Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Family Violence · Violenza
Come cambia la relazione tra una madre e il proprio figlio o la propria figlia quando la famiglia si lascia alle spalle la violenza da partner intimo? A Hong Kong, il gruppo di Anne Wong ha seguito 13 madri e 20 minori ospitati in una casa rifugio, combinando interviste e pittura congiunta. Ne risulta un modello in quattro fasi, dall’interdipendenza alla partnership, e una relazione che parla anche senza parole.
Traduzione non ufficiale in italiano di The Integrated Model: Dynamic Changes in Mother–Child Relationship in the Context of Intimate Partner Violence, di Anne Chun Miao Wong e Rainbow Tin Hung Ho, pubblicato in Journal of Family Violence (Springer) (2026), doi: 10.1007/s10896-024-00733-9, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenco. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
La relazione materno-filiale e il contesto della violenza da partner intimo sono dinamici e mutevoli, non statici.
Anne Chun Miao Wong e Rainbow Tin Hung Ho
Abstract
Obiettivo. Lo studio si proponeva di esaminare gli aspetti espliciti e impliciti della relazione materno-filiale per spiegare i cambiamenti della relazione determinati dai cambiamenti del contesto di violenza da partner intimo (IPV) nel corso del tempo. La relazione materno-filiale esplicita comprende le comunicazioni verbali e consapevoli, mentre la relazione implicita è costituita da interazioni non verbali e non consapevoli.
Metodo. È stata impiegata la Grounded Theory per porre al primo posto la prospettiva delle persone partecipanti. Hanno partecipato 33 madri e minori cinesi superstiti (13 madri e 20 minori), ospiti o ex ospiti di una casa rifugio per donne maltrattate e la loro prole a Hong Kong. I dati sulla loro relazione esplicita sono stati raccolti mediante interviste individuali qualitative. Per ottenere dati diadici madre-minore sulla loro relazione implicita è stato applicato un metodo basato sull’arte, la Procedura di pittura congiunta (Joint Painting Procedure, JPP).
Risultati. Il modello integrato, «Cambiamenti dinamici nella relazione materno-filiale nel contesto dell’IPV», si fonda su tre parti principali dei risultati. In primo luogo, le identità sociali e i percorsi intersezionali delle persone partecipanti. In secondo luogo, i cambiamenti delle loro dinamiche relazionali esplicite determinati dalle transizioni nel contesto dell’IPV. In terzo luogo, le loro dinamiche relazionali implicite, bidirezionali e reciproche, fatte emergere attraverso la JPP e le discussioni successive alla pittura.
Conclusioni. Il modello integrato ha implicazioni rilevanti per gli interventi professionali nella fase successiva alla separazione. In primo luogo, l’IPV è un problema sociale intersezionale che richiede cambiamenti sociali e politici e un’attenzione alle diversità tra madri e minori superstiti. In secondo luogo, la relazione materno-filiale e il contesto dell’IPV sono dinamici e mutevoli, non statici. In terzo luogo, la relazione implicita offre una nuova dimensione agli interventi professionali volti a rafforzare la relazione materno-filiale.
Parole chiave: Violenza da partner intimo, Relazione materno-filiale, Prospettiva femminista, Prospettiva dei punti di forza, Prospettiva centrata sull’infanzia, Grounded Theory, Metodologia qualitativa
La violenza da partner intimo (IPV) continua a essere una crisi globale che colpisce le donne, l’infanzia che vi è esposta e la relazione materno-filiale. L’IPV è caratterizzata dagli atti di un partner intimo o coniuge, attuale o precedente, che provocano danni fisici, sessuali o psicologici. Rappresenta una manifestazione diffusa della violenza di genere contro le donne su scala mondiale. Le statistiche rivelano che il 27% delle donne che hanno avuto una relazione intima ha subito violenza fisica e/o sessuale da parte del partner (World Health Organization, 2024b). Durante la pandemia di COVID-19, quasi una donna su due ha riferito di aver subito violenza, o di conoscere una donna che l’aveva subita (UN Women, 2022, p.14–15). A Hong Kong, negli ultimi cinque anni, sono stati segnalati ogni anno circa 2.000-3.000 nuovi casi di IPV, e costantemente oltre l’80% delle vittime erano donne (Social Welfare Department, 2024). Tuttavia, i nuovi casi segnalati potrebbero rappresentare soltanto il 2% dei casi effettivi di IPV a Hong Kong (Lau & Blundy, 2016), poiché la maggior parte delle donne maltrattate non ha cercato alcun aiuto o si è rivolta solo a sostegni informali (Chan, 2022). L’IPV comporta un rischio immediato di morte e provoca conseguenze fisiche, psicologiche e mentali negative per le donne sopravvissute, danneggiandone la partecipazione economica, politica e sociale (ad es., Crowne et al., 2011; Dillon et al., 2013). L’IPV è violenza contro l’infanzia che vi è esposta, sottoposta ai suoi effetti dannosi, e nel mondo un quarto dell’infanzia vive con una madre vittima di IPV (Stoltenborgh et al., 2012; Unicef, 2017; World Health Organization, 2024a). Rispetto a chi non vi era stato esposto, questa popolazione infantile presentava un rischio maggiore di sviluppare sintomi traumatici e problemi emotivi e comportamentali che potevano continuare a esporla a rischi in età adulta, a indicare una trasmissione intergenerazionale degli effetti dell’IPV (Adams et al., 2019; Kimball, 2016; Pinheiro, 2006). Sebbene l’infanzia possa avere relazioni molto strette con le madri, che nel contesto dell’IPV ne sono la fonte di conforto e sostegno (ad es., Lapierre et al., 2018; Mullender et al., 2002), e sebbene la madre possa cercare di compensare l’esposizione della prole all’IPV attraverso un accudimento materno positivo e premuroso (ad es., Letourneau et al., 2007; Pels et al., 2015), l’IPV è violenza contro la relazione materno-filiale. Humphreys et al. (2006) hanno presentato un elenco di tattiche che gli autori di violenza applicavano deliberatamente per attaccare questa relazione, maltrattando le madri in presenza della prole per dimostrare che erano incapaci di proteggersi e di svolgere il proprio ruolo genitoriale. Nella fase successiva alla separazione, gli autori di violenza potevano essere più presenti che assenti (Humphreys et al., 2019). Potevano esercitare maltrattamento, coercizione e controllo sulle donne attraverso l’affidamento, la genitorialità e le visite (Hayes, 2012; Katz, 2015b; Thiara & Humphreys, 2017).
Un consistente corpus di ricerche ha dimostrato l’importanza della relazione materno-filiale nel contesto dell’IPV. Rafforzare di nuovo questa relazione è cruciale perché madri e minori superstiti si sostengano e favoriscano a vicenda la guarigione dai danni dell’IPV nella fase successiva alla separazione (Chanmugam, 2014; Humphreys et al., 2006, 2015; Katz, 2015a, b; Kong & Hooper, 2018; Mullender et al., 2002; Swanston et al., 2014; Visser et al., 2016). La relazione materno-filiale è costituita da aspetti espliciti e impliciti che coincidono nelle nostre comunicazioni e interazioni e sono quindi ugualmente importanti. La relazione esplicita comprende le comunicazioni consapevoli che possono essere verbalizzate attraverso il linguaggio parlato, mentre la relazione implicita riguarda interazioni non consapevoli che possono esprimersi attraverso manifestazioni non verbali, come l’arte (Gavron, 2013, 2019; Gavron & Mayseless, 2015, 2018). Gli studi precedenti si sono concentrati soprattutto sui resoconti verbali delle persone partecipanti riguardo alla loro relazione esplicita. La relazione implicita, altrettanto importante, è rimasta inesplorata (Wong & Ho, 2022). Nonostante questo corpus di ricerche, manca una teoria che spieghi la relazione materno-filiale nel contesto dell’IPV. Poca attenzione è stata dedicata ai cambiamenti della relazione materno-filiale determinati dai cambiamenti del contesto, per esempio prima e dopo aver lasciato gli autori di violenza/padri. Inoltre, gli studi sono stati condotti principalmente in paesi occidentali, e raramente madri e minori cinesi superstiti sono stati coinvolti come partecipanti. Per quanto ci risulta, questo è il primo studio che coinvolge madri e minori cinesi superstiti ed esplora le loro relazioni esplicite e implicite per elaborare un modello che spieghi i cambiamenti delle loro relazioni determinati dai cambiamenti del contesto dell’IPV.
Alle considerazioni etiche è stata data priorità, poiché la ricerca sull’IPV è un ambito delicato (Mullender et al., 2002; Van Gelder et al., 2020). In particolare nella cultura cinese, l’IPV è considerata un segreto di famiglia da non rivelare all’esterno (Sullivan, 2005; Tonsing, 2016; Yick, 2007). Lo studio si è inquadrato nella prospettiva dei punti di forza, nella prospettiva femminista e nella prospettiva centrata sull’infanzia, che negli studi precedenti si erano dimostrate sicure, terapeutiche ed emancipanti per le donne sopravvissute all’IPV e per l’infanzia che vi è esposta. La prospettiva dei punti di forza sposta l’attenzione dai problemi delle persone partecipanti alla loro capacità di agire e ai loro punti di forza, affermandone così le prospettive ed evitando di etichettarle come vittime carenti (Mariscal, 2012; Saleebey, 2013; Song & Shih, 2010). La prospettiva femminista considera l’IPV un problema sociale di genere e pone l’accento sulle difficoltà delle madri maltrattate, evitando così di colpevolizzare la vittima e la madre (Buchanan & Wendt, 2018; Lapierre, 2010; Moulding et al., 2015; Peled & Gil, 2011; Semaan et al., 2013). La prospettiva centrata sull’infanzia sottolinea la capacità di agire e i punti di forza dell’infanzia, evitando così di etichettarla come testimoni passivi dell’IPV tra i genitori (Katz, 2015a; Kong & Hooper, 2018; Mullender et al., 2002), affrontando il rapporto di potere diseguale tra adulti e minori (Dedding et al., 2015; Graham et al., 2015; Haring et al., 2019; Kirk, 2007), tra minore e chi fa ricerca e tra minore e madre, e affermando le loro interpretazioni e prospettive in questo contesto di ricerca (Wong & Ho, 2022). Prima della raccolta dei dati è stata ottenuta l’approvazione etica dello Human Research Ethics Committee di The University of Hong Kong. Le madri hanno firmato il consenso informato per la propria partecipazione e per quella della prole. È stato richiesto anche il consenso informato firmato dell’infanzia partecipante, per mostrarle pari rispetto, favorire l’esercizio della sua capacità di agire e garantire una partecipazione volontaria. Per ragioni di sicurezza, le persone partecipanti hanno potuto scegliere il luogo della raccolta dei dati, e tutte hanno scelto la casa rifugio, dove si sentivano al sicuro e sostenute. Lo studio è stato quindi condotto nella casa rifugio. Tutte le persone partecipanti hanno ricevuto un buono da HK$20 per un supermercato o una libreria, a loro scelta, come segno di ringraziamento per la partecipazione.
Lo studio ha adottato un disegno di ricerca qualitativo perché permette a madri e minori superstiti di raccontare e interpretare le proprie esperienze vissute con parole proprie e a modo loro (Nikupeteri & Laitinen, 2015; Skinner et al., 2013). La metodologia qualitativa della Grounded Theory (Glaser, 1978; Glaser & Strauss, 1968) è stata applicata per condurre interviste individuali e la Procedura di pittura congiunta (JPP) madre-minore con le persone partecipanti, così da esplorarne rispettivamente le relazioni esplicite e implicite. È stata inoltre applicata per porre al primo posto la prospettiva delle persone partecipanti (Glaser, 2007), impedendo a chi conduceva la ricerca di sovrapporsi alle espressioni e alle interpretazioni di madri e minori superstiti. Campionamento teorico, raccolta dei dati e analisi dei dati sono stati condotti in modo iterativo per individuare codici, concetti, categorie e connessioni tra le diverse categorie, così da generare una teoria (Glaser, 1978, 2002; Glaser & Strauss, 1968) che spiegasse i cambiamenti della relazione materno-filiale determinati dai cambiamenti del contesto dell’IPV.
Lo studio è iniziato con un campionamento ragionato, basato sul giudizio di chi conduceva la ricerca nel selezionare persone partecipanti appropriate (Babbie, 2021) e informate (Glaser, 1978, p. 45). Una diade madre-figlia è stata reclutata tramite il contatto diretto di chi conduceva la ricerca (prima firma dell’articolo). Questa diade era sopravvissuta insieme all’IPV e viveva da due anni nella nuova casa dopo aver lasciato la casa rifugio. L’incontro era avvenuto nel 2015 alla riunione del Welfare Panel Subcommittee del Consiglio legislativo di Hong Kong, dove la madre era intervenuta a nome del gruppo di auto-aiuto delle donne sopravvissute all’IPV. Aveva espresso i loro bisogni e formulato raccomandazioni per migliorare politiche e servizi. Quando, nel 2018, la diade è stata invitata a partecipare a questo studio, ha accettato volentieri e ha scelto di svolgere le interviste individuali a casa. Dopo l’analisi dei dati raccolti con la diade è stato applicato il campionamento teorico. Il campionamento teorico è il processo con cui chi fa ricerca raccoglie e analizza i dati e decide poi quali dati raccogliere successivamente e dove trovarli, per sviluppare una teoria che emerga dai dati (Glaser & Strauss, 1968, p. 45). Sia la madre sia la figlia hanno riferito nelle interviste individuali che la loro relazione era cambiata dopo aver lasciato l’autore di violenza/padre. Inoltre, prima di entrare nella casa rifugio come ultima risorsa, si erano rivolte a diverse risorse relazionali e territoriali. Queste informazioni hanno orientato il reclutamento verso madri e minori cinesi superstiti di una casa rifugio per donne maltrattate e la loro prole. Infine, 33 persone partecipanti (13 madri e 20 minori) sono state indirizzate a questo studio dal personale del servizio sociale della loro casa rifugio. La dimensione del campione è stata determinata dalla saturazione teorica, ossia quando nessun dato aggiuntivo poteva essere sviluppato in una categoria e nessuna nuova categoria emergeva dai dati (Glaser & Strauss, 1968, p. 61). Le principali caratteristiche delle persone partecipanti sono riportate negli Allegati 1 e 2.
I dati sociodemografici, le preoccupazioni immediate e i percorsi sociali delle persone partecipanti sono stati raccolti con una scheda informativa elaborata da chi conduceva la ricerca.
I dati sulla relazione materno-filiale esplicita sono stati raccolti tramite interviste individuali semistrutturate, condotte in cantonese o in putonghua secondo la preferenza di ciascuna persona. Le interviste con le madri sono durate circa 2,5 ore, quelle con l’infanzia da 30 minuti a un’ora. Tutte le interviste sono state audioregistrate e trascritte alla lettera da chi conduceva la ricerca.
I dati sulla relazione implicita sono stati raccolti mediante la JPP madre-minore, il metodo diadico basato sull’arte sviluppato da Gavron (2019) per esaminare la relazione implicita tra genitore e minore, che comprende interazioni non verbali e non consapevoli (Gavron, 2013, 2019; Gavron & Mayseless, 2015, 2018). In questo studio, le diadi madre-minore hanno svolto insieme la JPP in 5 fasi sullo stesso foglio. All’inizio è stato sottolineato alle diadi che avrebbero condiviso un’attività piacevole e che potevano dipingere liberamente per tutta la durata del processo. Le diadi hanno iniziato la JPP tracciando a matita il proprio spazio personale. Poi hanno dipinto all’interno del proprio spazio personale. Successivamente hanno dipinto la propria cornice intorno al proprio spazio personale e poi un sentiero dalla propria cornice fino a quella dell’altra persona. Infine, hanno dipinto insieme sul resto del foglio, cioè nella loro area comune. Durante il processo di pittura, chi conduceva la ricerca ha preso appunti sulle comunicazioni e sulle interazioni delle diadi. Dopo aver dipinto, le diadi hanno osservato con apprezzamento le opere create insieme (ad es., Figg. 1, 2 e 3) per discuterne gli elementi artistici fase per fase e, all’interno di ogni fase, uno per uno, secondo la traccia per la discussione successiva alla pittura che avevano elaborato insieme. Wong e Ho (2022) hanno mostrato come l’elaborazione e l’applicazione di questa traccia abbiano favorito la capacità di agire e i punti di forza di madri e minori superstiti nel decidere che cosa presentare e come nelle discussioni successive alla pittura. Ciò ha evitato interpretazioni errate, ha affermato le prospettive delle persone partecipanti e, soprattutto, ha aiutato l’infanzia a esprimere i propri punti di vista senza imposizioni da parte degli adulti, comprese le madri e chi conduceva la ricerca, fornendo così dati ricchi per comprendere la loro relazione implicita. Le discussioni successive alla pittura si sono svolte in cantonese o in putonghua, sono state audioregistrate e trascritte alla lettera da chi conduceva la ricerca. In totale sono state condotte 18 sessioni di JPP con 12 madri e 18 minori. Una madre si è trasferita con la prole, due minori, nella nuova casa poco dopo le interviste. Questo nucleo non ha partecipato alla JPP a causa del COVID-19 e degli impegni scolastici.



La codifica è la procedura centrale dell’analisi dei dati. Le interviste alle madri, le interviste all’infanzia e le JPP madre-minore con le relative discussioni successive alla pittura sono state codificate separatamente, secondo la Grounded Theory (Glaser, 1978; Glaser & Strauss, 1968). La procedura di codifica è iniziata con la codifica aperta delle trascrizioni letterali delle registrazioni, per generare codici e concetti in ogni modo possibile. Successivamente, i codici e i concetti correlati sono stati raggruppati in una categoria. Quando sono emerse le connessioni tra le categorie, queste sono state a loro volta raggruppate in sottocategorie interconnesse e in una categoria centrale (Allegato 3). Infine, la categoria centrale e le sottocategorie interconnesse sono state integrate e concettualizzate nel modello integrato (Fig. 4).

L’affidabilità della codifica è stata garantita. Tre persone indipendenti incaricate della codifica, con dottorato ed esperienza di ricerca, hanno verificato l’accordo intercodificatore (Guest et al., 2012), con un accordo dell’86,34% per le interviste alle madri, dell’82,93% per le interviste all’infanzia e dell’85,33% per le JPP madre-minore e le discussioni successive alla pittura. Inoltre, le trascrizioni letterali delle registrazioni audio sono state controllate da una di queste persone, senza che emergessero discrepanze rilevanti. Un’altra ha esaminato le traduzioni inglesi dei codici, dei concetti e delle citazioni dirette, originariamente in cinese. Le discrepanze di traduzione sono state risolte attraverso discussioni di consenso. Sono state poi applicate diverse misure per garantire l’affidabilità del processo di ricerca (Lincoln & Guba, 1985). Per esempio, un coinvolgimento prolungato, dato che chi conduceva la ricerca, con oltre dieci anni di esperienza nel campo della violenza familiare, possiede una solida comprensione delle persone partecipanti; un debriefing regolare tra chi conduceva la ricerca e chi la supervisionava (seconda firma dell’articolo), che ha garantito un uso appropriato dei diversi metodi di ricerca; una triangolazione in cui sono stati impiegati più soggetti (madri e minori) e più metodi (intervista individuale e JPP) per comprendere le relazioni materno-filiali esplicite e implicite a partire da più fonti di dati (scheda informativa sulle persone partecipanti, resoconto materno, autoresoconto dell’infanzia, note di campo, opera della JPP madre-minore e discussione successiva alla pittura). Ancora più importante, sono state condotte verifiche con le persone partecipanti (member check) in tre momenti (dopo la codifica aperta, la saturazione teorica e la concettualizzazione) per assicurarsi che i risultati ne affermassero le prospettive. Le verifiche relative alle interviste individuali sono state condotte individualmente, quelle relative alla JPP e alle discussioni successive alla pittura con le diadi madre-minore. Per facilitare l’orientamento delle persone partecipanti e il recupero dei ricordi, i risultati sono stati organizzati in ordine cronologico, così da rispecchiarne le esperienze. Le categorie sono state inoltre sostenute da codici in vivo e citazioni letterali che riflettevano direttamente ciò che avevano detto nelle interviste, durante il processo di pittura e nelle discussioni successive. Sulla base dei loro riscontri, sono state apportate alcune modifiche ai risultati per affermarne le prospettive. Per esempio, le persone partecipanti hanno sottolineato di essere partner («拍檔» in cantonese e in putonghua) sia nella JPP sia nella vita quotidiana. In particolare, chi si era già stabilito nella nuova casa dopo aver lasciato la casa rifugio ha collegato la propria partnership nella JPP alla nuova casa, nuova vita. La partnership è così emersa come una delle categorie che rispecchiavano vividamente il loro modo di esprimersi e la loro scelta delle parole.
Il modello integrato, «Cambiamenti dinamici nella relazione materno-filiale nel contesto dell’IPV» (Fig. 4), si fonda su tre parti principali dei risultati: in primo luogo, le identità sociali e i percorsi intersezionali di madri e minori superstiti (Allegati 1 e 2); in secondo luogo, la relazione materno-filiale esplicita (Allegato 3); in terzo luogo, la relazione materno-filiale implicita (Allegato 3).
Allo studio hanno partecipato tredici madri e 20 minori, figli e figlie loro. Le 13 madri cinesi avevano tra i 25 e i 45 anni, con un’età media di 35.08 anni (SD = 6.21). La caratteristica principale di queste madri erano le loro identità sociali intersezionali (Allegato 1). Erano tutte casalinghe e principali caregiver della prole, indipendentemente dal titolo di studio. Vivevano di assistenza sociale insieme alla prole, il che ne rifletteva la povertà. Avevano subito molteplici forme di IPV e riportato lesioni fisiche e crolli emotivi. Gli autori di violenza erano i loro mariti o ex mariti e i padri biologici della prole, e per questo in questo studio vengono indicati come autori di violenza/padri. Secondo i resoconti delle madri, 10 dei 13 autori di violenza/padri ricevevano assistenza sociale e i restanti tre erano lavoratori manuali. Le madri erano rimaste nelle relazioni violente dai 7 ai 17 anni perché volevano preservare il matrimonio, speravano che gli autori di violenza/padri cambiassero e preferivano che la prole crescesse in una famiglia unita. Riconducevano alle loro identità sociali intersezionali di donne, mogli e madri il fatto di non aver lasciato le relazioni violente. Undici madri erano migranti provenienti dalla Cina, mentre le altre due erano originarie di Hong Kong. Le madri migranti si erano trasferite a Hong Kong dopo aver ottenuto la residenza, e la loro registrazione anagrafica in Cina era stata cancellata. Non erano tornate in Cina quando l’IPV si era manifestata e intensificata: «Lui giocava d’azzardo… e mi picchiava… Speravo che il nostro rapporto migliorasse… Lui si rifiutava e continuava a giocare…, e le botte diventavano sempre più insopportabili… Non ho riportato mia figlia in Cina… la nostra registrazione anagrafica non c’era più… Stavo crollando!» (Madre, famiglia 9). Tutte le madri migranti hanno riferito di essere rimaste intrappolate nelle relazioni violente, e 9 di loro hanno riferito di aver ricevuto diagnosi di malattie croniche legate alla vittimizzazione da IPV, ad es. disturbo da stress post-traumatico (PTSD), depressione e disturbo d’ansia. Tutte le madri migranti hanno inoltre riferito di essere prive di mezzi economici, di non avere sostegno familiare e sociale, di non conoscere le risorse del territorio e di non avere i titoli o le competenze necessari per trovare lavoro a Hong Kong. Dipendere dagli autori di violenza/padri era quindi, a loro avviso, la soluzione migliore per la propria sopravvivenza e per quella della prole prima dell’ingresso nella casa rifugio. Per dodici madri si trattava della prima volta che lasciavano gli autori di violenza/padri, ed erano entrate nella casa rifugio insieme a 19 minori,1 mentre la madre restante vi era entrata con il proprio figlio o figlia per la seconda volta. Nessuna delle madri ha indicato che sarebbe tornata dagli autori di violenza/padri.
A causa delle identità sociali intersezionali delle madri, la caratteristica principale dell’infanzia partecipante erano i loro percorsi sociali intersezionali. Il gruppo dei 20 minori (Allegato 2) aveva tra i 7 e i 13 anni, con un’età media di 8.95 anni (SD = 1.53). Tutto il gruppo ha riferito una condizione di povertà economica in famiglia, attribuendola ai problemi degli autori di violenza/padri, per esempio la dipendenza dal gioco d’azzardo e l’alcolismo. Tutto il gruppo è stato testimone oculare della crescente violenza paterna e della vittimizzazione materna. Tutto il gruppo ha espresso di non aver potuto fermare la violenza del padre né cambiare le circostanze familiari a causa della giovane età: «Io, mio fratello più piccolo e mia sorella eravamo in camera nostra… Sentivamo la mamma piangere e urlare… Eravamo piccoli… Ci siamo chiusi in camera… perché avevamo troppa paura di Baba!» (Figlia maggiore, famiglia 8). Diciotto avevano Hong Kong come luogo di nascita e due la Cina. Inoltre, 14 avevano trascorso l’infanzia con la madre in Cina, mentre il padre restava a Hong Kong. Raggiunta l’età scolare, le madri si erano trasferite con loro a Hong Kong per la scolarizzazione e il ricongiungimento familiare.
La categoria centrale, madre e figlio o figlia che si valorizzano a vicenda lungo tutto il processo, era costituita da tre sottocategorie interconnesse: in primo luogo, le transizioni nel contesto dell’IPV; in secondo luogo, le dinamiche relazionali esplicite; in terzo luogo, le dinamiche relazionali implicite (Allegato 3).
Madri e minori superstiti hanno riferito di aver attraversato transizioni nel contesto dell’IPV, dalla casa d’origine con IPV alla casa rifugio e poi alla nuova casa, nuova vita. Proiettavano inoltre un futuro migliore.
Madri e minori superstiti, senza eccezione, hanno riferito la violenza crescente degli autori di violenza/padri, associata ad altri problemi, per esempio l’alcolismo e l’abuso di sostanze: «All’inizio Baba sgridava la mamma a mezzanotte… Sapevo che cercavano di nasconderlo… Baba perdeva soldi al gioco… Poi l’ho visto picchiare la mamma… Prima di venire qui (nella casa rifugio), Baba era troppo violento! Nessuno riusciva a fermarlo! Tirava i capelli alla mamma, le sbatteva la testa contro il muro… la prendeva a pugni… a calci… La mamma non ce la faceva più.» (Figlia, famiglia 9). Le madri ricordavano di aver sopportato l’IPV fino all’episodio del toccare il fondo, che definivano come il momento in cui l’IPV si intensificava fino a diventare particolarmente pericolosa e insopportabile, spingendole a una separazione d’emergenza dagli autori di violenza/padri. Dichiaravano il loro impegno a restare insieme alla prole; altrimenti, sceglievano di rimanere nella relazione violenta finché non trovavano l’occasione di fuggire insieme alla prole: «Non riuscivo più a sopportarlo… Sono rimasta nella relazione… perché non avrei mai lasciato indietro i miei figli scappando da sola… L’occasione è arrivata quando ho portato i bambini al municipio per l’esame di danza classica di mia figlia… Ho fatto denuncia alla polizia e ho detto che avevo paura di tornare a casa… paura della sua violenza… La polizia ci ha detto di andare subito nella casa rifugio.» (Madre, famiglia 1).
Madri e minori superstiti, senza eccezione, hanno apprezzato che la casa rifugio fosse un luogo sicuro, con sostegno professionale, nonostante alcuni inconvenienti come la permanenza breve e la vita in gruppo: «Ero così preoccupata dopo averlo lasciato (l’autore di violenza/padre). L’assistente sociale qui mi sostiene… Sono una madre immigrata da poco con due figli… L’assistente sociale ci ha aiutato a ottenere i servizi sociali… Qui è temporaneo, non possiamo restare a lungo… l’assistente sociale ci ha aiutato con la casa e con i soldi… Adesso ho capito che a Hong Kong ci sono tanti posti e tante persone disposti ad aiutarci… Mi sono sentita più al sicuro… quando ho capito che non dovevo tornare da lui.» (Madre, famiglia 1). «Il personale del servizio sociale qui è molto gentile con noi… Ho delle amicizie con cui giocare… Ho chiesto di ricordarsi di chiamarmi quando ce ne andremo.» (Figlia, famiglia 12).
Chi aveva già lasciato la casa rifugio ha riferito di aver ottenuto sostegno da diverse fonti per stabilirsi nella nuova casa, nuova vita: «Il servizio sociale per la famiglia ci ha indirizzato verso tantissime risorse… per sistemare la nostra nuova casa… Il servizio sociale scolastico continua ad aiutare mia figlia… a vivere insieme la nostra nuova vita.» (Madre, famiglia 12). Madri e minori hanno descritto in modo concorde che le nuove famiglie erano gestite dalle madri, che si dedicavano a offrire un ambiente stabile alla prole per il suo miglior sviluppo: «Prima i miei figli erano molto silenziosi e piangevano facilmente a scuola per via delle nostre faccende di famiglia… Ci siamo sistemati nella nuova casa… Faccio del mio meglio… Possiamo vivere la nostra vita a Hong Kong… Non abbiamo bisogno di lui (l’autore di violenza/padre)!» (Madre, famiglia 3). L’infanzia ha osservato che la scolarità era diventata più stabile di prima. Dedicava gran parte delle energie e del tempo al gruppo dei pari a scuola. Riceveva anche sostegno dalla scuola in ragione della storia familiare di IPV: «Quando stavo con Baba non riuscivo a dormire… arrivavo tardi a scuola… mi addormentavo in classe… Adesso, nella nuova casa senza Baba… non devo più preoccuparmi che Baba faccia del male alla mamma quando sono in classe… l’assistente sociale della scuola parla con me… l’insegnante di classe mi incoraggia… Voglio andare meglio in inglese.» (Figlio, famiglia 2).
Madri e minori superstiti, senza eccezione, prevedevano di superare le difficoltà del momento. Proiettavano un futuro migliore fatto di migliori condizioni familiari, indipendenza e cura reciproca: «Adesso siamo al sicuro… La mamma non deve più avere paura di Baba… Saremo più felici… Da grande voglio entrare nella polizia di Hong Kong… per proteggere la mamma.» (Figlio, famiglia 13).
Vivendo insieme le transizioni nel contesto dell’IPV, la relazione ha manifestato una combinazione di dinamiche relazionali esplicite: interdipendenza, confini e partnership, che coesistevano nella relazione esplicita, con una di esse più evidente delle altre in ciascuna transizione.
Madri e minori superstiti hanno espresso esplicitamente di valorizzarsi a vicenda e che la loro relazione era sempre stata buona e intima. Hanno sottolineato la loro interdipendenza e l’importanza primaria di restare insieme lungo tutte le loro esperienze. Le madri hanno comunicato che la prole era il senso della loro vita. L’infanzia ha espresso di essere più felice quando stava con la madre. Madri e minori hanno descritto un’interdipendenza più evidente nella casa d’origine con IPV che nelle altre transizioni. Tutte le persone partecipanti hanno riferito la loro difficoltà comune: non riuscire a fermare la violenza degli autori di violenza/padri nella casa d’origine: «Ho visto Baba picchiare la mamma più e più volte… Era ubriaco… nessuno riusciva a fermarlo… La mamma era disperata.» (Figlia, famiglia 10). Le loro preoccupazioni comuni erano la sicurezza reciproca e l’unità della famiglia. Per garantire la sicurezza, si sono reciprocamente protetti e consigliati, e si sono alleati per resistere alla violenza crescente e agli altri problemi degli autori di violenza/padri: «A mezzanotte diventava come pazzo… Io urlavo apposta per svegliare i bambini… I miei figli conoscevano la mia difficoltà… si alleavano con me… urlavamo e piangevamo forte tutti insieme, e questo riusciva a frenarlo un po’… altrimenti mi avrebbe uccisa già da tempo!» (Madre, famiglia 2). Allo stesso tempo, per mantenere unita la famiglia, si sono alleati per tenere segreti la violenza e gli altri problemi degli autori di violenza/padri. Non rivelavano all’esterno ciò che stavano vivendo, il che impediva loro di cercare sostegno esterno. Sono diventati l’uno per l’altra la migliore amicizia per soddisfare i propri bisogni emotivi: «Per salvare la sua immagine, non ho detto alla mia famiglia della sua violenza e dei suoi problemi di droga… Non voglio che lo disprezzino… Mio figlio l’ha visto picchiarmi… cercava di proteggermi… consolarmi… Parliamo di tutto… Proviamo le stesse cose… Siamo migliori amici… confidenti.» (Madre, famiglia 7). Le madri migranti hanno sottolineato: «I miei due figli sono gli unici legami familiari che ho a Hong Kong… Sono la mia compagnia… i miei confidenti… Noi tre dipendiamo l’uno dall’altro!» (Madre, famiglia 3).
Madri e minori hanno riferito in modo concorde che esistevano confini tra loro nonostante l’interdipendenza. I confini erano più marcati nella casa rifugio che nelle altre transizioni. L’infanzia esprimeva il bisogno di maggiore intimità e rassicurazione da parte della madre, poiché la casa rifugio era un ambiente nuovo. Al contrario, le madri esprimevano esplicitamente il bisogno di uno spazio personale lontano dalla prole per affrontare le sfide successive all’uscita dalla relazione con gli autori di violenza/padri e per gestire le proprie emozioni: «Dopo essere arrivati qui, mio figlio voleva che stessi di più con lui… Io cercavo di mantenere una certa distanza… Avevo bisogno di calmare le mie emozioni… Avevo paura di perdere la pazienza e di sfogarmi su di lui.» (Madre, famiglia 7). Dopo essersi adattate alla casa rifugio, 10 madri su 13 hanno preso in considerazione il divorzio (le altre tre avevano divorziato prima dell’ingresso nella casa rifugio). Tuttavia, 16 minori su 20 preferivano la riconciliazione dei genitori al divorzio: «La soluzione migliore è che Baba e la mamma facciano pace… Baba dovrebbe smettere di bere… e dovrebbe smettere di picchiare la mamma e di prenderla a calci.» (Figlia, famiglia 1). Conoscendo le diverse posizioni della prole, le madri hanno chiarito che il divorzio era una questione da adulti che rientrava nel loro ambito decisionale, mentre l’affidamento rientrava in quello dell’infanzia: «Il divorzio era una questione da adulti… tra suo Baba e me… è una mia decisione, un mio ambito… Ho parlato dell’affidamento con mio figlio… nel caso gli chiedessero con quale genitore preferiva stare.» (Madre, famiglia 7). Nel gestire il divorzio e le questioni connesse, le madri dipendevano dalla prole meno di prima. Sono diventate invece più assertive e hanno apprezzato il sostegno di figure professionali e di altre madri sopravvissute all’IPV: «Il divorzio è la lotta più grande… al mio paese è un tabù… Ho tante preoccupazioni… i miei figli non possono capire… Ho parlato con l’assistente sociale, che mi sostiene tanto… Ho parlato anche con altre madri nella stessa situazione…» (Madre, famiglia 1). L’infanzia notava questi cambiamenti nelle madri e voleva mantenere con loro un rapporto di migliore amicizia, ma si rendeva conto che il personale del servizio sociale riusciva a consolarle meglio: «Adesso la mamma parla meno con me… Parla di più con la signora W (l’assistente sociale della casa rifugio). Sono sicura che la mamma ha qualcosa nel cuore, ma non me lo dice… La coccolo per farla contenta.» (Figlia, famiglia 9). Nonostante le diverse posizioni sul divorzio dei genitori, tutta l’infanzia partecipante riteneva la madre un genitore migliore del padre e di altre figure di accudimento, e per questo, in caso di divorzio, ha scelto con decisione la madre come genitore affidatario.
Madri e minori, senza eccezione, hanno sottolineato la loro partnership lungo tutte le loro esperienze, per esempio per mantenere il funzionamento quotidiano della famiglia: «Siamo i partner della mamma… Facciamo a turno per aiutare la mamma nelle faccende di casa, adesso e anche prima di lasciare Baba…» (Figlio, famiglia 8), e per mantenere segreto il luogo della casa rifugio: «Baba mi ha chiesto dove eravamo… Non gliel’ho detto!» (Figlio, famiglia 13). In particolare, tutte le persone che avevano già lasciato la casa rifugio hanno detto che la loro partnership era più evidente nella nuova casa, nuova vita che nelle altre transizioni. Per far crescere le nuove famiglie, hanno collaborato per ridurre al minimo i contatti con gli autori di violenza/padri quando si sono resi conto che quei contatti provocavano dialoghi conflittuali tra loro: «Quando ci eravamo appena trasferiti nella nuova casa… Mio figlio era molto frustrato e mi ha morso la mano… Diceva che voleva bene a Baba e che gli mancava Baba… Io ero così apatica… Adesso mio figlio è molto diverso… Forse ha capito che mi sono dedicata tantissimo alla nostra nuova casa.» (Madre, famiglia 3). «Mi stressa organizzare le visite con il loro Baba… Non gli permetterò di venire nella nostra nuova casa. Mai! I miei figli capiscono le mie difficoltà… Hanno collaborato con me… Lo hanno ignorato.» (Madre, famiglia 2). Madri e minori superstiti hanno anche svolto le proprie responsabilità individuali ed espresso un forte riconoscimento reciproco nelle nuove case: le madri si sono fatte carico della nuova famiglia per offrire il meglio allo sviluppo della prole, e l’infanzia si è concentrata sullo studio: «La mamma ha fatto tantissimo per sistemare questa nuova casa… Adesso voglio migliorare il mio inglese… per far contenta la mamma!» (Figlio, famiglia 4). «I miei figli mi sono stati accanto… capiscono le mie difficoltà… si preoccupano tanto per me… Sono così grata di averli!» (Madre, famiglia 2).
La sinergia tra la JPP e la traccia per la discussione successiva alla pittura, elaborata insieme, ha aggirato la difficoltà di verbalizzare le questioni relazionali e ottimizzato la partecipazione attiva dell’infanzia. Ha facilitato dialoghi bidirezionali e spontanei tra madre e minore. Le loro interpretazioni degli elementi artistici rappresentavano esperienze interiori, sentimenti e pensieri del «qui e ora», facendo emergere informazioni sulla relazione implicita che altrimenti sarebbe stato difficile ottenere (Wong & Ho, 2022). Dai dati sono emerse tre dinamiche relazionali implicite: unione, confini e partnership, illustrate dai seguenti esempi di JPP madre-minore, con pseudonimi:
Tutte le diadi madre-minore hanno espresso la loro unione in tre modi. In primo luogo, si sono coinvolte reciprocamente nel processo di pittura, e molte bambine e molti bambini cantavano allegramente. In secondo luogo, hanno creato diversi elementi artistici per rappresentarsi a vicenda e rappresentare l’importanza di stare insieme. In terzo luogo, hanno espresso, soprattutto da parte dell’infanzia, il desiderio che la JPP non finisse e il bisogno di più attività in diade (Wong & Ho, 2022). Nella Fig. 1, Joyce (madre, 41 anni) e James (figlio, 9 anni) hanno espresso la loro unione interpretando il proprio spazio personale. James ha detto: «Il cuore vuol dire stare insieme… Ho pensato alla mamma e a me…». Joyce ha proseguito: «Il mio girasole vuol dire il nostro amore duraturo… La cosa più importante per noi è stare insieme e volerci bene». Hanno poi spiegato che il ponte blu e rosso nella parte inferiore del foglio era il loro sentiero comune, e che le due formiche sopra di esso li rappresentavano l’uno e l’altra. Lo hanno interpretato come il loro attraversare insieme circostanze diverse. Hanno apprezzato questa nuova esperienza di co-creazione e hanno intitolato l’opera «Amarsi insieme». Hanno espresso il desiderio di fare in futuro altre attività simili insieme, a riprova del loro bisogno di più attività in diade. Nella Fig. 2, Susan (madre, 32 anni) e Steven (figlio, 9 anni) si sono accordati per dipingere degli uccelli nell’area comune. Mentre dipingeva i suoi uccelli, Steven ha cantato spontaneamente una popolare filastrocca cantonese, «Un uccellino che cade in acqua». Dopo aver cantato, ha chiacchierato giocosamente con la madre degli uccelli e della canzone. Hanno trasmesso l’importanza di stare insieme interpretando i loro sentieri. Il sentiero di Susan era formato dalle linee orizzontali grigie, circondate dalle due file di puntini marroni e grigi del sentiero di Steven. Susan ha detto: «Guardando i nostri sentieri… Stanno benissimo insieme… Vuol dire che, qualunque cosa facciamo… anche se ci saranno degli ostacoli… andiamo insieme verso il sole, verso un futuro luminoso e splendente». Steven ha a sua volta interpretato i sentieri: «Guarda, mamma, i nostri sentieri sono belli. Possiamo andare dal sole, lungo i nostri sentieri, fino all’albero di Natale e prendere i regali che ci sono sotto!». Poi Steven ha detto: «Voglio dipingere ancora con la mamma!». Ha chiesto a chi conduceva la ricerca qualche altro foglio da disegno da usare poi insieme alla madre, esprimendo così il suo bisogno di più attività in diade.
Le interazioni delle diadi durante il processo di pittura hanno messo in luce il bisogno delle madri di avere confini attorno al proprio spazio personale e la capacità dell’infanzia di imparare a rispettarli (Wong & Ho, 2022). Tutte le diadi madre-minore hanno mostrato la capacità di mantenere i propri confini e di rispettare quelli dell’altra persona, in particolare i confini dello spazio personale. Ciò ha permesso loro di continuare a provare piacere nella JPP. Le madri hanno messo in risalto il loro ruolo materno interpretando i propri dipinti. Nella Fig. 3, quando Nina (madre, 44 anni) ha dipinto il suo sentiero rosa per raggiungere la cornice nera di Natalie (figlia, 10 anni), Natalie ha ispessito la parte interessata della sua cornice nera. Ha ricordato a Nina di non entrare nel suo spazio personale, mostrando così la capacità di mantenere i propri confini. Nina non ha dipinto sulla cornice nera di Natalie né all’interno del suo spazio personale. Nella discussione successiva alla pittura, Natalie ha ringraziato Nina per aver rispettato i suoi confini e ha detto: «Sono contenta che la mamma non abbia dipinto sulla mia cornice e non sia entrata nel mio spazio personale… La bambina dentro il mio spazio personale sono io… Mi sto divertendo… Non voglio essere disturbata». Quando Nina ha interpretato il proprio dipinto, ha messo in risalto il suo ruolo materno: «Dentro il mio spazio personale ci sono io… Sono una mamma allegra… che si prende cura dei suoi due figli». Ha sottolineato ancora di più il ruolo materno parlando della parte del dipinto che preferiva: «Quello che mi piace di più è il giardino (al centro del dipinto), mi piace portare i miei figli al parco… Possono giocare… godersi il sole… Fa molto bene alla loro salute… Sono la loro madre… Mi stanno molto a cuore la salute e la felicità dei miei figli…». Natalie ha apprezzato l’interpretazione della madre e ha detto: «Mamma, il giardino è bellissimo!».
Tutte le diadi madre-minore hanno lavorato in partnership nel processo di pittura per realizzare le opere create insieme. Hanno anche lavorato in partnership nelle discussioni successive alla pittura per interpretare i propri elementi artistici all’interno di ogni fase. Hanno inoltre espresso il loro riconoscimento reciproco del contributo dato da ciascuna persona all’opera comune. Infine, hanno raggiunto un consenso nel dipingere le aree comuni e nel dare un titolo alle opere. Nella Fig. 1, Susan e Steven hanno espresso il loro riconoscimento reciproco. Susan ha apprezzato: «Un albero di Natale in riva al mare… così bene insieme… Si abbinano alla perfezione!». Steven ha risposto: «Il sole della mamma è bellissimo. Brilla davvero… brilla come la stella magica in cima al mio albero di Natale!». Nella Fig. 2, Joyce e James hanno raggiunto un consenso per dividere il foglio in due metà, così da poter dipingere liberamente senza disturbarsi. Quando si sono accorti che non restava spazio per dipingere i loro sentieri, hanno raggiunto un consenso per dipingere un sentiero comune con sopra due formiche. Dopo aver dipinto, hanno apprezzato insieme la loro bella opera ed espresso il loro riconoscimento reciproco per il contributo di ciascuno. Quando sono stati invitati a collegare l’esperienza della JPP alla vita quotidiana, James ha detto: «La mamma e io siamo dei buoni partner…». Joyce ha risposto: «Questa è la cosa più importante… perché adesso stiamo lottando insieme per la nostra nuova vita». Nella Fig. 3, quando Nina e Natalie sono state invitate a collegare l’esperienza della JPP alla vita quotidiana, hanno apprezzato il contributo di ciascuna alla realizzazione della loro co-creazione. Hanno riflettuto sul fatto che la loro partnership nella vita quotidiana permetteva loro di essere «Felici ogni giorno», che è diventato il titolo della loro opera.
Il modello integrato (Fig. 4), «Cambiamenti dinamici nella relazione materno-filiale nel contesto dell’IPV», è stato elaborato integrando le tre parti principali dei risultati: in primo luogo, le identità sociali e i percorsi intersezionali delle persone partecipanti, che indicano che l’IPV è un problema sociale intersezionale. In secondo luogo, le dinamiche relazionali esplicite più evidenti nella relazione variavano nelle diverse transizioni nel contesto dell’IPV, delineando un processo in 4 fasi che va dall’interdipendenza nella casa d’origine con IPV ai confini nella casa rifugio, alla partnership nella nuova casa, nuova vita, fino all’indipendenza e alla cura reciproca in un futuro migliore. In terzo luogo, la natura dinamica, bidirezionale e reciproca delle dinamiche relazionali implicite diadiche ha mostrato che sia le madri sia l’infanzia agivano attivamente sulle loro comunicazioni e interazioni. Sia la relazione materno-filiale esplicita sia quella implicita hanno rispecchiato in modo coerente la natura dinamica e mutevole, e non statica, della relazione nel contesto dell’IPV.
Madri e minori superstiti, con le loro identità sociali e i loro percorsi intersezionali, mostravano l’interdipendenza più forte nella casa d’origine con IPV, dove la loro difficoltà comune era non riuscire a fermare la violenza crescente e gli altri problemi degli autori di violenza/padri. Inoltre, le loro preoccupazioni comuni erano la sicurezza reciproca e l’unità della famiglia. Si sono alleati per resistere all’IPV e per tenerla come segreto di famiglia da non rivelare all’esterno, il che impediva loro di cercare sostegno esterno. Dipendevano l’uno dall’altra per soddisfare i propri bisogni emotivi e sono diventati reciprocamente la migliore amicizia e la persona di fiducia. Per questo era più probabile che si trovassero in una fusione emotiva, e i loro confini apparivano meno permeabili che nelle altre transizioni. Le madri hanno sopportato l’IPV fino all’episodio del toccare il fondo, che le ha spinte a una separazione d’emergenza dagli autori di violenza/padri e all’ingresso nella casa rifugio insieme alla prole.
I confini tra madre e minore erano più evidenti nella casa rifugio che nelle altre transizioni. La casa rifugio era un luogo sicuro, con sostegno professionale. Le madri esprimevano esplicitamente il bisogno di uno spazio personale lontano dalla prole per affrontare le proprie emozioni e le sfide successive all’uscita dalla casa d’origine. L’infanzia, invece, aveva bisogno di maggiore intimità e conforto da parte della madre nel nuovo ambiente di vita in gruppo della casa rifugio. Dopo essersi adattate alla casa rifugio, le madri hanno preso in considerazione il divorzio, anche se la maggior parte dell’infanzia preferiva la riconciliazione dei genitori. Le madri hanno dichiarato il divorzio un proprio ambito decisionale, al di fuori della sfera di competenza della prole. Nel gestire il divorzio e le questioni connesse, le madri hanno apprezzato il sostegno di figure professionali e di altre madri sopravvissute all’IPV. L’infanzia cercava di far contente le madri per mantenere un rapporto di migliore amicizia, ma si rendeva conto che il personale del servizio sociale riusciva a consolarle meglio. In caso di divorzio, tutta l’infanzia partecipante ha scelto con decisione la madre come genitore affidatario, ritenendola un genitore migliore dell’autore di violenza/padre.
Madri e minori superstiti hanno mostrato una partnership più solida nella nuova casa, nuova vita che nelle altre transizioni. Per far crescere le nuove famiglie, hanno collaborato per ridurre al minimo i contatti con gli autori di violenza/padri quando si sono resi conto che quei contatti portavano a dialoghi conflittuali tra loro. Inoltre, hanno svolto i propri compiti individuali: le madri si sono fatte carico della nuova famiglia per offrire un ambiente stabile alla prole, e l’infanzia si è concentrata sullo studio per far contente le madri. Hanno anche mostrato un forte riconoscimento reciproco: le madri apprezzavano la comprensione della prole, e l’infanzia lodava la dedizione delle madri nel prendersi cura di lei e della famiglia. Madri e minori superstiti hanno ottenuto sostegno da diverse fonti per superare le difficoltà nello stabilirsi nella nuova casa, nuova vita. Quando tra loro sorgevano dialoghi conflittuali, potevano scaricare le tensioni attraverso i vari spazi sociali e del territorio. Per questo i loro confini stavano diventando più flessibili di prima.
Madri e minori superstiti hanno espresso esplicitamente l’importanza primaria di restare insieme nel percorso attraverso le transizioni nel contesto dell’IPV. Inoltre, hanno ottenuto sempre più sostegno da diverse fonti lungo tutto il processo. Questi risultati aiutano a spiegare la loro costante proiezione verso un futuro migliore, in cui le loro condizioni familiari sarebbero migliorate e avrebbero raggiunto una maggiore indipendenza, continuando a praticare la cura reciproca.
Madri e minori superstiti hanno mostrato in modo coerente di essersi valorizzati a vicenda lungo tutta l’esperienza dell’IPV, della JPP e delle discussioni successive alla pittura. Nelle interviste individuali hanno dichiarato esplicitamente l’importanza primaria di restare insieme nell’attraversare le transizioni nel contesto dell’IPV. Nella JPP e nelle discussioni successive alla pittura, si sono coinvolti reciprocamente in comunicazioni e interazioni bidirezionali e reciproche, che hanno fatto emergere la loro unione, i loro confini e la loro partnership.
Il modello integrato coglie le identità sociali e i percorsi intersezionali di madri e minori cinesi superstiti, nonché la loro relazione dinamica nel contesto mutevole dell’IPV. Conferma l’influenza congiunta del contesto, della madre e della persona minore sulla relazione materno-filiale (Belsky, 1984; Bronfenbrenner, 1977; Feldman, 2010). Le sue implicazioni rilevanti per gli interventi professionali nella fase successiva alla separazione vengono discusse di seguito:
Le identità sociali e i percorsi intersezionali di madri e minori superstiti hanno mostrato un’intersezione di povertà, genere e identità migrante che li ha posti in molteplici difficoltà intrecciate e ha plasmato le loro esperienze di IPV. Questi risultati si collegano all’idea centrale del concetto di intersezionalità (Crenshaw, 1991, 2021), secondo cui l’IPV non colpisce allo stesso modo tutte le donne e tutta l’infanzia (Collins, 2000; Etherington & Baker, 2018), il che evidenzia la necessità di riconoscere le diversità tra madri e minori superstiti per offrire interventi professionali efficaci e, soprattutto, la necessità di promuovere cambiamenti sociali e politici che sostengano meglio le madri migranti e la prole che vivono in povertà nel contesto dell’IPV. In questo studio, tutte le persone partecipanti, madri e minori, vivevano di assistenza sociale, e gli autori di violenza/padri dipendevano dall’assistenza sociale o erano lavoratori manuali, il che ne rifletteva il basso status socioeconomico (SES). Sebbene l’IPV si verifichi in tutti i contesti e in tutti i gruppi socioeconomici, religiosi e culturali (World Health Organization et al., 2013), la ricerca ha stabilito che gli uomini con un SES più basso sembravano più inclini a maltrattare le mogli (Abramsky et al., 2016; Resko, 2010). A Hong Kong è stato rilevato che gli uomini che sposano donne della Cina continentale hanno un SES basso, che incide direttamente sulla loro capacità di procurarsi risorse (Chiu, 2017), e che il loro ricorso alla violenza contro le mogli migranti può essere una forma di mascolinità compensatoria per riconquistare potere nella sfera privata (Cheung & Chiu, 2019). Oltre al ricorso alla violenza, tutti gli autori di violenza/padri avevano altri problemi, per esempio abuso di sostanze e dipendenza dal gioco d’azzardo. Ciò può indicare la necessità di riunire figure professionali di ambiti diversi per sviluppare nuovi modi di lavorare con l’intersezione di questi problemi complessi (Humphreys et al., 2022). In questo studio, tutte le madri avevano subito molteplici forme di violenza. La letteratura femminista sostiene che la disuguaglianza di genere, radicata nel patriarcato, è la causa principale della violenza contro le donne, poiché colloca le donne in una posizione inferiore e subordinata al dominio maschile (Galvani, 2006; Tonsing, 2016). Questo argomento femminista è coerente con la diffusione degli stereotipi di genere dentro e fuori le famiglie a Hong Kong (Equal Opportunities Commission, 2020; Women’s Commission, 2018), il che spiega perché a Hong Kong oltre l’80% delle vittime di IPV sia costantemente costituito da donne (Social Welfare Department, 2024) e, soprattutto, conferma la necessità di includere il genere tra i fattori esplicativi dell’IPV (Sánchez-Prada et al., 2023). In questo studio, le madri erano rimaste nelle relazioni violente dai 7 ai 17 anni, e le madri migranti hanno indicato il divorzio come la loro lotta più grande, un tabù nel loro paese d’origine. Questi risultati confermano la doppia stigmatizzazione dell’essere migrante per matrimonio e madre sola, che potrebbe accrescere la paura o l’esitazione delle madri migranti nel cercare aiuto esterno (Chiu, 2017). Le madri migranti hanno riferito di non essere tornate in Cina quando l’IPV si era manifestata e intensificata. Inoltre, a Hong Kong mancavano di sostegno sociale esterno ed erano quindi rimaste intrappolate nelle relazioni violente. Ciò ha accresciuto la loro interdipendenza con la prole per sopravvivere insieme all’IPV, il che suggerisce che l’intenso legame emotivo madre-minore e i confini interconnessi possano costituire, nel contesto dell’IPV, una strategia di coping adattiva piuttosto che una questione problematica o patologica (Chanmugam, 2014; Hooper, 2007).
I risultati sulla relazione materno-filiale esplicita suggeriscono che è importante che gli interventi professionali aiutino madri e minori superstiti a ricordare il processo di cambiamento della loro relazione esplicita, determinato dai cambiamenti del contesto dell’IPV, e a riflettervi. Queste diadi hanno ricordato l’esperienza di aver resistito insieme all’IPV e ai suoi effetti lungo le transizioni nel contesto dell’IPV, per esempio dalla casa d’origine con IPV alla casa rifugio, e alla nuova casa, nuova vita. Hanno riflettuto sulla loro relazione esplicita lungo questo processo e hanno comunicato i cambiamenti delle dinamiche relazionali esplicite più evidenti, tra cui l’interdipendenza, i confini e la partnership, dovuti ai cambiamenti del contesto. Soprattutto, hanno affermato in modo inequivocabile l’importanza primaria di restare insieme e hanno espresso esplicitamente di valorizzarsi a vicenda, il che ha permesso loro di lottare insieme per la propria indipendenza e la cura reciproca in un futuro migliore. I loro ricordi del percorso attraverso le diverse transizioni nel contesto dell’IPV e le riflessioni sulla relazione esplicita hanno offerto un quadro d’insieme e una nuova prospettiva per comprendere i cambiamenti dinamici della relazione esplicita come un processo in 4 fasi: dall’interdipendenza nella casa d’origine con IPV ai confini nella casa rifugio, alla partnership nella nuova casa, nuova vita, e verso l’indipendenza e la cura reciproca in un futuro migliore. Questi risultati sono compatibili con studi precedenti secondo cui la genitorialità delle donne maltrattate e i comportamenti di adattamento della prole potevano essere fortemente influenzati dal contesto (Levendosky & Graham-Bermann, 2001). Madri e minori erano interconnessi e interdipendenti nel sopravvivere all’IPV (Chanmugam, 2014; Katz, 2015b). Nel passaggio dalla casa d’origine alla casa rifugio, la loro relazione di sostegno e l’aiuto professionale hanno contribuito ad alleviare le difficoltà nell’affrontare i cambiamenti (Humphreys et al., 2006; Jarvis et al., 2005). Potevano essere partner nel favorire a vicenda la guarigione nella fase successiva alla separazione dall’IPV (Humphreys et al., 2015; Katz, 2015b; Kong & Hooper, 2018). Potevano ricostruire le proprie esperienze di IPV in una prospettiva di futuro emancipante, al di là dei confini tra madre e minore e della comunicazione gerarchica tradizionale (Lai, 2011).
I risultati sulla relazione materno-filiale implicita suggeriscono che un approccio diadico basato sull’arte può essere efficace per superare le difficoltà comunicative di madri e minori superstiti e rafforzarne la relazione nella fase successiva alla separazione dall’IPV. Nelle sessioni di JPP è stata sottolineata la libertà delle persone partecipanti di dipingere e interpretare i propri elementi artistici, poiché rivelare le esperienze di IPV è doloroso e soverchiante (McManus et al., 2013; Swanston et al., 2014; Van Gelder et al., 2020). L’IPV genera una «congiura del silenzio» tra madri e minori superstiti, che nascondono sentimenti e pensieri per proteggersi a vicenda dall’esperienza dolorosa dell’IPV (Humphreys et al., 2006; Mullender et al., 2002); ostacola lo sviluppo del linguaggio verbale nell’infanzia (Conway et al., 2021) e mina i dialoghi di conforto e la comunicazione aperta tra madre e minore, in particolare l’espressione delle emozioni e dell’affetto (Godbout et al., 2009; Kamody et al., 2020; Visser et al., 2016). Queste difficoltà possono essere accentuate, per ragioni culturali, tra madri e minori cinesi superstiti. Nella cultura cinese, l’IPV è considerata un segreto di famiglia da non rivelare all’esterno (Sullivan, 2005; Tonsing, 2016; Yick, 2000, 2007). Le comunicazioni tra madre e minore sono indirette, gerarchiche e squilibrate (Kong & Hooper, 2018; Lai, 2011). Si presta scarsa attenzione ai sentimenti delle persone (Sullivan, 2005). L’espressione dei sentimenti è considerata un segno di debolezza e se ne apprezza un controllo rigoroso (Hwang, 1997). Inoltre, le famiglie cinesi esprimono alla prole meno affetto delle famiglie statunitensi (Zhang & Wills, 2016). Queste difficoltà comunicative sono state superate grazie alla sinergia tra la JPP e la traccia per la discussione successiva alla pittura elaborata insieme, che ha offerto alle diadi madre-minore un contesto rilassante in cui sperimentare nuovi modi di comunicare e interagire. Le diadi hanno apprezzato il processo di pittura. Nelle discussioni successive, hanno osservato le opere create insieme per interpretarne gli elementi artistici e ascoltare direttamente le interpretazioni dell’altra persona. Si sono mostrate disponibili a comunicare interpretando il significato dei propri elementi artistici e dei contenuti dei dipinti. Hanno mostrato interesse per le interpretazioni e i dipinti dell’altra persona, li hanno apprezzati e hanno posto domande di approfondimento. Tutto ciò ha permesso loro di comprendere correttamente i sentimenti e i pensieri del «qui e ora» dell’altra persona, senza imposizioni (Wong & Ho, 2022). Le loro comunicazioni e interazioni bidirezionali e spontanee hanno rivelato che valorizzavano la loro unione, rispettavano i confini reciproci e avevano raggiunto una solida partnership. Questi risultati offrono una nuova dimensione di evidenze a sostegno di studi precedenti secondo cui sia le madri sia l’infanzia contribuivano attivamente alla loro relazione (Goldblatt et al., 2014; Katz, 2015a; Kong & Hooper, 2018; Neustifter et al., 2015). Le madri riuscivano a esercitare bene la genitorialità nonostante la vittimizzazione da IPV (Letourneau et al., 2007; Pels et al., 2015; Tailor et al., 2015). Inoltre, l’infanzia riconosceva nella madre la principale fonte di sostegno e protezione nel contesto dell’IPV (Aymer, 2008; Katz, 2015b; Lapierre et al., 2018).
Questo studio rappresenta un primo tentativo di esplorare la relazione materno-filiale implicita nel contesto dell’IPV con un metodo basato sull’arte, la JPP, con madri e minori cinesi superstiti. Data la formazione nel servizio sociale di chi ha condotto la ricerca, l’analisi dei dati si è concentrata principalmente sulle comunicazioni e sulle interazioni delle persone partecipanti durante il processo e sulle interpretazioni dei loro stessi dipinti. Sebbene i risultati forniscano prime informazioni sulla relazione implicita, servono ulteriori studi per individuare i significati che le loro opere racchiudono riguardo alla relazione materno-filiale alla luce delle esperienze di IPV. Si raccomanda inoltre un’analisi estetica delle opere, che potrebbe fornire informazioni aggiuntive per comprendere meglio la relazione. Va poi sottolineato che tutte le persone partecipanti, madri e minori cinesi, avevano ricevuto il servizio della casa rifugio e avevano acconsentito a partecipare insieme a questo studio. Per dodici delle 13 madri partecipanti era la prima volta che lasciavano gli autori di violenza/padri, per la restante la seconda. Nessuna delle madri ha indicato che sarebbe tornata dagli autori di violenza/padri. In caso di divorzio, tutta l’infanzia partecipante ha scelto con decisione la madre come genitore affidatario e ha collaborato con lei per vivere insieme la nuova vita. Queste diadi cinesi superstiti hanno attraversato insieme, una dopo l’altra, le 4 fasi del processo. Le loro prospettive potrebbero quindi essere poco generalizzabili a madri e minori superstiti di altre culture o gruppi etnici, a chi non ha ricevuto insieme il servizio della casa rifugio o non ha acconsentito a partecipare insieme a questo studio, e a chi torna ripetutamente dagli autori di violenza/padri dopo la separazione e vive un percorso di guarigione non sequenziale (Carman et al., 2023).
Il modello integrato afferma le prospettive di madri e minori cinesi superstiti e offre un quadro d’insieme, una nuova prospettiva e una nuova dimensione per comprendere meglio la relazione materno-filiale nel contesto dell’IPV. Ha implicazioni rilevanti per gli interventi professionali nella fase successiva alla separazione. In primo luogo, le esperienze di IPV di queste diadi cinesi superstiti erano plasmate da povertà, disuguaglianza di genere e identità migrante, il che suggerisce la necessità di riconoscere le diversità tra madri e minori superstiti e di promuovere cambiamenti sociali e politici. In secondo luogo, madri e minori superstiti hanno affermato in modo inequivocabile di valorizzarsi a vicenda e l’importanza primaria di restare insieme nell’attraversare le transizioni nel contesto dell’IPV. Ciò ha permesso loro di lottare insieme per la propria indipendenza e la cura reciproca in un futuro migliore. Questi risultati suggeriscono che gli interventi professionali li aiutino a prendere coscienza del processo di cambiamenti dinamici della loro relazione esplicita, determinati dai cambiamenti del contesto dell’IPV. Inoltre, il loro coinvolgimento reciproco nella JPP e nelle discussioni successive alla pittura ha permesso loro di superare le difficoltà comunicative. Hanno potuto esprimere i propri sentimenti e pensieri del «qui e ora» e comprendere quelli dell’altra persona, il che suggerisce che un approccio diadico basato sull’arte può essere efficace per rafforzare la relazione materno-filiale nella fase successiva alla separazione dall’IPV.
Tabella 1 — Principali caratteristiche delle madri partecipanti (N = 13)
n (%).
Tabella 2 — Principali caratteristiche dell’infanzia partecipante (N = 20)
n (%).
Tabella 3 — La categoria centrale: madre e figlio o figlia che si valorizzano a vicenda lungo tutto il processo
Sintesi dei risultati delle interviste individuali: relazione materno-filiale esplicita (sottocategorie interconnesse, categorie, codici / concetti)
Sintesi dei risultati della JPP madre-minore: relazione materno-filiale implicita (sottocategoria interconnessa, categorie, codici / concetti)
Complexe Systémique: i punti chiave
Il valore di questo lavoro sta nel suo sguardo dinamico: il legame molto stretto tra madre e figlio o figlia durante la violenza non viene trattato come un invischiamento patologico, ma come un’alleanza per sopravvivere, che poi si allenta nella casa rifugio e si ricompone in partnership. Per la pratica sistemica è un invito a leggere i confini familiari in base al contesto anziché rispetto a una norma fissa, e ad accompagnare una relazione che deve al tempo stesso ritrovare un po’ di spazio e restare un sostegno. La pittura congiunta offre inoltre uno strumento prezioso là dove la parola è trattenuta dal segreto familiare, dalla gerarchia o dalla paura. Resta tuttavia necessaria una certa cautela: 13 madri e 20 minori di un’unica casa rifugio, nessuna madre che torna dal padre, una sola persona che recluta, intervista, conduce le sessioni e analizza, un modello in quattro fasi molto ordinato e padri presenti solo come autori di violenza. La protezione resta la cornice: dopo la separazione, il controllo può proseguire attraverso l’affidamento e le visite. Da leggere insieme a l’articolo sulle diadi esposte insieme alla violenza domestica e l’intervista ad Allan Wade sulla dignità e la resistenza.
Note dell’originale
1 Di queste 12 madri e 19 minori, una madre con i suoi due minori era stata accolta in un centro di crisi prima di entrare nella casa rifugio. Il centro di crisi aveva indirizzato il nucleo alla casa rifugio e lo aveva poi trasferito direttamente al punto di raccolta della casa rifugio, perché l’autore di violenza/padre tendeva agguati alla madre nei pressi del centro di crisi. Per questo la madre è stata conteggiata tra i secondi ingressi nell’Allegato 1, alla voce «Numero di ingressi in una casa rifugio o in un centro di crisi». Di conseguenza, il numero di madri al primo ingresso è 11, quello al secondo ingresso è 2.
Ringraziamenti. Desideriamo esprimere la nostra più sentita gratitudine a: 1. la dott.ssa Tami Gavron, per la consulenza diretta sull’applicazione della JPP prima della raccolta dei dati dello studio principale; 2. le madri e l’infanzia partecipanti, per la loro partecipazione attiva e il loro sostegno a questo studio; 3. il personale della casa rifugio Serene Court, gestita dal Christian Family Service Centre, per aver indirizzato le persone partecipanti e offerto un luogo sicuro e accogliente per questo studio.
Finanziamento. Finanziamento dell’accesso aperto fornito da The University of Hong Kong. Non abbiamo ricevuto alcun finanziamento per la ricerca, la stesura e/o la pubblicazione di questo articolo.
Approvazione etica. Dichiariamo che questo studio con partecipanti umani è stato esaminato e approvato dallo Human Research Ethics Committee di The University of Hong Kong prima della raccolta dei dati (le informazioni su questo comitato, sui suoi comitati di revisione interni e sulle sue linee guida sono disponibili all’indirizzo: https://www.rss.hku.hk/integrity/ethics-compliance/hrec). Inoltre, è stato ottenuto il consenso informato firmato di tutte le persone partecipanti alla partecipazione volontaria allo studio e alla pubblicazione dei risultati. Per tutte le persone partecipanti di età inferiore ai 18 anni è stato ottenuto anche il consenso informato dei genitori.
Conflitto di interessi. Non abbiamo conflitti di interessi da dichiarare.
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Traduzione non ufficiale in italiano di The Integrated Model: Dynamic Changes in Mother–Child Relationship in the Context of Intimate Partner Violence, di Anne Chun Miao Wong e Rainbow Tin Hung Ho, Journal of Family Violence, vol. 41, n 2 (2026), doi: 10.1007/s10896-024-00733-9, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenco). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «The Integrated Model: Dynamic Changes in Mother–Child Relationship in the Context of Intimate Partner Violence», pubblicato in Journal of Family Violence (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Wong, A. C. M., e Ho, R. T. H. (2026). The Integrated Model: Dynamic Changes in Mother–Child Relationship in the Context of Intimate Partner Violence. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/the-integrated-model-dynamic-changes-in-mother-child-relationship (Opera originale pubblicata nel 2024 in Journal of Family Violence, 41(2), 219-235 (2026); ripubblicata nel 2026 da Journal of Family Violence, https://link.springer.com/article/10.1007/s10896-024-00733-9)
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