Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Australian and New Zealand Journal of Family Therapy · Terapia familiare
Al Bouverie Centre di Melbourne, due professioniste delle Prime Nazioni, Alison Elliott e Clarisse Slater, conversano con Jennifer McIntosh sul posto del bebè nella terapia familiare. Di fronte a istituzioni vissute come uno sguardo coloniale, il bebè diventa un ponte: raduna la comunità (il «mob»), rende visibile il trauma transgenerazionale e apre un’opportunità di guarigione, a condizione che il servizio sia prima di tutto percepito come sicuro.
Traduzione non ufficiale in italiano di First Nations perspectives and approaches to engagement in infant-family work: attending to cultural safety and service engagement, di Alison Elliott, Clarisse Slater, Jessica E. Opie e Jennifer E. McIntosh, pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (Wiley) (2023), doi: 10.1002/anzf.1562, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Così, questo minuscolo bebè ha l’incredibile potere di influire sugli schemi del trauma transgenerazionale, nelle giuste mani terapeutiche.
Alison Elliott, in conversazione con Jennifer McIntosh e Clarisse Slater
Abstract
Le professioniste dell’infanzia e della famiglia delle Prime Nazioni Alison Elliott e Clarisse Slater conversano qui con Jenn McIntosh sull’adeguatezza culturale e sull’importanza di includere i bebè nella terapia familiare. Mettono a frutto anni di esperienza nel programma clinico «Workin’ With the Mob» del Bouverie Centre per costruire un aggancio sicuro e rispettoso con i popoli e le famiglie delle Prime Nazioni. Condividono una visione delle Prime Nazioni sul richiamo del bebè e della sua ascendenza, e sul suo potere di contribuire a portare guarigione ai sistemi genitoriali e familiari. Discutono dell’aggancio sicuro nel tentativo di costruire sicurezza nel presente, soprattutto per chi è appena diventato madre o padre e porta con sé ferite dell’infanzia. La capacità del bebè di aiutare a riformulare queste conversazioni come un’opportunità di nuova speranza e di guarigione diventa centrale per la sicurezza sistemica, anziché qualcosa da evitare.
Punti chiave
Il bebè è un ponte per costruire un aggancio culturalmente sicuro e rispettoso con i popoli delle Prime Nazioni.
In questo trialogo, Alison Elliott e Clarisse Slater, dell’équipe delle Prime Nazioni del Bouverie Centre, conversano con Jennifer McIntosh, direttrice del Bouverie Centre.
Alison è terapeuta familiare clinica delle Prime Nazioni, ricercatrice, docente e formatrice, madre e nonna. Alison ha legami familiari con il paese wiradjuri ed è cresciuta nel paese dharug.
Clarisse Slater è una fiera donna delle Prime Nazioni yorta yorta e kamilaroi, madre e professionista, che ha lavorato anche come consulente culturale per il Bouverie Centre. Jennifer McIntosh è direttrice del Bouverie Centre, psicologa clinica e dello sviluppo, terapeuta familiare, ricercatrice e madre.
McIntosh: Alison e Clarisse, grazie per aver proposto i ricchi temi della conversazione di oggi. Riconoscendo i numerosi gruppi che compongono i popoli delle Prime Nazioni d’Australia, avete suggerito che possa esserci qualcosa di universale nel modo indigeno di pensare al bebè, e nell’importanza cruciale del contesto, quando si affronta il lavoro terapeutico con madri e padri indigeni.
Elliott: Esattamente. Il bebè, nel suo contesto. Innanzitutto, non includere il bebè nel lavoro con le famiglie delle Prime Nazioni lascerebbe un grande vuoto nel lavoro terapeutico. Parti fondamentali della storia di una famiglia possono andare perse quando il bebè non è presente. La presenza del bebè è così potente e necessaria perché le sue risposte e i suoi modi di interagire parlano forte e chiaro sia alle persone che se ne prendono cura sia a chi lavora con la famiglia. Come per le famiglie non indigene, ci sono naturalmente momenti in cui non sarebbe opportuno avere il bebè fisicamente nello spazio terapeutico. Sono il momento, il luogo e le ragioni a guidare la scelta di includere o escludere il bebè di persona.
McIntosh: Mi avevi già parlato dell’idea che evocare i bisogni del bebè nel presente e il suo sguardo verso il futuro sia utile quanto evocare la presenza degli antenati e le lezioni del passato.
Elliott: Assolutamente: crea questo bellissimo punto di equilibrio per la famiglia, tra generazioni di saggezza familiare e comunitaria. La storia delle Prime Nazioni ci dice anche che nulla di sostanziale si può ottenere se il nostro contesto di aggancio, come sistema ampio, non è gestito con sensibilità. Spesso le famiglie indigene vivono molta ansia nel cercare sostegno, compresa una paura più ampia del sistema di salute mentale e la paura transgenerazionale di rivolgersi ai sistemi. Dobbiamo quindi tenere presente questa paura e riconoscerla apertamente, soprattutto quando madri e padri portano i loro bebè al servizio.
Slater: Assolutamente. Anche se i servizi di terapia familiare fossero organizzati per il lavoro di salute mentale perinatale, le barriere all’accesso a questi servizi sono notevoli. Tra queste c’è la paura, storicamente fondata, di un’attenzione distorta verso le famiglie indigene all’interno del sistema di tutela dei minori. È un ostacolo rilevante all’aggancio per molte giovani famiglie indigene che hanno bisogno di sostegno nella genitorialità ma temono di mostrare la propria vulnerabilità sul piano della salute mentale o della genitorialità.
Elliott: Questa conversazione mi ricorda un dipinto dell’artista e poeta Tanya Guerrera (2023; Figura 1). Il dipinto mostra tre donne incinte delle Prime Nazioni. Queste future madri sono circondate dalle speranze e dai sogni unici che nutrono per i loro bebè non ancora nati. Su di loro però incombe un grande edificio minaccioso dagli occhi sospettosi e vigili. Per me quegli occhi rappresentano diverse istituzioni governative, tra cui ospedali, servizi sanitari territoriali, scuole ecc. Quegli occhi e quell’edificio significano che, qualunque sogno abbiamo per i nostri bebè, ci saranno sempre vincoli e critiche da parte di quadri e sistemi prestabiliti che sentiamo di non poter cambiare e che impediscono a questi sogni di diventare realtà. Riflette i vincoli che tante di noi, donne delle Prime Nazioni, sentiamo e che ci impediscono di vivere e crescere i nostri bebè nel modo che riteniamo migliore. Ciò che possiamo imparare da quest’opera d’arte è che queste strutture devono essere la prima considerazione quando si svolge un lavoro con neonati e famiglie e si prendono in esame le storie transgenerazionali con i popoli delle Prime Nazioni, e più in generale nel lavoro familiare con i popoli delle Prime Nazioni. Le famiglie delle Prime Nazioni non si coinvolgeranno nei nostri servizi se percepiscono un giudizio, che perpetua la mancanza di fiducia e di speranza.
McIntosh: L’immagine è davvero evocativa. Le donne sembrano sole, con i loro corpi in gravidanza circondati da un muro di istituzioni colonizzatrici. Come potrebbe il lavoro familiare apportare qualcosa di fronte a tutto questo? E se la loro famiglia potesse accompagnarle?
Elliott: È estremamente utile e potente. Soprattutto in un contesto delle Prime Nazioni, i ruoli di cura sono distribuiti in modo molto più ampio, vanno ben oltre la diade madre-bambino, e il «mob» è fondamentale. L’ho osservato di recente con una famiglia con cui lavoravo. In questa famiglia la dinamica era molto diversa quando tutti i membri della famiglia importanti per il bebè partecipavano alla terapia familiare. Quando erano presenti tutte le persone, si potevano vedere le dinamiche dei sottosistemi e la gestalt del sistema completo. Avere presente l’intera costellazione familiare mi ha ricordato quanto grandi debbano essere le nostre stanze di terapia! Mi ha anche ricordato quanto diventassero più chiari la formulazione e i piani di trattamento quando si ha un quadro rappresentativo dell’intera esperienza familiare. Sembra naturale che il «mob» delle Prime Nazioni si raduni in questo modo. Non dovremmo avere paura di invitarle a entrare: tutte le persone importanti per il bebè. Un’altra questione è l’importanza di riconoscere e convalidare in modo significativo le esperienze traumatiche di tutte le generazioni presenti nella stanza, e di quelle presenti nella mente delle persone. Il bebè può aiutare in questo, rispecchiando quando la mamma è stressata o quando lo sono le nonne e i nonni. Sappiamo che lo stress delle generazioni precedenti incide sulla salute mentale delle generazioni successive, ma il bebè può mostrarcelo, sul momento. Favorire la consapevolezza, perché le persone vedano l’impatto del loro trauma su chi amano, le aiuta a comprenderne le conseguenze in modo molto più profondo che se io, la terapeuta familiare, mi limitassi a enunciare lo stesso concetto. Spesso, senza questo, le generazioni precedenti possono chiudersi e diventare insensibili. Così, questo minuscolo bebè ha l’incredibile potere di influire sugli schemi del trauma transgenerazionale, nelle giuste mani terapeutiche.
McIntosh: Detto magnificamente. Il ruolo facilitato del bebè e la sua capacità di agire nella guarigione delle famiglie sono una prospettiva nuova.
Elliott: Non vogliamo che questo bebè debba ricoprire indefinitamente questo «ruolo di guarigione familiare», ma il nuovo nato offre davvero alle persone una motivazione per un futuro migliore e la convinzione che il cambiamento sia possibile. Le generazioni si collegano attorno a cose semplici ma profonde, come quando il bebè somiglia alla nonna e la madre e il padre spesso vogliono parlarne con la nonna, e all’improvviso emergono più connessioni e possibilità che non c’erano prima che il bebè arrivasse nel sistema.
Slater: E più fonti di sostegno e di energia positivi per la neomamma che sta al centro. Per noi madri è normale avere sempre attorno le nostre figlie e i nostri figli. Mettere l’infanzia al centro della maggior parte delle esperienze comunitarie ha senso, e la terapia familiare è una di queste esperienze.
McIntosh: Le società occidentali sono decisamente più centrate sull’individuo nei contesti di terapia o di trattamento, ed escludono i membri della famiglia, soprattutto nel lavoro di salute mentale della prima infanzia. Di solito questo significa escludere il bebè e il padre, considerando la loro partecipazione e i loro contributi come in qualche modo accessori.
Elliott: Non lo vedo come una volontà intenzionale di escludere membri chiave della famiglia, come il padre, la fratria, le nonne e i nonni. Semplicemente non ci si pensa. Spesso, inoltre, il personale preferisce avere meno persone coinvolte, ed è più semplice per lui, invece di pensare a ciò che le famiglie preferirebbero e che sarebbe loro di beneficio. Ovviamente più persone si coinvolgono, più tutto diventa complesso, ma più ricche sono le informazioni concettuali che se ne ricavano. Ancora una volta, quando le famiglie indigene entrano in contatto con il sistema di salute mentale, molti fattori ostacolano un lavoro familiare significativo. Le nostre famiglie sono spesso numerose, quindi una barriera molto concreta è che le stanze di terapia spesso non sono abbastanza grandi, non hanno abbastanza sedie. Se in una famiglia ci sono 12 persone, bisogna assicurarsi che ci sia spazio per 12 persone.
McIntosh: Mi rendo conto che parliamo delle prospettive delle Prime Nazioni come se fossero un’unica prospettiva, e sappiamo che non è così. Qualcuna di voi due ha percepito una variazione reale in Australia o in Nuova Zelanda nel modo di concepire il posto del bebè nella famiglia e nella guarigione? Oppure è qualcosa che rimanda piuttosto a una prospettiva universale delle Prime Nazioni?
Elliott: Dal mio lavoro nel Nord so che in alcune comunità, come quelle molto tradizionali, ci sono senz’altro delle variazioni. È interessante, perché spesso c’è conflitto all’interno del sistema di cura, che comprende zie o zii oltre a madri, padri, nonne e nonni. Alle differenze interne ai sistemi si aggiungono fattori interculturali, quando non tutte le persone della famiglia sono indigene. Alcune persone preferiscono dire: «Sì, dovremmo tenere le nostre faccende e le nostre discussioni separate, senza il bebè nella stanza»; altre invece diranno: «ma a casa litighiamo davanti al bebè, quindi che differenza c’è adesso?». Dobbiamo quindi verificare ogni volta, senza dare nulla per scontato.
McIntosh: Penso che la teoria dell’attaccamento ci offra un buon modo per chiederci chi dovrebbe essere presente in una seduta familiare. Direbbe: «Chi sono le persone a cui il bebè si rivolge attivamente in cerca di sostegno quando ha paura, è stanco o malato?». Quelle potrebbero essere le persone chiave da invitare a riunirsi per pensare al bebè.
Slater: Quando ero incinta e cercavo approcci genitoriali delle Prime Nazioni, mi sono imbattuta in un libro intitolato Hunt, gather, and parent, di Michaeleen Doucleff (2021). Cercavo materiale che parlasse di ciò che la mia famiglia aveva vissuto, e di ciò che sapevo intuitivamente essere il modo in cui volevo essere madre. È stato scritto da una donna che non appartiene alle Prime Nazioni ed esplora approcci genitoriali dei popoli originari di tutto il mondo. Mi appoggerò alle storie e ai racconti della mia famiglia per esprimere l’influenza di questo libro. Prima che nascessero i miei bebè, chiesi al loro padre di montare la culla che avevo comprato. In risposta, mi guardò senza espressione e disse: «Non ho idea di come si monti», al che risposi: «ma pensavo che avessi già montato delle culle». Allora replicò: «da dove vengo io, il bebè dorme nel letto con noi». Il co-sleeping è molto comune nel suo popolo. I bebè non dormono in culle separate, in camerette a parte: il bebè dorme con la famiglia, con sorelle e fratelli più grandi, con cugine e cugini, e con la madre e il padre. Quel momento fu uno dei primi di molti in cui mi sono sentita divisa tra le aspettative genitoriali occidentali e quelle delle Prime Nazioni. Da un lato, avevo in casa l’infermiera della salute materno-infantile che mi diceva che dovevo adottare una certa modalità di sonno sicuro. Dall’altro, la cultura del padre del mio bebè e la mia cultura suggerivano qualcosa di molto diverso. Le mie zie mi dicevano: «non c’è bisogno di spendere centinaia di dollari per una culla, basta metterli nel letto con te». Non sorprende che mi sentissi in conflitto come neomamma, come se cercassi di gettare un ponte tra due mondi opposti. Non volevo essere vista come una cattiva madre né dal mondo occidentale né dalla mia cultura. La mia esperienza non è unica, ma è vero che non possiamo dare per scontato che tutte le donne aborigene vivano la stessa esperienza. Alcune possono sentirsi più attratte e legate ai modi culturali tradizionali di crescere i più piccoli, e altre potrebbero non conoscere nulla di quell’antico sapere. Per questo è importante mantenere sensibilità e curiosità, senza presupposti.
McIntosh: È una storia bellissima per chi pratica la terapia familiare, che per mestiere padroneggia l’arte del contesto. Indaghiamo il significato e non lo diamo mai per scontato, restando sensibili anche alla possibilità di uno scontro culturale tra i modi occidentali e le tradizioni delle Prime Nazioni all’interno della persona e all’interno del sistema.
Slater: Il carico aggiuntivo che portano le madri delle Prime Nazioni è notevole. È un tema ricorrente e un’esperienza di molte donne delle generazioni precedenti alla mia, come le generazioni delle mie zie e delle mie nonne. È stato così soprattutto dopo le esperienze della colonizzazione, e dopo ciò che gli uomini aborigeni hanno vissuto con l’oppressione e la perdita del loro ruolo nella famiglia. Molte donne delle Prime Nazioni, come ho sentito raccontare da tante zie, hanno portato il carico del maschile e del femminile. Hanno portato il carico della famiglia, il carico di difendere i diritti e il carico di essere diplomatiche. Se guardiamo a chi guidava le comunità, soprattutto nella generazione prima della nostra, molte figure di riferimento erano donne. Le donne crescevano anche le loro figlie e i loro figli mentre difendevano diritti e guidavano il cambiamento sociale. Mio padre e le mie zie raccontano tutti che mia nonna presiedeva diverse organizzazioni. Alle varie riunioni, mio padre e le mie zie sedevano al tavolo accanto a mia nonna. Era così perché non c’era scelta: le donne avevano un ruolo sociale, una responsabilità verso la loro comunità che gli uomini, purtroppo, avevano in gran parte perso a causa degli effetti della colonizzazione e dell’oppressione. Ma le donne dovevano anche assumersi il ruolo della maternità. Non credo che si parlasse molto degli effetti sulla salute mentale né del carico che le donne dovevano portare. Ma, quanto al contesto sociale, l’infanzia era sempre presente al tavolo, o almeno nelle immediate vicinanze. Anche questa esperienza in questo momento, in cui parlo con voi in veste professionale con i miei bebè qui con me, è comune in molte delle nostre riunioni di consiglio. Quando sono a una riunione del consiglio di un’organizzazione comunitaria aborigena, ci sono sempre bambine e bambini sullo sfondo. Molte componenti dei consigli sono donne, e sono anche madri.
Elliott: Per me questo senso di perdita dei ruoli è forte. Non si tratta solo di coinvolgere il bebè nel lavoro familiare; si tratta di coinvolgere la famiglia nel lavoro con il bebè. Mi interessa come ci muoviamo tra i due mondi e come accompagniamo con delicatezza la famiglia a riprendere i propri ruoli. Jenn, prima ponevi una domanda: «chi c’è per il bebè?». In Australia Occidentale c’è un bellissimo programma, «Baby Coming, You Ready?», proposto tramite un’app per il telefono. Ci invita a esplorare quali sono i nostri ruoli. Include l’intera famiglia per migliorare la salute mentale del bebè, che vuole sentirsi legato a tutte le persone vicine e care.
McIntosh: Quello che mi risuona è la parola «invito». È l’invito che porta il bebè. Amo l’idea di accompagnare le persone a riprendere i propri ruoli. Ancora una volta, chi pratica la terapia familiare conosce l’importanza fondamentale della struttura nelle famiglie, e dei ruoli che esistono per delle ragioni. Il bebè non si limita a invitare le persone a ricoprire certi ruoli perché ha bisogno che li ricoprano.
Elliott: Tutte e tutti vogliamo sapere: «qual è il mio compito nella vita di questa piccola creatura?». Se si ha un ruolo protettivo, non si prende il posto di chi ha un ruolo più di accudimento. Lo si completa, perché il bebè ha bisogno di entrambi. Ricordo la storia degli uomini che si disponevano intorno alle donne come protettori durante il parto e quando le creature erano molto piccole, perché le donne non potevano semplicemente alzarsi e scappare in caso di minaccia. Nei contesti tradizionali, gli uomini conoscevano il loro posto. Ma con la colonizzazione c’è stata questa perdita del «chi sono io, nella famiglia, per questa creatura?». Si tratta di cercare di capire «qual è il mio compito adesso?». Tutte le persone vogliono sapere «questo è il mio compito», perché in questo c’è sicurezza. Quando la famiglia si sente sicura, i più piccoli sapranno: «Ok, per questo vado da papà, per questo vado da mamma e per questo vado dalla zia, e quando le cose si mettono male tutti si prenderanno cura di me». Reimparare quali sono i nostri compiti per il bebè è fondamentale.
McIntosh: Il bebè spinge davvero i membri della famiglia a rispondere: «Qual è il mio posto nel prendermi cura di te, e di tutte le persone che contano per te?». Anche questo è centrale per guarire gli schemi spezzati del trauma intergenerazionale.
Elliott: Per me questo riporta alle idee di Boszormenyi-Nagy (1986) su un sistema etico. Questo sistema etico sta al cuore delle famiglie come un libro contabile invisibile che tiene traccia dei crediti e dei debiti tra le generazioni. Ciò che non si è ricevuto crescendo, lo si può portare nella famiglia che si crea. Quando i servizi di aiuto cercano di creare motivazione e di offrire un sostegno positivo, spesso lo fanno partendo dal presupposto che «sappiamo che vuoi fare ciò che è giusto per il bebè». Ma il debito può essere ancora lì per chi è appena diventato madre o padre. È importante anche riconoscere la parte della madre o del padre che dice: «e io? io questo non l’ho avuto nella mia infanzia». Se non affrontiamo quel libro contabile nascosto del «mi è mancato, ho delle lacune, mi hanno allontanato dalla mia famiglia» o «ho visto molti litigi nella mia infanzia», la capacità delle neo-madri e dei neo-padri di riflettere invece di reagire si riduce. Dobbiamo anche ricordare che, per chi ha vissuto queste mancanze, il normale sviluppo del proprio bebè può già attivare inconsapevolmente degli inneschi traumatici.
Slater: Sì, l’importanza che la persona professionista sia culturalmente sicura e venga percepita come tale è enorme per madri e padri delle Prime Nazioni. Non si farà alcun lavoro se non c’è fiducia con quella persona e con quel servizio. Voglio anche dire che il libro contabile non contiene solo le proprie storie di trauma. Alcune persone possono aver avuto una buona educazione, ma presto apprendono i racconti e le storie del trauma intergenerazionale, sapendo cosa è successo ad altri membri della famiglia, alla generazione più anziana. Questo di per sé può generare paura quando si diventa neomamma. Le esperienze di trauma vicario e intergenerazionale incidono sul modo in cui noi, madri e padri indigeni, ci relazioniamo con professioniste e professionisti non aborigeni e su quanto ci fidiamo, o non ci fidiamo, dei servizi tradizionali. Molte donne, in particolare, temono di essere guardate come portatrici di carenze perché sono madri aborigene. Intorno a noi ci sono ancora i tassi devastanti di bebè aborigeni sottratti a giovani madri aborigene. Quel racconto te lo porti dietro quando sei una madre delle Prime Nazioni: temi di essere guardata in un certo modo. Quindi, per me, la sicurezza percepita di un servizio deve essere stabilita prima che si possa fare qualsiasi lavoro reale con madri, padri e famiglie aborigene.
McIntosh: Quali sono alcuni dei passi fondamentali, per chi pratica la terapia familiare, per guadagnarsi la fiducia?
Slater: Credo che chi pratica la terapia familiare disponga già di molti strumenti. Per esempio, assumere una posizione di curiosità e guardare al contesto. Quando ero io stessa una giovane madre e le persone professioniste mi parlavano con curiosità, volendo conoscere la mia posizione, come mi sentivo, quali erano i miei valori o che cosa era importante per me e per la mia famiglia, invece di darmi un lungo elenco di cose da fare e da non fare, questo ha contribuito molto a costruire la fiducia, anche quella della mia famiglia verso quei servizi.
Elliott: Sono d’accordo che, per quanto chi fa terapia familiare sia animato da buone intenzioni, le domande possono facilmente suonare come colpevolizzanti. Una domanda può far pensare che si insinui che abbiano fatto qualcosa di sbagliato. Bisogna spiegare il motivo della domanda e dire piuttosto: «stiamo solo esplorando; stiamo considerando tutte le possibilità». Madri e padri aborigeni hanno bisogno di sperare di poter ricevere aiuto per trovare risorse, soprattutto quando essere genitori non è semplice come sapere e fidarsi del proprio intuito per accudire e proteggere, per esempio quando la fiducia nel proprio intuito è sostituita dalla paura di essere una cattiva madre.
McIntosh: Come affrontiamo il sottinteso, in un invio al nostro servizio, che la madre o il padre abbia in qualche modo «causato questo»?
Elliott: Facendo venire la famiglia, e non solo la madre. Dev’essere qualcosa di condiviso, con la comunità che si prende cura del bebè che si presenta insieme. Anche quando c’è un trauma, attuale o transgenerazionale, il contesto della terapia familiare dice: «la famiglia forse è stata parte del problema, ma detiene anche la soluzione». La terapia familiare confida nel fatto che le nostre famiglie sono le esperte. Hanno messo al mondo la creatura; l’hanno protetta meglio che potevano, anche con un libro contabile pieno di debiti. Vivono con quel piccolo essere, lo sentono piangere giorno e notte. Formuliamo le nostre domande alla famiglia in modo da mostrare che è lei la risorsa di cui il bebè ha bisogno. Resistiamo all’idea che «fare valutazioni su questo piccolo» sia meglio che aiutare la famiglia a riflettere da sé sui bisogni del bebè, attingendo alla sua competenza dimenticata.
McIntosh: Nell’approccio del pensiero a seduta singola nel lavoro con le famiglie indigene (Elliott et al., 2020), ogni persona presente è un membro alla pari della conversazione. Anche il bebè è un interlocutore alla pari. Chiedere ai membri della famiglia di dare voce a ciò che il bebè potrebbe «dire» e di cui potrebbe aver bisogno dalla conversazione di oggi ha, a pensarci bene, un impatto su più livelli.
Elliott: Sì, sono pienamente d’accordo: quanto più permettiamo ai bisogni del bebè di aiutare la famiglia ad avvicinarsi al rischio e alla vulnerabilità, se tutto questo è contenuto e accompagnato bene, tanto più la famiglia si avvicina all’opportunità di guarire. Tuttavia, senza strumenti sufficienti per esplorare in sicurezza, la maggior parte di noi non ci si avventura. Per esempio, ho lavorato di recente con una giovane madre che era stata allontanata dalla propria madre a 6 mesi e che è arrivata con il suo bebè, che ora aveva la stessa età. Il momento più carico di inneschi, ma anche quello di maggiore opportunità. Ho continuato a riformulare e ho visto quel momento come il punto di opportunità, e non come il punto di innesco, e ho lavorato con lei per contenerlo in sicurezza. Questo ha significato impegnarmi molto per non fare supposizioni e per spiegare le ragioni delle mie domande. Ero sempre attenta a capire se le domande sarebbero suonate colpevolizzanti e se ci sarebbe stata una chiusura. E non possiamo nemmeno essere vaghe al riguardo. Richiede un’intenzione focalizzata, perché sei lì per il bebè, e stiamo custodendo uno spazio sicuro perché la famiglia pensi al bebè.
Slater: Le difficoltà all’interno dei servizi in cui lavoriamo sono i vincoli, in particolare di tempo. Costruire relazioni può richiedere tempo. Una differenza che noto in questo lavoro è che possono passare 6 mesi prima che le persone assistite delle Prime Nazioni comincino a fidarsi di noi e ad aprirsi davvero. Ma non sempre abbiamo 6 mesi per lavorare con una famiglia, soprattutto nel periodo perinatale, quando il bebè è così piccolo. Un approccio che funzionerebbe per le famiglie aborigene sarebbe prevedere tempo aggiuntivo per costruire fiducia e relazione, anche quando chi fa terapia appartiene alle Prime Nazioni.
McIntosh: Che cosa significa questo per il potenziale dei modelli a seduta singola in questo lavoro perinatale?
Slater: Credo che si torni ai contesti: le famiglie vengono volontariamente o sono state inviate? A volte un approccio a seduta singola è ottimo ed è un modo per ottenere esattamente ciò che la famiglia cerca, quando è la famiglia a guidare il processo. Dipenderà anche dalle esperienze precedenti con i servizi. A volte può esserci uno scontro di credenze culturali. Ma non credo che sia un’esperienza solo delle Prime Nazioni. Ogni famiglia porta con sé una storia generazionale e i suoi bisogni attuali dipendono dai contesti, come l’ambiente rurale rispetto a quello urbano, da come le persone sono state cresciute da piccole e dai valori culturali in materia di educazione. A volte si sente dire: «queste sono smancerie, quello che facciamo non danneggia i bambini, non li traumatizza, è esattamente così che siamo stati cresciuti noi». Soprattutto in questo contesto, ho visto che funziona proporre, senza imporre la «scienza bianca» alle famiglie delle Prime Nazioni, ciò che sappiamo funzionare meglio per l’infanzia, per madri e padri e per la relazione con la loro prole. Ma se ci siamo prese il tempo di costruire queste relazioni, possiamo aiutare ad arrivare là dove il bebè ha bisogno che la famiglia arrivi. Tutto torna alla sicurezza, alla protezione e alla fiducia.
Elliott: Clarisse, hai nominato la stessa cosa che dice zia Judy Atkinson (2002) sulla differenza tra un comportamento traumatico e un comportamento culturale. Judy parla anche del lavoro di Merida Blanco (citata in Levine & Kline, 2006) in Sud America e dei comportamenti traumatici trans- e intergenerazionali che si normalizzano nel modo in cui le famiglie stanno insieme. Merida Blanco, antropologa culturale, ha dedicato la vita allo studio del trauma generazionale nei gruppi indigeni del Sud America. Nel suo diagramma intergenerazionale inedito, che abbracciava cinque vite dopo la violenza esercitata da un gruppo sociale su un altro, mostrò che nella prima generazione a essere conquistata gli uomini furono uccisi, imprigionati, ridotti in schiavitù o in qualche modo privati della capacità di provvedere alle proprie famiglie. Nella seconda generazione molti uomini si rivolsero all’alcol o alle droghe, poiché la loro identità culturale era stata distrutta, con una prevedibile perdita di autostima. Nella terza generazione cominciarono a svilupparsi la violenza coniugale e altre forme di violenza nelle relazioni. A questa generazione, il legame con il suo antecedente nel trauma sociale, di sole due generazioni prima, era indebolito o perduto. Nella quarta generazione, la rimessa in atto traumatica fece sì che il maltrattamento passasse dalla violenza coniugale al maltrattamento sui minori, o a entrambi. Nella quinta generazione il ciclo si ripete, poiché il trauma genera violenza, con ulteriore rimessa in atto traumatica e violenza, e un disagio sociale crescente. In terapia dobbiamo riconoscerli e nominarli come risposte al trauma. Alcuni dei comportamenti traumatici emersi nel corso di sei o sette generazioni non sono culturali. Per esempio, una possibile risposta al trauma è educare con durezza e trattare l’infanzia con più severità del necessario, e oggi questo è normalizzato. Poi arriva un servizio e dice: «questa non è una cosa buona»; eppure, per quelle famiglie, è così che si è sempre fatto, da che memoria abbiano.
Slater: È senza dubbio qualcosa di difficile da sentirsi dire da un servizio per qualsiasi famiglia, e ciò è amplificato dalla sfiducia intergenerazionale delle famiglie aborigene verso questi servizi, dovuta agli orrori del passato.
McIntosh: Forse il bebè è un motore per districare la differenza tra la cultura e l’espressione del trauma intergenerazionale.
Elliott: Diventare madre o padre offre alle famiglie delle Prime Nazioni un’opportunità di guarire dalle ferite dell’attaccamento e dell’infanzia, perché le ferite relazionali possono guarire solo attraverso una guarigione relazionale. Se alle famiglie vengono offerte opportunità di guarigione e un sostegno da parte di servizi culturalmente sicuri e capaci di coinvolgerle, le figure professionali e i servizi che non appartengono alle Prime Nazioni potrebbero contribuire al potente percorso di guarigione transgenerazionale delle famiglie delle Prime Nazioni.
Figura 1 non riprodotta: Tanya Guerrera (2023), Colonial Gaze [Dipinto], Melbourne, Australia. L’opera appartiene all’artista; è visibile nell’articolo originale.
Complexe Systémique: l’essenziale
Questo scambio scuote un riflesso clinico: spesso il bebè viene tenuto fuori dalla seduta, e con lui il padre, la fratria, le nonne e i nonni. Per le due professioniste, il bebè è al contrario un terzo attivo. Il bebè raduna il «mob», rende visibile sul momento lo stress trasmesso di generazione in generazione e convoca ciò che Boszormenyi-Nagy chiamava il libro contabile dei crediti e dei debiti. La lettura sistemica è chiara: non si può comprendere una famiglia indigena senza il contesto istituzionale che la sorveglia, e la sicurezza percepita del servizio diventa una condizione preliminare, non un elemento in più. La distinzione tra comportamento culturale e risposte al trauma normalizzate, ripresa da Judy Atkinson, offre uno strumento prezioso ma delicato: questa distinzione si può fare solo con la famiglia, non al suo posto. I limiti del genere sono chiari: una conversazione tra colleghe della stessa istituzione, senza dati, in cui l’universalità di una «prospettiva delle Prime Nazioni» viene proposta e poi sfumata, e il diagramma a cinque generazioni di Merida Blanco resta inedito. Da leggere insieme all’articolo sulle ingiustizie relazionali e le lealtà invisibili e allo studio Delphi sul pensiero a seduta singola per le famiglie colpite da trauma.
Note dell’originale
Ringraziamenti. Pubblicazione in accesso aperto resa possibile dalla La Trobe University, nell’ambito dell’accordo Wiley - La Trobe University tramite il Council of Australian University Librarians.
Dichiarazione sul conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interessi né interessi concorrenti in relazione a questa ricerca.
Bibliografia
Atkinson, J. (2002) Trauma trails, recreating song lines: the transgenerational effects of trauma in Indigenous Australia. North Geelong: Spinifex Press.
Boszormenyi-Nagy, I. & Krasner, B.R. (1986) Between give and take: a clinical guide to contextual therapy. New York: Brunner/Mazel.
Doucleff, M. (2021) Hunt, gather, parent: what ancient cultures can teach us about the lost art of raising happy, helpful little humans. New York: Simon and Schuster.
Elliott, A., Dokona, J. & von Doussa, H. (2020) Following the river's flow: a conversation about single session approaches with Aboriginal families. Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 41, 249–257. Available from: https://doi.org/10.1002/anzf.1423
Guerrera, T. (2023) Colonial gaze [Painting]. Melbourne, Australia. Used with Permission from Emerging Minds and Tanya Guerrera.
Levine, P.A. & Kline, M. (2006) Trauma through a child's eyes: awakening the ordinary miracle of healing. Berkeley, CA: North Atlantic Books.
Traduzione non ufficiale in italiano di First Nations perspectives and approaches to engagement in infant-family work: attending to cultural safety and service engagement, di Alison Elliott, Clarisse Slater, Jessica E. Opie e Jennifer E. McIntosh, Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, vol. 44, n. 4 (2023), doi: 10.1002/anzf.1562, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «First Nations perspectives and approaches to engagement in infant-family work: attending to cultural safety and service engagement», pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (2023) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in apertura di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Elliott, A., Slater, C., Opie, J. E., e McIntosh, J. E. (2023). First Nations perspectives and approaches to engagement in infant-family work: attending to cultural safety and service engagement. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/first-nations-perspectives-and-approaches-to-engagement-in-infant-family-work (Opera originale pubblicata nel 2023 in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 44(4), 477-484 (2023); ripubblicata nel 2023 da Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/anzf.1562)
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