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Human Systems · Terapia familiare
«La mia anoressia fa parte di me». Di fronte a questa frase, l’esternalizzazione di Michael White non basta. Kevin Ball e Lucia Giombini propongono di ancorarla a Sartre: riconoscere l’anoressia come un progetto, individuare le oggettivazioni nate dallo sguardo altrui, poi aprire, con la famiglia, altri progetti orientati al futuro.
Traduzione non ufficiale in italiano di Beyond the project of anorexia nervosa: Integrating White’s externalizing conversations and Sartre’s existential approach to empower a new sense of agency, di Kevin Ball e Lucia Giombini, pubblicato in Human Systems (SAGE) (2026), doi: 10.1177/26344041251355927, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella, integrata nel testo della versione online, è presentata sotto forma di elenco. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Non sono le storie che si raccontano su di me, ma sono le storie che posso co-creare, che non sono ancora ma si stanno dispiegando.
Kevin Ball e Lucia Giombini
Abstract
L’esternalizzazione è una tecnica della terapia narrativa di Michael White comunemente utilizzata nel trattamento dei disturbi alimentari. Nell’anoressia il suo impiego presenta delle difficoltà, soprattutto perché si tratta di una diagnosi con cui la persona si identifica in modo così forte. Separare la persona dal problema può talvolta suscitare una resistenza in chi è in cura, che sente che l’anoressia fa parte di sé. L’approccio esistenziale di Sartre è una forma di psicoterapia che può aiutare a risolvere questo dilemma: accettare che l’anoressia faccia parte di ciò che la persona è, ma anche mettere in discussione il modo in cui l’anoressia la oggettiva. Inoltre, poiché l’esistenzialismo è sempre relazionale (cioè non siamo mai un soggetto separato), queste oggettivazioni hanno senso solo con un sé-altro (cioè la famiglia o il sistema più ampio). Aiuta la persona ad avviare un dialogo con le narrazioni socialmente costruite che sottendono la presentazione anoressica. L’obiettivo centrale dell’opera di Sartre è superare le oggettivazioni del sé e dell’altro, e questo approccio offre un metodo innovativo per mettere in discussione tali oggettivazioni all’interno delle famiglie. Esploriamo alcuni esercizi che possono essere utili nella clinica, con particolare attenzione al futuro come modo di affrontare l’anoressia, il che ha implicazioni anche per altre presentazioni cliniche e non solo per l’anoressia.
Parole chiave: anoressia nervosa, esistenzialismo, costruzionismo sociale, terapia narrativa, esternalizzazione, oggettivazione
Per noi l’uomo si caratterizza anzitutto per il superamento di una situazione, per ciò che riesce a fare di ciò che è stato fatto di lui, anche se non si riconosce mai nella propria oggettivazione. JP Sartre – In Search of a Method
Nel lavoro terapeutico con persone che soffrono di anoressia nervosa (AN), è frequente la sensazione di «impasse» percepita sia dalle persone in cura e dalle loro famiglie, sia da chi conduce la terapia. È proprio questa sensazione di «impasse» che ci ha portato a esaminare il contributo che l’opera di Michael White e di Jean-Paul Sartre offre al lavoro clinico con persone che soffrono di AN e con le loro famiglie, approfondendo l’intuizione di Selvini Palazzoli secondo cui l’anoressia è la malattia esistenziale per eccellenza (Palazzoli, 1985).
Nel mio lavoro (prima firma dell’articolo) ho incontrato questa «impasse» lavorando con persone giovani con una diagnosi di anoressia e utilizzando la tecnica dell’esternalizzazione, diffusa nel campo della terapia familiare dell’AN. Nella mia pratica ho utilizzato con successo l’esternalizzazione nella maggior parte delle presentazioni, tranne che nell’AN. L’esternalizzazione meglio riuscita l’ho fatta con un bambino di 8 anni, quando lavoravo in un reparto di medicina palliativa. Suo padre era in cura per un cancro e io vedevo il bambino con sua madre perché aveva un’ansia estrema quando lei lo lasciava a scuola la mattina. Abbiamo esternalizzato l’ansia di separazione, che lui ha chiamato «lo squalo», ed elaborato l’influenza dello squalo quando la mamma se ne andava. Lo squalo diventava più grande, gli girava intorno e lo faceva stare male, piangere, essere inconsolabile. Abbiamo sviluppato il lavoro con una «doppia esternalizzazione», scoprendo che i delfini non avevano paura degli squali e li colpivano sul muso quando si avvicinavano. Con l’aiuto della mamma e della scuola, sono state attaccate immagini di delfini tutt’intorno all’ingresso della scuola, dove la mamma doveva salutarlo. Il bambino riusciva a immaginare potenti delfini che tenevano lontano qualsiasi squalo potesse aggirarsi davanti all’ingresso. In seguito è riuscito a salutarla e gli squali sono scomparsi, mentre la sua ansia diminuiva in modo spettacolare.
Nel mio lavoro con persone che soffrono di AN, la storia non era così semplice. Nel nostro precedente articolo su Sartre e l’AN (Ball and Giombini, 2023), abbiamo discusso il problema dell’uso dell’esternalizzazione quando la persona si identifica fortemente con l’AN e non la vede come un «problema», ma come una parte di sé. Queste persone riferiscono di sentirsi etichettate, e quindi oggettivate, dalla diagnosi di AN, e non sono d’accordo con essa. Dicono che la gente vede l’AN in tutto ciò che fanno e che non si sentono più viste per ciò che sono. In questo caso, il nostro tentativo di usare la tecnica dell’esternalizzazione potrebbe rafforzare il senso di oggettivazione che hanno già vissuto, lasciandole con la sensazione di non essere comprese. Un esempio è quello di una ragazza con cui ho lavorato, che era stata seguita da un’équipe territoriale per i disturbi alimentari (DA); le ho chiesto se avesse già incontrato l’esternalizzazione nel suo trattamento precedente. Mi ha risposto di sì, ma che aveva finito per non piacerle a causa del nome scelto per esternalizzare il problema (cioè «la signorina Gradini», perché faceva un esercizio fisico eccessivo salendo e scendendo le scale). Il nome è diventato motivo di scherno quando in famiglia hanno cominciato a chiamarla «la ragazza delle scale». In altre parole, è stata di nuovo oggettivata, mentre l’obiettivo centrale delle conversazioni esternalizzanti è innanzitutto mettere in luce le oggettivazioni e poi resistervi attraverso conversazioni di ri-autorialità.
Perché l’esternalizzazione risulti utile e individualizzata, è importante che sia la persona a scegliere il nome che le sembra più appropriato per descrivere ciò che sta vivendo, e che il lavoro terapeutico incoraggi apertura, collaborazione ed esame continuo (Freedman and Combs, 1996).
Tuttavia, spesso sono i genitori o altri familiari a sceglierlo, senza coinvolgere la persona giovane nell’individuare un nome che le sembri più rappresentativo. Tendono a farlo perché è ciò che hanno appreso dai libri che hanno letto e dai workshop a cui hanno partecipato, nella speranza che aiuti le loro figlie e i loro figli a cominciare a lottare contro il disturbo.
Questo ci ha portato a esaminare più da vicino l’opera di White sull’oggettivazione e sull’esternalizzazione, che sono i concetti principali alla base della terapia narrativa, e a considerare come essa si colleghi all’opera di Sartre, che presenta un’analisi delle oggettivazioni in Sartre (2018).
L’uso che White fa delle conversazioni esternalizzanti poggia sull’assunto che le nostre identità siano costruite socialmente attraverso una serie di oggettivazioni che si producono all’interno delle nostre relazioni culturali e politiche, plasmate da dinamiche di potere e di sapere (White, 2007). Per Sartre, questo si chiama «malafede». Se la persona sente che l’esternalizzazione la ritrae in un’altra identità fissa, ripetiamo questa oggettivazione. Si fallirebbe allora nel separare la persona dal problema, che è l’obiettivo principale dell’esternalizzazione.
In questo articolo discuteremo l’utilità dell’applicazione clinica di alcuni dei principali concetti derivati dall’opera di White sull’esternalizzazione e del concetto di progetto di Sartre, sviluppando il nostro articolo precedente. Considereremo la posizione dell’approccio del costruzionismo sociale, da cui deriva l’opera di White. Il costruzionismo sociale afferma, in sostanza, che la nostra identità non ha a che fare con il possedere una personalità interna o una natura fissa, ma che facciamo esperienza di noi stessi solo «come se» le nostre caratteristiche avessero un’esistenza concreta nel mondo. L’identità che ci conferiamo è legata ai nostri scopi più che a una natura fissa a priori (Burr, 2015).
La tesi di questo articolo è che, quando l’esternalizzazione come tecnica viene scollegata da un approccio costruzionista sociale, è proprio allora che non funziona più, perché perde il suo ancoraggio a un approccio collaborativo.
Spesso attribuire una diagnosi medica ha il potere di oggettivare l’identità delle persone in un’etichetta specifica. L’obiettivo centrale dell’esternalizzazione è mettere in discussione tale oggettivazione (White, 2007). Quando a una persona viene attribuita un’etichetta, come «persona anoressica», rischia di diventare e di esistere solo come quell’etichetta, anziché come una persona che ha anche alcuni problemi legati all’alimentazione e all’immagine corporea e, di solito, molte altre sofferenze e difficoltà correlate nella sua vita. Come mi ha detto una persona giovane: «forse voglio avere l’anoressia perché non so chi sono». In sostanza, la sua identità viene sottratta o ridotta a un’etichetta diagnostica e a un insieme di discorsi culturali in cui è immersa. Comprendere questo ricollega la tecnica dell’esternalizzazione alla tradizione costruzionista sociale del fare terapia.
Le conversazioni esternalizzanti e di ri-autorialità hanno lo scopo di mettere in discussione l’idea che la propria identità abbia una natura fissa. Diverse tecniche note della terapia narrativa lo illustrano. Per esempio, le domande di influenza relativa, in cui chi conduce la terapia indaga la storia del problema e valuta numericamente i momenti in cui il problema era più forte o più debole, permettono di «aprire altre storie sul problema», così che il problema sia «meno statico e fisso» (Morgan, 2000). Un’altra tecnica è quella degli «esiti unici», che mira a mettere in discussione la narrazione dominante del problema. Come scrive Morgan: «si presume che un problema non riuscirà mai al 100% a impadronirsi della vita di una persona» (Morgan, 2000). White si appoggia all’analisi del potere di Foucault per mostrare come le nostre identità siano plasmate da forze culturali e politiche oppressive (White, 2007; White and Epston, 1990).
Voglio soffermarmi sull’uso che White fa della metafora delle «mappe» o del «viaggio» nel guidare le conversazioni terapeutiche, perché si avvicina alla nozione o metafora sartriana del «progetto», che raccoglie l’invito di White quando scrive: «Accolgo con favore gli sforzi di tradurre le pratiche descritte in questo libro in termini associati a metafore alternative» (White, 2007).
White utilizza i concetti di «panorama dell’azione» e «panorama dell’identità» come elementi centrali delle conversazioni di ri-autorialità. Nella terapia narrativa, il «panorama dell’azione» è il materiale della storia della persona assistita: la sequenza degli eventi, la trama, i personaggi, il tutto tracciato nel tempo (White, 2007). Si tratta, per lo più, del mondo della contingenza. Il «panorama dell’identità» comprende il modo in cui la persona comprende tutto ciò, le sue ragioni, i motivi, i sentimenti e le riflessioni. In breve, è il suo resoconto di ciò che è accaduto e, aspetto cruciale, include i suoi piani, le intenzioni e gli scopi all’interno di questa cornice narrativa. L’obiettivo terapeutico è dare a chi conduce la terapia il contesto per sostenere le persone nel trarre nuove conclusioni e compiere nuove scelte sulla propria vita, anziché ripetere queste storie dominanti. White definisce questo processo «attività di costruzione di significato» e lo descrive come un aiuto a offrire «una voce autoriale più forte». L’assunto è che, così facendo, un tema o una trama chiari unifichino la storia della persona assistita, il che, nei termini di Sartre, porta alla luce un «progetto».
Cercando di utilizzare l’esternalizzazione con l’AN, molti tentativi si sono conclusi con l’interruzione del dialogo. La persona giovane diceva «l’ho già fatto (cioè con l’équipe territoriale) e non mi ha aiutato», oppure che «la mia anoressia fa parte di me e non è separata». L’uso dell’esternalizzazione diventa infatti inutile quando non si rispetta abbastanza quanto l’AN sia legata all’identità stessa della persona, al punto che gli aspetti della sua vita diversi da quelli legati al problema del cibo vengono emarginati (Dallos, 2006).
Abbiamo cominciato a vedere che le persone giovani si identificavano così apertamente con l’AN che cercare di strapparle a essa troppo presto non riconosceva quanto essa facesse parte della loro agentività. L’AN agiva per loro come un tentativo di avere potere e controllo sulla propria vita. Di fatto, può essere l’unico ambito in cui sentono di poter vincere (Ugazio, 2013). Come mi ha detto una persona giovane: «ero più felice quando controllavo il mio cibo», oppure «è l’unica cosa che mi riesce bene».
Il pericolo di separare la persona dal problema è il rischio di tagliarla fuori da sé stessa e di farle perdere la propria agentività. Questo non significa che la tecnica dell’esternalizzazione non sia utile. Un esempio tipico è il caso di Julia. Lei ha scelto di chiamare la sua anoressia «il diavolo». Ciò è avvenuto in presenza dei genitori, e ci è voluto un certo impegno per permetterle di scegliere il nome da sola. Esplorare la sua influenza sul rapporto con la madre, e il modo in cui la spingeva a litigare con lei, ha alleviato il senso di colpa che provava per essere così «orribile». Ha anche aiutato la madre a fare lo stesso, cioè a vedere che è «il diavolo» a creare questo conflitto tra loro. L’esternalizzazione ha contribuito ad alleviare il forte senso di colpa che ciascuna delle due provava e a trovare un modo di parlare del deterioramento del loro rapporto, cosa che le persone giovani spesso trovano troppo difficile da affrontare. Il dilemma per questa ragazza era che, sebbene all’inizio avesse trovato utile fare un’esternalizzazione e chiamare la sua anoressia «Il Diavolo», il che aveva aiutato a togliere la colpa a lei e ai suoi genitori, in una seduta successiva diceva ancora: «sento ancora che l’anoressia fa parte di me». Accettando questo, abbiamo avviato una conversazione complessa su come essere anoressica l’avesse aiutata a venire a patti con la sua ansia e a far fronte ad alcuni eventi di vita difficili nella sua famiglia, e infine a districare il modo in cui la sua identità si era intrecciata con l’anoressia. Parte di questo lavoro è consistita nel creare una nuova narrazione sui suoi progetti e piani futuri. In altre parole, si è trattato di un processo terapeutico di esplorazione e immaginazione di parti della sua identità che non esistevano ancora. Questo le ha permesso di prendere in mano la propria identità e di assumersi la responsabilità delle scelte che può compiere (White, 2007). È quindi cruciale arrivarci attraverso un’impresa collaborativa complessa nel tempo, anziché dare un nome a ciò che si esternalizza e sbarazzarsene, privando la persona di questo senso di agentività, per quanto dannosa sia la sua forma attuale.
L’opera principale di Sartre, Being and Nothingness, difficilmente compare nella bibliografia di un corso di terapia familiare. Nonostante la sua complessità, il suo scopo è creare una forma di psicoterapia che aiuti le persone a superare le oggettivazioni socialmente costruite e a recuperare un senso di agentività personale resistendo a esse. Sottolineando che tutte le oggettivazioni si producono nelle interazioni con gli altri, ancora saldamente il lavoro terapeutico al contesto familiare.
L’intero libro descrive come nascono queste oggettivazioni. Sartre le ha chiamate «il progetto di malafede», mettendo in luce come, sotto l’influenza delle nostre condizioni sociali, ci formiamo la falsa convinzione (cioè la malafede) di avere una natura fissa, e organizziamo tutte le nostre azioni e i nostri comportamenti unificandoli in un «progetto». La malafede è una forma di autoinganno, ma non è una condizione individuale, bensì un fenomeno contestuale. Il progetto di malafede ci costringe a vederci come dotati di una natura fissa e ci impedisce di prendere coscienza dell’influenza del condizionamento sociale. Questo presenta forti parallelismi con la prospettiva di White. Il passaggio dal «progetto di malafede» al «progetto di autenticità» si ottiene aiutando la persona a vedere i propri progetti personali nascosti e a riflettervi, senza sentirsene determinata. Come in White, si tratta di un processo di ri-autorialità e di revisione dei propri progetti.
Inoltre, Sartre sottolinea che le oggettivazioni si producono in relazione con gli altri, poiché tendiamo a oggettivarci a vicenda pensando che anche le altre persone abbiano una natura fissa. Nel mio lavoro con le persone giovani, i genitori trovano estremamente utile vedere come partecipano a queste oggettivazioni di sé e degli altri. Un esempio è quello di un nonno che descriveva la nipote come «forte». Mettendo in discussione questa identità, o oggettivazione, di «forte», la famiglia ha visto che la ragazza doveva essere quella forte, e che non si vedeva la sua vulnerabilità e quindi i suoi bisogni.
Pertanto, l’analisi di Sartre è fortemente relazionale. Per Sartre la formazione e il fondamento del sé non sono una genesi interna, ma si sviluppano attraverso «lo sguardo» dell’altro. Allo stesso modo, la catena delle oggettivazioni è radicata nelle nostre relazioni interpersonali.
Il sé non è un’entità separata che incontra l’altro, ma viene co-creato in un incontro con l’altro. Sartre descrive questo processo attraverso il concetto di «sguardo». Questo concetto precede il Panopticon di Foucault. Lo «sguardo» sottolinea il ruolo degli altri nel plasmare il nostro senso di sé, mentre il Panopticon si concentra sulla sorveglianza e sulla disciplina come mezzo di controllo. Lo sguardo, invece, si concentra sulle relazioni interpersonali e su come queste portino all’oggettivazione. Quando qualcuno mi guarda, sento questa vulnerabilità e vedo quanto è fragile il mio sé. Sento il peso del giudizio. Provo vergogna e mi percepisco all’estremità del loro sguardo: «La vergogna è vergogna di sé, è il riconoscimento che io sono davvero quell’oggetto che l’Altro guarda e giudica» (Sartre, 2018). Sento di perdere il controllo e mi rendo conto di non avere più il dominio di me. Divento oggetto e sono in pericolo. Nel caso di Julia, non è la rabbia a farla sentire in colpa, ma la preoccupazione che i genitori la vedano come una persona arrabbiata e cattiva, cioè che sia questo ciò che lei è.
Possiamo vedere come questo meccanismo si radichi profondamente nella visione che una persona giovane ha di sé quando subisce bullismo o è oggetto di chiacchiere, soprattutto se è già sensibile agli altri. Sartre propone due modi in cui le persone rispondono a questa situazione. Il primo consiste nel negare l’altro come se non esistesse, ciò che egli chiama il «polo sadico». Il secondo consiste nel rinunciare del tutto alla propria soggettività e accettare il modo in cui l’altro mi definisce, ciò che egli chiama il «polo masochista». In un esempio semplice, se a scuola pensano che io sia una cattiva persona, mi ritiro pensando di non esserlo e vedendo l’altro come niente; mi distacco dall’altro isolandomi (cioè il polo sadico). Questo viene spesso agito con i genitori, quando la persona giovane riduce i contatti con loro. Oppure credo di essere una cattiva persona e allora mi riempirò di odio verso di me, sentendomi sempre in balia dei loro bisogni e delle loro opinioni (cioè il polo masochista). Nell’AN vediamo spesso persone giovani assumere uno di questi due atteggiamenti: distaccarsi completamente oppure perdersi nei bisogni degli altri. Osserviamo anche come il rifiuto di mangiare sia spesso accompagnato da un rifiuto di entrare in relazione con gli altri, che si tratti della terapia, dei genitori o delle amicizie. Ciò può essere interpretato come un tentativo di raggiungere l’indipendenza dagli altri e dal cambiamento.
Per esempio, Greta è arrivata in ospedale gravemente sottopeso e ha dovuto stare in sedia a rotelle per diverse settimane. Questo le ha provocato un senso di vergogna e si è completamente disconnessa dalla sua famiglia. Rifiutava cibo e acqua e qualsiasi forma di terapia individuale o familiare.
Sembrava consumata dall’AN, come se quella fosse la sua natura fissa, ed era disconnessa dal suo mondo. L’analisi di Sartre spiega come le oggettivazioni lascino la persona con la sensazione di non avere alcun controllo sul modo in cui viene vista, e con il rischio di esserne definita. Questo era molto evidente anche quando Greta parlava del suo corpo che doveva rispondere a severi criteri esterni, dettati dagli altri.
La nozione di progetto è la forza motrice della filosofia di Sartre e di tutti gli altri concetti, come la libertà e la responsabilità. Sartre ritiene che le nostre azioni siano libere perché manifestano progetti che non ci vincolano. I nostri progetti finiscono per definirci e oggettivarci, e viviamo come se fossero verità su di noi. Per esempio, nell’AN troviamo spesso una persona giovane che dice – «sono una cattiva persona» – e lo vive come una verità fondamentale sulla propria identità. Confonde «cattiva» con «persona».
L’obiettivo di qualsiasi terapia sarebbe trovare il progetto fondamentale che guida la nostra vita, acquisendo un senso di agentività nei suoi confronti. Lo scopo di Sartre è comprendere il potere dei progetti nell’esercitare la loro influenza sul nostro comportamento o, per dirlo in modo più esplicito, rintracciare le ragioni stesse per cui facciamo ciò che facciamo.
È importante considerare che i nostri progetti mirano a preservare qualcosa che ha per noi un valore positivo (Webber, 2018). Anche l’AN può essere vista come un progetto profondamente radicato o socialmente costruito (Hepworth, 2003). Nel caso di Julia, riconoscendo che l’anoressia fa parte di lei, la aiutiamo a vedere che fa parte del suo progetto e, esplorando questo e altri progetti che potrebbe avere in futuro, potrebbe arrivare a proseguire quelli a cui dà valore e, auspicabilmente, ad abbandonare il progetto dell’anoressia. Farlo in presenza dei genitori li aiuta a entrare in empatia con la figlia e ha creato una descrizione più ricca dei progetti che mancano.
Sartre ha sviluppato un metodo terapeutico «regressivo-progressivo», che poneva l’accento su uno sguardo rivolto al passato per rintracciare il proprio progetto nell’infanzia e nel condizionamento sociale, ma anche su uno sguardo rivolto in avanti per determinare le ragioni e i significati di qualsiasi progetto scegliamo. Analizzando in modo regressivo la storia, i racconti e gli eventi della propria vita, l’obiettivo è trovare un indizio del progetto dell’individuo che è futurale, cioè le sue intenzioni, i suoi significati. Sartre scrive: «così il ritorno alla biografia ci mostra gli iati, le fessure e gli accidenti, mentre conferma l’ipotesi (l’ipotesi del progetto originale) rivelando la direzione e la continuità della vita» (Sartre, 1960). La tesi di Sartre qui è che l’individuo si definisce attraverso i «fini che persegue», per cui questo metodo mira a svelare questo segreto del progetto unificato. Per Sartre ogni significato viene dal futuro, cioè dai nostri obiettivi e dalle nostre aspirazioni. In altre parole, è il futuro nel presente e non il passato nel presente, come spesso sostiene la psicoanalisi.
Il concetto di progetto non implica che si tratti del progetto della persona, e quindi che la si debba incolpare delle scelte compiute. Ha piuttosto a che fare con l’idea che siamo immersi in progetti di cui per lo più non siamo consapevoli, ma ai quali partecipiamo come attori.
Con il suo motto «siamo ciò che non siamo e non siamo ciò che siamo» (Sartre, 2018), sottolinea che il nostro carattere consiste in progetti liberamente scelti. La tesi di Sartre è che, sebbene abbiamo dei tratti di carattere, questi non sono fissi e non sono la nostra natura. In un certo senso, questo significa che io non sono il mio passato. Affermare che sono il mio passato significa, come dice Sartre, «fermarsi deliberatamente a un periodo della propria vita». Nell’AN questo è evidente nell’esperienza, riferita spesso, di non voler crescere, che può essere collegata al vedere il sé come fisso per natura. Scrive: «chi deciderà se quella crisi mistica a quindici anni fu un puro accidente della pubertà o, al contrario, il primo segno di una futura conversione?» (Sartre, 2018).
Nella prospettiva di Sartre è il futuro anticipato a organizzare il presente, e non il passato. Dobbiamo quindi guardare al «progetto» della persona. Pensando a questo nei termini del panorama dell’azione di White, e osservando gli eventi della vita delle persone, mi interesserebbe trovare o portare alla luce indizi di temi particolari o tracce del progetto di una persona. Ciò che Sartre sottolinea è che il progetto della persona è lì, forse nascosto, ed è questo che intende con «un mistero in piena luce». Pensarlo in questo senso crea un incontro terapeutico molto rispettoso della storia che la persona assistita va dispiegando. Nel lavoro con persone giovani con una diagnosi di anoressia, aiuta a dare loro un maggiore senso di controllo sulla propria narrazione. Favorisce un senso di identità più solido. White sceglie il termine identità per mettere in luce l’obiettivo terapeutico secondo cui «ogni rinegoziazione delle storie della vita delle persone è anche una rinegoziazione dell’identità» (White, 2004).
Un esempio è Emilia, che esplorava gli scopi della sua AN, come compiacere gli altri, dipendere dall’AN, e diceva di essere «noiosa». Abbiamo rintracciato l’influenza dell’essere noiosa sulla sua vita. Potremmo dire che essere noiosa è il suo progetto. Rassicurarla dicendole che non è noiosa è inutile. Possiamo invece concepire l’essere noiosa come un progetto, un fine o uno scopo. Questo approccio crea una nuova serie di domande, come: «in che modo essere noiosa ti è utile nella vita, qual è il suo valore, quali sono i suoi piani, il suo scopo, chi è d’accordo, ecc.». Il suo progetto di essere nutrita con sondino nasogastrico è un progetto più piccolo, come restringere o fare esercizio, il tutto racchiuso nel progetto dell’AN. Tuttavia, ciò che emerge è il progetto di essere noiosa.
Quindi, se il progetto di Emilia è essere noiosa, dobbiamo capirne la ragione, comprendendo come il futuro influenzi il presente. Sartre scrive: «anche constatazioni come “sono brutto”, “sono stupido” (ecc.) sono in sostanza anticipazioni. Non si tratta di osservare puramente la mia bruttezza, ma “di cogliere il coefficiente di avversità che le donne, o la società, oppongono alle mie imprese”» (Webber, 2018). Ancora una volta, discuterne in presenza della famiglia aiuta a coinvolgerla in progetti e scopi esterni alla narrazione dell’AN.
Ciò richiede un’analisi più dettagliata e sfumata della storia di tutto questo e di come si inserisca nei progetti orientati al futuro di ciascuna persona. White adotta un tono simile quando afferma che dobbiamo valutare e indagare come un’esternalizzazione si inserisca nei valori e nei progetti di vita della persona. È la terza categoria di indagine, chiamata «mappare gli effetti del problema» (White, 2007). Ciò che entrambi condividono è un netto rifiuto del determinismo. La nozione sartriana di libertà può sviluppare l’esternalizzazione di White rafforzandone il legame con l’agentività, la responsabilità e la libertà di agire. Non si tratta di una separazione completa dal sé, ma di una metamorfosi del sé verso altri progetti più costruttivi. La libertà, per Sartre, non è un indifferente abbandono libertario dei valori morali, ma la libertà di modificare i miei progetti: «Le nostre azioni sono libere perché sono in ultima analisi radicate nei nostri progetti, che sono a loro volta liberamente scelti e mantenuti» (Webber, 2018). Ciò che Sartre sottolinea aiuta la persona a esplorare la parte della propria identità che non è ancora venuta all’essere e a trovare un significato nelle proprie intenzioni future, cioè «sono ciò che non sono (ancora)».
Emilia ha rivisto il suo progetto di essere noiosa, si è preoccupata meno delle altre persone del reparto e si è interessata di più al suo progetto di resistere a tutto ciò e di mostrare la sua forza e il valore dell’essere indipendente. Ciò è stato possibile esplorando il suo obiettivo di voler diventare medico come lo zio, di cui apprezzava la determinazione e l’indipendenza. Ha cominciato a lavorare per lasciare l’ospedale, a svolgere i compiti legati ai pasti e a trovare amicizie nuove e più significative.
Le conversazioni esternalizzanti di White e la terapia esistenziale di Sartre condividono l’obiettivo di spezzare le oggettivazioni, mettendo in discussione l’identità fissa di una persona, cioè il modo in cui gli altri la definiscono o la oggettivano.
Per White l’equazione è «io non sono il mio problema». La sua celebre formula in proposito è che «la persona non è il problema, il problema è il problema» (White, 2007). In altre parole, il problema sono le oggettivazioni culturali sedimentate, e non il soggetto di tali oggettivazioni.
Allo stesso modo, la formula di Sartre è «non sono ciò che sono e sono ciò che non sono». In altre parole, non sono le storie che si raccontano su di me, ma sono le storie che posso co-creare, che non sono ancora ma si stanno dispiegando.
White sviluppa una nuova narrazione del sé, un nuovo senso di agentività che apre una «nuova gamma di possibilità disponibili per rivedere questa relazione» (White, 2007).
Il concetto sartriano di «sguardo» può essere visto come una descrizione ricca dell’esternalizzazione nel sé relazionale. Possiamo anche vedere la nozione sartriana di progetto come una spiegazione delle conversazioni di ri-autorialità o, in altre parole, di come condurre un processo terapeutico per aiutare la persona giovane a superare le oggettivazioni che vengono esternalizzate. Come descrive White con il «panorama dell’identità», il nostro carattere consiste in progetti che possiamo perseguire e rivedere ma, secondo Sartre, in genere preferiamo considerarli nature fisse sulle quali non abbiamo alcun controllo (Webber, 2018). Perché? Perché è più facile non assumersi la responsabilità del nostro modo di essere. Soprattutto in adolescenza, questo processo è spaventoso e travolgente.
Il nostro sé è legato ai nostri progetti, che possono essere portati alla luce rintracciandoli nel tempo, come nel panorama dell’azione e dell’identità. Ciò che Sartre sottolinea è che la nostra tendenza è «un perseguimento continuo di un obiettivo; in breve, un progetto» (Webber, 2018). Di fatto, i progetti strutturano la nostra esperienza, che ne siamo o meno concettualmente consapevoli, attorno a un unico obiettivo. Come in White, lo scopo della terapia è districare questo progetto.
All’inizio della terapia, l’atteggiamento della persona verso il proprio problema/progetto è che sia lei stessa il problema, e l’obiettivo è portare alla luce questo atteggiamento. Come sostiene White: «Molte delle persone che cercano una terapia credono che i problemi della loro vita riflettano la loro identità o l’identità di altri».
Lo scopo di Sartre è mostrare che si tratta di una convinzione, di un atteggiamento costruito su «prove non persuasive». La buona fede, invece, che è l’obiettivo delle conversazioni di ri-autorialità, si basa sulle prove che emergono nell’indagine. Per Emilia, la convinzione di essere noiosa è la convinzione di avere una natura fissa e che questo sia un fatto oggettivo, anziché il modo in cui vede il suo mondo, il che nega la nostra libertà di scegliere di rivederla. Ma come possiamo invertire tutto ciò?
Sartre scrive che la malafede «non osa dire il suo nome» ed è un «progetto sepolto» (Webber, 2018).
La maggior parte delle persone concorda sul fatto che l’AN non riguarda solo il cibo. Il costruzionismo sociale sostiene questa affermazione, e l’idea sartriana secondo cui le nostre azioni sono unificate da un progetto aiuta a vedere che ogni aspetto dell’esperienza della persona in cura è legato all’anoressia, anziché esserne indipendente. In altre parole, le nostre relazioni con gli altri, la nostra immagine corporea e il nostro atteggiamento verso noi stessi sono tutti collegati, e lavorare su un ambito è sempre connesso a un altro. Non dobbiamo affrontare direttamente l’AN, e la maggior parte delle persone in cura lo trova troppo difficile. Ecco perché le conversazioni esternalizzanti funzionano e offrono un approccio più sicuro e più delicato. Un esempio è quando ho chiesto a Rebecca se le andava di parlare del suo autolesionismo. Ha risposto di no. Ma quando le ho chiesto se le andava di parlare dell’«ansia» che poteva esserne alla base, ha risposto «sì», e abbiamo trascorso con i genitori una seduta produttiva su tutti i vari aspetti dell’ansia e sul ruolo che essa ha nella sua vita. Tutto ciò che dovevo tenere a mente era che l’ansia non faceva parte della sua natura fissa, e il resto si è dispiegato in modo naturale. Nel giro di una settimana, Rebecca ha smesso di farsi del male ed è riuscita a separarsi dall’ansia e ad averne un certo controllo.
Se consideriamo le oggettivazioni come un elemento centrale sia dell’opera di White sia di quella di Sartre, un altro modo di fare esternalizzazione e conversazioni di ri-autorialità potrebbe essere il seguente esercizio.
Per quanto riguarda le conversazioni esternalizzanti, lo immagino come una linea del tempo a partire dalla quale invito la persona in cura, insieme ai genitori, a individuare diverse oggettivazioni nella sua vita. Penso alle «social graces», cioè alle oggettivazioni legate al genere, alla classe, all’etnia, alle capacità, agli interessi e all’identità in generale (Burnham, 2012). Cerco di renderlo meno serio e più giocoso chiamandole «O grandi» e «o piccole». È importante perché permette alla persona di valutare la propria esperienza di queste oggettivazioni, anziché lasciare che io ne presuma l’impatto. Quello che segue è un esempio di domande che ho usato o che potrei usare (tabella 1). Le domande possono essere infinite, e concentrarsi sui ruoli in famiglia può facilitare questo processo. L’esercizio può essere usato anche nei gruppi di supervisione come esercizio di riflessività, per esplorare i modi in cui le altre persone del gruppo ti percepiscono, mantenendo l’attenzione su come puoi sentirti oggettivato od oggettivata in modi in cui non ti riconosci. Un breve esempio è quello di una persona in formazione, giovane ed esperta, che descriveva una seduta in cui c’era stata una svolta. Un’altra persona in supervisione ha detto: «a te piace il dramma in seduta». Chi conduceva la supervisione, accorgendosi che si trattava di un’oggettivazione della persona in supervisione, ha preso la parola dicendo: «se è andata bene è perché in questa seduta con la famiglia hai mantenuto la calma». È un esempio di come la supervisione abbia messo in discussione l’oggettivazione, il che ha aiutato la persona in supervisione a rinegoziare la propria identità di terapeuta.
Tabella 1 — Esempi di domande di oggettivazione e di resistenza.
Un esempio è Rebecca, che ha raccontato che a scuola la chiamavano «gigante verde»; non ci ho dato molto peso e ho pensato che fosse una «o piccola», ma lei ha detto che era una «O grande». Questo ha suscitato un’ulteriore curiosità sul perché fosse così.
Apro nuove domande sulla persona che glielo ha detto e invito a riflettere su questo. Poi penso anche a una linea del tempo della ri-autorialità, con «R grandi» e «r piccole», che mette in luce le resistenze alle oggettivazioni. L’ho fatto ponendo domande come «come vorresti essere definita?». Rebecca ha risposto: «come una persona attenta alle questioni ambientali». Con i genitori presenti, abbiamo esplorato modi per aiutare Rebecca a sviluppare forme di resistenza, come entrare in gruppi ambientalisti con l’aiuto del papà. In questo modo semplice, mi muovo in modo simile al movimento di White tra domande esternalizzanti, cioè le «O grandi» e le «o piccole», e domande di ri-autorialità, cioè le «R grandi» e le «r piccole». Seguendo l’accento posto da Sartre sul progetto, che guarda al futuro o allo scopo di ciascuna persona, questa linea del tempo di «r piccole» e «R grandi» può estendersi nel futuro con domande come «che tipo di resistenze vorresti esprimere o mettere in atto in futuro?». Ciò può portare a descrizioni ricche di come vorrebbero essere viste dagli altri in futuro. Nell’AN, tutte le persone giovani sono molto consapevoli di che cosa dire o fare quando vengono dimesse. In quest’ottica del progetto, posso aggiungere Progetti grandi e piccoli e immaginare quale progetto vorrebbero perseguire in alternativa all’AN. Tenendo presente quest’ottica, posso ottenere una descrizione più completa da parte dei suoi genitori, che possono sostenerlo. Può essere anche particolarmente emancipante per la persona giovane, che non deve restare bloccata nel passato a cercare le cause o il perché della propria anoressia, ma può guardare avanti verso un futuro nuovo.
Noto spesso che alle persone giovani piace questa linea di domande perché colloca il peso al di fuori di loro. Rintracciare le oggettivazioni nell’arco della vita ottiene un risultato simile a quello dell’esternalizzazione, cioè separare la persona dal problema e staccare queste costruzioni immaginarie da ciò che la persona è. Promuove l’agentività nella sua vita e la coinvolge nel progetto autentico del divenire. È una ricerca senza fine che le lascia un atteggiamento nuovo. L’analisi si conclude con l’illuminazione o l’intuizione propria della persona, che viene rispettata come definitiva, e non con l’interpretazione di chi conduce la terapia. Questa, sostiene White, è una posizione etica (White, 2007).
Questo articolo riguarda il valore di aggiungere Sartre e l’esistenzialismo come teoria a sostegno della terapia familiare, perché mette in luce che i problemi nascono attraverso relazioni concrete con gli altri, mediante il meccanismo che Sartre chiama lo «sguardo». Il costruzionismo sociale, nel quale la filosofia di Foucault è ampiamente nota come uno strutturalismo post-fenomenologico che si pone come un «ripudio della filosofia del soggetto», si concentra sulla forza coercitiva del potere nello sviluppo della persona, e in modo «unidirezionale». Ciò non significa che sia inesatto, ma che non tiene sufficientemente conto del «reciproco riconoscimento dei soggetti» nella socializzazione e della capacità del soggetto di essere un agente forte in questo processo, per quanto distorto (Dews, 2007). Analogamente, nella sua discussione dell’agentività nel costruzionismo sociale, Burr (2015), pur senza menzionare esplicitamente Sartre, afferma che il costruzionismo sociale condivide con la fenomenologia il rifiuto dell’essenzialismo e prende sul serio l’esperienza incarnata, e che la fenomenologia può essere qui una risorsa. La tesi di Sartre secondo cui il corpo è relazionale e intersoggettivo offre una risorsa potente a chi pratica la terapia familiare per teorizzare l’AN. L’opera di Sartre approfondisce la nozione relazionale del sé e il valore emancipante del resistere alle oggettivazioni, che è l’obiettivo centrale delle conversazioni esternalizzanti. Aggiunge un altro modo di affrontare oggettivazioni rigide e sedimentate, capace di coinvolgere genitori e persone giovani in modo dinamico, in cui si può generare una conversazione sistemica generativa, si può partire da qualsiasi punto e non è necessario affrontare direttamente l’AN.
Complexe Systémique: punti chiave
L’articolo individua un’impasse ben nota alle équipe che curano l’anoressia: esternalizzare il disturbo quando la persona giovane dice che fa parte di lei rischia di oggettivarla ancora una volta, soprattutto se il nome è stato scelto dalla famiglia. La proposta è prendere sul serio questa identificazione. Con Sartre, l’anoressia diventa un progetto che preserva qualcosa di prezioso, il controllo, la riuscita, la protezione, e che può essere rivisto anziché strappato via. Lo sguardo altrui ha il ruolo principale, il che ancora il lavoro alla famiglia: un nonno che dice «forte», una classe che dice «gigante verde». L’esercizio delle «O grandi» e delle «o piccole», seguito dalle «R grandi» della resistenza, è semplice, giocoso e trasferibile ad altre presentazioni cliniche, persino alla supervisione. Merita attenzione anche l’orientamento al futuro, che libera la terapia dalla ricerca delle cause dell’anoressia. Il testo resta un saggio clinico, basato su brevi vignette, senza valutazione, e la sua lettura di Sartre, in gran parte mediata dalla letteratura secondaria, guadagnerebbe dal confronto con i testi. Da leggere insieme a l’articolo sull’esternalizzazione del problema in terapia e a l’articolo sui trattamenti dell’anoressia e della bulimia.
Note dell’originale
Ringraziamenti. Chi firma l’articolo desidera ringraziare tutte le persone giovani, i loro caregiver e il personale del Rhodes Wood Hospital.
Dichiarazione sui conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere potenziali conflitti di interesse in relazione alla ricerca, alla stesura e/o alla pubblicazione di questo articolo.
Avvertenza. Le opinioni espresse sono quelle di chi firma l’articolo e non quelle di Elysium Healthcare o della Royal Holloway University of London.
Finanziamenti. Chi firma l’articolo non ha ricevuto alcun sostegno finanziario per la ricerca, la stesura e/o la pubblicazione di questo articolo.
Bibliografia
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Traduzione non ufficiale in italiano di Beyond the project of anorexia nervosa: Integrating White’s externalizing conversations and Sartre’s existential approach to empower a new sense of agency, di Kevin Ball e Lucia Giombini, Human Systems, vol. 6, no 1 (2026), doi: 10.1177/26344041251355927, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabella presentata sotto forma di elenco). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
L’articolo originale, «Beyond the project of anorexia nervosa: Integrating White’s externalizing conversations and Sartre’s existential approach to empower a new sense of agency», è stato pubblicato in Human Systems (2026) con licenza CC BY 4.0. Questa versione è una traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con una presentazione adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Ball, K., e Giombini, L. (2026). Beyond the project of anorexia nervosa: Integrating White’s externalizing conversations and Sartre’s existential approach to empower a new sense of agency. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/beyond-the-project-of-anorexia-nervosa-integrating-white-and-sartre (Opera originale pubblicata nel 2025 in Human Systems, 6(1), 28-40 (2026); ripubblicata nel 2026 da Human Systems, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/26344041251355927)
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