Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Family Process · Terapia familiare
Orit, nove anni, non va più a scuola per paura che un razzo le cada addosso; suo padre, riservista per 200 giorni, al rientro si sente escluso. Michal Shamai (Università di Haifa), Uri Carmel‐Kraiem e Osnat Cohen‐Ganor descrivono un accompagnamento in tre o quattro incontri, avviato dopo il 7 ottobre per famiglie israeliane del Consiglio regionale di Menashe: raccontare la storia della famiglia davanti a un testimone, poi lavorare sul ciclo di attaccamento che la paura ha sconvolto.
Traduzione non ufficiale in italiano di First Psychological Aid for Families During War: Integrating the Narrative Approach With Emotionally Focused Therapy (EFT), di Michal Shamai, Uri Carmel‐Kraiem e Osnat Cohen‐Ganor, pubblicato in Family Process (Wiley) (2026), doi: 10.1111/famp.70175, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Comune a tutte le valutazioni, positive e negative, era l’idea che il cambiamento fosse dovuto alle figure terapeutiche e al clima che avevano creato, più che alle tecniche specifiche utilizzate.
Michal Shamai, Uri Carmel‐Kraiem e Osnat Cohen‐Ganor
Abstract
L’articolo descrive un progetto di primo sostegno psicologico per le famiglie che vivono nella cosiddetta «zona di cucitura» (seam zone) tra Israele e le aree controllate dall’Autorità palestinese. Dal 7 ottobre, la vicinanza al confine e il rischio di infiltrazioni terroristiche nelle comunità hanno generato un’ansia elevata nella popolazione residente, insieme alla preoccupazione per i familiari richiamati come riservisti o impegnati nel servizio militare obbligatorio. Per questo l’Unità di terapia familiare del Consiglio regionale di Menashe ha avviato un programma di sostegno psicologico volto a rafforzare le risorse delle famiglie e ad accrescere la loro capacità di far fronte allo stress e all’ansia persistenti. L’intervento si basava sull’integrazione dell’approccio narrativo e della terapia focalizzata sulle emozioni (EFT). Questi approcci sono stati scelti per il loro radicamento nella psicologia positiva e umanistica, che valorizza la resilienza familiare e può essere applicata in un intervento mirato e breve. Il protocollo di intervento e un caso esemplificativo sono descritti nel dettaglio. Viene inoltre presentato un tentativo di valutare il progetto in condizioni di guerra, con i relativi limiti. Il metodo di valutazione comprendeva una componente quantitativa e un’analisi del contenuto di una domanda aperta incentrata sull’esperienza della famiglia con l’intervento. I risultati hanno mostrato una riduzione significativa dello stress dei genitori e della loro percezione dello stress di figli e figlie, ma nessuna differenza significativa nella resilienza familiare. In linea con studi precedenti, le persone partecipanti hanno vissuto la relazione terapeutica come il fattore più significativo, più delle tecniche impiegate. L’articolo si conclude con un invito a proseguire la valutazione di interventi di questo tipo nelle zone di guerra e nelle regioni colpite da catastrofi, in contesti socioculturali e politici diversi.
Parole chiave: terapia focalizzata sulle emozioni, terapia familiare, terapia narrativa, primo soccorso psicologico, guerra
Questo articolo descrive il primo sostegno psicologico offerto alle famiglie che vivono nel Consiglio regionale di Menashe, nella zona di cucitura tra Israele e le aree controllate dall’Autorità palestinese. Subito dopo il 7 ottobre, assistenti sociali dei servizi sociali hanno segnalato sintomi di ansia e di stress nelle famiglie residenti in quest’area. La popolazione attribuiva la propria ansia alla paura di un’infiltrazione terroristica, come quella avvenuta nelle comunità a ridosso di Gaza, e al richiamo come riservisti di molti padri e mariti o compagni, con la conseguente preoccupazione per la loro incolumità. Oltre a fronteggiare la realtà della guerra, le famiglie hanno dovuto adattarsi continuamente a circostanze mutevoli e all’incertezza, mentre i partner entravano e uscivano dal servizio di riserva. A seguito di queste segnalazioni, l’Unità di terapia familiare ha offerto un primo sostegno alle famiglie che ne avevano bisogno.
Il Consiglio regionale di Menashe ha una popolazione rurale, simile a quella delle comunità a ridosso di Gaza dove, il 7 ottobre, commando terroristici di Hamas hanno attraversato il confine e massacrato civili di tutte le età. Un’altra somiglianza storica tra le due regioni è che, nel 2002, un terrorista si è infiltrato nel kibbutz Metzer, nel Consiglio regionale di Menashe, e ha ucciso cinque civili. L’attacco del 7 ottobre ha risvegliato nella popolazione della regione di Menashe il ricordo dell’attacco del 2002, alimentando il timore di una possibile infiltrazione terroristica anche nella loro zona. Inoltre, numerosi villaggi arabi si trovano all’interno della regione di Menashe o nelle sue vicinanze. Nonostante la convivenza quotidiana stabile tra queste popolazioni ebraica e araba, nei precedenti periodi di conflitto erano scoppiati disordini nelle vicinanze, accrescendo il clima locale di tensione e di allerta.
Studi degli ultimi decenni, in Israele e in altre zone di conflitto nel mondo, hanno rilevato che le guerre e i conflitti armati hanno effetti gravi e duraturi sulle famiglie. Tra questi figurano il deterioramento del funzionamento genitoriale (ad es. Eltanamly et al. 2021; Mijalevich‐Soker and Taubman‐Ben‐Ari 2025; Weingarten 2003), sintomi traumatici in genitori, figli e figlie (ad es. Thabet et al. 2008) e il deterioramento delle relazioni di coppia, in particolare ma non esclusivamente quando uno dei partner era stato richiamato sotto le armi e aveva preso parte ai combattimenti (ad es. Klaric et al. 2011; Shamai et al. 2016,2017; Zamir et al. 2019). La popolazione civile ucraina che ha ricevuto interventi telefonici di primo soccorso psicologico, valutati con una metodologia narrativa, ha riferito un minore disagio e migliori strategie di coping (Shraga et al. 2025). Non abbiamo però trovato letteratura che descriva interventi terapeutici con famiglie che vivono in una zona di guerra e, di conseguenza, nemmeno valutazioni di tali interventi familiari. Lo scopo di questo articolo è quindi colmare questa lacuna di conoscenza.
L’intervento ha integrato due approcci di terapia familiare consolidati e basati sulle evidenze, entrambi fondati su principi in sintonia con una prospettiva psicologica positiva e umanistica (Seligman and Csikszentmihali 2000) e adatti a un intervento mirato: l’approccio narrativo e l’approccio focalizzato sulle emozioni.
L’approccio narrativo (White and Epston 1990) sottolinea come le persone diano senso alle proprie esperienze attraverso le storie che raccontano. Per le famiglie che attraversano la guerra e un’incertezza persistente, le storie diventano spesso sature del problema e si concentrano sulla paura, sull’impotenza e sul senso di fallimento. Le storie sature del problema mettono in risalto il disagio e minimizzano o oscurano gli sforzi di coping della famiglia, rafforzando una narrazione che ne accentua il senso di vulnerabilità. Il linguaggio usato da genitori, figli e figlie (ad es. «Non riesco a proteggerli», «Ho sempre paura», «Non ce la facciamo con niente») plasma il modo in cui comprendono la loro realtà e reagiscono allo stress continuo. La terapia narrativa aiuta le famiglie a esternalizzare queste difficoltà legate alla guerra, a organizzare esperienze frammentate in una storia coerente e condivisibile e a riconoscere momenti di coping e di resilienza che possono essere passati inosservati. Raccontare la propria storia alla presenza di una persona terapeuta che fa da testimone permette ai membri della famiglia di accedere a significati alternativi e di riscrivere una narrazione che metta in luce competenza, legame e sopravvivenza, anche in circostanze estreme.
L’approccio narrativo è ampiamente utilizzato in terapia familiare, ma le conoscenze sulla sua efficacia restano limitate per due ragioni principali. In primo luogo, per molti anni sono stati riconosciuti come basati sulle evidenze solo gli interventi sostenuti da studi quantitativi. La terapia narrativa si fonda epistemologicamente sul costruzionismo sociale e su concetti post‐strutturalisti, in contrasto con i concetti strutturali su cui poggiano le valutazioni sperimentali. In secondo luogo, poiché la terapia narrativa si adatta a ciascuna famiglia, è difficile unificare un protocollo per contesti e interventi diversi (Busch 2007). Alcuni studi hanno tuttavia riferito che sostituire i termini di vittimizzazione (ad es. «Sta crollando tutto», «Sono a pezzi») con termini di resilienza (ad es. «Ce la facciamo insieme», «Posso proteggere la mia famiglia»), uno degli scopi e delle tecniche centrali della terapia narrativa, era efficace nel far passare il significato che le persone assistite attribuivano a sé stesse dalla patologia alla crescita e al coping (Busch 2007; Ghavibazou et al. 2022). Benché diversi articoli descrivano l’approccio narrativo in terapia familiare in situazioni di guerra (ad es. Onyut et al. 2005; Saltzman et al. 2013,2016), questi studi non sono stati condotti con famiglie civili che vivevano sulla linea del fuoco durante la guerra mentre uno o più dei loro membri prestavano servizio militare.
L’approccio EFT (Johnson 2019, 2020) è incentrato sulla comprensione delle relazioni di coppia e familiari alla luce della teoria dell’attaccamento (Bowlby 1969). Corrisponde all’evoluzione dei concetti di base della teoria, passata da un’attenzione all’individuo alla comprensione di come gli stili di attaccamento (sicuro, ansioso, evitante e disorganizzato) possano influenzare lo sviluppo della coppia e della famiglia e il loro modo di affrontare le situazioni di stress (Hazan and Shaver 1987; Overall et al. 2022). La teoria dell’attaccamento afferma che, per tutta la vita, ogni persona ha bisogno di una figura di attaccamento. Per sopravvivere, ciascun individuo ha bisogno di una figura che funga da base sicura a partire dalla quale esplorare il mondo, correre rischi e sperimentare l’autonomia. Nelle situazioni di stress, la relazione con la figura di attaccamento è vitale per regolare il sistema nervoso.
Le persone sotto stress hanno spesso una capacità limitata di vedere il quadro d’insieme; comunicano meno con gli altri e sono meno capaci di aiutare o di farsi aiutare (Johnson 2005). Le situazioni di forte stress che colpiscono entrambi i membri della coppia o l’intera famiglia, come la guerra, accentuano questo stato (Johnson 2005). Inoltre, quando la figura di attaccamento non risponde, le persone possono sviluppare schemi ripetitivi volti a riconquistarne l’attenzione. Questi schemi ostacolano la capacità di risposta degli altri e aggravano il disagio individuale, di coppia e familiare (Johnson 2019, 2020).
Il compito di chi conduce la terapia è aiutare le persone assistite a entrare in contatto con il proprio dolore emotivo e a esprimerlo, aiutando nello stesso tempo gli altri membri della famiglia a essere figure di attaccamento disponibili, che offrano una risposta emotiva e si coinvolgano con chi ne ha bisogno. Nelle situazioni stressanti vissute da tutti i membri della famiglia, come l’esposizione a eventi con potenziale traumatico, la regolazione emotiva diventa particolarmente difficile. Il ruolo terapeutico consiste quindi nell’aiutare ciascun membro della famiglia, adulti e minori, a comprendere i propri bisogni e a individuare modi adeguati per vederli soddisfatti grazie a un sostegno pertinente da parte delle persone significative della famiglia. Nell’intervento familiare è essenziale aiutare i genitori a diventare, per figli e figlie, le figure più grandi e protettive. Va notato che l’EFT con coppie e famiglie è supportata empiricamente e produce un aumento significativo della soddisfazione nella relazione di coppia e una riduzione dell’ansia di attaccamento (Wiebe et al. 2017). Produce miglioramenti significativi nel funzionamento familiare, rafforza i legami emotivi tra genitori e figli e accresce il benessere emotivo dei membri della famiglia (Conradi et al. 2023; Severinsen et al. 2022).
In sintesi, il modello di sostegno proposto si fonda sul riconoscimento del ruolo essenziale della famiglia nell’affrontare le sfide create da una realtà continua di guerra e di terrore (Shamai 2016). Gli obiettivi dell’intervento erano: (a) ridurre il livello di stress, ansia compresa; (b) elaborare le emozioni e costruire una narrazione personale e familiare che accrescesse la resilienza familiare, rafforzando e sostenendo così la capacità di coping. Il Comitato etico istituzionale della Facoltà di Welfare sociale e Scienze della salute dell’Università di Haifa ha approvato il progetto e la sua valutazione, approvazione n. 425/24.
Prima dell’avvio del progetto si è svolto un workshop preparatorio di sette ore per tutti i 13 membri dell’équipe dell’Unità di terapia familiare, un uomo e dodici donne di età compresa tra 31 e 58 anni. Il workshop comprendeva la presentazione dei fondamenti teorici dell’intervento, del protocollo e dei metodi di valutazione. L’obiettivo era sostenere l’équipe terapeutica nella realizzazione dell’intervento mirato, che integrava l’approccio narrativo e l’EFT. A tal fine sono state condotte simulazioni per ciascuna componente del protocollo, seguite da discussioni sulle domande poste dall’équipe. Il protocollo è stato elaborato in modo collaborativo dal direttore dell’Unità di terapia familiare, Uri Carmel‐Kraiem, e da due supervisore, Michal Shamai e Osnat Cohen, tutte figure con una lunga esperienza clinica di questi approcci. Il processo di intervento è stato seguito con sessioni di supervisione quindicinali condotte da due supervisore, una specializzata in EFT e l’altra nell’approccio narrativo, i cui contributi venivano poi integrati nei singoli casi familiari presentati. Questo studio non ha esaminato il ruolo della supervisione nel processo; tuttavia, le prime osservazioni suggeriscono che il quadro della supervisione di gruppo abbia funzionato come una famiglia di sostegno, dedicando un’attenzione considerevole alle realtà condivise da équipe terapeutica, famiglie e supervisore, soprattutto alla luce degli eventi bellici in corso.
Questo incontro si svolgeva con i genitori o con la coppia (o con uno dei due, se l’altro era in servizio di riserva o rifiutava il sostegno). Tutti gli incontri erano previsti per una durata compresa tra un’ora e un’ora e mezza.
Questo incontro si svolge con figli e figlie e inizia con le presentazioni (dati generali: nome, età, scuola)
Un incontro congiunto con genitori e figli, oppure con i soli genitori
Danny e Ronit, una coppia sulla quarantina, sono sposati da dieci anni e hanno tre figli: Orit (9 anni), Uri (7 anni e mezzo) e Orna (3 anni). Danny è stato richiamato nella riserva il primo giorno di guerra e da allora ha prestato servizio per circa 200 giorni. Durante una licenza di Danny, la coppia ha chiesto aiuto. Il motivo della richiesta era l’ansia della figlia maggiore, che si manifestava con numerose assenze da scuola, con la paura di uscire di casa e con il bisogno di restare aggrappata alla madre.
Secondo un approccio narrativo, a Danny e Ronit è stato chiesto di raccontare le loro storie dall’inizio della guerra. Ronit ha raccontato di essere stata in ansia per Danny e di aver temuto che gli accadesse qualcosa di brutto. Questi pensieri la accompagnavano per tutta la giornata, ma si teneva occupata con il lavoro e con la cura dei figli, il che riduceva un po’ l’intensità delle sue preoccupazioni. Ronit ha descritto le difficoltà di tutti e tre i figli, in particolare della primogenita, Orit, che per giorni si era rifiutata di andare a scuola o perfino di uscire di casa per paura che le cadesse addosso un missile. Ronit ha descritto il proprio senso di impotenza, che spesso la portava a reagire con rabbia, per poi provare senso di colpa. Al termine del racconto, la terapeuta ha riassunto la narrazione di Ronit sottolineandone la forza, espressa nel suo funzionamento sia al lavoro sia a casa, accanto alle preoccupazioni per Danny, e osservando che meritava che questi punti di forza le fossero riconosciuti.
Danny ha detto che Ronit e i figli gli erano mancati per tutto il periodo trascorso nella riserva. Ha descritto il suo senso di colpa per aver lasciato Ronit da sola e, conoscendola bene, era convinto che non avrebbe chiesto aiuto alla famiglia allargata. La terapeuta si è rivolta a Danny e gli ha chiesto se desiderasse condividere le sue esperienze di guerra. Danny ha risposto subito e ha condiviso le sue difficili esperienze al fronte. Alla fine ha detto a Ronit che non aveva osato raccontargliele perché temeva di accrescere la sua ansia. Ronit ha risposto che preferiva sapere che cosa stesse vivendo piuttosto che limitarsi a immaginarlo. Dopo il racconto e la conversazione che ne è seguita, la terapeuta ha riconosciuto la difficoltà e la paura di trovarsi in una situazione di guerra, osservando che il coraggio di condividere le sue esperienze difficili testimoniava la solidità della loro relazione. Ronit ha aggiunto che, come Danny, non aveva osato chiedergli delle sue esperienze di guerra, e Danny ha risposto con un tono un po’ scherzoso: «Siamo proprio due ansiosi». Hanno sorriso entrambi e Ronit si è alzata ed è andata ad abbracciare Danny. Secondo l’EFT, l’abbraccio esprimeva la capacità di Ronit di suscitare in Danny una risposta emotiva e di essere per lui un porto sicuro. Poi Danny ha aggiunto che, da quando era tornato a casa, Ronit e i figli si erano allontanati da lui, e che sentiva di averli «persi». La terapeuta ha convalidato il dolore di Danny e ha chiesto se fossero disposti a invitare i figli all’incontro successivo per ascoltare le loro esperienze in questa situazione difficile. Entrambi hanno accettato subito.
Dopo essersi presentata ai bambini, la terapeuta ha chiesto loro se sapessero perché i genitori li avevano invitati. Il figlio, Uri, ha detto che Orit, la sorella maggiore, aveva sempre paura, cosa che irritava Ronit, che allora si arrabbiava con tutti. La terapeuta ha adottato l’approccio EFT, ha convalidato i sentimenti di Uri e gli ha chiesto: «Com’è per te quando la mamma si arrabbia?». Uri ha risposto: «Mi dà fastidio». Terapeuta: «Ti dà fastidio e forse ti fa anche un po’ paura?». Uri ha annuito. Poi gli ha chiesto se fosse d’accordo a condividere questi sentimenti con la madre. Uri era imbarazzato, ma l’incoraggiamento della terapeuta lo ha aiutato a esprimere le sue emozioni. Anche se per Ronit era difficile ascoltare i sentimenti dolorosi e le critiche di Uri, lo ha ascoltato e ha riconosciuto che aveva ragione, osservando che negli ultimi tempi si era arrabbiata anche quando i figli non se lo meritavano, e si è scusata. In risposta, Orit ha detto a Ronit: «Ti arrabbi spesso con me quando ho paura». La terapeuta le ha chiesto di parlare delle sue paure: «Ho paura che mi cada addosso un razzo, come a [una comunità vicina]… e ho paura che suoni la sirena e di non fare in tempo ad arrivare al rifugio…». Alla domanda della terapeuta su che cosa la aiuterebbe a superare la paura, Orit ha detto che all’ora di andare a letto Danny raccontava loro storie inventate da lui, e che questo la aiutava ad addormentarsi. Da quando Danny era tornato dalla riserva, però, Ronit aveva detto loro di non disturbarlo. Sentendo questo, Danny ha guardato Ronit con sorpresa e ha detto a Orit: «Da oggi, ogni sera, finché sono a casa, tornerò a raccontarvi le storie. Dirò anche alla mamma che non mi disturba». Per concludere la seduta, la terapeuta ha ringraziato i bambini per aver condiviso i loro sentimenti con lei e con i genitori.
Danny e Ronit hanno riferito che Orit aveva fatto alcuni progressi. Dopo l’incontro precedente, Danny le aveva chiesto se avesse qualche idea per superare le sue paure, in particolare lungo il tragitto verso la scuola. Su richiesta di Orit, l’aveva accompagnata a scuola e avevano misurato quanto tempo le ci sarebbe voluto per raggiungere il rifugio dall’aula. Avevano constatato che avrebbe avuto tempo a sufficienza. Orit aveva anche chiesto se uno dei genitori potesse accompagnarla alla fermata dell’autobus e aspettarla lì al ritorno. I genitori avevano acconsentito e da allora era andata a scuola tutti i giorni. In risposta, la terapeuta ha sottolineato la capacità di Orit e dei suoi genitori di avviare una conversazione in cui Orit si sentisse in grado di condividere le sue paure e di cercare soluzioni insieme. La terapeuta ha osservato che, come genitori, erano una fonte di sicurezza per Orit.
Il riconoscimento, da parte della terapeuta, della loro capacità genitoriale ha forse permesso loro di affrontare una questione più difficile. Danny ha detto di essersi molto arrabbiato con Ronit quando aveva saputo che aveva detto ai figli di non disturbarlo. Ha raccontato che dal suo ritorno dalla riserva si sentiva escluso in casa. Era una sensazione che conosceva dalle esperienze nella sua famiglia d’origine, e non l’avrebbe accettata nella famiglia che stava crescendo.
La terapeuta ha riconosciuto la paura di Danny di essere escluso e lo ha incoraggiato a esprimerla direttamente a Ronit, condividendo ciò di cui aveva bisogno da lei. In risposta, Ronit ha detto che in realtà aveva voluto proteggere i figli. Poiché per loro non era stato facile adattarsi all’assenza del padre, temeva che, quando fosse tornato nella riserva, avrebbero fatto fatica a riadattarsi. Nel fluire del discorso, ha ribadito la sua preoccupazione per Danny. Danny allora le si è avvicinato, l’ha cinta con un braccio e le ha detto che capiva la sua preoccupazione, ma che tenerlo a distanza dai figli aveva creato una situazione come se il peggio fosse già accaduto, e che gli sembrava che lei avesse cominciato a prepararsi a quello scenario peggiore.
La terapeuta ha riassunto la conversazione sottolineando la resilienza della famiglia e la cura e la preoccupazione di Danny e Ronit l’uno per l’altra e per la famiglia. Ha inoltre condiviso la sua impressione sui sentimenti che ciascuno dei due aveva espresso. Ha detto a Ronit che Danny aveva ragione a osservare che lo «scenario peggiore» non si era verificato e le ha ricordato di riconoscere la propria forza e la propria capacità di cavarsela da sola con i figli e con il lavoro negli ultimi mesi, mentre Danny era lontano per il servizio militare. Poi si è rivolta a Danny, dicendogli che sembrava che stesse proseguendo la guerra in casa: la guerra contro l’esclusione. Ha aggiunto che pareva combattere in casa come se si trattasse di una battaglia militare e gli ha chiesto se fosse possibile «lottare per il coinvolgimento» in modo non combattivo.
Dopo la conversazione tra Danny e Ronit e la sintesi della terapeuta, entrambi sembravano più tranquilli. Danny ha osservato di aver capito che Ronit non aveva inteso escluderlo, ma che era il suo modo di cercare di proteggere sé stessa e i figli. Ha aggiunto che non aveva voluto arrabbiarsi con Ronit, ma che aveva avuto paura di perdere il suo posto nella famiglia, come gli era accaduto nella famiglia d’origine. La loro capacità di condividere paure e bisogni ha creato isole di sicurezza in cui ciascuno dei due sentiva l’altro come una figura di attaccamento sicura.
I genitori hanno riferito un miglioramento significativo in casa, in particolare per quanto riguarda Orit, che aveva ripreso un funzionamento regolare. Poiché l’incontro si svolgeva poco prima del successivo periodo di riserva di Danny, la terapeuta ha chiesto se il modo in cui avevano affrontato il periodo precedente influisse su ciò che provavano rispetto a quello imminente. Entrambi hanno detto di evitare il più possibile di pensarci. In risposta, la terapeuta ha ricordato loro la resilienza familiare e individuale dimostrata durante il precedente servizio di Danny e dopo il suo ritorno. Ha proposto loro di parlare con i figli della partenza del padre per la riserva, discutendo di come sarebbero cambiati alcuni aspetti della loro vita quotidiana. Ha anche suggerito che era essenziale permettere ai figli di esprimere le loro paure e preoccupazioni per Danny, perché riconoscere queste difficoltà e cercare di rispondervi avrebbe rafforzato la relazione con loro e il loro senso di sicurezza. La terapeuta ha detto a Ronit che poteva chiamarla mentre Danny era via e ha offerto loro la possibilità di un ulteriore incontro al suo ritorno (anche se ciò si discostava dalla struttura del progetto).
Il processo di valutazione comprendeva questionari destinati solo agli adulti, cioè ai genitori o alla coppia. Le misurazioni erano previste in tre momenti precisi: prima dell’incontro iniziale (settimana 1), dopo il terzo incontro (o dopo il quarto, se veniva proposto un incontro aggiuntivo, come illustrato sopra, settimana 3 o 4) e un mese dopo.
Inoltre, l’intenzione era che, se entrambi i partner erano presenti e disposti a partecipare allo studio di valutazione, ciascuno compilasse un questionario separato e che accanto a ogni partecipante venisse indicato se si trattava del padre o della madre. Purtroppo la convalida per l’avvio del progetto ha creato una mancanza di chiarezza riguardo allo studio di valutazione, e l’identità dei genitori o partner non è stata riportata in alcuni questionari. Per questo i dati non sono stati analizzati per famiglia, ma in base alle risposte individuali, senza confronti tra i generi. Prima del primo incontro, le persone richiedenti ricevevano informazioni sul progetto, tra cui il fatto che sarebbe stato accompagnato da uno studio di valutazione con questionari somministrati in tre momenti. Veniva loro garantito che l’anonimato e la riservatezza sarebbero stati tutelati e che la partecipazione al processo di valutazione non era una condizione per partecipare al progetto. A chi accettava di partecipare veniva chiesto di firmare un modulo di consenso informato. Alle famiglie che accettavano di partecipare allo studio veniva inviato un link ai questionari online. L’équipe terapeutica non veniva informata se le famiglie che seguiva partecipassero allo studio di valutazione o se avessero compilato tutti i questionari. L’unica persona ad avere accesso a queste informazioni era la segretaria dell’Unità di terapia familiare. Tuttavia, per tutelare la riservatezza, non le venivano mostrati i questionari compilati. Trattandosi del primo tentativo di attuare il modello di intervento, era essenziale raccogliere la prospettiva dell’équipe terapeutica sulla propria esperienza. È stata quindi posta all’équipe una domanda aperta, chiedendo a ciascuna persona di riassumere la propria valutazione dell’integrazione dei due approcci e della realizzazione di un intervento mirato con un numero limitato di incontri.
Dopo l’approvazione del direttore del Dipartimento di welfare di Menashe, da cui dipende la Clinica di terapia familiare, sono stati diffusi avvisi sul progetto in tutte le comunità del consiglio regionale. Inoltre, assistenti sociali di comunità hanno contattato direttamente famiglie che avevano segnalato difficoltà o che erano state individuate da altre figure professionali in ambito sanitario e/o educativo. In totale, 78 famiglie hanno ricevuto aiuto attraverso il progetto. Di queste, 14 non risiedevano stabilmente nella zona, ma erano famiglie sfollate all’interno del Paese da comunità al confine con il Libano in seguito al conflitto con Hezbollah e con la Striscia di Gaza. Queste famiglie sono state escluse dalla valutazione. Delle 64 famiglie locali, 15 hanno abbandonato dopo una o due sedute. Non è stato effettuato alcun follow‐up per accertare i motivi dell’abbandono, se cioè una o due sedute fossero bastate ad affrontare le loro difficoltà o se le famiglie avessero sentito che l’intervento non rispondeva ai loro bisogni e alle loro aspettative. Il numero finale di famiglie che hanno risposto ai questionari è stato di 23 alla prima misurazione. Alla seconda, effettuata dopo tre o quattro incontri, hanno risposto 21 famiglie, e alla terza, un mese dopo, in occasione dell’incontro di follow‐up, 16 famiglie. Queste 16 famiglie (nove famiglie con figli e sette coppie) hanno completato tutti e tre i momenti di valutazione (T1–T3) e hanno costituito il campione analitico delle analisi quantitative.
Una possibile ragione del numero ridotto di famiglie partecipanti, rispetto al totale delle famiglie che hanno ricevuto sostegno, è stata la difficoltà di gestire il progetto e condurre contemporaneamente il processo di valutazione nella situazione generale di emergenza. Il danno specifico al processo di valutazione potrebbe essere dipeso dalla mancanza di esperienza dell’équipe terapeutica e del personale amministrativo nella conduzione di processi di valutazione.
L’intervento è stato realizzato a livello di famiglia o di coppia; tuttavia, i dati quantitativi sono stati raccolti solo presso i genitori. Figli e figlie non hanno compilato questionari, e i risultati che li riguardano riflettono quindi la percezione che i genitori avevano dei loro sintomi di stress post‐traumatico. La tabella 1 presenta le caratteristiche demografiche delle sole famiglie che hanno preso parte allo studio. La tabella 1 riporta l’età dei genitori, compresa tra 30 e 53 anni (M = 43.42, SD = 7.24). Il numero di figli per famiglia andava da 1 a 7 (M = 3.11, SD = 1.48). L’età dei figli nelle famiglie partecipanti andava da 1 a 26 anni (M = 12.13, SD = 6.36).
Tabella 1 — Caratteristiche demografiche del campione analitico (N = 16).
Nota: caratteristiche demografiche di una persona partecipante per famiglia (N = 16) che ha compilato i questionari. Figli e figlie non hanno compilato questionari; le variabili che li riguardano si riferiscono ai figli delle persone partecipanti.
Dato il numero relativamente limitato di partecipanti coinvolti nella valutazione, è stata condotta un’analisi della potenza per rilevare una variazione media negli esiti principali tra la baseline (prima misurazione) e il periodo successivo all’incontro di follow‐up (terza misurazione). Ipotizzando una dimensione dell’effetto moderata (d di Cohen = 0.65), un test di confronto appaiato bilaterale (misurazione 1 e misurazione 3) con un livello di significatività di 0.05 e una dimensione campionaria di 16 partecipanti (coppie di misure), la potenza statistica è stata stimata intorno all’80%. Il calcolo della potenza è stato effettuato con il software G*Power, versione 3.1.9.7.
A ogni misurazione, alle persone partecipanti è stato chiesto di compilare quattro questionari e di rispondere a un’ulteriore domanda aperta, posta solo nella terza misurazione.
A ciascun genitore o partner è stato somministrato un questionario sui sintomi di stress post‐traumatico (PTS). Il questionario è stato sviluppato a partire dalla PTSD Checklist—Civilian Version a 17 item (Weathers et al. 1991). Comprende item come: «Quanto l’hanno disturbata i seguenti problemi nell’ultimo mese? Sentirsi irritabile o avere scatti di rabbia; essere “super vigile” o attento e sempre in guardia». Le risposte sono valutate su una scala Likert a 5 punti da 0 (per niente) a 4 (moltissimo). La traduzione in ebraico e la validazione del questionario PCL‐5 sono state realizzate presso l’Assif Center, struttura nazionale multidisciplinare dedicata alla cura dei disturbi legati al trauma psichico, situata presso il Tel Aviv Sourasky Medical Center. Questo strumento è ampiamente utilizzato in tutto Israele da diverse organizzazioni e cliniche di salute mentale, nonché dall’Istituto nazionale di previdenza sociale israeliano e dal Ministero della Difesa. Nel presente studio, l’alfa di Cronbach era α = 0.92.
La valutazione genitoriale dello stress post‐traumatico del figlio o della figlia è stata condotta individualmente per ciascun genitore. Nei casi in cui, come si osservava di frequente, la famiglia aveva chiesto di partecipare per le difficoltà di uno dei figli, a ciascun genitore veniva chiesto di valutare il livello di PTS di quel figlio o quella figlia. Il questionario utilizzato era analogo alla PCL–5, come descritto in ricerche precedenti (Weathers et al. 1991). In questo studio, il coefficiente alfa di Cronbach era α = 0.89.
Per valutare la resilienza familiare è stata utilizzata la Family Resilience Scale–Short Form (FRS‐16; Chow et al. 2022). Questo strumento a 16 item deriva dalla Family Resilience Assessment Scale (FRAS) originale, a 54 item. Lo strumento si basa sul quadro teorico di Walsh, che concettualizza la resilienza familiare come la capacità collettiva della famiglia di adattarsi, riprendersi e rafforzarsi di fronte alle avversità attraverso la costruzione condivisa di significato, processi relazionali di sostegno e una comunicazione efficace (Walsh 2007, 2016a,2016b,2021). La scala comprende item come «Discutiamo le cose finché non arriviamo a una soluzione» e «Possiamo farcela se si presenta un altro problema», con risposte graduate su una scala Likert a 4 punti da 1 (fortemente in disaccordo) a 4 (fortemente d’accordo). Lo strumento è stato tradotto in ebraico e validato nel contesto israeliano (Pagorek‐Eshel and Finklestein 2019). Nel presente studio, l’alfa di Cronbach era α = 0.87.
La gravità del problema per cui si erano rivolti al progetto è stata valutata su una scala da 1 a 10, dove 10 indicava il livello di gravità più alto e 1 il più basso.
Nella domanda aperta, alle persone partecipanti è stato chiesto di valutare l’intervento terapeutico concentrandosi su due aspetti: (1) Il trattamento l’ha aiutata, e in che cosa? (2) Sa individuare che cosa, nella terapia, le è stato utile?
La segretaria della clinica ha fornito alle persone partecipanti questionari online da compilare a casa. Il limite principale del metodo di raccolta dei dati è stato il processo di valutazione stesso. È plausibile che, se i dati fossero stati raccolti in clinica in assenza della persona terapeuta, prima della prima seduta e subito dopo la terza seduta e quella di follow‐up, la maggior parte delle famiglie che avevano accettato di partecipare allo studio avrebbe compilato i questionari.
Nell’analisi dei dati quantitativi abbiamo confrontato, nei tre momenti di misurazione, il livello di stress traumatico, la valutazione genitoriale del PTS del figlio o della figlia, la resilienza familiare e il livello di gravità dichiarato del problema per cui si erano rivolti al progetto. Per quanto riguarda la domanda aperta, l’analisi del contenuto delle risposte è stata condotta dal direttore della clinica e da una persona formatrice esperta di analisi qualitativa. In una prima fase, ciascuna delle due persone incaricate della codifica ha esaminato la domanda aperta e ha affrontato i due temi stabiliti in anticipo: (a) i cambiamenti avvenuti in seguito all’intervento familiare; (b) le cause alla base di tali cambiamenti. In una seconda fase, sono stati confrontati i risultati relativi a ciascun tema. Poiché la domanda aperta verteva su due argomenti concreti, tutti i risultati coincidevano, tranne una risposta relativa alla seconda domanda, che riguardava le cause dei cambiamenti. Dopo una discussione, si è convenuto di escludere questo esempio dall’analisi complessiva.
La tabella 2 presenta le medie e le deviazioni standard di ciascuna delle quattro scale nelle rispettive misurazioni. Un’ANOVA a effetti misti ha rivelato differenze significative nei sintomi di stress post‐traumatico dei genitori, F(2, 24) = 4.67, p < 0.05. I confronti multipli tra i momenti hanno rivelato differenze significative tra il tempo 1 e il tempo 3, t (24) = 2.93, p < 0.02, mentre la differenza tra il tempo 1 e il tempo 2 e tra il tempo 2 e il tempo 3 non ha raggiunto la significatività statistica.
Tabella 2 — Medie e deviazioni standard delle variabili dello studio nei tre momenti di misurazione.
Nota: la dimensione del campione varia tra i momenti a causa degli abbandoni durante il processo di valutazione. Il campione analitico era costituito da 16 unità di intervento che hanno completato tutte e tre le valutazioni (T1–T3).
Un modello ANOVA a effetti misti che analizzava le differenze tra i momenti ha rivelato differenze statisticamente significative nella valutazione genitoriale dello stress post‐traumatico del figlio o della figlia, F (2, 24) = 8.35, p < 0.01. I confronti multipli tra i momenti hanno rivelato una riduzione significativa dal tempo 1 al tempo 2, t (24) = 2.58, p < 0.05, e dal tempo 1 al tempo 3, t (24) = 3.92, p < 0.01, mentre la differenza tra il tempo 2 e il tempo 3 non era statisticamente significativa.
Per quanto riguarda la resilienza familiare e il livello di gravità del problema, benché la media della resilienza familiare sia aumentata nei tre momenti e la gravità del problema sia diminuita, non sono state riscontrate differenze significative tra le tre misurazioni.
Il tipo di cambiamenti riferiti dalle famiglie verteva su: (a) il senso di sé come persona competente, descritto da due donne, madri e mogli. Una madre ha riferito: «Lei [riferendosi alla terapeuta] mi ha dato la sensazione che ciò che sto vivendo va bene, che sono normale, sana di mente, in un periodo così turbolento e destabilizzante della mia vita». Un’altra madre ha detto:
Quando sono venuta al primo incontro, dipendevo dagli altri. Con l’aiuto della terapeuta ho capito di avere una forza dentro di me, di poter aiutare me stessa. Devo assumermi la responsabilità di trovare e usare queste forze.
(b) Cambiamenti nell’esercizio della genitorialità:
La conversazione con i figli, soprattutto con nostro figlio adolescente, è stato il cambiamento più significativo prodotto dalla terapia. Durante l’incontro terapeutico abbiamo avuto con lui una conversazione diretta e abbiamo capito che apprezzava ciò che noi, i suoi genitori, avevamo fatto per lui, anche quando C. (padre/marito) era nella riserva. Le cose che ha detto mi hanno aiutata a continuare a funzionare come una madre più calma e migliore, nonostante la pressione della situazione in cui ci troviamo.
Due coppie hanno descritto cambiamenti nella loro relazione. Seguono alcuni estratti delle risposte di una di queste coppie. Per prima, la donna ha riferito
La terapia ha rafforzato la nostra relazione… abbiamo imparato a parlarci, ad ascoltarci. La nostra comunicazione è migliorata moltissimo. Siamo arrivati in terapia esausti e feriti, distanti da tutto ciò che abbiamo vissuto negli ultimi mesi.
A cui il suo compagno ha risposto:
Io ero nella riserva, in guerra, e mia moglie era a casa. Vivevamo in due mondi diversi, ed è difficile capire da dove cominciare per colmare questa distanza. Il trattamento è stato per noi uno spazio sicuro. Il luogo in cui potevamo dire le cose come stavano, toccare la profondità della frattura.
Quanto al secondo asse, ciò che aveva prodotto il cambiamento, tutte le valutazioni hanno descritto il clima dell’incontro terapeutico, creato dalla presenza della persona terapeuta, come la causa più significativa del cambiamento. Una famiglia ha riferito: «Ciò che l’ha resa significativa è stato ascoltarci a vicenda alla presenza di un’altra persona nella stanza, il che ci ha permesso di vedere le cose in modo diverso. Abbiamo capito che, quando necessario, potevamo ricevere aiuto attraverso la terapia». Un’altra famiglia ha raccontato:
Non sempre ci siamo sentiti capiti in terapia, ma sentivamo di avere una terapeuta compassionevole, che tiene a noi… nell’ultima seduta ci ha detto che, se ne sentiamo il bisogno, siamo sempre i benvenuti per tornare.
Infine, una donna il cui marito era stato richiamato per il servizio militare e che quindi non aveva potuto partecipare agli incontri terapeutici ha raccontato: «Ciò che mi ha aiutata di più è stata la presenza di una professionista adulta e responsabile che mi facesse sentire che ciò che mi succede va bene ed è normale in questa situazione stressante e pericolosa».
Anche nell’unico caso in cui la terapia è stata criticata, la partecipante ha concentrato la sua critica sulla terapeuta:
Non ho sentito che mi abbia aiutata. Una volta ho fatto una terapia che ha funzionato, ma non questa volta. Sono venuta a tutti gli incontri per rispetto verso la terapeuta, ma sentivo che non era abbastanza professionale e che non è successo granché, né durante la terapia né dopo.
Comune a tutte le valutazioni, positive e negative, era l’idea che il cambiamento fosse dovuto alle figure terapeutiche e al clima che avevano creato, più che alle tecniche specifiche utilizzate. Questo elemento comune è ben documentato in molti studi di valutazione delle terapie che confrontano diversi approcci di intervento, ed è spesso classificato tra le «variabili aspecifiche», tra cui la comunicazione sicura con la persona terapeuta e la sua accoglienza ed empatia (Cuijpers et al. 2019; Kuhn et al. 2018).
Quattro mesi dopo l’avvio del progetto, quando tutti i membri dell’équipe avevano avuto modo di lavorare con almeno una famiglia, è stato chiesto loro di fornire una sintesi scritta della propria esperienza con il modello proposto. Undici delle 13 persone dell’équipe hanno consegnato una sintesi scritta. Nelle loro sintesi riferivano che, grazie all’approccio narrativo, genitori e figli erano riusciti a ricostruire le proprie storie personali e familiari. L’attenzione all’osservazione congiunta della storia, mettendo in luce i punti di forza e le strategie di coping, ha aiutato a creare un senso rinnovato a partire da una prospettiva di competenza e di empowerment. Li ha inoltre aiutati a concepire la loro vita durante il periodo di guerra come una lotta condivisa, attingendo a forze nascoste che erano riusciti a individuare, convalidando al tempo stesso le emozioni e il coping emotivo. L’approccio EFT ha permesso alle famiglie di esplorare e approfondire la comprensione di come certi schemi comportamentali le dividano al loro interno e ostacolino la creazione di vicinanza. La possibilità di toccare le emozioni di base di ciascun membro della famiglia ha aiutato a individuare le fonti dell’ansia e del dolore, il modo in cui si esprimevano nel comportamento e come il comportamento di ciascuno influenzasse quello degli altri, creando un circolo che amplifica l’ansia. Questa individuazione ha aiutato i membri della famiglia a esprimere i propri sentimenti in un modo che permetteva agli altri di offrire sostegno emotivo, migliorando la loro regolazione emotiva quando i livelli di stress salivano a causa della situazione di emergenza. Riguardo al numero limitato di incontri, quasi tutta l’équipe ha indicato che condurre interventi così brevi era impegnativo, perché aveva la sensazione che altre questioni, non necessariamente legate in modo diretto al far fronte alla situazione di guerra ma riflesse nel coping familiare, non fossero state pienamente discusse o affrontate.
La discussione si concentrerà principalmente su ciò che si può imparare dal progetto di sostegno familiare proposto. Per rispondere a questa domanda, illustreremo innanzitutto i limiti della valutazione. Valuteremo poi il contributo del modello agli interventi nelle situazioni di emergenza. Infine, delineeremo alcune direzioni per l’applicazione e la valutazione future del modello.
I risultati della valutazione indicano l’efficacia del progetto in diversi ambiti. I dati hanno mostrato una riduzione significativa dei livelli di stress post‐traumatico dei genitori e dello stress post‐traumatico dei figli, secondo quanto riferito dai genitori. Gli altri due ambiti valutati, cioè la resilienza familiare e la gravità percepita del problema, sono stati quantificati unicamente sulla base dei dati raccolti presso i genitori e non hanno prodotto risultati statisticamente significativi. La resilienza è un costrutto più duraturo e, per rafforzarla, sono probabilmente necessari interventi terapeutici di più lungo periodo. La percezione invariata della gravità del problema, nonostante la partecipazione all’intervento, potrebbe riflettere la più ampia realtà di contesto in cui le famiglie continuavano a vivere in condizioni di guerra persistenti. Inoltre, la dimensione relativamente ridotta del campione potrebbe aver limitato la capacità di rilevare cambiamenti sottili nella gravità percepita. Ciononostante, era poco probabile che un intervento mirato, nel contesto sociopolitico di un conflitto in corso e di minacce terroristiche, producesse cambiamenti in tutti gli ambiti esaminati in questo studio. Inoltre, considerando che gli interventi clinici sono di solito terapie familiari di lunga durata, il protocollo sembra aver aiutato l’équipe terapeutica a mantenere un intervento mirato pur gestendo un’ansia paragonabile a quella vissuta dalle persone assistite. In sintesi, il modello proposto sembra aver permesso efficacemente alle famiglie di condividere le loro esperienze e aver funzionato come uno spazio collettivo di guarigione.
Il limite principale della valutazione è stato il campione ridotto di partecipanti che hanno compilato i questionari in tutti e tre i momenti di misurazione. Come illustrato nella sezione sulla raccolta dei dati, la modalità di raccolta scelta potrebbe non essere stata adatta ad alcune famiglie, e la clinica non aveva esperienza nella ricerca valutativa. È probabile che gli elevati livelli di stress vissuti sia dalle persone che usufruivano del servizio sia dal personale della clinica abbiano limitato la loro capacità di dedicare risorse aggiuntive al processo di valutazione. Un limite secondario è stato la necessità di elaborare un questionario breve e mirato. Per questo i dati demografici rilevanti per i meccanismi di coping, come la religiosità, il livello di istruzione e la durata del matrimonio, non sono stati raccolti in misura sufficiente. Inoltre, i livelli di sintomi post‐traumatici di figli e figlie non sono stati misurati direttamente, ma valutati unicamente attraverso i resoconti dei genitori. Alla luce di questi limiti, e nonostante l’adeguatezza della potenza statistica, i risultati vanno interpretati con cautela.
Nonostante questi limiti, il progetto di intervento ha fornito una risposta tempestiva alle famiglie, rispondendo al bisogno urgente di far fronte alle difficoltà provocate dalla guerra. Sulla base dei risultati, vanno considerate tre implicazioni per la pratica: (a) Privilegiare un processo centrato sulla famiglia: il progetto mette in evidenza l’importanza di un approccio centrato sulla famiglia, fondato sulla consapevolezza che lo stress non colpisce solo i singoli ma intere famiglie, e che le strategie di coping di ciascuno influenzano tutti i membri della famiglia. (b) Valorizzare i punti di forza riconoscendo al tempo stesso il dolore e le difficoltà: l’obiettivo principale del progetto era individuare i punti di forza e le risorse già presenti nella famiglia e costruire su di essi attraverso l’elaborazione di una narrazione familiare. Questa narrazione mette in luce le capacità e le risorse della famiglia nell’affrontare le difficoltà. Oltre all’approccio narrativo, il ricorso alla terapia focalizzata sulle emozioni (EFT) facilita il lavoro con le emozioni difficili in modi che riducono la difensività e favoriscono la ricostruzione di relazioni familiari di sostegno per la regolazione emotiva. (c) Usare un protocollo breve e strutturato: poiché gli interventi terapeutici si estendono spesso oltre le tre o quattro sedute, l’uso di un protocollo strutturato per un processo mirato e breve può aiutare l’équipe terapeutica a realizzare efficacemente tali interventi.
Sono necessari studi più ampi per convalidare ed estendere i risultati di questa ricerca. Si raccomanda che le indagini future includano campioni più numerosi e siano condotte in contesti culturali e politici diversi, in particolare dove le famiglie si trovano in circostanze ad alto rischio e incerte. Occorre inoltre sviluppare metodi per la valutazione diretta dei livelli di disturbo da stress post‐traumatico nell’infanzia, anche nelle fasce d’età più piccole. È infine essenziale istituire un programma di formazione che prepari il personale terapeutico a offrire un sostegno breve alle famiglie che vivono in ambienti incerti e pericolosi.
Complexe Systémique: punti chiave
L’interesse del testo è clinico: mostra come mantenere una cornice breve e strutturata quando la minaccia è reale, persistente e condivisa allo stesso modo da terapeuti e famiglie. La combinazione dei due approcci è ben pensata. Il racconto narrativo, fatto davanti a un testimone, restituisce ordine e competenza a una storia «satura del problema»; l’EFT individua poi il ciclo familiare che amplifica l’ansia e aiuta ciascun membro a tornare a essere una figura di attaccamento disponibile. Il caso di Danny e Ronit parla a una lettura sistemica: la protezione dei figli da parte della madre, letta dal padre come un’esclusione che rimette in scena la sua storia familiare, diventa una «guerra in casa» che la terapeuta nomina e disinnesca. I limiti sono chiari: solo 16 famiglie nella valutazione, misure fornite dai soli genitori, nessun gruppo di confronto e un programma pensato per un territorio e una popolazione specifici, che chi firma l’articolo invita a mettere alla prova in altri contesti socioculturali e politici. Da leggere insieme a l’articolo sull’essere coppia in tempo di guerra e a l’articolo sui Semi di sogni, uno strumento per costruire storie alternative.
Note dell’originale
1 Per tutelare l’anonimato delle famiglie, la descrizione del caso è composta a partire da tre famiglie distinte. Tutti i dettagli che potevano consentirne l’identificazione sono stati modificati, e tutte e tre le famiglie hanno dato il loro consenso alla presentazione del caso in questa forma.
Finanziamenti. Chi firma l’articolo non ha nulla da dichiarare.
Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interesse.
Ringraziamenti. Desideriamo ringraziare Assaf Kagan, direttore del Dipartimento di welfare del Consiglio regionale di Menashe, ed Etti Ozer, responsabile di équipe presso il Dipartimento di welfare del Consiglio regionale di Menashe, per aver creduto nell’importanza del progetto e per il loro incoraggiamento lungo tutto il percorso. Rivolgiamo inoltre un sincero ringraziamento all’équipe terapeutica dell’Unità di terapia familiare del Consiglio regionale di Menashe per l’impegno e la dedizione con cui ha applicato il modello e sostenuto le famiglie in questo periodo difficile.
Bibliografia
Bowlby, J. 1969. Attachment and Loss. Vol. 1. Basic Books.
Busch, R. 2007. “Transforming Evidence: A Discursive Evaluation of Narrative Therapy Case Study.” Australian Journal of Counseling Psychology 7, no. 2: 8–15. 10.1080/10720530601117942.
Chow, T. S., C. S. K. Tang, T. S. U. Siu, and H. S. H. Kwok. 2022. “Family Resilience Scale Short Form (FRS16): Validation in the US and Chinese Samples.” Frontiers in Psychiatry 13: 845803. 10.3389/fpsyt.2022.845803.
Conradi, H. J., D. Meuwese, L. Rodenburg, P. Dingemanse, and T. Mooren. 2023. “Effectiveness and Feasibility of Structured Emotionally Focused Family Therapy for Parents and Adolescents: Protocol of a Within‐Subjects Pilot Study.” BMC Psychiatry 18, no. 6: e0287472. 10.1371/journal.pone.0287472.
Cuijpers, P., M. Reijnders, and M. J. H. Huibers. 2019. “The Role of Common Factors in Psychotherapy Outcomes.” Annual Review of Clinical Psychology 15: 207–231. 10.1146/annurev-clinpsy-071419-023806.
Eltanamly, H., P. Leijten, S. Jak, and G. Overbeek. 2021. “Parenting in Times of War: A Meta‐Analysis and Qualitative Synthesis of War Exposure, Parenting, and Child Adjustment.” Trauma, Violence & Abuse 22, no. 1: 147–160. 10.1177/1524838019833001.
Ghavibazou, E., S. Hosseinian, H. Ghamari Kivi, and N. Ale Ebrahim. 2022. “Narrative Therapy, Applications, and Outcomes: A Systematic Review.” SSRN Electronic Journal 2, no. 4: 1–11. 10.2139/ssrn.4119920.
Hazan, C., and P. Shaver. 1987. “Romantic Love Conceptualized as an Attachment Process.” Journal of Personality and Social Psychology 52, no. 3: 511–524. 10.1037/0022-3514.52.3.511.
Johnson, S. M. 2005. Emotionally Focused Couple Therapy With Trauma Survivors: Strengthening Attachment Bonds. Guilford Press.
Johnson, S. M. 2019. Attachment Theory in Practice: Emotionally Focused Therapy (EFT) With Individuals, Couples and Families. Guilford Press.
Johnson, S. M. 2020. The Practice of Emotionally Focused Couple Therapy: Creating Connections. 3rd ed. Routledge.
Klaric, M., T. Franciskovic, A. Stevanovic, B. Petrov, S. Jonovska, and I. Nemcic Moro. 2011. “Marital Quality and Relationship Satisfaction in War Veterans and Their Wives in Bosnia and Herzegovina.” European Journal of Psychotraumatology 2, no. 1: Article 8077. 10.3402/ejpt.v2i0.8077.
Kuhn, R., T. N. Bradbury, F. W. Nussbeck, and G. Bodenmann. 2018. “The Power of Listening: Lending an Ear to the Partner During Dyadic Coping Conversations.” Journal of Family Psychology 32: 762–772. 10.1037/fam0000421.
Mijalevich‐Soker, E., and O. Taubman‐Ben‐Ari. 2025. “Parents' Experience During Wartime: Vulnerability, Complexity, and Parental Functioning.” Journal of Loss and Trauma 30: 1–25. 10.1080/15325024.2025.2465388.
Onyut, L. P., F. Neuner, E. Schauer, et al. 2005. “Narrative Exposure Therapy as a Treatment for Child War Survivors With Posttraumatic Stress Disorder: Two Case Reports and a Pilot Study in an African Refugee Settlement.” BMC Psychiatry 5: 7. 10.1186/1471-244X-5-7.
Overall, N. C., P. R. Pietromonaco, and J. A. Simpson. 2022. “Buffering and Spillover of Adult Attachment Insecurity in Couple and Family Relationships.” Nature Reviews Psychology 1: 101–111. 10.1038/s44159-021-00011-1.
Pagorek‐Eshel, S., and M. Finklestein. 2019. “Family Resilience Among Parent– Adolescent Dyads Exposed to Ongoing Rocket Fire.” Psychological Trauma Theory Research Practice and Policy 11, no. 3: 283–291. 10.1037/tra0000397.
Saltzman, W. R., P. Lester, N. Milburn, K. Woodward, and J. Stein. 2016. “Pathways of Risk and Resilience: Impact of a Family Resilience Program on Active‐Duty Military Parents.” Family Process 55, no. 4: 633–646. 10.1111/famp.12238.
Saltzman, W. R., R. S. Pynoos, P. Lester, C. M. Layne, and W. R. Beardslee. 2013. “Enhancing Family Resilience Through Family Narrative Co‐Construction.” Clinical Child and Family Psychology Review 16, no. 3: 294–310. 10.1007/s10567-013-0142-2.
Seligman, M. E. P., and M. Csikszentmihali. 2000. “Positive Psychology: An Introduction.” American Psychologist 55, no. 1: 5–14. 10.1037/0003-066X.55.1.5.
Severinsen, L., J. R. Stiegler, H. A. Nissen‐Lie, B. Shahar, and R. Zahl‐Olsen. 2022. “Effectiveness of Emotion Focused Skills Training for Parents: Study Protocol for a Randomized Controlled Trial in Specialist Mental Health Care.” BMC Psychiatry 22, no. 1: 453. 10.1186/s12888-022-04084-x.
Shamai, M. 2016. Systemic Interventions for Collective and National Trauma: Theory, Practice and Evaluation. Routledge.
Shamai, M., G. Enosh, R. Machmali‐Kievitz, and D. Gilad. 2017. “Living in the Line of Fire: The Impact of the Exposure to Warfare on Couple Relationships.” Journal of Family Therapy 40, no. 3: 349–377. 10.1111/1467-6427.12162.
Shamai, M., S. Fogel, and D. Gilad. 2016. “Experiencing Couple Relationships in the Line of Fire.” Journal of Marital and Family Therapy 42, no. 3: 550–563. 10.1111/jmft.12147.
Shraga, Y., H. Pushkarskaya, and O. Sarid. 2025. “Psychological First Aid for Ukrainian Civilians: Protocol and Reflections on a Volunteer International Phone‐Based Intervention.” Frontiers in Digital Health 7: 1539189. 10.3389/fdgth.2025.1539189.
Thabet, A. A., A. Abu Tawahin, E. El Sarraj, and P. Vostanis. 2008. “Exposure to War Trauma and PTSD Among Parents and Children in the Gaza Strip.” European Child & Adolescent Psychiatry 19, no. 1: 191–199. 10.1007/s00787-007-0653-9.
Walsh, F. 2007. “Traumatic Loss and Major Disasters: Strengthening Family and Community Resilience.” Family Process 46, no. 2: 207–227. 10.1111/j.1545-5300.2007.00205.x.
Walsh, F. 2016a. Strengthening Family Resilience. 3rd ed. Guilford Press.
Walsh, F. 2016b. “Applying a Family Resilience Framework in Training, Practice, and Research: Mastering the Art of the Possible.” Family Process 55, no. 4: 616–632. 10.1111/famp.12260.
Walsh, F. 2021. “Family Resilience: A Dynamic Systemic Framework.” In Multisystemic Resilience: Adaptation and Transformation in Contexts of Change, edited by M. Ungar, 255–270. Oxford University Press.
Weathers, F. W., J. A. Huska, and T. M. Keane. 1991. The PTSD Checklist‐Civilian Version (PCL‐C). F.W. Weathers National Center for PTSD, Boston Veterans Affairs Medical Center.
Weingarten, K. 2003. Common Shock: Witnessing Violence Every Day: How We Are Harmed, How We Can Heal. Dutton.
White, M., and D. Epston. 1990. Narrative Means to Therapeutic Ends. Norton.
Wiebe, S. A., S. M. Johnson, M. F. Lafontaine, M. Burgess Moser, T. L. Dalgleish, and G. A. Tasca. 2017. “Two‐ Year Follow‐Up Outcomes in Emotionally Focused Couple Therapy: Investigation of Relationship and Attachment Trajectories.” Journal of Marital and Family Therapy 43, no. 2: 227–244. 10.1111/jmft.12206.
Zamir, O., A. H. Gewirtz, C. H. Cheng, N. Zhang, and Y. Lavee. 2019. “Psychological Distress and Communication Quality in Military Couples After Deployment to War.” Journal of Family Psychology 34, no. 4: 383–391. 10.1037/fam0000589.
Traduzione non ufficiale in italiano di First Psychological Aid for Families During War: Integrating the Narrative Approach With Emotionally Focused Therapy (EFT), di Michal Shamai, Uri Carmel‐Kraiem e Osnat Cohen‐Ganor, Family Process, vol. 65 (2026), doi: 10.1111/famp.70175, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione, tabelle presentate come elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Articolo originale: «First Psychological Aid for Families During War: Integrating the Narrative Approach With Emotionally Focused Therapy (EFT)», pubblicato in Family Process (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Shamai, M., Carmel-Kraiem, U., e Cohen-Ganor, O. (2026). First Psychological Aid for Families During War: Integrating the Narrative Approach With Emotionally Focused Therapy (EFT). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/first-psychological-aid-for-families-during-war-integrating-the-narrative-approach-with-emotionally-focused-therapy (Opera originale pubblicata nel 2026 in Family Process, 65(3) (2026); ripubblicata nel 2026 da Family Process, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/famp.70175)
Per approfondire