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Healthcare · Famiglia

Trauma intergenerazionale collettivo nell’infanzia e nelle famiglie: meccanismi di trasmissione, effetti e interventi terapeutici delle professioni sanitarie e del servizio sociale per promuovere la salute e rafforzare la resilienza psicologica

In che modo un genocidio, una guerra o un esilio continuano a pesare su bambine e bambini che non li hanno mai vissuti? Un’équipe greca di servizio sociale e scienze infermieristiche ha esaminato 22 studi pubblicati tra il 2016 e il 2026, dal Ruanda alla Shoah, dalla Partizione dell’India alle famiglie siriane rifugiate. La trasmissione passa soprattutto attraverso la comunicazione familiare, il silenzio e il disagio dei genitori; gli interventi, invece, restano per lo più centrati sull’individuo.

Autrici e autori Danai Sofia Pyliou, Areti Stavropoulou, Michael Rovithis, Georgios Filippidis e Maria Moudatsou (Department of Social Work, School of Health Sciences, Hellenic Mediterranean University, Heraklion; Department of Nursing, University of West Attica, Atene; Department of Business Administration & Tourism, Hellenic Mediterranean University, Heraklion; Department of Social Work, Democritus University of Thrace, Komotini, Grecia)Prima pubblicazione Healthcare, 1° agosto 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Collective Intergenerational Trauma in Children and Families: Transmission Mechanisms, Effects and Therapeutic Interventions by Health and Social Work Professionals to Promote Health and Strengthen Psychological Resilience, di Danai Sofia Pyliou, Areti Stavropoulou, Michael Rovithis, Georgios Filippidis e Maria Moudatsou, pubblicato su Healthcare (MDPI) (2026), doi: 10.3390/healthcare14152343, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Gli interventi esistenti si concentrano principalmente sul trauma individuale e prestano un’attenzione limitata alle sue dimensioni collettive e intergenerazionali.

Danai Sofia Pyliou, Areti Stavropoulou, Michael Rovithis, Georgios Filippidis e Maria Moudatsou

Abstract

Il trauma intergenerazionale collettivo è un fenomeno complesso che colpisce la discendenza e le famiglie esposte agli effetti duraturi di eventi traumatici collettivi, come lo sfollamento forzato, il genocidio e la guerra. Questa revisione sistematica si proponeva di esplorare i meccanismi attraverso cui il trauma collettivo si trasmette da una generazione all’altra, di esaminarne le conseguenze per l’infanzia e le famiglie e di analizzare criticamente gli interventi impiegati dalle professioni sanitarie e dal servizio sociale. La revisione sistematica è stata condotta su ScienceDirect, Wiley Online Library e PubMed. È stata valutata l’ammissibilità degli studi pubblicati tra il 2016 e il 2026, il che ha portato all’inclusione di 22 studi. Sono stati utilizzati i termini di indicizzazione «collective intergenerational trauma», «collective transgenerational trauma», «trauma transmission», «transmission mechanisms», «consequences», «intergenerational trauma interventions», «Social Care» e «Health Professionals», insieme agli operatori booleani AND e OR. Gli studi inclusi sono stati sintetizzati mediante analisi tematica. I risultati indicano che il trauma intergenerazionale collettivo si trasmette attraverso meccanismi familiari, comunicativi, socioculturali e biologici che interagiscono tra loro. Le sue conseguenze comprendono difficoltà psicologiche e psicosociali nella discendenza, perturbazioni delle relazioni familiari ed effetti negativi sul funzionamento familiare. Gli interventi esistenti si concentrano principalmente sul trauma individuale e prestano un’attenzione limitata alle sue dimensioni collettive e intergenerazionali. I risultati sottolineano la necessità di interventi culturalmente sensibili, informati sul trauma e centrati sulla famiglia, che affrontino il trauma intergenerazionale collettivo in una cornice sistemica. Il personale sanitario e il servizio sociale possono svolgere un ruolo importante nel promuovere la salute mentale, rafforzare la resilienza, attenuare gli effetti a lungo termine del trauma e sostenere l’infanzia, le famiglie e le comunità colpite.

Parole chiave: trauma collettivo; trauma intergenerazionale; trasmissione del trauma; interventi informati sul trauma; professioni sanitarie

1. Introduzione

Gli eventi traumatici su vasta scala, come la guerra, il genocidio e lo sfollamento forzato, possono avere conseguenze durature non solo per chi vi è stato direttamente esposto, ma anche per le loro famiglie e per le generazioni successive. La ricerca contemporanea indica che tali conseguenze possono influire sullo sviluppo psicologico della discendenza, sulle relazioni interpersonali e sul funzionamento familiare [1,2]. Il persistere di questi effetti attraverso le generazioni ha contribuito a un crescente interesse scientifico per il trauma intergenerazionale collettivo e per i processi attraverso cui le esperienze traumatiche collettive continuano a colpire la discendenza.

Il trauma intergenerazionale collettivo è un fenomeno complesso e multidimensionale che implica il persistere, attraverso le generazioni, degli effetti psicologici, familiari e sociali di esperienze traumatiche collettive. La sua trasmissione può avvenire attraverso processi psicologici, familiari, comunicativi, socioculturali e potenzialmente biologici che interagiscono tra loro [3,4]. Le esperienze collettive e la memoria sociale possono plasmare i comportamenti, le rappresentazioni e le relazioni delle generazioni successive [5], mentre alterazioni nella regolazione dello stress e nell’espressione genica sono state proposte come possibili vie biologiche associate a una maggiore vulnerabilità psicologica e fisica [1,6,7].

Data la natura multidimensionale del fenomeno e la diversità delle prospettive da cui è stato esaminato, occorrono distinzioni concettuali tra forme di trauma affini. Sebbene questi concetti siano interconnessi, non sono sinonimi. Il trauma intergenerazionale collettivo si riferisce specificamente alle conseguenze durature di esperienze traumatiche su vasta scala che colpiscono un gruppo e la sua discendenza [8]. Il trauma storico mette l’accento sugli effetti cumulativi di eventi traumatici vissuti da un gruppo che condivide una comune identità culturale, etnica o sociale [9]. Il trauma intergenerazionale si riferisce, in senso più ampio, ai processi attraverso cui gli effetti del trauma in una generazione influenzano le generazioni successive che non hanno vissuto direttamente l’evento originario [2]. Lo stress traumatico secondario è concettualmente distinto, poiché riguarda i sintomi legati al trauma derivanti dall’esposizione indiretta alle esperienze traumatiche di un’altra persona [10].

Al di là di queste distinzioni concettuali, comprendere come gli effetti del trauma collettivo persistano attraverso le generazioni richiede di considerare i molteplici processi coinvolti nella loro trasmissione. La trasmissione del trauma intergenerazionale collettivo non può essere spiegata da un’unica via. I fattori familiari e psicosociali sembrano svolgere un ruolo centrale. Le pratiche genitoriali, i modelli di comunicazione e la rivelazione o il silenzio dei genitori riguardo alle esperienze traumatiche possono influenzare il modo in cui la prole vive gli effetti legati al trauma [11]. Anche il comportamento dei genitori e l’ambiente familiare più ampio possono rafforzare tali effetti [3]. Gli approcci psicodinamici sottolineano inoltre l’influenza delle esperienze traumatiche non elaborate e dei processi emotivi inconsci sulle relazioni genitore–figlio e sullo sviluppo psicologico della discendenza [12]. L’interazione di questi processi di trasmissione può contribuire a una serie di conseguenze psicologiche, interpersonali, sociali e fisiche nella discendenza.

Il trauma intergenerazionale è stato associato a difficoltà psicologiche e psicosociali nella discendenza che non è stata direttamente esposta all’evento originario [13,14]. Tra le conseguenze riportate figurano ansia e depressione [15,16] e sintomi da stress post-traumatico [17]. La paura e la sfiducia possono ostacolare l’integrazione sociale [18], contribuire al ritiro sociale [19] e impedire lo sviluppo di relazioni interpersonali basate sulla fiducia [20].

La natura multidimensionale di queste conseguenze evidenzia la necessità di interventi che vadano oltre il trattamento dei sintomi traumatici individuali. Il personale sanitario e il servizio sociale possono svolgere un ruolo importante nel riconoscere i modelli intergenerazionali, sostenere l’infanzia e le persone che se ne prendono cura, rafforzare la resilienza e attuare interventi culturalmente sensibili, informati sul trauma e centrati sulla famiglia. Tuttavia, l’elaborazione di risposte così complete è complicata da importanti limiti concettuali, teorici ed empirici della letteratura esistente.

Nonostante il crescente interesse della ricerca, gli studi esistenti affrontano il trauma intergenerazionale collettivo da prospettive teoriche e metodologiche diverse, mettendo l’accento su meccanismi di trasmissione e conseguenze differenti. Questa eterogeneità, unita alla tendenza a esaminare separatamente i meccanismi di trasmissione, gli effetti sull’infanzia e sulle famiglie e gli approcci di intervento, limita una comprensione integrata di come le esperienze traumatiche collettive persistano all’interno dei sistemi familiari e sociali. Affrontare questa frammentazione richiede una sintesi delle evidenze disponibili che consideri queste dimensioni insieme, anziché come ambiti di indagine separati.

Di conseguenza, questa revisione sistematica esamina i meccanismi attraverso cui le conseguenze del trauma collettivo possono trasmettersi da una generazione all’altra, i loro effetti sull’infanzia e sul funzionamento familiare, e gli interventi impiegati dalle professioni sanitarie e dal servizio sociale. Integrando queste dimensioni in una cornice collettiva, centrata sull’infanzia e sulla famiglia, la revisione mira a offrire una comprensione più completa del trauma intergenerazionale collettivo e a sostenere lo sviluppo di approcci sistemici alla sua prevenzione e gestione.

2. Obiettivo e domande di ricerca

Le domande di ricerca e i criteri di ammissibilità sono stati strutturati principalmente secondo il modello Population–Concept–Context (PCC), ritenuto adatto all’oggetto della revisione, il trauma intergenerazionale collettivo, e all’inclusione di disegni di studio e approcci metodologici diversi. Per la domanda di ricerca relativa agli interventi valutati è stato inoltre applicato, ove pertinente, il modello Population–Intervention–Comparison–Outcome (PICO), a seconda del disegno e delle caratteristiche degli studi di intervento inclusi.

Di conseguenza, la revisione sistematica ha affrontato le seguenti domande di ricerca:

  1. Attraverso quali meccanismi il trauma intergenerazionale collettivo si trasmette all’infanzia e alle famiglie colpite da esperienze traumatiche collettive?
  2. Quali sono le conseguenze del trauma intergenerazionale collettivo per l’infanzia e per il sistema familiare nel contesto di esperienze traumatiche collettive?
  3. Quali interventi sono stati valutati empiricamente e sono utilizzati dalle figure professionali, compreso il servizio sociale, per affrontare il trauma intergenerazionale collettivo o le sue conseguenze legate al trauma tra le persone sopravvissute, la discendenza, l’infanzia e le famiglie colpite da esperienze traumatiche collettive?

3. Materiali e metodi

3.1. Disegno

Una revisione sistematica prevede un approccio strutturato e rigoroso alla ricerca e alla valutazione della letteratura pertinente a un tema chiaramente definito. Sulla base di criteri prestabiliti, le evidenze disponibili vengono esaminate sistematicamente, integrate e riportate in modo esaustivo, al fine di rispondere alle domande di ricerca stabilite. Di conseguenza, questa ricerca ha adottato un quadro metodologico sistematico per la propria indagine, condotta nell’aprile 2026 sulle banche dati ScienceDirect, Wiley Online Library e PubMed. I principali termini di ricerca comprendevano «collective intergenerational trauma», «collective transgenerational trauma», «trauma transmission», «transmission mechanisms», «consequences», «intergenerational trauma interventions», «Social Care» e «Health Professionals», insieme agli operatori booleani AND e OR, come illustrato nella Tabella 1. Sono state utilizzate parole chiave a testo libero perché non era disponibile in modo uniforme in tutte le banche dati un vocabolario controllato equivalente. Sono stati applicati filtri per limitare la ricerca alle pubblicazioni in lingua inglese uscite tra il 2016 e il 2026. Ove disponibile, è stato applicato anche il filtro per il testo completo.

Tabella 1 — Indice con operatori booleani e termini specifici.

  • Termine: Collective Intergenerational Trauma; Operatore booleano: OR; Termine: Collective Transgenerational Trauma; Operatore booleano: AND; Termine: Trauma Transmission
  • Termine: Collective Intergenerational Trauma; Operatore booleano: OR; Termine: Collective Transgenerational Trauma; Operatore booleano: AND; Termine: Transmission Mechanisms
  • Termine: Collective Intergenerational Trauma; Operatore booleano: OR; Termine: Collective Transgenerational Trauma; Operatore booleano: AND; Termine: Consequences
  • Termine: Collective Intergenerational Trauma; Operatore booleano: OR; Termine: Collective Transgenerational Trauma; Operatore booleano: AND; Termine: Intergenerational Trauma Interventions
  • Termine: Intergenerational Trauma Interventions; Operatore booleano: AND; Termine: Social care; Operatore booleano: OR; Termine: Health Professionals

3.2. Individuazione degli studi pertinenti e selezione degli studi

È stata condotta una ricerca sistematica della letteratura e la selezione degli studi ha seguito le fasi principali del quadro PRISMA. Questo processo è stato presentato mediante il diagramma di flusso PRISMA 2020 (Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta-Analyses), adottato come quadro per una rendicontazione trasparente e sistematica della ricerca bibliografica e del processo di selezione degli studi [21]. In questo modo sono state documentate con chiarezza tutte le fasi della ricerca bibliografica, i motivi di esclusione degli studi e la composizione finale del campione della revisione sistematica [22].

La Figura 1 illustra il processo di selezione degli studi secondo le linee guida PRISMA 2020. Le ricerche nelle banche dati ScienceDirect, Wiley Online Library e PubMed hanno individuato 4.997 record. Dopo la rimozione dei duplicati e lo screening preliminare, i record che soddisfacevano i criteri di screening sono passati alla valutazione del testo completo. In seguito all’applicazione dei criteri di ammissibilità prestabiliti, 22 studi sono stati inclusi nella revisione sistematica finale.

Il processo di selezione degli studi è stato guidato da criteri di inclusione prestabiliti. Per quanto riguarda il disegno di studio, sono stati inclusi studi quantitativi, qualitativi e a metodi misti, nonché studi di caso e contributi riflessivi, purché esaminassero il trauma intergenerazionale collettivo, i suoi meccanismi di trasmissione, le sue conseguenze per l’infanzia e le famiglie o gli interventi volti a prevenirne o gestirne gli effetti. Per garantire l’attualità della revisione e la sua pertinenza rispetto alla ricerca contemporanea sul trauma intergenerazionale collettivo, la ricerca bibliografica è stata limitata agli studi pubblicati tra il 2016 e il 2026. Quanto al tipo di pubblicazione, sono stati inclusi solo articoli pubblicati su riviste scientifiche con revisione tra pari [22]. Inoltre, sono stati considerati ammissibili solo gli studi pubblicati in inglese e disponibili in testo completo.

Sono stati esclusi saggi, editoriali, recensioni di libri e rapporti di policy che non fornivano evidenze sufficientemente documentate e pertinenti alle domande di ricerca. Sono stati esclusi anche gli studi privi di un disegno di ricerca chiaramente definito o di una descrizione adeguata del processo di raccolta e analisi dei dati [23].

Tutti i record individuati con la ricerca bibliografica sono stati importati in Zotero 7 (Corporation for Digital Scholarship, Vienna, VA, USA) per la gestione dei riferimenti e l’individuazione dei duplicati. I record duplicati recuperati da fonti elettroniche diverse sono stati individuati e rimossi prima del processo di screening. Dopo la rimozione dei duplicati, i titoli e gli abstract dei record rimanenti sono stati esaminati per valutarne la pertinenza rispetto agli obiettivi e alle domande di ricerca della revisione e la coerenza con i criteri di ammissibilità prestabiliti. In questa fase sono stati esclusi i record chiaramente estranei all’ambito della revisione.

Dopo lo screening di titoli e abstract, gli studi potenzialmente pertinenti sono passati alla revisione del testo completo. L’ammissibilità di ciascun articolo è stata valutata in modo indipendente rispetto ai criteri di inclusione e di esclusione prestabiliti, prima di prendere una decisione definitiva sulla sua inclusione nella revisione. Gli studi che non soddisfacevano i criteri di ammissibilità sono stati esclusi e i motivi specifici di esclusione nella fase di valutazione del testo completo sono stati registrati sistematicamente. Gli studi che soddisfacevano tutti i criteri di ammissibilità hanno costituito il campione finale incluso nella revisione sistematica.

L’intero processo di selezione degli studi è presentato nella Figura 1.

3.3. Estrazione dei dati

Una volta completato il processo di selezione degli studi, i dati degli studi inclusi sono stati estratti sistematicamente e organizzati in fogli di calcolo di Microsoft Excel 2021 (Microsoft Corporation, Redmond, WA, USA). Questa procedura ha favorito la gestione strutturata, il confronto e la successiva sintesi delle evidenze disponibili.

L’estrazione dei dati è stata condotta in modo coerente e standardizzato, per garantire una registrazione confrontabile delle principali caratteristiche e dei risultati di ciascuno studio incluso [22]. In particolare, sono state registrate informazioni relative a chi firma lo studio (una o più persone), all’anno di pubblicazione, al paese in cui è stato condotto lo studio, agli obiettivi, alla popolazione studiata, alla dimensione del campione, al disegno di ricerca e ai principali risultati.

Sono stati estratti anche i principali risultati di ciascuno studio in base alla loro pertinenza rispetto alle domande di ricerca della revisione, comprese le evidenze relative ai meccanismi di trasmissione del trauma intergenerazionale collettivo, alle sue conseguenze per l’infanzia e il sistema familiare e agli interventi sviluppati per affrontare il trauma intergenerazionale collettivo o ridurne gli effetti legati al trauma.

3.4. Sintesi dei dati

Data la notevole eterogeneità degli studi inclusi in termini di disegno di ricerca, caratteristiche delle persone partecipanti, raccolta dei dati e strumenti di misura, nonché approcci analitici, è stata adottata una sintesi narrativa e tematica anziché una meta-analisi statistica. Questo approccio è stato ritenuto appropriato perché consente di integrare e interpretare evidenze qualitative e quantitative eterogenee ed è particolarmente adatto alle revisioni sistematiche nelle scienze sociali [24].

I risultati degli studi inclusi sono stati confrontati e raggruppati in base alle somiglianze concettuali e alla loro pertinenza rispetto alle domande di ricerca della revisione. Attraverso questo processo, le evidenze sono state organizzate in categorie tematiche più ampie e concettualmente coerenti. Gli studi che affrontavano più di una domanda di ricerca hanno fornito risultati a più di una categoria tematica; tuttavia, nella sezione corrispondente sono stati sintetizzati solo i risultati direttamente pertinenti a ciascuna domanda di ricerca.

La sintesi è stata organizzata in tre aree tematiche principali: (1) meccanismi di trasmissione del trauma intergenerazionale collettivo, (2) conseguenze del trauma intergenerazionale collettivo per l’infanzia e il sistema familiare e (3) interventi valutati empiricamente che affrontano il trauma intergenerazionale collettivo o le sue conseguenze legate al trauma. All’interno di ciascuna area tematica, i risultati di studi con approcci metodologici diversi sono stati integrati in forma narrativa, al fine di individuare schemi ricorrenti, risultati convergenti e divergenti e lacune nelle evidenze disponibili.

Per trasparenza e per offrire a chi legge una panoramica completa delle evidenze incluse in questa revisione, le caratteristiche dei 22 studi selezionati sono presentate nell’Appendice A (Tabella A1).

Diagramma di flusso del processo di ricerca e selezione degli studi (PRISMA).
Figura 1. Diagramma di flusso del processo di ricerca e selezione degli studi (PRISMA).

3.5. Valutazione della qualità

Non è stata effettuata alcuna valutazione quantitativa formale della qualità metodologica o del rischio di bias mediante strumenti di valutazione standardizzati, come gli strumenti Cochrane Risk of Bias, GRADE, CASP, JBI o MMAT. Questa decisione rifletteva gli obiettivi e l’ambito della revisione, nonché la notevole diversità metodologica delle evidenze incluse. La revisione comprendeva studi qualitativi, quantitativi e a metodi misti che differivano considerevolmente per disegno di ricerca, metodi di raccolta dei dati e approcci analitici. Data questa eterogeneità, l’applicazione di un unico strumento di valutazione standardizzato è stata ritenuta inadatta, poiché avrebbe potuto non cogliere adeguatamente le differenze metodologiche tra gli studi inclusi e portare a una valutazione eccessivamente semplificata delle evidenze disponibili.

Ciononostante, le considerazioni metodologiche sono state integrate in tutte le fasi di selezione, inclusione e sintesi delle evidenze, attraverso una valutazione qualitativa narrativa dell’adeguatezza metodologica degli studi inclusi. Ciascuno studio incluso è stato valutato in modo indipendente da due revisori, per ridurre il rischio di bias legati a chi effettua la revisione. Gli eventuali disaccordi emersi durante il processo di valutazione sono stati discussi e risolti per consenso. Questa valutazione ha preso in considerazione aspetti metodologici chiave, tra cui la chiarezza degli obiettivi di ricerca, l’adeguatezza del disegno di studio rispetto agli scopi dichiarati e l’adeguatezza della descrizione del campione e del contesto di ricerca. Particolare attenzione è stata inoltre rivolta all’appropriatezza della selezione delle persone partecipanti e alla trasparenza e adeguatezza delle procedure di raccolta dei dati riportate. La valutazione metodologica si è quindi concentrata sul fatto che i metodi impiegati in ciascuno studio fossero descritti in modo sufficiente e adatti a rispondere ai rispettivi obiettivi di ricerca.

I punti di forza e i limiti metodologici individuati attraverso questa valutazione qualitativa sono stati presi in considerazione durante la sintesi e l’interpretazione delle evidenze. Questo processo ha favorito una valutazione più critica dei risultati e ha permesso di formulare le conclusioni della revisione alla luce delle caratteristiche e dei limiti metodologici delle evidenze disponibili.

L’assenza di una valutazione formale e standardizzata della qualità metodologica e del rischio di bias è riconosciuta come un limite della presente revisione ed è stata tenuta in conto nell’interpretazione dei risultati e nella formulazione delle conclusioni. Tuttavia, l’uso di un approccio narrativo e interpretativo alla valutazione metodologica è stato ritenuto coerente con la natura ampia ed eterogenea delle evidenze sintetizzate in questa revisione e con gli approcci adottati nelle revisioni delle scienze sociali che mirano principalmente a integrare e interpretare corpi di evidenze diversi, piuttosto che a confrontare statisticamente gli effetti degli interventi o a stabilire relazioni causali [22,23].

4. Risultati

4.1. Caratteristiche degli studi inclusi

Gli studi inclusi in questa revisione sistematica sono stati condotti in regioni geografiche diverse, il che riflette la portata internazionale della letteratura disponibile. La Tabella 2 riassume le principali caratteristiche degli studi inclusi e la loro distribuzione geografica. L’Asia rappresentava la quota più ampia di studi (31,8%), seguita dal Nord America (22,7%). L’Europa e l’Oceania hanno contribuito ciascuna con il 13,6% degli studi inclusi, mentre l’Africa e gli studi multinazionali rappresentavano ciascuno il 9,1%. Gli anni di pubblicazione degli studi inclusi nella revisione vanno dal 2016 al 2026. Più precisamente, cinque studi (22,7%) sono stati pubblicati tra il 2016 e il 2018, tre studi (13,6%) tra il 2019 e il 2021, mentre la maggioranza (n = 14, 63,6%) è stata pubblicata tra il 2022 e il 2026.

Tabella 2 — Analisi delle caratteristiche degli studi.

  • Area degli studi, studi n (%). Asia: 7 (31.8); Nord America: 5 (22.7); Europa: 3 (13.6); Oceania: 3 (13.6); Africa: 2 (9.1); Multinazionali: 2 (9.1).
  • Anno di pubblicazione, studi n (%). 2016–2018: 5 (22.7); 2019–2021: 3 (13.6); 2022–2026: 14 (63.6).
  • Tipo di studi, studi n (%). Studi quantitativi: 11 (50.0); Studi qualitativi: 8 (36.4); Studi a metodi misti: 2 (9.1); Studio di caso/contributo riflessivo: 1 (4.5).

Dei 22 studi inclusi nella revisione, i disegni quantitativi erano i più frequenti (n = 11), seguiti dai disegni qualitativi (n = 8) e dai disegni a metodi misti (n = 2). Una pubblicazione è stata classificata come studio di caso (n = 1).

La sintesi narrativa degli studi inclusi in questa revisione sistematica ha messo in luce un’ampia gamma di evidenze sul trauma intergenerazionale collettivo. Per facilitare una presentazione coerente dei risultati, le evidenze sintetizzate sono state organizzate in tre categorie tematiche, a seconda che riguardassero (1) i meccanismi attraverso cui il trauma intergenerazionale collettivo colpisce l’infanzia e le famiglie (n = 11 studi), (2) le conseguenze del trauma intergenerazionale collettivo per l’infanzia e il sistema familiare (n = 11 studi) o (3) gli interventi che affrontano il trauma intergenerazionale collettivo e le sue conseguenze (n = 6 studi). Alcuni studi hanno fornito risultati a più di una categoria tematica e sono stati quindi inclusi nella sintesi narrativa di più di una domanda di ricerca; di conseguenza, il numero di studi nelle tre categorie tematiche supera il numero totale di studi inclusi nella revisione.

4.2. Categorie tematiche

4.2.1. Meccanismi di trasmissione del trauma intergenerazionale collettivo

I meccanismi coinvolti nella trasmissione del trauma intergenerazionale collettivo che colpiscono l’infanzia e le famiglie sono associati a molteplici fattori. In particolare, Bonumwezi et al. [25], che hanno condotto in Ruanda uno studio su un campione di 251 persone adulte discendenti di persone sopravvissute al genocidio contro i Tutsi, hanno indagato i fattori familiari e psicosociali coinvolti nella trasmissione intergenerazionale del trauma. Più precisamente, il gruppo di ricerca ha esaminato l’esposizione dei genitori a eventi traumatici e i loro sintomi da stress post-traumatico, le pratiche genitoriali e la comunicazione genitore–figlio, nonché i sintomi da stress post-traumatico, ansia e depressione nella discendenza. I risultati hanno individuato nella comunicazione del trauma dei genitori un meccanismo chiave della trasmissione intergenerazionale, in particolare attraverso la comunicazione non verbale e le forme di comunicazione che suscitano sensi di colpa nella discendenza, oltre che attraverso modelli di comunicazione familiare disfunzionali e pratiche genitoriali negative, come l’indifferenza verso la prole e una genitorialità maltrattante.

Johns et al. [26], in uno studio su 98 persone adulte discendenti di seconda e terza generazione di persone sopravvissute alla Shoah, si sono concentrati sul ruolo della comunicazione familiare. Una comunicazione frequente e diretta sull’evento storico ha funto da meccanismo centrale di trasmissione del trauma, accrescendo la consapevolezza della perdita storica. Al contrario, le forme di comunicazione indirette e quelle che inducono sensi di colpa sono emerse come meccanismi di trasmissione disfunzionali, con effetti negativi sul benessere mentale della discendenza.

Un altro studio, condotto in Australia con quattordici nipoti di persone sopravvissute alla Shoah, mirava a indagare i meccanismi di trasmissione intergenerazionale del trauma intergenerazionale. La comunicazione familiare sul passato traumatico, la conservazione della memoria storica e i significati attribuiti alla Shoah, nonché le reazioni emotive delle generazioni precedenti al trauma, unite alle relazioni delle persone partecipanti con altre persone discendenti di chi è sopravvissuto, costituivano meccanismi chiave della trasmissione intergenerazionale del trauma. Attraverso questi meccanismi, il trauma continuava a colpire la discendenza, plasmando il modo in cui percepiva e dava senso sia alla storia familiare sia alla propria vita attuale [27].

Lin et al. [28] hanno condotto negli Stati Uniti uno studio con la partecipazione di 13 minori di origine cambogiana. Lo studio mirava a indagare come le generazioni più giovani vengano a conoscenza delle esperienze traumatiche delle loro famiglie, concentrandosi sulla comunicazione intergenerazionale, sulle fonti di informazione, sulle occasioni di apprendimento e sui fattori emotivi che influenzano questo processo. I risultati hanno mostrato che la comunicazione intergenerazionale costituiva un meccanismo chiave di trasmissione del passato traumatico, non solo attraverso genitori, nonne e nonni, ma anche attraverso le narrazioni comunitarie e i media. Al tempo stesso, la vicinanza emotiva, la motivazione ad apprendere e la tolleranza del disagio emotivo favorivano una comunicazione diretta e coerente, mentre l’assenza di questi fattori era associata al silenzio e a una comunicazione emotivamente carica.

Isobel et al. [29] hanno esplorato le percezioni e le esperienze cliniche in ambito psichiatrico riguardo al trauma intergenerazionale in uno studio qualitativo che ha coinvolto 13 psichiatre e psichiatri. I risultati dello studio hanno rivelato che la trasmissione intergenerazionale del trauma avviene attraverso il disagio psicologico dei genitori, una ridotta capacità genitoriale, la perturbazione dei modelli di attaccamento e la riproduzione dei cicli del trauma all’interno della famiglia. In particolare, la riproduzione dei cicli del trauma si riferisce al mantenimento e alla ripetizione di modelli disfunzionali di relazione, comportamento e reazione emotiva associati al trauma originario e tramandati da una generazione all’altra. In questo modo, le conseguenze del trauma collettivo incidono sul funzionamento familiare e sulle relazioni tra i membri della famiglia, contribuendo al mantenimento e alla trasmissione intergenerazionale del trauma.

Kevers et al. [30] hanno indagato i modi in cui il trauma intergenerazionale collettivo si trasmette nel contesto familiare in uno studio qualitativo che ha coinvolto 10 genitori e 17 tra figlie e figli di famiglie curde rifugiate. I risultati hanno mostrato che la trasmissione del trauma avviene principalmente in modo indiretto, attraverso il silenzio e le discussioni su eventi di violenza contemporanei, nonché attraverso la memoria storica collettiva, le narrazioni familiari e simboli o oggetti culturali che conservano un valore simbolico in relazione al passato.

Lo studio, condotto con 422 persone adulte figlie di persone sopravvissute alla Shoah, ha indagato che cosa venga trasmesso dalle persone sopravvissute alla loro discendenza e attraverso quali meccanismi familiari e post-traumatici avvenga la trasmissione intergenerazionale. I risultati hanno rivelato che la trasmissione del trauma avviene principalmente attraverso i modelli di adattamento post-traumatico sviluppati dai genitori in risposta alle loro esperienze traumatiche. Questi modelli, come l’adozione di una posizione vittimaria e il distacco emotivo, erano plasmati sia dalle esperienze della Shoah e dalle storie familiari delle persone sopravvissute, sia dalle condizioni dell’ambiente familiare del dopoguerra, e influenzavano le loro relazioni con la prole. Un meccanismo di trasmissione intergenerazionale particolarmente significativo era la perturbazione dei legami emotivi tra genitori e prole, collegata, direttamente e indirettamente, a effetti negativi sulla discendenza. Al contrario, vivere in Israele è emerso come un fattore socioculturale protettivo, in grado di attenuare gli effetti negativi della trasmissione intergenerazionale [31].

Shrira [32] ha condotto uno studio con 450 partecipanti che ha indagato la relazione tra la comunicazione dei genitori sulla Shoah e la traumatizzazione secondaria come possibili meccanismi di trasmissione intergenerazionale del trauma nella discendenza delle persone sopravvissute. I risultati hanno mostrato che una comunicazione intrusiva dei genitori sulla Shoah era associata a livelli più elevati di traumatizzazione secondaria nella prole. La traumatizzazione secondaria, a sua volta, era associata a percezioni più negative dell’invecchiamento e a una maggiore ansia rispetto all’invecchiamento e alla morte. Questi risultati mettono in evidenza la comunicazione intrusiva dei genitori e la traumatizzazione secondaria come meccanismi interconnessi attraverso cui le conseguenze psicologiche del trauma collettivo possono trasmettersi alla prole e incidere sulla sua salute mentale e sulle sue percezioni dell’invecchiamento e della morte.

Krauskopf et al. [33] hanno condotto uno studio con 24 tra fratelli e sorelle appartenenti a 11 famiglie e hanno indagato come le figlie e i figli adulti di persone sopravvissute alla Shoah vivano la propria storia familiare traumatica e vi si confrontino attivamente. I risultati hanno rivelato che la trasmissione intergenerazionale del trauma collettivo avveniva attraverso forme di comunicazione sia esplicite sia implicite. Le forme implicite di trasmissione comprendevano il silenzio, la trasmissione di informazioni frammentarie e la ricezione e interiorizzazione indirette, da parte della discendenza, del carico emotivo del trauma dei genitori, anche quando non veniva espresso direttamente a parole. Al tempo stesso, le narrazioni familiari, la ricerca attiva di informazioni sul passato familiare e la conservazione della memoria storica costituivano meccanismi attraverso cui la discendenza si collegava attivamente al passato traumatico della famiglia, contribuendo alla trasmissione intergenerazionale e alla conservazione dell’eredità traumatica.

In uno studio condotto con 14 persone discendenti di origine armeno-americana appartenenti a sette famiglie, è stato indagato l’impatto intergenerazionale del genocidio armeno sull’identità culturale e sulle esperienze vissute della discendenza. I risultati hanno messo in evidenza le narrazioni familiari e la trasmissione di conoscenze e memoria sul trauma storico come meccanismi chiave della trasmissione intergenerazionale. Al tempo stesso, la trasmissione di reazioni emotive, atteggiamenti e valori attraverso le interazioni familiari e le pratiche quotidiane ha contribuito alla trasmissione intergenerazionale del trauma e dei suoi effetti [34].

Peltonen et al. [35] hanno indagato i meccanismi familiari coinvolti nella trasmissione intergenerazionale del trauma collettivo tra 212 bambine e bambini e 94 madri di famiglie siriane rifugiate, concentrandosi sullo stress post-traumatico materno e sulle pratiche disciplinari dei genitori. I risultati hanno messo in evidenza la psicopatologia materna come meccanismo chiave della trasmissione del trauma, per il suo impatto sulla responsività emotiva, sulla disponibilità emotiva e sulla regolazione delle emozioni nella relazione madre–figlio. Al tempo stesso è stato esaminato il ruolo delle pratiche disciplinari; tuttavia, non è emerso che tali pratiche moderassero la relazione tra lo stress post-traumatico materno e l’elaborazione emotiva infantile.

4.2.2. Conseguenze del trauma intergenerazionale collettivo per l’infanzia e il sistema familiare

L’esame della letteratura ha messo in luce molteplici conseguenze psicologiche, emotive, interpersonali e psicosociali del trauma intergenerazionale collettivo nella discendenza di popolazioni esposte a eventi traumatici collettivi. Lo studio di Bonumwezi et al. [25] è stato condotto con 251 persone adulte discendenti di persone sopravvissute al genocidio contro i Tutsi in Ruanda e ha indagato i meccanismi familiari e psicosociali coinvolti nella trasmissione intergenerazionale del trauma. I risultati hanno mostrato che i sintomi di PTSD delle madri erano associati a sintomi di PTSD, ansia e depressione nella prole. Inoltre, i sintomi di PTSD dei padri erano associati indirettamente ad ansia e depressione nella prole attraverso le loro pratiche genitoriali.

Un altro studio, condotto negli Stati Uniti con 98 persone adulte discendenti di seconda e terza generazione di persone sopravvissute alla Shoah, mirava a indagare la relazione tra l’identità ebraica e la comunicazione familiare sulla Shoah, da un lato, e la consapevolezza della perdita storica e il benessere mentale della discendenza, dall’altro. I risultati dell’analisi dei dati hanno mostrato che una comunicazione familiare disfunzionale riguardo alla Shoah era associata a livelli più bassi di benessere mentale nella discendenza. Al tempo stesso, una comunicazione familiare più frequente sulla Shoah e un’identità ebraica più forte erano associate a una maggiore consapevolezza della perdita storica [26].

Lo studio di Greenfeld et al. [27], condotto in Australia con 14 nipoti di persone sopravvissute alla Shoah, ha esplorato le esperienze vissute della discendenza, la trasmissione intergenerazionale del trauma e l’impatto delle esperienze traumatiche delle generazioni precedenti su quelle successive. I risultati hanno mostrato che le conseguenze del trauma intergenerazionale collettivo restano evidenti anche nelle generazioni più lontane. In particolare, la discendenza manifestava reazioni emotive intense legate alle esperienze traumatiche delle generazioni precedenti, mentre il trauma ereditato influenzava il modo in cui percepiva e interpretava la propria storia familiare. Al tempo stesso, le persone discendenti attribuivano un significato particolare alla Shoah e all’eredità traumatica della loro famiglia, il che mette in evidenza l’impatto persistente del trauma collettivo sui loro vissuti emotivi e sul modo in cui si rapportavano al passato familiare.

Lo studio di Krauskopf et al. [33], condotto in Australia con 24 figlie e figli adulti di persone sopravvissute alla Shoah appartenenti a 11 famiglie, ha esplorato come la discendenza viva la propria storia familiare traumatica e vi si confronti attivamente. I risultati hanno messo in evidenza conseguenze sia negative sia positive della trasmissione intergenerazionale del trauma. In particolare, il confronto con le esperienze traumatiche dei genitori era associato ad ambivalenza e disagio emotivo, il che evidenzia il carico psicologico persistente causato dall’eredità familiare traumatica. Al tempo stesso sono state individuate conseguenze positive, come il riconoscimento della resilienza dei genitori, la costruzione di senso in relazione alla storia familiare, la conservazione e la trasmissione della testimonianza sulla Shoah e l’offerta di sostegno psicosociale ai genitori anziani sopravvissuti alla Shoah.

Lo studio di Lipari [34], condotto negli Stati Uniti con 14 persone di origine armeno-americana discendenti di persone sopravvissute al genocidio armeno, appartenenti a sette famiglie, ha esplorato l’impatto intergenerazionale del genocidio sull’identità culturale e sulle esperienze vissute della discendenza. I risultati hanno rivelato che l’eredità traumatica del genocidio era associata a una traumatizzazione secondaria nella discendenza. Tuttavia, accanto alle conseguenze negative, sono emersi anche effetti positivi, come lo sviluppo della resilienza, l’orgoglio culturale, il rafforzamento dell’identità culturale e la coltivazione dell’empatia culturale. Inoltre, l’eredità traumatica ha influito in modo significativo sulla formazione dell’identità culturale della discendenza e ne ha rafforzato il desiderio di preservare e trasmettere il patrimonio culturale armeno alle generazioni future, contribuendo così alla conservazione della memoria collettiva del genocidio.

Lo studio di Kaur e Jagg [36], condotto in India con 62 persone discendenti di seconda e terza generazione di persone sopravvissute alla Partizione tra India e Pakistan, ha indagato le conseguenze del trauma intergenerazionale collettivo per la generazione dei figli e quella dei nipoti delle persone sopravvissute. I risultati hanno rivelato livelli moderati di trauma intergenerazionale sia nella seconda sia nella terza generazione, a dimostrazione della persistenza a lungo termine dell’impatto del trauma collettivo sulla discendenza. L’assenza di differenze statisticamente significative tra la seconda e la terza generazione nell’intensità del trauma suggerisce che il suo impatto resti relativamente stabile e non diminuisca in modo significativo nel corso delle generazioni. La principale conseguenza individuata è stata quindi la persistenza del trauma collettivo nel tempo e il suo continuo impatto psicologico sulla discendenza. Al tempo stesso, non sono emerse differenze significative tra le due generazioni nell’adattamento alle esperienze traumatiche né nei cambiamenti positivi emersi in seguito al trauma.

Un altro studio, condotto in Turchia con 100 famiglie siriane rifugiate, ha indagato la relazione tra lo stress post-traumatico dei genitori e le capacità di elaborazione emotiva di bambine e bambini. I risultati hanno mostrato che livelli più elevati di stress post-traumatico materno erano associati a una ridotta capacità di riconoscimento delle emozioni nell’infanzia, il che può avere effetti negativi sull’interazione sociale, sull’empatia e sulla regolazione delle emozioni. Al contrario, non è stata riscontrata una relazione corrispondente tra lo stress post-traumatico paterno e la capacità di riconoscimento delle emozioni nell’infanzia [37].

Lo studio di Huynh et al. [38], condotto negli Stati Uniti con 10 persone adulte statunitensi di origine sud-est asiatica di seconda generazione, ha esplorato le esperienze di trauma intergenerazionale collettivo e i suoi effetti sulla discendenza. I risultati hanno mostrato che le conseguenze del trauma intergenerazionale collettivo si manifestavano come difficoltà nella formazione dell’identità, distacco emotivo dalle esperienze traumatiche delle generazioni precedenti, sensi di colpa e di responsabilità verso la famiglia e intensi conflitti culturali e intergenerazionali. Al tempo stesso sono stati individuati effetti negativi sulla salute mentale, che si manifestavano come ansia, disagio psicologico interiorizzato e difficoltà nell’esprimere e regolare le emozioni. Tuttavia, sono emerse anche conseguenze positive, come lo sviluppo di un’identità biculturale e il rafforzamento della resilienza familiare e comunitaria.

Lo studio di Bezo e Maggi [39], condotto in Ucraina con 45 partecipanti appartenenti a tre generazioni successive, ha esplorato le conseguenze intergenerazionali del trauma collettivo causato dall’Holodomor del 1932–1933 sulla salute fisica e sul benessere delle persone sopravvissute e della loro discendenza. I risultati hanno mostrato che le conseguenze del trauma collettivo persistevano nell’arco di tre generazioni e si manifestavano con una maggiore prevalenza di problemi di salute cronici, come le malattie cardiovascolari, nonché con ansia e un ridotto senso di benessere e di sicurezza, incidendo negativamente sulla qualità della vita delle generazioni successive.

Lo studio di Bachem et al. [40], condotto in Israele con 127 richiedenti asilo eritree con figlie e figli in età prescolare, ha indagato le conseguenze della trasmissione intergenerazionale del trauma collettivo esaminando le relazioni tra il disturbo da stress post-traumatico complesso (CPTSD), il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e la depressione materni e le difficoltà emotive e comportamentali della prole. I risultati hanno mostrato che la prole di madri con CPTSD presentava maggiori difficoltà internalizzanti ed esternalizzanti, che si manifestavano come ansia, ritiro sociale, aggressività e difficoltà di regolazione emotiva. Il CPTSD materno era associato alle difficoltà della prole più fortemente del PTSD materno, mentre la co-occorrenza di CPTSD e depressione era associata a maggiori problemi internalizzanti, come una bassa autostima e il disagio emotivo. I risultati evidenziano il significativo impatto negativo sullo sviluppo emotivo e comportamentale dell’infanzia e l’aumento del rischio di future difficoltà di salute mentale.

Peltonen et al. [35] hanno indagato le conseguenze del trauma intergenerazionale collettivo per lo sviluppo emotivo dell’infanzia tra 212 bambine e bambini e 94 madri di famiglie siriane rifugiate, tenendo conto del contesto più ampio delle esperienze di sfollamento e delle condizioni di vita successive alla migrazione. I risultati hanno mostrato che lo stress post-traumatico materno era associato a una ridotta capacità di elaborazione emotiva nell’infanzia, segno di difficoltà nel comprendere, riconoscere e regolare le proprie emozioni.

4.2.3. Interventi che affrontano il trauma intergenerazionale collettivo o le sue conseguenze legate al trauma

L’esame della letteratura ha individuato diversi interventi valutati empiricamente, volti ad affrontare il trauma intergenerazionale collettivo o le sue conseguenze psicologiche, psicosociali e familiari legate al trauma tra le persone sopravvissute, la discendenza, l’infanzia e le famiglie colpite da esperienze traumatiche collettive. Lo studio di Smaik et al. [41], condotto in Giordania con 40 persone adulte rifugiate siriane affette da PTSD, ha valutato empiricamente la Narrative Exposure Therapy (NET) come intervento per affrontare le conseguenze psicologiche associate all’esposizione a esperienze traumatiche collettive. L’intervento mirava principalmente a ridurre i sintomi di PTSD, ansia e depressione. I risultati hanno mostrato una riduzione significativa di questi sintomi al termine dell’intervento, nonché tassi elevati di partecipazione e aderenza al trattamento, di completamento del trattamento e di soddisfazione delle persone partecipanti. La NET è quindi emersa come un intervento fattibile, accettabile e culturalmente appropriato per affrontare le conseguenze psicologiche del trauma collettivo nella popolazione adulta rifugiata.

Lo studio di Ellis e Jones [42], condotto nel 2022 al Cairo con sette persone rifugiate sudanesi affette da PTSD, ha valutato empiricamente la Narrative Exposure Therapy (NET) erogata da personale non specialistico formato allo scopo, in un contesto comunitario, per affrontare le conseguenze psicologiche associate all’esposizione alla violenza collettiva e allo sfollamento forzato. Dopo l’intervento è stata registrata una riduzione significativa dei sintomi di PTSD, dell’ansia e del disagio psicologico complessivo, mentre la riduzione dei sintomi depressivi non è risultata statisticamente significativa. I risultati hanno messo in evidenza il potenziale dell’erogazione della NET da parte di personale non specialistico formato, in contesti comunitari, come intervento per affrontare le conseguenze psicologiche delle esperienze traumatiche collettive nelle popolazioni rifugiate.

Kananian et al. [43] hanno valutato l’efficacia di una terapia cognitivo-comportamentale culturalmente adattata e combinata con la gestione dei problemi (CA-CBT+) con 24 uomini rifugiati in Germania, tenendo conto degli effetti del trauma collettivo e intergenerazionale che caratterizzano le popolazioni rifugiate. Lo scopo dello studio era verificare se questo intervento potesse ridurre i sintomi psicologici e rafforzare la resilienza psicologica. I risultati hanno mostrato miglioramenti significativi del disagio psicologico generale, dei sintomi da stress post-traumatico, della depressione, dei sintomi somatici, della regolazione emotiva e della qualità della vita rispetto al gruppo di controllo. Sebbene i miglioramenti si siano in parte ridotti dopo un anno, sono rimasti significativi rispetto ai livelli precedenti all’intervento.

Lo studio di Gill [44], condotto in nove comunità di quattro continenti con la partecipazione di 150 persone giovani adulte e di circa 500 persone di età superiore ai 50 anni, ha esplorato il contributo dell’Intergenerational Dialogue and Inquiry (IDI) nel rompere il silenzio intergenerazionale, ripristinare la memoria culturale e favorire la guarigione collettiva. I risultati hanno mostrato che l’intervento ha rafforzato l’identità culturale e la dignità, le relazioni intergenerazionali e la comprensione della violenza e della discriminazione sistemiche, contribuendo al tempo stesso alla guarigione collettiva e al benessere della comunità.

Lo studio di Neville et al. [45], condotto nel New England, negli Stati Uniti, con 80 famiglie rifugiate, ha valutato empiricamente gli esiti, la fattibilità e l’accettabilità del Family Strengthening Intervention for Refugees (FSI-R), volto ad affrontare le conseguenze psicosociali e familiari associate all’esposizione delle famiglie rifugiate a esperienze traumatiche collettive e allo sfollamento forzato. I risultati hanno mostrato miglioramenti nella comunicazione familiare, nel coinvolgimento dei genitori, nelle relazioni tra caregiver e bambine o bambini e nelle pratiche genitoriali di sostegno. Al tempo stesso, nell’infanzia bhutanese si è osservata una riduzione dei sintomi di depressione, ansia e paura, nonché dei problemi comportamentali. L’intervento è stato giudicato nel complesso fattibile e accettabile per affrontare le conseguenze legate al trauma tra bambine, bambini e famiglie rifugiate, sebbene la sua attuazione sia stata influenzata da fattori linguistici, temporali, educativi e culturali.

Lo studio di Jordans et al. [46], condotto in Libano con 240 caregiver di sesso femminile, ha valutato empiricamente l’efficacia del Caregiver Support Intervention (CSI), articolato in nove sessioni, nel migliorare il benessere psicosociale e il funzionamento familiare in contesti segnati da conflitti armati. I risultati hanno mostrato che l’intervento ha migliorato a breve termine il benessere psicosociale dell’infanzia, attraverso la riduzione del disagio psicologico delle persone che se ne prendono cura, il miglioramento del loro benessere e la riduzione delle pratiche genitoriali dure. I risultati evidenziano il potenziale degli interventi centrati sul sostegno alle persone che si prendono cura dell’infanzia e sul rafforzamento della funzione genitoriale per ridurre i processi familiari attraverso cui le conseguenze del trauma collettivo colpiscono la generazione successiva. Tuttavia, i benefici dell’intervento non si sono mantenuti alla valutazione di follow-up a tre mesi.

5. Discussione

La presente revisione sistematica ha raccolto e sintetizzato i risultati di 22 studi primari provenienti da paesi e contesti socioculturali diversi, con l’obiettivo di indagare i meccanismi di trasmissione e le conseguenze del trauma intergenerazionale collettivo, nonché gli interventi attuati per affrontarne gli effetti legati al trauma. Nel complesso, i risultati hanno mostrato che il trauma collettivo può colpire le generazioni successive attraverso meccanismi molteplici e interagenti e può essere associato a conseguenze emotive, comportamentali, interpersonali e psicosociali significative. Questi risultati sono coerenti con studi precedenti, secondo cui gli eventi traumatici collettivi non colpiscono soltanto la salute mentale e il benessere delle persone sopravvissute direttamente esposte, ma possono colpire anche le generazioni successive, anche quando queste non sono state direttamente esposte all’evento traumatico originario, e si trasmettono da una generazione all’altra attraverso molteplici meccanismi [3]. Al tempo stesso, gli interventi rivolti alle persone sopravvissute, alla discendenza, all’infanzia e alle famiglie sembrano contribuire a ridurre gli effetti del trauma e a rafforzare il benessere psicosociale e il funzionamento familiare.

Per quanto riguarda i meccanismi di trasmissione, i risultati della presente revisione mostrano che il trauma intergenerazionale collettivo si trasmette attraverso meccanismi familiari, comunicativi, emotivi e socioculturali diversi ma interconnessi. La comunicazione familiare è emersa come uno dei principali meccanismi di trasmissione. Questo risultato è confermato dalla letteratura precedente, che ha mostrato come le famiglie di persone sopravvissute a gravi eventi traumatici incontrino spesso difficoltà nella comunicazione familiare e nell’espressione delle emozioni [47].

Più precisamente, una comunicazione non verbale, indiretta, colpevolizzante e disfunzionale era associata alla trasmissione del trauma e a effetti psicologici negativi sulla discendenza, poiché bambine e bambini sono esposti indirettamente al dolore psicologico ed emotivo dei genitori [25]. Al contrario, una comunicazione diretta e aperta sembrava aiutare la discendenza a comprendere meglio il passato traumatico della famiglia [25,26]. Al tempo stesso, la vicinanza emotiva e la capacità di gestire il disagio emotivo favorivano una comunicazione aperta, mentre la loro assenza era associata al silenzio, a narrazioni frammentarie e a una comunicazione emotivamente carica [28]. Analogamente, studi precedenti hanno mostrato che il silenzio, la reticenza sulle informazioni e una limitata espressione emotiva possono creare un ambiente familiare disfunzionale, intensificando il disagio emotivo delle generazioni successive [48]. Il trauma sembrava inoltre trasmettersi indirettamente attraverso emozioni non dette, narrazioni familiari, oggetti simbolici e la conservazione della memoria collettiva [30,33].

Oltre alla comunicazione, il disagio psicologico e i sintomi post-traumatici dei genitori hanno svolto un ruolo importante nella trasmissione del trauma. Questi sintomi hanno colpito le generazioni successive attraverso una ridotta disponibilità emotiva, difficoltà nella genitorialità, pratiche genitoriali negative e la ripetizione di modelli familiari disfunzionali [25,29,35]. Questo risultato è coerente con altri studi, secondo cui il trauma vissuto dai genitori o dalle persone che si prendono cura dell’infanzia può non solo incidere sulla loro funzione genitoriale, ma anche indurre la prole ad assumersi responsabilità emotive e pratiche di accudimento [4]. Questa inversione dei ruoli, descritta come parentificazione, può gravare sulla salute mentale dell’infanzia e ostacolare lo sviluppo della sua identità e autonomia [4,49].

Inoltre, la trasmissione del trauma era associata a modelli di attaccamento perturbati e a difficoltà nella relazione genitore–figlio [29]. Cerdeña et al. [3] sono giunti a una conclusione simile, sostenendo che la disregolazione dei genitori dovuta a esperienze traumatiche può limitare la loro capacità di offrire cure stabili ed emotivamente disponibili, contribuendo allo sviluppo di un attaccamento insicuro. Analogamente, quando i genitori portano con sé le proprie esperienze traumatiche precoci, possono manifestare comportamenti genitoriali disfunzionali e difficoltà nel rispondere ai bisogni emotivi della prole [29,50]. Al tempo stesso, anche le narrazioni comunitarie, i valori culturali, la memoria collettiva e i significati attribuiti agli eventi traumatici storici hanno contribuito alla conservazione e alla trasmissione del trauma alle generazioni successive [30,33].

Sebbene nella presente revisione non siano emersi meccanismi di trasmissione biologici, altri studi hanno indagato possibili vie biologiche ed epigenetiche [1,6]. Secondo la letteratura in materia, l’esposizione al trauma può incidere sui sistemi associati alla risposta allo stress e forse sull’espressione genica, aumentando la vulnerabilità a difficoltà psicologiche e fisiche [7].

Per quanto riguarda le conseguenze del trauma intergenerazionale collettivo, lo stress post-traumatico dei genitori era associato a sintomi di PTSD, ansia e depressione nella discendenza, mentre le pratiche genitoriali negative potevano aggravare ulteriormente le difficoltà psicologiche [25]. Questo risultato è stato riportato anche in diversi altri studi, che hanno documentato un maggiore carico psicologico nelle generazioni successive, principalmente sotto forma di ansia, depressione e sintomi di PTSD [15,16,17,20]. Risultati simili sono stati riportati in particolare tra adolescenti con genitori che avevano vissuto eventi traumatici, che presentavano maggiori sintomi da stress post-traumatico [14]. Inoltre, altri studi hanno mostrato che le conseguenze psicologiche nelle generazioni successive possono andare oltre l’ansia, la depressione e il PTSD e comprendere ideazione suicidaria, disturbi psicotici e un carico psicosociale più ampio [18]. Analogamente, Flanagan et al. [51] hanno riportato, oltre ai sintomi sopra citati, difficoltà di attenzione e un grave stress psicosociale.

Anche la prole di genitori che avevano vissuto eventi traumatici presentava difficoltà nel riconoscere, comprendere e regolare le emozioni, il che può incidere sul suo sviluppo emotivo e sulle sue relazioni sociali [35]. Gli studi di Cerdeña et al. [3] e di Flanagan et al. [51] sono giunti alla stessa conclusione, collegando il trauma intergenerazionale collettivo a difficoltà nello sviluppo emotivo, mentre anche il distanziamento emotivo è stato riportato come possibile conseguenza [13]. Inoltre, altri studi hanno mostrato che lo stress post-traumatico associato a esperienze traumatiche collettive, in particolare quando colpisce le madri, può incidere negativamente sulla capacità dell’infanzia di riconoscere, elaborare ed esprimere le proprie emozioni, portando a difficoltà emotive e conflitti interiori [37]. Alcuni risultati di ricerca hanno inoltre indicato che la discendenza può avere un bisogno accresciuto di sostegno neuropsichiatrico infantile, associato all’esposizione al carico post-traumatico dei genitori [52]. Questo bisogno è stato individuato sia in ricerche precedenti, come lo studio di Kellerman [53] sulla prole delle persone sopravvissute alla Shoah, sia in studi più recenti, che hanno messo in evidenza effetti simili [52].

Bambine e bambini presentavano inoltre ansia, aggressività, bassa autostima, disagio emotivo e ritiro sociale [40]. Secondo i risultati di altri studi, l’isolamento sociale può effettivamente essere una conseguenza del trauma intergenerazionale ed essere associato a sentimenti di paura, sfiducia e insicurezza, che ostacolano l’integrazione sociale e accrescono la diffidenza verso il prossimo [18]. Ciò può portare al ritiro sociale [17,19], a difficoltà nel costruire relazioni di fiducia e al distacco dalle relazioni interpersonali strette [20].

Nella discendenza adulta, il trauma intergenerazionale collettivo era associato a un minore benessere mentale, disagio emotivo, traumatizzazione secondaria, senso di colpa, senso di responsabilità verso la famiglia, difficoltà nella formazione dell’identità e conflitti culturali e intergenerazionali [26,27,33,34]. Diversi altri studi si sono concentrati sul disagio emotivo come conseguenza del trauma intergenerazionale collettivo, sottolineando che la discendenza può faticare a investire tempo e risorse psicologiche nel proprio sviluppo personale e nella costruzione di relazioni interpersonali significative [17]. Altri studi si sono riferiti più specificamente ai sensi di colpa vissuti dalla discendenza in relazione alle esperienze e alle perdite delle generazioni precedenti [4,54].

I risultati hanno inoltre mostrato che le conseguenze del trauma collettivo possono restare evidenti per più di una generazione. Livelli simili di trauma intergenerazionale sono stati individuati nella discendenza di seconda e di terza generazione, il che suggerisce che gli effetti psicologici possano persistere nel tempo [36]. Conseguenze a lungo termine sono state osservate anche sulla salute fisica e sul benessere generale, come problemi di salute cronici, ansia, una ridotta qualità della vita e un minore senso di sicurezza [39]. Questo risultato è stato riportato anche in altri studi, secondo i quali la discendenza delle persone esposte a un trauma collettivo presenta un rischio maggiore di sviluppare problemi di salute fisica, come malattie cardiovascolari, diabete e obesità [55].

Tuttavia, gli effetti del trauma intergenerazionale collettivo non erano esclusivamente negativi. Alcune persone discendenti hanno sviluppato resilienza, orgoglio culturale, un’identità culturale o biculturale più forte e una maggiore capacità di dare senso alla propria storia familiare [34,36,38]. L’eredità familiare traumatica ha inoltre rafforzato, in una parte della discendenza, il desiderio di preservare la memoria storica, il patrimonio culturale e le narrazioni familiari, nonché di rafforzare i legami familiari e comunitari.

Da quanto precede si può concludere che una parte sostanziale della letteratura sostiene l’associazione tra l’esposizione delle generazioni precedenti a eventi traumatici e la comparsa di sintomi psicopatologici e di altre conseguenze psicosociali o fisiche nella discendenza [56,57]. D’altra parte, vi sono anche studi che mettono in discussione questa associazione, non avendo individuato chiare conseguenze negative nella discendenza delle persone sopravvissute [58], mentre altri non hanno riscontrato un’associazione significativa tra il trauma intergenerazionale e la salute mentale della generazione successiva [59]. Queste differenze suggeriscono che le conseguenze del trauma intergenerazionale collettivo non si manifestino allo stesso modo in tutta la discendenza, ma possano essere influenzate da fattori familiari, socioculturali e protettivi, nonché da differenze metodologiche tra gli studi.

Per quanto riguarda gli interventi volti ad affrontare il trauma intergenerazionale collettivo e le conseguenze a esso legate, i risultati della presente revisione hanno individuato diversi approcci terapeutici, familiari e comunitari. Gli interventi incentrati direttamente sull’elaborazione delle esperienze traumatiche, come la Narrative Exposure Therapy (NET) e la terapia cognitivo-comportamentale culturalmente adattata (CA-CBT+), hanno contribuito a ridurre i sintomi da stress post-traumatico, l’ansia, la depressione e il disagio psicologico, nonché a migliorare la regolazione emotiva e la qualità della vita delle persone rifugiate [41,42,43].

Risultati simili sono stati riportati anche in altri studi, che hanno individuato nella NET un approccio promettente per affrontare i sintomi traumatici complessi e alleviare le conseguenze del PTSD, sostenendone al tempo stesso il contributo al rafforzamento della resilienza psicologica [41,60,61]. Analogamente, altri studi hanno mostrato che la CA-CBT può costituire un approccio terapeutico efficace, in particolare quando è adattata ai bisogni culturali delle popolazioni a cui viene applicata [62,63]. D’altra parte, secondo altri studi, l’efficacia complessiva di questo specifico intervento continua a essere oggetto di valutazione, poiché l’eterogeneità dei dati di ricerca disponibili non consente ancora conclusioni affidabili e generalizzabili [64].

Al tempo stesso, gli interventi familiari e comunitari hanno contribuito a migliorare la comunicazione familiare, la funzione genitoriale, le relazioni tra caregiver e bambine o bambini e il benessere psicosociale. Inoltre, hanno rafforzato le relazioni intergenerazionali, l’identità culturale e la conservazione della memoria collettiva [44,45,46]. Questi risultati mostrano che affrontare le conseguenze del trauma non si limita al livello individuale, ma può richiedere interventi che tengano conto della famiglia e della comunità.

Nel complesso, i risultati mostrano che gli interventi possono ridurre le conseguenze del trauma sia negli individui sia nelle famiglie e nelle comunità. Tuttavia, sono ancora pochi gli interventi concepiti specificamente per il trauma intergenerazionale collettivo. Una migliore comprensione della relazione tra la salute mentale dei genitori e quella della prole potrebbe contribuire allo sviluppo di interventi più numerosi e più appropriati [65]. A tal fine, l’équipe multidisciplinare svolge un ruolo cruciale nel promuovere la salute e la resilienza psicologica delle persone. La natura multidimensionale del trauma intergenerazionale collettivo rende indispensabile l’adozione di approcci interprofessionali coordinati, che vadano oltre pratiche professionali parcellizzate e modelli di cura frammentati nell’erogazione dei servizi sanitari [66]. La cooperazione tra professioni di diverse specialità, come il servizio sociale, le scienze infermieristiche, la psicologia e la pediatria, è considerata necessaria per la progettazione e l’attuazione di un’assistenza completa e olistica, che tenga conto dei bisogni, delle aspettative e delle caratteristiche specifiche sia della persona sia della famiglia [67].

La collaborazione tra professioni di discipline diverse e l’integrazione di prospettive professionali differenti facilitano l’individuazione precoce dei bisogni della persona e della famiglia, nonché l’offerta di servizi di cura sicuri e appropriati. Al tempo stesso, contribuiscono alla costruzione di una cornice di sostegno che favorisce la partecipazione attiva e l’empowerment sia della persona sia della famiglia [66,68]. Inoltre, tali pratiche collaborative sono state associate a migliori esiti terapeutici, al rafforzamento della resilienza familiare, alla prevenzione della trasmissione intergenerazionale del trauma e all’offerta di servizi sanitari completi e di alta qualità [67].

Limiti e punti di forza

Questa revisione sistematica offre una sintesi delle evidenze disponibili sul trauma intergenerazionale collettivo, con particolare attenzione ai suoi meccanismi di trasmissione, alle conseguenze per l’infanzia e le famiglie e agli interventi riportati in letteratura. Un importante punto di forza della revisione è l’inclusione di studi che adottano approcci metodologici diversi ed esaminano popolazioni e contesti di trauma collettivo differenti, il che consente una comprensione ampia e multidimensionale di questo fenomeno complesso. Inoltre, l’integrazione di prospettive psicologiche, familiari, socioculturali e biologiche, insieme alle evidenze sugli approcci di intervento, offre una panoramica più olistica delle evidenze disponibili.

Nonostante la ricerca e il processo di selezione sistematici, occorre riconoscere diversi limiti. In primo luogo, sono stati inclusi solo studi pubblicati in inglese tra il 2016 e il 2026, il che può aver portato all’esclusione di evidenze pertinenti pubblicate in altre lingue o al di fuori dell’arco temporale selezionato. Inoltre, la ricerca è stata limitata a quattro banche dati elettroniche, e studi pertinenti indicizzati esclusivamente in altre banche dati potrebbero quindi non essere stati individuati. Si è osservata anche una notevole eterogeneità tra gli studi inclusi per quanto riguarda le popolazioni studiate, i disegni di ricerca, gli approcci metodologici, i contesti di trauma collettivo e le strategie di intervento. Questa eterogeneità ha limitato i confronti diretti tra gli studi e la misura in cui i risultati possono essere applicati a popolazioni e contesti diversi.

6. Conclusioni

I risultati di questa revisione sistematica indicano che il trauma intergenerazionale collettivo è un fenomeno complesso, trasmesso attraverso meccanismi familiari, comunicativi e socioculturali, che incide sul benessere psicologico della discendenza, sulle relazioni interpersonali e sul funzionamento familiare. Mancano ancora interventi concepiti specificamente per affrontare il trauma intergenerazionale collettivo. Gli approcci esistenti si concentrano principalmente sui sintomi individuali, sul benessere di chi si prende cura dell’infanzia e sul funzionamento familiare, senza affrontare pienamente le dimensioni collettive e intergenerazionali del trauma. Il personale sanitario e il servizio sociale possono svolgere un ruolo importante nel sostenere l’infanzia, le famiglie e le comunità colpite e nel rafforzarne la resilienza. La ricerca futura dovrebbe concentrarsi sullo sviluppo e sulla valutazione di interventi che affrontino direttamente la natura collettiva e intergenerazionale del trauma e forniscano evidenze più solide per orientare una pratica professionale efficace.

Appendice A

Tabella A1 — Studi per autrici e autori, titolo, anno, paese, obiettivo, dimensione del campione, disegno dello studio e risultati.

  • Autrici e autori: [25]; Titolo: Intergenerational trauma transmission through family psychosocial factors in adult children of Rwandan survivors of the 1994 genocide against the Tutsi; Anno: 2024; Paese: Ruanda; Obiettivo-variabili: Meccanismi familiari e psicosociali coinvolti nella trasmissione intergenerazionale del trauma nella discendenza di persone sopravvissute al genocidio.; Dimensione del campione: 251 persone discendenti adulte; Disegno dello studio: Studio quantitativo; Risultati: La trasmissione intergenerazionale del trauma era associata alla comunicazione del trauma dei genitori, a una comunicazione familiare disfunzionale e a pratiche genitoriali negative, mentre nella discendenza si osservavano stress post-traumatico, depressione e ansia.
  • Autrici e autori: [26]; Titolo: Examining intergenerational transmission of Holocaust trauma as it relates to Jewish identity, communication type, and mental well-being; Anno: 2022; Paese: Stati Uniti; Obiettivo-variabili: La relazione tra identità ebraica, comunicazione familiare sulla Shoah, perdita storica e benessere mentale della discendenza.; Dimensione del campione: 98 persone discendenti adulte; Disegno dello studio: Studio quantitativo; Risultati: La comunicazione familiare trasmetteva il trauma, mentre una comunicazione indiretta e colpevolizzante era associata a un minore benessere mentale.
  • Autrici e autori: [27]; Titolo: Living alongside past trauma: Lived experiences of Australian grandchildren of Holocaust survivors; Anno: 2022; Paese: Australia; Obiettivo-variabili: Le esperienze vissute e i meccanismi di trasmissione intergenerazionale del trauma tra nipoti di persone sopravvissute alla Shoah.; Dimensione del campione: 14 nipoti; Disegno dello studio: Studio qualitativo; Risultati: La comunicazione familiare e la memoria storica hanno contribuito alla trasmissione del trauma, mentre il passato traumatico continuava a incidere sulle reazioni emotive e sulla vita della discendenza.
  • Autrici e autori: [28]; Titolo: So You, My Children, Can Have a Better Life: A Cambodian American Perspective on the Phenomenology of Intergenerational Communication about Trauma; Anno: 2016; Paese: Stati Uniti; Obiettivo-variabili: Come giovani statunitensi di origine cambogiana vengono a conoscenza delle esperienze traumatiche delle loro famiglie e quali fattori plasmano la comunicazione intergenerazionale.; Dimensione del campione: 13 persone giovani adulte; Disegno dello studio: Studio qualitativo; Risultati: La conoscenza del passato traumatico veniva trasmessa attraverso la famiglia, le narrazioni comunitarie e i media, mentre i fattori emotivi plasmavano la qualità della comunicazione intergenerazionale.
  • Autrici e autori: [29]; Titolo: Intergenerational Trauma and Its Relationship to Mental Health Care: A Qualitative Inquiry; Anno: 2020; Paese: Australia; Obiettivo-variabili: Le percezioni e la gestione del trauma intergenerazionale nella pratica clinica psichiatrica e i fattori che ne influenzano la manifestazione e il mantenimento.; Dimensione del campione: 13 psichiatre e psichiatri; Disegno dello studio: Studio qualitativo; Risultati: Il trauma intergenerazionale si trasmetteva attraverso il disagio psicologico dei genitori, una ridotta capacità genitoriale, modelli di attaccamento perturbati, cicli traumatici ripetuti e conseguenze socioculturali più ampie.
  • Autrici e autori: [30]; Titolo: Silencing or silent transmission? An exploratory study on trauma communication in Kurdish refugee families; Anno: 2024; Paese: Belgio; Obiettivo-variabili: La comunicazione della violenza collettiva, dell’esilio e del trauma nelle famiglie curde rifugiate, con particolare attenzione alla comunicazione familiare, alle narrazioni, alla memoria collettiva e alle interazioni genitore–figlio.; Dimensione del campione: 10 genitori e 17 tra figlie e figli; Disegno dello studio: Studio qualitativo; Risultati: Il trauma si trasmetteva indirettamente attraverso il silenzio, le discussioni sulla violenza, la storia collettiva, le narrazioni familiari, i miti culturali e gli oggetti simbolici.
  • Autrici e autori: [31]; Titolo: Multigenerational legacies of trauma: Modeling the what and how of transmission.; Anno: 2016; Paese: Israele e Nord America; Obiettivo-variabili: Che cosa viene trasmesso dalle persone sopravvissute alla Shoah alla loro prole e quali meccanismi familiari e post-traumatici sono coinvolti.; Dimensione del campione: 422 persone discendenti adulte; Disegno dello studio: Studio quantitativo; Risultati: La trasmissione era associata all’adattamento post-traumatico dei genitori e alla perturbazione dei legami intergenerazionali, mentre l’ambiente socioculturale aveva un effetto protettivo.
  • Autrici e autori: [32]; Titolo: Perceptions of aging among middle-aged offspring of traumatized parents: The effects of parental Holocaust-related communication and secondary traumatization; Anno: 2016; Paese: Israele; Obiettivo-variabili: La comunicazione dei genitori sulla Shoah e la traumatizzazione secondaria come meccanismi di trasmissione intergenerazionale del trauma nella discendenza.; Dimensione del campione: 450 partecipanti; Disegno dello studio: Studio quantitativo; Risultati: Una comunicazione intrusiva dei genitori era associata a una maggiore traumatizzazione secondaria, mentre una comunicazione informativa non era associata a effetti negativi.
  • Autrici e autori: [33]; Titolo: Children of Holocaust Survivors: The Experience of Engaging with a Traumatic Family History; Anno: 2023; Paese: Australia; Obiettivo-variabili: Le esperienze di figlie e figli adulti di persone sopravvissute alla Shoah e il loro confronto con la storia familiare traumatica.; Dimensione del campione: 24 tra fratelli e sorelle; Disegno dello studio: Studio qualitativo; Risultati: La storia familiare traumatica veniva trasmessa attraverso una comunicazione diretta e indiretta, il silenzio e informazioni frammentarie, causando disagio emotivo ma favorendo anche la costruzione di senso e la conservazione della memoria storica.
  • Autrici e autori: [34]; Titolo: A Qualitative Exploration of Transgenerational Trauma and Cultural Identity of Armenian Genocide Descendants.; Anno: 2017; Paese: Stati Uniti; Obiettivo-variabili: L’impatto intergenerazionale del genocidio armeno sull’identità culturale e sulle esperienze vissute della discendenza armeno-americana.; Dimensione del campione: 14 persone discendenti; Disegno dello studio: Studio qualitativo; Risultati: Il racconto di storie e la trasmissione di conoscenze erano meccanismi chiave della trasmissione intergenerazionale, mentre l’eredità traumatica era associata a effetti negativi, resilienza, orgoglio culturale e rafforzamento dell’identità armena.
  • Autrici e autori: [36]; Titolo: Intergenerational Trauma in the Context of the 1947 India–Pakistan Partition; Anno: 2023; Paese: India; Obiettivo-variabili: Trauma intergenerazionale e adattamento nella generazione dei figli e in quella dei nipoti delle persone sopravvissute alla Partizione tra India e Pakistan.; Dimensione del campione: 62 persone discendenti; Disegno dello studio: Studio quantitativo; Risultati: Entrambe le generazioni presentavano livelli moderati di trauma intergenerazionale, senza differenze significative nel trauma, nell’adattamento post-traumatico dei genitori o negli effetti riparativi.
  • Autrici e autori: [37]; Titolo: Social cognition in refugee children: An experimental cross-sectional study of emotional processing with Syrian families in Turkish communities.; Anno: 2021; Paese: Turchia; Obiettivo-variabili: La relazione tra lo stress post-traumatico dei genitori siriani rifugiati e le capacità di elaborazione emotiva della loro prole.; Dimensione del campione: 100 famiglie (394 partecipanti); Disegno dello studio: Studio quantitativo; Risultati: Lo stress post-traumatico materno era associato a un ridotto riconoscimento delle emozioni nell’infanzia, mentre non è stata riscontrata una relazione corrispondente per lo stress post-traumatico paterno.
  • Autrici e autori: [38]; Titolo: Intergenerational trauma and resilience among second-generation Southeast Asian Americans; Anno: 2024; Paese: Stati Uniti; Obiettivo-variabili: Esperienze di trauma intergenerazionale, resilienza, identità culturale e guarigione collettiva tra persone adulte statunitensi di origine sud-est asiatica di seconda generazione.; Dimensione del campione: 15 persone adulte; Disegno dello studio: Studio qualitativo; Risultati: Il trauma intergenerazionale era associato a difficoltà identitarie, ansia, distacco emotivo e conflitti culturali, ma rafforzava anche l’identità biculturale e la resilienza.
  • Autrici e autori: [39]; Titolo: Intergenerational perceptions of mass trauma’s impact on physical health and well-being; Anno: 2018; Paese: Ucraina; Obiettivo-variabili: Le conseguenze intergenerazionali del trauma di massa legato alla carestia-genocidio sulla salute fisica e sul benessere delle persone sopravvissute e della discendenza.; Dimensione del campione: 45 partecipanti; Disegno dello studio: Studio qualitativo; Risultati: Il trauma di massa ha inciso negativamente sulla salute fisica e sul benessere delle persone sopravvissute e della discendenza, con effetti che persistono nell’arco di tre generazioni.
  • Autrici e autori: [40]; Titolo: Complex posttraumatic stress disorder in intergenerational trauma transmission among Eritrean asylum-seeking mother-child dyads; Anno: 2024; Paese: Israele; Obiettivo-variabili: La relazione tra CPTSD, PTSD e depressione materni e le difficoltà internalizzanti ed esternalizzanti della prole.; Dimensione del campione: 127 madri; Disegno dello studio: Studio quantitativo; Risultati: Il CPTSD materno era associato a maggiori difficoltà internalizzanti ed esternalizzanti nell’infanzia, tra cui ansia, ritiro sociale, aggressività e difficoltà di regolazione emotiva.
  • Autrici e autori: [35]; Titolo: The role of maternal trauma and discipline types in emotional processing among Syrian refugee children.; Anno: 2023; Paese: Turchia; Obiettivo-variabili: La relazione dello stress post-traumatico materno e delle pratiche disciplinari dei genitori con l’elaborazione emotiva dell’infanzia nelle famiglie siriane rifugiate.; Dimensione del campione: 212 bambine e bambini e 94 madri; Disegno dello studio: Studio quantitativo; Risultati: La psicopatologia materna contribuiva alla trasmissione intergenerazionale del trauma, mentre nell’infanzia si osservavano difficoltà di elaborazione emotiva e di regolazione delle emozioni.
  • Autrici e autori: [41]; Titolo: The feasibility and preliminary efficacy of narrative exposure therapy on post-traumatic stress disorder among Syrian refugees in Jordan.; Anno: 2023; Paese: Giordania; Obiettivo-variabili: L’efficacia preliminare, la fattibilità e l’accettabilità della NET nel ridurre PTSD, ansia e depressione nella popolazione adulta rifugiata siriana.; Dimensione del campione: 40 persone adulte; Disegno dello studio: Studio quantitativo; Risultati: La NET ha ridotto i sintomi di PTSD, ansia e depressione, con tassi elevati di completamento del trattamento e di soddisfazione delle persone partecipanti.
  • Autrici e autori: [42]; Titolo: An initial evaluation of narrative exposure therapy as a treatment of posttraumatic stress disorder among Sudanese refugees in Cairo, delivered by lay counselors.; Anno: 2022; Paese: Egitto/Cairo; Obiettivo-variabili: La fattibilità e gli esiti terapeutici della NET erogata da personale non specialistico formato per persone rifugiate sudanesi affette da PTSD.; Dimensione del campione: 7 persone adulte; Disegno dello studio: Studio a metodi misti; Risultati: La NET ha ridotto in modo significativo il PTSD, l’ansia e il disagio psicologico ed è stata considerata un intervento fattibile e accettabile.
  • Autrici e autori: [43]; Titolo: Culturally adapted cognitive behavioral therapy plus problem management (CA-CBT+) with Afghan refugees: A randomized controlled pilot study.; Anno: 2020; Paese: Germania; Obiettivo-variabili: L’efficacia della CA-CBT+ nel ridurre il disagio psicologico, il PTSD, la depressione e la somatizzazione e nel migliorare la regolazione emotiva e la qualità della vita.; Dimensione del campione: 24 persone adulte; Disegno dello studio: Studio quantitativo; Risultati: La CA-CBT+ ha ridotto il disagio psicologico, il PTSD, la depressione e i sintomi somatici e ha migliorato la regolazione emotiva e la qualità della vita, con benefici mantenuti un anno dopo l’intervento.
  • Autrici e autori: [44]; Titolo: Intergenerational Dialogue and Inquiry for Collective Healing, Social Justice and Communal Well-Being: A Reflection on Conceptions, Processes and Practices; Anno: 2025; Paese: Multinazionale; 9 comunità in 4 continenti; Obiettivo-variabili: Il contributo dell’Intergenerational Dialogue and Inquiry (IDI) nel rompere il silenzio intergenerazionale, ripristinare la memoria culturale e favorire la guarigione collettiva e il benessere della comunità.; Dimensione del campione: 650 partecipanti; Disegno dello studio: Studio di caso; Risultati: L’IDI ha rafforzato l’identità culturale e le relazioni intergenerazionali, promuovendo al tempo stesso la guarigione collettiva e il benessere della comunità.
  • Autrici e autori: [45]; Titolo: Investigating Outcomes of a Family Strengthening Intervention for Resettled Somali Bantu and Bhutanese Refugees: An Explanatory Sequential Mixed Methods Study; Anno: 2022; Paese: Stati Uniti, New England; Obiettivo-variabili: L’efficacia, la fattibilità e l’accettabilità del FSI-R nell’affrontare le conseguenze psicologiche e familiari del trauma collettivo nelle famiglie rifugiate.; Dimensione del campione: 80 famiglie; Disegno dello studio: Studio a metodi misti; Risultati: Il FSI-R ha migliorato il funzionamento familiare e ridotto le difficoltà psicologiche e comportamentali dell’infanzia ed è stato considerato fattibile e accettabile.
  • Autrici e autori: [46]; Titolo: Effectiveness of the Caregiver Support Intervention on Child Psychosocial Wellbeing Among Syrian Refugees in Lebanon: Mediation and Secondary Analysis of a Randomized Controlled Trial; Anno: 2025; Paese: Libano; Obiettivo-variabili: L’efficacia del CSI nel ridurre le conseguenze psicosociali e familiari del trauma collettivo.; Dimensione del campione: 240 caregiver; Disegno dello studio: Studio quantitativo; Risultati: Il CSI ha migliorato il benessere dell’infanzia e delle persone che se ne prendono cura e ha ridotto i comportamenti genitoriali duri, ma i benefici non si sono mantenuti al follow-up a tre mesi.

Complexe Systémique: l’essenziale

Questa revisione ha il merito di riunire tre questioni di solito trattate separatamente: come il trauma collettivo passa da una generazione all’altra, che cosa produce nell’infanzia e nelle famiglie, e che cosa sappiamo fare in risposta. Per una lettura sistemica, il suo punto di forza è che la trasmissione appare anzitutto come un fenomeno di comunicazione: non è il racconto a ferire, ma il racconto colpevolizzante, intrusivo o frammentario, e il silenzio carico di emozione. La parola diretta, condivisa all’interno di un legame stretto, protegge invece e nutre l’orgoglio e la resilienza. Il quadro degli interventi è più deludente: terapie di esposizione narrativa o cognitivo-comportamentali per l’individuo da un lato, sostegno a chi cresce la prole dall’altro, ma quasi nulla che lavori sulla memoria familiare attraverso più generazioni, sebbene questo sia il terreno naturale della terapia familiare. Il metodo invita alla prudenza: nessuna valutazione formale della qualità degli studi, popolazioni molto eterogenee e alcune incongruenze numeriche nell’originale. Da leggere insieme alla scoping review sul trauma intergenerazionale nelle famiglie rifugiate e all’articolo sulla terapia multifamiliare contro gli effetti intergenerazionali dello psicotrauma.

Note dell’originale

Finanziamento: Questa ricerca non ha ricevuto finanziamenti esterni.

Contributi delle autrici e degli autori. D.S.P.: concettualizzazione, metodologia, indagine, cura dei dati, analisi formale e scrittura—preparazione della bozza originale. A.S.: metodologia, validazione, indagine e scrittura—revisione e editing. M.R. e G.F.: validazione e scrittura—revisione e editing. M.M.: concettualizzazione, metodologia, amministrazione del progetto e supervisione. Tutte le persone firmatarie hanno letto e approvato la versione pubblicata del manoscritto.

Dichiarazione del comitato etico. Non applicabile.

Dichiarazione di consenso informato. Non applicabile.

Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara l’assenza di conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Collective Intergenerational Trauma in Children and Families: Transmission Mechanisms, Effects and Therapeutic Interventions by Health and Social Work Professionals to Promote Health and Strengthen Psychological Resilience, di Danai Sofia Pyliou, Areti Stavropoulou, Michael Rovithis, Georgios Filippidis e Maria Moudatsou, Healthcare, vol. 14, no 15, articolo 2343 (2026), doi: 10.3390/healthcare14152343, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione in italiano, tabelle presentate come elenchi). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Collective Intergenerational Trauma in Children and Families: Transmission Mechanisms, Effects and Therapeutic Interventions by Health and Social Work Professionals to Promote Health and Strengthen Psychological Resilience», pubblicato su Healthcare (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotta da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Pyliou, D. S., Stavropoulou, A., Rovithis, M., Filippidis, G., et Moudatsou, M. (2026). Collective Intergenerational Trauma in Children and Families: Transmission Mechanisms, Effects and Therapeutic Interventions by Health and Social Work Professionals to Promote Health and Strengthen Psychological Resilience. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/collective-intergenerational-trauma-in-children-and-families-transmission-mechanisms (Opera originale pubblicata nel 2026 su Healthcare, 14(15), 2343 (2026); ripubblicata nel 2026 da Healthcare, https://www.mdpi.com/2227-9032/14/15/2343)

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