Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Red Sistémica · Intervento nella crisi
L’obiettivo di questo articolo è contribuire al lavoro di tutte le persone che svolgono un compito professionale — terapeutico, educativo e comunitario — presentando principi guida, strategie di intervento, modelli e tecniche efficaci nell’affrontare sul piano psicologico, a livello individuale, familiare e, come si è detto, comunitario, una situazione di crisi umana tanto terribile e indignante quanto quella vissuta dalla comunità ebraica e da tutto il popolo argentino appena pochi mesi fa.
«Il principio guida, fondamentale e vitale, che orienta ogni tipo di intervento nelle situazioni di crisi è quello della costruzione, dello sviluppo e del mantenimento della continuità cognitiva, emotiva e comportamentale delle persone coinvolte e colpite dall’evento.»
Jacinto Inbar
Nota della redazione
A dieci anni dal terribile attentato, non ancora chiarito dalle autorità nazionali, come promemoria per la società, come testimonianza per le nuove generazioni e in omaggio alle vittime e ai loro cari, pubblichiamo questo eccellente articolo, scritto all’epoca da un collega e amico argentino-israeliano, Jacinto Inbar.
L’integrazione di paradigmi diversi — come quello cognitivo-comportamentale e quello sistemico —, fondata su esperienze di catastrofi di massa come quelle avvenute in Israele, in Colombia e in Messico, può aiutare a scoprire e adottare gli elementi utili al proprio lavoro di assistenza psicoterapeutica. Al tempo stesso, le e i professionisti della salute mentale che si riconoscono in altre scuole o approcci potranno trovarvi contributi e metodologie di lavoro riconosciuti come estremamente efficaci nel trattamento dello stress post-traumatico derivante da crisi comunitarie di massa: atti di terrorismo, catastrofi naturali o provocate dall’essere umano.
Il modello preventivo, psicoeducativo e di intervento adottato dall’autore nelle emergenze, nelle crisi di massa o nelle catastrofi comunitarie potrebbe essere illustrato per mezzo di un cubo, alla cui base sarebbero individuate le diverse fasi cronologiche:
Fase in cui non si dispone di alcuna informazione concreta sulla possibilità che l’evento si verifichi, ma in cui si possono progettare programmi psicoeducativi, di sicurezza, ecc.
Fase in cui si dispone di informazioni, in genere valide e attendibili, sulla probabilità che l’evento si verifichi. Se si tratta di un disastro naturale, come un tornado in Florida, questa fase è fondamentale per la presa di coscienza e la preparazione concreta della popolazione. Nel caso di atti di terrorismo, nonostante i comprensibili limiti della previsione, i servizi di sicurezza e di intelligence dei diversi paesi hanno dimostrato di essere in grado di raccogliere e scambiare informazioni per far fallire l’attentato, o per ridurre i danni quando sono mancati il tempo o i dati sufficienti per un’azione più efficace.
Fase in cui l’evento si produce (esplosione, terremoto, ecc.). È il momento di applicare tutti i programmi messi in pratica per anni. Le forze di sicurezza, di assistenza, di sostegno, educative e comunitarie, secondo il proprio ruolo — definito, accettato e praticato —, mettono in atto e rendono operative le proprie conoscenze, capacità, piani, ecc.
Fase in cui le diverse istituzioni (comunitarie, educative, sanitarie, di sicurezza, ecc.) attuano programmi di riabilitazione, recupero, coping, educazione e cura. Ma anche piani preventivi per evitare il possibile verificarsi di un altro evento, poiché esistono allora consapevolezza, legittimità, sensibilità, motivazione e predisposizione da parte di chi prende le decisioni, di chi guida le comunità, dei genitori, ecc.
In un certo senso, questo articolo è scritto «al contrario»: non descriverà né analizzerà nel dettaglio le fasi preliminari (che pure hanno un’importanza reale e fondamentale nella prevenzione, nell’educazione e nel coping), poiché la comunità — nel senso più ampio del termine — si trova ormai a diversi mesi dall’attentato perpetrato a luglio; ci concentreremo quindi sulla fase di post-impatto.
Proseguendo l’illustrazione del modello, sull’asse verticale del cubo descriviamo i diversi gruppi target a cui sono rivolti i vari programmi nelle diverse fasi menzionate sopra. Vengono così individuati singoli individui: per esempio le persone colpite direttamente (persone ferite, sopravvissute, in lutto, componenti della squadra di soccorso, chi ha collaborato all’identificazione dei corpi) e quelle colpite indirettamente (coloro in cui l’evento può far rivivere esperienze passate, chi è sopravvissuto a un precedente disastro naturale e, da distinguere, coloro che hanno vissuto esperienze indescrivibili durante l’Olocausto).
Altri gruppi target sono la famiglia (colpita direttamente o indirettamente, oppure intesa come popolazione target quando si tratta di programmi psicoeducativi), la comunità (quella colpita direttamente, ma anche, sul piano preventivo ed educativo, tutte le comunità in cui possono verificarsi eventi simili) e le organizzazioni (istituzioni comunitarie, scuole, circoli, servizi di emergenza, di sicurezza, sanitari, ecc.).
L’altro asse del cubo rimanda all’ampia gamma degli interventi possibili. Si possono così immaginare decine di piccoli cubi che descrivono interventi specifici per gruppi target chiaramente individuati, in una fase determinata. Per esempio, nella fase di pre-allerta, lavorando con le organizzazioni — diciamo una scuola —, si possono progettare e attuare programmi psicoeducativi per sviluppare le capacità e le competenze di coping di studentesse e studenti, del corpo docente e del personale amministrativo. In un prossimo articolo saranno proposti, descritti, sviluppati e analizzati i diversi interventi possibili, per la maggior parte molto efficaci, che sono stati attuati e applicati in vari paesi, tra cui Israele.
Questa parte dell’articolo riguarda i diversi interventi (non soltanto psicoterapeutici) che possono o devono essere applicati immediatamente dopo l’evento — in questo caso, l’esplosione — e quelli progettati e attuati con le persone colpite in modo diretto o indiretto (persone sopravvissute, ferite, in lutto, squadre di soccorso, come si è detto sopra) e con le istituzioni comunitarie, educative, di soccorso e sanitarie.
Diversi principi guida dell’intervento nelle situazioni di crisi sono accettati e spiegati da chi ha accumulato esperienza nel trattamento delle reazioni da stress acuto in diversi ambiti: quello militare (Salomón y otros, 1986; Oren e Inbar, 1991) e quello dei disastri naturali (Inbar, 1992).
Il più vicino possibile, dal punto di vista fisico, al luogo dell’evento.
Il prima possibile dopo che i sintomi si sono sviluppati; e, per alcuni tipi di reazione, perfino prima che ciò accada.
L’aspettativa di tornare il più rapidamente possibile al ruolo o alla funzione precedenti all’evento.
Il fondamento di questi principi poggia empiricamente su ricerche di riconosciuto rigore scientifico. La loro applicazione riduce la probabilità che si sviluppino un senso di colpa, un’autodefinizione in termini di incompetenza o di bisogno, una stigmatizzazione, e aumenta la probabilità di un recupero rapido ed efficace.
Secondo il principio di prossimità, la maggior parte degli interventi deve essere applicata in un luogo fisicamente vicino all’area in cui si è verificato l’evento, in questo caso il luogo in cui è stato perpetrato l’atto di terrorismo. Come vedremo più avanti, sarebbe opportuno che alcuni interventi cognitivi e comportamentali fossero realizzati, nonostante la loro «apparente crudeltà», tra le rovine dell’edificio della comunità ebraica di Buenos Aires (AMIA); naturalmente nel momento giusto, con i gruppi target adeguati e con obiettivi dell’intervento terapeutico chiaramente definiti. Dobbiamo sottolineare che i principi e le proposte menzionati valgono per tutte le persone colpite o toccate dall’evento, al di là della loro appartenenza o provenienza comunitaria e sociale.
L’applicazione del principio di immediatezza ci induce a intervenire il prima possibile. Con le persone colpite direttamente, ferite e sopravvissute, e con coloro che hanno partecipato attivamente a partire dall’impatto (componenti della squadra di soccorso, chi ha identificato i corpi, adolescenti che hanno partecipato alla rimozione delle macerie, personale medico, polizia, vigili del fuoco, rabbini e altri), si possono applicare diversi modelli o forme di indagine psicologica — «psychological debriefing» (1).
Gli obiettivi di questo intervento nella crisi, le cui tappe e fasi saranno sviluppate a tempo debito, sono i seguenti: permettere l’espressione dei vissuti e delle emozioni provati durante l’evento; ridurre lo stress derivante da minacce psicologiche, aspettative, pretese, previsioni, distorsioni cognitive; accrescere l’organizzazione cognitiva raccogliendo spiegazioni alternative dell’evento; attivare risorse interne (capacità di coping) ed esterne all’individuo o al gruppo (ricerca e mobilitazione di sostegno, solidarietà e coesione); ridurre la sensazione di anomalia o di marginalità (aumentando la normatività e la legittimità dei sintomi vissuti); infine, preparare a determinate esperienze, come la comparsa di possibili sintomi e reazioni, e individuare le possibilità di assistenza psicologica, qualora fosse necessaria (Dyregrov, 1989; Hodgkinson y Stewart, 1988, 1991).
L’indagine psicologica, come intervento psicoterapeutico, viene utilizzata nella nostra esperienza in diversi momenti. In primo luogo, immediatamente dopo l’evento, come appena esposto; una seconda volta, dopo due o tre mesi, per cercare di individuare alcuni pensieri, atteggiamenti o reazioni disfunzionali che non erano emersi nel primo intervento; infine, dopo un anno, come follow-up o valutazione dei trattamenti applicati, per cercare di rilevare la persistenza di una sintomatologia, in particolare di disturbi da stress post-traumatico (Inbar, 1992).
Il principio di aspettativa rimanda all’importanza di sviluppare e indurre l’aspettativa di un ritorno il più rapido possibile al ruolo o alla funzione precedenti all’evento. In terapia, questo principio si esprime con la parola come con il comportamento. Le persone colpite sono incoraggiate a riprendere le attività precedenti, la routine quotidiana, e a favorire lo sviluppo di un costrutto psicologico che noi che ci occupiamo di disastri di massa chiamiamo «attesa fiduciosa» (hopefulness).
Quanto detto finora ci conduce a un nuovo principio guida, fondamentale e vitale, che orienta ogni tipo di intervento nelle situazioni di crisi, di emergenza e di disastro di massa. Si tratta del principio della costruzione, dello sviluppo e del mantenimento della continuità cognitiva, emotiva e comportamentale delle persone coinvolte e colpite dall’evento.
Concretamente, chi offre consulenza, chi conduce la terapia o chi opera nella salute mentale stimola la creazione, il rafforzamento e la conservazione di quei pensieri, credenze, atteggiamenti, previsioni, attribuzioni e spiegazioni (area cognitiva), di quegli affetti e sentimenti (area emotiva) e di quei comportamenti, ruoli e compiti (area comportamentale) che sono stati funzionali o adattivi prima dell’evento.
Vale a dire: il ritorno immediato nell’istituzione presa di mira dal terrorismo, il coinvolgimento attivo nelle operazioni di soccorso (per esempio rimuovendo le macerie), la partecipazione ad attività determinate (recupero dei libri della biblioteca distrutta, sostegno ad altre persone colpite), o qualsiasi tipo di attività che permetta di sviluppare o mantenere l’autosufficienza percepita, l’immagine di sé e la sensazione di controllo comportamentale e cognitivo che, possiamo supporre, sono state significativamente danneggiate.
Da ricordare
Prossimità, immediatezza e aspettativa non sono ricette tecniche: mirano a evitare che la persona colpita si definisca incompetente o bisognosa e che venga stigmatizzata. Il filo che le unisce è quello della continuità: mantenere ciò che, prima dell’evento, era funzionale nei pensieri, negli affetti e nei comportamenti della persona, invece di organizzare una rottura della sua vita attorno al trauma. È quanto si ritrova, in un contesto del tutto diverso, nel lavoro clinico con le vittime della violenza di persecuzione.
Il presente articolo proseguirà nel prossimo numero. Vi saranno inoltre sviluppati modelli di approccio e di estensione («reaching out») e saranno inclusi approcci terapeutici individuali, di gruppo e familiari ai disturbi da stress post-traumatico conseguenti ad atti di terrorismo e a disastri di massa. Saranno analizzate strategie di intervento nella crisi nella rete scolastica, oltre a un modello cognitivo per la consulenza e la terapia con le persone in lutto («grief counselling and therapy»).
Note dell’originale
(1) Il termine usato in inglese è «psychological debriefing»; la traduzione in castigliano, forse provvisoria, è dell’autore.
(2) Altre traduzioni possibili: «fermezza», «tempra» o «temperanza», «forza d’animo», ecc.
(*) Questo articolo è stato pubblicato nel n. 34 di Perspectivas Sistémicas, novembre-dicembre 1994. Altri lavori dell’autore sono apparsi in Perspectivas Sistémicas n. 2 e n. 28.
Chi è Jacinto Inbar
Il dott. Jacinto Inbar è psicologo clinico e del lavoro. È esperto di interventi nelle crisi e nei disastri di massa. Insegna all’Università Ebraica di Gerusalemme, in Israele. Sul sito si può leggere anche: Integrare l’ipnoterapia cognitiva nel trattamento della coppia.
Questo articolo è una traduzione italiana non ufficiale, condotta sull’originale spagnolo «Estrategias de intervención psicológica en situaciones de crisis masivas. El atentado terrorista en la Comunidad Judía de Buenos Aires (1° parte)», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 34, novembre-dicembre 1994). Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicato con l’accordo della rivista.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Inbar, J. (2022). Stratégies d’intervention psychologique dans les situations de crise massive. L’attentat terroriste contre la communauté juive de Buenos Aires (1re partie) (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/strategies-d-intervention-psychologique-en-crise-massive-l-attentat-de-buenos-aires-1re-partie (Opera originale pubblicata nel 1994 in Perspectivas Sistémicas, n. 34, novembre-dicembre 1994; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/24/estrategias-de-intervencion-psicologica-en-situaciones-de-crisis-masivas-el-atentado-terrorista-en-la-comunidad-judia-de-buenos-aires-1-parte/)
Per approfondire
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