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Journal of Solution Focused Practices · Dibattito

Narrazioni di specificità o di somiglianza e connessione: una risposta a Korman, De Jong e Jordan

Nel 2020 il Journal of Solution Focused Practices ha pubblicato un articolo intitolato Steve de Shazer’s Theory Development. Il testo ripercorreva l’intera carriera di de Shazer, che chi lo firma suddivideva in quattro fasi, da cui ricavava sei assiomi ritenuti fondamentali per il pensiero e la pratica di de Shazer. Nel commento ai sei assiomi si pone una notevole enfasi sulla specificità della SFBT, che chi firma l’articolo tiene a presentare come diversa, in ciascuno dei suoi aspetti fondamentali, dalla maggior parte o forse da tutte le altre terapie. Questo articolo risponde a questo particolare aspetto di Steve de Shazer’s Theory Development. Suggerisce che, nel confrontare i diversi approcci del campo, sia possibile costruire tanto narrazioni di specificità quanto narrazioni di somiglianza e connessione. Si avanzano alcuni argomenti a favore dello sviluppo di un maggior numero di narrazioni di somiglianza e connessione.

Testo di Guy Shennan, The Solution-Focused CollectivePubblicato originariamente in Journal of Solution Focused Practices, 2021Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale Narratives of Distinctiveness or Similarity and Connection – A Response to Korman, De Jong, and Jordan’s Steve de Shazer’s Theory Development, di Guy Shennan, pubblicato in Journal of Solution Focused Practices (2021), doi: 10.59874/001c.74984, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza; sono stati aggiunti titoli di sezione dove l’originale non ne aveva, le tre note dell’originale sono state raccolte in fondo all’articolo e sono stati inseriti collegamenti ad articoli correlati di questo sito. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

È questa apparente importanza attribuita al presentare la SFBT come specifica che desidero mettere in discussione.

Guy Shennan

Un classico immediato, letto in un contesto particolare

Credo che l’articolo sullo sviluppo del pensiero teorico di Steve de Shazer pubblicato di recente su questa rivista (Korman et al., 2020) diventerà subito un classico. Mi è piaciuto moltissimo leggerlo, tanto che l’ho letto due volte a distanza relativamente ravvicinata (all’altro motivo della seconda lettura, oltre al semplice piacere, arriverò tra poco). Steve de Shazer ha lasciato un corpus considerevole, se ai suoi libri si aggiungono tutti i suoi articoli e scritti su rivista (de Shazer, 1982, 1985, 1988, 1991, 1994; de Shazer et al., 2007), e sebbene ripaghi una lettura attenta, non è realistico supporre che la maggior parte di chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione, o di altre persone interessate, trovi il tempo di leggerlo tutto. E anche se qualcuno lo facesse, individuare e distillare da questo vasto insieme un resoconto coerente dello sviluppo teorico di de Shazer è tutt’altra impresa. Abbiamo dunque un debito di gratitudine verso chi firma questo articolo per il suo resoconto coerente e convincente.

Ho riletto l’articolo perché era stato scelto come tema del primo incontro del 2021 del gruppo di lettura del Solution-Focused Collective. Questo contesto mi ha portato a leggere – o a fraintendere, come avrebbe potuto dire de Shazer (1991, 1993) sulla scia dei decostruzionisti – l’articolo in un modo particolare, che ha influenzato i miei contributi al gruppo di lettura. In questa seconda lettura mi ha colpito un aspetto dell’articolo, e ho scritto questa risposta soltanto in relazione a esso. Una delle grandi eredità di de Shazer è stata l’accento posto sull’importanza della conversazione, non solo nel considerare la terapia come conversazione, ma anche nel promuoverla all’interno della comunità centrata sulla soluzione. Spero che questa risposta possa contribuire ad avviare una conversazione, e che se ne sviluppino altre su altri aspetti dell’articolo. Per esempio, la continuità che esso mostra nel pensiero di de Shazer mi sembra attraversare le nozioni di una SFBT 1.0 e 2.0 avanzate negli ultimi tempi (McKergow, 2016).

L’aspetto dell’articolo che esplorerò e a cui risponderò qui riguarda, da un lato, la misura in cui la terapia breve centrata sulla soluzione (SFBT) si distingue dalle altre terapie della parola e dagli altri approcci di aiuto e, dall’altro, i modi in cui è simile ad altri approcci, nonché i possibili effetti dello scriverne e del parlarne come di qualcosa di specifico o di simile (o di entrambe le cose). Condividerò un’idea che è maturata mentre leggevo, riflettevo e ne discutevo: a partire dallo stesso materiale è possibile costruire narrazioni della differenza o narrazioni di somiglianza e connessione, e queste narrazioni diverse avranno effetti diversi.

Che cosa desidero mettere in discussione

All’interno delle quattro fasi dello sviluppo teorico di de Shazer, chi firma l’articolo1 distilla sei assiomi che propone come «fondamentali per una comprensione della SFBT» (p. 472). E aggiunge che, essendo fondamentale per una comprensione della SFBT, ciascun assioma «contribuisce a distinguere la SFBT dalle altre terapie della parola». Quando insegno l’approccio SF,3 di tanto in tanto lo metto a confronto – o ne metto a confronto alcuni aspetti – con altri approcci, aggiungendo sempre quella che considero un’avvertenza importante: nel farlo non sto dicendo che sia migliore di altri approcci, solo diverso, e il contrasto può aiutare a far emergere ciò che l’approccio SF ha di specifico. In altre parole, talvolta ricorro a una narrazione di specificità, nel contesto dell’aiutare le persone ad apprendere l’approccio. E ogni volta che lo faccio mi chiedo anche quanto sia necessario. In ogni caso, poiché i miei confronti mirano a favorire la comprensione dell’approccio SF, sono un mezzo per questo fine, anche se un mezzo usato di rado. In questo articolo mezzi e fini sembrano talvolta invertiti, come si vede nell’abstract: «una comprensione della SFBT… contribuisce a distinguere la SFBT dalle altre terapie della parola» (p. 47). È questa apparente importanza attribuita al presentare la SFBT come specifica che desidero mettere in discussione.

Una digressione: come si costruiscono le narrazioni

Prima di esaminare come ciò avvenga, mi si permetta una digressione sull’idea di costruire narrazioni e sul modo in cui se ne possono creare di diverse. Una formulazione chiara di questa idea si trova negli scritti dello stesso de Shazer. Nella fase 4 del suo sviluppo teorico (Korman et al., 2020), de Shazer cominciò a parlare delle conversazioni terapeutiche come di storie o narrazioni (de Shazer, 1991, p. 91). Nel considerare le narrazioni sviluppate nelle conversazioni SFBT, de Shazer attinse al lavoro di Gergen e Gergen (1983, 1986), secondo cui esistono tre tipi di narrazione disponibili per descrivere e valutare la vita delle persone: le narrazioni progressive, che rappresentano le persone mentre avanzano in una direzione preferita; le narrazioni di stabilità, che mostrano la vita come immutabile; e le narrazioni regressive (de Shazer preferiva «digressive»), in cui le persone si allontanano dai propri obiettivi (de Shazer, 1991, p. 92). Secondo questa visione, la conversazione terapeutica non esplora una realtà esterna, il cui significato sarebbe stato fissato in anticipo e attenderebbe di essere scoperto nella terapia, ma sviluppa una narrazione costruita insieme da terapeuta e cliente. Chi pratica la terapia centrata sulla soluzione cerca di costruire narrazioni progressive, come de Shazer (1994, p. 135) chiarisce a proposito degli scopi di una seduta di follow-up centrata sulla soluzione, tra i quali figura «costruire l’intervallo tra le sedute come un periodo che ha incluso qualche miglioramento» (corsivo aggiunto). Lo stesso punto emerge chiaramente nel resoconto dello studio fondamentale sul «discorso del cambiamento» (Gingerich et al., 1988), in cui il passo decisivo fu anticipare la «costruzione del cambiamento» (corsivo aggiunto) alla seduta iniziale.

Ne consegue chiaramente che si potrebbero costruire narrazioni diverse da quelle progressive tipiche delle conversazioni centrate sulla soluzione. Sembra evidente, per esempio, che l’intervallo tra due sedute qualsiasi, per qualsiasi cliente, potrebbe essere costruito come un periodo che ha incluso qualche problema, o qualcosa che non corrisponde alla direzione preferita dalla persona in quel momento. Come sappiamo, in virtù della nostra convinzione che le eccezioni esistano, niente accade sempre (de Shazer, 1985, p. 161, 1988, p. 52), per cui il «miglioramento» non si sarà prodotto in modo continuo tra una seduta e l’altra, così come non si saranno prodotti i problemi. Gergen e Gergen hanno proposto una tipologia di tre narrazioni per descrivere e valutare la vita delle persone. Vorrei suggerire, in via provvisoria, una tipologia di narrazioni per confrontare le cose, per esempio i modi di fare terapia, che comprenderebbe anch’essa tre tipi di narrazione: una narrazione di specificità, una narrazione di somiglianza, o di connessione, e una narrazione al tempo stesso di somiglianza e di differenza.

Assiomi 1 e 2: la conversazione osservabile e l’unità minima

L’articolo sullo sviluppo teorico di de Shazer sviluppa fin dall’inizio una narrazione che mette in risalto la specificità della SFBT, e ciò viene accentuato in particolare quando si introduce ciascuno dei sei assiomi. Esaminerò un assioma alla volta. A proposito del primo assioma proposto – La terapia è un processo interazionale osservabile, cioè una conversazione (p. 50) – chi firma l’articolo afferma che de Shazer «comincia a distinguere chiaramente il proprio focus teorico da quello delle terapie che si concentrano su ciò che accade all’interno della persona, che non è osservabile, e che non si concentrano sull’interazione tra cliente e terapeuta» (p. 50, corsivo aggiunto). Tuttavia, la stessa osservazione su ciò che de Shazer sta facendo qui potrebbe essere formulata anche all’interno di una narrazione di connessione, che potrebbe includere quanto segue: «comincia chiaramente ad allineare il proprio focus teorico a quello delle terapie che si concentrano sulle interazioni tra cliente e terapeuta, piuttosto che su ciò che accade all’interno della persona, che non è osservabile» (corsivo aggiunto). Sarebbe difficile sostenere che de Shazer fosse il solo a concentrarsi sulle interazioni tra cliente e terapeuta, e infatti nel commento all’assioma 1 non lo si sostiene.

Un esempio di un altro approccio conversazionale alla terapia, che risulterà familiare a molte delle persone che praticano l’approccio SF, è quello sviluppato da Harlene Anderson e Harold Goolishian, che fondarono insieme lo Houston Galveston Institute nel 1978, per coincidenza lo stesso anno in cui Steve de Shazer, Insoo Kim Berg e il loro gruppo fondarono il Brief Family Therapy Center. In un capitolo di un volume collettaneo dedicato agli approcci socio-costruzionisti alla terapia, Anderson e Goolishian (1992) descrivono la propria terapia come un approccio in evoluzione da venticinque anni, periodo che coprirebbe interamente le prime tre fasi dello sviluppo teorico di de Shazer. Immagino che chi legge questa rivista conosca meno il modello conversazionale dello psicoterapeuta britannico Robert Hobson, il cui libro del 1985, Forms of Feeling, espone l’approccio eclettico alla terapia che egli aveva sviluppato nei trent’anni precedenti. Sarebbe facile creare una narrazione di specificità che contrapponga il modello conversazionale alla SFBT, ma ci sono anche somiglianze meravigliose, non da ultimo per la linearità dell’approccio di Hobson e per la sua insistenza sul fatto che «chi fa terapia si trova sempre in una situazione a due» (Hobson, 1985, p. 202).

Questa osservazione è interessante alla luce del secondo assioma proposto per la teoria di de Shazer: L’unità minima di analisi è l’interazione tra terapeuta e cliente nel setting terapeutico. Questa unità non può essere ulteriormente suddivisa (p. 51). Hobson potrebbe dire qualcosa di simile. Nel commento all’assioma 2 si legge un’affermazione audace: «Con questo assioma è stato tracciato un confine netto rispetto praticamente a tutte le altre teorie del campo» (p. 51). Il significato della parola «praticamente» in questa frase non è chiaro, e potrebbe darsi che intenda qualificare il «tutte» che segue, nel senso di «la maggior parte» o «forse tutte». Credo che sarebbe una precisazione sensata, perché c’è sempre la possibilità che esistano teorie o modelli di cui non si è a conoscenza.

È già stata sviluppata almeno una narrazione di somiglianza/connessione che individua somiglianze tra la SFBT e la terapia centrata sulla persona di Carl Rogers (Hales, 1999). Una delle «condizioni fondamentali» della terapia centrata sulla persona è l’empatia, ed è stato suggerito che chi pratica la terapia breve centrata sulla soluzione non vi abbia prestato molto interesse (Turnell & Lipchik, 1999). L’empatia potrebbe essere considerata come qualcosa che chi fa terapia possiede o, in termini più comportamentali, come un insieme di risposte che dà a chi si rivolge alla terapia. Tuttavia, due autorevoli figure britanniche della terapia centrata sulla persona la descrivono in un modo che sembra collegarla all’assioma 1, come un processo interattivo, che «deve tenere conto non solo della risposta verbale di chi fa counselling e di come questa viene percepita dalla persona, ma anche della sequenza di interazioni che ha condotto a quella risposta» (Mearns & Thorne, 2007, p. 70).

Assioma 3: il cambiamento, e ciò che mi ha portato alla pratica centrata sulla soluzione

Passando al terzo assioma proposto – Il cambiamento è lo scopo dell’incontro tra terapeuta e cliente (p. 54) – ho la tentazione di avviare un’altra conversazione, o più esattamente di riprenderla, viste le mie riflessioni nella Theory of Solution-Focused Practice pubblicata dalla European Brief Therapy Association (Sundman et al., 2020, pp. 101-109). Lì ho sostenuto che l’approccio SF sia «un processo che ha al centro la speranza… piuttosto che il cambiamento» (p. 107). Tuttavia, quella era una mia opinione, mentre questi assiomi riguardano la teoria di de Shazer; e in ogni caso non è questo il tema della presente risposta. Tornando a essa, mi rendo conto che, per sostenere la mia tesi, sono proprio io a costruire una narrazione della differenza tra me e chi firma l’articolo. Devo fare attenzione! Nel commento all’assioma 3 si sottolinea che chi pratica la terapia centrata sulla soluzione «non si interessa al problema né alle sue cause» e si fa riferimento alle «enormi differenze che questo comporta nella pratica rispetto a quasi tutto il resto nel mondo della psicologia e della psichiatria» (p. 54). Uno dei tratti della SFBT che mi sembrarono più specifici, e che più mi entusiasmarono quando mi formai per la prima volta in questo approccio, fu proprio questa mancanza di interesse per il problema. Al tempo stesso, a entusiasmarmi non erano tanto le «enormi differenze» che ciò avrebbe prodotto nella pratica, quanto il sostegno che mi dava per lavorare nel modo in cui volevo. Ciò potrebbe essere legato al fatto che non provenivo dal mondo della psicologia o della psichiatria, ma da quello del servizio sociale. Da tempo si discute accesamente se al centro del servizio sociale debbano esserci la valutazione o gli sforzi di cambiamento e, quando lavoravo come assistente sociale nella tutela dei minori, avevo scritto un documento interno in cui sostenevo un cambio di approccio per la mia équipe, che ci avrebbe portato a spostare l’equilibrio dalla valutazione verso il cambiamento. Ci serviva un modello e un insieme di competenze che ci permettessero di farlo, ed è ciò che la SFBT ha fornito a me e, di riflesso, alla mia équipe.

Questo mi porta a una delle ragioni principali per cui ritengo che sviluppare, almeno in parte o almeno in alcune occasioni, una narrazione di somiglianza/connessione per la SFBT possa avere effetti benefici. Nella mia attività di formazione suggerisco spesso a chi apprende l’approccio SF di cercare i modi in cui esso si accorda con i propri modi preferiti di lavorare. Le ragioni sono almeno un paio. In primo luogo, sembra probabile che le persone si facciano una buona impressione dell’approccio, quando lo incontrano per la prima volta, se vi scorgono legami con modi di lavorare che già apprezzano. In secondo luogo, adattare e integrare l’approccio SF in ciò che si fa può essere un compito difficile per molte persone in formazione, soprattutto per quelle il cui contesto di lavoro non è lineare come la terapia (almeno per quanto riguarda l’uso dell’approccio SF). Sembra quindi sensato cercare dove esso si inserirà bene negli approcci preesistenti, piuttosto che dove potrebbe stridere con essi. È quanto è accaduto nel mio caso. Oltre ad accordarsi con il mio desiderio di concentrarmi di più sul cambiamento e meno sulla valutazione, la SFBT si collegava anche ai miei approcci preferiti al servizio sociale. In particolare, il servizio sociale centrato sul compito era stato sviluppato come alternativa breve al tradizionale casework sociale (Reid & Shyne, 1969; Reid & Epstein, 1972), e durante la mia formazione in servizio sociale mi aveva attratto per il suo orientamento a obiettivi definiti dalla persona assistita e per l’assenza di teorie esoteriche. Non sono la sola persona a stabilire collegamenti tra il lavoro centrato sul compito e la pratica SF. In un resoconto di un approccio SF all’insegnamento pratico del servizio sociale, Bucknell (2000) discute sia le somiglianze sia le differenze. Nel manuale britannico di riferimento sulla pratica centrata sul compito, due persone che mi hanno insegnato servizio sociale contestano l’idea che «arrivare alla radice del problema» sia un presupposto indispensabile del cambiamento, e citano con ammirazione de Shazer: «In effetti, esistono terapie brevi che partono dall’obiettivo e lasciano intatti i problemi. Dopotutto, è possibile cominciare a sbrogliare un gomitolo di lana e imparare a mantenerlo sbrogliato senza sapere come si sia aggrovigliato» (Doel & Marsh, 1992, p. 94).

Assioma 4: la cooperazione, allora e oggi

Il quarto assioma – Il cambiamento della persona attraverso la terapia avviene mediante interazioni osservabili in cui chi fa terapia trova modi per cooperare con chi si rivolge alla terapia (p. 54) – rimanda alla grande svolta compiuta da de Shazer rispetto all’idea che chi si rivolge alla terapia opponga resistenza a chi la conduce (de Shazer, 1984). Data la portata innovativa di questa svolta, una narrazione di specificità ha senso nel raccontare quell’epoca, in cui de Shazer «mise in discussione e scartò molti concetti consolidati nel campo della terapia familiare e, così facendo, continuò a differenziare il modo in cui si faceva terapia al BFTC rispetto a molti altri centri di terapia familiare…». Tuttavia, mi convincono meno le ultime parole di questa frase: «… allora come oggi» (p. 54).

Nel 1996, un anno dopo la mia prima formazione in SFBT, ho intrapreso due anni di formazione in terapia familiare e pratica sistemica. Conoscevo i tipi di terapia familiare prevalenti negli anni Ottanta perché in quel periodo avevo lavorato in un reparto psichiatrico per giovani, e il contrasto con la mia formazione successiva fu netto. L’accento era posto allora con decisione sugli approcci collaborativi e sui cosiddetti approcci di secondo ordine, in cui terapeute, terapeuti ed équipe adottavano una posizione non esperta. Lynn Hoffman (2002) ha descritto questa svolta come un «nuovo paradigma» per la terapia familiare, divenuto percepibile tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, ed esemplificato da Anderson e Goolishian (1992), da Tom Andersen e dal suo approccio dell’équipe riflessiva (1987), dal lavoro post-milanese di Cecchin (1987) e dagli approcci socio-costruzionisti raccolti in McNamee e Gergen (1992). La terapia breve centrata sulla soluzione è naturalmente distinta da tutti questi approcci e, al tempo stesso, essi sono tutti, in misura maggiore o minore, imprese collaborative e cooperative. Da quel periodo in poi, narrazioni di somiglianza/connessione sotto questo profilo non solo sono possibili, ma sono state raccontate spesso (si veda, per esempio, Friedman, 1993).

Assioma 5: sviluppare soluzioni

Il quinto assioma – La terapia breve consiste nello sviluppare soluzioni insieme a chi si rivolge alla terapia (p. 63) – intende condensare il processo centrato sulla soluzione così come si è sviluppato nella fase 3 dello sviluppo teorico di de Shazer. La formulazione di questo assioma non mi convince, il che forse riflette la mia formazione e il mio lavoro con BRIEF e le successive descrizioni della «versione BRIEF» della pratica centrata sulla soluzione (Shennan, 2019). Ora però credo che, pur esistendo alcune differenze sostanziali tra le versioni dell’approccio, altre siano più superficiali e dipendano dal modo in cui esso viene presentato. Anche se non descrivo ciò che faccio come «sviluppare soluzioni» con le persone che seguo, il commento più dettagliato che scompone l’assioma riflette effettivamente la mia pratica, in quanto comporta la duplice attività di «lavorare in modo cooperativo per proseguire i cambiamenti già in atto nella vita della persona, in particolare quelli nella direzione del futuro più positivo che desidera», e di «invitare le persone ad ampliare e costruire i dettagli delle loro definizioni di un futuro più soddisfacente» (p. 63).

Le ultime due frasi di questo paragrafo «esplicativo» sotto l’assioma 5 offrono un esempio chiaro della narrazione di specificità che mi ha spinto a scrivere questa risposta. Dopo aver sottolineato la posizione interazionale di de Shazer e la «terapia come sistema» che favorisce il cambiamento della persona, il paragrafo si conclude così: «Al contrario, lo sviluppo di soluzioni non consiste nel considerare le persone come portatrici di problemi concepiti come rompicapi da valutare e risolvere. Sotto questo aspetto, de Shazer ha chiaramente distinto la SFBT dalla maggior parte delle altre terapie» (p. 63). Ciò che viene implicato è una visione monolitica della maggior parte della terapia come attività di valutazione e risoluzione di problemi, concepiti come rompicapi, il che appare al tempo stesso una generalizzazione e una sorta di caricatura. Oltre alle terapie collaborative, postmoderne e socio-costruzioniste citate sopra, è difficile considerare le terapie centrate sulla persona, umanistiche, esistenziali e molte terapie integrative e creative come fondate in questo modo sulla valutazione e sulla soluzione dei problemi. Inoltre, una volta esposto in che cosa consista in positivo lo «sviluppo di soluzioni», è discutibile che sia necessario aggiungere che esso non comporta determinate altre attività. Infine, anche se quel contrasto è utile per chiarire il processo centrato sulla soluzione, chiudere il paragrafo con la nota conclusiva secondo cui in tal modo «de Shazer ha chiaramente distinto la SFBT dalla maggior parte delle altre terapie» lascia intendere che dimostrare questa specificità fosse fin dall’inizio l’obiettivo. Perché dovrebbe essere così?

De Shazer e White: «enormemente diversi»?

Dopo aver visto per la prima volta il lavoro di Michael White, e in risposta a una narrazione di somiglianza e differenza che confrontava la SFBT e la terapia narrativa (Chang & Phillips, 1993), Steve de Shazer (1993) scrisse una propria narrazione di specificità molto netta. Concludeva: «gli “esiti unici” e le “eccezioni” sono concetti enormemente diversi. Conducono a pratiche cliniche e teorie del cambiamento enormemente diverse, ne derivano e vi sono collegati» (de Shazer, 1993, p. 119). Credo che gli esiti unici e le eccezioni siano in realtà piuttosto simili, ma anche ammettendo che vi siano differenze tra loro, l’uso da parte di de Shazer della parola «enormemente», due volte a breve distanza, appare curiosamente iperbolico. La sua conclusione potrebbe essere stata influenzata da un fraintendimento del termine «esiti unici» e del motivo per cui il sociologo Erving Goffman lo coniò. Egli presuppone che l’unicità di un esito unico consista nel suo essere un evento isolato che, in quanto esito, giunge al termine di un lungo processo (de Shazer, 1993, p. 118). Tuttavia, nel suo classico studio degli ospedali psichiatrici come «istituzioni totali», Goffman (1961, p. 119) usava l’espressione «esiti unici» per indicare aspetti di una persona che vengono trascurati quando la si considera come membro di una categoria sociale – quella di paziente di un ospedale psichiatrico, per esempio –, aspetti che sono propri di quell’individuo. White prese in prestito il termine per indicare «aspetti dell’esperienza vissuta che restano al di fuori della storia dominante» (White & Epston, 1990, p15), dove la storia dominante è di solito una storia «satura di problemi». Diversi dalle eccezioni? Forse, ma certo non di molto e sicuramente non enormemente. Possiamo solo fare congetture sulle ragioni di una narrazione di specificità così estrema, eppure sarebbe comprensibile che questi grandi terapeuti (White [1993] era giunto a una conclusione simile), impegnati ad affermare i loro approcci relativamente nuovi, sentissero il bisogno di sottolinearne la specificità per riuscirci. A quasi trent’anni di distanza, questa particolare ragione per costruire narrazioni di specificità appare meno pressante.

Assioma 6: negoziare il significato

Il sesto e ultimo assioma proposto – La terapia è un processo interazionale e dialogico visibile che negozia i significati del linguaggio della persona (p. 66) – riflette il crescente interesse di de Shazer per Wittgenstein e per le idee post-strutturaliste sul modo in cui il significato si costruisce nelle interazioni tra le persone. Il suo legame con il primo assioma, secondo cui la terapia è un processo interattivo, emerso secondo l’articolo nella prima fase di de Shazer, tra il 1969 e il 1978, testimonia la continuità e la coerenza del pensiero e della visione di de Shazer nel corso degli anni. Nel commento all’assioma 6 si intravede un barlume di narrazione di somiglianza, prima di un ritorno alla specificità: «Sebbene alcune altre terapie postmoderne possano condividere questa visione teorica, la maggior parte delle terapie del campo non è postmoderna e funziona come se le parole che descrivono le difficoltà della persona e le loro soluzioni avessero significati essenziali» (p. 66). Posso testimoniare che altre terapie postmoderne condividono questa visione, poiché la formazione più ampia che ho ricevuto sul post-strutturalismo risale ai corsi di terapia narrativa che ho seguito nel 2014 e nel 2015.

L’articolo osserva che la visione post-strutturale è oggi più spesso nota come costruzionismo sociale (p. 63) e, nelle loro riflessioni sul «potere terapeutico del post-strutturalismo», Drewery e Monk (1994, p. 304) vedono il costruzionismo sociale come qualcosa che «rientra nella gamma variegata di implicazioni derivanti dalle intuizioni post-strutturaliste». Riflettono dal punto di vista del counselling, ma affrontano il cambiamento sociale oltre a quello personale, e concludono il loro scritto guardando al potenziale del costruzionismo sociale «ben oltre il microcontesto del colloquio di counselling» (Drewery & Monk, 1994, p. 312). Questo mi riporta al punto di partenza, ossia la mia lettura dell’articolo sullo sviluppo teorico di Steve de Shazer per un incontro del gruppo di lettura del Solution-Focused Collective.

Legami e alleanze

Credo che sia stata la lettura dell’articolo in questo contesto a portarmi a vederne gli aspetti di narrazione di specificità e a riflettervi; per spiegarlo, farò riferimento al manifesto centrato sulla soluzione per il cambiamento sociale (Solution-Focused Collective, 2019). Il manifesto si fonda sulla convinzione che l’approccio centrato sulla soluzione possa «essere messo al servizio della ricerca della giustizia sociale». Enuncia una serie di intenti volti ad accrescere la giustizia sociale con mezzi centrati sulla soluzione, tra cui quello di «costruire legami con i movimenti per la giustizia sociale e l’uguaglianza, e con chi pratica altri approcci impegnati in questi obiettivi, così da imparare gli uni dal lavoro degli altri e arricchirlo reciprocamente». Apprezzo la specificità della pratica centrata sulla soluzione, la cui percezione ha contribuito a cambiare la mia vita e la mia carriera praticamente da un giorno all’altro quando ho seguito la mia prima formazione in questo approccio, nel 1995. Apprezzo anche che mi abbia offerto un modo di lavorare in sintonia con il modo in cui volevo vedere le persone e lavorare con loro. Non ho dubbi che anche altri approcci sarebbero stati in sintonia con tutto questo, ma si può seguire un solo corso di formazione alla volta, ed è probabilmente anche per un caso legato alle mie circostanze di fine estate 1995 che oggi lavoro nella pratica centrata sulla soluzione. Mi fa piacere aver scoperto da allora somiglianze con altri approcci e, forse, la costruzione di alcune narrazioni di somiglianza e connessione, o almeno di alcune narrazioni al tempo stesso di somiglianza e di differenza, contribuirà a creare i legami e le alleanze tra approcci al cambiamento necessari per costruire un mondo migliore.

Note dell’originale

1. D’ora in poi, ogni volta che userò l’espressione «chi firma l’articolo», mi riferirò a Harry Korman, Peter De Jong e Sara Smock Jordan, che firmano l’articolo del 2020 a cui rispondo.

2. Tutti i numeri di pagina rimandano a Korman, De Jong e Jordan, 2020, salvo diversa indicazione.

3. Poiché nel mio lavoro mi occupo di un ambito più ampio della sola terapia, quando mi riferirò a esso userò l’abbreviazione SF anziché SFBT.

Complexe Systémique · il filo del dibattito

Questa risposta fa parte di uno scambio pubblicato dal Journal of Solution Focused Practices. Risponde a Steve de Shazer’s Theory Development, di Harry Korman, Peter De Jong e Sara Smock Jordan (2020). Il Solution-Focused Collective ha risposto allo stesso articolo in Solution-Focused Collective Action, e Korman, De Jong e Smock Jordan hanno replicato a entrambe le risposte in We Don’t Want to Blur the Boundaries. Guy Shennan aveva esposto la propria posizione l’anno precedente in Towards a Critical Solution-Focused Practice?

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Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale Narratives of Distinctiveness or Similarity and Connection – A Response to Korman, De Jong, and Jordan’s Steve de Shazer’s Theory Development, di Guy Shennan, pubblicato in Journal of Solution Focused Practices, vol. 5, n. 1 (2021), doi: 10.59874/001c.74984, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza; sono stati aggiunti titoli di sezione, le note sono state raccolte in fondo all’articolo e sono stati inseriti collegamenti ad articoli correlati. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Narratives of Distinctiveness or Similarity and Connection – A Response to Korman, De Jong, and Jordan’s Steve de Shazer’s Theory Development», pubblicato in Journal of Solution Focused Practices (2021) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Shennan, G. (2021). Narratives of Distinctiveness or Similarity and Connection: A Response to Korman, De Jong and Jordan. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/narratives-of-distinctiveness-or-similarity-and-connection (Opera originale pubblicata nel 2021 in Journal of Solution Focused Practices, vol. 5, n. 1 (2021), pp. 61-67; ripubblicata nel 2021 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/74984)

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