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Red Sistémica · Intervento nella crisi
Seconda parte dell’articolo di Jacinto Inbar sull’intervento dopo l’attentato del luglio 1994 a Buenos Aires. L’autore vi sviluppa il modello della forza psicologica (hardiness) — impegno, controllo, sfida, flessibilità —, le strategie di estensione sociale e comunitaria («reaching out») che vanno incontro alle persone colpite invece di aspettarle, e le fasi e le tappe del debriefing psicologico con le persone sopravvissute e le squadre di soccorso.
Nota
Per leggere la prima parte di questo articolo, apparsa nel numero precedente di Perspectivas Sistémicas.
Le esperienze condotte con persone colpite da disastri di massa e da catastrofi naturali in alcuni paesi latinoamericani, come la Colombia e il Messico, e con individui e famiglie che hanno vissuto atti di terrorismo in Israele, tendono a indicare che l’adozione di alcuni concetti della forza psicologica («hardiness» in inglese; Kobasa, 1979), integrati in un modello psicoeducativo e terapeutico, può essere utile come intervento preventivo (Omer e Inbar, 1991) e post-traumatico (Inbar, 1992, 1994).
Secondo questi lavori, lo sviluppo di alcune caratteristiche di «personalità» è correlato alla capacità di alcuni individui di far fronte a eventi esistenziali stressanti, e potrebbe persino spiegarla. Le caratteristiche individuate sono: impegno e coinvolgimento, controllo, sfida e, possiamo aggiungere, flessibilità.
Questa caratteristica si riferisce allo sviluppo del senso di rilevanza e alla costruzione di significato. Influisce sulla valutazione cognitiva (nel senso che l’evento vissuto ha una rilevanza personale), accresce il senso di identificazione con ciò che accade (non solo con il dolore, ma anche con gli sforzi di coping e di recupero) e permette un’attribuzione significativa e non personalizzata dell’evento: si evita così l’attribuzione negativa e distorta che consiste nell’attribuire a sé stessi la colpa e la causa dell’atto terroristico.
Il controllo corrisponde alla sensazione dell’individuo di influire sul proprio ambiente sociale, sugli eventi e sulle proprie condotte durante la situazione di crisi, nonché alla possibilità di scegliere, anche in modo limitato, tra diverse opzioni (come affrontare o evitare).
Le persone che hanno sviluppato un senso di controllo su ciò che accade, o che si percepiscono come dotate di risorse adattive, affronteranno le situazioni stressanti, ansiogene o traumatizzanti in modo più efficace di quelle che si valutano prive di risorse e di capacità di controllo. Anche in situazioni estreme come gli atti di terrorismo, le persone che possiedono un senso di controllo, sia pure relativo, le affrontano in modo più efficace e manifestano meno sintomi da stress post-traumatico (Inbar, 1992). Diversi tipi di controllo possono essere sviluppati mediante varie tecniche cognitive (Inbar, 1992):
La capacità di decidere in modo autonomo tra diversi corsi d’azione per far fronte allo stress.
L’abilità di interpretare, valutare e integrare diversi tipi di eventi stressanti in un piano, disattivandone così gli effetti negativi (Averil, 1973).
L’abilità di sviluppare un ampio repertorio di risposte accessibili di fronte allo stress, frutto di una motivazione ad acquisirle e a esercitarle in diverse occasioni (Averil, 1973; Inbar, 1992, 1994).
Questa caratteristica si riferisce alla percezione della situazione di crisi e del suo affrontamento come una sfida emotiva, comportamentale e sociale. Le persone che la percepiscono soltanto come una minaccia psicologica tendono ad affrontarla in modo disadattivo e inefficace e manifestano più sintomi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Nonostante gli aspetti negativi della crisi prodotta da atti di terrorismo, come quello dell’AMIA, è possibile, di fronte alla realtà oggettiva, percepire la situazione come una nuova occasione di crescita, di sviluppo e di apprendimento. Ciò richiede dunque un atteggiamento aperto e flessibilità, per una sperimentazione rinnovatrice.
Queste caratteristiche di «personalità» sono educabili, allenabili e possono essere sostenute mediante interventi psicoeducativi o terapeutici, rispettivamente nelle fasi di preallerta e di post-impatto. Adottare questo modello nella situazione attuale significherebbe stimolare programmi individuali, di gruppo, familiari e comunitari che accrescano l’impegno e il coinvolgimento dei membri dei diversi gruppi destinatari: per esempio, la partecipazione attiva a programmi di riabilitazione della comunità.
Il senso di controllo può essere sviluppato mediante programmi psicoeducativi centrati principalmente sull’autocontrollo cognitivo, emotivo e comportamentale (Mahoney, 1977; Melchenbaum, 1984; Inbar, 1988). Ma anche mediante progetti dinamici, in cui la persona colpita ha un ruolo attivo attraverso manifestazioni ed espressioni di solidarietà comunitaria.
La componente della sfida è evidente. Si tratta di affrontare la realtà, di andare avanti nonostante ciò che è accaduto, di modificare ciò che è modificabile, di mantenere l’educazione comunitaria e di rafforzare la tolleranza e la democrazia nel paese, evitando che atti nefasti come quello di luglio tornino a offuscare l’immagine della società argentina.
Il concetto di «reaching out» corrisponde a una strategia sociale e comunitaria volta a identificare le persone che potrebbero essere state colpite dall’evento e avere bisogno di sostegno, e a offrire loro consulenza o assistenza psicologica. Tra i principi guida dell’intervento nella crisi, il principio di proattività sottolinea l’importanza di andare incontro alle persone colpite, direttamente o indirettamente, con sollecitudine ed efficacia, invece di aspettare che si presentino spontaneamente a chiedere aiuto.
Nel caso dell’attentato all’AMIA, sono state individuate persone colpite in diversi cerchi di influenza: persone ferite o in lutto, colleghe e colleghi di lavoro o di studio. Nei seminari organizzati in seguito abbiamo rapidamente individuato gruppi destinatari che in precedenza non erano stati definiti come rilevanti. Per esempio, le persone sopravvissute alla Shoah, nelle quali la distruzione completa dell’edificio della comunità ha fatto rivivere esperienze traumatiche significative.
Qualcosa di simile è accaduto con alcune persone che avevano combattuto nella guerra delle Malvinas. Sotto la supervisione dell’autore di questo articolo, una serie di interventi terapeutici è servita a contenerle e sostenerle, e a rendere possibili alcuni cambiamenti cognitivi ed emotivi in chi, a seguito dell’attentato, ha rivissuto situazioni altamente stressanti e ansiogene sperimentate durante i combattimenti del 1982.
In alcuni casi, quando per diversi motivi (priorità, presa di coscienza, risorse disponibili) il «reaching out» non ha potuto essere attuato tempestivamente con gruppi destinatari secondari, può essere efficace avviarlo anche diversi mesi dopo l’impatto e orientarlo verso persone colpite o sopravvissute non individuate fino ad allora: personale dei negozi circostanti, ferito o no, famiglie in lutto, persone che hanno dovuto identificare cadaveri, membri delle squadre di soccorso, ecc. L’esperienza condotta con giovani che hanno partecipato alle attività di salvataggio e con membri della squadra di soccorso argentina conferma la pertinenza di questo approccio.
Perché il processo di «out-reach» sia efficace, occorre:
Nel senso più ampio del termine.
Fornire una comunicazione e un’informazione pertinenti sull’esistenza e sull’accessibilità delle risorse di salute mentale disponibili, non solo attraverso i media, ma anche tramite agenti comunitari e sanitari (clero, rabbinato, avvocatura, ecc.). Ciò richiede un approccio strategico e strumenti di «reclutamento comunitario», di supervisione, di rinforzo e di coinvolgimento effettivo.
Per accrescere la predisposizione e la motivazione delle persone sopravvissute o colpite a iniziare o proseguire il processo di riabilitazione.
All’interno della comunità: per esempio la figura dell’«eroe», che non riconosce né accetta le proprie emozioni come legittime o normative e che svolge certi ruoli dapprima rinforzati dall’ambiente sociale e poi stigmatizzati, il che rende più difficile il suo recupero o il suo trattamento (Inbar, 1992, 1994).
L’adozione e l’attuazione del modello esposto hanno anche obiettivi preventivi. Bisogna ricordare che alcuni individui non presentano sintomi né manifestazioni «anormali» a breve termine, nel periodo immediatamente successivo all’impatto; tenendo conto di questa eventualità, è dunque utile applicare il «reaching out» cercando di individuare le persone potenzialmente colpite, come descritto sopra.
Una comunità che legittima il ricorso alle risorse professionali di salute mentale, alla consulenza e perfino alla terapia facilita il «reaching out», evitando la possibile stigmatizzazione, l’etichetta sociale di «bisognoso» o di «incompetente».
In relazione a quanto precede, acquistano importanza gli atteggiamenti culturali verso la salute mentale: in che misura le credenze, le norme, le aspettative e le convinzioni delle persone colpite, dei loro familiari e, soprattutto, i messaggi delle guide comunitarie e religiose stimolano od ostacolano l’utilizzo effettivo dei servizi psicoeducativi e sanitari? Nel caso di Buenos Aires, le persone che avevano un’esperienza e delle conoscenze pertinenti e soddisfacenti — per esempio, aver partecipato a seminari di allievi di Pichon Rivière o aver frequentato corsi per responsabili comunitari — mostravano maggiore fiducia, una maggiore predisposizione al riapprendimento e traevano un miglior profitto dai servizi di salute mentale.
Questo fattore è di importanza fondamentale, in quanto le dichiarazioni dei responsabili delle forze di sicurezza, le misure di prevenzione (come gli ostacoli di cemento davanti agli edifici sensibili, che possono ridurre in modo significativo gli effetti distruttivi di un altro attacco) o la relativa impunità degli autori e dei complici dell’attentato possono riattivare o mantenere il trauma.
Le strategie di «reaching out» devono avere continuità (per almeno diciotto mesi) e accessibilità (cioè le persone devono poter raggiungere e utilizzare facilmente i servizi di salute mentale); devono evitare la stigmatizzazione (che consiste, tra l’altro, nel rendere la vittima responsabile della propria vittimizzazione); devono adattarsi al linguaggio e all’idiosincrasia dei diversi gruppi destinatari; devono suscitare credibilità e scegliere, con il «timing» adeguato, la circostanza giusta, quella in cui le persone colpite lo richiedono, in particolare quando possono entrare in contatto con le proprie cognizioni, emozioni e condotte disfunzionali o disadattive, rendendo così possibili il cambiamento, l’apprendimento o il processo terapeutico.
Chi ha esperienza di disastri di massa sa che, in certe fasi del post-impatto, quando le persone colpite direttamente o indirettamente provano emozioni intense (shock nelle persone sopravvissute; rancore, rabbia e risentimento nei familiari; euforia nei membri della squadra di soccorso), l’aiuto psicologico ha una portata limitata e si concentra sul contenimento, sul sostegno, sulla ventilazione e sull’abreazione. Solo dopo un certo tempo, quando queste emozioni lasciano il posto ad altre, come la depressione e l’ansia, l’aiuto psicologico viene realmente preso in considerazione ed è potenzialmente efficace. E ciò avviene proprio quando i servizi di «reaching out» e di psicoterapia tendono a ritirarsi, a causa della restrizione delle risorse — non solo di bilancio, ma anche politiche, motivazionali o concettuali. Lo stesso accade con l’aiuto internazionale, che si ritira, diminuisce o scompare del tutto una volta raggiunti i suoi obiettivi (obiettivi talvolta politici e non necessariamente sostanziali, cioè professionali).
Un’altra condizione importante per lo sviluppo del «reaching out» è l’aspettativa di una conclusione e di risultati: in altre parole, la convinzione, da parte della persona colpita, che gli interventi psicoterapeutici siano in genere efficaci e si concludano dopo un tempo relativamente chiaro, lasciando spazio a un reinserimento il più rapido ed efficace possibile nei compiti che erano i suoi prima dell’evento o del vissuto traumatico.
Da ricordare
Il principio di proattività rovescia la logica abituale dell’offerta di cura: non si aspetta la domanda, le si va incontro. Occorre però che questo movimento duri — l’autore parla di almeno diciotto mesi — perché l’aiuto psicologico diventa davvero operante proprio nel momento in cui i dispositivi, invece, si ritirano per mancanza di risorse.
Come abbiamo ricordato nel numero precedente di Perspectivas Sistémicas, il debriefing psicologico («psychological debriefing») è utilizzato come intervento immediato con le persone sopravvissute all’evento e con i membri delle squadre di soccorso e di assistenza. L’intento è prevenire la comparsa di sintomi psicologici a lungo termine e permettere alle persone sopravvissute, così come alle squadre di salvataggio e di assistenza, di raggiungere una coerenza cognitiva ed emotiva di ciò che hanno vissuto. Questa tecnica comprende tre fasi distinte, legate agli obiettivi menzionati sopra:
Fase di ventilazione psicologica delle persone colpite e della squadra di soccorso: espressione delle emozioni e valutazione del potenziale di stress e di ansia.
Fase centrata sui sintomi derivati dall’esperienza vissuta durante l’evento. Offre l’occasione di ottenere sostegno e di scoprire la normatività delle emozioni, dei sentimenti e di alcune condotte, evitando l’autoetichettamento come «anomalia».
Fase di attivazione delle risorse di coping. Si tratta di individuare e promuovere il potenziale cognitivo, emotivo, comportamentale e sociale dell’individuo. Parallelamente, continuando a fornire un’informazione pertinente sui diversi aspetti delle risposte e delle reazioni individuali, familiari e comunitarie nelle situazioni di disastro di massa, si incoraggia la concentrazione degli sforzi sulla preparazione di un futuro programma di adattamento attivo e di adozione di risorse di coping efficaci.
Le équipe che attuano il debriefing psicologico come tecnica preventiva e terapeutica sono solite suddividere queste tre fasi in diverse tappe (Mitchell, 1983; Hodgkinson, 1988; Inbar, 1994):
Presentazione di chi conduce il gruppo (o di chi lo segue come terapeuta) e dei membri del gruppo (che a volte appartengono a diversi gruppi di volontariato, di soccorso o di persone colpite).
Gran parte delle emozioni è il prodotto di una «realtà irreale» che diventa reale nelle sue conseguenze (Thomas y Thomas, 1918).
Questa tappa serve da prima diagnosi, non sistematica, delle attribuzioni, delle immagini, delle valutazioni e delle previsioni dell’individuo. Sebbene il debriefing psicologico non miri alla modifica sistematica delle cognizioni, in alcuni casi, secondo la nostra esperienza, durante o grazie a questa tecnica è possibile cambiare alcuni pensieri «distorti» (per esempio pensieri catastrofici del tipo «è la fine della nostra sicurezza»), riattribuire certi fatti, riformulare situazioni o rivalutare capacità, di fronte ad affermazioni come «ci meritiamo ciò che è successo» o «non abbiamo le risorse per affrontare la tragedia».
Ricordare ciò che è stato fatto: le condotte che sono servite e i comportamenti che si sono rivelati inefficaci. Questa tappa è di importanza cruciale, perché serve spesso a diminuire il senso di colpa così frequente nelle persone colpite, sopravvissute o che hanno partecipato alle attività di salvataggio. Altri membri del gruppo possono aiutare a confermare che la persona ha agito in modo efficace, funzionale, adeguato e umanamente comprensibile.
Permette di scoprire che un determinato sintomo è una reazione comune nelle persone che hanno vissuto situazioni traumatizzanti, con il conseguente senso di normatività. Può servire a diagnosticare manifestazioni disadattive che richiederanno un successivo intervento di consulenza o una terapia.
Il modello cognitivo sottolinea l’importanza di questi due processi fondamentali (una sorta di «insegnapprendimento» nel senso di Pichon Rivière). La persona colpita o partecipante apprende qualcosa sulle proprie cognizioni, emozioni e condotte; distingue ciò che è funzionale e adattivo da ciò che le procura esperienze sgradevoli o minaccia la sua autostima, la sua autoefficacia percepita o il suo autocontrollo. In alcuni casi, in particolare nelle squadre di soccorso o sanitarie che hanno partecipato all’evento, si può insegnare e imparare a identificare e mobilitare risorse sociali (creazione di gruppi di sostegno professionale e sociale; Caplan, G., 1988, 1993; Caplan, R. B., 1972; Inbar, 1988, 1994).
L’accento di questa tappa è posto su ciò che accade nel momento; si tratta di integrare nel presente ciò che è stato espresso e appreso, tanto a livello dell’individuo quanto del gruppo (in particolare se si tratta di un’équipe costituita).
La persona percepisce, sente, e può persino comprendere e accettare di non essere più la stessa di prima. La tragedia è avvenuta nella realtà; in un certo senso, la negazione non è né funzionale né adattiva. L’accento è posto su ciò che conviene fare per poter andare avanti, realizzare i propri progetti e raggiungere i propri obiettivi. Al tempo stesso, si prepara la persona ad accettare l’eventualità di alcune reazioni e di alcuni sintomi, legittimando il ricorso a un’assistenza psicologica qualora si rivelasse necessaria. A questo punto l’autore è solito includere i concetti e i principi della «forza psicologica» e dell’«attesa fiduciosa», sviluppati più sopra.
Quanto esposto permette di osservare le differenze che esistono tra i modelli che privilegiano soprattutto la ventilazione o l’abreazione e il modello qui descritto, in cui vengono messi in primo piano aspetti fondamentali dello sviluppo dei sentimenti di autocontrollo, competenza, partecipazione, impegno, coinvolgimento e sfida psicologica, a cui si aggiunge la convinzione che, nonostante la tragedia, possiamo continuare, in un altro modo, a crescere e a creare.
Note dell’originale
(1) Altre traduzioni possibili: «fermezza», «tempra» o «temperanza», «forza d’animo», ecc.
(2) «To reach out»: tendere la mano, andare verso; «outreach program»: programma di estensione, nel senso di diffusione e di intervento sociale e comunitario.
(*) Questo articolo è stato pubblicato nel n. 35 di Perspectivas Sistémicas, marzo-aprile 1995.
Chi è Jacinto Inbar
Il dott. Jacinto Inbar è psicologo clinico e del lavoro. È esperto di interventi in situazioni di crisi e di catastrofe di massa. Insegna all’Università Ebraica di Gerusalemme, in Israele. Altri lavori dell’autore sono apparsi in Perspectivas Sistémicas n. 2 e n. 28.
Questo articolo è una traduzione italiana non ufficiale, condotta sull’originale spagnolo «Estrategias de intervención psicológica en situaciones de crisis masivas. El atentado terrorista en la Comunidad Judía de Buenos Aires (2° parte)», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 35, marzo-aprile 1995). Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicato con l’accordo della rivista.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Inbar, J. (2022). Stratégies d’intervention psychologique dans les situations de crise massive. L’attentat terroriste contre la communauté juive de Buenos Aires (2e partie) (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/strategies-d-intervention-psychologique-en-crise-massive-l-attentat-de-buenos-aires-2e-partie (Opera originale pubblicata nel 1995 in Perspectivas Sistémicas, n. 35, marzo-aprile 1995; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/27/estrategias-de-intervencion-psicologica-en-situaciones-de-crisis-masivas-el-atentado-terrorista-en-la-comunidad-judia-de-buenos-aires-2-parte/)
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