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Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Omaggio

Poetica della scuola di Milano. Un ricordo di Gianfranco Cecchin

Poco dopo la morte di Gianfranco Cecchin, Pietro Barbetta racconta il progetto che questi gli aveva proposto — commemorare il centenario della nascita di Gregory Bateson — e ciò che la scuola di Milano ha inventato con Luigi Boscolo: un dispositivo in cui si fa terapia e, al tempo stesso, se ne analizza la costruzione sociale. Dietro lo specchio, chi era in formazione non voleva più parlare della famiglia: ciò che interessava era il terapeuta.

Autore Pietro Barbetta, didatta presso il Centro Milanese di Terapia della FamigliaPrima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, n. 92, 2006Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

Poco prima di andarsene, Gianfranco mi aveva proposto di organizzare qualcosa per il centenario della nascita di Gregory Bateson. Diceva: «Dobbiamo commemorarlo, siamo l’unica scuola di terapia che gli sia rimasta fedele». Gianfranco usava molto la parola fedeltà, lui che era un infedele incurabile. Amava i paradossi.

Lui e Luigi Boscolo avevano fondato la scuola di Milano. Prima, insieme a Mara Selvini Palazzoli e a Giuliana Prata, si parlava di Milan Approach; ma la Scuola, cioè la possibilità di apprendere il «Milan Approach», l’avevano costruita Luigi e Gianfranco. Anche se ciò che insegnavano non era ciò che avevano fatto prima. Gianfranco amava spiegare la cibernetica di secondo ordine, in particolare la teoria dell’osservatore, in modo molto chiaro e pragmatico. Raccontava che prima, quando lavoravano con Selvini e Prata, dietro lo specchio unidirezionale si parlava dell’organizzazione della famiglia; poi, quando avviarono la scuola, le persone in formazione dietro lo specchio non volevano più parlare della famiglia. Di che cosa volevano parlare, allora? Non andavano lì per imparare la terapia familiare?

«Quando uscivamo dalla seduta — raccontava Cecchin — per andare dietro lo specchio, chi era in formazione voleva sapere perché avevamo fatto quel tipo di domanda proprio in quel momento, oppure come era stato possibile quell’intervento, ecc.

Insomma, chi era in formazione non si interessava alla famiglia: si interessava al terapeuta, o meglio, al gioco che il terapeuta costruiva con la famiglia nel corso della conversazione».

La terapia come pratica sociale critica

La scuola di Milano, con Boscolo e Cecchin, ha creato un metodo per fare terapia e, al tempo stesso, per analizzare la costruzione sociale della terapia. Prima di loro, la ricerca esterna analizzava la costruzione sociale della terapia e la clinica faceva la terapia. Le due parti — ricerca e clinica — parlavano linguaggi diversi. La ricerca sviluppava un’osservazione critica nei confronti della terapia, restringendola a mera pratica di salute mentale; la clinica faceva la terapia, prigioniera di un discorso clinico realista.

La ricerca tendeva a descrivere la terapia come una pratica autoritaria, asimmetrica, oppressiva. La terapia tendeva a presentarsi come una pratica scientifica che permetteva ai «malati mentali» di guarire. Nemmeno l’antipsichiatria riusciva a uscire da questo dilemma. Con la scuola di Milano la terapia diventa ciò che Marcelo Pakman ha chiamato una «pratica sociale critica». Mi piace descriverla ricordando una frase di Palomar di Italo Calvino, in cui Calvino scrive che l’io è una finestra sul mondo che guarda sé stesso. La terapia è una finestra sulla società; la società guarda sé stessa attraverso la terapia…

Note dell’originale

(*) Pietro Barbetta è didatta presso il Centro Milanese di Terapia della Famiglia e professore di Psicodinamica delle relazioni familiari e di Psicologia dinamica all’Università di Bergamo. A Bergamo (vicino a Milano) lavora anche presso il Centro Isadora Duncan, che svolge attività di formazione rivolte a chi opera in psicologia, medicina, educazione e psicoterapia. Informazioni: www.viamuratori.it.

Traduzione spagnola: Néstor Vitale, traduttore giurato.

Ringraziamo in modo particolare il dottor Marcelo Pakman per l’aiuto nella revisione e nella cura redazionale dell’articolo.

Nota della redazione

L’estratto pubblicato da Red Sistémica si interrompe qui; il testo completo è apparso in Perspectivas Sistémicas n. 92. Sul pensiero di Gianfranco Cecchin, si veda anche Omaggio al maestro Gianfranco Cecchin: i pregiudizi sistemici.

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, dallo spagnolo, di «Poética de la escuela de Milán. Un recuerdo de Gianfranco Cecchin», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 92, 2006). Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Barbetta, P. (2022). Poétique de l’école de Milan. Un souvenir de Gianfranco Cecchin (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/poetique-de-l-ecole-de-milan-un-souvenir-de-gianfranco-cecchin (Opera originale pubblicata nel 2006 in Perspectivas Sistémicas, n. 92, 2006; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/08/01/poetica-de-la-escuela-de-milan-un-recuerdo-de-gianfranco-cecchin/)

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