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Behavioral Sciences · Lutto

Oltre l’autocolpevolizzazione: uno studio qualitativo sull’esperienza mutevole del senso di colpa genitoriale dopo la morte di una figlia o di un figlio

Dopo la morte di una figlia o di un figlio, il senso di colpa genitoriale assume sempre la stessa forma? A Valencia, l’équipe di Lucia Pelacho-Rios ha intervistato 27 madri e padri in lutto. La causa della morte colora la colpa, che assume cinque forme, dalla protezione all’identità genitoriale; con gli anni non scompare, ma si integra nel lutto.

Autrici e autori Lucia Pelacho-Rios, Yolanda Ruiz-Ordoñez, Alejandro Sanchis-Sanchis e Gloria Bernabe-Valero (Facoltà di Psicologia, Università Cattolica di Valencia San Vicente Mártir, Valencia, Spagna)Prima pubblicazione Behavioral Sciences, 28 settembre 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Beyond Self-Blame: A Qualitative Study of the Changing Experience of Parental Guilt Following the Death of a Child, di Lucia Pelacho-Rios, Yolanda Ruiz-Ordoñez, Alejandro Sanchis-Sanchis e Gloria Bernabe-Valero, pubblicato in Behavioral Sciences (MDPI) (2026), doi: 10.3390/bs16101771, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raccolte nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

L’adattamento non era caratterizzato dall’assenza di senso di colpa, ma da una trasformazione del suo significato e della sua influenza.

Lucia Pelacho-Rios, Yolanda Ruiz-Ordoñez, Alejandro Sanchis-Sanchis e Gloria Bernabe-Valero

Abstract

Il senso di colpa genitoriale è una delle risposte emotive più pervasive dopo la morte di una figlia o di un figlio ed è stato costantemente associato a esiti sfavorevoli del lutto. Tuttavia, si sa poco di come i genitori in lutto vivano e integrino il senso di colpa nel tempo. Questo studio qualitativo ha esplorato l’esperienza vissuta del senso di colpa genitoriale, il suo rapporto con la causa della morte e i processi che ne favoriscono l’integrazione. Sono state condotte interviste semistrutturate in profondità con 27 madri e padri in lutto, analizzate mediante analisi tematica riflessiva. Sono stati identificati quattro temi. In primo luogo, l’intensità e il significato del senso di colpa variavano in base alla causa della morte: le morti improvvise o potenzialmente prevenibili erano associate a un’autocolpevolizzazione travolgente, mentre le morti attese in seguito a una malattia suscitavano un senso di colpa legato all’accudimento e a un’inadeguatezza percepita. In secondo luogo, il senso di colpa era vissuto come un processo multidimensionale, che comprendeva la colpa legata alla protezione, all’accudimento, la colpa controfattuale, la colpa di chi sopravvive e la colpa legata all’identità genitoriale. In terzo luogo, le persone partecipanti hanno descritto retrospettivamente cambiamenti nel loro rapporto con il senso di colpa, da un’autocolpevolizzazione pervasiva verso una maggiore integrazione piuttosto che una risoluzione completa. Infine, la ricostruzione del significato, il sostegno tra pari, il supporto psicologico professionale e l’autocompassione hanno facilitato questo processo. Questi risultati mettono in luce il senso di colpa genitoriale come un processo dinamico plasmato dalle circostanze della perdita, con implicazioni per una valutazione e un intervento nel lutto calibrati sulla persona.

Parole chiave: lutto genitoriale, senso di colpa genitoriale, perdita di un figlio, ricerca qualitativa, analisi tematica, adattamento al lutto, ricostruzione del significato, lutto prolungato

1. Introduzione

Il lutto è un’esperienza universale, inerente alla condizione umana, che sorge dopo la perdita di una persona significativa. È concettualizzato come un processo dinamico, continuo e non lineare, caratterizzato dalla persistenza del legame con la persona defunta (Arnold et al., 2005).

La morte di una figlia o di un figlio può mettere in discussione aspetti centrali dell’identità personale e del ruolo genitoriale di cura, come evidenziato da ricerche precedenti (Price & Jones, 2015). Contributi recenti suggeriscono che i genitori in lutto possono attraversare una crisi dell’identità sia personale sia genitoriale e possono avere bisogno di rivalutare chi sono dopo la perdita. Y. Kim e Lee (2021) hanno identificato tre configurazioni identitarie: la reintegrazione, in cui la morte viene riconosciuta e il ruolo genitoriale si orienta verso nuovi obiettivi; la disintegrazione, in cui il genitore sente di non avere più il diritto di vivere dopo la morte della figlia o del figlio; e la coesistenza, caratterizzata da un’oscillazione tra reintegrazione e disintegrazione.

In risposta alla perdita, alcuni studi hanno descritto gli sforzi dei genitori per ricostruire la propria identità. Per esempio, i genitori che avevano attraversato una crisi d’identità riferivano un maggiore apprezzamento per la vita, attribuivano meno importanza ai beni materiali e davano maggior valore alla spiritualità (Markelin et al., 2025). Alcuni genitori riferivano inoltre di aver sviluppato nuove forme di connessione con chi avevano perso, per esempio impegnandosi in attività di volontariato presso organizzazioni legate al lutto, e descrivevano esperienze di autocompassione, empatia verso gli altri e gratitudine per la vita (Mohamed Hussin et al., 2025).

In relazione all’identità, anche la ricostruzione del significato è un ambito rilevante per comprendere il lutto (Guillem Porta et al., 2013), poiché i genitori possono sentire che i loro presupposti sulla vita e sul mondo sono stati messi in discussione dalla perdita. In questa prospettiva, livelli più elevati di ricostruzione del significato sono stati associati a esiti migliori del lutto nei primi anni dopo la perdita (Neimeyer et al., 2006). Costruire una narrazione personale può aiutare a collocare la perdita all’interno della propria storia di vita e del proprio quadro personale di significato (Neimeyer et al., 2010), sostenendo così la ridefinizione dell’identità, delle relazioni interpersonali e della propria visione del mondo. La letteratura ha indicato che la presenza di altri figli può sostenere la ricostruzione del significato (Price & Jones, 2015), così come il sostegno spirituale e stili di coping positivi (Vig et al., 2021). La ricostruzione del significato è stata associata anche a comportamenti di aiuto rivolti ad altri genitori che hanno vissuto perdite simili (Stevenson et al., 2017). I genitori che incontrano maggiori difficoltà nel trovare un significato nella perdita o nell’individuare benefici legati alla perdita hanno riferito livelli più elevati sia di lutto normativo sia di lutto disadattivo (Lichtenthal et al., 2010).

Nel lutto genitoriale sono state descritte diverse forme di ricostruzione del significato. La costruzione di senso sembra essere la più importante e spesso comporta spiegazioni biomediche e, in alcuni casi, pensiero controfattuale. Altre forme comprendono la ricostruzione dell’identità, il mantenimento di legami continui con la persona defunta, la ricerca di benefici e la crescita personale (Meert et al., 2015).

Le circostanze specifiche di una morte sono state associate ai significati attribuiti alla perdita, alle percezioni di responsabilità e alla prevenibilità percepita. Il lutto per suicidio rappresenta una forma di perdita particolarmente complessa. In questo contesto, Baños-Chaparro (2022) ha osservato che il lutto per suicidio presenta caratteristiche distintive rispetto ad altre forme di lutto, sia per le sue conseguenze psicologiche e sulla salute mentale sia per il bisogno dei familiari in lutto di trovare una spiegazione della perdita. La natura improvvisa e violenta del suicidio è stata associata a un maggiore bisogno di spiegazione, nonché a sentimenti di colpa e a una sofferenza prolungata.

Tuttavia, il rapporto tra le circostanze della perdita e l’intensità o la persistenza del lutto non è uniforme. Alcuni studi suggeriscono che il tempo trascorso dal suicidio e il tipo di relazione con la persona defunta non sono associati al lutto o alla depressione (Levi-Belz, 2023). Altri indicano che il lutto può persistere indipendentemente dal tempo trascorso dalla perdita, dall’età della figlia o del figlio deceduti o dalla causa della morte (Arnold & Gemma, 2008). Inoltre, le difficoltà nella ricostruzione del significato e le morti inattese o traumatiche sono state associate a maggiori difficoltà di adattamento al lutto (Goldstein et al., 2018; Keesee et al., 2008; Lichtenthal et al., 2010; Neimeyer et al., 2010).

Il senso di colpa è un’esperienza emotiva rilevante nel lutto. Può essere particolarmente saliente quando le persone percepiscono carenze nelle cure prestate alla persona defunta o vivono conflitti irrisolti (Albuquerque et al., 2025). Alcuni studi hanno identificato il dolore, la nostalgia struggente e il senso di colpa come dimensioni centrali del lutto. A questo proposito, il senso di colpa è stato strettamente associato al dolore legato al lutto, alla nostalgia della persona defunta e a una percepita mancanza di senso nella vita. Anche la nostalgia struggente è stata associata a sentimenti di colpa, sebbene la direzione di queste associazioni non sia univoca (Xiang & Li, 2026). Inoltre, il lutto prolungato è stato associato a livelli più elevati di senso di colpa (Hofmann et al., 2026).

Al di là delle sue associazioni con altre componenti del lutto, la letteratura scientifica ha descritto forme di senso di colpa che possono essere relativamente più adattive o disadattive. Questa distinzione va intesa come un quadro concettuale utile piuttosto che come una classificazione clinica rigida e a categorie mutuamente esclusive. Il senso di colpa adattivo è stato collegato a comportamenti prosociali e riparativi, mentre quello disadattivo è stato associato a una peggiore salute mentale e a un senso d’identità indebolito (Joa & Newberg, 2021; Tilghman-Osborne et al., 2010). Nella sua forma più adattiva, il senso di colpa è stato associato all’empatia e alla sensibilità verso gli altri; nella sua forma più disadattiva, è stato associato a problemi di salute mentale, a pensieri autocritici e autodistruttivi e a immagini intrusive che possono ostacolare l’adattamento (Albuquerque et al., 2025; Anet et al., 2026). Questa distinzione può essere considerata in relazione a caratteristiche come la flessibilità, l’intensità, il contenuto del senso di colpa e la sua interferenza con l’adattamento. A questo proposito, alcuni studi distinguono la colpa di responsabilità, associata al disturbo da lutto prolungato, dall’autocolpevolizzazione, associata a livelli più elevati di lutto (Joa & Newberg, 2021). L’autocolpevolizzazione consiste nell’attribuire a sé stessi la responsabilità della morte e nel rimpiangere le proprie decisioni o azioni. In alcuni studi longitudinali, l’autocolpevolizzazione è risultata più marcata nel primo periodo dopo la perdita e in diminuzione nel tempo (Stroebe et al., 2014). L’autocolpevolizzazione è stata inoltre associata a maggiori difficoltà nella ricostruzione del significato dopo la perdita (M. A. Kim et al., 2024).

Il modello cognitivo del senso di colpa propone che, in contesti traumatici, le persone possano interpretare l’evento in modi disadattivi, il che può associarsi a un senso di colpa maggiore (Pitcho, 2025). In questo contesto, il senso di colpa può essere particolarmente saliente dopo perdite violente o inattese (Wagner et al., 2021). Sono state descritte anche convinzioni metacognitive secondo cui rinunciare al senso di colpa può essere percepito come equivalente a dimenticare la persona defunta, oppure il senso di colpa può essere interpretato come una punizione per essere rimasti in vita (Murray et al., 2021). In linea con quanto detto, livelli più elevati di senso di colpa sono stati associati a sintomi di lutto complicato e a difficoltà di adattamento a lungo termine (Li et al., 2019).

A questo proposito, alcuni studi hanno esaminato il possibile ruolo di mediazione del senso di colpa, sebbene i risultati non siano stati coerenti (Levi-Belz, 2023). Per quanto riguarda il lutto prolungato, le evidenze empiriche sono eterogenee. Alcuni studi suggeriscono un’associazione tra senso di colpa e lutto prolungato (Serjouie et al., 2025). Gli studi sul lutto per suicidio hanno riportato associazioni tra senso di colpa, tempo trascorso dalla perdita e sintomi depressivi (Wagner et al., 2021). Analogamente, altre ricerche hanno indicato che il senso di colpa provato tra quattro e sette mesi dopo una perdita è associato a livelli più elevati di lutto e depressione, a un recupero più lento dal lutto e a cognizioni legate alla colpa più persistenti (Stroebe & Schut, 2015). Il senso di colpa è stato inoltre associato positivamente alle questioni in sospeso, al lutto, alla ruminazione e ai sintomi da stress post-traumatico, e la ruminazione è stata proposta come possibile mediatore dell’associazione tra senso di colpa e lutto prolungato (Albuquerque et al., 2025).

Nel contesto specifico del lutto genitoriale, il senso di colpa è stato descritto come una delle emozioni negative che possono persistere nel tempo (Arnold & Gemma, 2008). Il senso di colpa può essere più intenso nel lutto complicato, e le madri e i padri in lutto possono sentire di non aver fatto abbastanza per la figlia o il figlio deceduti, percepirsi come responsabili perché ritengono che avrebbero potuto prevenire la morte, oppure provare la colpa di chi sopravvive (Li et al., 2019). Analogamente, è stata osservata una maggiore interiorizzazione del senso di colpa quando i genitori in lutto si percepiscono come responsabili di non aver saputo proteggere la propria creatura o prevenire la morte e riferiscono difficoltà a costruire un significato a partire dalla perdita o a mantenere un legame simbolico adattivo con chi hanno perso. Livelli più elevati di senso di colpa sono stati riportati anche dopo morti accidentali (Peiró Ballestín et al., 2007). Nei casi di suicidio, il senso di colpa può essere rivolto verso sé stessi, verso la figlia o il figlio deceduti o verso terzi (Back et al., 2026).

Tuttavia, queste manifestazioni non sono uniformi e non si presentano in tutti i contesti di perdita. Le circostanze della morte e la responsabilità percepita possono plasmare il modo in cui il senso di colpa viene vissuto. Il senso di colpa può assumere forme diverse, non necessariamente mutuamente esclusive, che possono sovrapporsi all’interno della stessa esperienza di lutto. Studi qualitativi, in particolare nel contesto del lutto per suicidio, hanno descritto tre forme di colpa personale: la colpa per omissione, in cui la persona in lutto ritiene di non essere riuscita a prevenire la morte; la colpa per commissione, in cui attribuisce alle proprie azioni una qualche influenza sulla morte; e la colpa di chi sopravvive, legata al fatto di essere rimasta in vita dopo la morte (Anet et al., 2026). Alcuni risultati hanno collegato il senso di colpa a un danno intrapersonale (Zeelenberg & Breugelmans, 2008). Inoltre, una colpa religiosa è stata riportata in alcuni genitori in lutto che interpretano la morte della figlia o del figlio come una punizione da parte di un potere superiore (Vig et al., 2021). Alcuni studi hanno anche indicato che, dopo una perdita per suicidio, il senso di colpa rivolto verso terzi è associato a un minor tempo trascorso dalla perdita (Entilli et al., 2021).

In relazione a queste valutazioni di responsabilità, il senso di colpa nel lutto genitoriale può sorgere soprattutto quando i genitori ritengono di non essersi presi cura della propria creatura o di non averla protetta come avrebbero dovuto. Tali esperienze sono state associate alla rinegoziazione dei ruoli sociali e alla ricerca di significato all’interno di un’identità genitoriale rivista. A questo proposito, alcuni genitori hanno descritto un rafforzamento della spiritualità e il mantenimento del proprio ruolo genitoriale attraverso la relazione con gli altri figli (Mohamed Hussin et al., 2025).

Tra queste manifestazioni, nel lutto genitoriale può essere presente anche la colpa di chi sopravvive. In una prospettiva cognitiva, questa forma di colpa è legata alla convinzione di non meritare di restare in vita dopo la morte di una persona cara. È stata operata una distinzione tra la colpa legata al contenuto, in cui la persona ritiene di aver fatto o di non aver fatto qualcosa di importante, e la colpa esistenziale, legata al fatto di essere in vita pur non avendo alcuna responsabilità nella morte (Murray et al., 2021).

Alcuni studi hanno descritto anche una colpa retrospettiva legata al periodo in cui ci si è presi cura della figlia o del figlio. Livelli più elevati di questo tipo di colpa sono stati riportati nei genitori che rimpiangono decisioni prese o vivono questioni irrisolte, come non aver parlato della morte, non aver detto addio, non aver condiviso esperienze che la figlia o il figlio desideravano vivere o non aver espresso il proprio affetto. Queste esperienze sono state associate anche a sintomi più gravi di lutto prolungato (Lichtenthal et al., 2020). Questa forma di colpa, legata alla percezione di non aver saputo proteggere o accudire adeguatamente la propria creatura, è stata identificata come un elemento dell’identità relazionale, una delle dimensioni più colpite dalla morte di una figlia o di un figlio (Y. Kim & Lee, 2021). Nel loro insieme, questi risultati evidenziano la rilevanza del senso di colpa nel lutto; tuttavia, la ricerca sul senso di colpa nel contesto specifico del lutto genitoriale resta limitata. Sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere come i genitori diano significato al senso di colpa dopo la morte di una figlia o di un figlio e come il senso di colpa si colleghi al disturbo da lutto prolungato (Joa & Newberg, 2021).

Accanto al senso di colpa, anche la vergogna può svolgere un ruolo rilevante nell’adattamento al lutto ed è stata associata a livelli più elevati di stress post-traumatico (Shi et al., 2021; Yu et al., 2026). La letteratura ha individuato la vergogna anche in alcuni genitori i cui figli erano morti per suicidio (Duncan & Cacciatore, 2015). In generale, nelle culture individualistiche, la vergogna tende a essere considerata disadattiva ed è stata associata a un’autovalutazione negativa, a comportamenti di evitamento e a sentimenti di incompetenza (Shi et al., 2021; Singh & Bhushan, 2025). A differenza del senso di colpa, tipicamente legato a valutazioni negative di azioni od omissioni specifiche, la vergogna comporta una valutazione negativa più globale del sé (Yu et al., 2026).

In questo contesto, la ruminazione è un processo cognitivo rilevante in relazione al senso di colpa (Albuquerque et al., 2025). La morte di una figlia o di un figlio è stata associata a livelli più elevati di ruminazione legata al lutto, e la ruminazione è stata collegata al lutto complicato, all’ansia e alla depressione (Eisma et al., 2014). La ruminazione legata al lutto può comprendere pensieri ripetitivi sulle proprie emozioni, pensieri controfattuali sulla possibilità di prevenire la morte, pensieri ripetitivi sull’ingiustizia percepita della morte, ruminazione sul comportamento altrui in risposta alla perdita e pensieri ricorrenti sul significato personale della perdita (Eisma et al., 2014). Inoltre, la ruminazione centrata su domande senza risposta, sul pensiero controfattuale e sui ricordi intrusivi è stata associata alla vergogna e al senso di colpa (Murray et al., 2021). Nel lutto per suicidio, livelli più elevati di senso di colpa sono stati riportati insieme a una maggiore ruminazione e a un pensiero controfattuale più frequente, centrato su ciò che si sarebbe potuto fare per prevenire la morte (Camacho et al., 2018).

Tra i contenuti ruminativi, il pensiero controfattuale merita un’attenzione particolare. Si riferisce alla costruzione di alternative immaginate a eventi già avvenuti e si esprime spesso attraverso pensieri come «se solo…». Nel lutto, i pensieri controfattuali possono concentrarsi su ciò che la persona in lutto, la persona defunta o terzi hanno fatto o non hanno fatto, nonché sulle circostanze della morte. Si possono distinguere quattro ambiti rilevanti di ruminazione controfattuale: i pensieri su ciò che la persona defunta ha fatto o non ha fatto; i pensieri su terzi coinvolti direttamente o indirettamente nella perdita; le percezioni di ingiustizia riguardo alle circostanze contestuali in cui è avvenuta la morte; e i pensieri ruminativi centrati su di sé riguardo a ciò che la persona in lutto avrebbe potuto fare, o non ha fatto, per prevenire la morte. Quando tali pensieri diventano persistenti e ripetitivi, possono essere associati al lutto complicato, alla cronicità della sofferenza e a una maggiore difficoltà nella ricostruzione del significato (Neimeyer et al., 2019).

Nel complesso, le evidenze disponibili indicano che il senso di colpa è un’emozione centrale nel lutto genitoriale. Tuttavia, permangono lacune importanti riguardo al modo in cui madri e padri vivono il senso di colpa, a come descrivono retrospettivamente i cambiamenti nel loro rapporto con la colpa nel corso del lutto e ai fattori che ne plasmano l’espressione e l’integrazione. La maggior parte degli studi ha esaminato il senso di colpa come predittore o correlato del lutto prolungato, mentre le evidenze qualitative che ne colgono il significato dal punto di vista dei genitori in lutto restano limitate. Di conseguenza, il presente studio si propone di esplorare l’esperienza del senso di colpa di madri e padri dopo la morte di una figlia o di un figlio, esaminandone il rapporto con le circostanze della morte, le diverse forme che può assumere, i cambiamenti che i genitori descrivono retrospettivamente nel corso del lutto e le risorse che individuano come utili per la sua integrazione.

2. Materiali e metodi

2.1. Disegno qualitativo

Data la complessità, la soggettività e la natura profondamente personale del senso di colpa dopo la morte di una figlia o di un figlio, un disegno di ricerca qualitativo è stato ritenuto l’approccio più appropriato per rispondere agli obiettivi dello studio. Anziché cercare di quantificare la prevalenza o l’intensità del senso di colpa, lo studio mirava a comprendere come i genitori avessero vissuto, interpretato e ricostruito questi sentimenti nel corso del processo di lutto. Un approccio qualitativo era quindi particolarmente adatto a cogliere la natura complessa, contestuale e in evoluzione di queste esperienze.

Lo studio si fondava su un orientamento epistemologico pragmatico e ha adottato l’analisi tematica riflessiva (Braun & Clarke, 2022), un approccio compatibile con la ricerca qualitativa applicata che offre al tempo stesso la flessibilità interpretativa necessaria per esplorare in profondità i resoconti delle persone partecipanti. In linea con le raccomandazioni di Braun e Clarke (2022), l’approccio analitico è stato scelto per garantire la coerenza tra la posizione epistemologica dello studio, gli obiettivi di ricerca e le procedure analitiche.

I dati sono stati raccolti mediante interviste semistrutturate in profondità, che hanno offerto un quadro flessibile per esplorare l’esperienza vissuta dei genitori in lutto, garantendo al contempo che i temi chiave pertinenti agli obiettivi della ricerca fossero affrontati in modo coerente con tutte le persone partecipanti. Questo approccio ha permesso alle persone partecipanti di descrivere con parole proprie le loro emozioni, i loro pensieri e i loro processi di costruzione di senso, consentendo al gruppo di ricerca di esplorare aspetti del senso di colpa che potrebbero non essere previsti in anticipo o non essere colti adeguatamente da metodi più strutturati. L’intervista qualitativa è particolarmente appropriata per indagare temi delicati come il lutto genitoriale, perché favorisce lo sviluppo della fiducia, incoraggia le persone partecipanti a narrare al proprio ritmo esperienze emotivamente significative e permette a chi conduce l’intervista di rispondere con flessibilità alle questioni che emergono durante la conversazione (O’Brien et al., 2014; Tong et al., 2007).

2.2. Persone partecipanti

Le persone partecipanti sono state reclutate mediante campionamento intenzionale, per individuare madri e padri che avessero vissuto la morte di una figlia o di un figlio e accettassero di partecipare a un’intervista in profondità sulla loro esperienza di lutto. Le prime persone partecipanti sono state reclutate attraverso tre canali principali nella provincia di Valencia, in Spagna: il Grupo Renacer, un’associazione di sostegno al lutto con legami consolidati con l’università in cui è stato condotto lo studio; l’Unità specializzata per il lutto delle cliniche universitarie; e contatti personali di membri del gruppo di ricerca che rispondevano ai criteri dello studio e sono stati informati della possibilità di partecipare. Successivamente è stato adottato un campionamento a valanga, in cui le persone partecipanti condividevano informazioni sullo studio con altri genitori in lutto potenzialmente interessati a partecipare. Questa strategia di reclutamento ha facilitato l’accesso a persone con esperienza diretta del fenomeno studiato, nel rispetto della natura delicata del tema.

I criteri di inclusione prevedevano di essere madre o padre di una figlia o di un figlio morti dopo la nascita, indipendentemente dall’età al momento della morte o dal tempo trascorso dalla perdita. Erano considerate ammissibili le morti avvenute nel periodo neonatale, nell’infanzia, nell’adolescenza o nell’età adulta. Questo ampio criterio di inclusione è stato adottato perché lo studio intendeva esplorare l’evoluzione del senso di colpa e la costruzione del suo significato lungo il processo di lutto, piuttosto che le reazioni di lutto acuto. Alle persone partecipanti si chiedeva inoltre di essere disposte e in grado di partecipare a un’intervista in profondità e di fornire un consenso informato scritto. Sono state escluse le persone la cui perdita era avvenuta durante la gravidanza, quelle che il gruppo di ricerca riteneva in una fase acuta del lutto e quelle che presentavano gravi problemi di salute mentale o difficoltà di comunicazione tali da compromettere la loro capacità di partecipare. L’ammissibilità è stata valutata durante il primo contatto da membri del gruppo di ricerca, tutti con formazione in psicologia ed esperienza nella ricerca sul lutto, per garantire che la partecipazione fosse eticamente appropriata e che le persone partecipanti fossero emotivamente pronte a sostenere l’intervista.

Il campione è stato guidato dal principio dell’information power, secondo cui l’esperienza diretta del lutto genitoriale delle persone partecipanti avrebbe dovuto fornire informazioni ricche e pertinenti per rispondere agli obiettivi dello studio (Malterud et al., 2016). In linea con questo principio, la dimensione del campione è stata determinata dalla specificità della domanda di ricerca, dalla pertinenza dell’esperienza vissuta delle persone partecipanti e dalla ricchezza dei dati d’intervista, piuttosto che dal raggiungimento della saturazione dei dati. Hanno partecipato allo studio 27 genitori in lutto, 22 donne e 5 uomini, con un’età media di 58,6 anni (intervallo = 37–83). Al momento della morte, figlie e figli avevano tra 10 mesi e 44 anni (M = 21.0 anni). Il tempo trascorso dalla morte andava da 6 mesi a 60 anni (M = 5.7 anni), a riflesso dell’intento dello studio di cogliere esperienze in diverse fasi del processo di lutto. Le cause di morte riflettevano un’ampia gamma di circostanze, tra cui malattia, incidenti stradali, suicidio, annegamento e altre cause accidentali. Le caratteristiche demografiche e relative al lutto delle persone partecipanti sono riportate nei Materiali supplementari. La strategia di campionamento intenzionale mirava a includere genitori con esperienze di lutto diverse, per esplorare la gamma e la complessità contestuale del senso di colpa genitoriale. Tuttavia, il campione non era concepito per consentire confronti formali tra cause di morte, fasce d’età di figlie e figli, perdite improvvise e attese o tempo trascorso dalla perdita.

2.3. Raccolta dei dati

Sono state condotte interviste semistrutturate in profondità con madri e padri in lutto. La traccia d’intervista è stata elaborata dalle due persone responsabili della ricerca, entrambe con formazione in psicologia della salute e competenze nel lutto, nella psicologia esistenziale e nella ricerca qualitativa. Il gruppo di ricerca allargato riuniva professionalità della psicologia e della docenza universitaria con competenze complementari in psicologia della salute, lutto, regolazione emotiva, psicologia positiva, psicologia sociale e metodologia qualitativa. Questa combinazione di competenze cliniche, di ricerca e metodologiche ha orientato l’elaborazione della traccia d’intervista e ha sostenuto un’esplorazione attenta e rispettosa delle esperienze delle persone partecipanti.

Prima della raccolta dei dati, chi avrebbe condotto le interviste ha ricevuto una formazione specifica per lo studio sull’uso della traccia d’intervista semistrutturata e sulle procedure stabilite per condurre interviste su questo tema delicato, compresi la costruzione della relazione, il debriefing emotivo e le considerazioni etiche. La traccia d’intervista è stata sperimentata con due madri in lutto per valutare la chiarezza, la comprensibilità, la pertinenza, la sequenza e la fluidità delle domande. Sulla base del riscontro delle partecipanti e delle osservazioni del gruppo di ricerca, sono state apportate piccole modifiche per migliorare la formulazione e l’ordine di alcune domande, preservando la struttura complessiva e gli obiettivi dell’intervista.

Le interviste sono state condotte da membri formati del gruppo di ricerca, tutti con precedente esperienza di intervista qualitativa: tre psicologhe e uno psicologo. Dopo il reclutamento, le interviste venivano di norma fissate entro circa due settimane dal primo contatto, così da lasciare il tempo sufficiente per coordinare la disponibilità delle persone partecipanti e di chi intervistava, evitando al contempo ritardi inutili tra l’arruolamento e la partecipazione.

Alle persone partecipanti è stata offerta la scelta di essere intervistate in presenza oppure online. Tutte hanno scelto un’intervista in presenza, svolta in una stanza riservata dell’università o al loro domicilio, secondo la loro preferenza. Data la sensibilità emotiva del lutto genitoriale, condurre le interviste di persona è stato ritenuto l’approccio più appropriato per favorire la fiducia, facilitare una comunicazione aperta e creare un ambiente di sostegno in cui le persone partecipanti si sentissero a proprio agio nel parlare delle loro esperienze.

Ogni intervista iniziava con una conversazione informale per stabilire una relazione prima di affrontare l’esperienza del lutto. Per tutta la durata dell’intervista, le persone partecipanti sono state incoraggiate a raccontare le loro esperienze con parole proprie, mentre chi intervistava ricorreva a domande aperte, di approfondimento e di esplorazione per chiarire i significati, esplorare le questioni emergenti e favorire una riflessione più profonda quando opportuno. Al termine dell’intervista, le persone partecipanti erano invitate a condividere eventuali pensieri o preoccupazioni rimasti e veniva loro offerta la possibilità di un debriefing emotivo, per contribuire a far sì che concludessero l’intervista sentendosi sostenute.

La traccia d’intervista semistrutturata offriva una flessibilità sufficiente per esplorare le questioni emerse spontaneamente durante la conversazione, garantendo al contempo che tutti i temi pertinenti agli obiettivi dello studio fossero affrontati in modo coerente in tutte le interviste. Questo approccio è stato ritenuto particolarmente appropriato per esplorare esperienze estremamente delicate come il lutto genitoriale, in particolare l’esperienza del senso di colpa, spesso profondamente personale, emotivamente complessa e difficile da rivelare. La flessibilità dell’intervista semistrutturata ha permesso a chi intervistava di rispondere con empatia ai racconti delle persone partecipanti mantenendo la coerenza metodologica (Hollway & Jefferson, 1997; O’Brien et al., 2014; Oplatka, 2018).

Le interviste sono durate tra 25 e 43 min (M = 33.1 min). Tutte le interviste sono state audioregistrate con il consenso informato scritto delle persone partecipanti.

Benché la traccia d’intervista comprendesse domande sul senso di colpa, chi intervistava non introduceva questo tema all’inizio. Invitava invece anzitutto le persone partecipanti a descrivere come i loro pensieri e le loro emozioni fossero cambiati nel tempo dopo la morte della figlia o del figlio («Come sono cambiati nel tempo i Suoi pensieri e le Sue emozioni dopo la morte di Suo figlio o di Sua figlia?»). Chi intervistava aveva ricevuto una formazione per esplorare progressivamente i racconti delle persone partecipanti mediante domande aperte e di approfondimento, prestando attenzione alle reazioni emotive, alle convinzioni e ai pensieri autovalutativi che potevano riflettere esperienze di senso di colpa, senza imporre questa interpretazione. Quando le persone partecipanti identificavano spontaneamente il senso di colpa, chi intervistava ne esplorava più a fondo il significato, le manifestazioni e l’evoluzione nel tempo. Quando le persone partecipanti descrivevano esperienze che sembravano compatibili con il senso di colpa senza usare esplicitamente questo termine, chi intervistava introduceva il concetto con cautela, come ipotesi (per esempio chiedendo se queste esperienze potessero essere intese come sentimenti di colpa), lasciando alle persone partecipanti la possibilità di confermare, respingere o precisare ulteriormente questa interpretazione. Solo se il senso di colpa non era emerso in queste fasi precedenti il tema veniva affrontato direttamente, con uno spunto normalizzante e non giudicante (per esempio: «Alcuni genitori che hanno vissuto la morte di una figlia o di un figlio hanno descritto sentimenti di colpa. È stata anche la Sua esperienza?»). Questa strategia d’intervista progressiva intendeva ridurre al minimo gli atteggiamenti difensivi, facilitare la rivelazione di un’emozione estremamente personale e potenzialmente difficile e distinguere tra le esperienze di senso di colpa emerse spontaneamente e quelle riconosciute dopo un’esplorazione più esplicita.

2.4. Procedura

Le potenziali persone partecipanti individuate attraverso il processo di reclutamento sono state contattate da un membro del gruppo di ricerca e invitate a partecipare allo studio. Alcune erano conosciute da membri del gruppo di ricerca grazie a precedenti contatti professionali o comunitari, mentre altre sono state reclutate tramite gruppi di sostegno e non avevano alcuna relazione precedente con chi le ha intervistate.

Durante il primo contatto, le persone partecipanti sono state informate degli obiettivi dello studio, delle procedure previste e delle garanzie etiche adottate. È stato loro anche comunicato che le interviste erano condotte da personale di psicologia impegnato in una ricerca sul lutto genitoriale. L’ammissibilità è stata valutata in base ai criteri di inclusione ed esclusione predefiniti. Chi ha accettato di partecipare ha ricevuto una scheda informativa, ha avuto la possibilità di porre domande e ha fornito un consenso informato scritto prima della raccolta dei dati.

Le interviste sono state fissate in un momento e in un luogo comodi per entrambe le parti, secondo le preferenze delle persone partecipanti. Prima dell’inizio dell’intervista vera e propria, chi intervistava riprendeva le informazioni sullo studio, verificava la disponibilità a proseguire e ricordava che la partecipazione era volontaria e che era possibile rifiutarsi di rispondere a qualsiasi domanda o ritirarsi dallo studio in qualsiasi momento senza conseguenze.

Dopo ogni intervista, le registrazioni audio sono state conservate in modo sicuro e trascritte alla lettera da studentesse e studenti formati del gruppo di ricerca, che fornivano supporto tecnico allo studio. Tutte le trascrizioni sono state poi verificate nella loro accuratezza rispetto alle registrazioni audio originali da membri del gruppo di ricerca, anonimizzate eliminando le informazioni identificative e contrassegnate con un codice di studio univoco per garantire la riservatezza. Le trascrizioni anonimizzate hanno costituito il corpus di dati utilizzato per l’analisi tematica.

Lo studio è stato approvato dal Comitato etico dell’Università Cattolica di Valencia (numero di approvazione: UCV/2022–2023/024) ed è stato condotto in conformità con i principi etici della Dichiarazione di Helsinki.

2.5. Analisi dei dati

I dati sono stati analizzati mediante analisi tematica riflessiva (RTA), seguendo l’approccio in sei fasi proposto da Braun e Clarke (2022). In linea con gli obiettivi esplorativi dello studio, l’analisi è stata prevalentemente induttiva: la codifica e lo sviluppo dei temi sono stati guidati da un confronto ravvicinato con i resoconti delle persone partecipanti piuttosto che da un quadro teorico preesistente. Conformemente ai principi della RTA, i temi non sono stati intesi come entità insite nei dati in attesa di essere scoperte, ma come costruzioni interpretative sviluppate attivamente dal gruppo di ricerca attraverso un confronto prolungato con i racconti delle persone partecipanti.

L’analisi si collocava all’interno di un orientamento epistemologico pragmatico. In questa prospettiva, i resoconti delle persone partecipanti sono stati trattati come rappresentazioni significative delle loro esperienze, pur riconoscendo che l’accesso a tali esperienze è necessariamente mediato dal linguaggio, dal contesto e dal lavoro interpretativo del gruppo di ricerca. Di conseguenza, l’analisi mirava a sviluppare una comprensione applicata di come il senso di colpa genitoriale venga vissuto, cambi nel tempo e possa integrarsi nel processo di lutto, piuttosto che a individuare un’unica rappresentazione oggettiva del senso di colpa. Le interpretazioni che ne risultano riflettono quindi un’interazione tra i resoconti delle persone partecipanti, gli obiettivi dello studio e il confronto con i dati del gruppo di ricerca, informato sul piano teorico e clinico.

Il processo analitico è iniziato con letture ripetute delle trascrizioni delle interviste, per favorire la familiarizzazione con il corpus di dati e un confronto prolungato con gli schemi di significato pertinenti alla domanda di ricerca. I codici iniziali sono stati generati sull’intero corpus e organizzati con Microsoft Excel. La codifica è rimasta iterativa e flessibile per tutta l’analisi: i codici sono stati ripresi, rivisti, accorpati o differenziati man mano che si sviluppava la comprensione dei dati da parte del gruppo di ricerca. Anziché funzionare come un quadro di codifica fisso, il file Excel è servito da strumento organizzativo a supporto di questo processo interpretativo in evoluzione. I codici e gli estratti associati sono stati poi esaminati alla ricerca di schemi più ampi di significato condiviso, a partire dai quali sono stati sviluppati attivamente dei temi candidati. I temi sono stati rivisti e affinati in modo iterativo in relazione agli estratti codificati, all’insieme del corpus e agli obiettivi dello studio, con particolare attenzione al concetto organizzatore centrale alla base di ciascun tema e alle relazioni tra i temi. Durante l’analisi si è prestata attenzione alla variazione contestuale nei resoconti delle persone partecipanti; tuttavia, l’obiettivo non era condurre confronti formali tra sottogruppi né attribuire particolari manifestazioni del senso di colpa a specifici contesti di lutto.

I temi risultanti non sono stati concepiti come categorie indipendenti o equivalenti, ma come dimensioni distinte e interconnesse dei resoconti del senso di colpa forniti dalle persone partecipanti. Durante la fase interpretativa, le relazioni tra queste dimensioni sono state esaminate per sviluppare un modello concettuale di ordine superiore che collegasse le circostanze della morte, le manifestazioni del senso di colpa, i cambiamenti percepiti nel rapporto delle persone partecipanti con il senso di colpa nel tempo e le risorse e i processi associati alla sua integrazione. Il modello concettuale non è stato quindi trattato come un’entità emersa direttamente dai dati né come il prodotto di una procedura analitica aggiuntiva; rappresenta piuttosto una sintesi interpretativa costruita attraverso il confronto del gruppo di ricerca con i resoconti delle persone partecipanti e le relazioni sviluppate tra i temi.

Per tutta la durata dell’analisi si sono tenuti incontri analitici regolari. Questi incontri hanno offerto ai membri del gruppo di ricerca l’occasione di discutere le interpretazioni in via di sviluppo, considerare letture alternative dei dati, mettere in discussione i presupposti e affinare ulteriormente la struttura tematica e il modello concettuale. In linea con un approccio riflessivo, le divergenze interpretative non sono state trattate come discrepanze di codifica da risolvere o su cui raggiungere un consenso, ma sono state utilizzate come risorse per un dialogo riflessivo e un confronto più approfondito con i dati.

La riflessività è stata mantenuta per tutto il processo analitico. Il gruppo di ricerca riuniva professionalità della psicologia e della docenza universitaria con competenze complementari in lutto, psicologia della salute, regolazione emotiva, psicologia positiva, psicologia sociale e metodologia qualitativa. Queste prospettive disciplinari e professionali hanno orientato il confronto del gruppo di ricerca con i dati e sono state intese come risorse per l’interpretazione piuttosto che come fonti di distorsione esterne al processo analitico. Al tempo stesso, il gruppo è rimasto riflessivamente attento al modo in cui la precedente esperienza clinica e di ricerca poteva plasmare le domande poste ai dati e le interpretazioni sviluppate.

Per sostenere la trasparenza e consentire a chi legge di valutare il rapporto tra i resoconti delle persone partecipanti e le interpretazioni sviluppate, i risultati sono illustrati con citazioni testuali scelte per rappresentare l’ampiezza e la diversità delle esperienze delle persone partecipanti. La stesura di questo studio ha seguito i Consolidated Criteria for Reporting Qualitative Research (COREQ; Tong et al., 2007); la checklist compilata è fornita nel file S1 dei Materiali supplementari.

3. Risultati

L’analisi tematica ha generato quattro dimensioni interconnesse del senso di colpa genitoriale. Anziché rappresentare temi indipendenti operanti allo stesso livello analitico, questi risultati colgono aspetti complementari dei resoconti dei genitori: le condizioni contestuali che plasmano il senso di colpa, le sue diverse manifestazioni, i resoconti retrospettivi delle persone partecipanti sui cambiamenti nel loro rapporto con il senso di colpa e le risorse e i processi che esse associavano alla sua integrazione.

3.1. Tema 1. Il peso del senso di colpa: quanto conta la causa della morte

Il senso di colpa è emerso come una delle risposte emotive più pervasive dopo la morte di una figlia o di un figlio. Tuttavia, i racconti delle persone partecipanti hanno rivelato che la sua intensità e il suo significato variavano in base alle circostanze della morte. Mentre la maggior parte dei genitori si interrogava in qualche misura su sé stessa, chi aveva perso una figlia o un figlio in modo improvviso e in circostanze percepite come potenzialmente prevenibili descriveva il senso di colpa come immediato e travolgente. Al contrario, anche i genitori la cui figlia o il cui figlio era morto dopo una lunga malattia provavano senso di colpa, ma questa emozione era più spesso associata alle decisioni di cura, all’impotenza e alla presa d’atto che la malattia era progredita al di là del loro controllo. Queste osservazioni sono presentate come variazioni contestuali all’interno dei singoli resoconti, piuttosto che come confronti formali tra gruppi di lutto.

Nei genitori che avevano vissuto perdite improvvise e inattese, il senso di colpa era caratterizzato da un pensiero controfattuale persistente. Le persone partecipanti tornavano ripetutamente sugli eventi che avevano preceduto la morte, ricostruendo mentalmente azioni alternative che avrebbero potuto cambiare l’esito. Una madre la cui figlia era morta per una malattia cardiaca esprimeva questa incessante ricerca di spiegazioni alternative:

«C’è sempre quella sensazione del “E se…?”. E se avessi fatto qualcosa di più? E se avessimo chiamato il medico prima?»

(P12)

Analogamente, una madre la cui figlia era morta in un incidente stradale descriveva una tendenza quasi ossessiva a ricostruire mentalmente l’accaduto, tornando di continuo a decisioni che riteneva avrebbero potuto evitare la tragedia:

«Se non l’avessi lasciata andare… se l’avessi riportata con me… mille pensieri diversi. Lo so che niente di tutto questo cambia qualcosa adesso, ma il senso di colpa è ancora lì.»

(P26)

Al contrario, anche i genitori la cui figlia o il cui figlio era morto dopo una lunga malattia provavano senso di colpa, ma questa emozione si esprimeva in genere in modo diverso. Anziché attribuirsi una responsabilità diretta nella morte, si chiedevano se avessero fatto abbastanza per proteggere, confortare o accudire adeguatamente la figlia o il figlio durante la malattia. I loro racconti riflettevano una continua ricerca di possibili omissioni od occasioni mancate, pur riconoscendo l’ineluttabilità della malattia. Come affermava una madre:

«Certo che mi sentivo in colpa. Come genitori, vogliamo proteggere i nostri figli da tutto. Mi sono persino ritrovata a chiedermi se qualcosa in casa nostra avesse causato la sua malattia… Mettevo in dubbio tutto.»

(P19)

Ciononostante, il senso di colpa non era universale. Un piccolo numero di genitori distingueva chiaramente tra il dolore legato alla perdita di una figlia o di un figlio e la responsabilità personale nella morte stessa. Queste persone riconoscevano di aver riflettuto sulle proprie azioni, ma in definitiva rifiutavano l’autocolpevolizzazione, sottolineando che le circostanze erano state al di fuori del loro controllo. Come spiegava una madre:

«Sinceramente non mi sento in colpa. Non avrei potuto evitare l’incidente. Le ho dato tutto quello che potevo per tutta la vita, e in questo senso sono in pace.»

(P13)

Nel complesso, i risultati suggeriscono che, sebbene il senso di colpa fosse un tratto comune del lutto genitoriale, la sua espressione dipendeva non solo dalla sua intensità ma anche dal modo in cui i genitori interpretavano le circostanze della morte. Anziché rappresentare una risposta emotiva uniforme, il senso di colpa assumeva forme qualitativamente diverse a seconda della causa della morte. Queste diverse manifestazioni sono esplorate nel tema seguente.

3.2. Tema 2. Diverse manifestazioni del senso di colpa: un’esperienza multidimensionale

Sebbene le persone partecipanti si riferissero spesso al senso di colpa come a un’unica risposta emotiva, un esame più attento dei loro racconti ha rivelato molteplici fuochi di autocolpevolizzazione, interconnessi tra loro. Non si trattava di categorie mutuamente esclusive; al contrario, diverse manifestazioni potevano coesistere nello stesso resoconto e riflettere aspetti diversi del modo in cui i genitori interpretavano la responsabilità dopo la morte della figlia o del figlio. Sono state identificate cinque manifestazioni ricorrenti: la colpa legata alla protezione, la colpa legata all’accudimento, la colpa controfattuale, la colpa di chi sopravvive e la colpa legata all’identità genitoriale.

Queste manifestazioni non erano mutuamente esclusive, ma riflettevano diversi fuochi del senso di colpa nei resoconti dei genitori. La colpa legata alla protezione era centrata sul percepito fallimento nel mantenere al sicuro la figlia o il figlio; la colpa legata all’accudimento si concentrava su un’inadeguatezza percepita nel prendersene cura o nell’alleviarne la sofferenza; la colpa controfattuale comportava pensieri ripetitivi su azioni o esiti alternativi; la colpa di chi sopravvive riguardava il fatto di restare in vita o di provare emozioni positive dopo la morte della figlia o del figlio; e la colpa legata all’identità genitoriale comportava valutazioni più ampie della propria adeguatezza come genitore. Uno stesso resoconto poteva quindi contenere più di una manifestazione, e una stessa esperienza poteva comportare, per esempio, un percepito fallimento nella protezione espresso attraverso pensieri controfattuali ripetuti e poi interpretato come prova di essere un genitore inadeguato.

3.2.1. Colpa legata alla protezione

La colpa legata alla protezione era centrata sul percepito fallimento nel mantenere al sicuro la figlia o il figlio. Era particolarmente evidente dopo morti improvvise e inattese, quando i genitori si concentravano su azioni od omissioni specifiche che, a posteriori, ritenevano avrebbero potuto evitare la perdita. Anziché mettere in dubbio il loro amore, si chiedevano se avessero adempiuto alla loro responsabilità fondamentale di proteggere. Un padre la cui figlia era annegata descriveva questa esperienza:

«Ho provato un senso di colpa travolgente. Non l’ho vista, non l’ho sentita, eppure ero proprio lì accanto a lei… All’inizio era insopportabile… Mi sento ancora in colpa. Non sono riuscito a liberarmene del tutto.»

(P17)

In tutte le persone partecipanti, questo percepito fallimento nel proteggere rifletteva la rottura di uno degli aspetti più fondamentali dell’identità genitoriale. I genitori descrivevano spesso la convinzione persistente che, in un modo o nell’altro, avrebbero dovuto riuscire a mantenere al sicuro la propria creatura, concentrandosi su azioni od omissioni specifiche che, a posteriori, venivano associate a una responsabilità personale. Come spiegava una madre:

«Mi sentivo in colpa per non averle prestato abbastanza attenzione o per non averla seguita con più cura. Anzi, l’avvelenamento che ha subito è stato causato da una cosa che le avevo comprato io.»

(P14)

3.2.2. Colpa legata all’accudimento

La colpa legata all’accudimento, invece, non si concentrava sulla morte in sé, ma sulle cure prestate prima della morte, in particolare nei genitori la cui figlia o il cui figlio era morto dopo una lunga malattia. Anziché chiedersi se avessero potuto evitare la morte, questi genitori si chiedevano se avessero preso le decisioni mediche giuste, riconosciuto i sintomi abbastanza presto, alleviato la sofferenza della figlia o del figlio o fatto tutto il possibile per prendersene cura e accompagnarli durante la malattia. Questa forma di colpa era caratterizzata da sentimenti di impotenza di fronte alla sofferenza della propria creatura, anche quando i genitori riconoscevano che il decorso della malattia era stato al di fuori del loro controllo. Come spiegava una madre:

«In questo senso mi sento in pace, perché so che non c’era nient’altro che potessimo fare per salvarla. Però a volte mi sono sentita in colpa, perché quando faceva fatica a respirare e la vedevo soffrire, non potevo fare niente. Mi sentivo impotente, come se non stessi proteggendo mia figlia.»

(P12)

Per alcuni genitori, il senso di colpa si estendeva anche alla comunicazione con la figlia o il figlio nelle fasi finali della malattia, in particolare alla preoccupazione di aver detto o fatto abbastanza per rassicurare e offrire sostegno emotivo. Una madre descriveva come avesse continuato a parlare a suo figlio negli ultimi momenti, volendo essere certa che lui sapesse che la sua famiglia era presente:

«Continuavo a parlargli perché volevo che sapesse che eravamo tutti lì con lui, che non lo avevamo abbandonato nemmeno per un minuto. Continuavo a pensare che rimorso terribile avrei provato se me ne fossi andata e mio figlio fosse morto senza di me.»

(P10)

3.2.3. Colpa controfattuale

Diversi genitori descrivevano una preoccupazione persistente per ciò che avrebbero dovuto fare diversamente. In questo studio, la colpa controfattuale indicava un senso di colpa espresso attraverso un pensiero controfattuale ripetitivo, in particolare pensieri su azioni o esiti alternativi che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi. A differenza della colpa legata alla protezione, centrata su un percepito fallimento nel proteggere la figlia o il figlio, questa manifestazione ruotava attorno a infinite alternative ipotetiche emerse solo a posteriori. Le persone partecipanti descrivevano ripetutamente di essere rimaste intrappolate nel pensiero del «e se», ripercorrendo mentalmente decisioni passate e momenti ordinari pur riconoscendo che queste riflessioni non potevano più modificare l’esito. Come rifletteva una persona partecipante:

«Continuavo a pensare: “E se avessi scelto di non andarmene? E se avessi scelto di restare? Avrei dovuto fare questo… avrei dovuto dire quello…”. Con la terapia ho capito che non avrei potuto fare di più, ma all’inizio quei pensieri erano costanti.»

(P09)

Analogamente, un’altra madre descriveva come ricostruisse di continuo decisioni apparentemente insignificanti, chiedendosi se una di esse potesse in qualche modo aver contribuito alla morte di suo figlio:

«Per più di due anni ho continuato a chiedermi se portarlo dal dermatologo avesse in qualche modo contribuito a quello che è successo. Non riuscivo a smettere di pensare che, se non avessi insistito per quella cura, forse niente di tutto questo sarebbe successo.»

(P05)

Altre persone partecipanti riassumevano questo schema di pensiero in modo più generale, descrivendo come la loro mente fosse occupata da infiniti scenari alternativi pur sapendo che nulla poteva cambiare il passato:

«“E se fossimo andati da un’altra parte? E se avessimo cambiato i nostri programmi?” Pensare al passato ti distrugge e basta, perché niente cambierà quello che è già successo.»

(P02)

3.2.4. Colpa di chi sopravvive

Per diversi genitori, il senso di colpa non era legato alla responsabilità nella morte in sé, ma derivava dal fatto di essere rimasti in vita mentre la figlia o il figlio era morto. Le persone partecipanti descrivevano di sentirsi in colpa per aver vissuto momenti di felicità, festeggiato compleanni, gustato un pasto o semplicemente per aver continuato la vita quotidiana. Il fatto stesso di vivere diventava emotivamente conflittuale. Come spiegava una madre:

«La prima colpa è essere vivi mentre tuo figlio non lo è. Non volevo nemmeno festeggiare il mio compleanno, perché mia figlia non poteva più festeggiare il suo. Mi sentivo in colpa di vivere.»

(P25)

Analogamente, un’altra madre descriveva il senso di colpa provato dopo aver svolto attività ordinarie di cui la figlia non poteva più godere:

«Come potevo uscire a cena? Come potevo tagliarmi i capelli? Come potevo mangiare una cosa che a mia figlia piaceva tanto? Nessuno vede il senso di colpa che provi dopo.»

(P26)

3.2.5. Colpa legata all’identità genitoriale

La colpa legata all’identità genitoriale si distingueva dalle altre manifestazioni perché l’oggetto della valutazione andava oltre le circostanze della morte e si estendeva al senso più generale della propria adeguatezza come madri o padri. Anziché concentrarsi esclusivamente sull’aver causato la morte o sul non averla evitata, alcuni genitori si chiedevano se fossero stati genitori abbastanza buoni per tutta la vita della figlia o del figlio. Questa forma di colpa poteva tuttavia sovrapporsi alla colpa legata alla protezione o all’accudimento quando specifici fallimenti percepiti venivano interpretati come prova di essere un genitore inadeguato. Come affermava una madre:

«La mia vera colpa è chiedermi se sono stata una madre abbastanza buona… L’ho fatto bene? È questa la domanda che mi resta.»

(P01)

Al contrario, alcune persone partecipanti rifiutavano esplicitamente il senso di colpa perché ritenevano di aver svolto il proprio ruolo genitoriale al meglio delle proprie capacità:

«Sinceramente non provo alcun senso di colpa. Non c’era niente che potessi fare per evitare l’incidente. Era già una donna di 26 anni, con la sua vita. Lavorava, viaggiava e prendeva le sue decisioni. Ovviamente non potevo legarla a una sedia per tenerla al sicuro.»

(P13)

«Non mi sento in colpa, perché a mio figlio ho dato tutto quello che potevo fin dall’inizio.»

(P10)

Nel loro insieme, questi risultati indicano che il senso di colpa genitoriale non può essere inteso come un’unica esperienza emotiva. Il senso di colpa è emerso piuttosto come un processo multidimensionale, le cui diverse manifestazioni riflettono i tentativi dei genitori di dare un senso alla morte della figlia o del figlio e di conciliare le responsabilità, le aspettative e le identità durature legate all’essere genitori.

3.3. Tema 3. Cambiamenti nell’esperienza del senso di colpa: i resoconti retrospettivi delle persone partecipanti

Le persone partecipanti hanno descritto retrospettivamente il loro rapporto con il senso di colpa come qualcosa che cambiava nel corso del lutto, anziché restare statico. Benché i resoconti variassero per tempi e intensità, molti genitori ricordavano un primo periodo in cui il senso di colpa era vissuto come particolarmente pervasivo ed emotivamente travolgente, seguito da un graduale spostamento verso una maggiore messa in discussione, contestualizzazione e integrazione. È importante sottolineare che questi resoconti rappresentano percezioni retrospettive del cambiamento da parte delle persone partecipanti, e non una traiettoria evolutiva osservata longitudinalmente. Nelle prime fasi del lutto, il senso di colpa era descritto come pervasivo e travolgente: dominava i pensieri dei genitori e lasciava poco spazio ad altre emozioni. Le persone partecipanti ricordavano di essere rimaste intrappolate in pensieri ripetitivi di autocolpevolizzazione, ricostruendo mentalmente le circostanze della morte e chiedendosi di continuo che cosa avrebbero potuto fare diversamente. Come spiegava un padre:

«All’inizio era insopportabile… il senso di colpa era travolgente. Non riuscivo a smettere di pensare a quello che avrei dovuto fare diversamente.»

(P17)

Nei loro resoconti retrospettivi, molti genitori descrivevano una graduale riduzione dell’intensità di questi pensieri intrusivi. È importante notare che questi resoconti non suggerivano che il senso di colpa fosse necessariamente scomparso. Le persone partecipanti ricordavano piuttosto che era diventato meno costante e meno logorante sul piano emotivo. Alcuni genitori spiegavano di continuare a vivere momenti di autocolpevolizzazione, ma che questi episodi erano diventati sempre più situazionali, spesso innescati da anniversari, eventi familiari o situazioni quotidiane che ricordavano loro la figlia o il figlio. Lo stesso partecipante rifletteva in seguito su questa trasformazione graduale:

«Mi sento ancora in colpa. Non credo che sparirà mai del tutto. Ma adesso non mi controlla più tutta la giornata come prima.»

(P17)

Diversi genitori descrivevano anche una crescente discrepanza tra ciò che comprendevano razionalmente e ciò che continuavano a provare sul piano emotivo. Pur riconoscendo di non essere oggettivamente responsabili della morte della figlia o del figlio, il senso di colpa emotivo persisteva spesso indipendentemente da questa comprensione cognitiva. Una madre illustrava questa tensione:

«Lo so che non avrei potuto evitare l’incidente… razionalmente lo so. Ma emotivamente il senso di colpa torna lo stesso.»

(P26)

Per alcune persone partecipanti, questo processo culminava in una graduale integrazione del senso di colpa nel legame che continuava a unirle alla figlia o al figlio. Anziché cercare di eliminare il senso di colpa, descrivevano di accettarne la presenza impedendogli però di definire la loro identità o il loro funzionamento quotidiano. In questo senso, l’adattamento non era caratterizzato dall’assenza di senso di colpa, ma da una trasformazione del suo significato e della sua influenza. Come esprimeva una persona partecipante:

«Continui a darti la colpa finché alla fine capisci che non è stata colpa tua. Non puoi andare avanti finché non lasci andare quel senso di colpa. Tutti ci sentiamo in colpa, ma la colpa non serve a niente. Ti fa solo male. È un modo per distrarti dal dolore, per spostare l’attenzione su qualcos’altro.»

(P14)

Nel complesso, i racconti delle persone partecipanti suggeriscono che il senso di colpa genitoriale segue un processo di trasformazione piuttosto che di semplice risoluzione. Invece di scomparire con il tempo, il senso di colpa cambiava gradualmente il proprio ruolo nella vita dei genitori. Vissuto inizialmente come un’emozione travolgente e pervasiva, veniva progressivamente messo in discussione attraverso la rivalutazione cognitiva pur restando presente sul piano emotivo, fino a evolvere in un’esperienza più integrata che non dominava più il funzionamento quotidiano. Nel loro insieme, questi resoconti retrospettivi suggeriscono una trasformazione percepita del ruolo e dell’esperienza del senso di colpa, anche se i tempi e la forma di questo cambiamento variavano tra le persone partecipanti. Questa interpretazione è sintetizzata nella Figura 1.

Modello concettuale emergente che illustra i resoconti retrospettivi delle persone partecipanti sui cambiamenti del senso di colpa genitoriale dopo la morte di una figlia o di un figlio.
Figura 1. Modello concettuale emergente che illustra i resoconti retrospettivi delle persone partecipanti sui cambiamenti del senso di colpa genitoriale dopo la morte di una figlia o di un figlio.

3.4. Tema 4. Risorse e processi associati all’integrazione del senso di colpa

Le persone partecipanti non descrivevano un singolo evento o intervento che avesse risolto i loro sentimenti di colpa. Descrivevano piuttosto, retrospettivamente, l’adattamento come un percorso che coinvolgeva molteplici risorse interpersonali, cognitive ed emotive, vissute come utili per convivere con il senso di colpa e reinterpretarlo. Anziché descrivere l’eliminazione del senso di colpa, le persone partecipanti parlavano dello sviluppo di modi per reinterpretare l’autocolpevolizzazione, riconoscere i limiti della propria responsabilità e rapportarsi a sé stesse con maggiore compassione. Dalle interviste sono emersi quattro risorse e processi interconnessi: condividere il peso con altre persone, ricostruire il significato, ricevere un supporto professionale e coltivare autocompassione e accettazione.

3.4.1. Condividere il peso con altre persone

Per alcune persone partecipanti, condividere le proprie esperienze con altre persone è stato descritto retrospettivamente come un’importante fonte di sollievo e di comprensione. I gruppi di sostegno, in particolare Renacer, una rete di mutuo aiuto per genitori in lutto, offrivano uno spazio unico in cui i genitori si sentivano compresi senza dover giustificare o spiegare le proprie emozioni. Condividere le esperienze con chi aveva vissuto una perdita simile veniva descritto come un aiuto a normalizzare i sentimenti di colpa e a ridurre il senso di isolamento che molte di queste persone avevano provato. Come spiegava una persona partecipante:

«Quando ho scoperto Renacer, ho capito che era lì che dovevo stare. Non avevo un marito con cui poter parlare allo stesso modo, e non volevo caricare quel peso sui miei figli. Lì tutti capivano senza che dovessi spiegare niente.»

(P25)

Anziché eliminare il senso di colpa, queste esperienze condivise aiutavano i genitori a collocare le proprie emozioni in un contesto più ampio, permettendo loro di riconoscere che l’autocolpevolizzazione era una risposta comune dopo la morte di una figlia o di un figlio, e non la prova di un fallimento personale.

3.4.2. Ricostruire il significato

Un secondo processo che le persone partecipanti associavano retrospettivamente al convivere con il senso di colpa consisteva nel ricostruire il significato della perdita. Con il passare del tempo, molti genitori descrivevano di essere passati dal chiedersi ripetutamente «Perché è successo?» al chiedersi «Come posso continuare a vivere onorando la memoria di mio figlio o di mia figlia?» Questo spostamento non cancellava il senso di colpa, ma ne modificava profondamente il significato, permettendo ai genitori di integrare la perdita nella propria storia di vita invece di restare intrappolati in un pensiero controfattuale senza fine.

Per alcuni genitori, questa ricostruzione comportava lo sviluppo di una nuova comprensione personale o spirituale della perdita, che permetteva loro di interpretare l’esperienza all’interno di un quadro di significato più ampio. Come spiegava una madre:

«Le ho dato un significato spirituale. Credo che dovesse andare così… Mi ha fatto vedere in modo diverso cose che non avevo mai visto prima.»

(P21)

Per altri genitori, la ricostruzione del significato emergeva attraverso la graduale accettazione che il passato non poteva essere cambiato. Anziché continuare a cercare spiegazioni impossibili o esiti alternativi, reindirizzavano la propria energia emotiva verso la custodia della memoria della figlia o del figlio, il mantenimento di un legame duraturo e la ricostruzione della propria vita. Come rifletteva una madre:

«Non ha senso restare bloccati in un circolo vizioso su qualcosa che non puoi cambiare. Quel momento è passato, e niente di quello che dici o pensi lo cambierà. Non abbiamo una macchina del tempo. Dobbiamo imparare a conviverci. Invece cerchiamo di tenere vivi il suo ricordo e la sua vita, perché crediamo che sia ancora con noi.»

(P02)

In questo modo, il senso di colpa diventava gradualmente un aspetto del lutto anziché il suo tratto distintivo.

3.4.3. Ricevere un supporto professionale

Diverse persone partecipanti descrivevano retrospettivamente il supporto psicologico professionale come utile per riconsiderare i sentimenti di colpa e sviluppare un’interpretazione più compassionevole delle proprie esperienze. Le persone partecipanti non presentavano la terapia come un modo per far scomparire il senso di colpa, ma come un ambiente sicuro in cui le emozioni difficili potevano essere espresse apertamente e vissute senza giudizio. Come rifletteva una persona partecipante:

«Mi è piaciuto poter parlare apertamente. Piangere quando ne avevo bisogno, sentirmi capita da quella persona e ricevere aiuto.»

(P21)

Tuttavia, le esperienze di terapia non erano universalmente positive. Alcuni genitori spiegavano che il supporto professionale era stato utile solo quando chi li seguiva riconosceva la specificità del lutto genitoriale ed evitava rassicurazioni premature o spiegazioni semplicistiche. Questi resoconti suggeriscono che gli interventi dovrebbero mirare non a eliminare il senso di colpa, ma ad aiutare i genitori a comprenderlo, contestualizzarlo e integrarlo gradualmente.

3.4.4. Coltivare autocompassione e accettazione

Alcune persone partecipanti descrivevano lo sviluppo di una maggiore autocompassione e accettazione come una parte importante dell’imparare a convivere con il senso di colpa. Anziché continuare a giudicarsi secondo aspettative irrealistiche di responsabilità genitoriale, descrivevano di aver gradualmente riconosciuto di aver agito con le conoscenze, le risorse e le circostanze di cui disponevano in quel momento. Questo passaggio dall’autocritica a una maggiore comprensione di sé era percepito dalle persone partecipanti come un aspetto importante dell’adattamento alla perdita. Come spiegava una persona partecipante:

«L’accettazione è la chiave. Ti rendi conto che darti la colpa non aiuta tuo figlio, e prolunga soltanto la tua sofferenza.»

(P20)

In tutte le interviste, l’accettazione non veniva descritta come un dimenticare la figlia o il figlio o un liberarsi dal senso di colpa. I genitori la presentavano piuttosto come un imparare a coesistere con il senso di colpa senza permettergli di definire la propria identità o di dominare la vita quotidiana. In questo senso, l’adattamento era caratterizzato non dalla scomparsa del senso di colpa, ma da una trasformazione del rapporto che i genitori intrattenevano con esso.

Nel complesso, i racconti delle persone partecipanti suggeriscono che adattarsi al senso di colpa genitoriale significa meno eliminare l’autocolpevolizzazione che trasformare il modo in cui viene vissuta. I risultati indicano che la causa della morte influisce non solo sul peso emotivo del senso di colpa, ma anche sulle forme che assume, sulla sua evoluzione nel tempo e sui processi che ne facilitano l’integrazione. Insieme, questi risultati interconnessi danno luogo a un modello concettuale emergente del senso di colpa genitoriale dopo la morte di una figlia o di un figlio, sintetizzato nella Figura 2. Il modello offre una sintesi interpretativa delle relazioni individuate nei resoconti delle persone partecipanti. Le circostanze della morte plasmavano il modo in cui il senso di colpa veniva vissuto e interpretato, mentre il senso di colpa stesso comprendeva diverse manifestazioni interconnesse e potenzialmente sovrapposte. Le persone partecipanti descrivevano inoltre retrospettivamente cambiamenti nel loro rapporto con il senso di colpa e individuavano diversi processi interpersonali, cognitivi e terapeutici che associavano a una maggiore integrazione.

Modello concettuale interpretativo del senso di colpa genitoriale dopo la morte di una figlia o di un figlio. Nota. Questo modello rappresenta una sintesi interpretativa dei resoconti delle persone partecipanti. Le manifestazioni individuate
Figura 2. Modello concettuale interpretativo del senso di colpa genitoriale dopo la morte di una figlia o di un figlio. Nota. Questo modello rappresenta una sintesi interpretativa dei resoconti delle persone partecipanti. Le manifestazioni del senso di colpa individuate possono sovrapporsi e coesistere. I cambiamenti nel rapporto con il senso di colpa riflettono i resoconti retrospettivi delle persone partecipanti piuttosto che una traiettoria stabilita longitudinalmente. Le risorse e i processi che le persone partecipanti hanno indicato come utili non vanno interpretati come percorsi causali.

4. Discussione

Il presente studio si proponeva di esplorare qualitativamente l’esperienza del senso di colpa dei genitori dopo la morte di una figlia o di un figlio. I risultati indicano che il senso di colpa non costituisce una risposta emotiva uniforme, bensì un fenomeno multidimensionale plasmato dal contesto della perdita e percepito retrospettivamente dalle persone partecipanti come mutevole nel corso del lutto. Il valore della presente analisi non sta nel proporre quattro categorie distinte ed equivalenti, ma nel mostrare come le diverse dimensioni del senso di colpa genitoriale siano interconnesse nei racconti dei genitori. Il modello concettuale emergente va quindi inteso come una sintesi interpretativa dei risultati tematici, e non come un modello evolutivo, causale o generalizzabile tra diversi gruppi di lutto.

La maggior parte delle persone partecipanti ha riferito di aver provato senso di colpa, sebbene la sua intensità e la sua espressione variassero in base alla causa della morte. Al contrario, alcuni genitori hanno descritto un lutto profondo senza sentimenti di colpa. Questi risultati sono coerenti con ricerche precedenti che dimostrano come il senso di colpa sia una componente di rilievo del lutto genitoriale, pur con un’intensità che varia sensibilmente a seconda delle circostanze della morte (Albuquerque et al., 2025; Camacho et al., 2020).

I genitori la cui figlia o il cui figlio era morto in modo improvviso e inatteso, in circostanze percepite come potenzialmente prevenibili, hanno descritto un senso di colpa immediato e travolgente. Questo risultato è coerente con le evidenze che indicano il senso di colpa come una delle risposte emotive più diffuse e durature dopo una perdita improvvisa o violenta (Bell et al., 2012; Tal et al., 2017). I loro resoconti erano caratterizzati da un pensiero controfattuale persistente, uno schema coerente con le ricerche che individuano nella natura delle morti improvvise un fattore di rischio specifico per lo sviluppo di un senso di colpa intenso (Camacho et al., 2018). Si accorda inoltre con gli studi secondo cui il senso di colpa è associato alla ruminazione, espressa attraverso il pensiero controfattuale, come strategia di regolazione emotiva (Boelen et al., 2006; Van der Houwen et al., 2010). La morte improvvisa di una figlia o di un figlio per cause accidentali, violente o comunque inattese è stata associata a livelli di senso di colpa più elevati rispetto ad altri tipi di perdita (Duncan & Cacciatore, 2015), nonché a tassi più elevati di lutto complicato, una parte del quale rischio aggiuntivo sembra attribuibile al senso di colpa, all’autocolpevolizzazione o alla vergogna (Champion & Kilcullen, 2025).

Un altro contributo importante del presente studio è stata l’identificazione di cinque manifestazioni interconnesse del senso di colpa (colpa legata alla protezione, colpa legata all’accudimento, colpa controfattuale, colpa di chi sopravvive e colpa legata all’identità genitoriale). Queste manifestazioni non sono mutuamente esclusive e possono sovrapporsi e coesistere nel resoconto di uno stesso genitore, in particolare la colpa legata alla protezione, quella controfattuale e quella legata all’identità genitoriale; vanno quindi intese più come fuochi interconnessi del senso di colpa che come categorie diagnostiche distinte. Questo risultato sostiene ricerche precedenti che hanno evidenziato l’ambiguità concettuale del trattare il senso di colpa come un costrutto emotivo unitario nella letteratura sul lutto (Li et al., 2014). Oltre a confermare la natura multidimensionale del senso di colpa, i presenti risultati dimostrano che queste dimensioni sono evidenti anche nel contesto specifico del lutto genitoriale. Questa concettualizzazione multidimensionale trova ulteriore sostegno nella tassonomia dei sottotipi di colpa recentemente individuata in un’analisi tematica di interviste con persone adulte in lutto per suicidio, che distingueva la colpa per omissione, la colpa per commissione e la colpa legata alla sopravvivenza (Anet et al., 2026). La convergenza di categorie strutturalmente simili nonostante le differenze di campioni, paesi e cause di morte suggerisce che queste dimensioni non siano specifiche di una cultura, ma possano riflettere processi psicologici relativamente generalizzabili alla base del lutto traumatico. Tuttavia, sono necessarie ulteriori ricerche con campioni culturalmente diversificati e disegni comparativi per stabilire in modo più solido fino a che punto questi processi possano essere generalizzati a contesti socioculturali e tipi di perdita diversi.

La colpa legata alla protezione è emersa come la forma di senso di colpa riferita più spesso ed era particolarmente evidente nei genitori la cui figlia o il cui figlio era morto in modo improvviso e inatteso, in accordo con studi precedenti (Duncan & Cacciatore, 2015; Lee et al., 2024; Shalev et al., 2023). Nel lutto genitoriale, questa forma di colpa sembra legata soprattutto alla responsabilità percepita, alle convinzioni retrospettive sul controllo e agli standard morali che plasmano l’identità genitoriale, piuttosto che a una responsabilità causale oggettiva (Duncan & Cacciatore, 2015; Lee et al., 2024).

Al contrario, i genitori la cui figlia o il cui figlio era morto dopo una lunga malattia hanno descritto una forma di colpa meno centrata sulla prevenibilità dell’esito e più strettamente legata alla messa in discussione dell’adeguatezza delle cure e della protezione che avevano offerto. Questo schema è coerente con ricerche precedenti (Lichtenthal et al., 2020; Yi et al., 2023) ed è stato associato a un maggiore disagio psicologico, alla ruminazione, al rimpianto e, in alcuni genitori, a un lutto prolungato o complicato (Lichtenthal et al., 2020; Serjouie et al., 2025; Zetumer et al., 2015).

La colpa legata all’accudimento era caratterizzata soprattutto da dubbi persistenti di non aver fatto abbastanza o di non essere stati all’altezza del proprio ruolo genitoriale (Gallego-Alberto et al., 2020; Lichtenthal et al., 2020; Mohamed Hussin & Mohd Sabri, 2023; Zetumer et al., 2015). Questa forma di colpa sembra derivare da standard genitoriali di cura molto esigenti, da conflitti tra ruoli concorrenti e da valutazioni negative del proprio modo di prestare cura (Gonyea et al., 2008; Mohamed Hussin & Mohd Sabri, 2023).

Al contrario, i genitori la cui figlia o il cui figlio era morto improvvisamente hanno descritto una forma di colpa qualitativamente diversa. I loro racconti rivelavano uno schema marcato di pensiero controfattuale, coerente con la concettualizzazione proposta da Eisma et al. (2014), che hanno identificato il pensiero controfattuale come una delle cinque dimensioni centrali della ruminazione legata al lutto, insieme alla ruminazione sul significato, sulle relazioni, sull’ingiustizia e sulle reazioni emotive. Questo schema cognitivo ripetitivo può contribuire al mantenimento del disagio psicologico funzionando come strategia di evitamento a breve termine. Anziché accettare la realtà della perdita, i genitori in lutto si concentrano ripetutamente sulle sue cause, sulle sue conseguenze e su scenari alternativi ipotetici, evitando così la realtà dolorosa della morte e la sofferenza emotiva più profonda a essa associata. Sebbene questo schema possa alleviare temporaneamente il disagio emotivo, i resoconti delle persone partecipanti suggeriscono che possa anche essere associato alla persistenza del disagio nel tempo (Camacho et al., 2018). Questo schema può aiutare a contestualizzare il motivo per cui le persone partecipanti descrivevano la colpa controfattuale come particolarmente intrusiva e difficile da regolare nelle prime fasi del lutto.

I presenti risultati offrono anche una comprensione più sfumata del pensiero controfattuale nel lutto genitoriale. Neimeyer et al. (2019) hanno concettualizzato il pensiero del «se solo» come una forma di cognizione controfattuale che può diventare ripetitiva e interferire con la ricostruzione del significato dopo un lutto, individuando come possibili fuochi sé stessi, la persona defunta, altre persone rilevanti e le circostanze della morte. Nel presente studio, il pensiero controfattuale era particolarmente legato alla responsabilità genitoriale percepita. I genitori immaginavano ripetutamente azioni alternative con cui avrebbero potuto evitare la morte, ridurre la sofferenza della figlia o del figlio o agire diversamente. È importante sottolineare che questi risultati suggeriscono che il pensiero controfattuale non debba necessariamente essere inteso come una forma distinta di colpa, indipendente dalle altre manifestazioni. Può piuttosto funzionare come un processo cognitivo attraverso cui la colpa legata alla protezione, all’accudimento o all’identità genitoriale viene espressa e mantenuta.

Questa distinzione suggerisce inoltre che la ruminazione associata alla colpa legata all’accudimento differisca qualitativamente da quella alla base della colpa controfattuale. Nella colpa legata all’accudimento, i pensieri ripetitivi non si concentravano sulla costruzione di scenari alternativi in cui la morte avrebbe potuto essere evitata, ma piuttosto sulla valutazione del proprio operato nel prestare cura, uno schema che somiglia maggiormente alla dimensione «relazioni» della ruminazione legata al lutto descritta da Eisma et al. (2014). Sebbene entrambe le forme di ruminazione siano state associate al lutto complicato, il pensiero controfattuale sembra mostrare un legame sensibilmente più forte con esiti sfavorevoli del lutto.

Un’altra manifestazione del senso di colpa individuata nel presente studio è stata la colpa di chi sopravvive. Questa forma di colpa è caratterizzata da sentimenti di sofferenza legati al restare in vita dopo la morte della figlia o del figlio, o dal percepire la propria sopravvivenza come ingiusta o immeritata (Bistas & Grewal, 2023; Murray et al., 2021), uno schema che si ritrova nei racconti di diverse persone partecipanti.

A differenza della colpa controfattuale, tipicamente legata a un’azione o a un’omissione specifica, la colpa di chi sopravvive comporta spesso una valutazione più ampia e diffusa del proprio diritto di continuare a vivere o di provare piacere. Sul piano fenomenologico, questo schema sembra più vicino alla vergogna che al senso di colpa, secondo la distinzione classica tra queste due emozioni. Mentre il senso di colpa comporta la valutazione di un comportamento specifico, la vergogna riflette una svalutazione globale del sé (Singh & Bhushan, 2025). Questi risultati suggeriscono che la ricerca futura sulla colpa di chi sopravvive nel lutto genitoriale dovrebbe distinguerne le componenti legate alla colpa da quelle legate alla vergogna, poiché queste dimensioni possono differire nei meccanismi sottostanti e nella risposta agli interventi terapeutici.

Infine, alcuni genitori hanno descritto ciò che è stato classificato come colpa legata all’identità genitoriale. Questa forma di colpa può rappresentare una componente centrale del lutto genitoriale ed è stata associata a reazioni di lutto più persistenti (Mohamed Hussin et al., 2025; Plews-Ogan et al., 2022; Zetumer et al., 2015). La colpa legata all’identità genitoriale comporta il chiedersi se si sia stati un genitore abbastanza buono durante la vita della figlia o del figlio ed è strettamente collegata alle ricerche sulla ricostruzione dell’identità dopo la morte traumatica di una figlia o di un figlio. Uno studio su genitori in lutto ha individuato la riconciliazione dell’identità sociale, la riconciliazione delle percezioni personali di sé e la ricerca di significato all’interno di una nuova identità genitoriale come processi psicologici chiave dopo una perdita traumatica (Mohamed Hussin et al., 2025). Questi risultati rafforzano l’idea che la colpa legata all’identità genitoriale non vada considerata una conseguenza della colpa controfattuale, ma piuttosto una dimensione distinta, legata alla ricostruzione narrativa del sé. Questa interpretazione è coerente con i modelli di ricostruzione del significato, che individuano la ricostruzione dell’identità, la costruzione di senso, la ricerca di benefici e il mantenimento di legami continui con la persona defunta come processi centrali dell’adattamento al lutto (Meert et al., 2015).

In questo contesto, è importante notare che non tutti i genitori hanno provato senso di colpa. Per alcune persone partecipanti, l’identità genitoriale non sembrava essere stata sconvolta nel profondo, poiché ritenevano di aver fatto tutto il possibile per adempiere al proprio ruolo genitoriale. L’assenza di senso di colpa può essere più probabile quando i genitori riescono a reintegrare la propria identità, a ridefinirsi al di là dell’essere «il genitore della figlia o del figlio morti» o a mantenere la propria identità genitoriale attraverso i ricordi e i legami continui con la persona defunta (Y. Kim & Lee, 2021; Payne et al., 2025).

La natura dinamica del senso di colpa, così come percepita retrospettivamente dalle persone partecipanti, rappresenta un altro contributo chiave del presente studio. Anziché descrivere una scomparsa lineare del senso di colpa, le persone partecipanti hanno descritto retrospettivamente una trasformazione graduale da un’esperienza intensa e pervasiva di autocolpevolizzazione a un’esperienza emotiva meno frequente, più contestualizzata e progressivamente integrata. Dato il disegno trasversale e retrospettivo del presente studio, questi resoconti vanno intesi come percezioni retrospettive delle persone partecipanti su come il loro rapporto con il senso di colpa fosse cambiato dalla morte della figlia o del figlio, e non come prova di una traiettoria evolutiva stabilita empiricamente. Questa trasformazione percepita è coerente con i modelli contemporanei del lutto, che concettualizzano il lutto come un processo dinamico e oscillante piuttosto che come una sequenza universale di fasi. Il Modello del Duplice Processo propone che le persone in lutto alternino un coping orientato alla perdita e uno orientato al ripristino, cosicché l’adattamento richiede di muoversi avanti e indietro tra il confronto con il dolore della perdita e l’attenzione alle esigenze della vita quotidiana (Stroebe & Schut, 1999). I risultati del presente studio suggeriscono che le persone partecipanti percepivano il senso di colpa come qualcosa che segue uno schema oscillante simile: pur potendo perdere gradualmente la sua centralità, può riemergere in occasione di anniversari, ricordi o eventi di vita importanti. Tale riattivazione legata al contesto non dovrebbe necessariamente essere interpretata come prova di un fallimento terapeutico o di un lutto cronico. Questi risultati suggeriscono piuttosto che il senso di colpa andrebbe valutato in termini di rigidità, intensità e interferenza funzionale, anziché per la sua semplice presenza.

In una prospettiva clinica, la persistenza di un senso di colpa intenso può essere particolarmente rilevante. Studi quantitativi hanno costantemente riportato associazioni tra senso di colpa legato al lutto, depressione e lutto complicato o prolungato, sia nella ricerca trasversale sia in quella longitudinale (Li et al., 2019). Sebbene questi risultati non consentano di concludere che il senso di colpa da solo causi esiti sfavorevoli del lutto, suggeriscono che possa funzionare come processo di mantenimento e come indicatore che giustifica una valutazione clinica più approfondita. In particolare, la coesistenza di un’autocolpevolizzazione rigida, di ruminazione controfattuale, evitamento, compromissione funzionale e mancanza di speranza può segnalare una risposta di lutto più complessa. La valutazione clinica dovrebbe quindi distinguere tra un senso di colpa doloroso ma flessibile, che può coesistere con momenti di connessione emotiva e con un funzionamento adattivo, e una forma di colpa globale, assolutistica e punitiva che diventa centrale nell’identità del genitore. Questa distinzione è proposta come quadro interpretativo potenzialmente utile per orientare l’attenzione clinica, e non come soglia diagnostica validata; il disegno trasversale e qualitativo del presente studio non consente di stabilire empiricamente soglie tra senso di colpa adattivo e patologico.

Questa transizione percepita da un senso di colpa travolgente verso un’esperienza più integrata può essere intesa, da un punto di vista interpretativo, come il riflesso di un processo di rivalutazione cognitiva. Secondo il modello processuale della regolazione emotiva di Gross (Gross, 1998), la rivalutazione cognitiva consiste nel reinterpretare il significato di una situazione emotivamente attivante per modificarne l’impatto emotivo, senza sopprimere l’emozione né evitarne l’elaborazione. Diverse persone partecipanti hanno descritto il senso di colpa come qualcosa che inizialmente offriva un senso di controllo su eventi altrimenti incontrollabili e come un modo per tenere a distanza il pieno impatto emotivo della perdita. Da una prospettiva interpretativa, questi resoconti possono essere intesi come il riflesso di ciò che si può concettualizzare come un senso illusorio di controllo e una forma di evitamento esperienziale, un’interpretazione che va oltre le descrizioni esplicite delle persone partecipanti e che va quindi letta come una lettura teorica dei loro resoconti da parte di chi firma lo studio, e non come un meccanismo dimostrato direttamente. Attraverso ciò che si può interpretare come rivalutazione cognitiva, tuttavia, molti genitori sono riusciti, secondo i loro stessi resoconti, non a eliminare il senso di colpa, ma a trasformarne la funzione regolatrice. Anziché alimentare processi ruminativi che mantenevano il disagio psicologico, il senso di colpa si è gradualmente integrato come una componente riconosciuta, sebbene non necessariamente gradita, dell’esperienza del lutto. Questa interpretazione è coerente con i risultati di Camacho et al. (2018), secondo cui livelli crescenti di senso di colpa sono associati a maggiori difficoltà di regolazione emotiva, il che sottolinea l’importanza di intervenire precocemente sui processi ruminativi prima che si cronicizzino.

I genitori del presente studio hanno descritto la risoluzione del senso di colpa come un processo graduale sostenuto da molteplici risorse di coping interconnesse. Una delle più importanti era la condivisione del proprio carico emotivo con altri genitori in lutto. Questi scambi sembrano particolarmente benefici quando comportano un ascolto empatico e non giudicante (Schoonover et al., 2022; Tognela et al., 2025). I gruppi di sostegno possono offrire un ambiente sicuro in cui i genitori possono esprimere apertamente le proprie emozioni e parlare della figlia o del figlio e delle circostanze della morte senza timore di essere giudicati (Henning et al., 2021; Stevenson et al., 2017). Aiutano inoltre i genitori a sentirsi compresi da altre persone che hanno vissuto una perdita simile, riducendo così i sentimenti di isolamento e di essere fondamentalmente diversi da chi li circonda (Berrozpe et al., 2024; Pelacho-Ríos et al., 2025).

Un’altra risorsa associata all’integrazione del senso di colpa, individuata nel presente studio, è stata la ricostruzione del significato, in linea con il modello di Neimeyer (Neimeyer, 2000a, 2000b), secondo cui l’adattamento al lutto non consiste nel «superare» la perdita, ma nell’integrarla in una narrazione di vita coerente. Lo spostamento descritto dalle persone partecipanti riflette questo processo di ricostruzione del significato, costantemente associato nella letteratura sul lutto a livelli più bassi di lutto complicato (Neimeyer, 2019). Le persone partecipanti hanno ricostruito il significato in modi diversi, anche attraverso nuove comprensioni personali o spirituali della perdita. Per molti genitori, la spiritualità ha offerto un quadro per dare un senso alla morte, mantenere un legame continuo con la figlia o il figlio defunti, rivalutare i valori personali e ricostruire una vita dotata di senso. Tuttavia, la spiritualità non ha funzionato in modo uniforme tra le persone partecipanti e, in alcuni casi, ha intensificato i conflitti esistenziali quando le convinzioni preesistenti non si accordavano più con la realtà della perdita (Mohamed Hussin & Aho, 2025; Neimeyer et al., 2021; Superdock et al., 2024).

Le persone partecipanti hanno descritto anche il supporto professionale come una risorsa importante nel processo di ricostruzione del significato, sebbene questa esperienza non fosse universale e alcune abbiano riferito incontri meno soddisfacenti. Il supporto professionale sembrava più benefico quando non cercava di «risolvere» o di chiudere prematuramente il processo di lutto, ma offriva invece una relazione terapeutica sicura, fondata su una presenza empatica e su un ascolto profondo. In questo contesto, la psicoeducazione, l’esplorazione esistenziale e spirituale e le strategie di regolazione emotiva sono state percepite come particolarmente utili per facilitare la ricostruzione del significato, il mantenimento di legami continui con la figlia o il figlio defunti e la riorganizzazione della vita dopo la perdita (Neimeyer et al., 2021; Vig et al., 2021).

Infine, l’autocompassione e l’accettazione sono emerse come due delle risorse psicologiche più importanti per l’adattamento, come riflettono i racconti delle persone partecipanti e come conferma la letteratura esistente. L’accettazione sembra funzionare non come un superamento della morte della figlia o del figlio, ma come un’integrazione della perdita nella propria identità, nella propria storia di vita e nella propria visione del mondo. Quando questo processo avviene, è tipicamente accompagnato da una transizione dalla disorganizzazione iniziale del lutto verso una vita riconfigurata, caratterizzata da nuovi valori, da uno scopo rinnovato e da nuovi modi di mantenere un legame con chi è morto (Bogensperger & Lueger-Schuster, 2014; Neimeyer et al., 2010). Analogamente, l’autocompassione sembra facilitare l’adattamento psicologico riducendo l’autocritica e il senso di colpa e promuovendo una regolazione emotiva più adattiva attraverso la diminuzione della ruminazione, sostenendo così la ricostruzione del significato (Bogensperger & Lueger-Schuster, 2014; Zhang et al., 2022).

I risultati del presente studio hanno diverse implicazioni dirette per la pratica clinica con i genitori in lutto. In primo luogo, la valutazione del senso di colpa genitoriale dovrebbe tenere conto della causa della morte. Le morti improvvise o percepite come prevenibili tendono a suscitare forme di autocolpevolizzazione più immediate e controfattuali, mentre le morti dopo una lunga malattia sono più spesso associate a un senso di colpa centrato sull’accudimento e sull’impotenza. Valutazioni cliniche che non distinguono tra queste traiettorie rischiano di produrre interventi generici che non rispondono adeguatamente all’esperienza vissuta dei genitori.

In secondo luogo, l’identificazione di cinque manifestazioni interconnesse del senso di colpa (colpa legata alla protezione, colpa legata all’accudimento, colpa controfattuale, colpa di chi sopravvive e colpa legata all’identità genitoriale) offre a chi opera in ambito clinico un quadro utile per la formulazione del caso, permettendo di orientare gli interventi sul contenuto specifico del senso di colpa anziché trattarlo come un costrutto unitario. In particolare, la distinzione tra colpa di chi sopravvive e vergogna suggerisce che queste esperienze andrebbero valutate e affrontate separatamente, poiché possono comportare meccanismi sottostanti diversi e richiedere approcci terapeutici differenti.

In terzo luogo, la natura dinamica e oscillante del senso di colpa osservata nel presente studio suggerisce che la sua riemersione in occasione di anniversari, ricordi o eventi di vita significativi non dovrebbe essere automaticamente interpretata come prova di un fallimento terapeutico o di una cronicizzazione del lutto. Tale riattivazione può invece rappresentare un tratto atteso del processo di lutto. Di conseguenza, l’attenzione clinica dovrebbe concentrarsi sulla rigidità, sull’intensità e sull’interferenza funzionale associate al senso di colpa piuttosto che sulla sua semplice presenza, con particolare attenzione ai genitori la cui autocolpevolizzazione diventa globale, assolutistica e punitiva, data la sua associazione con il lutto complicato o prolungato.

Infine, le persone partecipanti hanno costantemente riferito che il supporto professionale era più utile quando non cercava di eliminare il senso di colpa o di offrire rassicurazioni premature, ma facilitava invece la rivalutazione cognitiva, la ricostruzione del significato e lo sviluppo dell’autocompassione. Questi risultati suggeriscono che gli interventi psicologici per il lutto genitoriale dovrebbero dare priorità a questi processi terapeutici rispetto ad approcci centrati esclusivamente sulla riduzione dei sintomi. Inoltre, i gruppi di mutuo aiuto possono rappresentare un prezioso complemento alla psicoterapia individuale, normalizzando i sentimenti di colpa e riducendo l’isolamento sociale percepito.

Un punto di forza particolare di questo studio è l’inclusione di genitori in fasi del lutto molto diverse, comprese persone la cui perdita risaliva a decenni prima. Questa ampiezza temporale ha permesso allo studio di cogliere non solo l’esperienza immediata del senso di colpa, ma anche i modi in cui il suo significato e la sua intensità possono essere ricostruiti nel corso della vita. In particolare, l’inclusione di persone partecipanti più anziane ha offerto un’occasione unica per esplorare come il senso di colpa genitoriale venga compreso dalla prospettiva dell’età adulta avanzata, fornendo spunti raramente rappresentati nella letteratura sul lutto.

In secondo luogo, il ricorso all’analisi tematica riflessiva (Braun & Clarke, 2022), sostenuto da incontri analitici regolari, da un quadro di codifica in evoluzione e da una riflessività costante all’interno di un gruppo di ricerca multidisciplinare, rafforza il rigore interpretativo dei risultati. L’aderenza ai criteri di reporting COREQ accresce ulteriormente la trasparenza metodologica e facilita la valutazione esterna dello studio.

Occorre tuttavia riconoscere diversi limiti. In primo luogo, il campione era composto prevalentemente da madri, il che limita la generalizzabilità dei risultati ai padri in lutto. In secondo luogo, nell’interpretare i risultati va considerato il contesto culturale del campione. È probabile che l’esperienza del senso di colpa genitoriale sia influenzata da fattori culturali, religiosi e sociali che plasmano le aspettative riguardo alla maternità e alla paternità. Di conseguenza, è opportuno replicare il presente modello concettuale in contesti socioculturali diversi.

Partendo dall’analisi approfondita del lutto genitoriale presentata in questo studio, la ricerca futura dovrebbe adottare disegni longitudinali che seguano gli stessi genitori nel tempo, consentendo di esaminare in modo prospettico la traiettoria evolutiva del senso di colpa anziché dedurla retrospettivamente. Futuri studi qualitativi con un campionamento intenzionale comparativo potrebbero inoltre esaminare con maggiore precisione come il senso di colpa genitoriale vari ed evolva nei diversi contesti di perdita. Sarebbe utile anche sviluppare e validare quantitativamente il modello concettuale e la tassonomia proposta delle cinque manifestazioni del senso di colpa, mediante strumenti psicometricamente solidi in grado di distinguere empiricamente queste dimensioni e di esaminarne le associazioni differenziali con il lutto complicato e prolungato. Infine, replicare questo studio in campioni con una maggiore rappresentanza di padri in lutto e in diversi contesti culturali e religiosi aiuterebbe a determinare la generalizzabilità di questi risultati e a far progredire ulteriormente la comprensione del lutto genitoriale.

5. Conclusioni

Il presente studio dimostra che il senso di colpa costituisce uno dei processi psicologici centrali del lutto genitoriale e, al tempo stesso, una delle sue dimensioni più complesse. Anziché essere una risposta emotiva unitaria, il senso di colpa è emerso come un’esperienza multidimensionale la cui espressione e intensità erano legate alle circostanze della morte e ai modi in cui i genitori interpretavano la propria responsabilità e ricostruivano la propria identità dopo la perdita. Le persone partecipanti hanno inoltre descritto retrospettivamente cambiamenti nel loro rapporto con il senso di colpa, tra cui un passaggio da un’intensa autocolpevolizzazione verso una maggiore integrazione, sebbene i tempi e la natura di questi cambiamenti variassero da persona a persona.

Il contributo principale di questo studio risiede nell’elaborazione di due modelli concettuali complementari che concettualizzano il senso di colpa genitoriale in una prospettiva orientata al processo. Il primo sintetizza i resoconti retrospettivi delle persone partecipanti sui cambiamenti nel loro rapporto con il senso di colpa, da un’intensa autocolpevolizzazione iniziale verso una maggiore integrazione, mentre il secondo illustra le relazioni tra la causa della morte, le diverse manifestazioni del senso di colpa e le risorse e i processi che le persone partecipanti associavano alla sua integrazione. Insieme, questi modelli ampliano le conoscenze attuali sul lutto genitoriale, mettendo in luce che l’adattamento può comportare non l’eliminazione del senso di colpa, ma cambiamenti nel modo in cui i genitori lo comprendono e convivono con esso, anche attraverso la ricostruzione del significato, il sostegno interpersonale, il supporto psicologico professionale e l’autocompassione.

Questi risultati contribuiscono a spostare la comprensione del senso di colpa da una prospettiva prevalentemente psicopatologica verso una concettualizzazione più dinamica e integrativa, offrendo un quadro teorico e clinico che può orientare la ricerca futura e lo sviluppo di interventi psicologici più individualizzati. Riconoscere le molteplici manifestazioni del senso di colpa e i cambiamenti che i genitori descrivono retrospettivamente nel loro rapporto con esso può contribuire a un’assistenza clinica più calibrata per i genitori in lutto, sostenendo approcci che non mirano a sradicare il senso di colpa, ma a integrarlo in una narrazione di vita coerente che preservi il legame continuo con la figlia o il figlio defunti e sostenga al tempo stesso la ricostruzione di una vita dotata di senso.

Complexe Systémique: punti chiave

Lo studio smonta un’idea tenace: che il senso di colpa dei genitori in lutto sia soltanto un sintomo da mettere a tacere. Le sue cinque forme, non aver saputo proteggere, non aver saputo curare, riscrivere all’infinito la storia, sopravvivere alla propria figlia o al proprio figlio, dubitare di essere stato un genitore abbastanza buono, offrono una griglia fine per la formulazione clinica, e il modello ricorda che la colpa può anche tenere a distanza un dolore insopportabile o mantenere vivo un legame con chi è morto. Il criterio utile non è la sua presenza, ma la sua rigidità e il suo peso sulla vita quotidiana. Da un punto di vista sistemico, si può rimpiangere che la coppia, la fratria e la famiglia allargata restino quasi fuori campo: la colpa, eppure, circola tra i genitori, viene rimproverata, condivisa o taciuta. Il gruppo di pari, dal canto suo, appare come un contesto che trasforma una colpa solitaria in un’esperienza condivisa. I limiti sono chiari: 22 madri per 5 padri, un unico contesto regionale spagnolo, resoconti retrospettivi raccolti in circa mezz’ora. Da leggere insieme a l’articolo su una terapia di coppia in cui la colpa diventa pensabile e la rassegna sulle dinamiche familiari nel lutto.

Note dell’originale

Contributi delle autrici e degli autori. Concettualizzazione, L.P.-R. e G.B.-V.; Metodologia, L.P.-R. e G.B.-V.; Validazione, L.P.-R. e G.B.-V.; Analisi formale, L.P.-R., G.B.-V., Y.R.-O. e A.S.-S.; Indagine, L.P.-R., G.B.-V., Y.R.-O. e A.S.-S.; Risorse, L.P.-R. e G.B.-V.; Cura dei dati, L.P.-R. e G.B.-V.; Scrittura, preparazione della bozza originale, L.P.-R., G.B.-V., Y.R.-O. e A.S.-S.; Scrittura, revisione e editing, L.P.-R., G.B.-V., Y.R.-O. e A.S.-S.; Supervisione, L.P.-R. e G.B.-V.; Acquisizione dei finanziamenti, Y.R.-O. Tutte le persone che firmano l’articolo hanno letto e approvato la versione pubblicata del manoscritto.

Finanziamento. Il gruppo di ricerca ringrazia l’Università Cattolica di Valencia San Vicente Mártir (UCV) per aver coperto le spese di pubblicazione (Article Processing Charge, APC) di questo manoscritto.

Dichiarazione del comitato etico. Lo studio è stato condotto in conformità con la Dichiarazione di Helsinki e il protocollo è stato approvato dal Comitato etico dell’Università Cattolica di Valencia (UCV/2022–2023/024, 9 gennaio 2023).

Dichiarazione di consenso informato. Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone che hanno partecipato allo studio.

Ringraziamenti. Il gruppo di ricerca esprime la sua sincera gratitudine a tutte le madri e a tutti i padri che hanno generosamente condiviso la loro esperienza di lutto genitoriale. La loro apertura, la loro fiducia e la loro disponibilità a raccontare esperienze così profondamente personali hanno reso possibile questa ricerca. Esprimiamo profonda gratitudine per il loro inestimabile contributo. Ringraziamo inoltre le studentesse e gli studenti del gruppo di ricerca per il supporto tecnico fornito nella trascrizione delle interviste. Il loro impegno e il loro lavoro accurato sono stati molto apprezzati. Durante la preparazione di questo manoscritto, il gruppo di ricerca ha utilizzato ChatGPT (OpenAI, GPT-5.5) come ausilio per la revisione linguistica dell’inglese e per miglioramenti stilistici. Tutti i contenuti scientifici, le interpretazioni e le conclusioni sono stati sviluppati esclusivamente da chi firma l’articolo, che ha rivisto criticamente e modificato il testo generato dall’IA e si assume la piena responsabilità del manoscritto finale. Il gruppo di ricerca ringrazia l’Università Cattolica di Valencia San Vicente Mártir per il contributo e l’aiuto nel pagamento delle spese di pubblicazione in Open Access.

Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara l’assenza di conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Beyond Self-Blame: A Qualitative Study of the Changing Experience of Parental Guilt Following the Death of a Child, di Lucia Pelacho-Rios, Yolanda Ruiz-Ordoñez, Alejandro Sanchis-Sanchis e Gloria Bernabe-Valero, Behavioral Sciences, vol. 16, no 10, 1771 (2026), doi: 10.3390/bs16101771, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Beyond Self-Blame: A Qualitative Study of the Changing Experience of Parental Guilt Following the Death of a Child», pubblicato in Behavioral Sciences (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione di Complexe Systémique realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Pelacho-Rios, L., Ruiz-Ordoñez, Y., Sanchis-Sanchis, A., e Bernabe-Valero, G. (2026). Beyond Self-Blame: A Qualitative Study of the Changing Experience of Parental Guilt Following the Death of a Child. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/beyond-self-blame-a-qualitative-study-of-the-changing-experience-of-parental-guilt (Opera originale pubblicata nel 2026 in Behavioral Sciences, 16(10), 1771 (2026); ripubblicata nel 2026 da Behavioral Sciences, https://www.mdpi.com/2076-328X/16/10/1771)

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