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Family Relations · Famiglia
Diventare madre a 15 o 16 anni significa avere bisogno della propria madre proprio nel momento in cui l’adolescenza spinge ad allontanarsene. A partire dai racconti di nove giovani donne dell’Appalachia rurale, Casey McGregor e Joyce Arditti mostrano come l’aiuto delle nonne possa aprire o chiudere la porta alla maternità, e perché questo sostegno venga vissuto come una prova d’amore.
Traduzione non ufficiale in italiano di The paradox of family support for young mothers: An interpretive phenomenology analysis, di Casey M. McGregor e Joyce A. Arditti, pubblicato in Family Relations (Wiley) (2023), doi: 10.1111/fare.12800, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
l’essenza del gatekeeping è il potere che una persona detiene ed esercita nel facilitare o limitare l’accesso alla prole
Casey M. McGregor e Joyce A. Arditti
Abstract
Obiettivo. Abbiamo cercato di far luce sulle esperienze vissute di chi diventa madre durante l’adolescenza nel contesto della cura familiare multigenerazionale.
Contesto. L’adolescenza è una fase dello sviluppo in cui la formazione dell’identità è più saliente e che è caratterizzata dalla separazione dai genitori (Erikson, 1968). La gravidanza in età adolescenziale rappresenta quindi uno scenario particolare, in cui le madri adolescenti e le loro famiglie possono avere bisogno di rinegoziare l’autonomia e i ruoli di cura.
Metodo. Sono stati utilizzati metodi qualitativi, e l’analisi fenomenologica interpretativa, per esplorare le esperienze vissute di nove donne diventate madri prima dei 19 anni. Le madri sono state reclutate in aree rurali dell’Appalachia centrale, negli Stati Uniti.
Risultati. Abbiamo individuato l’essenza delle esperienze vissute dalle giovani madri riguardo alle cure ricevute durante la transizione alla genitorialità in adolescenza. Le madri equiparavano il sostegno strumentale ed emotivo della famiglia al fatto di essere esse stesse «degne d’amore» e interpretavano il sostegno come un indicatore della loro crescente competenza di madri.
Conclusioni. La maternità giovane è apparsa come un paradosso evolutivo, nella misura in cui la loro identità adolescente entrava in conflitto con la loro identità materna.
Implicazioni. Le giovani madri trarrebbero beneficio da interventi su più livelli. Piuttosto, chi opera professionalmente potrebbe valutare di sostenere l’intera famiglia delle giovani madri, fornendo i mezzi per creare un ambiente sano e di supporto per la madre e per la sua prole.
La transizione alla genitorialità è un importante punto di svolta nel corso della vita, che riorganizza profondamente le identità, i comportamenti e le relazioni adulte (ad es. Belsky, 1986). Nonostante le presunte gioie della genitorialità, la ricerca ha costantemente mostrato che negli Stati Uniti diventare genitori è spesso vissuto insieme a stress e ad altri indicatori negativi di salute mentale (ad es. Epifanio et al., 2015). La portata della transizione alla genitorialità può essere ancora maggiore per le persone adolescenti, data la salienza dello sviluppo identitario emergente, il loro bisogno di sostegno e la loro vulnerabilità allo stress e alla depressione (Allen et al., 1994). In effetti, il 61% delle madri adolescenti soffriva di depressione post partum, contro il 38% delle madri adulte (Yozwiak, 2010). Le madri adolescenti possono essere più esposte alla depressione post partum e ad altri esiti negativi di salute mentale, in parte perché devono cercare di integrare molteplici ruoli negoziando al tempo stesso la tensione tra il desiderio di autonomia dalla famiglia d’origine e il bisogno di sostegno nella cura (Birkeland et al., 2005). In effetti, in adolescenza mancano in genere esperienza e conoscenze sullo sviluppo infantile (Bornstein et al., 2010); per questo può essere particolarmente necessario il sostegno familiare mentre si impara a conciliare la genitorialità con le altre esigenze di vita tipiche dell’adolescenza. Dipendere dalla famiglia per il sostegno nella cura, tuttavia, può creare difficoltà alle giovani madri, alle prese con le loro molteplici identità (cioè adolescente e madre; ad es. SmithBattle, 1996).
Lo sviluppo dell’identità in adolescenza comporta spesso un processo di individuazione rispetto ai genitori, poiché la gioventù cerca di essere autonoma e di ridurre il proprio attaccamento ai familiari più stretti (Koepke & Denissen, 2012). Questi cambiamenti identitari non sono soltanto intrapsichici, ma anche interpersonali, e comportano transazioni dinamiche tra la gioventù e i genitori. La transizione alla genitorialità, e in particolare la maternità giovane, aggiunge ulteriori strati allo sviluppo identitario adolescenziale. La teoria del diventare madre (Mercer, 2004) mette in luce il processo di acquisizione dell’esperienza e delle competenze materne, che contribuisce in ultima analisi a consolidare l’identità materna, cioè l’interiorizzazione della maternità e l’attaccamento al neonato. Le adolescenti possono non essere pronte, fisicamente ed emotivamente, ad assumere il ruolo materno (Panthumas & Kittipichai, 2019), il che ha implicazioni per lo sviluppo dell’identità materna e per le concezioni più ampie dello sviluppo identitario incentrate sull’autonomia dai genitori (cfr. Koepke & Dennisen, 2012). Ad esempio, la maternità adolescente complica l’acquisizione del ruolo materno e lo sviluppo identitario perché in genere richiede alle adolescenti di avvicinarsi ai genitori, anziché separarsene, a causa del bisogno di aiuto nella cura del neonato e della prole (Panthumas & Kittipichai, 2019). Uno scenario del genere può contribuire a dinamiche complesse riguardo a che cosa significhi essere autonome e al processo di individuazione dai genitori, che può essere parte integrante della cura e dell’educazione della prole delle giovani madri. In effetti, SmithBattle (1996) ha descritto scenari familiari complessi in cui le adolescenti e la loro famiglia si confrontavano con le nuove responsabilità e i nuovi ruoli portati dalla gravidanza adolescenziale e dalla nascita che ne seguiva. SmithBattle (1996) ha individuato due strade che le nonne sembrano seguire quando si prendono cura delle madri adolescenti e della loro prole: una cura responsiva o una cura conflittuale. La cura responsiva caratterizzava le nonne che valutavano positivamente le capacità genitoriali delle giovani madri e le sostenevano senza sostituirsi a loro. Al contrario, la cura conflittuale descriveva le nonne che minavano la responsabilità genitoriale delle giovani madri (SmithBattle, 1996). La presente ricerca intendeva andare oltre l’esame dei tipi di cura prestati dalle nonne. Si è scelto invece di esplorare le esperienze delle giovani madri in relazione alla loro identità materna nel contesto del sostegno familiare alla cura. La domanda di ricerca generale che ha guidato lo studio era la seguente: qual è la natura delle esperienze vissute dalle giovani madri delle aree rurali per quanto riguarda la maternità precoce e il sostegno alla cura nel contesto familiare?
Sebbene i tassi di gravidanza adolescenziale siano diminuiti negli ultimi decenni, la maternità precoce resta una questione importante negli Stati Uniti, in particolare nella regione dell’Appalachia, dove i tassi di natalità adolescenziale sono particolarmente elevati (Hale et al., 2022). La regione dell’Appalachia comprende 13 stati e si estende su 206.000 miglia quadrate, dal sud dello Stato di New York al nord del Mississippi. Questa regione degli Stati Uniti è da tempo caratterizzata da povertà cronica, disoccupazione diffusa, alti tassi di natalità adolescenziale e una mortalità infantile superiore alla media (Hale et al., 2022). Hale et al. (2022) hanno infatti rilevato che i tassi di natalità adolescenziale nelle contee dell’Appalachia caratterizzate da vulnerabilità economica erano tra i più alti del Paese, rispetto ad altre contee appalachiane e non appalachiane. Inoltre, le contee dell’Appalachia centrale, ossia quelle della Virginia Occidentale e di parti della Virginia, del Kentucky, del Tennessee e della Carolina del Nord, presentavano tassi eccezionalmente alti, sebbene in quelle stesse contee si sia registrato anche il calo più marcato della natalità adolescenziale tra il 2012 e il 2018 (Hale et al., 2022).
L’evidenza di tassi di natalità adolescenziale sproporzionatamente alti in Appalachia giustifica un’attenzione particolare al modo in cui le famiglie delle contee dell’Appalachia centrale affrontano la genitorialità adolescente in contesti più ampi di svantaggio. Al di là della problematizzazione della gravidanza adolescenziale tra la gioventù appalachiana, un approccio basato sui punti di forza allo studio delle famiglie marginalizzate (cfr. Walsh, 2015) offre una comprensione cruciale delle strategie di fronteggiamento e della resilienza delle giovani madri e della loro parentela in contesti prevalentemente svantaggiati sul piano economico. In effetti, le famiglie dell’Appalachia sono state descritte come resilienti, autosufficienti e piene di risorse (Denham, 2016). Uno dei modi principali con cui queste famiglie rispondono alle avversità è appoggiarsi fortemente alla famiglia (Keefe, 1988). La maternità giovane è uno scenario che probabilmente intensifica il bisogno di sostegno strumentale ed emotivo da parte dei familiari. Il presente studio esamina il modo in cui le giovani madri gestiscono i propri bisogni di sostegno all’interno della famiglia d’origine, insieme alla loro individuazione dai genitori e allo sviluppo dell’identità materna. Comprendere questi processi può rivelare fonti di resilienza tra le giovani madri e le loro famiglie e mettere in luce la natura interpersonale e variegata dello sviluppo identitario.
La presente ricerca si è fondata su un quadro teorico integrativo, alimentato dallo sviluppo dell’identità nel contesto dei processi familiari di livello micro (Koepke & Denissen, 2012) e dal quadro dei kinscripts, o copioni di parentela (Stack & Burton, 1993). In primo luogo, è ampiamente accettato che un tratto distintivo dell’adolescenza sia la formazione dell’identità, intesa come senso di sé costruito a partire da convinzioni, relazioni ed esperienze interiorizzate (Erikson, 1968). Se l’adolescenza è una fase dello sviluppo in cui la formazione dell’identità è più saliente, è importante esplorare come venga vissuta, nel contesto familiare, una grande trasformazione di ruolo durante l’adolescenza. In effetti, secondo Erikson (1968), l’identità si costruisce attraverso le interazioni tra l’ambiente di una persona e le sue caratteristiche intrapsichiche. In questa prospettiva, l’identità adolescente è in parte plasmata dalle relazioni di livello micro (Koepke & Denissen, 2012). Quando un’adolescente diventa madre, si può dunque supporre che anche la sua nuova identità materna sia plasmata dalle interazioni con la sua famiglia. In effetti, è emerso che l’autostima delle madri adolescenti, considerata un indicatore del raggiungimento dell’identità (Erikson, 1968), è direttamente correlata alle competenze genitoriali (Hurlbut et al., 1997), il che sottolinea l’importanza di considerare lo sviluppo dell’identità materna nel contesto della maternità giovane.
Il quadro dei kinscripts (Stack & Burton, 1993) offre una struttura più precisa per esaminare il modo in cui i cambiamenti di ruolo, come l’ingresso nella maternità durante l’adolescenza, vengono vissuti all’interno del sistema familiare. I kinscripts offrono una lente per esaminare come i ruoli di cura vengano negoziati e svolti attraverso i concetti di kinwork (lavoro di parentela) e di kinscription (assegnazione di parentela), che potrebbero aiutare a fondare la nostra comprensione della formazione dell’identità quando una persona giovane diventa madre. Il kinwork indica i compiti e gli incarichi attesi dai sistemi familiari, che devono essere svolti perché la famiglia duri nel tempo, come i compiti di cura dell’infanzia (ad es. nutrire, lavare, accudire; Stack & Burton, 1993). La kinscription riguarda il processo di assegnazione del kinwork ai membri della famiglia, ad esempio designando alcuni familiari perché si occupino dei più piccoli. Nello scenario della maternità giovane, la kinscription è multigenerazionale e possono esserci ambiguità o disaccordi nell’assegnazione del kinwork. Ad esempio, giovani madri e nonne possono avere convinzioni diverse su chi sia responsabile delle decisioni genitoriali (ad es. quali vaccinazioni fare) e su come svolgere compiti genitoriali essenziali (ad es. il bagnetto). L’adolescenza può conferire un potere diseguale a nonne e giovani madri, nella misura in cui le giovani madri sono ancora viste come «bambine» e le nonne considerate «esperte» in fatto di genitorialità. Una kinscription segnata da disaccordi e disuguaglianze di potere potrebbe costituire un dilemma evolutivo per le giovani madri, che cercano di individuarsi, sviluppare competenze adulte e ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno per svolgere il compito genitoriale. In effetti, i marcatori tradizionali dell’età adulta comprendono un certo grado di indipendenza economica e familiare insieme all’ingresso nella genitorialità (Tagliabue et al., 2016); eppure diventare genitori in adolescenza non equivale necessariamente a raggiungere gli altri marcatori economici e sociali dell’età adulta. La maternità giovane richiede spesso un grande sostegno familiare, in particolare in contesti socialmente ed economicamente svantaggiati, il che impone una comprensione più ampia di che cosa significhi essere adulte.
Il presente studio ha esplorato la kinscription nel contesto della maternità giovane in nuclei familiari multigenerazionali dell’Appalachia centrale rurale. Ci interessava in particolare mettere a fuoco il modo in cui le giovani madri negoziavano e vivevano il sostegno alla cura offerto dalla famiglia, e come queste interazioni sembrassero plasmare il loro senso interiorizzato di identità materna. In effetti, le madri adolescenti restano spesso nella casa d’origine, che può offrire un ambiente di sostegno mentre imparano a crescere i loro piccoli (SmithBattle, 1996). Inoltre, le famiglie appalachiane sono note per affidarsi alla cura familiare multigenerazionale per far fronte ai propri bisogni (Keefe, 1988), il che può offrire ambienti adattivi alle giovani madri e alla loro prole. Concentrarsi sulle dinamiche familiari intergenerazionali delle famiglie appalachiane è particolarmente cruciale, visti i tassi eccezionalmente alti di natalità adolescenziale registrati in questa specifica regione degli Stati Uniti.
È stato adottato un approccio qualitativo fenomenologico, volto a cogliere il significato profondo o l’«essenza» dell’esperienza vissuta (Burch, 2002) delle giovani madri. L’esperienza vissuta indica la conoscenza personale delle partecipanti fondata sul loro coinvolgimento diretto. Essa incarna i racconti delle partecipanti stesse su come hanno vissuto il fenomeno studiato e sui significati che vi hanno associato, anziché le rappresentazioni che ne danno altre persone (van Manen, 2016). In questo caso, l’esperienza vissuta è stata colta attraverso i racconti di giovani madri adulte su come hanno vissuto il sostegno familiare in relazione alla loro transizione alla maternità durante l’adolescenza e alla cura della loro prole.
È stato elaborato un protocollo di intervista semistrutturata, fondato sul quadro dei kinscripts, per rispondere a domande relative alle esperienze di sostegno alla cura delle giovani madri nel contesto familiare. Le domande erano aperte e le madri avevano la possibilità di soffermarsi sulle questioni che ritenevano importanti. La domanda d’apertura dell’intervista era: «Raccontami un po’ di tuo figlio o di tua figlia». Le domande successive riguardavano la qualità delle relazioni delle madri e gli eventuali cambiamenti vissuti durante la gravidanza e il parto, nonché la loro percezione di come la famiglia d’origine avesse visto la gravidanza. La maggior parte dell’intervista è stata dedicata a comprendere le esperienze delle madri relative al sostegno familiare dopo la nascita. Tra gli esempi di domande sul sostegno: «Chi ti ha aiutata di più a prenderti cura del bebè?»; «Che cosa faceva questa persona per te e per il bebè?»; e «Come si è deciso chi avrebbe aiutato a prendersi cura del tuo bebè?». Tutte le interviste sono state audioregistrate e trascritte alla lettera, e sono stati attribuiti pseudonimi per proteggere l’identità delle partecipanti. Ogni madre è stata intervistata una sola volta, a casa propria (n = 5), a casa di una persona amica (n = 1), in un luogo pubblico come un parco cittadino (n = 2) o in una stanza riservata di un edificio del campus universitario (n = 1).
Nel presente studio sono state utilizzate strategie di campionamento intenzionale (Patton, 2002). Per cogliere i significati associati alla maternità adolescente e alle esperienze di sostegno familiare, potevano partecipare allo studio giovani donne adulte che avessero partorito almeno una volta prima dei 19 anni e che avessero vissuto in un nucleo familiare multigenerazionale dopo il parto. Il reclutamento si è concentrato su aree rurali della regione dell’Appalachia centrale, in Virginia e in Virginia Occidentale. È avvenuto tramite la diffusione elettronica di un volantino dello studio presso i servizi sociali locali (ad es. lo Special Supplemental Nutrition Program for Women, Infants, and Children [WIC]), i servizi per la prima infanzia e gruppi locali sui social media. Alle partecipanti è stata offerta una carta regalo Walmart da 20,00 dollari per la loro partecipazione. Lo studio è stato approvato dal comitato etico istituzionale dell’ateneo di chi firma l’articolo.
Hanno partecipato al presente studio nove madri di età compresa tra 19 e 28 anni (M = 23.33 anni). Le madri hanno riferito di avere tra 15 e 18 anni al momento del primo parto (M = 16.6 anni). Due madri avevano partorito una seconda volta tra i 18 e i 19 anni. Al momento dello studio, l’età della prole andava da 5 mesi a 12 anni (M = 6.27 anni). Il livello di istruzione delle madri era il seguente: scuola superiore non completata (due madri; 22%), diploma di scuola superiore o GED (tre madri; 33%), università non completata (tre madri; 33%) e laurea (una madre; 11%). Delle nove madri dello studio, tre hanno dichiarato di essere single (33%), tre sposate (33%), due convivevano con il partner (22%) e una madre (11%) era separata. Secondo le soglie federali di povertà del 2018, il 78% delle madri e delle loro famiglie si trovava al di sotto o al livello della soglia di povertà. Otto delle giovani madri si sono dichiarate bianche e una madre si è dichiarata birazziale.
Per analizzare i racconti delle madri sulle loro esperienze vissute durante la transizione alla maternità in adolescenza è stata impiegata l’analisi fenomenologica interpretativa (IPA; Smith, 1996). L’IPA ha due obiettivi: il primo è comprendere l’esperienza delle partecipanti e descrivere com’è (Larkin et al., 2006). Il secondo è analizzare criticamente l’esperienza vissuta delle partecipanti e collegarla a contesti sociali, culturali e teorici più ampi (Larkin et al., 2006). In linea con l’IPA, le trascrizioni delle interviste sono state scomposte; si è poi proceduto a un esame accurato dei temi o codici ricorrenti (cioè un’analisi tematica) e infine il racconto complessivo (cioè le esperienze vissute) è stato ricostruito attorno ai temi principali (Starks & Trinidad, 2007). Infine, abbiamo esaminato criticamente le esperienze delle partecipanti e collegato le nostre interpretazioni alla letteratura più ampia delle scienze della famiglia e alla teoria. Per garantire il rigore lungo tutto il processo di analisi, abbiamo seguito le cinque fasi dell’analisi dei dati fenomenologici descritte da Groenewald (2004): la messa tra parentesi (bracketing), l’estrazione di unità di significato dai dati, il raggruppamento delle unità di significato in temi generali, la sintesi di tutte le interviste per convalidare i temi e la composizione dei temi comuni a tutte o quasi tutte le partecipanti. La saturazione dei codici e dei significati (Hennink et al., 2017) è stata raggiunta codificando ciascuna trascrizione e documentando i nuovi codici emersi. Chi firma l’articolo ha poi discusso i codici iniziali fino al raggiungimento del consenso, individuando i temi ricorrenti e condensandoli in una griglia di codifica usata per organizzare i dati. Infine, tutte le trascrizioni sono state riesaminate e codificate di nuovo per assicurarsi che la griglia di codifica finale cogliesse fedelmente l’esperienza vissuta delle partecipanti.
L’essenza dell’esperienza vissuta dalle giovani madri era un paradosso tra il loro desiderio di essere madri autonome e, al tempo stesso, il fatto di ricevere sostegno nella cura dai familiari più stretti, di solito la madre della partecipante (che chiamiamo nonna). La tensione tra il desiderio di autonomia delle madri e il sostegno veniva descritta, in generale, come un’esperienza positiva o negativa a seconda di come le giovani madri ricevevano il sostegno dalla famiglia. Le giovani madri di questo studio hanno descritto due tipi di cura prestati dalle nonne o da altre figure genitoriali, che abbiamo concettualizzato come dimensioni del gatekeeping (controllo dell’accesso). Nella letteratura delle scienze della famiglia, il gatekeeping indica in genere comportamenti consci o inconsci che facilitano o impediscono il contatto della prole con altri membri della famiglia, spesso l’altro genitore (Tasca, 2016). Qui usiamo il termine per indicare i comportamenti delle nonne volti a incoraggiare o scoraggiare la genitorialità e le decisioni delle giovani madri. Sviluppiamo questi risultati descrivendo prima il modo in cui le giovani madri costruivano significato attorno ai diversi tipi di sostegno familiare, e illustrando poi come il gatekeeping delle nonne suscitasse tutta una gamma di emozioni rispetto al modo in cui le partecipanti interpretavano la propria identità e la propria competenza di madri. Infine, mettiamo in luce come il bisogno di sostegno nella cura delle giovani madri apparisse come un paradosso: la maternità giovane sembrava entrare in conflitto con i compiti evolutivi dell’adolescenza, in termini di sviluppo dell’autonomia e di separazione dalla famiglia d’origine.
Le esperienze delle nove madri del presente studio erano diverse, ma tutte hanno espresso temi centrali che abbiamo interpretato come l’essenza dell’essere una giovane madre nel contesto del sostegno familiare alla cura, all’interno del contesto più ampio dell’Appalachia rurale. Uno dei temi emersi è stato il significato profondo che le madri collegavano al sostegno familiare nella cura. Il sostegno alla cura, cioè l’aiuto fornito mentre le neomadri si adattavano alle nuove responsabilità genitoriali, sembrava essere equiparato all’amore. Le madri i cui familiari erano desiderosi di sostenerle nel nuovo ruolo interpretavano questi gesti come una dimostrazione di accettazione e di vicinanza emotiva. Ivy, ad esempio, rimasta incinta a 16 anni, ha raccontato come si fosse resa conto che i suoi genitori le volevano bene vedendo il legame che stringevano con suo figlio e la loro determinazione a sostenerla per tutta la gravidanza precoce e nella crescita del bambino:
Ivy: Credo che [i rapporti con i miei genitori] siano diventati più forti, perché mi sono resa conto di quanto sostegno avevo e di quanto fossi amata davvero, e vedere mia mamma e il mio patrigno con mio figlio è stato bellissimo. Tutto l’amore che gli davano e così via. Credo che ci abbia avvicinati più di quanto ci abbia divisi… Si sono presi cura di me, quando non potevo permettermi di comprargli delle cose [al bambino] le compravano loro, e sai, tanti genitori fanno tipo «ok, sei incinta, ciao!» e ti buttano fuori di casa, ma i miei mi hanno tenuta con loro, mi hanno aiutata a prendermi cura di mio figlio, mi hanno aiutata a prendere il GED, mi hanno comprato una macchina, insomma hanno fatto di tutto per aiutarmi ad arrivare dove dovevo arrivare per costruire una vita per me e per lui.
Considerando la riflessione di Ivy sul modo in cui i suoi genitori hanno reagito alla sua gravidanza precoce, si può dedurre che l’amore, in questo contesto, si definisca come un sentimento di vicinanza emotiva. Questo sentimento sembrava nascere dall’accettazione, da parte della famiglia d’origine, del bebè e della situazione di genitorialità precoce, dall’esperienza del legame familiare e dal sostegno strumentale, emotivo ed economico. Al contrario, le giovani madri a cui erano stati negati un’accettazione e un sostegno che rispettassero la loro autonomia e ne affermassero il valore potevano sentirsi ferite e non amate. Ad esempio, Amber, madre di tre bambini piccoli e incinta del quarto, è diventata madre per la prima volta a 17 anni. Amber ricordava la sua angoscia per non aver avuto il sostegno della madre nella cura:
Amber: Cioè, lei [la madre di Amber] non faceva quello che avevo bisogno che facesse, non le importava… ma a parte questo, quel sostegno o quello che è, lei non c’era… complicava solo le cose. Faceva male anche a me, sai, come ho detto, ti mettono un bambino in braccio e io non so cosa sto facendo! Doveva aiutarmi e invece di aiutarmi me lo [il bambino] portava via… Tutti vogliono la loro mamma e vogliono che ci sia, e il suo sostegno, ma io quel sostegno non l’ho mai avuto davvero. Non è che volesse aiutarmi. Voleva solo portarmi via il bambino, ecco cos’era.
Le difficoltà familiari come la povertà e la tossicodipendenza, molto diffuse nei contesti appalachiani (Moody et al., 2017), sono particolarmente importanti per capire come e perché alcune giovani madri, come Amber, riferiscano un’assenza di cura e di sostegno da parte della loro famiglia. Ad esempio, durante l’intervista, Amber ha raccontato come sua madre lottasse contro la dipendenza dall’alcol e avesse capacità limitate di crescere lei e i suoi fratelli. Amber ha riferito di aver trascorso gran parte dell’infanzia in affido familiare perché la madre non era in grado di prendersi cura di lei in modo adeguato. Amber ha inoltre raccontato che la madre le aveva rubato molti degli oggetti ricevuti per il bebè durante il suo baby shower. Quando nell’intervista le è stato chiesto perché pensasse che la madre avesse rubato quegli oggetti, come la culla, Amber ha risposto che era per poterli restituire da Walmart e ottenere contanti. In effetti, problemi come la dipendenza da sostanze, la povertà e l’instabilità familiare erano evidenti nei racconti delle giovani madri sulla qualità del sostegno e della cura ricevuti dalla loro famiglia.
Sebbene il sostegno alla cura, o la sua mancanza, sembrasse essere interpretato come amore dalle giovani madri, ulteriori significati venivano attribuiti al processo attraverso il quale il sostegno familiare veniva loro offerto. Abbiamo delineato questo processo, in senso ampio, come gatekeeping ed esaminato la costruzione di significato che le giovani madri elaboravano attorno alle situazioni di gatekeeping, soprattutto nelle loro interazioni con le nonne della loro prole. Attorno a queste esperienze di gatekeeping sono stati discussi significati più profondi riguardanti il loro status di adulte, la loro competenza di madri e le loro relazioni emotive con la prole e con altri membri della famiglia.
Il gatekeeping consisteva in comportamenti di incoraggiamento (apertura della porta) o di scoraggiamento (chiusura della porta) volti a facilitare o limitare il coinvolgimento di un genitore nei compiti di cura (Schoppe-Sullivan et al., 2008). I comportamenti di apertura della porta sembravano i più utili per le neomadri, che li descrivevano come un sostegno al loro ruolo nascente di mamme. Le madri che descrivevano questo tipo di sostegno sembravano anche convinte di essere amate e accettate dalla famiglia, il che dava loro fiducia nelle proprie capacità genitoriali. All’opposto dell’apertura della porta, i comportamenti familiari di chiusura della porta venivano descritti dalle giovani madri come un ostacolo alla loro transizione alla maternità, che risultava allora segnata dal tormento e dal dolore.
«Non mi lasciava fare niente!»: la chiusura della porta da parte delle nonne come fonte di sofferenza.
Le giovani madri del presente studio hanno descritto i comportamenti di chiusura della porta delle nonne come una limitazione o uno scoraggiamento dei loro sforzi di occuparsi dei propri piccoli. Le descrizioni di questi comportamenti andavano dal limitare l’accesso delle giovani madri a oggetti materiali (ad es. i pannolini) al portare fuori casa i neonati senza permesso. Le madri che descrivevano comportamenti di chiusura della porta da parte di familiari delineavano scenari familiari segnati da violenza, angoscia o impotenza, e spesso descrivevano un forte tormento nell’assumere la propria identità materna.
Le esperienze di Amber sono state particolarmente difficili, dato che è rimasta incinta da adolescente. Prima della gravidanza, Amber aveva subito maltrattamenti fisici da parte della madre ed era entrata e uscita più volte dall’affido. Quando Amber aveva 14 anni, la madre aveva cominciato a incoraggiarla sottilmente a rimanere incinta. Visto questo incoraggiamento, Amber si aspettava che la madre l’avrebbe sostenuta come giovane neomamma e concepiva la sua transizione alla maternità come un modo per ricucire il loro rapporto burrascoso. Con grande sgomento di Amber, la madre non è stata all’altezza di queste aspettative e ha invece adottato comportamenti di chiusura della porta.
Amber: Subito dopo che l’ho avuta, mia madre… lei tipo… non so come dirlo… si comportava come se Anna fosse la sua bambina. Tipo io dormivo in camera mia la notte e lei entrava e me la [la bambina] portava fuori dalla stanza mentre dormivo. Roba da pazzi, da pazzi! Tipo mi diceva cosa potevo e cosa non potevo fare con lei. Tipo c’è stata una volta, perché ho allattato al seno tutti i miei bambini quasi sempre, ero seduta sul divano ad allattarla ed è venuto uno dei vicini che voleva vedere la bambina, e io ho detto a mia madre «non adesso», e lei comincia ad afferrarla e l’ha portata fuori!… L’unica cosa che mi è sembrata davvero esagerata è stata quando dovevo fare il baby shower: mi ha fatto registrare in tutti questi negozi diversi così che [incomprensibile], ha passato in rassegna e scelto tutto lei e non mi lasciava fare niente. Quindi io ero tipo: «È la mia bambina! Lasciami fare a modo mio!»… È stato terribile…
Questi comportamenti di chiusura della porta, che trovavano eco nei racconti di altre madri dello studio, venivano descritti insieme a sentimenti di depressione e di impotenza nel loro ruolo di madri.
Amber: Cioè, ero depressa, pensavo di non essere una brava madre, ehm, piangevo perché ero tipo: «Non sento nemmeno che sia mia figlia»… Cioè… pensavo che avevi un bambino e poi ti sentivi come se fossi… e non era così, lo so che tanta gente dice «ho la depressione post partum». Non era affatto quello. Cioè, ho sempre avuto la depressione, ma stavo benissimo! Stavo benissimo. Era solo il fatto che letteralmente non potevo fare niente con mia figlia, e questo fa schifo… e conosco tanta gente che ha problemi con i confini e, sai, lei l’ha reso, l’ha reso davvero difficile. Perché, sai, eccomi lì a darmi addosso e a sentirmi malissimo e a sentirmi impotente. Non c’è letteralmente niente che io possa fare, perché non riesco a mettere dei confini. Anche se li mettessi, verrebbero comunque calpestati. Quindi solo impotenza e depressione, e sentirmi la persona peggiore del mondo.
Gabby è rimasta incinta a 14 anni in seguito a uno stupro. Come Amber, anche Gabby ha descritto come sua madre e sua nonna materna non tenessero conto della sua autorità genitoriale sul figlioletto, portandolo via senza il suo consenso.
Gabby: Non hanno mai chiesto niente finché non me ne sono andata di casa! E solo perché dovevano chiedere! Mia mamma veniva e me lo portava fuori dalla stanza senza motivo, faceva quello che voleva con lui, lo portava da qualche parte. Io non lo sapevo nemmeno… Cercavano sempre di intromettersi, sempre ad aiutare, a dare consigli. Questa è la parte che non mi piaceva. Non avevo davvero voce in capitolo. Era sempre: «Ma sta benissimo!».
Per Amber e Gabby, la chiusura della porta da parte delle nonne era legata al loro senso di impotenza e al loro dolore. Hanno descritto quanto fosse difficile sentirsi sicure nel ruolo materno, perché non veniva loro riconosciuta alcuna autorità sulla propria prole. Altre giovani madri hanno descritto un analogo senso di impotenza nel ruolo materno, a quanto pare a causa dei comportamenti di chiusura della porta delle nonne. Ad esempio, Danielle ha raccontato che i suoi genitori erano arrabbiati con lei perché aveva scelto di restare con il padre della sua bambina appena nata, e per questo si rifiutavano di lasciarle accedere al necessario per la piccola. Queste esperienze sembravano particolarmente dolorose per Danielle, che ha descritto la sua transizione alla maternità come «davvero dura». Al momento dell’intervista, tuttavia, Danielle si trovava nella posizione particolare di poter guardare indietro ai primi tempi della sua maternità, quando viveva con la madre, dalla sua situazione di allora, in cui viveva con parenti della famiglia allargata che descriveva come estremamente presenti per lei e per la sua bambina. La capacità di Danielle di riflettere sulle differenze tra il sostegno ricevuto dalla madre e quello che riceveva dalla famiglia allargata al momento dell’intervista ha offerto una distinzione netta tra comportamenti di chiusura e di apertura della porta e sul peso che avevano sulle giovani madri.
Danielle: Tipo loro [la famiglia allargata], per lo più le decisioni le prendo io, ma mi aiutano. Se tipo io non so, tipo non sapevo quando cominciare a dare a Delilah le pappe, o ehm, quali prendere. E lei [la cugina] mi ha aiutata, tipo ha fatto delle ricerche, tipo fa ricerche per la sua [bambina]… aiuta lei e aiuta me a essere la madre di Delilah… Sì tipo, lei [la nonna] non era aperta alle opzioni, fai così o fai cosà. O se dicevo qualcosa non era tipo «devi», non so. Tipo se volevo provare qualcosa lei diceva: «No, non si fa così, questa volta devi farlo in quest’altro modo, non così!». Tipo un modo preciso, per tutto. E lei [la cugina] è più aperta, tipo se ho un’idea, be’ proviamo l’idea e vediamo se funziona.
«Mi ha insegnato come si fa»: l’apertura della porta come incoraggiamento.
Danielle ha messo a fuoco la differenza tra i comportamenti di chiusura e di apertura della porta da parte dei familiari più anziani, che sembravano avere un ruolo determinante nel modo in cui le giovani madri riuscivano ad assumere le proprie responsabilità di genitrici. Per Danielle, Amber e Gabby, i comportamenti di chiusura della porta hanno influito profondamente su come si sentivano da neomadri, e tutte hanno descritto quanto desiderassero disperatamente avere potere nel loro ruolo pur continuando a ricevere sostegno sotto forma di consigli genitoriali dalle nonne. Altre madri dello studio sembravano descrivere, in generale, proprio quel tipo di sostegno desiderato dalle giovani madri che avevano vissuto la chiusura della porta. Ivy, ad esempio, viveva con la madre e il patrigno quando è diventata madre a 16 anni. Come altre madri, ha raccontato che la madre la aiutava a fare il bagnetto, a nutrire e a sorvegliare il figlioletto per darle una pausa dai compiti genitoriali. Di più: la madre di Ivy le ha insegnato a svolgere i compiti di cura per aiutarla a essere una madre migliore.
Ivy: Ehm, quando ho portato a casa mio figlio, non sapevo bene cosa fare. Sinceramente, non… sapevo che doveva mangiare, che bisognava cambiargli il pannolino, sai, le cose di base. Ma non sapevo come fasciarlo, non avevo mai saputo come fasciare un neonato, me l’ha insegnato lei. Ehm, tipo i biberon, mi ha insegnato a fare tutte quelle cose… Sì, ehm, giusto qualche trucco, tipo cosa fare per i dentini, quando è irrequieto e per le coliche. Io non sapevo niente di tutto questo e mia mamma era tipo: «Ecco cosa ti serve, ecco come si fa», praticamente mi ha insegnato come si fa, diciamo così… Lei, più o meno, ha cercato di aiutarmi a trovare il mio modo di fare la mamma.
A differenza delle giovani madri che avevano vissuto la chiusura della porta da parte delle nonne, Ivy ha descritto come abbia ricevuto sostegno pur avendo l’opportunità di trovare il proprio modo di crescere suo figlio. Questo, cioè offrire sostegno pur continuando a riconoscere potere alla giovane madre, sembrava particolarmente importante per le madri del presente studio. Catelyn, Bailey e Hannah si sono soffermate ulteriormente sull’importanza di avere il sostegno della famiglia pur potendo affermare il proprio ruolo di madri.
Catelyn: Mia mamma mi ha aiutata tanto, tantissimo. Ehm, quando è nato, visto che non lavoravo e non vivevo con suo padre, lui poteva avere Medicaid, quindi mia mamma mi ha aiutata a fare la pratica e, ehm, di solito dal medico lo portavo da sola. Mia mamma era bravissima a indirizzarmi su quello che dovevo fare, quindi è stato di grande aiuto. Ancora oggi posso chiamare mia mamma e dirle: «Mamma, ho bisogno di aiuto» oppure «Tu cosa faresti?». Quindi è ancora bravissima in queste cose.
Hannah ha raccontato di sentire anche lei di avere nei genitori un solido sistema di sostegno, ma che il suo ruolo di madre veniva comunque affermato dalla famiglia, che le lasciava il potere sulle decisioni genitoriali.
Hannah: Sento che quello che desideravo e quello che volevo per lei è sempre stato rispettato; cioè sì, ascolto sempre il loro parere e apprezzo la loro opinione perché hanno più esperienza di me. Non è che dico «be’, è mia figlia, non m’importa cosa pensate», perché credo che ogni piccolo contributo possa essere utile. Quindi non sento che ci sia mai stata una situazione in cui mi abbiano detto «no, devi fare così»; sento che mi hanno un po’ lasciata provare a fare le cose da sola e, se sbaglio o ho bisogno del loro aiuto e non so cosa fare, sanno che andrò a dire: «Mi sono persa, ho bisogno del vostro aiuto». Ehm, sento che sono stati davvero bravi a lasciarmi fare i miei errori da genitore e a imparare da quelli, e a dire: ok, abbiamo provato a dirti che questo era il modo migliore di farlo, ma adesso sai che il nostro consiglio era piuttosto importante [ridacchia]!
Queste madri hanno descritto i modi in cui le loro famiglie, e spesso le loro stesse madri, hanno fornito un sostegno economico, emotivo, materiale e strumentale che sosteneva anche il loro senso di sé nella posizione di madri. Tuttavia, al di là dei comportamenti di apertura della porta incentrati sull’insegnamento di competenze genitoriali fondamentali, le nonne hanno anche offerto ad alcune giovani madri la possibilità di accogliere la propria gravidanza, il che potrebbe aver posto le basi del loro senso di efficacia nel ruolo materno. Ad esempio, Hannah ha raccontato quanta paura avesse di dire alla madre e al padre della sua gravidanza, a 16 anni, ma che sua madre le aveva finalmente permesso di gioire all’idea di avere un bebè.
Hannah: Sento che il suo entusiasmo un po’ mi ha contagiata, soprattutto con la preoccupazione e la paura iniziali e cose così. Sento che è stata lei a farmi sentire che andava bene esserne felice. Perché tanta gente se ne sta lì e ti fa pensare che dovresti vergognarti, sai? Sei, sai, sei ancora una bambina che ha un bambino, dovresti vergognarti di essere nella situazione in cui sei. Ma lei mi ha fatto sentire che andava bene esserne felice e le sono stata grata, perché sento che nessuno voleva che ne fossi felice. Quindi sento che è stata una cosa bella che lei è riuscita a portare nella situazione.
Gabby, che aveva vissuto anche comportamenti di chiusura della porta, ha descritto il momento in cui aveva annunciato alla sua famiglia (i nonni materni) di essere incinta, a 14 anni. Come nell’esperienza di Hannah, Gabby ha raccontato di essersi sentita rafforzata dall’accettazione della gravidanza da parte della famiglia.
Gabby: Allora abbiamo parlato e poi mia nonna mi ha chiesto se avevo intenzione di tenerlo [la gravidanza]… E quando le ho detto di sì, ha detto va bene. Poi stava già organizzando cosa avremmo comprato e tutto il resto. E mio nonno, quando me l’ha chiesto, gli ho detto che avevo paura ed ero felice ed emozionata. Tutto insieme, tutte le emozioni che provi, più un sacco di paura in più. Mi ha sostenuta…
Chi intervista: Ehm, ho notato che hai detto che tutti e due i tuoi nonni, con le loro prime domande, ti davano potere, ti lasciavano decidere. Quindi sembra che questo ti abbia fatta sentire piuttosto bene?
Gabby: Sì, sono rimasta sorpresa… Be’, io e i miei nonni, quando mi hanno parlato, mi ha fatto sentire più padrona della situazione e come se avessi un’idea di quello che stavo facendo.
Emily, che in generale non ha riferito alcun sostegno da parte della famiglia, ha raccontato quanto fosse nervosa all’idea di annunciare alla famiglia la sua gravidanza. Ha descritto come la famiglia fosse inizialmente entusiasta all’idea di un nuovo bebè, ma come l’entusiasmo fosse svanito rapidamente.
Emily: Be’ tipo erano entusiasti, tipo nella mia famiglia eravamo tutti entusiasti perché arrivava un bambino! Ma durante la gravidanza erano sempre meno entusiasti. Tipo l’effetto «novità», credo, è passato e non gliene importava più. Tipo, va be’, avrai un bambino, pazienza. Ehm tipo non mi aiutavano a procurarmi niente per il bambino, proprio niente. E tipo alla sorellastra hanno comprato di tutto, come se fosse chissà cosa, va be’. Ma praticamente, dopo che lei ha scoperto di essere incinta, non erano più contenti che lo fossi io.
I sentimenti di Emily riguardo alla gravidanza sembravano dipendere dai sentimenti mutevoli della sua famiglia nel corso della gravidanza stessa, il che mostra quanto le giovani madri del presente studio potessero dipendere dalla famiglia per il sostegno emotivo.
Emily: Ehm, cioè, ero nervosa. Ero emozionata e poi ero arrabbiata. Perché ero arrabbiata con me stessa, perché mi ero cacciata in quel guaio così giovane? Tipo volevo andare all’università e costruirmi una vita. E mi sono ritrovata bloccata con un bambino, con una persona a cui non importa, con una famiglia a cui non importa, quindi è stata dura. E sapevo che sarebbe stata dura. [Emily ha cominciato a piangere.]
Il racconto di Emily mette in luce che il sostegno o il rifiuto generale dei familiari nei confronti della gravidanza delle giovani madri sembrava influenzare i sentimenti di queste ultime verso la propria gravidanza. In effetti, queste interpretazioni trovavano ulteriore conferma nel modo in cui il gatekeeping delle nonne plasmava le possibilità di sviluppo della competenza e dell’identità materne delle partecipanti.
In generale, le partecipanti hanno descritto i significati che associavano ai comportamenti di gatekeeping delle nonne. Al di sotto di queste esperienze di gatekeeping, tuttavia, le giovani madri descrivevano un paradosso tra il desiderio di ricevere sostegno nella cura e il desiderio di essere autonome, indipendentemente dal tipo di gatekeeping vissuto da neomadri. In altre parole, sia le madri che in generale avevano avuto esperienze positive di sostegno alla cura (cioè apertura della porta) sia quelle che ne avevano avute di negative (descritte di solito come chiusura della porta) mostravano una tensione tra il loro bisogno di sostegno e il forte desiderio di riuscire a mantenere da sole sé stesse e la propria prole. Questo paradosso si riassume nei ruoli apparentemente contraddittori di adolescente e di madre.
Per approfondire, Ivy, Hannah e Bailey hanno descritto come l’apertura della porta da parte delle loro madri creasse un ambiente caratterizzato da confini sani e da sostegno. Pur avendo parlato esplicitamente di quanto apprezzassero il sostegno familiare alla cura, queste madri ricordavano anche il loro desiderio di essere indipendenti. Hanno descritto di sentirsi in colpa o di «sentirsi male» per il bisogno di contare così tanto sulla famiglia.
Ivy: Non so se fosse più senso di colpa o… non so quale sarebbe la parola giusta, ma ero delusa da me stessa perché loro dovevano procurarmi tutte queste cose, e mi sentivo, mi sentivo davvero male a dover accettare anche tutto il loro aiuto, perché non avevo davvero altra scelta che accettarlo. Mi dispiaceva che fosse tutto ricaduto su di loro.
Hannah ha approfondito ulteriormente il paradosso dell’essere al tempo stesso adolescente e genitrice:
Hannah: Perché di solito, quando le persone si sposano, vogliono costruirsi la loro dinamica familiare… una stabilità per conto loro. Non vogliono dover dipendere da qualcun altro, ti fa sentire che non sei abbastanza… che non ce la puoi fare da sola. Che non vali abbastanza per avere questo bambino se non riesci a occupartene. E allora perché ti serve avere un figlio, quella storia lì. Sento che per chi diventa genitore giovane diventa tutto molto più emotivo, perché c’è quella lotta: «Voglio riuscire a fare questo ma non posso, perché posso fare solo quest’altro. Ma voglio fare questo, ma non posso perché sono ancora…»; quindi è un problema costante di sentirsi male, perché devono continuamente chiedere loro aiuto.
La tensione tra il desiderio di essere madri autonome e quello di ricevere comunque aiuto nella genitorialità non si limitava alle madri che avevano vissuto una famiglia presente.
Amber: Cioè, ero solo frustrata perché non potevo fare niente da sola. Tipo ero così dipendente… Lo odiavo, ma del resto ho sempre odiato non poter fare quello che voglio e come voglio. E non lo dico nel senso di una ragazzina ribelle. So cosa funziona per me, di cosa ho bisogno e cosa voglio. Quando le persone cercano di impormi qualcos’altro, che, cioè, non importa nemmeno cosa sia… e poi essere una bambina, ed essere una bambina che porta in grembo un bambino, c’è così tanto che devi diventare! La responsabilità… ma tu stessa sei limitata, perché continuano a dirti cosa fare e ti trattengono o ti tengono giù per il fatto che sei minorenne. Per me è sempre stato davvero difficile.
Per molte giovani madri dello studio, sentimenti di colpa e di frustrazione caratterizzavano la tensione tra il desiderio di autonomia e il bisogno di sostegno da parte delle nonne.
Lo scopo del presente studio era esplorare l’esperienza vissuta di giovani madri dell’Appalachia rurale nel contesto della transizione alla maternità e del sostegno familiare alla cura. Le interviste in profondità con giovani madri che avevano partorito almeno una volta prima dei 19 anni hanno portato a tre constatazioni centrali: a) il sostegno della famiglia era interpretato come il fatto di essere amate; b) le giovani madri costruivano significati attorno ai comportamenti di gatekeeping delle nonne, incentrati sul loro ruolo di madri; e c) la maternità giovane è un paradosso evolutivo.
Il primo grande tema del presente studio riguardava i significati associati al sostegno familiare: sentimenti d’amore. I ricordi delle giovani madri sulle reazioni della famiglia alla loro gravidanza, e sulla sua disponibilità o sul suo rifiuto a sostenerle nella transizione alla genitorialità, erano intrisi di sentimenti di vicinanza o di sofferenza. Per le madri del presente studio, ricevere dalla famiglia un sostegno emotivo e strumentale nella genitorialità era una dimostrazione d’amore. Sulla base dei racconti delle giovani madri, l’amore sembrava riflettere una costruzione interna di significato, mentre il sostegno e la cura erano atti visibili che i familiari offrivano o negavano. Inoltre, le giovani madri sembravano definire l’amore come il fatto di essere accettate senza condizioni. Al contrario, il rifiuto della famiglia di sostenere le giovani madri in un modo che ne affermasse l’autonomia veniva percepito come il segno che non erano degne d’amore né di rispetto. Le giovani madri concettualizzavano il sostegno delle nonne come comportamenti di gatekeeping, associati a significati più profondi attribuiti al loro senso di identità materna.
I risultati presentati dalle madri di questo studio suggeriscono che il gatekeeping delle nonne sia un meccanismo attraverso il quale si attua la kinscription, ossia il modo in cui i compiti (ad es. la cura) vengono assegnati ai membri della famiglia (Stack & Burton, 1993). Tradizionalmente, il gatekeeping materno è stato definito come l’insieme degli sforzi volti a incoraggiare o limitare il coinvolgimento del padre attraverso comportamenti di apertura o di chiusura della porta (Wang & Schoppe-Sullivan, 2021). L’apertura della porta è concettualizzata come l’insieme delle convinzioni e dei comportamenti che incoraggiano il coinvolgimento genitoriale nei compiti di cura, mentre la chiusura della porta descrive le convinzioni e i comportamenti che limitano tale coinvolgimento (Trinder, 2008). Mentre le definizioni tradizionali del gatekeeping tendono a concentrarsi sulle convinzioni e sui comportamenti materni volti a facilitare od ostacolare il coinvolgimento dei padri, le madri di questo studio hanno mostrato come il gatekeeping fosse esercitato dalle nonne. In questo modo estendiamo le concettualizzazioni del gatekeeping, presentando una descrizione sfumata di come possa essere esercitato da qualsiasi persona della famiglia che detenga un potere su membri più vulnerabili. In effetti, l’essenza del gatekeeping è il potere che una persona detiene ed esercita nel facilitare o limitare l’accesso alla prole, per cui i comportamenti di gatekeeping non sono necessariamente prerogativa delle madri. In questo studio, ad esempio, le madri erano i membri vulnerabili del sistema familiare, mentre le nonne detenevano il potere maggiore. Come descritto dalle madri che hanno partecipato a questo studio, erano le nonne a custodire l’accesso ai più piccoli.
Le ricerche dei decenni precedenti sulle giovani madri sembravano andare nella stessa direzione dei nostri risultati riguardo al gatekeeping delle nonne. In particolare, SmithBattle (1996) aveva presentato tipi di cura, vicini al concetto più ampio di gatekeeping (ad es. Wang & Schoppe-Sullivan, 2021), esercitati dalle nonne nello scenario della maternità giovane. I nostri risultati vanno però oltre le tipologie di cura, mettendo in luce come l’esperienza di queste situazioni di cura fosse legata all’accesso delle madri al loro bebè e a ciò che provavano verso sé stesse come madri. In effetti, il fatto di facilitare o limitare le capacità genitoriali delle giovani madri aveva conseguenze più ampie per le partecipanti del presente studio, e coglie davvero l’essenza delle loro esperienze. In particolare, le giovani madri sembravano ricondurre il gatekeeping ai sentimenti associati al loro ruolo materno. La chiusura della porta da parte delle nonne veniva descritta insieme alla sofferenza delle madri nel sentirsi incapaci di adempiere alle responsabilità genitoriali, con la conseguente minaccia alla loro identità materna. Al contrario, le madri che avevano vissuto l’apertura della porta da parte delle nonne descrivevano sentimenti associati alla fiducia. Nel complesso, le giovani madri attribuivano significati al proprio senso di capacità di essere madri in relazione al sostegno positivo (o alla sua mancanza) da parte delle nonne.
La letteratura infermieristica offre una base per comprendere come un sostegno positivo alla genitorialità possa favorire le donne nella transizione alla maternità, il che può dare fondamento ai risultati del presente studio. Fornire alle neomadri competenze chiave di genitorialità positiva e la capacità di prendere decisioni genitoriali informate è stato associato al raggiungimento dell’identità materna (per una rassegna, si veda Koniak-Griffin, 1993). Il raggiungimento dell’identità materna, oggi denominato «diventare madre», è una teoria che concettualizza la maternità come un processo dinamico e in continua evoluzione (Mercer, 2004). Uno degli aspetti chiave associati alla capacità delle madri di identificarsi come tali in modo riuscito e positivo era la fiducia nelle proprie capacità genitoriali. Ora, le madri del presente studio hanno descritto come il gatekeeping inibisse (chiusura della porta) o facilitasse (apertura della porta) la fiducia in sé stesse come madri nuove e giovani.
Le madri del presente studio hanno espresso il desiderio di ricevere un sostegno strumentale ed emotivo dalle nonne mentre attraversavano i primi tempi della maternità, ma hanno anche descritto il desiderio di bastare a sé stesse. Per queste madri, contare sulla famiglia per il sostegno alla cura era una necessità, data la loro mancanza delle conoscenze necessarie per occuparsi di un neonato. Al tempo stesso, però, mettevano in dubbio la propria capacità di essere madri efficaci perché non sapevano istintivamente come svolgere i compiti essenziali di cura. Inoltre, le giovani madri sembravano equiparare la maternità all’età adulta. In altre parole, il loro nuovo status di madre entrava in conflitto con il loro status di adolescente.
I kinscripts (Stack & Burton, 1993) e la teoria di Mercer (2004) sul diventare madre offrono una base teorica per comprendere il paradosso evolutivo presentato dalle giovani madri di questo studio. Nella prospettiva dei kinscripts, le nonne possono percepire la transizione delle giovani madri alla maternità come «fuori tempo». Le aspettative delle nonne nei confronti delle giovani madri in materia di kinwork, cioè delle responsabilità specifiche assegnate a ciascun membro della famiglia, potrebbero dunque continuare a riflettere ruoli associati all’adolescenza. Le giovani madri, dal canto loro, sembravano percepire il nuovo ruolo materno come un modo per annullare i confini associati all’adolescenza. In sostanza, le giovani madri ritenevano di essere libere di prendere decisioni genitoriali senza il parere dei propri genitori. Eppure le giovani madri riconoscevano il proprio bisogno di sostegno alla cura da parte delle nonne, il che sembrava provocare una certa sofferenza. Nella prospettiva teorica di Mercer (2004) sul diventare madre, è possibile che le identità in conflitto delle giovani madri rappresentino un ostacolo ulteriore nel loro tentativo di affermare la propria identità materna.
Le giovani madri costruivano significato in relazione al loro ruolo materno e alle loro esperienze dei comportamenti di gatekeeping delle nonne. Innanzitutto, il sostegno della famiglia veniva interpretato come lo specchio della percezione delle madri di essere esse stesse «degne d’amore». In altre parole, ricevere un sostegno emotivo e strumentale dalla famiglia sembrava confermare alle giovani madri di essere amate incondizionatamente. Al contrario, le madri che non ricevevano sostegno dalla famiglia descrivevano un senso di abbandono. Più precisamente, i comportamenti di apertura della porta sembravano legati ai sentimenti di fiducia delle giovani madri, mentre quelli di chiusura della porta suscitavano sentimenti di sofferenza. Chi lavora, come professionista o nei servizi del territorio, con le giovani madri e le loro famiglie dovrebbe considerare le implicazioni dei comportamenti di gatekeeping delle nonne e concentrarsi specificamente sull’aiutare le nonne, o altre figure genitoriali chiave, a elaborare i possibili sentimenti negativi legati alla gravidanza precoce, accompagnandole perché sostengano in modo significativo le giovani madri. In effetti, un senso positivo e chiaro dell’identità materna può attenuare il rischio e favorire una genitorialità migliore e migliori esiti evolutivi per l’infanzia, il che può essere particolarmente importante nel contesto della genitorialità adolescente (ad es. Coleman & Karraker, 2003; Williams et al., 1987). Può essere particolarmente cruciale che chi opera in ambito clinico tenga conto delle differenze di potere per affrontare l’ambivalenza nelle relazioni intergenerazionali (Luescher & Pillemer, 1998) per quanto riguarda i ruoli di cura e le loro implicazioni per il benessere.
Alcune giovani madri del presente studio hanno anche raccontato come alcune figure chiave dei servizi del territorio le abbiano sostenute molto durante la gravidanza e i primi tempi della genitorialità. In particolare, lo Stato della Virginia offre un programma volto a migliorare gli esiti per i genitori adolescenti e i loro bebè. Nell’ambito di questo programma, chiamato Resource Mothers, operatrici e operatori sociali offrono alle giovani madri un’assistenza che va dal sostegno emotivo a quello strumentale. Le giovani madri del presente studio che avevano avuto una madre di sostegno (resource mother) tramite i servizi sociali hanno descritto in modo pressoché unanime quanto avessero apprezzato l’assistenza ricevuta. Hanno raccontato di essersi sentite rafforzate e sostenute nel ruolo materno grazie a queste madri di sostegno, che sembravano aprire la porta; offrivano cioè il sostegno necessario perché le giovani madri potessero occuparsi con fiducia dei loro neonati conciliando al tempo stesso altre responsabilità. Il programma Resource Mothers della Virginia può offrire un modello sulla cui base altri Stati o realtà locali possano costruire servizi di sostegno volti a migliorare la vita dei genitori giovani e della loro prole.
Infine, occorre prestare particolare attenzione al contesto specifico in cui è stato condotto il presente studio: l’Appalachia centrale. Sebbene esaminare criticamente in che misura le nonne fossero emotivamente ed economicamente in grado di offrire un sostegno sano alle giovani madri esulasse dagli obiettivi di questo studio, gli ostacoli affrontati da molte famiglie appalachiane, come la dipendenza e la povertà (Moody et al., 2017), sembravano occupare un posto di rilievo nelle esperienze delle madri di questo studio. Ad esempio, diverse giovani madri hanno raccontato come i loro genitori (di solito le madri) fossero stati assenti, fisicamente o emotivamente, durante la loro infanzia e per tutta la loro transizione alla genitorialità in adolescenza, a causa della dipendenza, della detenzione e della necessità di fare più lavori per arrivare a fine mese. Per questo, chi si occupa, nella pratica o nella ricerca, dei sistemi familiari intergenerazionali nel contesto appalachiano dovrebbe considerare con maggiore attenzione come i sistemi di oppressione e le avversità si intreccino con la capacità della famiglia di farsi carico del lavoro di cura.
Complexe Systémique: punti chiave
Lo studio dà parole precise a una scena familiare in terapia familiare: la nonna che toglie il bebè dalle braccia della figlia o che, al contrario, le mostra come fasciarlo e poi la lascia fare. Parlare di una porta che si apre o si chiude, ed estendere il gatekeeping a chiunque in famiglia detenga un potere su un’altra persona, aiuta a individuare i confini generazionali sfumati, le coalizioni attorno al bebè e la gerarchia che si rimette in scena quando un’adolescente diventa madre. I racconti mostrano inoltre che l’aiuto ricevuto viene letto come un messaggio d’amore, o di rifiuto: spesso è lì che si annida la sofferenza. L’implicazione pratica è sistemica in senso forte: sostenere la nonna perché faccia da impalcatura invece di sostituirsi. Questi risultati vanno tuttavia letti con cautela: nove donne, quasi tutte bianche, di un’unica regione rurale, ricordi talvolta vecchi di dodici anni, il solo punto di vista delle giovani madri (non sono state intervistate né le nonne né i padri) e nessuna sezione sui limiti. Da leggere insieme a l’articolo sul sostegno alla cogenitorialità e a errori e dilemmi nel lavoro con adolescenti.
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Traduzione non ufficiale di The paradox of family support for young mothers: An interpretive phenomenology analysis, di Casey M. McGregor e Joyce A. Arditti, Family Relations, vol. 72, n. 4 (2023), doi: 10.1111/fare.12800, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «The paradox of family support for young mothers: An interpretive phenomenology analysis», pubblicato in Family Relations (2023) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo di chi firma l’articolo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
McGregor, C. M., et Arditti, J. A. (2023). The paradox of family support for young mothers: An interpretive phenomenology analysis. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/the-paradox-of-family-support-for-young-mothers (Opera originale pubblicata nel 2022 in Family Relations, 72(4), 1859-1874 (2023); ripubblicata nel 2023 da Family Relations, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/fare.12800)
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