido e mutevole, talvolta ambiguo, il che mostra come il gioco di potere all’interno della zona di contatto sia influenzato da diverse categorie sociali, come la lingua, la classe, l’etnia e la religione. Pratt sostiene che gli attori sociali esercitano il potere in modo diverso in spazi diversi: possono essere in posizione dominante in uno spazio ed esercitare dominio in un altro. È importante tenerlo presente quando si riflette sugli incontri nella zona di contatto. Ci basiamo su queste idee teoriche per esaminare come giovani interpreti affrontino il conflitto nello studio di un medico.
L’obiettivo del progetto di ricerca più ampio su cui si basa questo articolo era esplorare come giovani che fanno regolarmente da interpreti per la propria cerchia medino conoscenze culturali e identità in spazi e contesti diversi. I dati sono stati raccolti combinando metodi qualitativi e quantitativi tradizionali delle scienze sociali (interviste con vignette, osservazioni, questionario) e approcci basati sulle arti (laboratori di teatro, podcast e arte). Tutti i dati sono stati raccolti dopo l’approvazione etica dello studio da parte del Comitato etico per la ricerca dell’istituzione a cui afferisce l’autrice principale, e tutti sono stati raccolti dalle due autrici dell’articolo. Entrambe le ricercatrici erano donne di classe media, una britannica di origine sud-asiatica e l’altra britannica bianca. In questo articolo ci concentriamo sulle 29 interviste con vignette (23 ragazze, 6 ragazzi) condotte con giovani tra i 13 e i 16 anni di tre scuole della Greater London, nel Regno Unito. Il consenso è stato ottenuto separatamente dalle persone giovani e da chi se ne prendeva cura. Il modulo di consenso e la scheda informativa erano scritti in un linguaggio semplice e privo di gergo, e li abbiamo esaminati insieme alle persone giovani. Queste li hanno portati a casa per spiegarli alle proprie famiglie e farli firmare. Anche la scuola ha facilitato questo processo, e i genitori hanno avuto la possibilità di porre domande al gruppo di ricerca e al corpo docente prima di firmare. Abbiamo fornito informazioni chiare sul progetto, assicurandoci che i genitori capissero che la partecipazione delle loro figlie e dei loro figli era volontaria e che avevano il diritto di ritirarsi. I dettagli completi del metodo utilizzato e ulteriori informazioni sul campione sono disponibili qui: https://languagebrokeringidentities.files.wordpress.com/2019/03/ahrc-final-report-clb-as-mediators.pdf.
Nella Greater London quasi il 40% della popolazione è nato fuori dal Regno Unito e in città si parlano oltre 300 lingue (Rogers, 2013). Siamo state invitate a raccogliere i dati in tre scuole secondarie con giovani tra i 13 e i 16 anni, ossia Murry Green (N = 9, tutte ragazze), Rutland (N = 9, 6 ragazze, 3 ragazzi) e Drake (N = 11, 9 ragazze, 2 ragazzi) (i nomi di tutte le scuole sono stati modificati). Ciascuna è stata scelta con cura in base a una serie di criteri, tra cui: la collocazione (si trovavano tutte in zone con un’elevata presenza di arrivi migratori recenti); un’alta percentuale di popolazione studentesca con l’inglese come lingua aggiuntiva (English as an Additional Language, EAL), importante indicatore della pratica della mediazione linguistica dei minori; i legami della scuola con un’organizzazione locale di Young Interpreters (giovani interpreti); e una precedente collaborazione di ricerca con una delle scuole. Le persone giovani delle scuole hanno compilato un questionario online che ci ha aiutato a stabilire chi facesse attivamente da interprete. Chi faceva da interprete per familiari più di una volta alla settimana è stato invitato a partecipare alle interviste e ai laboratori.
Le persone partecipanti hanno percorsi migratori diversi. Alcune, con le loro famiglie, hanno compiuto un viaggio diretto verso l’Inghilterra dai Paesi d’origine, tra cui Polonia, Bulgaria, Colombia ed Ecuador. Altre hanno compiuto percorsi migratori transnazionali: loro stesse o i loro genitori erano nati in Paesi come il Bangladesh, lo Sri Lanka o la Nigeria e sono arrivati passando per un altro Paese, come l’Italia o la Spagna, prima di stabilirsi in Inghilterra. Diciannove persone del nostro campione sono arrivate nel Regno Unito tra gli 11 e i 16 anni, 5 hanno dichiarato di essere arrivate tra i 6 e i 9 anni, 1 ci ha detto di essere arrivata tra i 2 e i 3 anni e 4 non ci hanno fornito questa informazione. Nella nostra analisi non abbiamo approfondito in che modo l’età di arrivo delle persone intervistate influisse sulla loro interpretazione dell’ambiguità morale dello scenario della vignetta (presentato nella sezione successiva). Abbiamo però selezionato con cura il nostro campione. Prima di condurre le interviste e somministrare il questionario, abbiamo dedicato del tempo a conoscere le persone giovani e a condurre una serie di laboratori sugli spazi, i luoghi e le situazioni in cui facevano da interpreti. Tutte le persone giovani selezionate facevano attivamente da interpreti per la propria famiglia e avevano esperienza e conoscenza della mediazione in una varietà di sistemi e contesti del Regno Unito (compreso lo studio medico). Tutte hanno potuto essere intervistate in inglese. Gli estratti conservano gli errori grammaticali e le inflessioni locali londinesi.
Abbiamo raccolto i dati mediante interviste qualitative con vignette. Una vignetta offre uno stimolo narrativo che consente alla persona intervistata di riflettere sui dilemmi dei personaggi. Già descritta come un approccio eticamente sensibile (Barter & Renold, 2000), la metodologia delle vignette consente a chi fa ricerca di affrontare le questioni da una prospettiva non personale e quindi meno minacciosa (Crafter et al., 2015). Poiché l’inglese non era la prima lingua delle persone partecipanti, abbiamo anche ritenuto che la vignetta le avrebbe aiutate a comunicare le proprie prospettive ed esperienze durante l’intervista.
Tutte le nostre vignette sono state elaborate a partire da esempi tratti dalla letteratura sulla mediazione linguistica. Abbiamo costruito ogni vignetta in modo che la persona intervistata dovesse gestire una situazione difficile o conflittuale e possibili lotte di potere. In altre parole, abbiamo creato una zona di contatto (Pratt, 1991). Presentiamo i risultati relativi a una delle quattro vignette proposte alle persone giovani durante l’intervista (per i dettagli sulle altre tre si veda Crafter & Iqbal, 2020). La storia della vignetta discussa in questo articolo si basa su una visita dal medico ed è stata adattata da una situazione reale di mediazione in ambito sanitario descritta da García-Sánchez (2014) nel suo libro sull’immigrazione marocchina in Spagna. Lo scenario vede una giovane interprete — Sorraya (il personaggio) — che fa da interprete per la sua vicina nello studio del medico. Il gruppo di ricerca ha letto ad alta voce la seguente vignetta alle persone intervistate:
Sorraya sta traducendo per la sua vicina dal medico. Il figlioletto della donna non mangia ed è la seconda visita in quattro mesi. Dopo una breve discussione, il medico dice che la madre deve smettere di dargli così tanti dolci. La madre, tutta tranquilla, chiede a Sorraya di dire al medico che, quando il bambino comincia a strillare, lei gli dà uno schiaffo. Sorraya sa che il medico non approverà che picchi suo figlio.
A ogni persona intervistata sono state poi poste le seguenti domande:
Il conflitto nella storia nasce quando la giovane (Sorraya) sente la vicina (per cui sta traducendo) darle un’informazione inattesa: che picchia suo figlio. Il personaggio della vignetta e le persone intervistate si trovano così di fronte a un conflitto morale che attraversa norme e valori culturali. Le prime tre domande chiedono alle persone intervistate di commentare ciò che, secondo loro, il personaggio farebbe nella situazione in cui si trova, mentre la domanda 4 chiede loro di immedesimarsi nel personaggio. Questa domanda mirava a facilitare il racconto di esperienze personali simili in contesti medici. Delle 29 interviste in profondità con giovani, 26 hanno risposto in dettaglio a questa specifica vignetta. Era l’ultima vignetta dell’intervista e i vincoli di tempo hanno fatto sì che tre interviste si concludessero bruscamente. È uno dei limiti del lavoro nelle scuole.
L’analisi delle interviste con vignette è stata condotta combinando codifica manuale e un software di analisi dei dati qualitativi (NVivo). Abbiamo letto le trascrizioni delle interviste ed elaborato categorie tematiche iniziali basate sulla teoria esistente, sulle nostre domande di ricerca e sulla letteratura sulla mediazione linguistica dei minori. Questo primo libro dei codici è nato da discussioni di gruppo su un campione iniziale di trascrizioni. I codici sono stati poi affinati e messi in discussione attraverso un ulteriore lavoro sui dati e un’ulteriore analisi, e raggruppati in temi (Flick, 2014). Il gruppo di analisi era composto da tre persone (le due autrici e una persona collega esterna al progetto), che hanno analizzato le trascrizioni in modo indipendente e poi si sono riunite per confrontare i temi. In caso di disaccordo, i temi venivano abbandonati o rielaborati fino al raggiungimento di un consenso. Quando qualcuno del gruppo introduceva codici distinti, questi venivano confrontati con quelli esistenti per individuarne le somiglianze e venivano integrati, aggiunti all’elenco dei codici o abbandonati. Una volta definito, il quadro è stato utilizzato per analizzare le trascrizioni restanti, con il gruppo che continuava a consultarsi in caso di dubbi. Durante questo processo di analisi ci siamo concentrate sulla relazione diadica tra il personaggio della vignetta e le posizioni proprie della persona giovane durante l’intervista. Quando discutiamo i risultati della vignetta, siamo consapevoli che, sebbene possano spesso essere proiezioni sul personaggio dei processi decisionali di chi risponde, qui li utilizziamo come mezzo per esplorare molteplici posizioni e dinamiche di potere (Crafter et al., 2015). In questo caso, la vignetta rimandava a uno scenario in cui il personaggio (Sorraya) si trova di fronte a un consulto delicato che comporta un dilemma morale nello studio medico mentre fa da interprete per la sua vicina. Ci interessava non solo come, secondo le persone partecipanti, Sorraya avrebbe gestito la situazione, ma anche i racconti delle loro esperienze simili in contesti medici che hanno portato. La nostra strategia di codifica ha tenuto conto di questa distinzione. Nell’articolo preciseremo quando le persone intervistate attingono alle proprie esperienze e quando riflettono sul personaggio della vignetta.
Tutte le persone giovani interpreti avevano un’esperienza reale di mediazione linguistica in un contesto medico, come uno studio medico, un ospedale o una farmacia. Nessuna aveva affrontato un dilemma morale o una situazione simile a quella di Sorraya (il personaggio della vignetta), ma le persone intervistate sono state in grado di riflettere sulle complessità sollevate dalla vignetta. Nello scenario ci sono tre relazioni di potere chiave associate alla mediazione in un contesto medico: (1) la vicina adulta e la sua relazione con la giovane interprete, (2) il medico (che funge da figura di autorità competente) e la sua relazione con l’interprete e, infine, (3) la comprensione, da parte dell’interprete, delle possibili conseguenze più ampie che avrebbe per la vicina rivelare che picchia suo figlio. Queste relazioni di potere corrispondono a diversi elementi della zona di contatto, come la relazione triadica tra la vicina, il medico e Sorraya, e le politiche nazionali e le norme culturali più ampie in materia di benessere e tutela dell’infanzia.
Tutte le persone giovani intervistate erano consapevoli che la mediazione linguistica si svolgeva all’interno di situazioni sociali complesse, che richiedevano di conoscere gli attori dell’interazione a tre, i fattori istituzionali e le norme sociali più ampie. Le persone partecipanti hanno riflettuto sul dilemma di Sorraya (il personaggio della vignetta) e sulle ripercussioni del tradurre al medico ciò che le aveva detto la vicina. Tereza, 16 anni, ne parla così:
Secondo me Sorraya… sa che se dice al medico che la vicina picchia il bambino piccolo, la cosa arriverà agli assistenti sociali e allora cercheranno di toglierle il bambino… gli assistenti sociali verranno a casa tua e cercheranno di indagare su cosa succede. … quindi secondo me è un po’ preoccupata, tipo: che parole uso, glielo dico o glielo spiego in un altro modo?
Molte altre persone partecipanti hanno riflettuto sui possibili problemi che la vicina della vignetta avrebbe dovuto affrontare, soprattutto perché vedevano lo studio medico come un punto di raccordo tra i servizi sociali in senso ampio e la famiglia. Riconoscevano che lo Stato aveva il diritto di prendere in carico la bambina o il bambino a fini di protezione se il suo benessere fosse stato giudicato a rischio. Anche se non tutte conoscevano la terminologia, tutte capivano le conseguenze nel peggiore dei casi, come Anca, 13 anni: «lo sai com’è lì [nel Regno Unito], se picchi tuo figlio arriva qualcuno a portartelo via».
Riflettendo sul contesto socioculturale più ampio e su una pratica educativa controversa, alcune persone intervistate hanno confrontato le norme sociali dei Paesi di provenienza con la loro nuova vita in Inghilterra. Samir, 14 anni, originario dell’Afghanistan, ha riflettuto sulla storia della vignetta e sulla propria esperienza personale di punizioni da parte di un genitore:
Perché nei diversi Paesi si pensa in modo diverso sulle cose e secondo me se fai la stessa cosa nel mio Paese il medico lo approva.
In ricerche precedenti si è sostenuto che la pratica della mediazione linguistica migliori la comprensione che la persona giovane ha sia della cultura d’origine sia della cultura di accoglienza (Birman & Trickett, 2001). La citazione di Samir suggerisce che egli intenda lo schiaffo come una forma di disciplina accettabile per la vicina in un determinato contesto, ma anche che la conoscenza approfondita che Sorraya ha delle norme culturali della cultura di accoglienza la ponga in una posizione di maggiore conoscenza rispetto alla vicina. Tereza, 16 anni, solleva un punto simile, collocando la vicina in una posizione di minor potere a causa della sua scarsa comprensione delle norme sociali e di tutela:
La mamma deve essere di un altro Paese. Per esempio, se sei africana, se dai uno schiaffo a tuo figlio, lo stai solo educando, va bene. Ma tipo, in britannico [sic], secondo me esagerano, al punto che non puoi neanche toccare tuo figlio, punto… Secondo me la madre non capisce che se lo dice a un medico britannico la cosa viene presa in un altro modo e la madre finirà nei guai
Al di là della sua prospettiva sulle pratiche educative nel contesto britannico, Tereza riconosce ciò che serve per orientarsi nel sistema sanitario. All’interno di questa zona di contatto che è il contesto medico, Tereza dimostra di saper attingere ai codici sociali acquisiti per favorire uno «scambio ordinato e coerente» (Pratt, 1991, p. 38) ed evitare così una situazione che metterebbe la madre nei guai.
Per le persone giovani interpreti intervistate, il dilemma morale presentato nella vignetta poneva anche difficoltà emotive per Sorraya, il personaggio della vignetta. Ellora, 14 anni, passa in rassegna le diverse dimensioni complesse che Sorraya potrebbe prendere in considerazione:
Perché so che se un bambino viene maltrattato e preso a schiaffi e, ehm, picchiato di brutto, ci sono tipo conseguenze legali. Secondo me Sorraya lo sa, quindi non vuole che la polizia separi la madre dal bambino, quindi forse Sorraya sta pensando al bambino. Non vuole che il bambino viva senza una madre, perché una madre è una cosa importante… Quindi ci sta pensando ed è tipo: devo trovare una soluzione per farli uscirne. Quindi è una cosa davvero difficile. Se fossi al posto di Sorraya, andrei fuori di testa.
Il primo aspetto da notare è che Ellora porta la parola «schiaffo» (smack) a qualcosa di più grave (botte e maltrattamento). Questa escalation spiega il suo collegamento con l’intervento della polizia, che a sua volta la porta a riflettere sulle implicazioni e sull’importanza della relazione madre-figlio. In questo scenario, il personaggio dell’interprete porta il peso morale di dover pensare alla perdita di una madre per un bambino piccolo. L’idea di un dilemma morale che attraversa come un filo alcune delle risposte delle persone partecipanti alla vignetta si collega al lavoro di Bauer (2013) sulla creazione e la gestione della moralità nel processo di mediazione linguistica. La responsabilità di prendere decisioni morali e gravide di conseguenze collocava il personaggio della vignetta in una posizione al tempo stesso potente e impotente. Da un lato, Sorraya (il personaggio) occupa una posizione di guida nel condurre la conversazione. Dall’altro, Ellora descrive come, se fosse Sorraya, «andrebbe fuori di testa». Altre persone intervistate hanno descritto Sorraya come «bloccata», o «triste» e «a disagio» se dovesse mentire al medico. Anca, 13 anni, la cui prima lingua è il rumeno, ha descritto Sorraya come una «martire», ma ha usato la parola «vinovat», che in rumeno esprime un’emozione legata anche alla colpa e alla colpevolezza. In questo modo, Anca è riuscita a descrivere il peso della responsabilità che, secondo lei, gravava su Sorraya.
Molte persone partecipanti hanno parlato del ricorso a tattiche dilatorie nelle proprie situazioni reali di traduzione, in particolare quando dovevano tradurre molte informazioni o quando le informazioni erano complesse e c’era un dilemma morale. Allo stesso modo, hanno suggerito che il personaggio della vignetta potesse ricorrere a tali tattiche. Ritenevano che questo avrebbe dato a Sorraya il tempo di pensare al modo migliore di rispondere a ciò che la vicina aveva detto. Rabiatou, 16 anni, per esempio, suggerisce: «Se fossi Sorraya, direi al medico che stavamo parlando di (il problema) e che non avevo capito cosa intendesse (quando) me lo stava spiegando». In questo caso, Rabiatou afferma che sosterrebbe di non aver capito il problema descritto dalla vicina come modo per temporeggiare (dato che il medico non capiva la lingua di casa), guadagnando così tempo. Pratt (1991) discute il ruolo della lingua e del potere nella zona di contatto, ed è chiaro che in questo caso l’inglese (in quanto lingua della società di accoglienza) occupa una posizione dominante, essendo usato dalla figura di autorità (il medico). Tuttavia, attraverso queste tattiche dilatorie che si servono della lingua di casa, subordinata, le persone giovani riescono a sovvertire le dinamiche di potere all’interno della zona di contatto. In effetti, Daria, 14 anni, suggerisce che Sorraya dovrebbe parlare con la vicina nella lingua di casa per informarla delle possibili ripercussioni di una traduzione diretta di ciò che aveva detto.
Sì, ma se parlano in un’altra lingua, Sorraya, lei può dire al medico: «Oh, mi scusi, devo parlare di, spiegarle una cosa». Gli può mentire solo per spiegarle che non è una buona idea dire al medico che picchierai tuo figlio se ti urla contro o strilla o roba del genere.
Da un lato, la posizione di potere di Sorraya all’interno della zona di contatto dello studio medico è più bassa a causa della sua condizione di minore. Dall’altro, Daria descrive come il personaggio potrebbe usare la propria mediazione linguistica come strategia per prendersi il tempo di spiegare alla vicina il problema conflittuale. In questo senso, esercita un certo grado di potere in quanto interprete per stringere un’alleanza più stretta con la madre (la vicina) piuttosto che con la figura di autorità, così da far capire alla vicina la gravità della situazione. Così facendo, proteggerebbe la madre dalla figura più potente dell’interazione, in questo caso il medico. Riconoscendo la gravità della situazione di mediazione, alcune persone giovani, come Rabiatou, 16 anni, hanno detto che sarebbero state molto dirette con la vicina, perché la posta in gioco era alta:
Avrei detto alla vicina che nel Regno Unito non si possono picchiare i bambini. Ecco cosa le avrei detto. Perché ti possono portare via tuo figlio in un attimo.
Pur non sostenendo che le risposte delle persone giovani riflettano davvero ciò che farebbero nella vita reale, le loro risposte sono comunque interessanti. Delle 26 risposte dettagliate a questo scenario, 22 giovani hanno detto che ometterebbero o modificherebbero selettivamente l’informazione sulla vicina che dà schiaffi a suo figlio. Tre giovani non sapevano bene quale decisione avrebbero preso nella vita reale e una sola persona ha affermato che informerebbe il medico del fatto che la madre picchiava suo figlio. In linea con risultati simili sulla «modifica selettiva» riportati da García-Sánchez (2010, 2014), le ragioni erano diverse, tra cui tutelare gli interessi della famiglia, riconoscere un dilemma morale, voler evitare il conflitto e voler presentare la propria cultura d’origine sotto una luce positiva. Nel nostro studio, Tereza, 16 anni, spiega come modificherebbe il contenuto del messaggio.
Non credo che direbbe al medico che la vicina dà semplicemente degli schiaffi al bambino. Secondo me lo direbbe con altre parola [sic]. Direbbe tipo: «Non mi piace quando piange tanto e non voglio dargli uno schiaffo.
In questo caso, però, Tereza si distingue dal personaggio della storia.
Io non voglio farlo. Perché anche se lo dici al medico, secondo me, dal mio punto di vista, se dici al medico «ah no, è solo una tradizione», (ti direbbero) «sei in questo Paese, sei in Gran Bretagna, queste cose non si fanno». Perché poi se al bambino spunta un livido da qualche parte, sarà il medico a vederlo
Ci sono due aspetti importanti nel fatto che Tereza prenda le distanze dalla posizione del personaggio della vignetta. In primo luogo, comprende che il sapere culturale della «tradizione» non ha lo stesso peso delle concezioni dominanti dell’infanzia e della tutela dei minori, rispecchiate dalla posizione del medico come figura di autorità. In secondo luogo, ricerche precedenti hanno mostrato che chi fa da interprete è molto consapevole del sospetto delle persone adulte sul fatto che dica o meno la verità e, di conseguenza, parla dell’importanza di essere sinceri con loro (Crafter et al., 2017).
Le persone partecipanti hanno sollevato la questione del potere dei termini linguistici in relazione al contesto culturale. Per esempio, diverse persone giovani hanno citato la parola «smack» (schiaffo) e hanno detto che la cambierebbero per attenuare il messaggio al medico, per esempio con «spank» (sculaccione). Ania, 13 anni, usa la parola «tap» (colpetto) o «picchiare piano», insieme a una spiegazione sulle differenze nelle pratiche educative:
Direi solo che quando comincia a strillare… tipo lei gli dà un colpetto o, sai, lo picchia piano, perché è quello che si fa in quella cultura e tipo lei non sa che non si dovrebbe fare, quindi tipo spiegherei al medico che è quello che si fa in quella cultura
Il modo in cui le persone partecipanti descrivevano la spiegazione della situazione che la giovane darebbe alla vicina variava. Ania, 13 anni, per esempio, dice che Sorraya spiegherebbe alla madre la possibilità di una punizione da parte di soggetti esterni e che picchiare non era giusto:
Alla madre direi che, davvero, non dovresti farlo, perché tipo qui non si fa e qui puoi essere punita se picchi un bambino e non è proprio appropriato
La modifica selettiva veniva usata anche come mezzo per tutelare o schermare la persona con meno potere nel contesto di mediazione, in questo caso la vicina. Dimitar, 14 anni, spiega che modificare i messaggi è inevitabile per tutelare gli interessi della parte per cui si traduce:
Dimitar: Cioè, lei [il personaggio, Sorraya, come giovane interprete] probabilmente dovrebbe… mentire al medico su quello che si sono dette, perché vuole che la sua vicina si tenga il figlio, perché questo distruggerebbe la sua vicina. Probabilmente dovrebbe dire che avevano qualche difficoltà a spiegare quale fosse esattamente il problema, cioè le sue abitudini alimentari.
Intervistatrice: Quindi dovrebbe proteggerla. È una cosa piuttosto grossa da fare per una ragazzina, non credi?
Dimitar: Sì, lo è, ma a volte devi fare quello che devi fare.
Qui la simpatia di Dimitar va alla vicina, collocata come il personaggio che ha più bisogno di protezione. Questa prospettiva richiama le responsabilità di cura che si dice chi fa da interprete assuma per conto dei familiari, le quali hanno una componente morale e affettiva che aiuta l’infanzia a mantenere le relazioni (García-Sánchez, 2018) e protegge chi non sa comunicare nella lingua locale da quelle che vengono percepite come ingiustizie (Nash, 2017). Anche i commenti con cui Dimitar prosegue la risposta alla domanda dell’intervistatrice, «devi fare quello che devi fare», sono particolarmente interessanti. In altre parti della sua intervista, Dimitar ha riflettuto su quanto sia consapevole della propria condizione di bambino e su come riconosca che questa condizione gli permetta di sfidare le aspettative e affrontare il conflitto quando necessario. Non è necessariamente così per tutte le persone giovani interpreti, ma lo era per Dimitar, che aveva capito che le idee tradizionali sull’infanzia facevano sì che le altre figure professionali potessero sottovalutarlo e non aspettarsi da lui certi comportamenti. Spesso sfruttava questo a proprio vantaggio durante il processo di mediazione (Crafter et al., 2009).
Altre persone, in modo molto diverso da Dimitar, hanno riflettuto sulla propria posizione di minore con meno potere di fronte a una figura adulta e sentivano di non avere la sicurezza e la competenza necessarie per affrontare una situazione così complessa. Di conseguenza, hanno proposto approcci alternativi su come il personaggio avrebbe affrontato la situazione. Mihal, 13 anni, afferma che il personaggio chiederebbe ai propri genitori di intervenire e «sistemare le cose», perché riteneva che la vicina non avrebbe preso bene che una ragazzina le desse consigli:
Perché sarebbe meglio se lei, lei lo dice, tipo, a qualcuno della sua famiglia, perché se qualcuno della famiglia, la famiglia è in buoni rapporti con la vicina, magari può parlare con la vicina e sistemare le cose. Magari.
Coinvolgendo un familiare esterno, Mihal ritiene che si allevierebbe la pressione su Sorraya e, in un certo senso, si ridurrebbe la tensione nella zona di contatto. Per certi versi, è un esempio di come l’età possa essere usata in un altro modo vantaggioso. In quanto minori, le persone che fanno da interpreti possono legittimamente attingere alle risorse di altre persone adulte per farsi aiutare con il proprio dilemma.
Anche Ellora, 14 anni, riflette su come si possano ottenere risorse e conoscenze dalle persone adulte. Decide che Sorraya sarebbe un’interprete attiva (Crafter & Iqbal, 2020) e prenderebbe l’iniziativa di raccogliere informazioni su buone tecniche educative per la vicina: «Quindi magari chiedere consiglio al medico su come comportarsi in quella situazione». In questo modo riesce a creare uno spazio sicuro all’interno di una zona di contatto, pur modificando selettivamente l’informazione.
Questo articolo si proponeva di esplorare come giovani interpreti parlino di uno scenario reale di mediazione in un contesto sanitario (lo studio medico), in cui esistono relazioni di potere diseguali tra gli attori. Tutte le persone giovani interpreti avevano esperienza di mediazione in un contesto medico, ma nessuna aveva affrontato il tipo di dilemma morale e conflittuale che abbiamo presentato attraverso il personaggio della nostra vignetta, Sorraya. Le risposte delle persone partecipanti sono istruttive perché ci hanno permesso di capire come le persone giovani riflettano sulla responsabilità di detenere potere negli spazi istituzionali e di fare da voce a una persona adulta.
Sono emersi due risultati principali riguardo alla comprensione del problema da parte delle persone giovani. Il primo riguardava il dilemma morale e le disuguaglianze di potere presenti nello scenario di mediazione. Le persone giovani del nostro studio hanno riflettuto sull’insieme di fattori istituzionali, norme sociali e attori dell’interazione a tre coinvolti nello scenario sanitario. Riconoscevano che la responsabilità della mediazione linguistica (in relazione al personaggio) poteva far sentire la persona giovane al tempo stesso potente (per il compito di mediazione che le era stato conferito) e impotente (quando l’esito della sua mediazione poteva avere gravi conseguenze per altre persone). Il secondo risultato riguardava le strategie adottate dalle persone giovani per gestire situazioni di mediazione complesse. Tra queste strategie figuravano le tattiche dilatorie, soprattutto quando le informazioni erano molte e complesse o controverse, oltre all’omissione di informazioni o alla modifica selettiva del messaggio. Grazie a queste strategie, le persone giovani interpreti riuscivano a sovvertire le dinamiche di potere nella zona di contatto e ad affermare un certo grado di capacità di agire. Un’altra considerazione importante dell’articolo riguardava il ruolo dell’età in una situazione di mediazione complessa.
Le persone partecipanti al nostro studio sembravano riconoscere che chi fa da interprete in età minore possiede una conoscenza approfondita di altri valori e tradizioni culturali. Eppure tali pratiche e tradizioni non hanno sempre lo stesso peso in tutti i contesti. La loro conoscenza si estende quindi alla comprensione delle pratiche della cultura d’origine e della cultura di accoglienza, e delle conseguenze più ampie che le circondano quando si legano a forze istituzionali. Per esempio, a prima vista potrebbe sembrare che Sorraya (il personaggio della nostra vignetta) sia in una posizione di potere perché può «modificare selettivamente» il discorso. Tuttavia, in una situazione morale, affettiva e conflittuale, Sorraya si trova in una posizione delicata. Le sue parole hanno gravi ripercussioni e le persone intervistate collocavano il medico nel ruolo dell’altro autorevole che rappresenta la pratica dei servizi sociali e le norme dei valori sociali e culturali del contesto di accoglienza.
Il ricorso al lavoro di Mary Pratt (1991) sulla zona di contatto offre un mezzo utile per pensare le esperienze e le dimensioni di potere che chi fa da interprete in età minore incontra nel processo di mediazione per conto di un familiare o di una persona della comunità. Si fonda sulla nozione di migrazione, di marginalizzazione e di posizioni sovraordinate o subordinate occupate da determinate lingue, persone e spazi. Come sottolinea Atari (2013), le zone di contatto sono collegate e le azioni compiute in una di esse (in questo caso lo studio medico) possono avere ripercussioni più ampie in un’altra (il sistema statale di welfare). Il ruolo della lingua nei contesti sociali è particolarmente importante. Mentre Pratt discute di come lingue diverse veicolino diverse rappresentazioni del potere, il sociolinguista Hymes (1971) riflette su come l’infanzia, nei diversi contesti, possa non avere accesso alle stesse risorse sociolinguistiche e alla stessa acquisizione del linguaggio. Ciò vale in particolare per le persone minori che fanno da interpreti, che hanno storie migratorie diverse e assumono ruoli considerati propri dell’età adulta. Nel contesto di zona di contatto dello studio medico (esplorato in questo articolo), per esempio, giovani interpreti possono trovarsi di fronte a una terminologia medica linguisticamente complessa, difficile da interpretare.
L’articolo mette inoltre in luce che l’infanzia può essere costretta a prendere decisioni importanti che avranno un impatto sulle persone vicine. In questo senso, le persone giovani di questo studio hanno parlato di una serie di strategie utilizzate per prendere tempo, schermare e proteggere altre persone modificando il linguaggio e comprendendo meglio il contesto più ampio. Si può sostenere che la mediazione linguistica sia una pratica in linea con le aspettative culturali sulle responsabilità familiari (Spyrou et al., 2018), e alcune ricerche hanno descritto il processo come un peso (Tomasi & Narchal, 2019) per la responsabilità che pone sulle spalle dell’infanzia e della gioventù. Abbiamo tuttavia sostenuto altrove che, in molti casi, le stesse persone minori possono vedere positivamente la propria partecipazione a questo lavoro. Può essere un mezzo per acquisire competenze aggiuntive e uno sviluppo rispetto alla propria età cronologica (Crafter & Iqbal, 2021).
Riconosciamo che un limite del nostro studio è l’aver elaborato deliberatamente storie di vignette contenenti situazioni conflittuali e difficili, che sollevavano dilemmi morali. Ciascuna di queste storie si basava tuttavia su un episodio reale di mediazione, e questo metodo indiretto di raccogliere le esperienze dell’infanzia era eticamente più sensibile e meno minaccioso della presenza del gruppo di ricerca sul posto durante un momento teso di traduzione.
Con i tagli di austerità ai bilanci dei servizi pubblici (come l’interpretariato professionale) in molte parti del mondo, si spendono meno risorse per offrire alle famiglie e alle persone migranti un accesso agevole a traduzione e interpretariato. È probabile che bambine, bambini e giovani continuino a svolgere questa attività. Inoltre, nell’attuale clima politico, in cui il sentimento anti-immigrazione è forte in molte parti del Nord globale ed è spesso accompagnato da politiche migratorie ostili, le questioni di fiducia fanno sì che genitori e altre persone adulte possano preferire il sostegno di familiari, anche se si tratta di minori.
Nel Regno Unito esistono poche linee guida chiare e formalizzate sul ricorso alla mediazione linguistica dei minori in contesti pubblici (per es. legali, medici, finanziari e amministrativi). Sebbene esistano alcune indicazioni per l’ambito scolastico: si veda https://www.nuffieldfoundation.org/project/child-language-brokering-at-school), esse non affrontano in modo adeguato le sfide specifiche di altri ambiti, come la sanità (discussa in questo articolo). Eppure sappiamo che questa pratica esiste. Per questo servono indicazioni pratiche migliori e mirate per il personale sanitario, nonché il riconoscimento che ci sono conversazioni a cui le persone minori non dovrebbero partecipare. Occorrerebbe una comprensione della definizione dei confini e un riconoscimento del differenziale di potere in gioco tra le figure professionali adulte e l’infanzia che fa da interprete per la propria famiglia. Per esempio, durante un consulto possono esserci momenti in cui una discussione inizia in modo accettabile ma poi si trasforma in qualcosa a cui la persona minore non dovrebbe partecipare, e in tal caso la figura professionale sanitaria dovrebbe intervenire. È inoltre necessaria una comprensione dei fattori contestuali più ampi che possono entrare in gioco: status migratorio, scarsa conoscenza dei sistemi.
Sul piano delle politiche, servono più discussione e più comprensione della complessità della mediazione linguistica, includendo nel dibattito interpreti giovani e adulti. Inoltre, occorre più ricerca nell’ambito della mediazione e della sanità. Concludiamo con un appello a ricerche che mirino specificamente a comprendere e classificare la gamma di attività di mediazione che le persone giovani svolgono in ambito medico e in altri spazi segnati da disuguaglianze di potere conflittuali. Uno degli ambiti di bisogno più urgente riguarda le situazioni di emergenza sanitaria, in cui spesso le persone minori sono le sole interpreti disponibili.
Complexe Systémique: punti chiave
Per la pratica sistemica, questo testo sposta utilmente la questione della «parentificazione»: chi fa da interprete in età minore non è soltanto una persona giovane caricata di un ruolo adulto, ma un soggetto che negozia tra mondi, protegge i propri cari, sceglie le parole, prende tempo e talvolta cerca alleanze tra le persone adulte. La vignetta mostra anche il prezzo di questo potere: sentirsi al tempo stesso indispensabili e impotenti, portare segreti, anticipare gravi conseguenze istituzionali. Nei nostri studi, ciò significa non chiedere mai a una persona minore di fare da interprete su questioni delicate, chiedere alla famiglia come viene vissuta la mediazione in casa e riconoscere questa competenza senza banalizzarla. Due limiti invitano alla prudenza: le risposte riguardano uno scenario fittizio e non dicono che cosa le persone giovani farebbero davvero, e il campione, reclutato a scuola, è in maggioranza femminile. Sarebbe utile anche ascoltare i genitori coinvolti. Da leggere insieme all’articolo sui processi dialettici nelle famiglie somale in Svezia e all’articolo sull’esperienza emotiva della parentificazione nell’infanzia.
Note dell’originale
Ringraziamenti. Ringraziamo le scuole e le persone giovani che hanno generosamente dedicato il loro tempo per rendere possibile questa ricerca. Siamo grate a Charles Forsdick, AHRC Leadership Fellow, per aver sostenuto il nostro progetto nell’ambito del tema Translating Cultures.
Finanziamento. Questo lavoro è stato sostenuto dall’Arts and Humanities Research Council con il finanziamento [numero AH/M003744/1].
Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interessi.
Approvazione etica. Tutti i dati sono stati raccolti dopo l’approvazione etica dello studio da parte del Comitato etico per la ricerca dell’IOE, Facoltà di Educazione e Società della UCL (REC678).
Consenso alla partecipazione. Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone partecipanti incluse nello studio, nonché dai loro genitori o da chi se ne prende cura.
Bibliografia
Abreu, G. D., & O’Dell, L. (2017). Theorizing child language brokering: The example of brokering in healthcare settings. In R. S. Weisskirch (Ed.), Language brokering in immigrant families: Theories and contexts (pp. 180–204). Routledge
Antonini, R. (2010). The study of child language brokering: Past, current and emerging research. mediAzioni, 10, 1–23
Atari, Y. (2013). Identity trans-formation in contact zones: Socialization of Israeli immigrant youth in Canada (Unpublished doctoral dissertation). York University
Barter, C., & Renold, E. (2000). ‘I wanna tell you a story’: Exploring the application of vignettes in qualitative research with children and young people. International Journal of Social Research Methodology, 3(4), 307–323
Bauer, E. (2013). Reconstructing moral identities in memories of childhood language brokering experiences. International Migration, 51(5), 205–218
Birman, D., & Trickett, E. J. (2001). Cultural transitions in first-generation immigrants: Acculturation of Soviet Jewish Refugee adolescents and parents. Journal of Cross-Cultural Psychology, 32(4), 456–477. https://doi.org/10.1177/0022022101032004006
Chao, R. (2006). The prevalence and consequences of adolescents’ language brokering for their immigrant parents. In M. Bornstein & L. Cote (Eds.), Acculturation and parent–child relationships: Measurement and development (pp. 271– 296). Erlbaum
Cohen, S., Moran‐Ellis, J., & Smaje, C. (1999). Children as informal interpreters in GP consultations: Pragmatics and ideology. Sociology of Health & Illness, 21(2), 163–186
Crafter, S., & Iqbal, H. (2020). The Contact Zone and Dialogical Positionalities in “Non-Normative” Childhoods: How Children Who Language Broker Manage Conflict. Review of General Psychology, 24(1), 31–42
Crafter, S., & Iqbal, H. (2021). Child language brokering as a family care practice: Reframing the ‘parentified child’ debate. Children & Society, 36(3), 400–414
Crafter, S., O’Dell, L., & Abreu, G. (2009). Young peoples’ representations of ‘atypical’ work in English society. Children & Society, 23(3), 176–188
Crafter, S., Abreu, G. D., Cline, T., & O’Dell, L. (2015). Using vignette methodology as a tool for exploring cultural identity positions of language brokers. Journal of Constructivist Psychology, 28(1), 83–96
Crafter, S., & Iqbal, H. (2019). Examining conviviality and cultural mediation in arts-based workshops with child language brokers: Narrations of identity and (un)belonging. In M. Berg, M. Nowicka (Eds.), Studying Diversity, Migration and Urban Multiculture: Convivial Tools for Research and Practice. London, UK: UCL Press. https://doi.org/10.14324/111.9781787354784
Crafter, S., Cline, T., & Prokopiou, E. (2017). Young adult language brokers’ and teachers’ views of the advantages and disadvantages of brokering in school. In R. S. Weisskirch (Ed.), Language brokering in immigrant families: Theories and contexts (pp. 224–243). New York, NY: Routledge
Dirksmeier, P., & Helbrecht, I. (2015). Everyday urban encounters as stratification practices: analysing affects in micro-situations of power struggles. City, 19(4), 486–498
Dorner, L., Orellana, M., & Li-Grining, C. (2007). “I helped my mom,” and it helped me: Translating the skills of language brokers into improved standardized test scores. American Journal of Education, 113(3), 451–478
Flick, U. (2014). An Introduction to qualitative research. Sage Publications Ltd
Foner, N., & Dreby, J. (2011). Relations between the generations in immigrant families. Annual Review of Sociology, 37, 545–564
Free, C., Green, J., Bhavnani, V., & Newman, A. (2003). Bilingual young people’s experiences of interpreting in primary care: A qualitative study. British Journal of General Practice, 53(492), 530–535
García-Sánchez, I. M. (2010). (Re)shaping practices in translation: How Moroccan immigrant children and families navigate continuity and change. MediAzioni, 10, 182–214
García-Sánchez, I. M. (2018). Children as interactional brokers of care. Annual Review of Anthropology, 47, 167–184
García-Sánchez, I. M. (2014). Language and Muslim immigrant childhoods: The politics of belonging. Blackwell-Wiley
Giordano, S. (2007). Overview of the advantages and disadvantages of professional and child interpreters for limited English proficiency patients in general health care situations. Journal of Radiology Nursing, 26(4), 126–131
Gustafsson, K., Norström, E., & Höglund, P. (2019). Language interpreting and brokering in Swedish public service institutions: The use of children for multilingual communication. Journal of Language and Law, 71, 13–26
Hall, N., & Sham, S. (2007). Language brokering as young people’s work: Evidence from Chinese adolescents in England. Language and Education, 21(1), 16–30. https://doi.org/10.2167/le645.0
Hall, N. (2004). The child in the middle: Agency and diplomacy in language brokering events. In G. Hansen, K. Malmkjaer, & D. Gile (Eds.), Claims, changes and challenges in translation studies: Selected contributions from the EST Congress, Copenhagen 2001 (pp. 285–296). John Benjamins Publishing Company
Harris, B. (1977). The importance of natural translation. Working Papers on Bilingualism, 12, 96–114
Hermans, H. J. (2001). The dialogical self: Toward a theory of personal and cultural positioning. Culture & Psychology, 7(3), 243–281
Hymes, D. H. (1971). On communicative competence. In J. Pride and J. Holmes (Eds.), Sociolinguistics. Penguin
Iqbal, H. (2019). Translating for Mum and Dad: BBC Radio 4. [radio podcast]. Retrieved from https://www.bbc.co.uk/programmes/m0005mg0
Jones, C. J., & Trickett, E. J. (2005). Immigrant adolescents behaving as culture brokers: A study of families from the former Soviet Union. The Journal of Social Psychology, 145(4), 405–428
Kam, J. A., & Lazarevic, V. (2014). The stressful (and not so stressful) nature of language brokering: Identifying when brokering functions as a cultural stressor for Latino immigrant children in early adolescence. Journal of Youth and Adolescence, 43(12), 1994–2011
Katz, V. (2014). Children as brokers of their immigrant families’ health-care connections. Social Problems, 61(2), 194–215
Malsbary, C. B. (2014). “It’s not just learning English, it’s learning other cultures”: Belonging, power, and possibility in an immigrant contact zone. International Journal of Qualitative Studies in Education, 27(10), 1312–1336. https://doi.org/10.1080/09518398.2013.837210
Martinez, K. (2019). In between language and health: Children’s experiences brokering language, culture, and information for health. (Unpublished doctoral dissertation). University of California. https://escholarship.org/uc/item/7j77f2ms
Masseroni, C. (2020). Relational proximity, boundary-making and (Im)mobility: Migrant children’s narratives of the streets in Ashua and Rabat, Morocco. In A. Vila-Freyer, & M. G. Özeri̇m (Eds.), Young migrants: Vulnerabilities, boundaries, protection and integration (pp. 69–84). Transnational Press
Nash, A. (2017). Arab American’s brokering in a context of tension and stereotypes: “It’s just a head-cover. Get over it!”. In R. S. Weisskirch (Ed.), Language brokering in immigrant families: Theories and contexts (pp. 116–136). Routledge
Orellana, M. F. (2009). Translating childhoods: Immigrant youth, language, and culture. Rutgers University Press
Pratt, M. L. (1991). Arts of the Contact Zone. Profession, 33–40. http://www.jstor.org/stable/25595469
Reynolds, J. F., & Orellana, M. (2009). New immigrant yoth intrepreting in white public spaces. American Anthropologist, 111(2), 211–223
Rogers, S. (2013). Census 2011: The language data visualised|infographic. The Guardian. https://www.theguardian.com/uk/datablog/2013/jan/31/census-2011-language-map
Spyrou, S., Rosen, R., & Cook, D. T. (2018). Introduction: Reimagining childhood studies: Connectivities…Relationalities…Linkages. In S. Spyrou, R. Rosen, & D. T. Cook (Eds.), Reminagining childhood studies (pp. 1–20). Bloomsbury Academic
Tomasi, A.‐M., & Narchal. R. (2019). Experiences and psychological well‐being of language brokers in Australia: A mixed methods approach. Australian Psychologist, 1–13. https://doi.org/10.1111/ap.12443
Tse, L. (1996). Language brokering in linguistic minority communities: The case of Chinese-and Vietnamese-American students. Bilingual Research Journal, 20(3-4), 485–498
Tse, L., & McQuillan, J. (1995). Child language brokering in linguistic minority communities: Effects on cultural interaction, cognition, and literacy. Language and Education, 9(3), 195–215
Valdés, G. (2003). Expanding definitions of giftedness: The case of young interpreters from immigrant communities. Routledge
Vasquez, O., Pease-Alvarez, L., & Shannon, S. (1994). Pushing boundaries: Language and culture in a Mexicano community. Cambridge University Press
Wagner, D. (1993). Literacy, culture and development: Becoming literate in Morocco. Cambridge University Press
Weisskirch, R. S. (2007). Feelings about language brokering and family relations among Mexican American early adolescents. The Journal of Early Adolescence, 27(4), 545–561. https://doi.org/10.1177/0272431607302935
Traduzione non ufficiale in italiano di Child Language Brokering in Healthcare: Exploring the Intersection of Power and Age in Mediation Practices, di Humera Iqbal e Sarah Crafter, Journal of Child and Family Studies, vol. 32, n. 2 (2023), doi: 10.1007/s10826-022-02376-0, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (punti salienti raggruppati nel riquadro dell’abstract). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Child Language Brokering in Healthcare: Exploring the Intersection of Power and Age in Mediation Practices», pubblicato in Journal of Child and Family Studies (2023) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Iqbal, H., e Crafter, S. (2023). Child Language Brokering in Healthcare: Exploring the Intersection of Power and Age in Mediation Practices. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/child-language-brokering-in-healthcare-the-intersection-of-power-and-age-in-mediation (Opera originale pubblicata nel 2022 in Journal of Child and Family Studies, 32(2), 586-597 (2023); ripubblicata nel 2023 da Journal of Child and Family Studies, https://link.springer.com/article/10.1007/s10826-022-02376-0)
Per approfondire