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Journal of Child and Family Studies · Famiglia

Orientarsi nella genitorialità: un’esplorazione qualitativa dell’esperienza di madri con diagnosi di disturbo borderline di personalità

Com’è la genitorialità per le madri che portano una diagnosi di disturbo borderline di personalità e la cui prole, ancora piccola, rischia l’allontanamento dalla famiglia? A Londra, l’équipe dell’Anna Freud Centre ha analizzato le interviste di otto di queste madri. Descrivono un passato che le perseguita, la solitudine, paure intrusive di perdita e un legame intessuto attraverso la vicinanza fisica e il gioco.

Autrici e autori Nikolaos Tzikas, Nick Midgley e Billie Lever Taylor (The Anna Freud National Centre for Children and Families, Londra, Regno Unito)Prima pubblicazione Journal of Child and Family Studies, 12 giugno 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Navigating parenthood: A qualitative exploration of the experience of mothers with a Borderline Personality diagnosis, di Nikolaos Tzikas, Nick Midgley e Billie Lever Taylor, pubblicato in Journal of Child and Family Studies (Springer) (2025), doi: 10.1007/s10826-024-02952-6, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella è presentata sotto forma di elenco. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

I servizi devono valutare il modo migliore per sostenere questa popolazione con un approccio informato sul trauma, soprattutto perché il rischio di allontanamento dalla famiglia può esacerbare l’ansia e la sofferenza delle figure genitoriali.

Nikolaos Tzikas, Nick Midgley e Billie Lever Taylor

Abstract

La diagnosi di disturbo borderline di personalità (DBP) è stata associata a difficoltà nell’esercizio della genitorialità, e le figure genitoriali con questa diagnosi potrebbero essere sovrarappresentate tra le famiglie che giungono all’attenzione dei servizi sociali per la tutela dei minori. Tuttavia, si sa poco del modo in cui queste persone vivono la genitorialità. In questo studio abbiamo quindi esplorato in profondità le esperienze genitoriali di otto madri che avevano ricevuto una diagnosi di DBP e avevano prole in tenera età. Sono state condotte interviste semistrutturate con le otto madri, analizzate mediante l’Analisi Fenomenologica Interpretativa (IPA). Tutte le madri hanno descritto esperienze di avversità precoce e di trauma che le avevano lasciate prive di modelli genitoriali positivi e alle prese con il desiderio di dare alla propria prole un avvio nella vita migliore del proprio. Si sentivano isolate nel ruolo di madri e descrivevano pensieri intrusivi negativi, insieme a un’ansia intensa che potesse accadere qualcosa di brutto a loro o alla loro prole. Questo contribuiva a renderle iperprotettive, a far loro cercare una stretta vicinanza fisica con la prole e a rendere difficile porre dei limiti. Diverse di loro provavano sentimenti ambivalenti verso la prole, ma spesso trovavano conforto nel legame che si andava sviluppando e apprezzavano le interazioni giocose condivise. Questa ricerca mette in luce l’impatto dell’avversità precoce e del trauma sulle esperienze genitoriali delle madri. Suggeriamo che le madri con diagnosi di DBP seguite dai servizi sociali per la tutela dei minori affrontino molte difficoltà nel loro ruolo genitoriale. I servizi devono valutare il modo migliore per sostenere questa popolazione con un approccio informato sul trauma, soprattutto perché il rischio di allontanamento dalla famiglia può esacerbare l’ansia e la sofferenza delle figure genitoriali.

Parole chiave: Disturbo borderline di personalità, Salute mentale, Prima infanzia, Servizi sociali, Analisi fenomenologica interpretativa

Punti salienti

  • Questo studio è il primo a esaminare le esperienze di madri con disturbo borderline di personalità che, al momento delle interviste, erano seguite dai servizi sociali.
  • Esperienze di pensieri intrusivi negativi, ansia intensa e sentimenti ambivalenti in relazione alla genitorialità.
  • La vicinanza fisica e il gioco hanno rafforzato il legame affettivo tra le madri e la loro prole.
  • Il rischio di allontanamento dalla famiglia esacerba l’ansia e la sofferenza delle madri, con un impatto negativo sulla loro salute mentale.
  • Per sostenere al meglio questa popolazione, i servizi devono considerare un approccio informato sul trauma.

Il disturbo borderline di personalità (DBP) è stato definito come caratterizzato da difficoltà nel comportamento e nell’elaborazione e regolazione delle emozioni (APA, 2013). Tra le caratteristiche del DBP rientrerebbero relazioni interpersonali instabili, instabilità dell’umore, comportamenti autolesivi che compromettono il funzionamento sociale e oscillazioni estreme tra idealizzazione e svalutazione altrui (APA, 2013). Benché l’uso del DBP come diagnosi sia contestato, per il timore che sia associato ad atteggiamenti stigmatizzanti tra il personale sanitario, a un accesso iniquo ai servizi e a una mancanza di ottimismo terapeutico (Sheridan-Rains et al., 2021; Troup et al., 2022), esso resta ampiamente utilizzato nei servizi di salute mentale per l’età adulta, compresi quelli rivolti alle figure genitoriali per le quali esiste un rischio di allontanamento della prole.

Fonagy et al. (2017) sottolineano il ruolo delle prime relazioni infantili con le principali figure di accudimento nell’eziologia del DBP. Secondo il loro modello, nella vita successiva la persona arriva ad avere difficoltà a comprendere i propri stati emotivi e quelli altrui, perché le sue principali figure di accudimento non sono state in grado di comprendere i suoi stati emotivi nei primi anni di vita. Altre ricerche hanno associato il DBP a esperienze infantili sfavorevoli, tra cui trauma, abuso e trascuratezza (Bradley et al., 2005; Ball & Links, 2009; Porter et al., 2019). L’ipotesi è che le figure genitoriali con diagnosi di DBP abbiano maggiori probabilità di arrivare alla genitorialità con una storia complessa di avversità, senza un modello genitoriale interno sicuro e, di conseguenza, con difficoltà ad affrontare la genitorialità (Newman & Stevenson, 2005).

La maggior parte delle ricerche si è concentrata esclusivamente sulle madri con questa diagnosi, e i risultati, provenienti soprattutto da studi quantitativi, hanno associato il DBP a una minore sensibilità materna, a una maggiore intrusività, a iperprotezione, a una minore «competenza» genitoriale, a un attaccamento perturbato tra madre e prole e a esiti evolutivi sfavorevoli per l’infanzia (Newman et al., 2007). È stato riscontrato che le madri con una diagnosi di disturbo di personalità hanno maggiori probabilità di giungere all’attenzione dei servizi di tutela dei minori e di perdere l’affidamento (Neuman, 2012; Howard et al., 2003), anche se ciò può riflettere pure il carattere stigmatizzato della diagnosi.

Nel complesso, nonostante le numerose ricerche sull’eziologia del DBP e sugli esiti sfavorevoli nell’infanzia e nell’età adulta associati a questa diagnosi, pochi studi si sono concentrati sulle esperienze genitoriali delle persone con diagnosi di DBP. Alcuni studi quantitativi hanno rilevato che le madri con diagnosi di DBP riferiscono una minore soddisfazione e un maggiore stress nel ruolo genitoriale, difficoltà nella relazione genitoriale e una salute mentale peggiore (Petfield et al., 2015; Eyden et al., 2016; Stepp et al., 2016; Boucher et al., 2017; Steele et al., 2020). Sebbene questi studi forniscano indicazioni importanti, i questionari e i dati autoriferiti non offrono una fonte di informazioni sulle esperienze genitoriali altrettanto ricca di quella che potrebbero offrire gli studi qualitativi.

Finora solo una manciata di studi ha cercato di capire, con metodologie qualitative, come le figure genitoriali con diagnosi di DBP comprendano e rappresentino le proprie esperienze. Bartsch et al. (2016) hanno utilizzato l’analisi tematica per esplorare le percezioni della genitorialità di undici madri e un padre con una diagnosi di DBP passata o attuale. Hanno rilevato che la genitorialità era vissuta come al tempo stesso difficile e gratificante. In alcuni casi hanno individuato temi simili a quelli di studi su madri e padri con altri disturbi mentali gravi, per esempio la paura dello stigma e la paura di perdere l’affidamento della prole. Tuttavia, le figure genitoriali con diagnosi di DBP descrivevano anche la difficoltà a mantenere un ambiente stabile, il fatto di essere fisicamente ed emotivamente non disponibili a causa delle proprie difficoltà, la fatica a entrare in contatto e a legarsi emotivamente alla prole e a impegnarsi nel gioco o in attività centrate sui bisogni infantili. Alcune di queste persone riferivano anche pensieri intrusivi e spaventosi di fare del male alla prole, dovuti a stati emotivi instabili e aggressivi. D’altra parte, riferivano anche esperienze gratificanti nella relazione con la prole. Alcune descrivevano come questa relazione desse un significato e uno scopo alla loro vita, e come l’amore incondizionato del figlio o della figlia rappresentasse tutto per loro. Questo forte senso di avere uno scopo le spingeva a sentire di dover insegnare e guidare la prole. Infine, Bartsch et al. (2016) hanno rilevato che le idee culturali su come dovrebbero essere le figure genitoriali per essere considerate «buone» incidevano in modo significativo sulle esperienze delle figure genitoriali con diagnosi di DBP, che si sentivano inadeguate e diverse da ciò che la società voleva che fossero; questo le portava spesso a sentirsi giudicate dal personale dei servizi e minava il loro senso di sé come figure genitoriali. Sulla base di interviste con 12 persone con diagnosi di DBP che esercitavano la genitorialità, Dunn et al. (2020) hanno ritrovato molti dei risultati di Bartsch et al. (2016). Hanno rilevato che queste persone vivevano stress e ansia che si ripercuotevano sui loro stati emotivi. Spesso si sentivano isolate e non disponevano di modelli genitoriali interni positivi a cui attingere nella propria genitorialità.

Geerling et al. (2019) hanno esplorato qualitativamente l’impatto del pianto infantile sulle madri con diagnosi di DBP mediante interviste semistrutturate e analisi fenomenologica interpretativa (IPA). Hanno rilevato che le madri con diagnosi di DBP arrivavano alla maternità in uno stato psicologico fragile e che il pianto infantile veniva vissuto in modo «ipersensibile», generando dolore fisiologico ed emotivo e «caos» cognitivo. Le loro risposte suggerivano spesso che si trovassero in modalità di attacco o fuga, inclusi tentativi di suicidio. In alcune madri si osservava ciò che il gruppo di ricerca ha chiamato «identità scissa»: potevano prestare parzialmente attenzione al pianto, ma la loro parte «disattenta» non era in grado di farvi fronte.

Gli studi citati offrono spunti degni di nota sulle esperienze delle figure genitoriali con diagnosi o tratti di DBP. Tuttavia, a oggi nessuno studio si è concentrato specificamente sulle esperienze di madri e padri con prole nei primi anni di vita, benché sia sempre più riconosciuto che si tratta di un periodo critico, in cui si gettano le basi dello sviluppo futuro (Parliament, House of Commons Report, 2019). Inoltre, poche ricerche si sono concentrate sulle esperienze di madri con diagnosi di DBP seguite dai servizi sociali, sebbene, come si è visto, queste figure genitoriali siano sovrarappresentate nel sistema di tutela dei minori (Neuman, 2012). Comprendere meglio i bisogni delle madri nell’esercizio della genitorialità in questo contesto di vulnerabilità può offrire indicazioni importanti sulle esperienze di un gruppo raramente incluso nella ricerca. Può dare voce a madri che di solito sono stigmatizzate e inascoltate, aiutando a comprenderne i bisogni per migliorare gli esiti.

L’obiettivo del presente studio era quindi comprendere le esperienze di madri con diagnosi di DBP che si prendono cura di un bambino o di una bambina di meno di tre anni a rischio di allontanamento.

Metodi

Disegno dello studio

Questo studio ha utilizzato metodi qualitativi, adatti a comprendere ed esplorare le esperienze soggettive dal punto di vista della persona. La metodologia qualitativa ha permesso di esplorare in profondità le esperienze genitoriali di madri con diagnosi di DBP inviate a un programma specialistico di sostegno alla genitorialità volto a ridurre il rischio di allontanamento dalla famiglia.

Contesto generale e setting

Questo studio è stato condotto nell’ambito di una valutazione più ampia di un intervento specialistico basato sulla mentalizzazione in un contesto di comunità terapeutica, attivo dal 2011 al 2020. Daum e Labuschagne (2018) hanno descritto questo intervento in modo più dettagliato, anche se i risultati della valutazione complessiva non sono stati finora pubblicati. L’obiettivo generale dell’intervento era consentire alle figure genitoriali inviate dai servizi sociali a causa di gravi preoccupazioni in materia di tutela dei minori di prendersi cura della prole in sicurezza, se possibile, e di orientare le decisioni sulla possibilità di lasciare la prole in affidamento alla figura genitoriale. Nell’ambito della valutazione complessiva, una serie di dati qualitativi e quantitativi è stata raccolta in modo routinario e sistematico in momenti chiave dell’intervento (Fig. 1).

Temi e sottotemi principali
Fig. 1. Temi e sottotemi principali

L’approvazione etica per la valutazione complessiva è stata ottenuta dal comitato etico dello University College London (6821/001). Le madri hanno dato il consenso scritto alla raccolta e all’analisi dei dati a fini di ricerca. La partecipazione era volontaria e tutte le madri sono state informate del loro diritto a non partecipare o a ritirarsi senza alcuna conseguenza negativa.

Partecipanti

Per questo studio sono state incluse otto madri tratte dal gruppo più ampio di figure genitoriali iscritte al programma. Per accedere all’intervento, le madri dovevano avere più di 18 anni e prole di meno di 5 anni per la quale sussistevano gravi preoccupazioni in materia di tutela. Potevano avere diverse diagnosi di salute mentale o nessuna, ma molte figure genitoriali del gruppo di intervento avevano ricevuto una diagnosi di disturbo di personalità (DP). Per garantire l’equilibrio, abbiamo selezionato intenzionalmente madri che avevano una PDI completa e trascritta e i cui dati demografici rilevanti erano completi. Queste madri erano entrate nell’intervento in momenti diversi, ma sono state incluse perché avevano tutte ricevuto una diagnosi principale di disturbo di personalità (n = 6) o una diagnosi di personalità aggiuntiva (secondaria) (n = 2) di DBP e disponevano di interviste trascritte al basale (cioè prima dell’inizio dell’intervento). La diagnosi di DBP si basava sulle valutazioni del personale terapeutico e clinico, effettuate con la Shedler-Westen Assessment Procedure (SWAP, Shedler e Westen, 2007).

Come mostra la tabella 1, l’età media delle madri era di 32 anni, con un intervallo da 21 a 47. Due delle madri erano di origine etnica nera africana, cinque di origine mista bianca/nera caraibica e una era bianca britannica. Ogni madre era stata inviata dai servizi sociali e i loro figli (di età compresa tra 0 e 3 anni, 4 maschi e 4 femmine) erano a rischio di allontanamento. Sei delle madri erano single e 2 avevano una relazione, e tutte avevano prole di meno di 3 anni. A tutte le madri sono stati attribuiti pseudonimi per tutelare la riservatezza.

Tabella 1 Caratteristiche delle madri con diagnosi di DBP e della loro prole

  • Nome: Alisha; Origine etnica: nera africana; Diagnosi di DBP principale o aggiuntiva: principale
  • Nome: Jasmine; Origine etnica: mista bianca/nera caraibica; Diagnosi di DBP principale o aggiuntiva: principale
  • Nome: Kimberley; Origine etnica: mista bianca/nera caraibica; Diagnosi di DBP principale o aggiuntiva: principale
  • Nome: Margaret; Origine etnica: mista bianca/nera caraibica; Diagnosi di DBP principale o aggiuntiva: principale
  • Nome: Nora; Origine etnica: nera africana; Diagnosi di DBP principale o aggiuntiva: principale
  • Nome: Ruby; Origine etnica: bianca britannica; Diagnosi di DBP principale o aggiuntiva: principale
  • Nome: Violet; Origine etnica: mista bianca/nera africana; Diagnosi di DBP principale o aggiuntiva: aggiuntiva
  • Nome: Anna; Origine etnica: mista nera africana/altra bianca; Diagnosi di DBP principale o aggiuntiva: aggiuntiva

Raccolta dei dati

Sono state raccolte interviste semistrutturate all’inizio, a metà e alla fine dell’intervento. Tuttavia, ai fini di questo studio ci si è concentrati soltanto sulla Parent Development Interview (PDI) al basale, raccolta prima dell’inizio del programma, poiché l’obiettivo era comprendere le esperienze delle figure genitoriali e non l’impatto dell’intervento.

La Parent Development Interview—Revised (PDI-R, Slade et al., 2004) è un’intervista semistrutturata che valuta la relazione genitoriale dal punto di vista della figura genitoriale, concentrandosi sul suo modello interno rappresentazionale e sul modo in cui vive la propria creatura. Viene solitamente utilizzata per misurare quantitativamente la «funzione riflessiva» (la capacità di comprendere sé e altre persone in termini di stati mentali intenzionali) delle figure genitoriali. A tal fine si utilizza una combinazione di domande di «richiesta» e di «permesso». Le domande di richiesta chiedono alle persone partecipanti di dimostrare la propria capacità di funzione riflessiva (per esempio, «descriva un momento dell’ultima settimana in cui lei e [suo figlio o sua figlia] proprio non vi “capivate”»). Le domande di permesso (per esempio, «in che modo pensa che la sua relazione con suo figlio o sua figlia stia influenzando il suo sviluppo o la sua personalità?») consentono di approfondire le questioni. Sebbene la PDI sia spesso codificata in modo quantitativo, raccoglie dalle figure genitoriali dati ricchi, adatti all’analisi qualitativa. Il presente studio ha esplorato le risposte alle domande della PDI per consentire una comprensione approfondita delle esperienze genitoriali. Le interviste sono state condotte da membri del gruppo di ricerca del progetto di valutazione complessiva o da personale clinico e sono durate circa un’ora.

Analisi

Le interviste sono state audioregistrate, poi trascritte alla lettera e preparate per l’analisi dei dati. Sono state anonimizzate per tutelare la riservatezza. È stata utilizzata l’Analisi Fenomenologica Interpretativa (IPA; Smith et al., 2009), poiché è esplicitamente idiografica ed esamina da vicino i dettagli di esperienze personali cariche di emozioni. Questo approccio qualitativo ha offerto la possibilità di esplorare in profondità come le figure genitoriali percepiscono e danno senso al fenomeno dell’essere genitori e del prendersi cura della prole di meno di 3 anni, in un contesto in cui è stato individuato un rischio di allontanamento dalla famiglia. L’IPA prevede una lettura attenta di ogni trascrizione per immergersi nei dati (Smith et al., 2009). Chi conduce la ricerca esamina dapprima i dati di ciascuna persona in modo descrittivo, mappando l’uso delle parole da parte delle persone partecipanti e le loro risposte a domande specifiche. Il passo successivo consiste nel cercare di comprendere il significato emotivo delle loro parole e nell’elaborare i primi temi. Nella fase finale si considerano le relazioni tra i temi, prima all’interno delle singole interviste e poi nell’insieme dei dati.

Poiché questa ricerca è stata condotta nell’ambito di un dottorato in psicoterapia psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza, il primo autore riconosce di comprendere e pensare i dati attraverso una lente psicoanalitica. Per tutta la durata del lavoro sono stati tenuti un diario riflessivo e note di campo. Inoltre, per far fronte a possibili distorsioni, abbiamo attuato un processo di validazione, e le verifiche sono state effettuate da una persona indipendente, anch’essa iscritta a un dottorato in psicoterapia psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza. Questa persona ha svolto un’analisi «alla cieca» di due trascrizioni, successivamente confrontata con l’analisi condotta dall’autore principale. Sebbene siano emerse alcune discrepanze minori, sono state discusse con attenzione e poi sottoposte al gruppo per un ulteriore esame. Di conseguenza sono stati apportati gli opportuni aggiustamenti. Diverse osservazioni e idee preziose di questa persona sono state integrate nell’analisi e alcuni sottotemi sono stati affinati ove necessario. In questo modo si è garantito che i dati fossero rappresentati in modo fedele e significativo, con nostra piena soddisfazione.

Risultati

Dai dati sono emersi quattro temi chiave, non del tutto separati o distinti tra loro: Esperienze passate che perseguitano, Esperienze emotive travolgenti, Idealizzare e denigrare: difficoltà a integrare le due esperienze, e Stati corporei e bisogno di vicinanza fisica. Sono stati inoltre individuati diversi sottotemi.

Esperienze passate che perseguitano

Un tema dominante, presente nei racconti di tutte le madri, era l’esperienza di avversità nell’infanzia, che a loro dire le aveva lasciate prive di modelli genitoriali positivi. Jasmine, a sua volta adottata, ricordava le esperienze difficili vissute nella sua famiglia:

«Penso che in generale la vita fosse semplicemente difficile con mia madre adottiva, perché era alcolista e passava quasi tutto il tempo a urlare». (Jasmine)

Diverse madri hanno parlato di abusi emotivi, fisici, verbali e sessuali subiti durante l’infanzia, in ambienti familiari instabili e imprevedibili in cui si sentivano insicure e confuse. Alisha ha descritto un’intera infanzia fatta di abusi e imprevedibilità:

«… sai, mio padre mi diceva di tornare da mia madre, mi buttava fuori, cioè mi trascinava per i capelli e mi metteva sull’autobus per tornare da mia madre… vado da mio padre, anche lui mi butta fuori, torno da mia madre, quindi mi sento rifiutata». (Alisha)

Questi ambienti incoerenti e abusanti lasciavano le madri con la sensazione di essere rifiutate e non riconosciute. Ruby ha descritto sentimenti di insicurezza e di sensibilità in sé stessa come madre, legati all’esperienza di non sentirsi al sicuro né protetta nella propria famiglia:

«Incoerenza. Un momento lei [sua madre] era gentilissima e il momento dopo era davvero trascurante o fredda, o il suo umore cambiava molto in fretta. –[Sono] insicura, decisamente, emotiva, troppo emotiva, sensibile. Sono molto insicura con la mia famiglia, ehm, non mi sento al sicuro con loro, è-, non mi sono mai sentita davvero al sicuro, c’è qualcosa che non va». (Ruby)

Pur parlando del desiderio di essere una presenza costante, sicura e affidabile per il proprio figlio, Ruby sentiva che le sue prime esperienze influivano sulla sua capacità di legarsi a lui:

«Ho trovato molto difficile legarmi a lui, molto, per gran parte del tempo, ehm. … quindi la difficoltà a legarmi a lui dipendeva, credo, dalla mia esperienza da bambina con mia madre e in parte con mio padre, e proprio dai problemi di abbandono e dal fatto che venivo lasciata spesso a piangere da sola nella culla». (Ruby)

Il sentirsi non amate, rifiutate e maltrattate generava nelle madri un forte desiderio di non somigliare alla propria madre e al proprio padre: volevano essere diverse con la loro prole e avere altre qualità genitoriali. Tuttavia molte, come Ruby, scoprivano che le esperienze passate vissute con i propri genitori tornavano a perseguitarle nella maternità e che era difficile lasciarsele alle spalle.

Margaret ha espresso un forte desiderio di non somigliare a sua madre, pur riconoscendo i modi in cui le somigliava:

«(I miei genitori) erano molto severi. Sono come lei (mia madre) nel senso che urlo tanto. Urlo tantissimo. E non voglio. … (Mi sento così in colpa) quando devo dire di no e poi gli do quello che vuole e mi sento davvero in colpa». (Margaret)

Qui Margaret descrive le tensioni che diverse madri hanno raccontato nel tentativo di creare per la propria prole un ambiente diverso da quello che avevano vissuto. Descrivevano sensi di colpa per il fatto di percepirsi simili alla propria madre o al proprio padre, il che a sua volta poteva portare a una sovracompensazione e a difficoltà nel porre limiti alla prole, per paura di apparire punitive.

Tutte le madri hanno descritto esperienze che le perseguitavano e le lasciavano tormentate da sentimenti di inadeguatezza rispetto alle proprie capacità genitoriali o, come ha detto una di loro, Violet, dal timore di essere «la madre migliore». Queste esperienze potevano innescare una spirale di esperienze emotive travolgenti.

Esperienze emotive travolgenti

Diverse madri hanno descritto sentimenti intensi e difficili vissuti in quanto madri.

Sentirsi sole

Tutte le madri hanno descritto di sentirsi isolate e sole. Questi sentimenti erano particolarmente acuti quando erano giù di morale o durante momenti difficili con i loro bambini e bambine. Come già detto, la maggior parte delle madri cresceva la prole da sola e spesso avrebbe voluto che qualcuno fosse lì ad aiutarla. Quando le è stato chiesto di descrivere un’esperienza difficile come madre, Nora ha detto:

«Affrontare le cose da sola, perché ci sono solo io, non ho nessuno che mi aiuti». (Nora)

Allo stesso modo, anche Ruby ha descritto di sentirsi sola e di aver bisogno di sostegno emotivo:

«Vorrei non dover fare così tante cose da sola e che ci fossero più persone intorno. Ci sono persone intorno, è solo che non-, sono lontane, quindi non- non sempre possono venire a dare una mano o semplicemente farmi compagnia, ehm, ma farebbe una grande differenza se lo facessero». (Ruby)

Violet e Anna erano le uniche due madri ad avere una relazione, eppure anche loro hanno descritto sentimenti di solitudine e l’impossibilità di condividere i propri sentimenti con qualcuno. Per esempio, Violet ha spiegato:

«Sono un po’ tipo, mi sento un po’ sola, sai, e così, e non so come parlargliene [al compagno]. E cose del genere, e sono davvero preoccupata. Volevo parlare con qualcuno. Mi sentivo così sola. Mi sono sentita sola». (Violet)

Prepararsi al peggio

Le madri collegavano talvolta il loro sentirsi sole a pensieri intrusivi negativi riguardo a qualcosa di brutto che potesse accadere a loro o alla loro prole. Per esempio, Margaret ha descritto le sue difficoltà quando la prole dormiva e lei restava sola:

«È in quei momenti, quando non sono occupata e sono sola, che mi vengono in mente pensieri brutti e intrusivi, che succederà qualcosa di brutto». (Margaret)

In modo analogo, Violet ha raccontato come i pensieri intrusivi su cose brutte che potevano accadere a lei o a sua figlia potessero farla sentire molto giù:

«Io solo- a volte bevo qualcosa. Ehm, a volte mi deprimo così tanto e mi chiudo nei miei pensieri e nei miei sentimenti e cose così…

… Ho paura di perderla. Io- ho paura tipo, ehm, penso a tutte queste cose». (Violet)

Sembra probabile che le paure delle madri legate alla perdita fossero esacerbate non solo dalle loro difficili circostanze passate e presenti, ma anche dal contesto del loro coinvolgimento con i servizi sociali per la tutela dei minori. Alisha, per esempio, ha descritto paure travolgenti che qualcuno le portasse via il figlio e di non riuscire a proteggerlo:

«Penso solo che qualcuno entrerà in casa mia e se lo porterà via, o che qualcuno mi farà qualcosa, o che morirò, o che mi succederà qualcosa e allora lui resterà nell’appartamento a urlare da solo, e ogni giorno ho sensazioni travolgenti che succederà qualcosa». (Alisha)

Queste paure intense e questi pensieri intrusivi aggravavano nelle madri la sensazione di non essere madri sufficientemente buone, facendole sentire in colpa. Spesso gestivano questi sentimenti diventando più iperprotettive verso la prole. Per esempio, Margaret ha detto di sentirsi «molto protettiva. [Sono] molto, molto protettiva come madre».

Rabbia quando si perde il controllo

In questo contesto, alcune madri hanno descritto quanto faticassero quando la prole non le ascoltava o le ignorava. Riflettendo su questi momenti, provavano rabbia e pensavano che bambine e bambini le facessero sentire peggio di proposito. Quando le è stato chiesto che cosa la facesse arrabbiare, Violet ha detto:

«È proprio che gioca, non mi ascolta. Mi mette in disordine la casa quando vado- quando metto in ordine. Rovescia le cose, agita il biberon dappertutto. … So che ha due anni, ma sa anche manipolarmi». (Violet)

Le madri constatavano che, quando la prole non le ascoltava, non si sentivano in controllo e trovavano la situazione molto difficile da gestire.

«Sentono quando sono arrabbiata e così. E ci giocano. Mi fanno saltare i nervi. Credo che lo trovino divertente». (Margaret)

Idealizzare e denigrare: difficoltà a integrare le due esperienze

Durante le interviste è emerso chiaramente che ogni madre alternava descrizioni idealizzate, quando parlava della relazione con la propria prole, all’espressione di una mancanza di connessione emotiva nei momenti di negatività e di sofferenza. In questi ultimi casi, presentavano la relazione con la prole come tutt’altro che perfetta. Questa doppia rappresentazione, in cui ogni madre oscillava tra idealizzazione e denigrazione, metteva in luce l’ambivalenza dei loro sentimenti verso la prole. È tuttavia importante considerare che questi sentimenti ambivalenti potevano essere compresi nel contesto della situazione difficile che stavano affrontando: l’ingresso in un intervento in cui venivano valutate le loro capacità genitoriali, una circostanza che probabilmente contribuiva alle loro emozioni contrastanti.

«Sei tutto per me»

In alcuni momenti, le madri descrivevano la propria prole come perfetta e la percepivano quasi come una salvezza, ciò che dava senso alla loro vita.

«Oddio, sì, se non fosse per (nome del bambino) oggi non sarei qui, mi sta ridando la vita». [Kimberley]

Nora ha descritto la sua bambina come il suo tutto, capace di ricoprire ogni genere di ruolo e di soddisfare bisogni lasciati insoddisfatti da altre persone della sua vita.

«È tutto per me, cioè, è mia figlia, il mio amore, è la mia migliore amica, è, è tutto per me, è mio padre, è mio fratello, è tutto». (Nora)

Anche Margaret ha descritto come avere un figlio l’avesse fatta crescere e maturare.

«Mi ha fatto crescere tanto. Mi ha fatto capire tante cose in-, cioè dentro di me e così. Ehm, decisamente mi calma tanto. Mi ha fatto crescere e maturare». (Margaret)

Entrambe le madri hanno parlato di quanto la loro prole le facesse evolvere e crescere, e di come fosse ciò che le teneva in vita. Per alcune madri, la prole sembrava rappresentare e sostituire altre relazioni che mancavano.

«Non riuscivo ad amarlo»

In altri momenti, le madri descrivevano difficoltà a legarsi alla propria prole. Kimberley ha descritto come i suoi pensieri intrusivi negativi e il suo senso di colpa le impedissero di sentirsi in connessione con il figlio.

«Molto giù, molto emotiva, non del tutto attaccata, capisci cosa intendo, come dovrei essere. Mi prendevo cura di lui ma non lo amavo quanto avrei dovuto, non stavo seduta con lui, capisci, e non lo tenevo in braccio come faccio quando sto bene. … Sai, la mia testa correva in continuazione, pensando solo a cose negative, brutte, e sentendomi in colpa perché mi sentivo in colpa guardando (il bambino). E poi sentendomi in colpa per un breve periodo perché desideravo di non doverlo avere, di non doverlo portare fuori». (Kimberley)

D’altra parte, Violet e Anna, le uniche due madri che vivevano con il partner, presentavano una visione più integrata, descrivendo esperienze sia difficili sia gratificanti nella relazione con la prole:

«Ma, ehm, sì, a dire il vero sì, è frustrante, è gratificante. Essere genitore è un sacco di cose, sai, ehm, ma non lo cambierei. Non cambierei [la bambina] e così. Ehm, quello che faccio, credo? È molto, molto appagante». (Violet)

Stati corporei e bisogno di vicinanza fisica

A volte le madri sembravano faticare a integrare l’idea che la loro prole avesse bisogni sia emotivi sia corporei. La maggior parte delle madri descriveva la prole come se avesse solo bisogni corporei, trascurando o negando i bisogni emotivi.

«Ha solo due anni, ancora non sente»

Interrogate sull’impatto dei propri stati emotivi sulla prole, la maggior parte delle madri ha risposto che bambine e bambini così piccoli non capiscono le emozioni. Si concentravano maggiormente sulle esigenze fisiche della prole in tenera età, come l’igiene e l’alimentazione. Kimberley ha detto:

«È contento quando ha mangiato ed è pulito (ride). Sì, è così che lo descriverei, si accontenta di poco. E sono quelle tre cose: basta che abbia mangiato … e abbia il sederino pulito ed è felice». (Kimberley)

Allo stesso modo, Nora ha detto:

«… darle da mangiare, cambiarle il pannolino, ehm, cose fisiche. Turbata? Ma è ancora una neonata, non può essere turbata, però se ha bisogno di qualcosa me lo fa sapere». (Nora)

Sebbene la maggior parte delle madri trovasse difficile pensare alla prole come a esseri emotivi, Ruby ha dato una descrizione toccante di suo figlio come di una creatura con bisogni sia fisici sia emotivi. Ciò può essere dipeso in parte dalla postura di chi conduceva l’intervista, dal momento che in questo caso era evidente che spesso le restituiva e convalidava le sue esperienze.

«… molto sensibile ai rumori e molto sensibile ai miei stati d’animo e a quelli di suo padre. È-, se sono ansiosa se ne accorge subito, ehm, e quando lui quando stavo attraversando un periodo in cui piangevo molto, si è arrivati al punto che mi guardava davvero se lo facevo, per scherzo, se facevo un verso di pianto “uaaaah”, mi guardava come per dire: mamma, adesso basta, ne ho abbastanza. Quindi è molto consapevole e molto sensibile. Forse “consapevole” sarebbe la parola migliore». (Ruby)

Il bisogno di vicinanza fisica e le difficoltà a separarsi

Forse in parte per via dell’attenzione rivolta ai bisogni fisici della prole, le madri manifestavano spesso il bisogno di starle fisicamente vicino. Questi sentimenti potevano anche essere legati al coinvolgimento delle madri con i servizi sociali per la tutela dei minori: l’ansia che la prole venisse loro tolta sembrava accentuare la sensazione di dover mantenere una stretta vicinanza fisica per proteggerla. Margaret ha descritto un senso di perdita quando il figlio non era con lei, rivelando anche le difficoltà che viveva nel separarsi da lui.

«Tipo quando va all’asilo nido io sono tipo: be’, dov’è il mio piccolo compagno d’avventure? Tipo, dov’è andato? Mi sento persa senza di lui. Cioè, lo amo tantissimo e lui di sicuro prova lo stesso per me». (Margaret)

Allo stesso modo, Nora ha raccontato:

«E poi, ma ovviamente non riesco a resisterle, dopo un po’ la prendo in braccio, ma non la tengo in braccio come facevo sempre prima, tipo quando mangia la tengo in braccio, si addormenta tra le mie mani». (Nora)

Nora e Margaret hanno descritto entrambe una sensazione di mancanza e il bisogno di stare molto vicine alla propria creatura, trovando difficile separarsene. Il racconto di Kimberley suggerisce che questo potrebbe derivare dalla paura di sentirsi esclusa e non più necessaria come madre: ha descritto in modo molto vivido la paura di non essere più importante man mano che il figlio diventava più autonomo, e la paura che gli accadesse qualcosa di brutto se non le stava fisicamente vicino:

«Non voglio che diventi troppo indipendente perché voglio che abbia bisogno di me, capisci cosa intendo? Voglio che mi voglia nella sua vita. Però mi piace; sono orgogliosa di lui». (Kimberley)

Le due madri che avevano un certo sostegno a casa e una relazione sembravano più capaci di riflettere sugli aspetti positivi della separazione man mano che la prole cresceva. Quando le è stato chiesto che cosa le desse più gioia nell’essere madre, Violet ha dato una risposta qualitativamente diversa da quella di Kimberley:

«Semplicemente vedere mia figlia crescere. Vedere come si sta sviluppando. Vedere, sai. Ehm, avere i ricordi e cose così, sai». (Violet)

Le madri manifestavano un vero bisogno di stare fisicamente vicine alla prole, il che generava ansia legata alla separazione ma offriva loro anche un’esperienza positiva e le aiutava a sentirsi più attaccate e legate alla prole.

Baci, coccole e gioco: «È tutto ciò di cui ho bisogno»

Sebbene la maggior parte delle madri mostrasse difficoltà a separarsi, questa vicinanza fisica offriva loro interazioni giocose di cui avevano molto bisogno. Kimberley ha descritto come stare vicina al figlio creasse un momento di gioia tra loro.

«È stato semplicemente bellissimo, capisci cosa intendo? Non so, non so spiegarlo, ride e torna da me, torna da me, poi mi salta addosso, mi abbraccia e, sai». (Kimberley)

Allo stesso modo, Jasmine ha descritto un momento di gioco affettuoso; hanno giocato insieme e per lei è stato un momento importante nella sua esperienza positiva di legame con la figlia:

«Era nella vasca e mi ha messo la schiuma dappertutto e sulla faccia … rideva tantissimo e ridevo anch’io». (Jasmine)

Tutte le descrizioni precedenti mostrano l’importanza della dimensione fisica del gioco, che è anche adeguata a questa fascia d’età. Violet ha descritto esperienze di questo tipo:

«E le faccio le coccole e il solletico e tutto e sì, giochiamo tanto insieme e le canto delle canzoni e cose così. Per questo è-, è divertente». (Violet)

Questo senso di vicinanza e di stare insieme alla prole sembrava dare a queste madri un senso di appartenenza e un significato nella loro vita, qualcosa che forse era mancato nei primi anni della loro stessa vita.

Discussione

Questo studio qualitativo ha esplorato le esperienze di madri con diagnosi di DBP e con prole di meno di 3 anni a rischio di allontanamento. La metodologia IPA ha consentito un’esplorazione approfondita delle esperienze genitoriali, e i racconti delle madri hanno fornito dettagli sui loro vissuti emotivi e comportamentali. Sono state descritte esperienze sia difficili sia gratificanti e, pur essendo emerse differenze, vi erano anche notevoli esperienze condivise. Sono stati individuati quattro temi principali, che si sovrapponevano e interagivano tra loro: «Esperienze passate che perseguitano», «Esperienze emotive travolgenti», «Idealizzare e denigrare: difficoltà a integrare le esperienze» e «Stati corporei e bisogno di vicinanza fisica».

Il primo tema, «Esperienze passate che perseguitano», era evidente nelle descrizioni che tutte le madri davano del crescere la prole e dell’essere state cresciute. Tutte le madri hanno parlato di esperienze sfavorevoli precoci che le avevano lasciate confuse, insicure, non riconosciute e rifiutate, così che erano arrivate alla maternità già in uno stato di fragilità. Studi precedenti hanno rilevato che la maggior parte delle figure genitoriali con diagnosi di DBP aveva vissuto avversità precoci, con ripercussioni sull’attaccamento e sullo sviluppo emotivo e cognitivo (Gunderson & Lyons-Ruth’s, 2008; Petfield et al., 2015; Geerling et al., 2019). Newman e Stevenson (2005) sostengono che i traumi precoci non «risolti» possano continuare a operare nelle relazioni adulte, sotto forma di rimesse in atto o di tentativi riparativi di cambiare dinamiche relazionali disturbanti. In questo studio, i tentativi riparativi delle madri erano evidenti nel loro forte desiderio di non somigliare alla propria madre e al proprio padre. Tuttavia, si sentivano anche in colpa quando riconoscevano caratteristiche simili tra il proprio modo di essere madri e quello dei propri genitori, il che a volte si traduceva a sua volta in difficoltà nel porre limiti adeguati alla prole per paura di sembrare punitive. Questo contribuiva alla loro fatica, in certi momenti, a sentirsi vicine e legate alla prole.

Nel contesto delle loro esperienze e, in molti casi, di un sostegno sociale limitato, le madri descrivevano spesso la genitorialità come un’esperienza solitaria e isolante, accompagnata da pensieri intrusivi negativi, ripetitivi e quotidiani, su cose brutte che potevano accadere a loro o alla prole. Ciò concorda con altri studi che descrivono il tumulto emotivo e cognitivo delle madri con diagnosi di DBP (Cook et al., 2003; Geerling et al., 2019). Alcune madri hanno espresso ambivalenza verso la prole o hanno avuto pensieri di non volerla, il che generava un forte senso di colpa. Per gestire e compensare queste emozioni, le madri hanno descritto di diventare iperprotettive e ipervigili e di prepararsi al peggio, come segnalato in studi precedenti (Beebe & Lachman, 1988; Bartsch et al., 2016). Tuttavia, in questo studio la paura della perdita e che accadessero cose brutte era probabilmente particolarmente acuta alla luce del coinvolgimento delle madri con i servizi sociali per la tutela dei minori e del rischio molto concreto che correvano di perdere l’affidamento della prole. Queste paure potevano rendere più difficile l’esercizio della genitorialità, e le madri descrivevano forti timori rispetto a qualsiasi separazione dalla prole. Come già riscontrato da ricerche precedenti, ciò poteva a sua volta peggiorare la loro salute mentale e il loro senso di sofferenza in un circolo vizioso (Kenny, 2017).

Un tema nuovo emerso da questo studio è «Stati corporei e bisogno di vicinanza fisica». Tutte le madri con DBP come diagnosi principale mostravano alcune difficoltà ad accettare o comprendere la propria prole come esseri dotati di emozioni. Risultati simili emergevano anche nello studio di Geerling et al. (2019), che esplorava l’impatto travolgente del pianto infantile sulle madri con diagnosi di DBP. Il meccanismo di coping di queste madri consisteva nello «scindere il proprio sé», occupandosi in modo pratico solo dei bisogni fisici dei loro bebè ed evitando le esperienze emotive nei momenti di maggiore intensità emotiva. Analogamente, in questo studio le madri potevano talvolta apparire preoccupate per le funzioni corporee della prole, esprimendo l’idea che non avesse ancora l’età per provare emozioni, oppure oscillando tra rappresentazioni idealizzate e intensi sentimenti negativi. La teoria dell’attaccamento sulla relazione tra madre e prole suggerisce che, quando le madri sono disponibili per la prole sia emotivamente sia fisicamente, il bambino o la bambina riesce a mantenere e sviluppare la convinzione che la madre sia disponibile in caso di bisogno, e si forma un attaccamento sicuro (Bowlby, 1973; Ainsworth, 1990; Kobak & Madsen, 2008). È possibile che le esperienze di avversità passate e in corso delle madri, la mancanza di modelli genitoriali interni positivi e l’ansia rispetto alle proprie competenze genitoriali abbiano compromesso la loro capacità di accettare o esprimere un’immagine interna più globale della prole. Colpiva anche il fatto che le due madri che avevano una relazione, e che forse per questo potevano contare su un certo sostegno e su meno stress nella cura quotidiana della prole, sembrassero esprimerne una visione più integrata.

Nonostante queste difficoltà, era anche evidente che le madri trovavano conforto e sicurezza nello stare fisicamente vicine alla prole. Le madri con diagnosi di DBP sono state fortemente criticate per le loro difficoltà relazionali con la prole e per la mancanza di capacità di mentalizzazione e di comprensione emotiva (Fonagy & Luyten, 2009; Dunn et al., 2020). Se il desiderio di vicinanza fisica alla prole può essere compreso in parte come un modo per affrontare paure comprensibili di perdita in madri la cui prole è a rischio di allontanamento, il gioco e la vicinanza fisica che le madri descrivevano sembravano anche svolgere un ruolo vitale nella costruzione del legame e nel sentirsi investite di uno scopo in quanto madri. Questo tema originale richiede ulteriori approfondimenti per comprendere meglio il vissuto e l’impatto della vicinanza fisica in questa popolazione.

Punti di forza e limiti

Sono pochissimi gli studi che hanno esplorato qualitativamente le esperienze di madri con diagnosi di DBP con prole di meno di 3 anni a rischio di allontanamento. La metodologia IPA ha consentito un’esplorazione approfondita delle loro esperienze.

Questo studio presenta tuttavia diversi limiti da considerare prima di generalizzare i risultati a una popolazione più ampia. È importante riconoscere che questo studio fa parte di uno studio più ampio che coinvolgeva figure genitoriali inviate dai servizi sociali a un intervento specialistico basato sulla mentalizzazione. Di conseguenza, è essenziale comprendere i risultati in questo contesto, riconoscendo per esempio che le opinioni delle madri partecipanti potrebbero non riflettere direttamente le loro esperienze e potrebbero essere state influenzate da un bias di desiderabilità sociale: in particolare, le madri potevano sentirsi sotto esame per le loro capacità genitoriali o temere di influenzare negativamente le decisioni del personale clinico riguardo alla prole, e ciò potrebbe aver inciso in vari modi sulle loro risposte.

Questo modello di analisi dei dati fornisce temi ricchi, derivati dall’esame approfondito del racconto di ciascuna partecipante. Per questo motivo il campione di questo studio è piccolo, il che non è insolito negli studi IPA (Smith et al., 2009). Il campione era molto specifico, poiché comprendeva madri entrate in un programma di intervento comunitario con prole di meno di 3 anni a rischio di allontanamento. Non è noto se i risultati possano essere generalizzati a madri di altri contesti. Anche la composizione socioculturale delle partecipanti era sorprendente. La maggior parte delle madri era di origine mista caraibica o mista/nera africana e solo una era bianca britannica. Bywaters et al. (2017) hanno rilevato che le madri nere potrebbero essere sovrarappresentate nei procedimenti del servizio sociale, mentre altre ricerche si sono chieste se le madri di origine nera, minorizzata o svantaggiata possano anche avere maggiori probabilità di ricevere una diagnosi di DBP e di subire discriminazioni all’interno dei servizi (Bacon et al., 2023; Dubriwny, 2010; Sweeney & Lever Taylor, 2019). Sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere meglio l’influenza dello status socioculturale in questo contesto. Un campione più ampio e diversificato, che dovrebbe includere anche i padri, aumenterebbe inoltre la generalizzabilità, dato che finora la maggior parte delle ricerche si è concentrata sulle madri (Newman et al., 2007). Un altro limite è che le interviste sono state condotte da persone diverse (del gruppo di ricerca o del personale clinico), il che potrebbe aver suscitato risposte diverse se, per esempio, chi intervistava convalidava più o meno le esperienze e le emozioni della madre, il che poteva portare le partecipanti ad aprirsi o a chiudersi. Inoltre, le madri potevano trovarsi in fasi diverse della loro vita e alcune potevano aver ricevuto più sostegno di altre prima di entrare in questo intervento comunitario. Alcune differenze nelle capacità riflessive tra le madri potrebbero quindi dipendere dalla partecipazione a interventi precedenti.

Implicazioni e raccomandazioni

Se replicati, questi risultati hanno diverse implicazioni per la pratica clinica e la ricerca. In primo luogo, è fondamentale comprendere il ruolo del trauma nelle esperienze genitoriali delle madri con diagnosi di DBP. Il personale clinico che lavora con queste madri deve anche essere consapevole di come il coinvolgimento dei servizi sociali possa aumentare la pressione su di loro, influenzando il loro modo di essere madri e i loro comportamenti verso la prole (Mason et al., 2020). Chi lavora clinicamente con questa popolazione deve offrire un ambiente convalidante e sicuro, in cui queste madri possano parlare più facilmente delle proprie difficoltà. Una psicoeducazione sullo sviluppo emotivo e fisico nella prima infanzia potrebbe essere utile in parallelo a un intervento come quello sviluppato da Sprengeler et al. (2021), che propone una psicoterapia psicodinamica breve genitore-bambino per la prima infanzia. Inoltre, l’educazione delle figure genitoriali sullo sviluppo infantile e sulla salute mentale della prima infanzia (IECMH) potrebbe aiutarle a comprendere lo sviluppo socio-emotivo in queste prime fasi. Tali interventi potrebbero includere, per esempio, il Circle of Security (Powell, et al., 2009), per aiutare le figure genitoriali a prestare attenzione sia alle esperienze corporee sia a quelle emotive della prole e rafforzare l’attaccamento reciproco. Inoltre, poiché le madri si sentono isolate e sole, appare importante rafforzare le loro reti di sostegno.

È però importante riconoscere che alcune esperienze descritte in questo studio, come i sentimenti di solitudine, l’ansia di separazione e il bisogno di vicinanza fisica, sono emozioni e vissuti che potrebbero essere universalmente condivisi da molte madri e molti padri. Di conseguenza, interventi pensati per affrontare queste esperienze comuni potrebbero risultare applicabili e utili anche alle figure genitoriali che convivono con un DBP.

Conclusione

In conclusione, questo studio offre spunti sulle esperienze genitoriali di madri con diagnosi di DBP e con prole di meno di 3 anni a rischio di allontanamento. L’avversità precoce sembrava avere un impatto significativo su queste madri, arrivate alla maternità già perseguitate dalle esperienze passate. Tutte le madri si sentivano isolate nel loro ruolo genitoriale e descrivevano pensieri intrusivi negativi, insieme a un’ansia intensa che potesse accadere qualcosa di brutto a loro o alla prole. Ciò innesca un’interazione dinamica di senso di colpa travolgente, difficoltà a integrare esperienze idealizzanti o denigranti della prole, iperprotezione e bisogno di sentirsi fisicamente vicine alla prole nel caso le accadesse qualcosa di brutto. Inoltre, trovavano difficile porre dei limiti e a volte vedevano nella prole una compensazione di altre relazioni che sentivano di non avere o che faticavano a sviluppare e mantenere. La maggior parte delle madri si concentrava molto sui bisogni fisici della prole, anziché vederla come composta di esseri umani dotati di emozioni. Tuttavia, le madri trovavano anche molto conforto nello stare fisicamente vicine alla prole, e questo poteva favorire il legame in via di sviluppo tra madre e figlio o figlia. L’ansia delle madri, la paura di perdere il controllo e i meccanismi di iperprotezione andrebbero considerati anche nel contesto di madri la cui prole è a rischio di allontanamento, per le quali la paura di perdere l’affidamento è vissuta come una conseguenza catastrofica. Abbiamo constatato che il coinvolgimento dei servizi sociali per la tutela dei minori esacerbava l’ansia e la sofferenza delle figure genitoriali e, anche per questo motivo, i servizi devono valutare il modo migliore per sostenere questa popolazione con un approccio informato sul trauma.

Complexe Systémique: punti chiave

Questo studio dà la parola a madri che di solito vengono descritte dall’esterno, attraverso una diagnosi e un fascicolo di tutela dei minori. I loro racconti si prestano a una lettura sistemica: una trasmissione intergenerazionale in cui il desiderio di fare diversamente convive con il senso di colpa del ripetere, una solitudine che pesa sulla relazione con la prole e un contesto di valutazione tutt’altro che neutro. La paura dell’allontanamento alimenta l’iperprotezione e il bisogno di vicinanza fisica; il gruppo di ricerca vi legge una difficoltà a riconoscere la prole come composta di esseri emotivi, ma anche una risorsa, perché il gioco e le coccole creano legame. Le due madri che avevano una relazione mostravano una visione più integrata della propria prole, il che invita a guardare la rete di sostegno tanto quanto la madre stessa. Per la clinica, la lezione è tenere conto dell’effetto dello sguardo istituzionale su ciò che si osserva, e accompagnare invece di limitarsi a valutare. Il campione è molto ridotto, la lettura psicoanalitica è esplicita e la stessa diagnosi di DBP è contestata. Da leggere insieme a l’articolo sul genogramma nello studio delle famiglie toccate dal disturbo borderline di personalità e a l’articolo sull’intervista sull’attaccamento adulto per spezzare il ciclo del trauma intergenerazionale.

Note dell’originale

Ringraziamenti. Questo studio è stato approvato dal comitato etico competente, come specificato nell’articolo. Chi firma l’articolo desidera esprimere la propria gratitudine alle madri che hanno preso parte a questo programma e a questo studio, per aver condiviso il loro tempo, la loro fiducia e il loro percorso personale, al gruppo di ricerca e al personale clinico per la raccolta dei dati, e alle colleghe e ai colleghi per l’aiuto e i consigli forniti in questo progetto.

Approvazione etica. L’approvazione etica per la valutazione complessiva del progetto è stata ottenuta dal comitato etico dello University College London (6821/001). Le persone partecipanti hanno dato il consenso scritto alla raccolta e all’analisi dei dati a fini di ricerca. Questa ricerca non ha ricevuto alcun finanziamento specifico da enti finanziatori del settore pubblico, commerciale o non profit.

Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere alcun conflitto di interessi.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Navigating parenthood: A qualitative exploration of the experience of mothers with a Borderline Personality diagnosis, di Nikolaos Tzikas, Nick Midgley e Billie Lever Taylor, Journal of Child and Family Studies, vol. 34, no 7 (2025), doi: 10.1007/s10826-024-02952-6, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione in italiano, tabella presentata sotto forma di elenco). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

L’articolo originale è «Navigating parenthood: A qualitative exploration of the experience of mothers with a Borderline Personality diagnosis», pubblicato in Journal of Child and Family Studies (2025) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Tzikas, N., Midgley, N., e Lever Taylor, B. (2025). Navigating parenthood: A qualitative exploration of the experience of mothers with a Borderline Personality diagnosis. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/navigating-parenthood-a-qualitative-exploration-of-the-experience-of-mothers (Opera originale pubblicata nel 2025 in Journal of Child and Family Studies, 34(7), 1808-1819 (2025); ripubblicata nel 2025 da Journal of Child and Family Studies, https://link.springer.com/article/10.1007/s10826-024-02952-6)

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